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Santa Lucia

Il 13 Dicembre è Santa Lucia.
Una santa particolare per i Pontalbesi e per i Lombardi in generale. Lucia porta i regali ai bambini “buoni” ed è più importante di Babbo Natale e della Befana.  La grande festa dei bambini è questa. Santa Lucia arriva la notte tra il 12 e il 13 dicembre “con un asinello alato e un carretto fatato e deposita regali e doni a tutti i bimbi buoni”. Ai bambini cattivi porta il carbone, ma questo di fatto non succede mai, non esistono bambini sempre e solo cattivi.

Qualche settimana prima i bambini scrivono una lettera a Santa Lucia nella quale elencano i regali che vorrebbero e i genitori si incaricano di consegnarla direttamente alla Santa oppure a un postino che recapiterà la missiva. Insieme ai regali arrivano caramelle, pasticcini  e cioccolato. Tra i dolci ci sono quasi sempre: i fruttini di zucchero duro, il marzapane, i mandarini di caramello trasparente, le gelatine di frutta, i torroncini e  la liquirizia.

Ci sono diverse poesie della tradizione popolare lombarda che servono a celebrare la Santa e ad aumentarne il fascino e l’aspettativa. La più conosciuta recita più o meno così:
Santa Lucia Bella/dei bimbi sei la stella,/per il mondo vai e vai e non ti stanchi mai. Porti regali e doni/a tutti i bimbi buoni/col tuo cestin dorato/ e l’asinello alato./
Santa Lucia bella, dei bimbi sei la stella,/tu vieni a tarda sera/quando l’aria si fa nera./ Tu vieni con l’Asinello/al suon del campanello,/e le stelline d’oro/che cantano in coro.”

La tradizione vuole che Santa Lucia sia cieca perché le sono stati estirpati gli occhi. Se ne va in giro di notte, vestita di bianco candido, con un piattino in mano dove sono depositati i suoi poveri occhi velati.
In realtà, Lucia di Siracusa, conosciuta come Santa Lucia, è stata una martire cristiana vissuta all’inizio del IV secolo a.c. durante la persecuzione ai cristiani voluta dall’imperatore Diocleziano.  E’ venerata come santa sia dalla chiesa Cattolica che da quella Ortodossa. E’ una delle sette vergini menzionate nel canone romano ed è considerata protettrice della vista per l’etimologia latina del suo nome (Lux, luce). Le sue spoglie mortali si trovano nel santuario di S. Lucia a Venezia. Un luogo di culto molto conosciuto è anche la chiesa di Santa Lucia al Sepolcro a Siracusa.

Enrico ha  messo nella sua lista di Santa Lucia: una pista per le macchine, un robot, un pupazzo, i pennarelli, la plastilina e … un cane vivo. Ha proprio specificato “vivo”. Si sa mai che la Santa fraintendesse e gliene portasse uno di pezza.
Devo dire che questa ultima richiesta mi ha molto divertito, non altrettanto vale per mia sorella (sua madre).
Gli ho chiesto:
“Enrico perché vuoi un cane?”
“Perché un cane è mooorbido!”
“Mooorbido con tante o?”
“Si con tante o!”
“Non so se Santa Lucia ha cani vivi, magari ti porta la pista per le macchinine che è bella lo stesso” gli dico.
“No, tu dille che preferirei il cane. Lo voglio marrone, con il pelo riccio, la lingua lunga e rosa così mi lecca. Gli do da mangiare io, può dormire nel mio letto, tanto io sono piccolo, ci stiamo tutti e due.”

Aiuto. Abbiamo una “gatta da pelare”. Cosa diciamo adesso alla Santa?  Sia mai che Lucia gli porti davvero un cane vivo. Cosa facciamo? Abbiamo già tre gatte arancioni che abitano da noi da diversi anni e che considerano casa nostra il loro territorio d’adozione. Dormono d’estate sulla catasta di legna e d’inverno sul divano della cucina. Amano miagolare sul tetto insieme agli altri gatti di via Santoni e sonnecchiare sul tappeto, oppure giocare con i gomitoli di lana di mia madre. Amano anche stare nell’orto sotto il pesco, oppure arrampicarsi sui suoi rami e guardare il mondo da lassù. Insomma casa nostra è anche casa loro. Cosa farebbero se arrivasse un cane?

Credo si debba trovare il modo di comunicare a Santa Lucia di soprassedere su questa storia del cane vivo. Almeno per quest’anno. Dobbiamo pensarci con calma e, eventualmente, organizzarci, non so esattamente come.
“Dai Enrico, sei piccolo, magari la Santa ti porta il cane il prossimo anno”
“Noooo tu devi convincerla a portarmi il cane. Io lo voglio. Anche Angelo lo vuole (Angelo è un suo amichetto dell’asilo, devono aver condiviso il desiderio di questa impresa ultraterrena).”
Non resta che cambiare discorso, per questa via non ho alcuna possibilità di arrivare a una soluzione pacifica della questione. Se continuo a digli di no, fra un po’ si mette a piangere.

Santa Lucia arriva di notte con il carretto pieno di regali trascinato da un asinello. L’Asinello fa tanta fatica a consegnare tutti quei doni e quindi bisogna rifocillarlo. Ogni bambino prepara un mazzetto di fieno che depone davanti alla porta di casa e  che l’animale mangerà intanto che la Santa entra in casa e sistema i doni sul tavolo della cucina. A volte al fieno si aggiungono carote e mele o qualche altra vivanda più bizzarra. Poi si mette una ciotolina d’acqua. Metti caso che l’asino abbia sete. La mattina seguente di tutto questo non resta niente. Quell’asino fa, in una notte sola, una scorpacciata degna di una balena.
Provo a distrarre Enrico con la storia del fieno.
“Enrico dobbiamo preparare un bel mazzetto di fieno per l’asinello alato”
“Si prepariamolo, io voglio metterci anche i biscotti e il succo di frutta alla pera. Sono buoni. Io voglio daglieli.” Dice.
“Va bene ci possiamo pensare”.

Ci sono anche varianti sceniche, pittoresche e fantasiose, che mi hanno sempre divertito: ad esempio in alcuni casi la Santa lascia il suo autografo. Scrive il suo nome con dei brillantini luccicanti incollati su un foglio da disegno e lo deposita sul tavolo insieme ai doni. Oppure lascia una striscia di polvere bianca che va dal tavolo alla porta dalla quale è entrata. La polvere che usa sembra farina bianca, ma in realtà è una polvere magica che solo lei possiede, è fatta con i resti di una nuvola.

Guardo Enrico ma non gli dico più nulla. Speriamo stia pensando al fieno.
Enrico che è seduto su una sedia, si alza, si toglie le scarpe e poi si accovaccia e comincia a muoversi per la stanza a quattro zampe.
“Ma Enrico, alzati. Sporchi tutta la tuta appena messa!”. Niente, lui imperterrito se ne va in giro a quattro zampe. Si sposta sotto il tavolo, si ferma, alza un braccio e si gratta un orecchio. Poi si rannicchia, mette la testa nascosta sotto le braccia e gira un po’ la faccia in modo da vedermi almeno con un occhio. E poi fa: “Bau bau”.
Il cane. Sta facendo un cane. Cosa faccio ora? Provo a far finta di non capire.
“Ma Enrico alzati da lì, sembri una delle nostre gatte!”
“Non sono una gatta, sono un cane!. Lo vedi come sono bravo? Puoi dire a Santa Lucia che se mi porta un cane io con lui sarò buonissimo. Sarò come suo fratello. Lo vedi che sono capace?”.
Oddio, non ne usciamo più. Bisogna prendere tempo. Ci ripenseremo per il prossimo anno, con calma.

 

 

PRESTO DI MATTINA
Parole perdute e ritrovate

«La parola destinata a perdersi, così fuggevole nel suo rinascere costante, nella sua discesa e sùbita resurrezione… La parola – pietra che sorregge al costo di perdersi e di perderci, perché è istallata sulla fonte che anche di notte “butta e scorre”. E forse solo di notte, quando tutti i dire si placano, ed è possibile sentire il suo palpitare. Il palpitare inestinguibile di ciò che è vivo veramente» (Maria Zambrano, Dell’aurora, Genova 2000, 34 e 107). Questo ritrovarsi della parola ‒ nuovamente palpipante e viva nel suo perdersi, che è un rinascere come luce dalla notte, voce dal silenzio, vita dal sepolcro, come dall’inverno nuova primavera ‒ mi ha riportato alla memoria le parole perdute e ritrovate al Concilio Vaticano II, riemerse dai sotterranei della storia ecclesiale come un fiume carsico, come da lungo inverno.

Parole come «Regno di Dio; Popolo di Dio; Pastoralità; Sinodalità; Senso della fede dei fedeli; Segni dei tempi». Espressioni dimenticate da tempo riaffiorano dalla loro sorgente, e là le ritroviamo, dove sono nate, nel grembo dell’evento che le ha generate.
Così la volontà di ressourcement dei Padri conciliari, intenti a “riattingere alle sorgenti” cristiane della vita della Chiesa, ne ha animato il rinnovamento, dando vita a quella che fu per molti una rinnovata primavera nell’alternarsi discontinuo delle sue stagioni come fratture generative su cui si innesta il nuovo.

Occorre ribadirlo soprattutto in questo tempo di tensioni polarizzanti all’interno della Chiesa tra gerarchia e comunione, tradizione e profezia, dottrina e pastorale, istituzioni e carismi, conservazione e innovazione: il Concilio ha rappresentato bensì una novità rispetto al passato, ma senza ignorare la tradizione che lo ha preceduto, radicandosi in essa. Anzi, ha distinto tra la Tradizione con la con la “T” maiuscola, che è ciò che fa vivere la Chiesa, la linfa dello Spirito suscitatrice di nuove gemme e rami sull’albero e le tradizioni mutevoli nel tempo ciò che inaridisce, si secca e muore (cfr. Yves Congar, La tradizione e le tradizioni. Saggio storico, Roma 1964). Sicché, volendo ben si potrebbe affermare che l’ultimo Concilio è stato più rispettoso e fedele alla tradizione di quanto non lo fosse stato il Vaticano I, che si limitò, in sostanza, a risalire la corrente degli ultimi 150 anni della tradizione.

Ben oltre si è spinto invece il Vaticano II, risalendo dal passato prossimo al passato remoto se non remotissimo, sino alla Chiesa nascente. Fu una scelta profetica l’appello ecumenico di Giovanni XXIII dettato dalla necessità dell’unità di fronte alla divisione delle chiese, insieme a quella di riprendere il registro pastorale per rilanciare il dialogo con il mondo in vista dell’annuncio del vangelo; riscoprendo poi, nell’interrogarsi di Paolo VI «Chiesa cosa dici di te stessa?», l’identità più profonda, carismatica e missionaria della Chiesa “inviata ad gentes. Situandosi così coraggiosamente «all’opposto esatto di quella mentalità ‒ direbbe il teologo Giuseppe Ruggeri ‒ che ha avuto paura della vastità della tradizione globale della chiesa e ha preferito non mutare il tranquillo e ristretto equilibrio del passato prossimo. La novità principale del Vaticano II è piuttosto costituita dalla considerazione stessa della storia nel suo rapporto con il vangelo e la verità cristiana. Mentre per lo più nel passato si aveva consapevolezza che la storia vissuta dagli uomini fosse ultimamente indifferente per la comprensione del vangelo (parlo di “consapevolezza”, giacché “in realtà” non è mai stato così), la grande questione del concilio Vaticano II fu invece proprio qui, anche se le parole usate (pastoralità, aggiornamento, segni dei tempi) non furono subito lucidamente compresi da tutti… Per Giovanni XXII l’annuncio del vangelo era inseparabile dal riferimento alla storia» (Per un’ermeneutica del Vaticano II, in Concilium 1 (1999), 22-23). Di qui il profondo rinnovamento della Chiesa, scaturito ‒ come ricordava sempre Giovanni XXII ‒ non già da un mutamento del vangelo, quanto da una maggiore comprensione.

