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Tanti femminismi, un solo capitalismo: oltre le identità per una vera lotta di classe

Vorrei riprendere alcune problematiche introdotte da Anna Guerrini nel suo interessante saggio “Femminismo e regime di guerra: oltre le politiche dell’identità”(si può leggere qui).

Prima di tutto il superamento della definizione al plurale di un movimento che ha voluto, evolvendosi nel corso di un secolo, includere diverse appartenenze identitarie, pur rimanendo nell’ambito sociologico e politico di partenza. Si parla molto di femminismi di vario tipo, le cui diciture proliferano di anno in anno, in una rincorsa alla modernità che va dall’intersezionalismo al transfemminismo di ultima generazione. Oltre al fatto di creare un serio imbarazzo negli interlocutori maschi, che capiscono sempre meno di cosa si stia parlando, concordo con la critica della filosofa Donna Haraway, che avverte come le “tassonomie” del femminismo possono creare dicotomie artificiali includendovi discorsi femministi che ostacolano seriamente i discorsi costruttivi sulla soggettività femminile. In altre parole: se i femminismi sono tanti, i discorsi politici costruttivi sulla soggettività femminile sono ostacolati prima di tutto da uno solo: il capitalismo globale, fagocitante, totalizzante e sempre più armato.

Per questo motivo ho apprezzato la semplice e pregnante definizione della Guerrini: “Per me femminismo è decostruzione e sovversione della riproduzione sociale del capitale […]È una politica di classe, dove “ classe” è il nome di un soggetto che si dà nell’antagonismo, anche nei confronti della politica dei blocchi che il regime di guerra impone.”

Una delle prime e più gravi divaricazioni del movimento femminista è stata fra “emancipazioniste” e promotrici della liberazione della donna. Certo emancipazionismo ha portato al femminismo liberale e neo liberale (di cui possiamo valutare la valenza reazionaria anche nel capo del governo italiano), corredato dalla ridicola legge sulle quote e dalla parola d’ordine “me first” di superwomen rampanti nel mondo degli affari, che rivendicano il diritto di “sfruttare quanto gli uomini”.

Anche uno dei pochi momenti che ha visto l’internazionalismo del movimento femminista lottare per il salario in cambio del lavoro domestico, ormai di lontana memoria, è stato brillantemente superato dal connubio fra razzismo e capitalismo che ha affidato progressivamente il lavoro di cura alle badanti immigrate, trasformandolo gradualmente in lavoro salariato, creando le catene globali della cura, con flussi di capitali, per esempio in Ucraina, ma non solo, da far concorrenza a quelli americani.

Di fatto mentre Russia e Ucraina, Palestina e Israele si fanno una guerra all’ultimo sangue, nel nome del nazionalismo più feroce, stranamente la legge sull’aborto è sotto attacco nei primi tre Paesi  (Israele ha invece semplificato l’accesso all’aborto), per non parlare degli Stati Uniti. La spiegazione di questa visione unanime in Paesi con contrasti che paiono insanabili è che il simbolico femminile viene visto come un’arma di guerra, un’enorme riserva di stabilità sociale, di capacità riproduttiva di esseri umani da mandare al massacro.

La violenza specifica a cui sono esposte le donne nelle economie di guerra è che sono quasi sempre vittime di una doppia oppressione: quella del nemico esterno, ma anche quella del nemico interno, che coglie l’occasione per vanificare i diritti faticosamente conquistati. In accordo con le analisi di Max Weber sull’importanza del fattore religioso nella vita economico-politica, l’attacco alle donne avviene subdolamente attraverso l’intervento della chiesa ortodossa per le donne russe e ucraine, la religione islamica di Hamas per le palestinesi, il richiamo del Papa per le cattoliche.

In conclusione il movimento femminista, a mio parere, deve prima di tutto prendere coscienza che l’ideologia della guerra, da cui siamo quotidianamente martellati, obbligandoci allo schieramento rispetto a dimensioni politiche nazionali, è principalmente utilizzata per rideterminare fronti interni, eliminare resistenze, restaurare vecchi paradigmi. Con lo specchietto per le allodole che la partecipazione delle donne alle forze armate sia l’emblema dell’uguaglianza di genere. Se questa è l’uguaglianza, io non la voglio.

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Eleonora Graziani

Laureata in pedagogia e filosofia, PHD in feminist studies presso l’Università di Coimbra. Ha insegnato in Italia e all’estero, in carcere e agli adulti stranieri lingua e cultura italiana. Filosofa femminista ha al suo attivo diverse pubblicazioni sulla mistica femminile.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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