KAOS IN MARE APERTO. L’Europa e lo spazio lasciato vuoto
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KAOS IN MARE APERTO.
L’Europa e lo spazio lasciato vuoto
C’è un’immagine che dovrebbe inquietare l’Europa più di quanto non stia facendo: alcune navi civili, appartenenti alla Global Sumud Flotilla, impegnate a portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese – o a quello che di essa rimane nella sottile striscia di Gaza – sono state assaltate da reparti della marina israeliana in acque cretesi, dunque europee.
Un’azione condotta a centinaia di chilometri dalle coste israeliane, come se la geografia non avesse più alcun valore, come se lo spazio fosse un’estensione indefinita della sovranità di chi possiede la forza per esercitarla.
La cosa più sorprendente non è l’arrembaggio in sé, ma l’indifferenza con cui è stato accolto. Un’indifferenza che rivela una verità più profonda: l’Europa non crede più nella propria geografia. Non crede nei propri confini, nei propri mari, nei propri spazi. E soprattutto non crede più nei popoli che li abitano.
È qui che il pensiero di Roberto Esposito, nella sezione Geopolitica e metafisica di Kaos (il Mulino, 2026) diventa decisivo.
Esposito scrive che oggi, a definire l’essere, non è più il tempo, ma lo spazio.
Una frase che sembra astratta, finché non la si guarda dall’Europa: se l’essere è nello spazio, allora anche il potere si gioca nello spazio. Scrive Esposito:
«…da qualche anno, in filosofia, come in politica, si è cominciato a parlare di spatial turn, alludendo alla nuova centralità dello spazio…» , un centro che fino ad oggi è stato occupato dal tempo.
E continua dicendo: «Dopo che a lungo, categorie temporali come evento, processo…progresso, hanno occupato il campo della riflessione politica, si aspetta che una ricerca su “essere e spazio” subentri a quella, celebre, su “essere e tempo”».
In definitiva lo spazio è diventato un campo di forze, non una superficie da delimitare perché, «…lo spazio politico contemporaneo non è un territorio da tracciare, ma un campo di forze in movimento».
L’arrembaggio in acque cretesi è un esempio perfetto di questa trasformazione: una forza che non riconosce confini, che anticipa la minaccia, che agisce dove può, non dove dovrebbe.
E quello che vediamo è un’Europa che non reagisce, perché non sa più cosa significhi difendere uno spazio, un mare, una comunità.
Il problema è che questa indifferenza o, al massimo, timida reazione, non è più un difetto morale ma una vera e propria prassi politica in risposta a coloro che hanno già …svoltato spazialmente: Trump nei confronti di Groenlandia, Venezuela, Iran, Cuba(?) e, ovviamente, Putin nei confronti della Ucraina, Transnistria, Georgia, Ungheria e Nethaniau verso Gaza, cis-Giordania e Libano.
Il nostro atteggiamento quello italiano ed europeo è, possiamo dirlo, il sintomo di un continente che ha smarrito la propria relazione con ciò che… contiene, che ha delegato la propria responsabilità e che vive in un tempo amministrato, ma in uno spazio abbandonato.
Esposito direbbe che l’Europa è diventata un luogo senza presenza, un territorio che non riesce più a garantire la propria spazialità. E quando uno spazio non è abitato politicamente, qualcun altro lo abita al suo posto.
Ma l’Europa, il Medio Oriente e il Mediterraneo rappresentano solo il primo teatro di questa trasformazione. Il secondo — e forse il più decisivo — è lo Spazio.
La recente ripresa dell’avventura spaziale americana verso la Luna e verso Marte, insieme alla rapidissima accelerazione cinese e di altre potenze (India, Indonesia e Giappone), mostra che la geopolitica sta diventando cosmo-politica nel senso letterale del termine: non più politica del mondo, ma politica del cosmo.
Le orbite, le lune, gli asteroidi, i pianeti stanno diventando nuovi spazi di contesa, nuovi campi di forze.
E ciò che sta accadendo in Israele, nel Golfo Persico, nel Mediterraneo — la sospensione del diritto, la proiezione extraterritoriale della sovranità, l’indifferenza verso i confini — è un’anticipazione di ciò che accadrà nello Spazio.
Se l’Europa non riesce a “difendere” Creta, come potrà difendere la propria “orbita”? Se non sa reagire a un arrembaggio nel proprio mare, come potrebbe reagire a una eventuale contesa sulla Luna?
Se non riconosce i territori abitati dai propri cittadini, come potrà riconoscere la responsabilità verso gli spazi che abiteremo domani?
Il futuro non sarà soltanto geopolitico, ma cosmopolitico e la domanda che l’Europa deve porsi è semplice e radicale: vuole essere un soggetto dello spazio o un oggetto nello spazio?
L’arrembaggio alla Global Sumud Flotilla non è un episodio isolato: è un segnale che ci dice che il potere contemporaneo si muove dove lo spazio è lasciato vuoto.
E che il vuoto, come insegna Esposito, non è mai neutro: è sempre un luogo di forze.
L’Ucraina e l’Europa e poi la Groelandia e prima di essa, il Canada e, ancora, la Palestina, la cis-Giordania, il Libano e il Venezuela, l’Iran, tutti questi spazi sono, per i vecchi e nuovi autocrati… vuoti da riempire.
Lo Spazio lo diventerà presto. La politica, dunque, se vuole sopravvivere, dovrà tornare a pensare lo spazio come forma dell’essere e come la prima e necessaria responsabilità verso chi lo abita.
Cover: Foto di Pexels da Pixabay
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