Una migliore comprensione che ha riguardato anche il mistero della Chiesa, non solo immaginata idealmente in un contesto sapienziale, ma colta qual è nella propria realtà storica ed esperienziale della sua missione profetica. Il paradigma sapienziale/dottrinale è stato così assunto e integrato dal linguaggio profetico, che è poi quello della storia, intento a comprendere il senso delle ‘rotture di soglie da cui ripartire’ ‒ siano esse piccoli o grandi avvenimenti ‒ di cui è fatta la trama del tempo.

Similmente, la struttura gerarchica della Chiesa è stata ricompresa in una dimensione comunionale all’interno del popolo di Dio in attuazione della propria vocazione battesimale e chiamata a formare con l’umanità la famiglia di Dio. Lungi infatti dal ridursi a un’istituzione da governare, la Chiesa non può che essere un luogo di relazioni umane, di sequela a Cristo, di fraternità, di reciprocità nel servizio, in ascolto, anzitutto dello Spirito di Cristo che la guida e, non di meno, dell’umanità in attesa del Vangelo della gioia. Un triplice sentire: Sentire cum Christo, sentire cum ecclesia, sentire cum mundo.

È dunque immersa nella storia che la Chiesa deve continuamente pensarsi e riformarsi – “Eccleasia semper reformada”: «la Chiesa peregrinante è chiamata da Cristo a questa continua riforma di cui, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno» (Unitais Redintegratio, 6) ‒ affrontando le concrete contraddizioni che quotidianamente sperimenta per (ri-)trovare di continuo la sua via di fedeltà al vangelo, inteso non già in termini prescrittivi, ma come stile di comunione tra tutti i battezzati: «Da questo riconosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35)».

Non sorprende allora che al Concilio si sia riscoperta la storia come “luogo teologico”, accanto alla scrittura santa e ai sacramenti. È nella storia, del resto, che Dio ha posto la sua tenda: proprio qui tra le case degli uomini, ove si fa conoscere come colui che fa proprie le vite delle sue creature, incrociando le sue vie, che non sono quelle degli uomini, con le nostre vie che è venuto a percorrere («un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione» cfr. Lc 10, 33).

È in questo modo che, al Concilio, ‘la verità del vangelo’ è stata interpretata e riaffermata attraverso ‘l’amore del vangelo’. Di qui la riscoperta ‘dell’ascolto della Parola di Dio’ non come in-formatrice e plasmatrice della dottrina, anche, ma primariamente quale legame che sancisce e tesse l’esistenza in alleanza, uno scambio, un mutuo riconoscimento tra un io un tu un noi, un tu che sta per tutti; un’apertura ospitale nella quale si dà e si prende la parola, in dialogo, cuore a cuore, mente a mente alleati, spalla a spalla per far riuscire la vita nella forma di un’intima comunione dell’uomo con Dio e degli uomini tra loro: «Impara a conoscere nelle parole di Dio il cuore di Dio», dice il papa Gregorio Magno.

Dentro la storia non si può che camminare insieme. Ecco allora riemergere la sinodalità ‒ che nel suo il significato primigenio, sun-odos, corrisponde a ‘strada con’, ‘camminare insieme’ ‒ la quale, come ci ricorda ancora Giuseppe Ruggeri, «è la categoria che traduce questo dinamismo della comunione, questa “somministrazione di ogni giuntura”, questa “energia di ognuno“. Essa è la “strada comune” che dobbiamo percorrere. Essa, nel rispetto dei doni di ognuno, è anteriore al bipolarismo clero-laicato» (G. Ruggeri, Sinodo di Noto).

La forma sinodale sembra allora ritornata a essere la dimensione essenziale, basilare della comunità ecclesiale: «Ciò che riguarda tutti deve essere dibattuto da tutti» (Giustiniano). Per Giovanni Crisostomo «la Chiesa ha nome sinodo». Non diversamente dalla Chiesa delle origini, informata al principio della sinodalità e della comunione, questi caratteri non possono che modellare anche il divenire della Chiesa in cammino, sino a plasmarne finanche la dottrina. Lo spunto trova autorevole avvallo nel pensiero di Gregorio Magno, il quale, nell’immagine quadriforme del Vangelo, faceva corrispondere i primi quattro grandi concili dei primi cinque secoli, volendo così attestare l’esistenza di una dimensione sinodale della “dottrina”, che non può non coinvolgere anche la liturgia, innescando un legame tra il momento eucaristico-sacramentale dell’assemblea e la sinodalità della vita ecclesiale (Cfr. Giuseppe Alberigo, Sinodo come liturgia, il Regno documenti, 13 207, 443).

Come concretamente praticare la sinodalità ce lo ha indicato Papa Francesco, che ha ripetutamente chiesto a tutte le comunità cristiane di esercitarsi e promuovere questo stile di partecipazione comunitaria sia nell’ambito pastorale sia in quello amministrativo.
Ha invitato così a fare esercizio sinodale declinando nella prassi due principi: “L’unità prevale sul conflitto” e “Il tutto è superiore alla parte” (EG 224 e 234). In particolare il primo ha come obbiettivo una comunione attraverso le differenze. La strada è «accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo». Il tutto con la grazia di quegli «operatori di pace» nel cui comportamento è dato riconoscere l’impronta evangelica (Mt 5,9).

Nel secondo principio si coglie invece la tensione tra la globalizzazione e la localizzazione. L’esercizio cui siamo chiamati è dunque quello di «allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi»: mantenersi così nel proprio piccolo, restando legati alle proprie radici, senza dimenticare però l’insieme in cui confluiscono e interagiscono tutte le altre parzialità.
Emblematico è allora, sotto questo profilo, il titolo che mons. Antonio Samaritani volle dare alla storia della nostra Diocesi: La Chiesa di Ferrara nella storia della città e del suo territorio. Desiderò così declinare insieme la storia della cittadinanza e quella ecclesiale, svelarne gli intrecci solidali e le forme di partecipazione della gente comune. L’uso del termine “sinecistico”, “coabitante”, a lui così familiare ‒ indicante il processo di una vicendevole convergenza tra diversi in un’unica realtà, in modi «distinti ma non dissociati», in uno scambio reciproco e convergente ‒ si prestava a evidenziare nella nostra gente uno stile e una vocazione ad abitare insieme pur salvaguardando o integrando meglio, non senza lotte, le singolarità e le tradizioni di quanti hanno avuto origine altrove. Una sinodalità autentica, che mons. Samaritani viveva in profondità, mettendosene al servizio con l’intento di favorire la creazione e l’emersione di una “storia al plurale”.

Il tempo che la luna impiega per riallinearsi e ricongiungersi con la terra e il sole è detto rivoluzione sinodica o mese sinodico, che sta a indicare il tempo che intercorre tra un novilunio e l’altro. Insomma, camminano insieme il sole, la terra e la luna, uniti nella differenza ma accomunati, pure loro, da un’esperienza di sinodalità.
È allora significativo che un’antica tradizione, nel suo linguaggio simbolico, definisca il mistero della Chiesa ‒ chiamata a riflettere la luce di Cristo sugli uomini ‒ come Mysterium Lunae. Anche guardando in alto tra le sfere celesti si trova allora conferma che camminare insieme è la legge che governa l’universo.

PRESTO DI MATTINA, la rubrica di riflessioni di Andrea Zerbini, torna tutti i sabati su Ferraraitalia. Per leggere gli articoli precedenti, clicca [Qui]

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Umanità in liquefazione

È condizione d’ogni esistenza iniziare e finire, migrare tra questi confini da un prima a un dopo, da uno spazio all’altro, da un’assenza a una presenza, da un vuoto a un meno vuoto. Difendiamo i nostri confini non è l’appello ad un presidio geografico, quanto piuttosto a conservare i propri ambienti psicologici, a partire dalle tradizioni, i territori culturali delle nostre nascite e delle nostre morti, nulla di fisico, ma i recinti dei nostri luoghi interiori, con i materiali immateriali accumulati nel tempo.
Non c’è spazio per fare “luogo”, non ci sono spazi da condividere né quelli pubblici né quelli privati, né i luoghi di incontro né i luoghi della preghiera. Ci sono solo i corpi che ci appartengono a baluardo dei nostri recinti interiori.
Neghiamo lo spazio fisico per difendere i nostri spazi psicologici. Temiamo che i luoghi del nostro spirito possano cedere all’urto di chi fugge dai “non luoghi”, da territori inospitali, incapaci di accogliere le esistenze, di contenere i propri recinti interiori. Aiutarli a casa loro è problematico, perché casa loro, per ogni esistenza degna di questo nome, è un luogo che non c’è.
Il confine non è il luogo della separazione, dello iato, è al contrario il punto dell’incontro, lo spazio per guardarsi in volto, per mettere insieme i propri fini: il cum-finis dei latini.
Il confine è l’intersezione dell’entrare e dell’uscire, dell’andare e del venire, la regione delle contaminazioni, la contrada del parlarsi e del conoscersi, la zona della accoglienza, il termine d’ogni distanza. Il confine è valico da a per, è varco, è l’approdo della libertà di spostarsi.
Proprio per questo chi teme il riconoscimento dell’altro pone i divieti, alza i muri e le barriere di filo spinato.
Chiudere i porti è impedire di giungere ai nostri confini, al luogo in cui le esistenze si incontrano e possono guardarsi negli occhi. Perché come scriveva Benjamin: “nello sguardo è implicita l’attesa di essere ricambiato”. È questo che occorre evitare, è necessario impedire che la massa indistinta dei migranti si faccia umanità.
La società liquida si liquefà per la fatica di stare insieme, dell’essere comunità, la comunione umana ci è divenuta grave da reggere, ogni giorno mette a repentaglio le nostre individualità, i nostri soggettivismi, i diritti dell’io, le sue ragioni, i suoi pensieri, le sue radici radicate, le identità minacciate da identità disperate che cercano se stesse, in fuga dai non luoghi perché luoghi di annullamento.
E allora si mettono in campo primogeniture, diritti di prelazione, gerarchie storiche e geografiche con cui ogni tribù difende il suo territorio dall’occupazione dell’altro.
Ai confini si comunica, si mette in comune, la parola si fa sociale, servizio e valore, divulga pensieri e sentimenti.
Se i confini si cancellano, si tolgono di mezzo per innalzare barriere invalicabili, muri, le paratie dell’isolamento, anche il parlare viene meno, il trasporto della parola cede all’antiverbo: l’infrazione, lo scontro, l’angheria, l’offesa e la minaccia. La verità si muta in menzogna e la menzogna si vende per verità.
L’uomo perde la socialità, il suo essere animale sociale, snatura se stesso, la sua storia, la sua esistenza. Mentre ritiene di salvaguardare i propri recinti interiori precipita verso la loro decomposizione, procede a demolire la sua storia e le ragioni delle sue geografie territoriali e culturali. Ai confini non si possono sostituire le sanzioni, le chiusure, negare agli altri il viaggio significa negarlo a se stessi.
La nostra liquefazione è in corso, non solo l’ambiente snatura, ma anche la nostra umanità. La mutazione procede per cancellazioni di ciò che ci ha resi umani. Umani non siamo nati, umani siamo divenuti, la nostra umanità ce la siamo costruita e ci è costata milioni di anni della nostra storia. Basta poco a dissiparla, lo sappiamo da tempo. Le individualità che rivendicano la primazia senza sociale, senza una comunità che le contenga e che consenta loro di essere, sono monadi svuotate della “substantia” umana.
Il mondo è la nostra rappresentazione, il mondo è la nostra volontà, per dirla con Schopenhauer, il mondo esiste per noi.
Inseguire l’illusione di difendere i propri territori materiali e immateriali, rinserrandosi in essi, comporta la negazione del mondo, scegliere di dissociarsi dalla propria umanità, avviarsi verso una metamorfosi kafkiana, tutti ridotti a bacherozzi a cui la pancia comanda, vittime di se stessi e del proprio fallimento.
Dalla società liquida alla società liquefatta, il solo verbo legittimo è digitale, gli unici confini che è lecito varcare sono quelli consentiti da Google, le sole migrazioni ammesse, quelle delle navigazioni in rete.
Privo di volontà, il genere umano si va liquefacendo nel virtuale, ormai incapace di vivere e affrontare un reale sempre più complesso, ha ceduto alle tre doppia vu la rappresentazione del mondo.

