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BCE, rimetti a noi i nostri debiti

Ci voleva un flagello biblico (l’epidemia planetaria da Covid-19) per trasformare la fredda scienza economica in una smisurata preghiera. “Rimetti a noi i nostri debiti”, nella parabola del Re buono e del servo spietato, è la decisione cui perviene il padrone compassionevole, che invece di farsi saldare il debito di diecimila talenti, che il servo non può pagare se non vendendo tutta la sua famiglia, gli condona interamente il debito. Peccato che, una volta libero, il servo non rimetta il debito (più modesto) che vanta nei confronti di un compagno, ma anzi gli richieda di pagarlo.

Non illudiamoci: se anche la Banca Centrale Europea condonasse il debito che vanta nei confronti dell’Italia, l’Italia si comporterebbe esattamente come il servo graziato: continuerebbe a chiederci di pagare i nostri debiti. Non possiamo quindi aspirare alla cancellazione del nostro debito da cittadini (o da sudditi, come molti ritengono di essere) verso lo Stato. Tuttavia, sul proscenio economico si è appena affacciata una proposta che sarebbe apparsa folle solo qualche settimana fa: quella che punta a convincere la BCE a rinunciare a parte del suo credito nei confronti dei Paesi dell’area euro. Attualmente, un quarto dei debiti pubblici dei paesi dell’area euro è detenuto dalla Banca centrale europea. Un centinaio di economisti (tra i quali il noto economista progressista Thomas Piketty) hanno lanciato, dalle colonne della stampa internazionale, un appello affinchè la BCE “cancelli” o renda inesigibile questa quota di debito (in parte contratto per far fronte all’emergenza Covid) in cambio dell’impegno dei paesi “condonati” ad utilizzare questa riserva per finanziare investimenti che favoriscano una trasformazione dell’economia in senso ecologico e sostenibile. L’idea venne lanciata a novembre, suscitando reazioni scandalizzate o canzonatorie, dal Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli, che disse: “nella riforma del patto di stabilità dovremo concentrarci sull’evoluzione a medio termine di deficit e spesa pubblica in condizioni di crisi e non solo ossessivamente sul debito”. Il deficit è il delta negativo tra quanto uno Stato spende in un anno rispetto a quanto incassa nel medesimo anno, delta sottoposto al rigido sbarramento del tre per cento, sempre più difficile – e forse anacronistico – da rispettare in un periodo in cui gli Stati devono spendere in deficit per non far affogare definitivamente i propri cittadini.

Citiamo dalla lettera aperta: “I cittadini scoprono, con sconcerto per alcuni di loro, che quasi il 25% del debito pubblico europeo è oggi detenuto dalla loro banca centrale. Dobbiamo a noi stessi il 25% del nostro debito. Se rimborsiamo questa somma, dovremo trovarla altrove prendendola nuovamente in prestito per far girare il debito invece di investirla, oppure aumentando l’imposta oppure abbassando la spesa. Eppure ci sarebbe un’altra soluzione. In quanto economisti, responsabili e cittadini impegnati nei diversi paesi, è nostro dovere sollecitare l’opinione pubblica sul fatto che la Bce potrebbe offrire agli Stati europei i mezzi per la loro ricostruzione in chiave ecologicamente sostenibile, ma anche riparare la frattura sociale, economica e culturale dopo la terribile crisi sanitaria che stiamo attraversando.”

La lettera prosegue affermando la consapevolezza che si tratterebbe di una decisione eccezionale, concernendo la cancellazione di un debito pari a 2.500 miliardi di euro. Eppure decisioni simili non sono prive di precedenti: nel 1953 “la Germania beneficiò della cancellazione di due terzi del suo debito pubblico, che le permise di ritrovare il cammino della prosperità ancorando il suo futuro nello spazio europeo. L’Europa non attraversa forse una crisi di dimensioni eccezionali che giustificherebbe misure altrettanto eccezionali?”. Del resto, proseguono i firmatari della lettera, “una banca centrale può funzionare con fondi propri negativi senza difficoltà. Può addirittura emettere moneta per compensare queste perdite: ciò è previsto dal protocollo n°4 accluso al trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Inoltre, giuridicamente e contrariamente a quanto affermano alcuni responsabili delle istituzioni, in particolare in seno alla Bce, l’annullamento non è esplicitamente proibito dai trattati europei. Tutte le istituzioni finanziarie a livello mondiale possono deliberare una rinuncia ai loro crediti…”. Si fa poi riferimento al Quantitative Easing (l’acquisto illimitato del debito pubblico dai paesi dell’area euro), messo in atto da Mario Draghi proprio da Presidente della BCE, per mostrare come una recente prassi di politica monetaria ritenuta borderline rispetto alle regole del trattato istitutivo della BCE sia stata attuata senza provocare alcuno scossone nel forziere dei forzieri, ma anzi abbia prodotto l’ effetto di neutralizzare la speculazione contro le economie europee più indebitate, con un effetto stabilizzatore per il quale Draghi sarà ricordato nei manuali di storia economica come “il salvatore dell’euro”. Peraltro, nonostante ormai i tassi per indebitarsi siano quasi negativi, gli Stati dal 2015 non fanno che tentare di ridurre il livello di indebitamento. Del resto, se la tua famiglia non incassa abbastanza soldi per ripagare i debiti esistenti, saresti un cretino se decidessi di prendere altri soldi in prestito semplicemente perchè sono a tasso zero. Piuttosto, cerchi di tirare la cinghia e cominciare a rientrare dai debiti che hai.

Gli economisti fanno poi un’affermazione decisiva: “…in questo ambito solo la volontà politica conta: la Storia ha dimostrato a più riprese che le difficoltà giuridiche spariscono a fronte degli accordi politici”. Questa frase non suona solo come una sconfessione dell’atteggiamento tuttora notarile di Christine Lagarde, neopresidente della BCE, che dichiara banalmente che questa proposta è irrealizzabile perchè “lo vietano le regole”. Grazie al piffero: le regole si possono cambiare, se c’è la volontà comune di farlo. In realtà, il contenuto rivoluzionario della frase risiede nel fatto che degli economisti di chiara fama riaffermano il primato della politica sull’economia, sovvertendo il mantra secondo il quale sono le leggi economiche, elevate al rango di principi della fisica, a determinare la direzione del mondo. Sono proprio alcuni tra i depositari della “scienza”  più idolatrata del mondo moderno a sovvertire le basi del ragionamento: è una politica alta e lungimirante che influenza l’economia e il destino della storia umana.

 

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Ci vorrebbe Arsenio Lupin

Qual è lo scopo della politica economica? Secondo alcuni economisti lo scopo è redistribuire reddito e opportunità di crescita togliendo a chi ha troppo e dando a chi ha poco. E’ un concetto talmente semplice che sembra appartenere al diritto naturale prima che all’economia. Eppure l’influenza che questi economisti esercitano sull’andamento dell’economia è largamente minoritaria, se guardiamo allo stato delle regole che governano il mercato dei capitali e l’imposizione fiscale nel mondo. E parliamo del nostro mondo, quello dove le persone si possono spostare da un paese all’altro ma entro certi limiti: ci sono paesi dove non puoi andare se non hai già un contratto di lavoro prefirmato, oppure al massimo se non hai una occupazione stabile ci resti con un permesso temporaneo, dopodichè o ti trovi un lavoro fisso o sciò. Se poi sei un “extracomunitario” e pretendi di venire a vivere in un paese comunitario senza che un datore di lavoro, senza averti mai visto in faccia, ti abbia già firmato un contratto, sei un irregolare o un clandestino. Quindi esiste la “libera circolazione degli esseri umani”? La risposta è: dipende. In generale, no.

Viceversa, se voglio spostare soldi da un paese all’altro dove le tasse che pago su quei soldi sono inferiori o inesistenti, lo posso fare (lo fanno anche i Presidenti di Regione, avete presente?). Se voglio intestare un patrimonio mio in modo che sia praticamente impossibile risalire al fatto che è mio, lo posso fare liberamente. Se voglio trasferire la sede legale e fiscale della mia azienda in un cosiddetto paradiso fiscale (ce ne sono anche in Europa), per pagare meno tasse (e sottrarre gettito al mio paese), lo posso fare. Quindi esiste la “libera circolazione dei capitali”? Eccome se esiste.

Un economista di nome James Tobin nel 1972 propose una tassazione sugli scambi internazionali al fine di diminuire le fluttuazioni dei tassi di cambio, prelevando una piccola aliquota (mezzo punto percentuale) ad ogni cambio da una valuta ad un’altra, e scoraggiando la speculazione.

In un articolo scritto nel 2001, lo stesso Tobin precisava che già John Maynard Keynes avanzò l’idea di un’imposta sul profitto. Tobin rilanciò nelle “Janeway Lectures” a Princeton l’idea di Keynes in una nuova veste, sotto forma di un’imposta volta a colpire in lieve misura le transazioni sui mercati valutari con l’obiettivo di stabilizzarli attraverso la penalizzazione delle speculazioni a breve termine: si era all’inizio degli anni ’70, all’indomani dell’abolizione degli accordi di Bretton Woods, accordi che fino a quel momento avevano garantito la parità dollaro/oro e limitate oscillazioni dei tassi di cambio. Tobin intendeva “gettare sabbia nel meccanismo della speculazione e del dominio dei mercati finanziari”.

Tobin fu insignito negli anni 80 del Premio Nobel per l’economia, che assomiglia sempre più ad una medaglietta da mettere all’occhiello dei perdenti di successo. L’ipotesi di adozione di una versione estesa della Tobin Tax, applicata anche alle transazioni azionarie, è fallita. In Svezia la tassa venne introdotta nel 1984 per poi essere abolita nel 1991. Nel 2011 la Commissione Europea presentò un progetto per l’introduzione della Tobin Tax al fine di armonizzare le diverse forme di tassazione sulle transazioni finanziarie presenti in alcuni stati membri dell’Unione: naturalmente non se ne è fatto nulla. In Italia una piccola tassazione è in vigore dal 2013: colpisce il trasferimento della proprietà di azioni e di altri strumenti finanziari, con un’aliquota dello 0,2%, ridotta allo 0,1% in caso di trasferimenti che avvengono in mercati regolamentati.
L’aliquota si applica al valore della transazione, inteso come “saldo netto delle transazioni regolate giornalmente relative al medesimo strumento finanziario e concluse nella stessa giornata operativa da un medesimo soggetto “: ne consegue che in caso di operazioni di acquisto e successiva vendita (e viceversa) chiuse in giornata la Tobin Tax non viene applicata. Peccato che ormai tantissima speculazione avvenga in questo modo(esempio: acquisto mille azioni della società xy e entro la fine della giornata le vendo tutte e mille; il saldo netto è zero, quindi niente imposta)

Regolamentare e tassare la speculazione sul denaro ricorda la lotta tra doping e antidoping: una volta che trovi il modo di individuare una sostanza proibita, il crimine al servizio della performance ha già trovato una sostanza nuova che i test scopriranno cinque anni dopo, e così via. Il male arriva sempre prima del bene. E il bene è anche poco furbo: annuncia la sua battaglia ben prima di combatterla, e così facendo la perde in partenza. E’ quello che succede ogni volta che in Italia qualcuno cerca di colpire le rendite di capitale(mobile o immobile): si agita la “patrimoniale” come se fosse una muleta, gli oppositori soffiano dal naso come il toro alla vista del panno rosso, solo che in questo caso non muore il toro, muoiono la muleta e il torero.

