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LA MEMORIA TRADITA:
quel nastro rosso con un numero sul polso

Tempo di lettura: 3 minuti

LA MEMORIA TRADITA:
quel nastro rosso con un numero sul polso

Roma, Fiumicino. Il deputato del Movimento 5 Stelle Dario Carotenuto scende dall’aereo insieme ad altre 430 persone, tutte espulse da Israele e fermate sulla nave della Global Sumud Flotilla diretta a Gaza. E invece di parlare subito, alza il polso, mostrando un braccialetto rosso che riporta un numero di matricola.

“Me lo hanno messo in Israele” dice. “Come a loro piace fare.”

Non si tratta del braccialetto turistico di una spiaggia. Parla del braccialetto che viene assegnato quando si viene trattati non come attivisti o passeggeri, ma come oggetti contati: un numero, un codice, un uomo ridotto a cifra.

La memoria del ghetto

La domanda che brucia è dove abbiamo già visto questa scena. A Varsavia, nel ghetto, liquidato a tappe a partire dall’estate del 1942 con deportazioni verso Treblinka. Dove si timbravano i fogli, si contavano i corpi e si assegnavano numeri. A Theresienstadt, il ghetto modello della propaganda nazista da cui partivano i convogli per Auschwitz-Birkenau.
Anche lì: registri, matricole, bracciali e liste. Il delirio burocratico dello sterminio.

Oggi non siamo in un ghetto, ma la tecnica è identica: fermare in massa, deportare collettivamente e marchiare con un numero. Senza processo, senza distinzione, con la sola colpa di essere considerati nemici.

Il paradosso che fa male è che Israele è nato dalla memoria della Shoah. I suoi fondatori portavano sulla pelle, spesso fisicamente, i numeri tatuati dai nazisti. Per decenni quella memoria è stata uno scudo morale: mai più, per nessuno. E invece oggi un ministro israeliano applica la stessa logica sui presunti fiancheggiatori di Hamas.

Ma facciamo chiarezza: anche se lo fossero tutti — e non lo sono, perché la flottiglia era civile — il numero sul braccio non è sicurezza. È umiliazione. È la riproduzione esatta di un gesto che il popolo ebraico ha denunciato per settant’anni come il marchio dell’inumano.

La sindrome dei numeri

C’è una spiegazione psicologica, se vogliamo: la cosiddetta ‘sindrome di Stoccolma, ovvero la vittima che interiorizza i metodi del proprio carnefice. Ma qui siamo di fronte alla più lunga sindrome di Stoccolma della storia. Israele, da vittima dei numeri tatuati, impara dai propri aguzzini come si incide un codice sul polso di un uomo e poi lo restituisce ai propri nemici. Non è una giustificazione, è una diagnosi.

Non è Auschwitz, sia chiaro. Non stiamo dicendo che il braccialetto rosso di Fiumicino sia uguale alla lama rovente del lager, sarebbe falso e offensivo. Ma stiamo dicendo che la stessa grammatica della disumanizzazione — il numero, la cancellazione del nome, il corpo ridotto a inventario — è stata replicata in Israele nel 2025. E chi la applica dovrebbe essere il primo a riconoscerla, perché i suoi nonni l’hanno subita sulla loro pelle.

Chiudiamo con Primo Levi. Lui non scriveva per i giornali, scriveva per chi sopravvive e per chi dovrebbe ricordare. Nello storico scritto Se questo è un uomo leggiamo:

«Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì o per un no.»

Oggi quell’uomo non muore nel fango, ma gli mettono un numero sul polso prima di buttarlo fuori dal paese. Lo contano, lo archiviano, lo espellono come un pacco. E il governo che sventola la bandiera con la stella di Davide — quella stessa stella che nei ghetti nazisti era obbligatoria — dovrebbe forse chiedersi se sta facendo ai nemici quello che è stato fatto a loro.

Perché la risposta, guardando il braccialetto rosso di Carotenuto, è una sola: sì.

E questo non è antisemitismo: è la memoria che urla contro chi l’ha tradita.

 

In copertina: La stella gialla che i nazisti imposero agli ebrei – immagine di Scuola e Memoria 

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Marco Monetini

Autore, saggista e analista economico , collabora come editorialista web con numerose testate approfondendo la geopolitica e i mercati finanziari . Radicato a Orvieto , unisce il rigore dell’analisi macroeconomica a una poliedrica produzione letteraria e musicale , decodificando la complessità del presente con uno stile incisivo e accessibile .

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