Passeggiando tra i mulini a vento

Ricordo di un viaggio lontano è tale fotografia, un paesaggio unico nel suo genere. Tra terra, acqua e vento sorge una piccola baia impreziosita da caratteristici mulini a vento. Uno dei simboli indiscussi dei Paesi Bassi.
È non lontano da Amsterdam infatti, che sorge Zaanse Schans, un luogo senza tempo, culla di un artigianato ancora fortemente attivo.
Dei 600 mulini presenti nella zona, oggi ne sono rimasti una decina, alcuni accessibili ai turisti.
È qui che ci si ritrova in un contesto, lontano dal traffico cittadino, dove regna una tranquillità e una tradizione che si respirano appieno. Passeggiando tra i mulini, le abitazioni tipiche e le botteghe che sorgono nelle vicinanze si entra in contatto con un mondo che avvicina fortemente alla cultura del luogo, che regala serenità e al tempo stesso, grande suggestione.

Buon appetito con gli agnulot!

Qualche settimana fa mi sono cimentata, insieme a una cuoca fidata, conosciuta più comunemente come nonna, nella preparazione di una ricetta tipica del Piemonte: gli agnolotti.
Pasta fresca con al suo interno un saporito ripieno di carne con un nome dalle origine plurime e particolari. C’è chi sostiene che il termine derivi da “anulòt”, il ferro che veniva utilizzato un tempo per conferirgli la tipica forma rotonda, ad anello; altri ritengono, seguendo celebri tradizioni popolari, che il nome sia un omaggio al cuoco che ne ha inventato la ricetta ovvero Angiolino, soprannominato Angelòt.
Il nome potrebbe provenire anche dall’autore di un libro di cucina, risalente alla prima metà dell’800, più precisamente al 1814, che sembra essere stato il primo a riportare dettagliatamente la ricetta in questione, il cuoco Vincenzo Agnoletti.
Attenzione però! Possiamo decidere la leggenda o la teoria che ci sembra più consona, rispetto l’origine del nome, ma non bisogna confondere gli agnolotti con gli altrettanto celebri ravioli. Ciò che li distingue non è la forma quanto il ripieno quindi “occhio al gusto”!

Natale a Trento

Visitando la città di Trento nel periodo natalizio, non si può non fare un giro nei suoi mercatini. In Piazza Fiera e in Piazza Cesare Battisti, l’atmosfera è davvero deliziosa: profumo di cioccolata calda e vin brulè, piatti fumanti della tradizione come il celebre tortel di patate da farcire a piacimento e tutt’intorno stand di oggettistica, utili per fare gli ultimi regalini. Palle di neve, piccole statuine in legno, agende di tutti i colori e materiali, cappelli, guanti, pantofole e così via: la maggior parte prodotti artigianalmente.
Famiglie, coppie e piccoli gruppetti di amici vi trascorrono piacevolmente alcune ore per poi fare un giro nelle vie del centro città dove l’atmosfera natalizia continua a diffondersi.

Stranezze dal Giappone: c’è una bicicletta Bianchi in strada

Tutte le cose hanno una memoria. Noi la riconosciamo e l’interpretiamo. Così Remo Bodei si affianca all’idea giapponese del valore delle cose. Non è un valore puramente economico, ma principalmente personale. La scelta di una cosa è dettata dalla nostra memoria culturale, da significati estetici e tecnici. Considerando che la scelta delle cose è riflesso della nostra personalità, le cose acquisiscono valore personale. Se c’è rispetto per la persona, c’è anche rispetto per le sue cose.
Fuori dalla vetrina di una pasticceria giapponese a Tokyo vedo una straordinaria bicicletta Bianchi. Alta tecnologia su due ruote, telaio speciale, di un bel mite azzurro tradizionale. C’è anche la borraccia, forse la stessa che nel 1952 si stavano scambiano Coppi e Bartali nella famosa tappa Losanna-Alpe d’Huez, sul passo del Galibier, del Tour de France.
Tutti le passano davanti, tutti forse l’ammirano, ma nessuno la tocca.
Perché mi deve sembrare strano?

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Foto di Fabio Bianchi

In Giappone, la moda occidentale fa ormai pienamente parte della società e del suo sistema culturale ma è ancora possibile ammirare l’abbigliamento tradizionale del paese. Non solo partecipando a eventi e ricorrenze particolari o recandosi presso appositi negozi ma anche durante una semplice passeggiata.
Mi riferisco al celebre kimono, veste ampia, molto lunga e a forma di “T”. Viene indossata avvolgendola intorno al corpo, tenendola chiusa con una larga cintura legata sulla schiena.
Meno ingombrante e più leggero per i mesi estivi è un altro tipo di kimono, lo yukata: dalla tinta unita o dalle fantasie colorate, spesso floreali.
È senza dubbio qualcosa di affascinante che permette, con un solo sguardo, di fare un tuffo nella civiltà giapponese del passato.

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Sessantotto, le pagine dell’anno che ci ha cambiato la vita

Il titolo del libro allude alle favole, ma la storia che Maura Franchi e Augusto Schianchi ci raccontano ha molto a che fare con le nostre vite e la realtà dell’Italia di ieri e di oggi: con “C’era una volta il ’68, prima e dopo” (Rubbettino editore) gli autori (entrambi docenti all’Università di Parma) conducono una ricerca – e coerentemente sviluppano una riflessione di alto profilo – sui presupposti che hanno originato il movimento che ha squassato tutto il mondo occidentale, e ne valutano gli effetti attuali.

A base della rivolta indicano “un vago senso della giustizia sociale” saldato a “un forte desiderio di libertà”. Ricordano le gesta di una generazione “che pensava davvero di fare storia”, e che in parte, nel bene nel male, c’è riuscita. “Non era una domanda di sicurezza né tantomeno di benessere a guidare le attese future, ma un generale bisogno di una verità diversa che consentisse di descrivere il mondo con un linguaggio originale”.
Ecco perché anche semplici marcatori di stile, come il vestiario e gli atteggiamenti, risultavano fondanti dell’identità di quella generazione. La giovinezza era un valore in sé perché si contrapponeva all’obsolescenza della tradizione. E così la contestazione del principio di autorità significava il rifiuto di accogliere la lezione e i valori dei padri. Lo stesso impulso si traduceva nel respingimento del nozionismo scolastico, nell’esaltazione della democrazia diretta priva di capi e fondata su ascolto, partecipazione ed egualitarismo…
La strenua difesa dei diritti civili e l’insofferenza verso qualsiasi forma di gerarchia sono il collante che tiene insieme un movimento in sé variegato, al punto da esplodere negli anni seguenti in tanti rivoli orientati verso differenti approdi. Ma, appunto, quella che si può definire spinta alla libertà è il legame forte che tiene salda l’unione fra le giovani generazioni protagoniste della fase nascente di un movimento che, già agli albori del ’68, comincerà ad essere percorso da aneliti contraddittori, come la simultanea esaltazione del collettivo e insieme della soggettività; la domanda di partecipazione e la strenua difesa della libertà individuale, il noi e l’io.

A consentire l’affermazione del protagonismo di quella generazione, e il tentativo di compiere un salto in avanti, è il potente sviluppo economico che l’Italia conosce nel decennio precedente. Giovani e donne sono i principali protagonisti della fase nascente della nuova stagione, che lascerà tracce incancellabili nei decenni seguenti.
Il cinema, la musica, la narrativa non solo accompagnano ma spesso trascinano, con la loro forza evocativa e suggestiva, la marcia verso il cambiamento. Le avanguardie intellettuali, che si esprimono attraverso le poliedriche forme dell’arte, accendono la luce che rischiara il movimento, di cui il libro traccia i più significativi passaggi.

Tra le positive eredità che il ’68 ci consegna, Franchi e Schianchi indicano l’universalizzazione dei diritti, l’autodeterminazione degli individui (in particolare in riferimento agli stili e alle condotte di vita), la trasformazione dei modelli familiari e dei rapporti di coppia, la liberazione dai tabù sessuali, la spinta verso modelli inclusivi (specie nell’ambito del sistema scolastico ed educativo), la tutela di diritti fondamentali quali la salute e la parità di genere, la ricerca e la creazione di canali di controinformazione, il rifiuto dell’autoritarismo.
Fra le negative ricadute, gli autori indicano anche l’attuale deriva populista, intesa come moderna e deviata riproposizione dell mito della democrazia diretta. In ogni caso, affermano, “il 68 segna un prima e un dopo, per cui niente resta più com’era”.

Il volume di Maura Franchi e Augusto Schianchi “C’era una volta il ’68. Prima e dopo” sarà presentato domani alle 17 all’Istituto di Storia contemporanea di Ferrara, in vicolo Santo Spirito 11. Interverranno l’autrice Maura Franchi, Fiorenzo Baratelli direttore dell’istituto Gramsci di Ferrara. Introduce Sergio Gessi direttore di Ferraraitalia

La democrazia del cibo

di Francesca Ambrosecchia

Ogni luogo, ogni città, ogni cultura ha una propria cucina. Piatti tipici, ricette particolari, il tutto accompagnato da vere e proprie usanze durante i pasti.
Quanto amiamo la cucina noi italiani! E quanto ci piace mangiare!
Ingredienti abbinati insieme che diventano piatti della tradizione: ci si può definire veri ferraresi se non si amano i cappellacci di zucca, la salama, il pasticcio di maccheroni o la tenerina? E questi sono solo alcuni esempi…
Sapori e odori che fanno sentire legati alla propria città e alle proprie origini. Ed è così che all’improvviso ricordi di quando, tutte le mattine nei periodi estivi, accompagnavi la nonna al panificio e il profumo delle coppie che non vedevi l’ora di mangiare resta inconfondibile.

“Le ricette di cucina sono un bene universale estremamente democratico, un tesoro che appartiene a tutti e che come le sette note può essere combinato in migliaia e migliaia di modi e diventare personale, a volte unico”
Paola Maugeri

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Quale cultura

di Francesca Ambrosecchia

Quando parliamo di “cultura” che cosa intendiamo?
Essendo cittadino europeo e nel particolare italiano ho un certo bagaglio culturale che si distingue dagli altri?
La cultura si lega alla nazionalità di appartenenza ma il discorso non si limita a questo. Basti pensare alla lingua, anch’essa elemento, oggetto di ciò che definiamo “cultura”.
Più in generale possiamo parlare dell’ambiente in cui viviamo, ciò che ci permette di guardare e leggere i fenomeni, attribuendo a questi ultimi simboli e significati.
La cultura era un concetto, fino agli anni ’60, legato alla mera tradizione: l’insieme di conoscenze provenienti dal passato ovvero tutti quei valori e quelle usanze che devono essere preservate nel tempo. Importante fu la svolta in ambito sociologico grazie alla scuola inglese dei Cultural Studies: la cultura diviene “a whole way of life”, la comune esperienza, un processo in continuo mutamento che comprende svariati elementi, dal come si scrive, come e cosa si mangia ecc.
Trattasi di un concetto sicuramente ampio e complesso in tutte le sue accezioni.