Quelli che osteggiano la cosiddetta “patrimoniale” sollevano le seguenti obiezioni: 1.prima andrebbe riformato il valore delle rendite catastali, che è vecchio e non attuale. 2.perderemmo gettito fiscale e liquidità preziosa, perchè con un click sul computer si possono spostare i soldi all’estero o con poche abili manovre creare un trust che renda oscuro il proprietario dei beni da tassare. 3.la proposta prevede di togliere l’IMU sugli immobili non di lusso, quindi non ha copertura finanziaria, e farebbe perdere entrate fiscali. Ebbene: 1.se venisse aggiornato il valore delle rendite catastali gli immobili ad essere tassati(che rimarrebbero comunque quelli di pregio) sarebbero molti di più, quindi il gettito fiscale aumenterebbe (ma sospetto che molte delle case degli “oppositori” verrebbero coinvolte,  e qui risiede la vera ragione dell’obiezione); 2. tutto vero, purtroppo. Ma chiedete agli obiettori se sarebbero favorevoli ad una tassa transnazionale sull’esportazione di capitali o sull’occultamento di patrimoni. Vi risponderebbero che sarebbero misure liberticide, che vanno contro la libera circolazione dei beni. Finchè sono i beni a circolare, la libertà deve essere totale; 3.infatti gli oppositori vogliono continuare a fare in modo che lo Stato possa incassare montagne di denaro dal cosiddetto “ceto medio” che loro dichiarano di difendere, lasciando una tassazione ridicola (in proporzione) per le proprietà di notevole valore.

La realtà è che una tassa sui grandi patrimoni, mobiliari e immobiliari, si scontra con una legislazione mondiale che difende i ricchi e tartassa i poveri e il ceto medio; laddove per ceto medio si intendono le persone oneste, o comunque quelle che, per amore o per forza, non possono nascondere nulla al fisco. Lì il fisco è spietato ed occhiuto, mentre è cieco quando si tratta di scovare i grandi trust o gli evasori totali – che, paradossalmente, potrebbero non pagare nulla sulle loro irrintracciabili ricchezze proprio mentre incassano un reddito di cittadinanza. La realtà è (anche) che un sistema di capitali liberamente trasferibili senza barriere, di transazioni speculative libere da ogni imposizione se chiuse entro la giornata, in effetti rischia di togliere molta base imponibile a misure del genere, che in sè sarebbero sacrosante.

E’ anche vero che per fare certe cose (nascondere i propri beni o spostarli in paradiso) ci vuole un po’ di tempo. Purtroppo, quando certe misure si annunciano, o compaiono sotto forma di emendamento, svanisce l’effetto sorpresa e si lascia a questa gente il tempo di organizzarsi. L’unico modo per farla funzionare è batterli sul tempo e prenderli alla sprovvista, con un bel provvedimento immediatamente in vigore che consideri i valori ad una certa data, e prenda ai ricchi per dare ai “poveri”, esattamente come faceva Robin Hood. Non sarebbe comunque una redistribuzione equanime, perchè il già nascosto e sommerso resterebbe intoccato. Del resto, nemmeno Arsenio Lupin pretendeva di cambiare il mondo, ma nel suo piccolo era un ladro gentiluomo.

RICOMINCIARE DA CAPO
Le misure europee non bastano, occorre una nuova e diversa politica economica

Giovedì 23 aprile si è tenuta la riunione del Consiglio dell’UE, quella che riunisce i capi dei governo dei 27 Paesi membri per mettere a punto gli interventi per fronteggiare la crisi derivante dalla vicenda Coronavirus. In buona sostanza, esso, da una parte, ha ratificato i risultati già raggiunti dall’Eurogruppo nelle settimane passate e, dall’altra, ha deciso di dar vita al ‘Fondo per la ripresa’.
Se vogliamo una sintesi di quanto deciso: A ) conferma dello stanziamento di circa 500 miliardi complessivi tra MES, Fondo contro la disoccupazione e intervento della Banca Europea degli Investimenti; B ) niente sugli Eurobond e mutualizzazione del debito; C ) creazione del nuovo strumento del ‘Fondo per la ripresa’ di marca francese. Quest’ultimo fondo dovrebbe essere alimentato da risorse significative, ancora però non quantificate in modo preciso, né si è definito della loro suddivisione tra aiuti a fondo perduto e prestiti. Il Fondo per la ripresa ha poi un altro grande difetto: prevede interventi troppo dilatati nel tempo, visto che la nascita del Fondo è collegata al bilancio europeo 2021-2027, mentre la profondità della crisi esige risposte ben più rapide.

Quanto al Fondo Salva Stati (il MES) – che abbiamo da più parti sentito definire “senza condizionalità” – va sottolineato che continua ad essere uno strumento troppo rischioso: oltre ai risparmi decisamente bassi che garantisce rispetto all’attivazione di altre linee di credito, rimane la mancata chiarezza (anche dopo la riunione del 23 aprile) sulle condizioni cui sottostare per il suo utilizzo, che sembrano oggi non presenti, ma che non si esclude possano essere ripristinate in un secondo tempo.
Una risposta dunque complessivamente inadeguata, che appare insufficiente a ridurre le distanze e gli squilibri tra Paesi forti e Paesi deboli che la crisi sta ampliando all’interno dell’Europa, rischiando di mettere in discussione la sua stessa ragione d’essere e di rafforzare i nazionalismi e i populismi, già oggi troppo presenti nelle varie situazioni nazionali. Di ben altro ci sarebbe stato bisogno e ci sarà bisogno, a partire dalla condivisione dei debito, dalla creazione di un conseguente spazio fiscale europeo e dall’affermazione di un ruolo di prestatrice di ultima istanza della BCE, quello cioè di una reale banca centrale pubblica.
In questo quadro, però, non bisogna trarre allora la conclusione che “occorre fare da soli”: una espressione sbagliata perché implica la rinuncia a continuare la battaglia per cambiare gli orientamenti assunti a livello europeo. Si tratta invece di avere la consapevolezza che, sin da adesso, occorre mettere in campo un’iniziativa forte a livello nazionale, che vada ben oltre la logica emergenziale, che è quella che sta contraddistinguendo i decreti in materia economica di marzo e aprile. A maggior ragione se, a partire dall’estate e dall’autunno, ci ritrovassimo in una situazione di ‘agitazione’ dei mercati – il capitale finanziario – con tanto di innalzamento dello spread e ripresa delle attività speculative, come testimoniato dalla recente vicenda del prezzo del petrolio, sceso addirittura a livelli negativi.

In un articolo precedente su questo giornale [Qui] ho già fatto riferimento ad alcuni interventi relativi alla gestione del nostro debito pubblico, come quello di un ruolo attivo della Banca d’Italia e di un prestito obbligazionario ad hoc, rivolto ai risparmiatori italiani. Ciò che però già oggi serve, è delineare un nuovo quadro di politica economica e sociale, in controtendenza rispetto alle scelte compiute negli ultimi anni. A me non pare esista una reale alternativa a questa prospettiva: si illude chi pensa, probabilmente lo stesso Draghi e la gran parte della politica nostrana, che oggi basti  intervenire con quante più risorse possibili, sforando i classici vincoli di deficit e debito pubblico, pensando che, una vota finita l’emergenza, il meccanismo economico possa ripartire come prima.  Non fosse altro perché, in questa visione di continuità con le politiche del passato, il debito dovrà essere ripagato e, stante la profondità della crisi, non si vede come ciò sia possibile senza evitare il rischio di un reale impoverimento di massa.
Parliamo, infatti, di previsioni di un calo del PIL di circa l’8% nel corso del 2020, di un deficit pubblico attorno al 10% e di un debito pubblico che potrà attestarsi attorno al 155% del PIL, rispetto al 134% del 2019: dati che fanno impallidire la crisi del 2008-2009 e che ci riportano, per ordini di grandezza, solo alla caduta determinatasi con l’ultima guerra mondiale. Così come non è pensabile, come dopo il 2011, ricorrere a ulteriori ‘sacrifici’, dopo quelli realizzati con la controriforma dei diritti del lavoro ( vedi smantellamento dell’art.18), di quella delle pensioni ( vedi legge Fornero) e la privatizzazione di pezzi fondamentali dello Stato Sociale e dei Beni Comuni.

Per queste ragioni, diventa non solo giusta, ma necessaria una  svolta profonda, un nuovo paradigma nelle politiche economiche e sociali. Si tratta, per dirlo con una metafora, di arare e seminare un nuovo campo, invece di  buttare nuovi concimi in una vecchia coltura.
Questa svolta di fondo deve concretizzarsi in un grande Piano di investimento e intervento pubblico e in nuove risorse economiche per sostenerlo. Un grande Piano di investimento e intervento pubblico concentrato su alcuni precisi settori e campi di azione che siano capaci, contemporaneamente, di produrre nuova qualità dello sviluppo, ricchezza sociale, buona occupazione e anche un reddito universale di base.

Ho in mente almeno tre campi d’intervento, senza peraltro pensare in modo esclusivo ad essi: il rilancio della sanità e della scuola pubblica (e del Welfare in generale), la riconversione ecologica del sistema economico e un forte intervento per il riassetto idrogeologico del territorio, inclusa la difesa dei Beni Comuni.
Ci sono già proposte e intelligenze per procedere in questa direzione, ma, ovviamente, occorre mettere in campo risorse per diverse decine di migliaia di miliardi di Euro perché esso possa decollare e diventare motore di un diverso modello produttivo e sociale. Peraltro, anche su questo versante, è possibile indicare l’impianto di fondo: un’imposta sulle grandi ricchezze patrimoniali e finanziarie, una lotta decisa e tempestiva lotta all’evasione e alla elusione fiscale, la ricapitalizzazione e il riorientamento delle risorse di Cassa Depositi e Prestitin (CDP), facendola diventare una banca pubblica a tutti gli effetti.

La prima di queste misure dovrebbe essere una patrimoniale concentrata però sui soggetti più ricchi, quelli che indicativamente hanno una ricchezza netta superiore agli 800.000 Euro, che potrebbe dare un gettito annuo che va dai 5 ai 10 miliardi di Euro. In più, avrebbe il pregio di ridurre le grandi disuguaglianze che si sono accresciute negli ultimi anni, visto che, come afferma la Banca d’Italia, più di due terzi della ricchezza netta è posseduta dal quinto più ricco delle famiglie.
L’evasione fiscale si aggira attualmente attorno ai 120 miliardi di Euro. Volendo, esistono le strumentazioni per intervenire in modo significativo su di essa.
Infine, per quanto riguarda Cassa Depositi e Prestiti, l’ultimo Piano industriale (2019-2021) prevedeva interventi per circa 200 miliardi di Euro, finalizzati però quasi esclusivamente al sostegno delle imprese e delle esportazioni. Ora invece andrebbero reindirizzati alle nuove priorità, assieme ad un ulteriore dotazione di risorse provenienti dalla sua ricapitalizzazione.

