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Stefano Massini in scena con “Mein Kampf”: il potere delle parole

In scena al Teatro Comunale di Ferrara, il monologo “Mein Kampf “di Stefano Massini è un turbinio di emozioni. Applausi, tutti in piedi. L’artista, adattando per il teatro passaggi del testo di Hitler porta al pubblico i deliri di un dittatore, alla ricerca delle motivazioni più profonde che possono trascinare le masse. In nome della conoscenza. E perché ricordare è l’antidoto.

Conoscere il male serve a evitare che si ripeta. Come Primo Levi, anche Stefano Massini, primo attore italiano a essersi aggiudicato un Tony Award (l’Oscar del teatro americano), ne è fortemente convinto. Senza questa certezza, avrebbe difficilmente potuto effettuare una biopsia così precisa di un testo ‘maledetto’, proibito in Germania fino al 2016.

Ammettiamo che, prima di andare a vedere lo spettacolo, siamo andati a cercare e leggere il testo che Massini ha pubblicato con Einaudi, nel 2024: “Mein Kampf, da Adolf Hitler”, scritto in versi sciolti. L’idea dell’adattamento è venuta a Massini circa due decenni fa, come racconta in un’intervista, durante una lezione di Luca Ronconi attorno al Riccardo III shakespeariano e si è concretizzata nel 2024, con il debutto al Piccolo Teatro di Milano, ad oltre cent’anni dall’uscita di quel libro. Per anni Massini ha incrociato la prima stesura del libro manifesto con i materiali delle Conversazioni di Hitler a tavola” raccolte da Henry Picker, Heinrich Heim e Martin Bormann.

Stefano Massini, foto Filippo Manzini
Stefano Massini, foto Filippo Manzini
Stefano Massini, foto Filippo Manzini
Stefano Massini, foto Filippo Manzini

A far da prologo alle elucubrazioni di Hitler, Massini immagina che un uomo, a guerra finita, incontri in una libreria lo scrittore Emil Erich Kästner, al quale, durante il nazismo, fu vietato di scrivere i suoi libri per ragazzi – storie di ladri, avventure e inseguimenti – e che fu obbligato ad assistere ai roghi dei libri proibiti, fra cui i suoi. Era il 10 maggio 1933, a Opernplatz, nel quartiere Mitte di Berlino. Emil aveva 34 anni.

I nazisti, caro signore, erano un libro”, dice Emil, “niente sarebbe stato com’è stato, milioni di morti sarebbero vivi e milioni di libri non sarebbero cenere se un ragazzo di nome Adolf chiuso in una cella a Landsberg non avesse scritto quel libro. Crede lei che le parole siano solo inchiostro? Nossignore, sono fatti. Le parole sono sempre fatti. E non v’è cosa, fra gli esseri umani che non prenda forma lì insospettabilmente lì dalle parole”.

E da qui, in piedi su una pagina inclinata bianca luminosa e abbagliante, immersa nel buio, Massini, la macchia d’inchiostro, si trasforma, lasciando immaginare chi è.

Stefano Massini, foto Filippo Manzini

Quel giovane delirante ha un’ossessione: non vuole diventare un impiegato. Il timore, sopra ogni cosa, della nullità, della trasparenza e dell’irrilevanza.

“Ogni minimo soffio d’aria in me, ogni fremito, ogni sussulto, ogni angolo, per quanto remoto della carne di cui sono fatto, ogni parola contenuta in ogni mio singolo pensiero, ogni lettera che compone il mio nome mi conferma che non voglio diventare un impiegato”.

Ci tornano in mente le parole dell’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli che, nel 1938, fu accompagnatore, suo malgrado, di Mussolini e Hitler durante la visita di quest’ultimo in Italia, in particolare lungo la passeggiata archeologica romana e nei musei di Firenze. Tra le varie cose, Bandinelli aveva annotato sul suo taccuino, poi pubblicato, che Hitler sembrava un controllore del tram. L’immagine di un essere dimesso restava.

Da dove si inizia, per cambiare a Storia? Da dove si inizia, per cambiare tutto?”.

Questa la domanda incalzante del giovane Hitler, la domanda di ogni giorno, ininterrotta e distinta. Allo sfinimento, come allo sfinimento era quel “non voglio diventare un impiegato”.