“La cultura, presa nel suo significato etnografico più ampio, è quell’insieme che include conoscenze, credenze, arte, morale, legge, costume e ogni altra capacità e usanza acquisita dall’uomo come appartenente a una società”
Marco Aime

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Cattedrali vs miniere

di Federica Mammina

In origine furono i cinema a scomparire, con le loro scomode ma romantiche poltroncine, per far posto a grandi multisala tutte uguali. Una vera rivoluzione, con la triste conseguenza che molti di questi splendidi edifici vennero abbandonati o snaturati trasformandoli in esercizi commerciali.
Poi seguì un proliferare via via sempre più rapido di grandi catene multinazionali, che negli ultimi anni hanno completamente trasformato il volto delle nostre città rendendole un ripetitivo copia incolla. E così i negozi storici e le botteghe di una volta chiudono, schiacciati dalla concorrenza sempre più pressante e velocissima nel soddisfare i bisogni in continuo mutamento, le città divorano la natura e i panorami più suggestivi vengono sfigurati dalle opere dell’uomo sempre più imponenti.
Fino ad arrivare perfino alle ruspe che buttano giù una cattedrale per far spazio ad una miniera. È ciò che è accaduto qualche giorno fa in una piccola città del nord della Westfalia, dove una società energetica che possiede la miniera e le centrali elettriche che alimenta con il combustibile estratto, ha buttato giù la Cattedrale di San Lamberto consacrata nel 1891.
C’è chi dice che sia il prezzo da pagare per la modernità, e che a qualcosa si debba pur rinunciare. Ma di solito si rinuncia a cose superflue per far spazio alle novità, si rinuncia a qualcosa di cui non si ha bisogno per avere in cambio qualcosa che ci arricchisca.
Il problema è ancora non ho capito esattamente per avere cosa stiamo rinunciando alla natura, alle tradizioni, alla nostra identità culturale, alle nostre ricchezze.

Salviamo il pandoro!

di Federica Mammina

Tra poco meno di un mese è Natale, le città già si vestono di luci, alberi, addobbi e, complice l’arrivo del freddo, si sente già la voglia di prepararsi a trascorrere le feste avvolti dal calore familiare. Si pianificano vacanze, si inizia a pensare al menu dei pranzi e delle cene, a chi invitare e ai regali. Non possono mancare poi le piccole dispute che ogni anno si ripropongono in tutte le famiglie: presepe o albero? Pandoro o panettone?
Ecco, quest’anno, per molte famiglie questi ultimi non saranno solo dei golosi fine pasto, ma saranno il vero regalo di Natale. La famosa azienda Melegatti, che prende il nome dal fondatore Domenico, l’inventore del nome, della forma e della ricetta del pandoro, ha rischiato di vedere la chiusura dello storico stabilimento di Verona. Ma grazie al sostegno dei consumatori (che si sono adoperati per questa come per altre aziende che tengono alta la bandiera del made in Italy colpite da calamità naturali), all’aiuto dei fornitori ed anche allo spirito di sacrificio degli operai che hanno accettato di rientrare in fabbrica nonostante la mancanza di stipendio, si è ottenuto il via libera del Tribunale per cercare di risollevare l’azienda con un piano che prevede un monitoraggio serrato delle vendite. E così pochi giorni fa è ripresa la produzione, quando, dopo mesi, è stato sfornato il primo pandoro, generando la commozione dei dipendenti.
La crisi per questa famosa azienda non è di certo passata, bisognerà aspettare diversi mesi per capire se c’è possibilità di salvezza, ma intanto speriamo che il senso di responsabilità e l’attaccamento al lavoro dimostrati, siano, nel pieno spirito natalizio, ricompensati.
E buon Natale a chi, il Natale, ce lo fa gustare.

Il mio amico Sensei/2
La nobile arte dei samurai accessibile anche ai bambini

SEGUE

Ecco la seconda parte dell’intervista a Fabio Vescovi, sensei di Daito-ryu Aikibudo, che ci racconta il mondo delle arti marziali giapponesi e l’affascinante legame con l’antica tradizione samurai.

Quando si parla di arti marziali si tende a pensare subito all’Oriente, come se queste pratiche fossero appannaggio esclusivo di quel mondo, ma è proprio così?
L’arte marziale è un concetto universale, voglio dire che questo particolare esercizio dell’attività umana è sempre stato presente ovunque nel mondo. In ogni angolo della Terra, ogni popolo, ogni cultura ha la sua disciplina marziale, sia in Oriente sia in Occidente. La vera differenza è che da noi occidentali questa attività è sempre rimasta e rimane tuttora racchiusa dentro confini assai circoscritti, separati da tutto il resto e con finalità specialistiche, alludo allo sport ma anche all’addestramento professionale di gruppi militari d’elite per esempio. È anche vero che le nostre tradizioni marziali si sono via via perse nel tempo, diventando solo retaggi di epoche remote, ormai superate da alcuni secoli di storia che hanno visto prevalere l’efficacia della macchina rispetto all’abilità fisica dell’uomo. Considera che da noi il Medioevo è finito cinque secoli fa, mentre in Giappone il Medioevo è terminato a fine Ottocento. E ciò ha permesso di fare arrivare intatte fino a noi un’innumerevole quantità di informazioni, documenti scritti, testimonianze fedeli di tutte queste discipline marziali. Da noi i capitani di ventura si sono estinti oltre quattro secoli fa, mentre in Giappone i maestri marziali hanno girato per strada armati di spade e vestiti da samurai fino agli anni Venti del Novecento! Considera anche che in Oriente la dottrina filosofica, elemento che sta alla base delle stesse discipline marziali, è vissuta come una religione. Per questo motivo si può facilmente comprendere come mai in Giappone ogni cosa che riguarda la tradizione venga così fedelmente e devotamente tramandata nel tempo, proprio come accade da noi con la religione. Paradossalmente, noi occidentali abbiamo accantonato le nostre antiche discipline marziali preferendo ad esse la tecnologia, poi abbiamo riscoperto una sorta di nostalgico desiderio di ritornare alle origini, di riscoprire noi stessi misurando di nuovo le nostre abilità. Ma questo lo possiamo fare attraverso la pratica delle arti marziali orientali, le uniche ad arrivare intatte fino a noi. Il vero guaio è che da noi, non disponendo dello stesso background di cultura e tradizioni, questo desiderio rischia puntualmente di tradursi in un’esperienza effimera legata alla moda di un momento.

A proposito di mode, da addetto ai lavori qual è il tuo pensiero al riguardo? L’arte marziale, intesa come percorso formativo e socializzante, può entrare pienamente nella cultura occidentale o è destinata a rimanerne ai margini?
Ora come ora non vedo molto margine di diffusione di questa disciplina, che rimane pur sempre espressione di una filosofia diversa, radicata altrove da secoli storia. È difficile che le persone cambino la propria visione di se stessi, del modo di porsi agli altri, della crescita personale, inculcata da tradizioni assai diverse da quelle orientali. Noi abbiamo delegato il nostro futuro alla tecnologia, abbiamo affidato il nostro pensiero e il nostro corpo alle macchine. Intendiamoci, io non sono contro il progresso, anzi. Il fatto è che, per quel che ci riguarda, la nostra filosofia è assai più connessa alla logica che allo spirito. Abbiamo da tempo rinunciato all’idea di perfettibilità. In altre parole, in Occidente il pensiero è che l’uomo è un essere imperfetto e sempre rimarrà tale, perciò è inutile lavorare su di esso, molto meglio trasferire lo sforzo verso la perfezione alle macchine, le uniche in grado di aiutarlo se non altro ad avvicinarvisi. D’altro canto, la spiritualità da noi è un fatto religioso e riguarda esclusivamente l’anima, non il corpo. Sono due concezioni diametralmente opposte quella occidentale e quella orientale, possono convivere, ma è difficile che possano fondersi in un’unica cultura. Pertanto credo che l’arte marziale intesa come fatto culturale, sociale e formativo, continuerà a rimanere appannaggio di pochi. Diverso è il discorso se la stessa viene vista come pratica sportiva, in questo caso potrà avere e avrà molte più chances di successo.

E sul proliferare delle cosiddette tecniche di combattimento da strada, che idea ti sei fatto?
Su questo tema faccio una premessa doverosa: in ogni dove si reclamizzano nuove tecniche di combattimento, nuovi modi di affrontare il corpo a corpo, con varie tipologie di armi, a mani nude, eccetera… Ebbene, di concreto, al di là delle discipline classiche, non è stato inventato più nulla che già non esistesse, magari sono state apportate modifiche ai metodi d’insegnamento, si sono coniate nuove espressioni, nuove terminologie, ma alla base di tutto le tecniche d’attacco e difesa, le prese, sono rimaste le stesse. Questo perché le discipline marziali sono il frutto di secoli di prove sul campo di battaglia, in cui chi tramandava le sue conoscenze era colui che era sopravvissuto perché deteneva la tecnica migliore. Oggi poi, per gran parte della gente la cosa importante è raggiungere il risultato in tempi rapidi, esistono corsi che ti consentono di farlo, che ti permettono di imparare le tecniche in breve tempo. Si tratta però di sunti, di Bignami, in cui ti fanno credere di poter ottenere il controllo di certe situazioni, ma non è così. Tutto questo porta a condizioni illusorie e pericolose, in cui la padronanza di una tecnica assume più importanza del normale buonsenso. Ci sono istruttori scriteriati, veri e propri ciarlatani, che ti preparano al combattimento senza educarti all’idea che il combattimento va comunque sempre evitato!

Quando è nata l’idea di insegnare ai bambini?
Dopo un anno che avevo aperto questo corso riservato agli adulti e dopo tanti amici che mi sollecitavano ad aprirne anche uno per bambini, mi decisi. Iniziai senza avere troppe aspettative al riguardo, ma fu una vera sorpresa perché non avevo idea di esservi così portato, e soprattutto che mi appagasse tanto! I bambini poi hanno una capacità di adattamento assai maggiore degli adulti, assimilano tutto più in fretta, sono come spugne, assorbono tutto subito, e non parlo solo di coordinazione fisica o di capacità mnemonica, quanto piuttosto di volontà e convinzione. La sorpresa è che prendono tutto quanto molto seriamente, più di tanti adulti. Capiscono che non si tratta solo di un gioco ma di qualcosa di serio e s’impegnano di conseguenza. Il vero problema spesso sono stati i genitori, molti di loro non hanno pazienza e non riescono a vedere la cosa in prospettiva, fanno fatica a immaginare che si tratti di un investimento per il futuro dei loro figli, e questo a prescindere da quanto tempo rimarranno a seguire i corsi.

I corsi di Fabio Vescovi presso la scuola Dōjō Aikibudō Yamato di Ferrara riprenderanno il 4 settembre per gli adulti e il 18 settembre per i bambini.
Per maggiori info:
Aikibudo Yamato Ferrara

I RACCONTI DEL LIDO
Un diverso destino per i L(a)idi

E così, dopo la buriana ferragostana, una pseudo calma torna sui L(a)idi e immancabili, rombanti e minacciose, le forze dell’ordine spazzano la battigia, provocando la fuga dei dannati della terra che fino al giorno prima sciamavano indisturbati con estasi ‘comprereccie’ per le non esili dame in cerca di ‘qualcosa da mettersi su’. Ma come mai solo a festa finita? Domanda necessariamente rivolta al silenziosissimo sindaco di Comacchio che (forse) non sembra aver a cuore le sorti dei suoi Lidi sempre più Laidi.

Comunque, ‘Passata è la tempesta’ ‘E odo augelli far festa’.
Il che vorrebbe dire le urla strazianti dei gabbiani che si avventano sui bidoni della spazzatura.
Poco alla volta il silenzio s’impadronisce delle vie che, se non vedono razzolare le leopardiane galline, assistono però al trionfo dei pelosi che a frotte scendono per la solita pisciatina o per il ‘grosso’, mentre i loro colpevoli padroni/e fanno finta di non vedere le orme evidenti del loro passaggio. E qui sarei tentato, ponendomi nei panni del Silenzioso (sindaco) di comminare multe salate agli sventati (ed è un eufemismo) non certo compagni umani dei pets.

Nella calma raggiunta si decide di andare a cena in un paese al confine tra Emilia e Romagna, Sant’Alberto.
Appena usciti dal caos l(a)idesco s’imbocca la Romea nell’ora ‘che volge al disio’. Tra gli alberi s’intravvedono le valli rosate. Voli di fenicotteri e di gabbiani striano il cielo.
Da lontano si scorgono i profili dei monti che la luce calante ammorbidisce nei contorni.
All’altezza di Casal Borsetti si volta a destra e si costeggia un canale le cui rive son popolate di casette ‘di una volta’.
Improvvisamente ricordo che quella strada la conosco poiché avevo portato Lilla dal guru degli animali dove tra i vocii di tanti animali avevo ascoltato il responso e la cura.