Qualcuno potrebbe obiettare che quanto delineato è un bel  ‘libro dei sogni’. In realtà, tale progetto è non solo socialmente equo, ma concreto e praticabile. E alla fin fine è l’unico realista rispetto alla situazione che stiamo attraversando. Ciò non significa che possa affermarsi tranquillamente, tutt’altro: i poteri forti, i grandi interessi economici, e ad oggi anche la gran parte della politica non intendono incamminarsi lungo questa prospettiva. Proprio per questo, occorre una forte mobilitazione, a partire dai movimenti e dalle organizzazioni sociali e della stessa cittadinanza attiva.
Del resto, proprio da qui bisognerà passare, se non si vuole che ritorni una normalità ingiusta e che non funziona. Sentiamo tutti i giorni i ringraziamenti verso gli infermieri, i medici, gli operatori socio-sanitari, e gli autisti, i netturbini e i tanti altri ancora che hanno tenuto in piedi il Paese nell’emergenza. Il rischio vero è che, cito una recente intervista a la Repubblica di Marco  Revelli, “passata l’emergenza si torni agli equilibri di prima: in alto i soliti, in basso gli eroi di oggi, che rischiano di diventare eroi di un  solo giorno“.

Miseria e nobiltà: dati sulla ricchezza globale e considerazioni sulla povertà

Il Billionaire Census 2018 ci aggiorna sullo stato di salute dei miliardari nel mondo. Ebbene nel 2017 c’è stato un aumento del 14,9% in numero e del 24% in volume rispetto all’anno precedente.

miliardari nel mondo 2017

Dunque 2.754 miliardari che possiedono una ricchezza di 9.205 miliardi di dollari, circa 4 volte il Pil italiano, che però dovremmo dividere per 60 milioni di persone.
Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, risulta la persona più ricca del mondo. La sua fortuna è aumentata di 34,2 miliardi di dollari nell’ultimo anno per arrivare ad un patrimonio netto di 133 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti hanno il numero maggiore di miliardari, con 680 persone, con un aumento del 10% rispetto al 2016. Tuttavia, il numero dei super ricchi in Cina sta crescendo rapidamente e, con un aumento del 36%, conta ben 338 miliardari. Germania, India, Svizzera, Russia e Hong Kong hanno tutti più miliardari del Regno Unito, che l’anno scorso ha perso quattro miliardari e si è portata a 90 fortunatissimi.
Aumentano nella super classifica le presenze femminili. La popolazione femminile miliardaria è, infatti, aumentata del 18%, raggiungendo quota 321, rispetto a un incremento del 14% del numero di maschi. Tuttavia, le donne rappresentano solo l’11,7% del totale.

E l’Italia? L’Italia si piazza bene anche nella classifica della ricchezza privata finanziaria per Stati, dove risulta al decimo posto anche se con una perdita del 19% rispetto al 2000.
Ecco la classifica dei più ricchi nostrani.

Ovviamente se considerassimo anche il valore degli immobili la ricchezza privata italiana sarebbe molto più alta, oltre gli 8.500 miliardi di euro (fonte: Banca d’Italia). In ogni caso la somma della ricchezza così configurata di questi dieci paesi rappresenta il 73,5% della ricchezza mondiale, in altre parole il resto del mondo (circa 180 paesi) deve dividersi il rimanente 26,5%.

Ma qual è la ricchezza finanziaria mondiale? Il Rapporto Global Wealth 2018 ci toglie qualche curiosità.

Classifica della ricchezza per Stati

Ebbene, 201,9 trilioni (201.900 miliardi) di dollari in costante crescita, compresa la quota europea, come si vede dall’infografica sopra.
Di solito siamo abituati a vederci dividere il debito pubblico procapite per rimarcare le nostre colpe e propagandare l’austerità. Se invece facessimo la stessa operazione con la ricchezza?

Ricchezza totale e per regioni del mondo
Divisione della ricchezza per regioni del mondo e procapite

Scopriremmo che ogni essere umano possiede 40.000 dollari, ma se la divisione la facessimo per aeree geografiche, noi italiani avremmo addirittura 142.000 dollari a testa mentre un africano dovrebbe accontentarsi di 3.000 dollari. Sempre ricordando che stiamo parlando di ricchezza finanziaria, esclusi quindi immobili privati e vari asset statali, non si può non constatare che questa, pur sottostimata, supera l’entità del debito globale (leggi l’articolo di Ferraraitalia).

Ci si spaventa del debito ma i numeri dicono cose oltre la paura. Per esempio che il debito accompagna la crescita e che nel mondo c’è molta più ricchezza di quanta ne serva per ripagarlo, almeno ragionando in termini di statistiche e di medie. Siamo comunque inondati di ricchezza, abbiamo miliardari, ma anche tanti milionari; noi italiani viviamo in un Paese con una ricchezza privata globale che rasenta i 9.000 miliardi di euro, uno Stato che possiede beni artistici e culturali mobili e immobili per un valore di 219,3 miliardi di euro (fonte: ilsole24ore), circa 500 miliardi di immobili, terreni e armamenti (fonte: La Repubblica) e poi partecipazioni varie per un valore di circa 45 miliardi, e tanto altro che normalmente non viene calcolato nei bilanci: strade, ponti e tubi fognari sono beni per un Paese, così come il denaro che i governi hanno in banca, i loro investimenti finanziari, i pagamenti a loro dovuti da privati e imprese. Anche le riserve di risorse naturali nel sottosuolo fanno parte del patrimonio, cosa particolarmente importante per paesi ricchi di risorse naturali come la Nigeria e la Norvegia. Ma i beni includono anche le imprese statali come le banche pubbliche e, in molti paesi, i servizi pubblici come le aziende elettriche e idriche. Lo dice il Fondo Monetario Internazionale nel suo ‘Government Debt Is Not the Whole Story: Look at the Assets’.

Per il Fondo Monetario Internazionale il debito è solo una parte della storia, mentre le imprese pubbliche sarebbero da considerare ricchezza, peccato che in Italia sia partita dagli anni Novanta la gara alla privatizzazione di qualsiasi cosa si ‘muova’.
Tenuto conto di tutto questo, quando parliamo di austerità, sacrifici, scuole che crollano e ospedali che chiudono di cosa esattamente stiamo parlando? Di economia o di politica?

Chiudo con due considerazioni. La prima affidata a un estratto dell’ultimo rapporto Istat, ‘Condizioni di vita, reddito e carico fiscale delle famiglie‘ del 6 dicembre 2018 che chiude degnamente il discorso sul 2017.
Un decimo della popolazione è in condizioni di grave deprivazione materiale
Nel 2017, il 20,3% (valore pressoché stabile rispetto al 20,6% del 2016) delle persone residenti in Italia risulta a rischio di povertà, cioè fa parte di famiglie il cui reddito disponibile equivalente nel 2016 (anno di riferimento dei redditi) è inferiore alla soglia di rischio di povertà, pari a 9.925 euro (il 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito disponibile equivalente); il 10,1% si trova poi in condizioni di grave deprivazione materiale (in forte diminuzione rispetto al 12,1% dell’anno precedente), mostra cioè almeno quattro dei nove segnali di deprivazione previsti; l’11,8% (12,8% nel 2016) vive in famiglie a bassa intensità di lavoro, ossia in famiglie con componenti tra i 18 e i 59 anni che nel 2016 hanno lavorato meno di un quinto del tempo.

Indicatori di povertà.

La seconda considerazione riprende una frase di Winnie Byanyima, direttore esecutivo Oxfam, che qualche tempo fa ha detto: “Sono qui per dire ai grandi affaristi e ai politici che questo non è naturale, che sono le loro azioni e le loro politiche aver causato tutto ciò, e possono ancora invertirlo: siamo stanchi di sentir dire loro che sono preoccupati per la diseguaglianza e non fare nulla al riguardo, ora vogliamo i fatti”.
Questa frase che seguiva uno dei tanti rapporti Oxfam che evidenziava come l’82% della ricchezza generata nel 2017 nel mondo era andata all’1% più ricco della popolazione, mentre un buon 3,7 miliardi di persone non se ne erano nemmeno accorti.

Nota metodologica: per i dati sulla ricchezza mondiale si è tenuto conto dei risultati del Global Wealth 2018 del Boston Consulting Group (BCG) relativo ai dati sul 2017. Il Global Wealth 2018 del Credit Suisse rileva dati sulla ricchezza globale notevolmente più elevati e per l’anno 2018 la porta a 317 trilioni di dollari.

I bilanci non misurano la felicità dei cittadini

Il grafico che segue contiene i dati a consuntivo del bilancio dello Stato fino al 2017 e prosegue poi con le previsioni fino al 2021. Cosa ci dice?

Intanto riportiamo il tutto in percentuale del Pil, il che aiuta a fare le proporzioni di quanto si spende in un dato anno rispetto a quanto si ha a disposizione e aiuta a fare un confronto più agevole con gli anni precedenti

Si osserva dunque che l’indebitamento dello Stato si sta assottigliando sempre di più e che, quindi, stiamo andando verso un sostanziale pareggio di bilancio.

Il dato inquietante però è che, come si vede in termini assoluti dai saldi del primo grafico e dalle percentuali del secondo grafico, l’indebitamento si abbassa al crescere del saldo primario, che rappresenta in sostanza la spesa primaria dello Stato, cioè i costi sostenuti dallo Stato nell’assicurare i bisogni primari dei cittadini: istruzione, sanità, welfare, assistenza. In sostanza già adesso sappiamo che per ottenere quei risultati di bilancio avremo sempre meno risultati nel sociale. Avremo insomma: meno istruzione, meno sanità, meno welfare, meno assistenza.

Andiamo al dettaglio.
Dal lato delle spese (uscite), possiamo apprezzare che dal 2015 al 2021 sono previste diminuzioni in termini percentuali praticamente in tutto. 2,3 punti nella spesa corrente al netto degli interessi e 1,2 punti nella spesa in conto capitale. Gli interessi passivi, invece, continueranno a essere una spesa sostanziosa sul totale, caleranno solo dello 0,3%. In termini assoluti cresceranno da 68 miliardi e 61 milioni del 2015 a 72 miliardi e 297 milioni del 2017, in termini sociali continuerà semplicemente a rappresentare la terza spesa dello Stato dopo previdenza e sanità.

Dal lato delle entrate. Un calo delle entrate tributarie dello 0,8% e dello 0,2% dei contributi sociali. Il resto della diminuzione viene dalla voce “Altre entrate correnti”, in pratica da entrate eventuali e non certe, dello 0.5%.

Dunque lo Stato si prefigge di arrivare a un sostanziale pareggio di bilancio che dovrà essere ottenuto attraverso il contenimento della spesa. Si manterranno sostanzialmente stabili le spese per il sociale e non si faranno investimenti, il che rende la crescita solo eventuale e legata a fattori esterni, cioè si dà per certo un costante aumento delle esportazioni, niente shock valutari e materie prime sostanzialmente a buon mercato.
Dovendo rispettare i parametri imposti dai trattati europei lo Stato potrà quindi solo incassare e non spendere, dovrà in pratica finanziare tutte le sue spese con le tasse dei cittadini, i quali dovranno anche finanziare l’indebitamento sui mercati, cioè mantenere costante la spesa per interessi che, nonostante si arrivi al pareggio di bilancio, ci continuerà a costare mediamente 70 miliardi all’anno.
Il tutto nella speranza che non cambino le condizioni internazionali sopra descritte, perché se uno dei fattori variasse allora tutto il costrutto crollerebbe, il pil smetterebbe di crescere e quindi dovrebbero necessariamente aumentare le entrate (tasse) per restare nei parametri di Bruxelles.

