Presto di mattina /
Cultura, balzo d’anima
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Presto di mattina. Cultura, balzo d’anima
Un balzo d’anima
Mi balzò l’anima
quando vidi i tuoi tetti
diseguali
dopo che il treno una notte
lenta d’avvicinamento
mi lasciò su una piazza desolata…
una frattura
solitaria divampò
dalla mia mestizia.
Ma i tetti non han vizi,
a’ bei solstizi
d’estate; e l’anima viaggia,
che dai tetti s’irraggia,
pei cieli asciutti,
chiari per tutti.
(Carlo Betocchi, Tutte le poesie, Garzanti 1996, 132-133; 135)
Per Carlo Betocchi la realtà è epifanica, e il balzo lo esprime, l’uscir fuori da sé stessa, il suo irradiarsi rivelandosi come un dono insperato. Nella sua poetica “balzare” è un verbo che fa breccia nella mestizia del paesaggio urbano della sua Firenze in cui vi giunse a sei anni con il padre ferroviere.
Per il poeta è un sussulto d’anima che buca la quotidianità grigia, rafferma delle cose, prigioniere di sé stesse. Allo sguardo del poeta un insieme di nuove forme, figure, paesaggi, tetti, case, nuvole, figure umane balzano fuori, come dal nulla, con una forza luminosa e improvvisa e l’anima ritorna a viaggiare di nuovo sopra l’orizzonte – un balzo un altro balzo – verso il punto più alto del sole, solstizio d’estate, promessa di un cielo chiaro e asciutto per tutti.
La cultura è un balzo d’anima per tutti
L’anima è forse un concetto? Poiché se troppo
credi ed apprezzi di averla, e la godi per te,
tu la svuoti; ma se per pietà d’altrui,
o delle cose, mentre pensi di non averla
in te la rivendica la tua pietà d’esser
pari al bisogno, tu darai forma a quella
che, faticosamente, sarà l’anima di tutti:
uomini e sassi, ed animali e piante.
(ivi, 461)
Così, proprio come un balzo d’anima, improvvisa increspatura, tra una parola e l’altra, sottotraccia, è affiorato in me il pensiero, che avrei potuto ridirla sostituendo alla parola anima quella di cultura, e avendolo fatto un altro orizzonte di senso è affiorato: “La cultura è forse un concetto? È un dare forma, non senza sofferenza e conflitti, all’anima di tutti”.
Nel balzo della cultura è la forza della condivisione con “uomini e sassi, ed animali e piante” che viene generata perché essa, direbbe Hans Georg Gadamer, «è l’unico bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande».
Se la cultura è per sé stessa si svuota, scompare come l’anima; se invece è per pietà d’altri, al loro bisogno vitale sarà per te come un pane, come un pane condiviso che spezzandolo si moltiplica e nello stesso tempo unisce molti, fa comunità attraverso una fusione di orizzonti – direbbe Gadamer – che non toglie le diversità, il molteplice, ma consente di abitare e interpretare la complessità del mondo e di noi stessi nel solco della dignità umana. La sua essenza è l’universalità, nulla si toglie agli altri, si accresce sé stessi e la vita comune rifiorisce.
Mario Luzi commentando questo testo insiste sulla «portata caritativa di questa assimilazione paritaria con le creature» anche se non si nasconde che questa singolare qualità della cultura «non è per nulla serafica ma dovuta a un impeto vigoroso (un balzo d’anima appunto) non immune da sofferenza e da rifiuti» (ivi, 614).
Cultura come relazione che apre orizzonti all’umano
Il filosofo Pierpaolo Donati, fondatore della sociologia relazionale, nel suo libro Una cultura che trasforma il mondo. La vita come relazione, Ares, Milano 2024, ripensa la cultura come modo di vivere in relazione, come prassi relazionale nel quotidiano capace di aprire orizzonti possibili all’umano e scoprire nuovi mondi vitali e modi esistenziali in cui abitare.
Nel senso datole dal Concilio vaticano II la cultura è ciò che ridà dignità e coscienza di diritti e di libertà all’uomo facendolo crescere in umanità (Gaudium et Spes, 52-62).
Nel discorso all’Unesco, pronunciato a Parigi il 2 giugno 1980 da papa Giovanni Paolo II si dice che «La cultura è un modo specifico dell’esistere e dell’essere dell’uomo. L’uomo vive sempre secondo una cultura che gli è propria, e che, a sua volta, crea fra gli uomini un legame che pure è loro proprio, determinando il carattere inter-umano e sociale dell’esistenza umana.
