L’Impero Multitasking: se la geopolitica globale diventa un barbecue planetario
L’Impero Multitasking:
se la geopolitica globale diventa un barbecue planetario
La cronaca internazionale di questo inizio 2026 non è più cronaca: è cenere che cade lenta, come neve tossica, sui fragili equilibri del pianeta. Il mondo assiste alla stagione finale di una serie geopolitica durata troppo a lungo, caratterizzata da un cast sempre più nervoso e da una sceneggiatura che ha ormai rinunciato a qualsiasi pretesa di credibilità democratica o diplomatica.
L’asse strategico globale è stato scosso da due eventi simultanei di portata storica, orchestrati da Washington: l’Operazione Epic Fury in Iran e il blitz militare a Caracas.
Una doppia mossa che delinea il profilo di un Impero multitasking, capace di incendiare l’Oriente mentre fa pulizia nel proprio “giardino di casa”.
Il doppio blitz: la decapitazione di Teheran e il “pacco” Caracas
Il cuore del terremoto geopolitico batte a Teheran. L’Operazione Epic Fury è andata ben oltre la dottrina dei “colpi chirurgici” o delle “azioni limitate” sperimentate nel decennio precedente. Si è trattato di un’esibizione di forza totale.
- L’eliminazione di Khamenei (28 febbraio 2026): Con l’uccisione fisica della Guida Suprema Ali Khamenei tramite un attacco drone, gli Stati Uniti hanno rimosso il vertice teocratico dell’Iran, trasformando il Paese in una polveriera priva di freni inibitori. L’atto si inserisce in una scia strategica iniziata anni fa con l’omicidio di Qasem Soleimani, elevando la dottrina del regime change al suo livello più estremo e pericoloso.
- Il prelievo di Maduro a Caracas: Ad inizio anno, con una sincronizzazione da manuale, le forze speciali statunitensi hanno prelevato il presidente venezuelano Nicolás Maduro. Un blitz rapido, eseguito mentre l’attenzione dei media globali era interamente calamitata dal Medio Oriente. Il Venezuela è collassato in silenzio, come un soufflé mal riuscito, confermando la classica strategia imperiale: distrarre lo scacchiere internazionale su un fronte per ridisegnare i confini d’influenza sull’altro.
Analisi critica ed errori strategici: il pompiere piromane
L’amministrazione Trump ha rivendicato le operazioni proclamando che “l’America è di nuovo grande”, con il tono trionfalistico di chi ha appena vinto una partita a bowling. Tuttavia, un’analisi bipartisan e oggettiva degli eventi evidenzia errori macroscopici di valutazione strategica, i cui costi rischiano di superare di gran lunga i benefici tattici immediati.
L’errore del vuoto di potere
Rimuovere brutalmente la Guida Suprema in Iran senza aver pianificato una transizione o una controparte moderata con cui negoziare è un errore politico elementare, già visto in Iraq e in Libia. La decapitazione del regime non ha prodotto la democrazia, ma ha scatenato le fazioni più radicali dei Pasdaran, privando l’Occidente di un interlocutore unico, per quanto ostile.
Il cortocircuito economico globale
La destabilizzazione simultanea del Medio Oriente e del Venezuela (due dei massimi serbatoi petroliferi del pianeta) ha innescato un immediato effetto boomerang:
- Mercati in fiamme: Le borse globali sono crollate come castelli di sabbia di fronte all’incertezza.
- Shock energetico: Il prezzo del petrolio è volato a cifre record, minacciando l’economia occidentale con una nuova ondata inflazionistica.
- Ritorsioni militari: Le basi americane nella regione mediorientale sono diventate bersaglio immediato dei missili iraniani, dimostrando che la deterrenza tecnologica non annulla la capacità di risposta asimmetrica del nemico.
Il paradosso imperiale: L’America si comporta come un pompiere piromane che corre tra le fiamme gridando “ci penso io!”, mentre versa benzina su ogni focolaio. Non si costruisce un nuovo ordine internazionale accumulando rovine e detriti, ma alimentando un circolo vizioso in cui il dominio si esercita solo attraverso la destabilizzazione permanente.
Il mito dell’esportazione democratica alla prova dei fatti
Per onestà intellettuale, occorre riconoscere che l’apparato militare e di intelligence statunitense ha dimostrato una capacità tecnologica e logistica impressionante, quasi da fantascienza bellica. I droni pattugliano i cieli come falchi di precisione e la penetrazione nei sistemi di sicurezza dei paesi avversari si è rivelata totale.
Tuttavia, l’errore storico di fondo risiede nella narrazione. La pretesa di esportare la democrazia e la libertà attraverso la forza dei droni mostra la sua totale usura. Dalle praterie dei Nativi Americani fino ai deserti dell’Iraq e alle strade di Teheran, la linea di fondo appare puramente estrattiva ed egemonica.
Dietro il sorriso televisivo della propaganda e la retorica dei diritti, il “Grande Esperimento Americano” rischia di essere percepito dal resto del mondo non come una luce di libertà, ma come un incendio boschivo che attraversa i continenti. E nel 2026, l’incendio è diventato così vasto da lambire pericolosamente la stessa mano che ha acceso il primo fiammifero.
Conclusione: il barbecue planetario
La geopolitica contemporanea si è trasformata in un barbecue planetario: ognuno accende il proprio fuoco ideologico o strategico, ma nessuno porta l’estintore. Il Crepuscolo dei Dei non è più un mito nordico, ma un bollettino militare quotidiano.
Se la Casa Bianca festeggia il successo tattico della doppia cattura, il mondo reale si trova a gestire le macerie economiche e la minaccia concreta di un’escalation incontrollabile. Continuare a ignorare le conseguenze sistemiche dell’uso unilaterale della forza non è più strategia: è pura tracotanza manageriale applicata alla guerra, le cui conseguenze verranno pagate, come sempre, dai cittadini onesti e dai soldati sul campo.
Nota per i posteri (se ce ne saranno)
Gli storici del futuro, analizzando questo inizio di 2026, si chiederanno probabilmente perché nessuno, nelle cancellerie internazionali, abbia mai pensato di spegnere e riaccendere il cervello di certi autocrati e leader globali per vedere se il problema dell’ostinazione ideologica si potesse risolvere. Pare che l’interruttore generale fosse nascosto dietro un vecchio mobile della Guerra Fredda. E nessuno, a Washington come a Teheran, aveva abbastanza voglia di spostarlo
Cover: Foto di Matthias Böckel da Pixabay
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