Parametri fissi in un mondo in continuo mutamento, un po’ come programmare la nostra vita immaginando una temperatura costante di 20° in tutta Europa per i prossimi 3 anni. In realtà non possiamo sapere se domani il prezzo del petrolio aumenterà o se l’euro si apprezzerà nei confronti del dollaro, quindi non possiamo sapere se dovremo spendere di più in importazioni o se incasseremo di meno con le esportazioni. L’unico modo per non bagnarsi quando ci sono nuvole all’orizzonte in mezzo a tuoni e lampi è uscire con l’ombrello e l’impermeabile, avere insomma degli strumenti da poter utilizzare al bisogno.
Le regole europee impongono invece di lasciare ombrelli e impermeabili a casa per non rischiare di consumarli e contemporaneamente prevedono sanzioni nel caso ci si bagni. Uno Stato ha i mezzi per controllare mercati, interessi, cambi, debito e moneta, ma decide di affidarsi a una Commissione che provveda a sanzionarlo se dovesse decidere di usarli.
In sostanza si creano previsioni che servono solo ad aggiustare i conti, senza tener conto dei bisogni dei cittadini, stando bene attenti a che questi ultimi paghino costantemente gli interessi a banche, finanza e speculatori occasionali o di professione. Interessi che vengono immaginati costanti anche quando lo Stato smettesse di indebitarsi, a pareggio di bilancio raggiunto.

E che i bisogni dei cittadini non siano al centro degli interessi lo si vede dalle previsioni contenute nel Def (documento di economia e finanza) del passato Governo.

Il che vuol dire che ancora nel 2020 più del 10% della popolazione non usufruirà dei vantaggi dell’approssimarsi della messa in sicurezza dei conti, che il cittadino va da una parte e le previsioni economiche dall’altra. E allora non si gridi allo scandalo se qualcuno continuerà ad avere dubbi sulla costruzione dell’impianto europeista basato sulla stabilità dei conti e sul benessere competitivo e concorrenziale alla portata di pochi scaltri o fortunati.

Come se ne esce dal lato del cittadino? Semplicemente imparando a considerare uno Stato diverso dalla bottega del barbiere: ridandogli gli strumenti per proteggersi dalla pioggia ovvero una Banca Centrale di proprietà dei cittadini, ripristinando il controllo sui capitali, mettendo limiti alla globalizzazione e dando più attenzione ai territori, con piccole banche locali che diano credito agli imprenditori locali, sul modello tedesco per esempio, supportando la produzione e l’industria italiana, la piccola e micro impresa, cioè il 95% delle aziende italiane. Aggiungerei un freno all’idea che tutto ciò che è grande è anche bello, quindi un limite alle multinazionali che poco hanno a che fare con la tradizione e la realtà italiana e per finire un deciso stop alle privatizzazioni che limitano la possibilità di poter operare un controllo dello Stato a favore della comunità.

La nostra vita non è rappresentabile in un foglio di bilancio esattamente come il pil non rappresenta la felicità. Inoltre bisognerebbe considerare l’oggetto dei bilanci, cioè i soldi, come il mezzo per scambiare i beni e i servizi e non il mezzo per produrli e, per finire, comprendere non c’è bisogno di tenere realmente il tasso di disoccupazione all’11% perché il lavoro non manca, ci sono tante cose da fare. Quello che oggi manca non è il lavoro, ma solo i soldi per pagarlo e questo in un mondo dove i soldi… non possono finire!

Deficit: spesa o investimento sul futuro?

Quanti di noi ritengono onorevole contrarre dei prestiti per far studiare i propri figli? Negli Stati Uniti il prestito per poter frequentare l’università è una prassi e ci si indebita di molte migliaia di dollari sapendo che in futuro bisognerà restituirli a rate e per decenni. Quindi si spende oggi più di quello che si possiede, ci si indebita per assicurarsi un futuro da ingegnere oppure da avvocato o addirittura da astronauta e scienziato.
A nessuno verrebbe di imporre al buon padre di famiglia di non contrarre un prestito per migliorare le aspettative sul futuro di suo figlio o addirittura di punire quest’ultimo quando lo si scoprisse a varcare la soglia del college.
Agli Stati invece viene imposto il controllo del deficit di bilancio sui conti pubblici facendolo passare per una cosa logica, auspicabile, di buon senso; e si impiega addirittura l’anno solare come termine per rientrare del proprio investimento come se questo possa convergere con l’anno economico.

Un investimento va visto in termini di ciclo economico: il prestito o deficit fatto per lo studio è un investimento che si calcola su un’intera vita umana, un ciclo economico che solitamente dura dall’iscrizione all’Università, passa per la ricerca di un lavoro, fino al miglioramento delle proprie condizioni di vita sociale. Una durata anche di venti o trent’anni.
Una spesa a defict per un investimento in ricerca sul cancro significa aspettarsi un ritorno, in termini di miglioramento delle condizioni di salute, per le prossime generazioni. Spendo quindi oggi e indebito l’attuale generazione – in termini di moneta, cioè nella realtà in termini macroeconomici e di Stati: “non indebito” – per lasciare una vita più lunga e più sana ai miei figli e nipoti. Tito Boeri eventuale ministro delle Finanze forse calcolerebbe la cosa in maniera diversa: vedrebbe la spesa di oggi come un peso per le future generazioni in termini di soldi, perciò raccomanderebbe di non spenderli oggi per lasciarli ai malati di cancro di domani, i quali, ovviamente, sarebbero molto contenti della scelta ed esulterebbero di essere più ricchi finanziariamente anche se malati di cancro.
Anche in termini politici esiste una differenza tra l’anno solare e l’anno politico, che rimarca la differenza di visione tra lo ‘statista’ e il ‘politico’. In Italia viene comunemente attribuita ad Alcide de Gasperi la frase: “Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione”.

Del resto queste sono le ricette economiche e le politiche consigliate dal Fondo monetario internazionale, che prima di concedere prestiti si assicura che i soldi prestati non vengano spesi in investimenti improduttivi, come la salute o l’istruzione, ma solo che si possa essere in grado di restituirli con gli interessi. Immaginatevi se tutte le casalinghe cominciassero a ridurre la spesa giornaliera e quindi mettessero a tavola ogni giorno meno pane, pasta, vino e smettessero anche di comprare biscotti e brioches per la colazione. Mangiare di meno, spendere di meno, produrre di meno, lavorare di meno, tutto di meno compreso ovviamente i deficit. A quel punto di più avremmo solo la disoccupazione, i poveri, il numero delle aziende costrette a chiudere.
In realtà l’unica differenza tra la politica economica involontaria e immaginaria della casalinga di Vogh(i)era e quella reale e volontaria del Fmi è la cattiveria di fondo: l’una lo farebbe pensando di far del bene, mentre l’altro per i propri interessi e quelli dei creditori finanziari, che mai coincidono con gli interessi del popolo. La politica, concorde nel guardare all’anno solare, all’elezione prossima e alla punta del naso, legifera per l’occasione spaventando e utilizzando i mostri da tutti temuti: shrek, la notte fonda, la Cina, l’inflazione e l’immancabile debito pubblico.

L’errore quindi, o uno degli errori, nel giudicare la bontà di un investimento, è il lasso di tempo che gli si mette a disposizione per la verifica degli effetti e davvero risulta complicato, se non assurdo, immaginare che la spesa di uno Stato possa essere verificata di anno in anno. Uno Stato spende per sanità, ricerca, benessere dei suoi cittadini e persino quando elargisce pensioni o stipendi non fa altro che aumentare la possibilità di spesa e di richiesta di beni, quindi espande la sua economia piuttosto che contrarla. Lo Stato dovrebbe preoccuparsi di come possano essere creati beni e servizi da comprare con i soldi, non se mettere o meno questi ultimi a disposizione della cittadinanza.
La spesa dello Stato è uno degli strumenti a disposizione per governare l’economia piuttosto che subirla, per controllare e modificare i cicli economici ed evitare boom e crisi, per assicurare un futuro alle prossime generazioni senza distruggere quelle attuali.

Come dice l’economista americano Mark Blyth, “sarebbe difficile pensare che oggi avremmo avuto internet, il we, e lo smartphone senza gli investimenti del governo federale partiti negli anni Sessanta”.
Gli effetti delle politiche e degli investimenti macroeconomici degli Stati, come quelli delle famiglie per i figli, si vedono nel tempo. Chi non investe e non spende rimane al punto di partenza e le generazioni future non raccolgono i frutti dell’impegno e della visione di quella precedente.
A cosa ci hanno portato i valori del controllo del deficit, del debito pubblico, del pareggio di bilancio? Bisogna ricordare che sono valori perseguiti e ottenuti non da oggi, ma dall’inizio degli anni Novanta e che proprio questi hanno portato ai disastri attuali, come la svendita del patrimonio pubblico, la mercificazione dei valori di condivisione, partecipazione e cooperazione. Hanno portato ad avere un popolo che lavora, suda e soffre da solo con sempre meno Stato su cui poter contare e sempre più mercato a cui pagare interessi.

Due grafici per sintetizzare. Il primo del Ministero dell’economia e delle finanze, dove si evidenziano i continui surplus di bilancio dello Stato italiano, maggiori dei suoi competitor europei e realizzati per poter pagare gli interessi sul debito togliendo risorse ai cittadini.

Il secondo, invece, mostra dove vanno a finire sangue e sudore della gente comune (fonte:Oxfam).

L’Italia ha un alto debito pubblico: il nuovo dogma cui nessuno può obiettare

A che scopo impegnarsi, studiare, verificare i dati, verificare le teorie e i risultati pratici delle politiche economiche passate se basta la frase “l’Italia ha un alto debito pubblico” per stoppare qualsiasi opposizione e far partire l’applauso?
In nome del debito pubblico e del rispetto dei cosiddetti parametri europei qualsiasi sacrificio non è più tanto indigesto da accettare e nessuna motivazione può essere altrettanto seria per sfidare il dogma. La discussione finisce in quel momento: all’enunciazione di quella frase tutti zittiscono, come quando il prete in chiesa dice “preghiamo” e cala il silenzio tra i fedeli.
Un rito a cui non ci si può sottrarre a meno di non voler uscire dal Tempio. E dopo l’enunciazione si può accettare persino la cancellazione di quei diritti per i quali intere generazioni passate hanno lottato: pensioni, salari decenti, articolo 18. E allo stesso tempo piegarsi alle tutele crescenti e al retributivo, anche se tutto questo costa la condanna di intere generazioni future, che comunque attribuiscono la colpa della loro sfortuna a tutti coloro che li hanno preceduti e non a chi ha legiferato, tramato, si è arricchito e continua a dispensare consigli nei talk show.
Lo stesso Monti, uno dei padri della nostra austerità, si meravigliava del fatto che una riforma recessiva come quella della Fornero fosse stata accettata senza manifestazioni di piazza o proteste particolari. Oggi non solo è possibile far passare senza problemi riforme dannose e inutili, ma è anche possibile che chi le legifera possa meravigliarsi a posteriori dell’accondiscendenza e della docilità dei cittadini.

I nuovi politici, o presunti tali, e l’informazione tutta impara e si semplifica la vita allineandosi al potere ed elogiando la semplificazione. Salvini che “ingiuria” il limite del 3% diventa un “estremista” e un “populista”, mentre Monti che ha impoverito i sogni e il futuro di una generazione diventa un “moderato” degno degli applausi del pubblico di Floris.
Se qualche timida domanda si leva sul perché abbiamo un così alto debito pubblico si risponde come si risponderebbe a un bambino che ignora le cose della vita: “è stata la corruzione bellezza”. Mai un approfondimento che dal punto di vista dell’economia, e perché no della politica economica, abbia un senso logico.