Infine, sotto l’argine si scorge una grande scritta: ‘La rucola’.
Una casa contadina, un grande parco e attente ragazze che, immuni dalla leggera falsità imposta dai locali alla moda, t’invitano a sederti, e ti propongono prima di tutto, ma solo il lunedì, il favoloso ‘gnocco’ fritto. E non si faccia ironia a declinare al femminile il termine!
Giungono poi piatti della cucina romagnola di un tempo, che accompagnano i soffici e incredibili gnocchi, fritti secondo la tradizione modenese. Chiedo spiegazioni e arriva lui, il capocuoco, perfetta immagine del bagnino romagnolo tombeur de femmes della mia giovinezza. Ha il codino di capelli grigi, orecchino pendente con crocifisso e la tshirt d’ordinanza. Ci racconta la storia della composizione del gnocco tramandatagli da una nonnina modenese di più di ottanta anni. E ci raccomanda come accompagnamento del gnocco: salumi di casa, formaggi, ricotte, scalogni, costolette d’agnello, faraone, passatelli in brodo, cappelletti romagnoli. Un vero ‘nozzo strangozzo’.
Improvvisamente il tempo si ferma di fronte a un’enorme fetta di zuppa inglese e di ‘brazadele’ (ciambelle) di vari tipi. Allora penso a come avrebbe potuto essere il destino dei L(a)idi se fossero stati concepiti come luogo di passaggio di due tradizioni paesaggistiche e culturali tra Emilia e Romagna.
Spazi infiniti di pini e di dune sabbiose.
Luoghi in cui il tempo avrebbe potuto divenire Storia.

Il mio amico Sensei/1
L’antica tradizione samurai come moderno strumento di socializzazione

Vado all’appuntamento per un’intervista un po’ fuori dagli schemi. In realtà non si tratta proprio di un’intervista, ma più di una chiacchierata tra vecchi amici.
Ho conosciuto Fabio Vescovi diversi anni fa, lavoravamo entrambi in un’azienda del bolognese e abbiamo legato quasi subito.
Ormai sia Fabio che io facciamo tutt’altro. Un po’ per caso e un po’ per scelta, abbiamo seguito strade alternative, spesso faticose, e pur tuttavia appaganti e ricche di soddisfazioni.
Fabio è un tipo tosto, con una faccia che pare scolpita nel legno e una forma fisica perfetta: muscoli allenati e nemmeno un filo di grasso. I suoi modi sono gentili e misurati, sempre finalizzati a mettere a proprio agio tutti quelli che incontra. Segno evidente di un grande equilibrio interiore e, conoscendolo, di una precisa disciplina che regola ogni suo gesto.
Fin dai primi tempi della nostra conoscenza, intuivo che Fabio possedesse qualità speciali, trasparivano in lui una sicurezza e una tranquillità non comuni. Poi, finalmente, ho scoperto cosa c’era dietro.
Fabio è un Sensei, ovvero un maestro di arti marziali giapponesi.

Esistono persone tra noi che rompono le consuetudini. Sono coloro che scelgono di seguire itinerari di vita diversi dal solito, quelli che osano, che si allontanano dal recinto rassicurante delle convenienze per seguire la propria vocazione. Una strada spesso impervia e ricca di incognite, ma che alla fine, con caparbia volontà e un pizzico di fortuna, li porta proprio dove volevano arrivare.

La passione di Fabio per le arti marziali orientali nasce fin da bambino, è lui stesso a raccontarlo. Sono gli anni Settanta e, grazie al nuovo filone del cinema d’intrattenimento nato a Hong Kong, in Occidente si scopre per la prima volta una disciplina marziale chiamata Kung Fu. Il suo grande protagonista è Bruce Lee, attore cinoamericano e soprattutto eccezionale maestro marziale che in breve tempo, grazie anche alla sua prematura scomparsa, diventerà la più famosa icona mondiale delle arti marziali cinesi.
All’epoca Fabio è un ragazzino molto vivace, pratica il rugby, ma invidia molto i suoi coetanei che frequentano i corsi di Judo e Karate. Alla fine, dopo l’ennesima botta rimediata in partita, i suoi genitori decidono di accontentarlo e lo iscrivono alla scuola locale di Aikijujitsu, la storica scuola del Bushido di Ferrara. Lì conosce il suo primo maestro, sensei Carmelo Stroscio, colui che più di tutti lo formerà fisicamente e caratterialmente a questa antica disciplina guerriera. È il 1985, Fabio è un ragazzo di quindici anni e da quel momento in poi praticherà lo Aikijujitsu ininterrottamente per una decina d’anni.

Nel frattempo, sull’esempio dei primi lungometraggi di produzione asiatica, negli anni Ottanta e Novanta anche a Hollywood proliferano film d’azione incentrati sulle arti marziali, interpretati dai vari Steven Segal e Jean Claude Van Damme, esperti maestri oltre che attori. Fabio ammette che queste nuove forme di combattimento lo incuriosiscono a tal punto da spingerlo ad abbandonare gli studi marziali tradizionali del Dojo Bushido per cimentarsi in discipline sportive vere e proprie come il full contact e la kickboxing.
Dopo tre anni passati in palestra a ‘dilettarsi’ in questi sport di combattimento a mani nude, Fabio incontra sensei Giuliano Goldoni, maestro di Kendo ed ex-allievo del Bushido. Il maestro lo inizierà all’arte della katana, la tradizionale spada samurai, e proprio l’incontro con questa disciplina rappresenterà per Fabio uno spartiacque fondamentale nel suo percorso di formazione. Sarà infatti il Kendo a fargli riscoprire e apprezzare nuovamente l’antico fascino delle discipline marziali dei samurai, i loro riti, le loro regole, il valore della lealtà e il rigoroso rispetto per l’avversario.

È il 1998, e da qui in avanti si applica integralmente all’uso della spada giapponese fino a diventarne maestro egli stesso. Per alcuni anni si dedica quindi all’insegnamento del Kendo tenendo corsi tra Ferrara e provincia.
La sua iniziale passione per “l’arte marziale a mano nuda” resta però sempre forte in lui, tanto che un incontro casuale col vecchio maestro Stroscio lo spinge a riprendere la sua precedente ricerca nella pratica dello Aikijujitsu. Ricerca che si arricchisce sempre di più grazie alla successiva conoscenza con uno tra i più illustri maestri italiani: sensei Antonino Certa.
Nel 2009 Fabio crea a Ferrara un “gruppo di studio” di Daito-ryu Aikibudo affiliato all’organizzazione di Certa. Dopo qualche tempo, conclusa l’esperienza con Certa, conosce sensei Luigi Carniel, maestro di fama internazionale, rinomato forgiatore di lame e vecchio allievo di alcuni tra i più grandi sensei giapponesi. Entra così a far parte della sua organizzazione nel cui ambito fonda la scuola Dōjō Aikibudō Yamato di Ferrara, scuola dove insegna tuttora.

Fabio, ma che cos’è esattamente il  Daito-ryu Aikibudo?
Beh, in parole semplici, è l’unione della pratica a mano nuda, l’Aikijujitsu, con la pratica della spada, il Kenjutsu. Nella filosofia samurai le due discipline di combattimento non possono essere considerate separatamente. In altre parole il samurai deve essere esperto in entrambe le tecniche, sia quella a mano nuda sia quella armata.

Tornando al concetto di “organizzazioni” di studio e divulgazione delle arti marziali, puoi spiegare meglio in cosa consistono?
Intanto occorre fare una premessa, l’insieme delle discipline marziali giapponesi è suddiviso sostanzialmente in due grandi gruppi: arti marziali classichearti marziali moderne. Sono classiche tutte quelle insegnate a esclusivo uso militare fino alla fine dell’Ottocento: la strategia di guerra, le tecniche legate strettamente all’arte del combattimento. Mentre sono considerate moderne tutte le discipline divulgate successivamente e con finalità educative, cioè concepite per accrescere aspetti legati alla personalità, al carattere, alla socializzazione, eccetera. Nel mondo esistono tantissime organizzazioni internazionali legate alle arti marziali moderne, organizzazioni con migliaia e migliaia di iscritti, le cui discipline sono ampiamente conosciute: il Karate, il Judo, il Kendo, l’Aikido… Molte meno sono invece quelle legate alle arti marziali tradizionali o classiche come la nostra. Noi studiamo e divulghiamo discipline più di nicchia, nelle quali l’insegnamento pratico viene affiancato da quello teorico, dove l’aspetto formale assume una notevole importanza. Il nostro è uno studio un po’ più impegnativo e per forza di cose la cerchia di persone che vi si dedicano è più ristretta. Per ciò che riguarda il mio insegnamento, l’Aikijujitsu, tutto parte da un famosissimo maestro vissuto tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, Takeda Sokaku, il primo ad aver fatto conoscere in Giappone l’arte marziale di famiglia (il Daito-ryu Aikijujitsu) custodita gelosamente per secoli. I suoi discepoli poi ne divulgarono le regole fondando scuole e organizzazioni fino ai giorni nostri. Attualmente, nel mondo esistono poche organizzazioni di Aikijujitsu, ognuna delle quali con un proprio maestro di riferimento e una propria linea di insegnamento, io faccio parte di quella di Carniel.

Un cenno sul concetto di linea di insegnamento?
In sostanza non è altro che una modalità di apprendimento, ovviamente le tecniche di base sono le stesse per tutti e si rifanno a quelle impartite da Takeda stesso, ciò che cambia è la metodologia d’insegnamento. Direi che ogni linea cambia soprattutto a seconda delle varie ‘sensibilità’ dei maestri di riferimento, la disciplina è sempre la medesima, ma con sfumature diverse. Nel nostro corso un’importanza fondamentale ricopre lo studio delle varie distanze: mentre molte altre linee si basano principalmente su una serie di figure o kata, cioè attacchi e difese prestabilite, questo metodo si sofferma su una progressione di attacchi non preimpostati portati su varie distanze diverse. In questo modo l’apprendimento risulta inizialmente più difficile, ma consente all’allievo di sviluppare nel tempo una maggiore elasticità mentale e una migliore reattività. Riassumendo, nella nostra scuola la linea resta insegnare le tecniche di base che fungono da substrato per poi imparare anche le tecniche più avanzate. Voglio anche precisare che ogni percorso, qualunque sia la linea intrapresa, alla fine permette comunque di ottenere una preparazione di alto livello… è importante saperlo.

Quali sono le principali differenze che hai potuto riscontrare tra le discipline che hai praticato?
Tra i nostri insegnamenti ci sono appunto il Daito-ryu Aikijujitsu e la pratica di un’antica scuola d’armi giapponese: la Tenshin Shoden Katori Shinto Ryu, risalente al quindicesimo secolo, oggi riconosciuta come tesoro nazionale del Giappone, che riguarda principalmente l’apprendimento delle tecniche d’uso della spada e in genere delle armi bianche. Posso dirti, per esempio, che esiste un’evidente differenza tra il Katori Shinto Ryu e il Kendo. La prima è un’antica arte marziale, nata per il campo di battaglia e concepita per il combattimento con l’armatura, mentre la seconda è un’arte marziale moderna nata essenzialmente come disciplina educativa di controllo del corpo e della mente. Sono esteticamente affini, ma concettualmente diverse: la prima punta a offendere le parti scoperte del corpo, mentre la seconda mira a colpire proprio le protezioni, dato che lo scopo primario non è il ferimento dell’avversario. Ovviamente nemmeno noi puntiamo al ferimento dei nostri allievi [Fabio ride], la nostra è in sostanza una trasposizione delle antiche tecniche attraverso l’esecuzione di kata (mosse prestabilite di attacco e difesa). Più o meno lo stesso discorso vale nella distinzione tra Aikijujitsu e Aikido: il primo nasce nei campi di battaglia come pura tecnica di combattimento, mentre il secondo nasce come metodo educativo di formazione del carattere e di socializzazione. In sintesi, la differenza riguarda non tanto la tecnica in sé, ma la filosofia che sta alla base della disciplina, lo scopo per cui essa è stata concepita.