Nell’unità della cultura, come modo proprio dell’esistenza umana, si radica nello stesso tempo la pluralità delle culture in seno alle quali l’uomo vive. In questa pluralità, l’uomo si sviluppa senza perdere tuttavia il contatto essenziale con l’unità della cultura in quanto dimensione fondamentale ed essenziale della sua esistenza e del suo essere.
La cultura è ciò per cui l’uomo in quanto uomo diventa più uomo, “è” di più, accede di più all’“essere”. È qui anche che si fonda la distinzione capitale fra ciò che l’uomo è e ciò che egli ha, fra l’essere e l’avere. La cultura si situa sempre in relazione essenziale e necessaria a ciò che è l’uomo».
Cultura è la comunità che si prende cura
Si racconta che l’antropologa Margaret Mead a uno dei suoi studenti che gli chiedeva quale fosse il primo segno di civiltà e di nascita della cultura e, attendendosi come risposta, gli utensili di caccia o la fabbricazione di terrecotte o i dipinti rupestri, l‘antropologa sorprese tutti, individuando come primo segno di civiltà un femore rotto e ricomposto. Quando questo avviene è qualcosa di completamente nuovo che è accaduto, una nuova soglia dell’evoluzione: l’accompagnamento nelle fragilità e la cura che non abbandona l’altro. L’origine della cultura è la comunità educante alla convivenza e alla cura.
Questa storia è stata raccontata dal card. José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’educazione della Santa Sede come introduzione alla sua Lectio magistralis in occasione dell’incontro Cultura è comunità che ha inaugurato i Dialoghi di Federculture, tenuto a Roma il 3 dicembre 2025 al Palazzo delle esposizioni.
Il suo discorso ha inteso mostrare come la cultura e la comunità si generano e si intrecciano a vicenda e la riflessione poi si è sviluppata su quattro movimenti attraverso cui innestare cammini e processi generativi di cultura: “Ascolto come fondamento culturale”; “Immaginazione come risorsa di speranza”; “La cultura come cura e inclusione”; “Alleanza: intelligenza collettiva e dialogo”.
Cultura come ascolto
«Dobbiamo saper ascoltare le ferite sociali, le attese dei giovani, i bisogni di chi vive ai margini, la solitudine urbana che attraversa le nostre città come un fiume carsico. Fenomeni come la povertà educativa, la crisi della parola, il bisogno di comunità sono esperienze concrete che chiedono di essere riconosciute e accolte…
Ogni luogo possiede una memoria, un genius loci originale, un patrimonio fatto non solo di monumenti ma di abitudini, di tradizioni, di relazioni umane… Il nostro è un tempo che non può essere compreso con categorie del passato: è attraversato da transizioni epocali – ambientali, digitali, demografiche, spirituali – e segnato da accelerazioni vertiginose ma anche da smarrimenti profondi. La cultura deve costituire uno spazio in cui il cambiamento non viene semplicemente subito, ma viene interpretato, accompagnato, umanizzato».
Cultura e immaginazione
«L’immaginazione è molto più di una facoltà creativa: è una forma di responsabilità verso il futuro. È la capacità di vedere ciò che ancora non c’è, di anticipare un possibile, anche quando il reale ci appare chiuso o ostile. Una società che non immagina è come un cielo senza costellazioni: vede le luci, ma non sa dare loro un significato. Nelle società complesse, spesso non mancano le infrastrutture fisiche. Mancano quelle immateriali: visioni condivise, narrazioni unificanti, orientamenti che diano senso al nostro cammino. L’immaginazione, in questo senso, è una risorsa pubblica preziosa…
La cultura è uno dei pochi luoghi in cui l’immaginazione può esercitarsi liberamente, senza essere immediatamente tradotta in utilità economica o in consenso politico. Una società che non immagina è una società che ha perso la speranza. Una città senza immaginazione genera solo traffico; una città con immaginazione genera futuro. L’impoverimento dell’immaginazione significa anche un impoverimento generale della vita. L’immaginazione è il laboratorio segreto dove la speranza prende forma e diventa visione condivisa».