Se provassimo però a mettere da parte la poca voglia di obiettività dei politici e la scarsa capacità informativa dei presentatori tv e volessimo cominciare a ragionare seriamente sul debito pubblico, si potrebbero utilizzare i seguenti dati:

  • il debito pubblico è esploso dagli anni Ottanta passando da meno del 60% storico a oltre il 120% del 1992. Nel 1981 abbiamo rinunciato, grazie a Ciampi e Andreatta, al controllo della nostra Banca Centrale per cui abbiamo cominciato a pagare interessi enormi sui nostri Titoli di Stato, a prescindere e al netto di qualsiasi tipo di politica economica o spreco sia stato perpetrato ai nostri danni. Parliamo di oltre 3.000 miliardi di euro ‘regalati’ soprattutto ai mercati finanziari e agli speculatori internazionali;
  • l’Italia non ha speso troppo in quanto la spesa pubblica totale dell’Italia fin dagli anni Sessanta è stata inferiore alla media della spesa degli altri paesi europei in rapporto al Pil (dati: Ministero dell’Economia e delle Finanze);
  • dal 1992 e fino al 2016 l’Italia ha fatto surplus di bilancio continui, a eccezione del 2009, quando ha fatto un deficit di poco più di 13 miliardi di euro, totalizzando un surplus di quasi 761 miliardi di euro (dati Ministero dell’Economia e delle Finanze). Soldi sottratti alla spesa pubblica, cioè sanità, istruzione, sociale e usati per pagare gli interessi di cui ai punti precedenti;
  • a fine 2017 Bankitalia deteneva più di 330 miliardi di debito pubblico italiano (dati: Bankitalia). Ciò pone la domanda: ma se il proprio debito viene ricomprato, perché continua ad essere conteggiato?

Tutti i dati indicano che quello di cui avremmo bisogno è un’inversione di tendenza, un’opera di leale condivisione con i cittadini italiani delle verità contabili e delle disastrose scelte di politica economica e dei loro riflessi negativi sul sociale. Scelte fatte finora, ma che troppi partiti e movimenti vogliono continuare a fare in futuro.
Abbiamo bisogno di persone che sappiano ma anche che capiscano e che poi ci dicano come e perché è stato ipotecato il nostro futuro, andando oltre il muro della frase “abbiamo un così alto debito pubblico”.
L’accettazione come verità inconfutabile e non superabile del limite psicologico del debito e dei non scientifici parametri di Bruxelles sul deficit impedisce di attuare quelle politiche sociali e di aiuto ai cittadini che ne hanno assoluto bisogno e rende persino difficile comprendere il perché dell’esistenza dello Stato.
Limiti che, oltre a non essere scientifici, non sono accettati da tanti economisti che meriterebbero più attenzione da parte degli organi di informazione e dei cittadini stessi. Economisti, anche premi Nobel, che attribuiscono il perdurare della crisi e la stagnazione dell’economia proprio alla scelta di dedicarsi all’abbattimento dei debiti pubblici e al rispetto di parametri avulsi dalla realtà.
L’austerità impedisce la crescita e non la stimola e questo sistema di ignoranza economica che ci sta guidando da anni ha reso possibile l’impoverimento generale a favore di un aumento spropositato delle disuguaglianze nel mondo e in Europa, dove si è passati da una crescita media del 5% dei primi decenni dell’ultimo dopoguerra a un asfittico zero virgola dei tempi moderni e dopo l’affermazione delle politiche neoliberiste.

Forse siamo a una piccola svolta, i cittadini hanno rivoluzionato il loro modo di votare dando voce ai ‘populisti’ e agli ‘estremisti’, cioè a quelli che vorrebbero più attenzioni per il popolo e più logica nei rapporti internazionali. Forse anche Floris smetterà di invitare Monti e la Fornero in trasmissioni da one man show e rispetterà il fatto che più del 50% dei cittadini hanno votato contro e per la cancellazione delle loro politiche. Ma forse, e purtroppo, tutto questo sarà inutile se non smettiamo di applaudire i cattivi samaritani.

Libero mercato, protezionismo, globalizzazione: altro che campagna elettorale

Il dibattito elettorale si sofferma molto sui concetti di protezionismo, libero mercato e globalizzazione. Lo fa però in maniera semplicistica, attraverso slogan, e quasi sempre ai limiti del surreale. Gli arbitri, i giornalisti, dimostrano meno conoscenza del politico di turno, populisti al limite del grottesco che non fanno altro che rimarcare le ‘credenze’ popolari giocando sulla parola ‘libero’, che niente ha a che fare con il mercato, e ‘protezionismo’, omettendo che in economia non vuol dire autarchia e chiusura indiscriminata.
Nel paradigma tendente ad aumentare l’asimmetria informativa tra chi sa e chi ignora, colui che è fautore del libero mercato accetta la ‘sempre buona globalizzazione’, chi invece è per il protezionismo la rifiuta e quindi è un giurassico.
Nelle prossime righe cercherò di dare un po’ di dati nell’intento di riequilibrare la conoscenza di questi due fenomeni partendo dall’inizio della storia economica scritta, cioè dai tempi di Adam Smith e dalla rivoluzione industriale.

Nell’ultimo ventennio dell’Ottocento gli Stati Uniti avevano tariffe doganali sui prodotti industriale del 40–50%, applicavano forti discriminazioni sugli investitori stranieri e nel settore bancario era proibito diventare consiglieri d’amministrazione. Gli azionisti potevano esercitare il loro diritto di voto solo se erano residenti nel paese.
Sulla banconota da 10 dollari c’è l’immagine del ministro del Tesoro americano del governo Washington, Alexander Hamilton, che nel 1791 propose al Congresso americano il ‘Report on the Subject of Manifactures’, dove si affermava la necessità di proteggere le industrie nascenti fino a quando sarebbero state capaci di camminare con le proprie gambe.
Il primo presidente degli Stati Uniti, George Washington (1789-1797), addirittura pretese di vestire abiti di fattura americana al suo discorso d’insediamento e il fatto fa sorridere perché è la stessa cosa che usava fare Thomas Sankarà, presidente del Burkina Faso, due secoli dopo per lanciare l’idea che il suo Paese, e tutta l’Africa, doveva emanciparsi dagli ‘aiuti’ occidentali e crearsi una propria linea di produzione.
Durante il periodo della presidenza di Andrew Jackson, settimo Presidente degli Stati Uniti d’America, dal 1829 al 1837 (un presidente che potremmo considerare ‘populista’), le tariffe doganali erano tra il 35 e il 40% e considerava inaccettabile che una banca americana potesse essere controllata da investitori stranieri per quote sopra il 30%.
Ulysses Grant, 18esimo Presidente degli Stati Uniti d’America, dal 1869 al 1877, affermò – in contrasto con l’Inghilterra – che gli Stati Uniti avrebbero sì adottato il libero mercato ma solo dopo che avessero ottenuto dal protezionismo tutto ciò che di buono questo gli avesse offerto.

Da chi avevano ‘imparato’ il protezionismo gli Stati Uniti d’America?
I grandi maestri furono gli inglesi ovviamente. In questo paese europeo nel XVIII secolo, come si saprà, cominciò a svilupparsi l’industria partendo da quella manifatturiera supportata dall’aiuto dei dazi che la proteggevano dalla concorrenza di Belgio e Olanda. Poi ci fu la vera e propria rivoluzione industriale che si studia normalmente a scuola fin dalle medie, omettendo, forse, il piccolo particolare che fino al 1850 tali industrie furono tutte protette dai dazi e quindi lo sviluppo fu pilotato dallo Stato.
Le date sono importanti per capire che tutti i grandi Paesi hanno utilizzato prima il protezionismo e poi, solo dopo, sono diventati fautori e controllori del libero mercato. In fondo era normale farsi guerre commerciali, perché era (e dovrebbe esserlo ancora) normale che ognuno difendesse, in questo campo, i propri interessi.
Anche la Finlandia durante il Novecento, fino agli anni Ottanta, classificava come ‘pericolose’ le imprese che operavano al suo interno con capitali superiori al 20% e così protezionisti sono stati, a vario livello, Austria e Francia.
Singapore, che è uno Stato assolutamente liberista, deve gran parte del suo successo agli introiti assicurati dalle industrie statali che rappresentano circa il 20% della sua produzione. La Germania mantiene il controllo strategico sulle banche (e quindi sul credito), non disdegnando l’industria dell’auto visto che possiede attraverso i Lander il 20% della Volkswagen.
Il Giappone fino agli anni Ottanta del passato secolo, e dopo il disastro della Seconda Guerra Mondiale, si è ripresa grazie al controllo del credito, una direzione serrata della sua banca centrale e delle sue aziende interne, diventate poi multinazionali e campioni di export.

Tutti i paesi che hanno adottato misure a protezione dei loro mercati interni e promosso le loro aziende hanno avuto successo, e oggi usiamo come campioni del futuro quelle nazioni che hanno agito fino a ieri nel modo che noi italiani oggi vogliamo combattere. Le leggi economiche non sono fisse nel tempo e se oggi diciamo globalizzazione bisogna conoscere da quali bisogni nasce e quali interessi tutela perché potrebbe tutelare oggi quelli che l’hanno rifiutata ieri. Il punto è: cosa conviene in un determinato periodo e a determinate condizioni oggettive e quali interessi vogliamo tutelare come Stato? Fare questo ragionamento senza essere vassalli di altri, in perfetta autonomia.

L’America di Trump ha interesse al protezionismo oggi come lo aveva ieri, anche se per per motivi diversi. Nei secoli passati aveva bisogno di sviluppare le proprie capacità industriali che mai si sarebbero evolute se avessero permesso l’ingresso indiscriminato delle merci inglesi, un paese che aveva sviluppato l’industria prima di loro. Aveva bisogno di rinforzarsi e arrivare allo stesso livello per poter commerciare in regime di parità di condizioni di base. È assurdo pensare che globalizzazione e libero mercato possano andare sempre bene a tutti nello stesso momento, sarebbe come dire che oggi Stati Uniti e Burkina Faso possano commerciare alla pari.
Palesemente e semplicemente non è la verità anche se politici e commentatori tv, insieme a Fmi e Banca Mondiale, nonché grandi interessi finanziari, fanno finta di non capire.
Oggi l’interesse degli Usa è tutelare le proprie aziende e i propri lavoratori perché nel mondo non ci sono le stesse condizioni di base. In alcuni è stata abolita la schiavitù, il lavoro minorile, ci sono salari minimi e tutele sociali, mentre in altri semplicemente no. Gli Stati Uniti hanno poi un deficit della bilancia commerciale di circa 500 miliardi, il che significa che sono il polmone del mondo, acquistano merci da tutto il mondo e se smettessero di farlo il problema sarebbe più degli altri che degli americani.

Acquistare tutto da tutti significa acquistare anche da paesi che producono a basso costo non perché sono tecnologicamente avanzati ma perché pagano meno salari e non conoscono tutele sociali, questo crea la necessità di bassi salari per la classe lavoratrice, ma anche problemi per le aziende che magari non vorrebbero sfruttare il lavoro né essere costrette a delocalizzare per risparmiare sui costi.
Uno Stato a questo punto deve scegliere tra l’impoverimento delle milioni di persone che dovrebbe invece tutelare oppure fare il suo dovere, cioè limitare la globalizzazione e mettere un po’ di dazi, magari selezionati e non generalizzati.
E tali concetti dovrebbero essere buoni per gli Usa, ma anche per l’Italia e soprattutto per il Burkina Faso.