Puoi spiegare ai nostri lettori quanto tempo ci vuole per diventare cintura nera e cosa sono i Dan?
Considerato che le cinture sono sei, che nel nostro Dojo per l’ottenimento di una cintura si parte con un esame all’anno, e che i tempi di apprendimento si allungano fino ad arrivare a due anni tra la marrone e la nera, direi che per diventare cintura nera si possono impiegare tranquillamente non meno di otto anni. Sempre mantenendo un impegno costante e continuativo per tutto il periodo di riferimento, questo perché il nostro è un percorso molto intenso, che contempla sia la pratica sia la teoria.
Dan in giapponese significa letteralmente gradino, in questo caso gradino di conoscenza. Dato che per noi l’ottenimento della cintura nera rappresenta un punto di partenza e non di arrivo, il Dan configura un ulteriore livello di conoscenza, sia di tecnica sia di abilità. A seconda della disciplina che lo riguarda, può essere l’insieme di ulteriori tecniche, di accresciute abilità, fino ad arrivare a contemplare vere e proprie filosofie di vita, ma qui il discorso si fa più complesso. Perciò diciamo che genericamente il significato di Dan è quello che ti ho appena detto, e comunque è opportuno ricordare che lo studio dell’arte marziale dura una vita intera.

Insomma l’arte marziale non è da considerarsi soltanto come tecnica di autodifesa, ma anche e soprattutto come pratica di socializzazione.
Spesso ci si dimentica che socializzare con gli altri non riguarda solo la comunicazione verbale, ma anche e soprattutto il contatto fisico. Specialmente oggi il contatto fisico, tra le forme di comunicazione, è diventato quasi un tabù. La gente non si tocca più, addirittura si preferisce parlare a distanza piuttosto che a quattrocchi. È un po’ come se fossimo in tanti isolotti divisi dal mare e pieni di dispositivi hi-tec che ci consentono di scambiarci informazioni 24 ore su 24. Siamo in costante contatto con gli altri eppure restiamo isolati, ce ne stiamo da soli anche quando crediamo di non esserlo. La moderna arte marziale è concepita proprio per aiutare a sbloccare questo tabù: lo stare insieme, l’afferrarsi, prendere confidenza col proprio corpo e quello altrui, imparare a conoscerne le qualità e i punti deboli, confrontarsi per raggiungere un comune obiettivo. Tutte queste cose aiutano a socializzare, a entrare in sintonia con l’altro, a creare empatia. A questo poi si aggiunge un altro aspetto importante che oggi si tende a ignorare: la gente non vuole più fare fatica. Tutto è concepito e costruito per facilitare il raggiungimento dei bisogni, tutto viene progettato per sgravarci dalla fatica. Questo ovviamente ci facilita la vita, ma crea un pericoloso effetto collaterale: ci rende pigri e ci indebolisce sia fisicamente che caratterialmente. La via marziale ci aiuta a ritrovare quella benefica predisposizione al sacrificio che negli anni molti di noi hanno perso per strada; il percorso è lungo e impegnativo, è fatto di disciplina, di regole, di rigore formale, di fatica fisica, e spesso capita che ci metta in crisi, che sottoponga a dura prova la nostra forza di volontà, creando dubbi su ciò che vogliamo realizzare veramente. Come ho detto non è un percorso semplice, alcuni mollano, ma è necessario per crescere e ritrovare quell’autocontrollo, quel senso dell’impegno e quella forza caratteriale che oggi, soprattutto tra i giovani, si sono un po’ smarriti.

I corsi di Fabio Vescovi presso la scuola Dōjō Aikibudō Yamato di Ferrara riprenderanno il 4 settembre per gli adulti e il 18 settembre per i bambini.
Per maggiori info:
Aikibudo Yamato Ferrara

CONTINUA

La teoria della vongola: anche la verace passerà

Un piatto di spaghetti con le vongole, per favore!
Sì, ma quali vongole?
Nella Sacca di Goro la vongola verace (Ruditapes decussatus) è scomparsa. All’inizio degli anni Settanta lo sfruttamento indiscriminato del mollusco portò la sua pesca da circa 1200 quintali a stagione a circa 70 quintali in 6 anni. Per rimediare all’errore, al sottovalutato danno, e rinfrancare la pesca e l’economia si introdusse un’altra vongola di origine filippina (Ruditapes philippinarum) con caratteristiche ben diverse: maggiore taglia, maggiore adattamento ecologico, maggiore prole. In poco tempo la straniera philippinarum scalzò l’autoctona decussatus e, usurpato il titolo di verace, oggi è l’unico condimento dei nostri spaghetti.

Anni fa Eugenio Scalfari introdusse la “teoria della cozza”, un’immagine metaforica che applicò alla Dc e a Giulio Andreotti. Al mio provincialismo estense la vongola verace suggerisce un’altra teoria: quella della vongola.
Recentemente Bernardo Valli su ‘L’Espresso’ (30/07/2017) evidenzia il crollo demografico della vecchia Europa. In cinquant’anni la Germania potrebbe perdere 24 milioni di abitanti, un destino comune all’Italia. Se persistono i tassi di fertilità odierni, secondo le informazioni raccolte da Valli, entro il 2080 potrebbe scomparire una quota di abitanti equivalente a quella della Germania dell’Est, un tempo comunista. Valli è consapevole che “sono cifre da fantascienza rese nebbiose, incerte, perché con scadenze reali remote”. Tuttavia vede “una decimazione della popolazione contenibile, meglio attenuabile, con una forte immigrazione. Un’idea quest’ultima che spaventa gli elettori e che può cambiare il panorama politico tedesco”. Sempre su ‘L’Espresso’ Eugenio Scalfari (06/08/2017) dichiara che la vera politica europea è “ridurre le diseguaglianze, aumentare l’integrazione. Si profila come fenomeno positivo, il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media, un sangue integrato”. Nello stesso numero della rivista Francesca Sironi visita la nostra Lagosanto, il paese italiano con la più bassa presenza di giovani al di sotto dei trent’anni. Testo e foto ne danno un panorama algido, freddo, vuoto. Vuoto di cosa? Di lavoro? Di negozi? Di cinema? No, di cultura: terra rasa, da dissodare, arare, fresare e seminare. Una laguna anossica sul cui fondale le vongole veraci stanno boccheggiando prima della morte.
Queste tre indagini sulla società non considerano la sua parte più caratterizzante e dinamica, quella culturale. Ho la sensazione che si pensi di modificare il corso degli eventi (i.e., bassa natalità, aumento dei pensionati, riduzione del pil) con meccanismi tecnici di migrazione/importazione delle popolazioni senza valutarne le modalità e i successivi impatti culturali: non ricorda la storia della nostra vongola verace? Si diceva: “Dobbiamo guadagnare di più dalla vendita delle vongole, ma le abbiamo già pescate tutte: impiantiamone di nuove, alloctone, più prolifiche! Tanto le veraci ci sono da sempre (!), non scompariranno”.

La mia metafora è semplicistica in quanto non analizza i dettagli ecologico-sociali. La preoccupazione sociale prodotta dall’immigrazione è spesso trattata in Italia solo tecnicamente (si ricordino, per esempio, le ultime considerazioni di Tito Boeri), in termini economici e statistici, considerando in modo asettico numeri, produzione, tassi, invece di persone, culture, etica.
Uno dei punti cardine del problema immigrazione è mantenere e diffondere la cultura (nazionale e locale) per non perdere la tradizione. Sappiamo che questa naturalmente si diluisce con il tempo, muta forme e colori: non scompare immediatamente, si modifica, cambia aspetto. È una dinamica che non possiamo arginare e interrompere. Possiamo però rendere la cultura più comprensibile, fruibile e coinvolgente, agli autoctoni e specialmente agli alloctoni. Una cultura non sussiste indipendentemente dalle altre, perché è solo come parte dell’autodeterminazione del mondo nella sua totalità dinamica e storica che essa può darsi.
Proviamo a seminare l’arte. L’arte ha la capacità nella sua estetica di rendere dinamici tutti gli attori, gli oggetti come i soggetti, le interpretazioni e le emozioni, di modo che tutte le attività dell’uomo vengono rimesse in discussione, rinegoziate. L’esperienza estetica è un’attivazione delle nostre facoltà cognitive, una promozione della vita. L’esperienza estetica permette proprio quelle rinegoziazioni delle pratiche umane che sono necessarie a un essere umano che “non ha alcuna forma di vita impiantata per natura“ (Georg W. Bertram).
L’estetica è un’etica.
Non potendo più apprezzare gli spaghetti alle vongole veraci (i.e., R. decussatus), abbiamo inventato quelli allo scoglio: un coacervo di prodotti freschi e congelati, provenienti da mari differenti, che forniscono, più o meno con soddisfazione, un esempio di gastro-evoluzione. In meno di quarant’anni abbiamo dimenticato il sapore della vongola verace (decussatus) e la sua decimazione: è stata sostituita (quantitativamente) dallo “scoglio”, arduo da scavalcare.
Ed anche la verace passerà.

L’atmosfera ritrovata del caro, vecchio Apollo

di Francesca Ambrosecchia

Forse le poltrone sono meno comode, non c’è tra queste la “zona vip” e l’audio in alcune sale dovrebbe essere revisionato ma l’atmosfera di un piccolo cinema come l’Apollo non si respira nei multisala. La contesa esiste da molto ormai, da quando l’Uci Cinemas ha attirato sempre maggiore clientela per via di molteplici fattori. La scelta ricade tra svariati titoli per via delle numerose sale di proiezione, maggiore possibilità di trovare parcheggio e così via.
Quando però salgo le scale del cinema Apollo quasi sempre lo sguardo si ferma su un quadro: “sotto vetro” si trovano tutti i bigliettini colorati che vennero attaccati alle porte del cinema quando tanti decisero di manifestare pensieri di affetto e sostegno per far sì che l’Apollo rimanesse aperto dopo una pausa estiva dalla lunghezza imprecisata e la cessata gestione Arci nel 2013: avere un cinema in Piazza Carbone non è male dopotutto! Pensate ad una sera in piazza in cui si mette a piovere all’improvviso, che fare? Un bel film può essere la soluzione!
Non intendo istigare al boicottaggio di multisale come l’Uci Cinemas, anche perché nel farlo sarei ipocrita ma credo che valorizzare piccoli cinema cittadini e non grandi catene sia qualcosa di bello e preferibile quando possibile. Qualcosa che non toglie identità alla nostra città, a quei luoghi che tutti conoscono e a cui tutti sono legati.

Pigna o bottiglione? Quest’anno vince la tradizione…

di Lorenzo Bissi

E così quest’anno è tornato il caro, vecchio abete ad ornare la nostra Piazza della Cattedrale.
L’anno scorso, l’opera dei maestri vetrai di Murano, della bottega Cenedese, ha fatto tanto discutere. C’era chi diceva che i costi (tra noleggio dell’albero, montaggio, sorveglianza e luci, il costo complessivo è stato attorno ai venticinquemila euro) erano eccessivi, chi sosteneva che l’albero (?) non fosse poi tutto questo grande spettacolo, e chi, fedele alla tradizione, voleva l’abete perché il Natale è il Natale, e non si possono stravolgere le usanze. Ovviamente non sono mancati nemmeno quelli che invece apprezzavano la novità, e anche lo stile insolito del tanto discusso albero di vetro.
Questo Natale, per fare felici un po’ tutti, si è deciso di ritornare al classico abete, ma di ornarlo con decorazioni di vetro che poi saranno rivendute, devolvendo il ricavato in beneficenza.
Dobbiamo essere proprio sinceri?
Davanti al Duomo in eterna ristrutturazione, piuttosto che l’albero spelacchiato di quest’anno, era meglio il gigantesco “scolabottiglie” dell’anno scorso…
Almeno quello, illuminato com’era, lo si vedeva anche in mezzo alla nebbia!