Una cultura per la comunità
«Affermare che la cultura è cura può sorprendere chi considera la cultura un lusso o un semplice intrattenimento… offre un balsamo sottile alle ferite della comunità. La cultura cura aprendo spazi di incontro, creando possibilità di riscatto, restituendo dignità alle persone. Una comunità che investe in cultura investe nella salute del proprio tessuto sociale. Tra le numerose ragioni che possono portare una persona alla fruizione culturale è spesso presente la ricerca di una guarigione interiore, di un incontro più profondo con sé stesso…
Parlare di cultura e comunità significa allora chiedersi con onestà: chi manca? Chi rimane escluso o ai margini della partecipazione culturale? Quali barriere impediscono ancora oggi a molte persone di accedere ai beni culturali, all’istruzione, alla bellezza condivisa? Una costellazione non si costruisce solo con le stelle più brillanti: conta anche la luminosità fragile, marginale, periferica. È spesso da quelle luci minute che dipende la forma complessiva.
Le politiche culturali devono diventare sempre più inclusive, capaci di coinvolgere attivamente chi spesso resta fuori: gli anziani isolati, i giovani delle periferie, le persone con disabilità, chi vive in solitudine o in povertà. Una comunità si misura anche dalla qualità delle sue porte: porte aperte, accessibili, accoglienti a tutti».
Una rete di alleanze per il bene comune
«È interessante ascoltare l’etimologia latina della parola comunità (communitas). Combinando due termini, cum e munus, spiega che i membri di una comunità non sono uniti da una radice casuale. Sono legati da un munus, cioè da un dovere comune, da un compito condiviso. Qual è questo compito? Qual è il primo compito di una comunità? Prendersi cura della vita e riabilitare il patto comunitario che è la nostra radice. Nessuna istituzione, nessun ente, nessuna comunità locale può affrontare da sola la complessità delle sfide culturali contemporanee.
L’alleanza è una forma di intelligenza collettiva che riconosce la necessità di una rete luminosa: è la consapevolezza che il bene comune non si costruisce in solitudine, ma unendo forze, competenze, creatività… Le alleanze devono manifestarsi a vari livelli: istituzionali, educativi, sociali… Ed esiste anche una dimensione spirituale dell’alleanza culturale.
Gli spazi culturali (una sala da concerto, una galleria d’arte, una biblioteca) diventano spesso soglie in cui l’umano si apre alla ricerca di ciò che lo trascende. Si tratta, qui, di riconoscere umilmente che nell’esperienza culturale è all’opera anche questa apertura al mistero, questo desiderio di un senso ultimo. Un concerto che commuove, una poesia che ci interroga nel profondo, un dipinto che ci rapisce – sono esperienze in cui ci sentiamo parte di qualcosa di più grande, di una bellezza che ci supera e ci convoca».
Cultura come arte della conversabilità e della convivenza
«La cultura può e deve essere il luogo del dialogo: non un dialogo che mira all’unanimità forzata, ma una conversabilità aperta dove le differenze possano esprimersi e incontrarsi. La cultura, infatti, non unifica cancellando le differenze, bensì unifica rendendo le differenze parlanti».
L’immagine della biblioteca come luogo in cui i libri sugli scaffali sono diversi fra loro e tuttavia vivono insieme formando una comunità testuale; come pure il silenzio che accomuna le diverse persone che la frequentano pur leggendo testi e storie diversissime formano una comunità di lettori, ciò ha suggerito a José Tolentino de Mendonça di considerare la cultura come l’arte della convivenza.
È lo spazio in cui impariamo a vivere insieme senza rinunciare alla nostra singolarità. È il luogo in cui le comunità si raccontano, si interpretano, si trasformano, trovando un senso comune che mette volti in relazione senza alterarli o cancellarli. La cultura offre il respiro lungo di cui abbiamo bisogno in un’epoca dominata dall’immediatezza e dalla reazione istantanea».
Non amare i viaggi che rendono banale la stranezza
non recarti in posti
già descritti
in fin dei conti la tradizione dice poco
e stentato indizio danno i libri della meraviglia
in cui si entra a occhi chiusi
da sempre la terra è sconosciuta e perplessa
ed è tornando a lei che ascolterai
quello che la prima volta
non avevi udito.
(J. T. de Mendonça, Estranei alla terra, Crocetti editore, Milano 2023, 91)
Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/horse_girl-2212041/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=1263165″>W P</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=1263165″>Pixabay</a>
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