Chi predica solo la bontà del libero mercato o non ha basi storiche, di economia di base, di conoscenze minime di teoria economica, oppure è intellettualmente disonesto.

Ma la globalizzazione ha fatto migliorare la vita nei paesi in via di sviluppo dagli anni Ottanta in poi, quando si è affermato il libero mercato su base mondiale, ribattono i liberisti.
I dati però non danno loro ragione. Ci dicono, invece, che il reddito pro capite in questi paesi è sceso dal 3% degli anni Sessanta e Settanta al 1,7% del periodo 1980-2000. Negli anni Suemila il dato è cresciuto soprattutto grazie a Cina e India, che notoriamente non hanno realmente adottato politiche neoliberiste.
Il reddito procapite dell’Africa sub sahariana oggi è più o meno lo stesso del 1980, durante gli anni Sessanta e Settanta l’Africa cresceva al tasso dell’1,6%, che è un buon risultato considerando che i paesi ricchi durante la loro rivoluzione industriale tra il 1820 e il 1913 crescevano tra l’1 e l’1,5%.

tabella da The World Economy – Angus Maddison – oecd development center – oecd-ilibrary.org

Durante il periodo tanto bistrattato dai liberisti e commentatori della domenica il reddito pro capite dell’Europa Occidentale cresceva di quasi il 4% annuo mentre nell’Asia Orientale il ‘miracolo’ portava a crescite medie tra il 6 e il 7%.
Basterebbe confrontare questi dati con quello che succede oggi per capire che, in fondo, le ricette inaugurate dagli anni ottanta non hanno fatto bene all’umanità e quindi cominciare a ragionare su basi intellettualmente più oneste.

A volte c’è un sano protezionismo e un controllo della globalizzazione che si dimostra meglio della ‘mano invisibile’ del libero (?) mercato.

Oltre il capitalismo, un altro sistema è possibile

La crisi americana dei subprime scoppiata nel 2008 ha fatto crollare il mito della democrazia finanziaria, o almeno avrebbe dovuto. Tantissime famiglie erano riuscite a realizzare il sogno di una casa non grazie al proprio lavoro e alla propria operosità, ma attraverso l’intercessione delle banche che grazie appunto al sistema finanziario potevano elargire credito a tutti, ma proprio a tutti. Talmente ‘a tutti’ che alla fine il sistema è crollato. Questo perché ciò che viene elargito come credito non è altro che denaro bancario, che diventa debito quando arriva a destinazione e che si accumula come debito di tutta la comunità. All’inizio non è così evidente, in particolare non se ne accorge chi i prestiti non li ha mai chiesti ma tutti, proprio tutti, se ne accorgono quando scoppiano le crisi.

In realtà i miti sono duri a morire anche dopo che le commissioni parlamentari degli Usa hanno dimostrato ampiamente che tutta quella generosità non era poi tanto disinteressata, anzi. E nonostante gli ultimi anni siano disseminati di suicidi e dal 2008 abbiamo visto sia aumentare le differenze sociali sia l’eliminazione della classe media, ancora resiste la logica capitalista della giustificazione dei boom e dei crash.
Il capitalismo ideologico ha, infatti, diffuso l’idea che sia giusto aspettarsi alti e bassi dal ciclo economico e di conseguenza è diffusa la logica che chi può è legittimato ad accaparrarsi sempre di più nei periodi di espansione lasciando poi alla comunità il compito di rimettere insieme i cocci durante le crisi. Qualcuno chiama il processo ‘socializzazione delle perdite’.
Eppure dopo il 2008 siamo passati attraverso il 2011, che ha regalato all’umanità un altro momento su cui riflettere. Le crisi hanno colpito intere nazioni, come la Grecia, alle quali sono state applicate politiche ‘lacrime e sangue’ che le hanno devastate in nome di una specie di esperimento sociale a cui, in fondo, le masse non si sono opposte. Segno evidentemente che l’esperimento sta funzionando?
Quindi prima si sono socializzate le perdite attraverso la trasformazione del debito privato in debito pubblico a carico dei contribuenti, poi si sono fatte politiche di austerità a carico dei cittadini per ripagare coloro che avevano provocato i danni, cioè banche e finanza, e infine si è lasciato tutto nelle stesse condizioni legislative pre-crisi, anzi si sta rilanciando con provvedimenti tipo Unione Bancaria.

La sinistra appoggia e rilancia. Avendo infatti abbracciato le teorie neoliberiste (nonostante sia nata per contrastarle!) e quindi sancito il blocco dell’intervento statale, si affida alla finanza perché possa continuare ad alimentare ed eventualmente soddisfare i sogni dei cittadini. Alle persone, purtroppo, sfugge che la finanza crea tanti debitori e pochi, pochissimi, creditori.
Quindi si è specializzata nella tutela delle banche, affinché forniscano credito e mercati finanziari come ausilio per l’invenzione monetaria attraverso una specie di leva infinita e discrezionale. Il punto qui è che si dimentica che sono gli Stati che hanno dato il potere di creare credito (o denaro bancario) alle banche, così come hanno dato ai mercati finanziari la capacità di superarlo in potenza nella creazione di denaro sotto forma di debiti liberi di circolare indisturbati. Ma ciò che si è avuto il potere di dare si ha amche il potere di togliere: gli Stati potrebbero tornare a far circolare denaro vero e non debiti, ma per farlo bisognerebbe tornare alla politica e questa è sicuramente una responsabilità di tutti i cittadini.

Bisognerebbe insomma fare il percorso a ritroso e ripartire da quando il denaro creato aveva una ancora possibilità di essere controllato, prima dei Ciampi, Andreatta, Amato, Draghi, Monti e del mitico Prodi.
Il professor Cesaratto afferma che in fondo un sistema che funzioni un po’ meglio del capitalismo ci sarà sicuramente, magari pensando al socialismo puro; le teorie cartaliste e della Mmt insegnano che il denaro può essere controllato e gestito dalle banche centrali al servizio dello Stato e attraverso questo controllo sarebbe possibile creare lavoro e pane per tutti; Moneta Positiva dice che è fondamentale partire dal controllo delle banche, alle quali va tolto il potere di creare denaro, cioè democratizzare la creazione del denaro per rendere democratica la società. Nel mondo ci sono economisti inglesi, australiani, americani, francesi, a spiegare a vario titolo che altri sistemi sono possibili.
In fondo però quello che perpetua il sistema vigente non è la convinzione che sia il migliore possibile, ma piuttosto la paura di quello che si teme possa venire dopo. L’euro non funziona e oramai lo hanno pubblicamente affermato tutti coloro che lo hanno voluto e creato, nonostante ciò abbiamo più paura del nuovo che del sicuro baratro a cui stiamo andando incontro. E se per noi la paura è rappresentata dal nuovo, per il sistema bancario e finanziario la paura è rappresentata dalla perdita del potere.
Perdita dei processi democratici, del potere salvifico delle Costituzioni nazionali, della sudditanza alle Nazioni più forti, dell’accettazione dei disastri finanziari come strutturali, così come gli alti livelli di disoccupazione, la povertà in aumento, gli stipendi più bassi e persino un futuro magari senza pensioni. Si accetta tutto tranne che il cambiamento.

Del cambiamento in Italia ha paura soprattutto la sinistra che ha abbracciato come dogmi la globalizzazione e il dominio delle banche, anteponendo l’avanzata della barbarie finanziaria a qualsiasi ragione popolare. L’ossessione di tenere i bilanci statali in ordine si spiega solo con una fede incondizionata alle ragioni del capitale, altrimenti non si capirebbe l’idealizzazione delle privatizzazioni, il tentativo di cambiare la costituzione, di togliere diritti ai lavoratori, di non tutelare le aziende locali.
Per la sinistra italiana esiste solo il cittadino del mondo, senza faccia, senza storia o cultura che lo possa identificare come appartenente a un luogo. Pronto a spostarsi, a essere precario, a vivere senza Stato. E in quest’ottica, dopo aver tolto il credito agli imprenditori, dopo l’articolo 18 e il job acts, che hanno colpito principalmente il lavoratore privato, bisogna togliere certezze al lavoratore pubblico e poi cominciare a scrivere dei costi dei malati cronici, dei pensionati, dei diversamente abili, niente può essere garantito in questo mondo che si vuole in movimento.

Quello che insegnano le crisi è che la finanza è l’opposto della democrazia. Le case sono ritornate alle banche, i cittadini si sono ritrovati più poveri, mentre chi li ha illusi è diventato più ricco.
Poi ci hanno detto che bisognava sacrificarsi per ricostruire e noi lo abbiamo fatto e coloro che ci avevano illuso hanno continuato ad arricchirsi. E adesso dicono che dopo la crisi viene sempre un nuovo boom economico, perché il capitalismo funziona così, ed è vero. Funziona proprio così, ma lascia tante vittime e pochi reali vincitori e la distanza dalla luce è sempre più ampia.

Funziona proprio così… ma non è l’unico sistema possibile.

Robot tax, non è possibile tassare il futuro

di Achraf Kibir

La storia non insegna. Le ricette economiche di oggi sono troppo spesso solite cercare soluzioni per il domani con gli strumenti di ieri e il ragionamento può essere esteso ad altri campi. Neppure Bill Gates fa eccezione alla regola. Qualche giorno fa ha dichiarato di essere favorevole all’introduzione di una ‘robot tax’ per finanziare i contributi assistenziali e previdenziali. “Restituisse a segretarie e contabili quanto loro ha fatto perdere con il suo pacchetto Microsoft Office”, ironizza qualche utente nei social.

L’idea di base è chiara: lottare contro i sistemi meccanizzati e gli autonomi che relegano in secondo piano il ruolo dell’uomo nel mercato del lavoro e minacciano l’impiego. Dejà vu. Il dibattito storico più rilevante a riguardo risale al XIX secolo quando, in Gran Bretagna, i luddisti attaccarono fortemente le prime macchine della rivoluzione industriale perché, a detta loro, minacciavano il lavoro poco qualificato. Oggigiorno, in seno ai partiti conservatori di mezzo mondo, alcuni esponenti politici hanno raccolto il testimone del luddismo per criticare il concetto tecnologia nel suo insieme, attaccando indiscriminatamente le casse automatiche, la domotica e l’intelligenza artificiale.
Numerosi però sono gli studi che contraddicono queste convinzioni: un recente rapporto della società di consulenza McKinsey & Co. mostra che il 25% dei nostri impieghi sono stati creati da Internet. E non mancano neppure i casi concreti. Si pensi per esempio all’introduzione dei bancomat nel settore bancario. Negli Stati-Uniti, il numero medio di impiegati per filiale è passato da 20 a 13 tra il 1988 e il 2004. Un primo dato allarmante, che non maschera però l’effetto indiretto di un tale cambiamento. Abbassando il numero di impiegati, i bancomat hanno abbattuto i costi delle filiali, permettendo alle banche di aprire in più punti e rispondere alla domanda di agenzie ‘sotto casa’ sempre più in crescita. Così, durante lo stesso periodo, il numero di filiali è cresciuto del 43%, aumentando sul netto il numero totale di impiegati. Lo abbiamo constatato, il principio della distruzione creatrice disegna inoltre logiche virtuose, per cui la riduzione dei costi e la diversificazione spaziale del servizio favoriscono la domanda.