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Tra benedizioni e società civile a scuola muore la laicità

Mentre a Parigi si va a scuola di laicità, a Bologna la laicità della scuola necessita di una sentenza del Tar per essere tutelata. Ma, come si sa, “Parigi val bene una messa”; così l’Ufficio Scolastico Regionale ha affidato all’Avvocatura di Stato il compito di vagliare le possibilità di un ricorso contro la sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale che tiene lontana dalle scuole la benedizione pasquale.
È come dire che lo Stato, laico per Costituzione, fa causa contro se stesso e la propria laicità. Schizofrenia istituzionale? Disturbo della personalità statale? Non c’è da stupirsi se non siamo un paese normale.
I sostenitori della benedizione delle aule scolastiche hanno deciso che, se l’aspersione d’acqua benedetta non può essere compiuta all’interno dell’edificio scolastico, si procederà comunque con il rito all’esterno, dal marciapiede antistante la scuola.
Viene da chiedersi cosa aggiunga o cosa tolga alla scuola la benedizione pasquale. Forse rende più intelligenti alunni e alunne, forse li preserva dai pericoli di un crollo, considerato lo stato della nostra edilizia scolastica, chissà. Per non dire delle profonde perplessità sul valore formativo per bambini e adolescenti, chiamati a fare da pubblico a un rito che nulla ha da invidiare alle antiche rogazioni nelle campagne.
La senatrice Pd Francesca Puglisi dichiara: “Non credo che sia la benedizione a violare la laicità dello Stato”. E il parroco che avrebbe dovuto impartirla sostiene che la benedizione pasquale non è un rito religioso, ma una tradizione civile del nostro popolo.
A questo punto verrebbe da chiedersi cos’è dunque laico e cosa religioso, cosa razionale e cosa irrazionale. Ma soprattutto perché, a Natale e a Pasqua, la scuola debba essere sempre oggetto di polemiche religiose spacciate per tradizioni civili che non offenderebbero la laicità dei laici.
Ora bisogna essere davvero anime belle per non voler vedere strumentalità in tutto questo.
Nella nostra società, sempre più secolarizzata e sempre più multietnica, certi credenti si sentono minacciati da quanti praticano la propria religione con una coerenza che loro hanno perduto ormai da tempo. Di qui la risposta in difesa: affermare la propria identità ricorrendo alla tradizione, alle forme esteriori di una fede che non ha più radici nella vita interiore delle persone.
Per legge sono i Consigli di Istituto che nei loro regolamenti devono prevedere le condizioni per concedere l’uso degli spazi scolastici in orario extrascolastico. Non mi risulta che rabbini, imam o pastori protestanti abbiano mai fatto richiesta d’uso delle aule scolastiche per le loro funzioni religiose, perché i preti sì? E perché solo per la benedizione pasquale e non tutte le domeniche per la messa?

È evidente la volontà di portare la scuola su un terreno molto pericoloso. In tutto questo c’è più uno spirito di crociata, più che di pietà religiosa.
Lo esprimono chiaramente i promotori delle benedizioni scolastiche, chiedendosi perché le moschee sì e le benedizioni no, paventando il rischio di dover cancellare le chiese per non disturbare i musulmani, oppure che sia impedito ai loro figli di sentirsi italiani e cristiani anche a scuola, fino a vedere calpestata la propria religione.
Eppure la sentenza del tribunale amministrativo emiliano romagnolo, nel suo buon senso, non solo pare laica, ma direi anche cristiana. Non fa altro che affermare come il principio costituzionale della laicità non significhi indifferenza rispetto all’esperienza religiosa, ma comporti piuttosto equidistanza e imparzialità rispetto a tutte le confessioni religiose.
Questi signori della benedizione ‘prêt à porter’, che si scandalizzano delle madrase – le scuole coraniche altrui – non si scandalizzano che nelle nostre scuole statali, pubbliche e aconfessionali, si manipolino le menti dei più piccoli, si sa più assorbenti e plasmabili, a partire dalla scuola dell’infanzia, con la narrazione confessionale della religione cattolica.
È la questione di sempre: ci si preoccupa più di educare che di istruire. Del resto educare pare essere più facile che istruire, come è più facile trasmettere il dover essere che il divenire. La scuola da sempre offre un terreno molto favorevole a quanti sono preoccupati di plasmare le coscienze anziché formare le intelligenze, perché raduna tutti i giovani quando sono facilmente manipolabili, condizionabili e suggestionabili, perché le loro menti ancora devono maturare e quest’ultima possibilità difficilmente è loro offerta dalla nostra scuola.
La scuola è terreno estremamente delicato, perché luogo di formazione della parte più fragile della nostra società: le bambine e i bambini, le ragazze e i ragazzi. Tutti si dovrebbe fare un passo indietro, essere molto attenti a evitare interferenze, tenersi distanti con le proprie idee e convinzioni da chi le idee e le convinzioni deve conquistarsele da sé, con la propria testa e non con quella degli altri.
“È decisivo abbandonare l’attuale modello istituzionale statalista per sostituirlo con uno nuovo, espressione delle più vive dinamiche sociali”, scriveva nel 2002 l’attuale direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna in un testo da lui curato, “La scuola della società civile tra Stato e mercato”, forse questo spiega la sua intenzione di ricorrere contro la sentenza del Tar.
Il tema riproposto dalla benedizione pasquale delle scuole è ancora quello, da tempo caro a certi ambienti cattolici del nostro paese, del rapporto tra scuola e società civile. Un tema da interferenze e cortocircuiti, fino a quando cattolici e teorici del libero mercato dell’istruzione anche nel nostro paese non saranno in grado di provvedere da soli a farsi le loro scuole, senza ricorrere allo Stato, ai bonus scuola e, ovviamente, alle benedizioni pasquali.

Natale a Ferrara fra tradizione e innovazione

In città è tutto un fiorire di innovazioni quasi una gara compulsiva col selfie che le registra e le approva e, può anche succedere, le condanna. Ecco allora frasche di vetro costruiscono l’albero natalizio davanti alla Cattedrale che attira, ammirati e insultanti, non solo gli ‘umarel’ attenti analisti delle novità, aggirantesi inquieti tra piazza Trento Trieste e piazza Cattedrale in quanto spodestati dalle loro usuali postazioni da bancarelle incombenti di sciarpe, sciarpette, sciarpone, bensì il fior fiore degli esegeti dei fenomeni cittadini prontamente intercettati e intervistati dai giornali e dalle tv locali. S’alzano imperiose dita ripiegate a immortalare il momento dell’accensione della vetreria di Murano tra tributi di acque e getti musicali; s’alzano applausi convinti o esitanti per dichiarare il trionfo dell’albero innovativo. E come si modula la parlata locale! Ben consapevole, specie tra le jeunes filles en fleur, che è peccato mortale lasciarsi andare alla consueta e morbida ‘essce’ ferrarese; meglio trasformarla in una decisa ‘tz’ come insegna la trionfante modella, che nella pubblicità invita a cambiare ‘vertzo’. Finalmente una parità sociale raggiunta. La ‘tz’ non è più, come un tempo, prerogativa di esclusive scuole private, ma democraticamente si estende e prolifica in tutta la provincia. Così all’attento ascoltatore dei fatti altrui confidati, o meglio urlati, nella protesi mobile del telefonino o altro derivato è tutto un ‘zirlìo’, un trionfo di imitazioni delle zanzare da far impallidire il detentore della fortunata rubrica giornalistica di un quotidiano ferrarese, che aveva trovato nella zzz zanzariera un modo per castigare il pubblico di ‘Frara’ .
Moda che, immagino, sarebbe stata prontamente avversata da una meravigliosa creatura quale la Micòl del Giardino dei Finzi-Contini, che individuava nelle prerogative di una ferraresità fatta di buon gusto e buone maniere la possibilità di contrastare – fin nella sua citazione “l’adoro” riferita al pittore de Pisis, ma ora passata a individuare una marca di profumi francesi – banalità e massificazione.

Ma l’innovescion (prego, con ‘essce’ strascicata alla ferrarese) non si limita alla presenza dell’inquietante albero di Natale che, purtroppo, anche acceso mi ricorda nella mia fantasia, probabilmente distorta, uno scovolino – tanto che gli invidi padovani hanno pensato bene di proiettare immagini luminosamente natalizie sul Palazzo della Ragione. Si estende ed esorbita nella vicenda di Carife. Qui, all’assemblea indetta da Federconsumatori, con l’affannato Trefiletti (nome non è mai apparso simbolicamente più inappropriato) un pubblico di delusi e gabbati azionisti e sottoscrittori Carife si presentava in quella situazione che solo Dante ha saputo esprimere:
“Se tu se’ accorto come suoli,/ non vedi tu ch’e’ digrignan li denti,/ e con le ciglia ne minaccian duoli?” (Inferno, XX, 130-133).
Purtroppo il digrignare dei denti arriva tardi, tardissimo, dopo le orrende vicende che hanno caratterizzato la banca cittadina prima, mentre e dopo il commissariamento. Frutto dell’innovescion, ma anche dell’impreparazione dei sottoscrittori, del loro lungo mormorio che non è mai esploso in “digrignar di denti”; così fallisce la banca e lascia sul terreno scorie pericolose: come l’amianto, come la terra dei fuochi dove andranno sepolti i danni provocati.
Tra questi due poli dell’innovescion ci si appresta a consumare il Natale debitamente condito di salama e caplitt, di panpepato e zampone. Le invitanti bancarelle del Listone sono percorse e accostate a passo di marcia da folle – per fortuna! – di eventuali compratori attirati da profumi e sapori. L’indimenticabile odore delle mandorle caramellate prerogativa della memoria più antica, quando lo si andava a comprare da “German” in via Saraceno. O il lussuoso acquisto del caviale del Po nel negozio a un passo dalla Sinagoga di via Mazzini. Sì! Proprio da “Penna”.
Altro che innovescion! Bisogna invece ricordare la Storia delle piccole cose, che hanno rimbalzato poi nelle pagine di Bassani e nei quadri di de Chirico o nelle prose di Savinio.
E i giocattoli di De Marco e la carta e i biglietti di Finzi o della Sociale e i libri di favole comprati da Taddei o dalle Paoline. Poi, più grandi, i dischi 78 o 45 giri nel negozio all’angolo dei 4esse.
L’innovazione è valida solo se la si aggancia alla memoria, non alla sua cancellazione.
Tristi e turbative vicende affannano i ferraresi.
La Carife, la sorte del patrimonio artistico dalla banca posseduto, le stridenti esternazioni di un vescovo che sembra non essere in sintonia col suo gregge, la cancellazione di risparmi sudati e improvvidamente affidati a chi, forse, non ne aveva capacità, la tardiva confessione dei politici che ammettono ora che ‘forse’ non si è tutelato a sufficienza l’investitore. Ma il Natale sta arrivando e miserabili appaiono le polemiche su presepi negati o portati, sulle vicende del sindaco di Pietrasanta, amatissimo paese dove ho trascorso anni felici d’estate.
Se il Natale sempre più assomiglia alla fiera del regalo si cerchi almeno d’individuarne le cause e non solamente parlare d’innovescion.
Così, quando l’Epifania che tutte le feste porta via arriverà, cerchiamo di limitare l’innovazione e non creare più i presupposti di una grande offesa come quella delle tele che risplendono nella loro bellezza (parola non innovativa, ma eterna) costrette a sloggiare dalla loro casa per ‘incendiare’ il Castello del Wor Bas: “sempre avanti”!