La scelta deliberata e totale di non accettare una vita ordinaria è il primo passo verso l’ossessione di potere. Il percorso ha, allora, inizio.

Stefani Massini, foto Filippo Manzini

Dall’abbandono del tanto detestato paese natale, Braunau sull’Inn, fino alle strade di Vienna e Monaco, vivendo con 100 marchi al mese dipingendo per strada ritratti per i passanti e solo quando non piove. Si crede un artista, non lo è. Disprezza i poveri, quelli come lui che sono ai margini, si vede circondato da una società in cui nove individui su dieci sono “inaccettabilmente/arresi alla normalità”. Cerca il riscatto, vuole far parte di un’umanità di eletti. Per questo si arruola volontario a 25 anni durante la guerra mondiale che per lui non è fonte di morte e distruzione ma di selezione. Perché la guerra è selezione. Sopravvivono gli eletti.

Le folle vanno risvegliate. “Che aspettate ad alzarvi?” dice al popolo tedesco, “cosa diamine vi trattiene? Cosa vi lega mani e piedi? Eppure… Sareste una massa determinata, imbattibile, se solo osaste, se solo tentaste, se solo voleste”.

Anche la mimica e la gestualità sempre più concitata di un artista straordinario come Massini accompagnano le idee di un invasato che diventano farneticazioni.

Quell’uomo respinto dal mondo vuole farsi ascoltare, a tutti i costi, in tutti i modi. Vuole il suo nome sui manifesti. A caratteri cubitali.

Siamo di fronte a un confronto con la storia, ci sono alcuni inquietanti eco e ritorni che fanno tremare i polsi. Immenso il potere delle parole, di un linguaggio che parla a pancia e cuore, prima che alla testa, che cavalca le paure di un popolo disorientato, che trova un nemico che s’intrufola nella società.

Siamo davvero impermeabili, oggi, all’ascesa dal basso dei profeti della rabbia?

E allora, un monito: ricordare, ricordare e ricordare.

Capire il meccanismo è l’unico antidoto al suo replicarsi.

Perché, anche in un mondo che si sgretola, le parole non vanno mai accettate passivamente. Le parole, quale potere…

Mein Kampf, di e con Stefano Massini, da Adolf Hitler, scene Paolo Di Benedetto, luci Manuel Frenda, costumi Micol Joanka Medda, ambienti sonori Andrea Baggio, produzione Teatro Stabile di Bolzano, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, in collaborazione con Fondazione Teatro della Toscana. Durata 80 minuti

Immagini cortesia Ufficio Stampa Teatro Comunale di Ferrara, credits Filippo Manzini

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Simonetta Sandri

E’ nata a Ferrara e, dopo gli ultimi anni passati a Mosca, attualmente vive e lavora a Roma. Giornalista pubblicista dal 2016, ha conseguito il Master di Giornalismo presso l’Ecole Supérieure de Journalisme de Paris, frequentato il corso di giornalismo cinematografico della Scuola di Cinema Immagina di Firenze, curato da Giovanni Bogani, e il corso di sceneggiatura cinematografica della Scuola Holden di Torino, curato da Sara Benedetti. Ha collaborato con le riviste “BioEcoGeo”, “Mag O” della Scuola di Scrittura Omero di Roma, “Mosca Oggi” e con i siti eniday.com/eni.com; ha tradotto dal francese, per Curcio Editore, La “Bella e la Bestia”, nella versione originaria di Gabrielle-Suzanne de Villeneuve. Appassionata di cinema e letteratura per l’infanzia, collabora anche con “Meer”. Ha fatto parte della giuria professionale e popolare di vari festival italiani di cortometraggi (Sedicicorto International Film Festival, Ferrara Film Corto Festival ‘Ambiente è Musica’, Roma Film Corto Festival), è vicepresidente di Ferrara Film Commission e segue la comunicazione del Ferrara Film Corto Festival ‘Ambiente è Musica’. Coltiva la passione per la fotografia, scoperta durante i numerosi viaggi. Da Algeria, Mali, Libia, Congo, Belgio, Francia e Russia, dove ha lavorato e vissuto, ha tratto ispirazione, così come oggi da Roma.

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