Non bisogna infine dimenticare l’aspetto concreto della faccenda. Se gli effetti economici possono essere contestabili e non univocamente positivi, l’apporto presente e futuro della robotizzazione non può essere considerato una minaccia, bensì una grande opportunità: i rami della robotica sono tantissimi e in costante e continua evoluzione. Forse non ce ne accorgiamo, ma da qualche anno a questa parte stanno migliorando direttamente e considerevolmente le nostre vite, l’esempio più lampante è quello dei robot impiegati in campo medico. E siamo solo all’inizio.

L’idea di tassare i robot, e in generale gli strumenti innovativi, si rifà ad un’antica ideologia che vanta la più grande sfiducia nei confronti della tecnologia. Ora, non solamente questa idea è ormai obsoleta, ma è nociva per la nostra crescita e, al contrario delle credenze comuni, produce effetti negativi sull’impiego. È tempo di finirla con la mania di tassare il futuro per cercare di arginare, inutilmente, il fiume sempre in piena del progresso.

I cittadini fanno “oh”: intervista a Giuseppe Povia

In un mondo sempre più oscuro bisogna stare attenti a quelle fiammelle che fanno un po’ di luce e aiutano a squarciare le tenebre. Giuseppe Povia è una di quelle fiammelle, un artista che rema controcorrente, che racconta argomenti difficili e non per tutti immediatamente comprensibili. Non per colpa loro certo, decenni di informazione distorta hanno creato quello che si chiama ‘pensiero unico’. Un solco difficile da lasciare eppure oltre questa strada dritta esistono campi di libertà, di pensiero, di vita inesplorata.

Giuseppe Povia
Giuseppe Povia

Il 17 febbraio 2017 Povia, invitato dal Gruppo Cittadini Economia insieme a Emmaus (San Nicolò – Fe) e con il patrocinio del Comune di Ferrara, sarà in Sala Estense, Piazza Municipale di Ferrara, dalle ore 21:00. Che tipo di serata sarà? Diversa, coinvolgente, musicale, un po’ recitata e un po’ dialogata partendo dalle parole dei testi delle canzoni di Povia e proseguendo con i grandi temi dell’economia, della moneta e della crisi, sotto forma di teatro civile, già collaudato dal Gruppo Economia in altre esperienze, ultima quella del 21 settembre scorso (vedi). La serata sarà ad offerta libera.
Per i dettagli e le prenotazioni clicca qui.

“Chi comanda il mondo, c’è una dittatura…” la dittatura di cui tu canti, ed io scrivo spesso, è quella dei mercati finanziari e dei grandi poteri finanziari. Secondo te quale è la loro forza, come riescono a muovere i destini del mondo e a rimanere impuniti?
Una volta i dittatori avevano un volto e sapevi a chi fare il processo. Oggi ci sono tante entità che dominano il pianeta. Chi muove più finanza controlla più parti di mondo. Queste sono riuscite a rendere legale l’illegale e lo hanno fatto in modo molto semplice: hanno preso il controllo della cultura e dell’ignoranza.
Le costole più importanti sono: 1. il dominio della moneta, 2. i media, 3. le leggi, 4. l’istruzione, 5. la politica asservita e 6. la Magistratura. Se piloti queste 6 cose, porti i popoli e le nazioni dovunque vuoi. L’unica soluzione è la consapevolezza, l’informazione non basta più

Cosa ne pensi di questa continuo martellamento di andamento delle borse, dei mercati in fibrillazione, delle azioni che salgono e scendono. Sono davvero necessari alla nostra esistenza o magari potremmo vivere anche senza?
Le borse creano solo allarmismo inutile. E’ un casinò finanziario virtuale. Se qualcuno vince, vuol dire che qualcun altro perde. Se c’è un segno + da una parte, vuol dire che ci sarà un segno – da un’altra parte e viceversa. Salgono e scendono e non spostano di molto. Quello che conta sono i beni reali, l’economia concreta, la gente. Certo è che se gli “addetti finanziari” riescono a convincere le persone a investire e a rischiare, si può arrivare a perdere tutto, come al casinò appunto. Come nella crisi finanziaria 2007-2008, partita dall’America (per esempio con i cdd, Credit Default Swap, pacchetti finanziari tossici) che ha messo in ginocchio soprattutto milioni di famiglie

Immagino che quel bambino di cui parli nel brano “chi comanda il mondo” sia la coscienza delle persone che prima o poi si risveglierà e andrà alla ricerca di amore, di vita, di relazioni. Un po’ come uscire dalla massa, abbandonare il pensiero unico e ritornare a vivere di bisogni reali.
Non posso che rispondere sì. La consapevolezza!

“Essere consapevole che prima dei 30 anni ti vorresti realizzare e poi non essere fra quelli che ripetono duemila volte ‘non cambia niente’”. Anche qui è un invito a darsi importanza, ognuno di noi può fare la differenza e la cosa più deleteria è quella di convincersi di non essere importante, di non poter fare la differenza.
E’ retorico dirlo ma siamo bombardati da migliaia e migliaia di armi di distrazione e divisione di massa. Niente altro da aggiungere se non quanto detto prima

Nei brani “La soglia del 3” e “Il debito pubblico” fai un po’ una lezione di economia. L’importanza dei numeri in questo sistema, numeri che prendono il sopravvento sull’essere umano e arrivano a impedirti anche la normale vita quotidiana: “tu ragazza ti vuoi innamorare ti vuoi sposare e vuoi la felicità ma questo Stato non ti aiuterà”. I fogli di bilancio prendono il sopravvento e vengono prima dei bisogni delle persone, decidono per noi e nel caso del 3% impediscono allo Stato di spendere, cioè impediscono alle persone di avere servizi, vedere ricostruite le loro case dopo i terremoti, ecc. ecc..
Abbiamo una Corte Costituzionale che con la sentenza 275/2016 ha detto chiaramente: “E’ la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”. Lo dice ma passa inosservato perché il popolo non sa, non è al corrente. E poi ci sono i trattati europei che vincolano i poteri dello Stato (quel poco che c’è rimasto dello Stato). Per ricostruire un paese distrutto dal terremoto basta un clic con 9 zeri dal computer della banca centrale. Tutto si trasformerebbe in mattoni, beni, servizi, cantieri, mense, muratori, carpentieri, stipendi. Oggi siamo allo 0, zero di inflazione, quindi qualche punto non farebbe male a nessuno (parole di premi Nobel per l’economia come Stiglitz, Krugman, o economisti come Bagnai, Rinaldi, Borghi, Siri, Mosler, Forstater, Parguez etc.)

Ho citato quella sentenza in un mio articolo poco tempo fa e penso come te che le si dovrebbe dare più importanza. Un’altra tua frase è “lo Stato migliore ad ognuno la sua terra soldi pace e libertà”.
Ma sì dai, ognuno vorrebbe vivere bene a casa sua. Andare a vivere in un altro paese dovrebbe essere un piacere, una curiosità, un’esperienza, non una forzatura o una costrizione

Invece nel brano “era meglio Berlusconi” ne hai un po’ per tutti: Pd, Lega e 5 Stelle. La parodia del vecchio comunista che non vedeva niente altro che la potenza della falce e del martello, ma che di fronte a tanto sfascio culminato nei governi Monti, Letta e Renzi, riconosce persino che si stava meglio con Berlusconi. Come dire, alla fine ci sveglieremo tutti. È un messaggio di speranza in fondo.
La sinistra e coloro che hanno fatto finta di sostenerla perché gli dava (e gli dà) da lavorare, ci ha massacrato le scatole per vent’anni con Berlusconi, per poi sfasciare la nazione in pochi anni. Dal 2011 è accaduto di tutto: disoccupazione a due cifre, attentati terroristici frequenti, immigrazione incredibile, delocalizzazione di aziende, deindustrializzazione galoppante e tanto tanto altro. Quindi sì: si stava meglio quando si stava un po’ meglio.

“Io non sono democratico” sembra voler dire che non accetti una democrazia imposta dall’alto e che assume criteri distintivi in realtà davvero poco democratici. Quindi non sei democratico in questo senso?
Il brano significa che siamo sotto una dittatura finanziaria e culturale travestita da democrazia per polli allevati. Io sarei anche democratico ma non se vedo ingiustizie sociali di ogni tipo.

“Job act” è invece un attacco alla precarizzazione del lavoro. A quell’opera direi iniziata con Treu, Maroni-Biagi, Fornero-Monti. E poi cerchi di spiegare a Matteo (Renzi) che è inutile dire di aver abbassato le tasse in un sistema costruito apposta per impedirlo. Del resto basterebbe conoscere un po’ i saldi settoriali oppure guardarsi le tabelle del Def per capire che quando le entrate generali dello Stato sono superiori alle uscite generali non esiste abbassamento delle tasse. Diciamo piuttosto che quello che fanno i governi e togliere oggi da una parte e mettere dall’altra. Un giochino a somma zero. Tolgo l’Imu, ma alzo l’Iva, per esempio.
Il portafoglio è il vero e unico problema, anche se so che a molti purtroppo arriva ancora male. Se io esco senza soldi non posso comprare da mangiare. Al contrario sì. L’Italia non ha il portafoglio e cioè la propria moneta, come ad esempio la Polonia. Quindi ogni politico può solo essere bravo o meno bravo a fare le pulizie, come una governante quando mette a posto una casa. Tutti hanno percepito questo e hanno nostalgia della lira ma molti hanno paura e quindi credono che uscire dall’euro voglia dire: catastrofe. Se fossimo tutti consapevoli invece…

Senti Giuseppe, sei felice? Rifaresti la scelta di autoescluderti dallo star system solo per dire la verità? A chi interessa la verità?
E’ una strada troppo appassionante e per ora mi piace tanto. Fa parte di un percorso che, non so, è arrivato a questo punto. Felice a volte. La verità è diversa per ognuno ma i dati di fatto quelli no, quelli dovrebbero interessare tutti. Se non fosse per quella piccola seccatura che si chiama ‘potere’ che distrae i popoli…

Salutiamo per ora Giuseppe Povia dandogli appuntamento il 17 febbraio a Ferrara, dove sarà possibile fargli domande e dialogare direttamente con lui.
Ricordiamo che il suo CD è autoprodotto, per ordinarlo bisogna scrivere a ufficiostampa@povia.net o acquistarlo ai concerti, per esempio a Ferrara.

Guarda il video di “Chi Comanda il Mondo ”

Il sapore dello spread

In un eccesso di semplificazione potrei invitarvi a prestare più attenzione alla produzione di pomodori, patate e verdure piuttosto che all’alzarsi dello spread. Perché semplicemente non ho mai capito che sapore possa avere lo spread e di sicuro, comunque, allo spread preferirei la “pastasciutta”.
Anche la qualità dell’acqua e dell’aria ha la sua importanza e non per il futuro, ma fin da subito, perché respiriamo in continuazione e altrettanto dicasi per il bere.
Certo il futuro non vorrei dimenticarlo nelle mie semplificazioni e proprio per questo l’attenzione deve essere viva anche sulla qualità dell’istruzione per i nostri figli: pensare a come formare gli insegnanti e poi costruire buone strutture dove farli apprendere con dignità. Accoglienti, includenti, magari dando lo stesso a tutti perché tutti insieme sono il nostro futuro.

E lo spread? Beh certo, quello da le sue preoccupazioni. Sta crescendo ed è arrivato a 180 il differenziale con i temutissimi Bund teutonici a cui ci paragoniamo in questa ‘singolar tenzone’. Significa che paghiamo più interessi sui BTP, sono saliti al 2,2%, ma questo succede non perché ce n’è bisogno sul serio, per riflessi di vita quotidiana, ma solo perché per esempio le grandi banche di investimento magari potrebbero non gradire l’eventuale vittoria di un ‘no’ al prossimo referendum. Perché? Perché la Costituzione italiana, se applicata, andrebbe a favore degli interessi per cui è nata, cioè quelli dei cittadini che quasi mai si identificano con quelli delle banche. E forse addirittura metterebbe un freno ai grandi interessi dei liberi capitali e della finanza.
E allora cosa fa la finanza per dimostrare la loro contrarietà alla democrazia e alle libere scelte? Semplice, non li comprano più (i BTP) o vendono quelli che hanno già in pancia oppure Draghi comincia a dire che, forse, si potrebbe interrompere il Quantitative Easing, cioè potrebbe smettere di comprare anche lui i BTP (ma in realtà basta anche solo annunciarlo per avere gli stessi effetti).
Se Draghi lo dice, o lo pensa e gli scappa, e se le banche che possono comprare titoli di stato sul mercato primario (sono poche in fondo, ma molto potenti) lo dicono, o fanno filtrare l’informazione, le agenzie di rating si regolano di conseguenza e degradano il debito di uno Stato e l’effetto è sempre quello: lo spread sale, che noia.
Ma altri fattori incidono sullo spread, Trump ovviamente è uno di questi. Cosa mai farà nel futuro? Metterà i dazi alla Cina, potenzierà l’industria interna, importerà più acciaio o naftalina? Tutto questo muove il mercato, le azioni, le borse i titoli, le scommesse e lo spread sale oppure scende oppure non si sa. Del resto le scommesse sono scommesse, c’è chi guadagna e chi perde. Purtroppo noi persone comuni, dei pomodori e delle patate, non scommettiamo ma subiamo gli effetti dello spread di cui non sappiamo nemmeno che sapore abbia.
E c’entra anche la FED? Certo. Alzerà i tassi sembra. Manovre di politica economica, ci sta tutta. Ma se alzi i tassi succede qualcosa per forza, per esempio che potrebbe salire l’inflazione e allora meglio vendere i BTP decennali. E lo spread anche qui si alza.

Ma come rientra poi lo spread nella tua vita? Se lo spread si alza e si pagano più interessi sul debito che lo Stato è costretto a fare per poter finanziare le attività di pubblico interesse è un tuo problema. Perché lui deve chiedere più soldi ai suoi cittadini per far quadrare il bilancio e quindi deve aumentarti le tasse o offrirti meno servizi. Quindi lo spread ecco che diventa più importante della verdura per i cittadini? Dipende, come sempre!
Se lo Stato, il Governo, i Ministri e i Deputati hanno fatto la scelta di rendere più importante il denaro e gli interessi finanziari rispetto alle reali esigenze di vita quotidiana delle persone, allora sì. E se per fare questo hanno imposto che i BTP fossero la nostra fonte di finanziamento e che dovessero essere venduti solo alle banche e ai mercati, allora ancora sì. Se poi ci hanno imposto una eurozona dove non hai nemmeno lontanamente il controllo della banca centrale attraverso la quale ti finanzi in nome del libero mercato, allora di nuovo sì.
Ma operando in questo modo hanno invertito l’ordine naturale delle cose, hanno fatto dello Stato una scatola vuota senza reali poteri di controllo sull’attività economica ad uso e consumo dei grandi interessi, quelli che sanno dare un sapore anche allo spread.
Ma può fare davvero male lo spread? Dipende. Perché la moneta, i soldi servono a tutti se ci sono e se si fanno girare. Servono al capitale e alla finanza se si fa finta che sono pochi e che vanno razionati cioè trattati proprio come i pomodori e le patate in tempo perenne di carestia. Se vuoi rendere prezioso un bene devi farlo diventare scarso e far si che la gente combatta per averlo. Ma la moneta non nasce come bene, non lo è per niente. Siamo noi che lo pensiamo e solo perché crediamo supinamente in quello che ci dicono. La moneta è talmente abbondante che non la si stampa più, non serve, si crea schiacciando tasti.
Chi lo dice? Basta cercare qualche intervista dei banchieri centrali come lo stesso Draghi o l’ex della FED Ben Bernanke o l’ex della Banca d’Inghilterra Sir Mervyn King. Insomma chi sa lo dice, perché non ascoltiamo? Forse non ci rendiamo conto della portata di tali affermazioni, basterebbero a fugare tutti i dubbi. Purtroppo i primi a non capirli sono i giornalisti che fanno diffusione di notizie, per cui non gli danno la stessa importanza, ad esempio, del profugo che pulisce i giardinetti all’angolo della stazione di Ferrara o alla busta con indirizzo sbagliato inviata da Renzi in Palestina.
Si possono fare le cose diversamente? Certo. Basterebbe riappropriarsi dei poteri di controllo, delle leggi che sono state abolite e che andavano tenute, rivedere con spirito critico tutto ciò che si è fatto dagli anni ’80 e rimettere in discussione tali politiche economiche. Ah, ovviamente cambiare questa classe politica che non è interessata alle esigenze reali della popolazione, ad aumentare l’occupazione mantenendo i diritti, a fornire i servizi pubblici, ad aumentare gli insegnanti di sostegno, a rinforzare i tetti delle scuole.
Il punto è che tutto, se visto dalla giusta angolazione, appare come un gioco, e lo è. Bisogna decidere se siamo ancora interessati a continuare a far parte di esso e in maniera così passiva. È solo un gioco, niente di più. E lo spread serve per ricordare chi comanda, almeno finché tutti saranno convinti che la loro arma, la moneta, sia più importante dei pomodori, delle patate e dell’istruzione.

L’OPINIONE
Nazionalizzare la Banca d’Italia e garantire un reddito di cittadinanza

“Uno strumento per risollevare dalla difficoltà nove milioni di cittadini, formarli e reinserirli nel mondo del lavoro. L’obiettivo è che nessuno prenda più il reddito di cittadinanza.” Così Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera dei deputati, esponente del Movimento 5 stelle.
E’ il cavallo di battaglia del M5s. La proposta di un reddito di cittadinanza raccoglie fondamentalmente due critiche: la prima, che ricevere reddito senza lavoro bloccherebbe la produzione (vedi Abc economics, ad esempio, che cita addirittura Paperino e Paperoga a supporto dell’obiezione) e la seconda, ovviamente, riguarda le coperture.

Sulla prima obiezione l’onorevole Di Maio ripete spesso che l’erogazione riguarderebbe chi momentaneamente non riuscisse a trovare un lavoro o lo avesse perso. Il ‘fortunato’ dovrebbe accettare di frequentare corsi di reintroduzione al lavoro che, una volta trovato, interromperebbe la fruizione del reddito. Quindi, così impostato, questo reddito di cittadinanza sarebbe una proiezione al lavoro e un incentivo alla continuazione della produzione e non, invece, una misura contro il lavoro e la produzione stessa.

Anche in merito alle coperture il messaggio mi sembra chiaro: devono provenire dalla lotta agli sprechi. Poiché tutti i governi cercano soldi per le loro manovre e quando vogliono li trovano, anche il M5s pensa di poterlo fare, operando però delle scelte di carattere eticamente e moralmente diverse. Per eliminare la Tasi, per esempio, si può tagliare il Senato, oppure privatizzare, oppure diminuire i trasferimenti a Scuola e Sanità. Il M5s per elargire un reddito di cittadinanza taglierebbe i privilegi e gli stipendi dei politici, le pensioni d’oro e magari le spese militari.

Scorrendo un po’ la storia impariamo che dopo l’accantonamento delle teorie keynesiane, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, inizia la lotta all’inflazione e al debito pubblico. Lo Stato diventa un’azienda e assomiglia sempre di più a una famiglia che deve fare attenzione ai deficit. Si dà dunque il via ai pareggi o ai surplus di bilancio e l’Italia dimostra di essere la prima della classe facendo meglio di tutte le concorrenti europee nel regalare ai mercati finanziari miliardi su miliardi di lire/euro tolti ai cittadini grazie anche a una tassazione che da poco più del 20% arriva a circa il 44% di oggi. Quindi, riportando il discorso da dove eravamo partiti, ogni governo nel momento in cui decide di dare qualcosa è costretto a togliere qualcos’altro, in nome della crociata intrapresa dagli anni Settanta e Ottanta.

Grazie a questa ‘guerra anti benessere del cittadino’ non esiste un trasferimento di ricchezza a costo zero, ma esistono solo dei passaggi da un settore all’altro a seconda della scelta politica operata alla fonte. Cioè l’occupazione preferita dei governi sembra quella di ‘coprire i buchi’ e pareggiare i conti, osservando passivamente gli andamenti di borse e mercati, piuttosto che intervenire nel processo economico e nelnome dell’interesse collettivo.

Una novità sembra però esserci e parte sempre dal M5s: l’idea di nazionalizzare la Banca d’Italia. Questa mi è sempre parsa una buona idea e, ormai tre anni fa, con l’aiuto imprescindibile di Giovanni Zibordi e Marco Cattaneo, il Gruppo Economia di Ferrara l’aveva presentata agli stessi pentastellati che oggi sembrano interessarsene. Il ‘pacchetto’ conteneva anche l’idea dei ‘certificati di credito fiscale’ e dei ‘bot fiscali’, tutte misure per reperire risorse nuove senza spostamenti né creazione di ulteriore debito. Indispensabili tra l’altro per chi volesse pensare a un’uscita dall’eurosistema senza eccessivi traumi.

In cifre, comunque, solo la prima di queste proposte potrebbe assicurare un risparmio di circa 80 miliardi all’anno in quanto una Banca Pubblica permetterebbe l’accesso diretto ai finanziamenti della Bce, saltando i passaggi delle banche private, quindi riducendo gli interessi sugli stessi. 80 miliardi all’anno potrebbero bastare per un reddito di cittadinanza? E si consideri – qui sta il punto, perciò lo ripeto – che lo si potrebbe fare senza dover spostare risorse da una parte all’altra, perché anche se taglio gli stipendi alla politica non faccio altro che spostare risorse già in circolo, pur accettandolo come eticamente, moralmente e profondamente giusto.

Personalmente in questo momento faccio il tifo per Luigi Di Maio, perché lo trovo onesto e quindi dotato di una qualità rara in politica, ma mi piacerebbe maggiore chiarezza sul destino dell’euro, su come si intenderebbe intervenire sulle banche e sulla finanza, su come attuare piani di occupazione che prescindano dagli spostamenti di risorse da una parte all’altra.
Mi piacerebbe essere sicuro che i limiti neo liberisti al benessere delle persone reali non appartengano al M5s e capire quale sia la sua teoria economica di base. Oltre agli attivisti, e simpatizzanti a volte anche di un certo peso, che propongono, intervengono e stimolano il variegato dibattito sulla rete e sui social, vorrei conoscere il pensiero economico del partito/movimento e se pensano di dotarsi di economisti di riferimento, qualcuno che magari potrebbe occuparsi di un futuro Ministero dell’Economia e che comprenda il funzionamento di banche, moneta e mercati perché il nemico, per poterlo sconfiggere, lo devi conoscere.

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