LA CITTÀ’ DELLA CONOSCENZA
Non rinchiudiamoci nella gabbia delle tradizioni

Si può ritenere la propria cultura superiore per un’ampia gamma di ragioni, che possono muovere dal semplice fatto che si tratta della ‘propria’ cultura, fino a ragioni di censo e di religione. La tentazione o l’occasione di prevaricare culturalmente può verificarsi più facilmente quando si sbandiera la propria cultura come tradizione. La tradizione è sempre un trasloco che si fa dal passato al presente. Un arredo che viene dal passato, e questo non si deve mai dimenticare, perché non sempre tutti i presente rivelano un’identica disponibilità all’accoglienza. È difficile tenerne conto? Non credo per chi si considera laico, per chi considera la laicità come separazione delle sfere, quella pubblica e quella privata. La laicità è una scoperta della ragione, la propria e quella degli altri. Il sonno della ragione è anche il sonno della laicità, per questo genera mostri.
Non è dunque inalberando le insegne della propria cultura che si possono risolvere i conflitti della convivenza sociale. Ancora più errato se questo accade nelle scuole, che dovrebbero essere il luogo in cui le giovani generazioni apprendono a conoscere la natura delle culture e a saperne trattare le consistenze. Ogni interferenza esterna dovrebbe essere bandita da uno Stato garante che questo mai accada. Inoltre, nel nostro Stato democratico abbiamo delegato l’istruzione ai professionisti che lavorano nelle scuole, riconoscendogli, ai sensi dell’articolo 117 della nostra Costituzione, assoluta autonomia, oltre alla libertà di insegnamento dell’articolo 33.
Ecco perché le polemiche intorno al Natale, ormai a scadenza annuale, a Rozzano come in altre scuole, sia per i pro come per i contro rivelano un’angustia di riflessioni e di pensiero, che non può che destare preoccupazione per le sorti dei nostri piccoli e del loro futuro.
In tanto perché di fronte alla scuola dei piccoli prende il sopravvento il pensiero dei grandi, gli adulti con le loro volontà, i loro desiderata, i loro archetipi, le loro tradizioni, quelle che vogliono conservare a dispetto della realtà del presente e dei loro figli.
Già questo è segno che gli adulti oggi non sono più depositari di un’idea di educazione e che per questo l’educazione è profondamente in crisi. Un’educazione che si rifà al passato per rispondere al presente. Quando al nuovo, che si fa avanti con la sua sfida di invenzione e di intelligenza, si risponde con la chiusura degli occhi e della mente, riproponendo il passato tale e quale è sempre stato, è evidente a tutti che non si risponde, ma ci si difende, perché la risposta evidentemente non la possediamo ancora. Ed è qui che l’educazione fallisce, perché non ha la risposta per il nuovo, perché non è in grado di rigenerarsi, di rinnovarsi, di fornire attrezzi nuovi al cammino dell’istruzione e della cultura.
Un’educazione che ignora chi ha innanzi, a chi è rivolta, a chi deve servire, non è educazione, è forse imbonimento, è forse catechismo, non certo istruzione e neppure formazione. Le nostre classi oggi sono assemblee plurali e pluralistiche, culture ancora in fieri, non definite, per la giovane età dei loro portatori, per la non chiara identità degli ambienti di provenienza, culture di famiglie giovani, che non sono più la famiglia tradizionale di soli pochi decenni fa, culture di prima, di seconda immigrazione, e via dicendo. Culture in movimento, in formazione, dunque, difficili a volte da definire nei contorni e nei contenuti. Un presente dinamico, cosmopolita, multilingue, plurale nella sua varietà, al quale la scuola e l’educazione non possono rispondere con gli attrezzi di ieri, quelli di sempre, quelli che dovrebbero avere il marchio di qualità della tradizione, che la loro qualità ed efficacia l’hanno già esaurita tutta al passato, pertanto è del tutto inefficiente per il presente. E così vale, mi dispiace per i cultori destri e sinistri del fascino della tradizione che non fa male, per i presepi, gli alberi di Natale, le feste di Santa Lucia ecc, che ormai nulla hanno da difendere se non la loro paganizzazione consumistica.
Ciò che non si deve spegnere, ciò a cui non dobbiamo rinunciare è il cervello. E il cervello ci dice che tutti gli sforzi che oggi compiono le scuole per trovare risposte a un presente che non è quello di ieri, invece di essere contrastati riproponendo il passato, vanno sostenuti, aiutati, migliorati in un impegno comune, a partire dagli adulti, a interrogare la nostra educazione e renderla sempre migliore, per garantire per noi e per i nostri figli le risposte più adeguate alle sfide del presente.
La ricchezza di essere tanti e diversi è quella che ha consentito alla nostra cultura, alla cultura dell’occidente, il passaggio da società chiusa a società aperta.
È cambiata la percezione che abbiamo di noi, del nostro universo e del posto che occupiamo nel mondo. È con questa percezione aperta che vogliamo crescere i nostri figli, le nuove generazioni, con l’affermazione del valore non delle tradizioni, ma della persona e della sua intelligenza, che non può essere sacrificata a nessuna setta o religione, a nessun credo né teologico né scientifico, perché tutto è soggetto a falsificazione, perché siamo viandanti di un viaggio verso l’interrogativo permanente, che non ha stazioni sicure presso cui sostare: è il viaggio di una umanità che ha messo le sue radici nella pianta della razionalità, che ha reso libere le facoltà critiche di ogni persona.
Di tutto questo e solo di questo le nostre scuole devono essere le custodi gelose, non certo di tradizioni che il tempo non potrà che rendere morte.

Expo proietta nel futuro la tradizione ferrarese

IMG_7592 robot-inservientiC’era anche il supermercato del futuro a Expo, di un futuro però molto simile al presente: non i droni-fattorini che ti portano a casa la spesa ordinata online, ma un ambiente elegante e raffinato dotato di grandi schermi lcd con l’indicazione delle caratteristiche dei prodotti e dei valori nutrizionali di ciascuno; e come massima concessione alla fantasia, giusto per stupire almeno un po’, inservienti robot che servono frutta e piccole confezioni. Qualcosa di già realizzabile oggi e di facilmente prevedibile domani.
E c’erano, ad Expo, i cibi ferraresi, quelli di ieri, di oggi e certamente anche del futuro, gli evergreen, I campioni della tipicità, presentati dagli associati Ascom che hanno fatto vetrina di sé nel gran finale dell’esposizione mondiale. Gastronomia e turismo, questa l’accoppiata vincente suggerita, tradotta in stuzzicanti abbinamenti che gratificano l’appetito del corpo e della mente: aglio di Voghiera a condire la delizia Estense di Belriguardo, piadina morbida al centro storico di Comacchio, il ‘bagigino’ nella suggestiva cornice di Valle Campo, suo habitat naturale; pasticcio di maccheroni e pane fra i monumenti e l’ortogonalità delll’urbanistica Unesco di Ferrara… Poi, tartufo nero e bianco nel bosco di Panfilia a Sant’Agostino o alla Rocca di Stellata di Bondeno.
tartufi-sant-agostinoE dentro questo menu ci stanno le storie di gusto di uomini e donne che con la loro passione marcano la differenza fra l’ordinario e lo straordinario: Alessandro Farinella, che gradisce essere appellato con il soprannome che da sempre lo accompagna, Ciliegia, “perché lo si ricorda meglio”, e da vent’anni e più è diventato pure il nome della sua premiata azienda; Neda Barbieri, ambasciatrice di un aglio le cui declamate virtù stanno in un aroma particolarmente intenso che si sposa a una facile digeribilità. E poi Enrico Nordi, il papà del bagigino, la piccola alice che si può pescare solo nelle valli di Comacchio perché qui non è in grado di svilupparsi oltre le minute dimensioni. I ‘tartufini’ di Sant’Agostino e di Bondeno, Filippo Menghini e Salvatore Salvi, che magnificano l’oro nero e bianco (400 euro letto quest’ultimo) dei loro territori, certi che nulla abbiano da invidiare rispetto ai più celebri fratelli di Alba o Acqualagna, per l’orgoglio di Fabrizio Toselli sindaco di Sant’Agostino e Simone Saletti, vice di Bondeno. E infine i panificatori di Ferrara, maestri dell’arte bianca, le cui origini risalgono al Rinascimento estense.

Le delegazione ferrarese ad Expo
Le delegazione ferrarese ad Expo

La delegazione di Ascom Ferrara, capitanata dal direttore Davide Urban, dal vicepresidente Marco Amelio e dal presidente regionale di Confcommercio Andrea Babbi, con corollario di sindaci e amministratori, ha collocato queste tipiche delizie nella cornice internazionale di Expo, puntando sulla duplice attrattiva turistica esercitata sugli occhi e sul palato. Per tesori tutti da vedere e da assaporare.

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BORDO PAGINA
Tecnomagia, tra Sociologia e Fantastico. Intervista ad Ada Cattaneo

Ada, dal tuo background emergono interessi e dinamiche editoriali apparentemente eclettiche: tra nuovo fantastico popolare e sociologia persino sociocibernetica, uno zoom?

In realtà, in termini ideologici e di analisi culturale sono abbastanza diffidente rispetto al fenomeno sociologico della crescente diffusione del “fantastico popolare”, che sarebbe più corretto definire “fantastico commerciale”. Si tratti di fantasy, fantascienza o storia romanzata, in molti casi non siamo di fronte a null’altro che al saccheggio di un materiale mitico più o meno travisato, mal digerito, spesso addomesticato – e non di rado cambiato di segno in omaggio ad una political correctness del tutto contemporanea! – per creare prodotti culturali di largo e pronto consumo: film, videogiochi, fumetti, romanzi-spazzatura, serie televisive… Di questo mi interesso come sociologa dei consumi: per constatare come si tratti di un fantastico che non esorta più a divenire ciò che siamo – o meglio ancora a divenire più di ciò che siamo – ma semplicemente a fornirci un simulacro dolciastro delle vere imprese, delle grandi emozioni, dei sentimenti violenti e dell’avventura che siamo troppo decadenti, come individui e come società, per vivere nel mondo reale. Da tale considerazione nasce anche il mio tentativo di contribuire a una riappropriazione del vero fantastico popolare: quello che non mette insieme in un minestrone hollywoodiano supersoldati americani, dèi norreni e miliardari cardiopatici con esoscheletro affinché il coach potato globalizzato si senta solleticato per un attimo nel tedio di una vita insignificante, ma che ci parla delle tradizioni e della visione del mondo dei popoli cui apparteniamo.

Più nello specifico, una reinvenzione di certa Tradizione e una futuristica radicale, ma anche nel Presente, esatto?

Nietzsche diceva: “L’avvenire apparterrà a chi avrà la memoria più lunga”. Naturalmente, l’attualità oggi appartiene all’Ultimo Uomo, al protagonista della fine della storia, che saltella schiacciando l’occhio su un pianeta che diventa sempre più piccolo, alla ricerca della sua piccola felicità individuale. Ma se un avvenire ha ancora da essere, non potrà che appartenere a chi saprà coniugare le radici più profonde (la tradizione) con il futuro più grandioso (il progetto) attraverso l’impegno culturale, artistico, metapolitico nel presente.

Secondo te saranno possibili un consumo e una società edonistica più epicurei nel futuro?

Epicuro era il filosofo di una civilizzazione ellenistica al crepuscolo e già marcata dalle infezioni che qualche secolo dopo ne determineranno il crollo. La società consumistica contemporanea non è però una società davvero dedita al piacere, che deriva solo dalla ricerca del sublime, e alla gioia. Queste sono sensazioni forti e peccaminose, guardate con sospetto dalla mentalità pavida, egualitaria, remissiva di chi – come dicevo – è incline soprattutto alla ricerca elusiva di una piccola mediocre felicità individuale, intesa essenzialmente come assenza di minacce o stimoli negativi, magari da estendere buonisticamente al prossimo, indipendentemente da cosa tale prossimo ne possa pensare. Naturalmente è possibile il ritorno a un atteggiamento al tempo stesso più tradizionale e più futurista, e certo non necessariamente ascetico, pauperista o decrescentista, in cui la vita ha un senso non di per sé ma per quello che uno riesce a farne, e anche l’ebrezza, l’eccesso e il potlach hanno il loro posto.

E come vedi il tanto discusso futuribile Transumanesimo?

Se capisco bene, il transumanesimo è l’idea secondo cui l’uomo possa e debba far uso degli strumenti che la tecnica via via mette a sua disposizione per superarsi e accrescere la propria capacità di plasmare se stesso e il mondo in cui vive. In questo senso non solo costituisce da sempre l’essenza di ciò che essere “umani” rappresenta, ma anche la vera caratteristica identificante di quella che Spengler chiamava non a caso “civiltà faustiana” – che oggi giunge al capolinea, ma di cui siamo gli eredi e che possiamo, se lo vogliamo, trasfigurare in un’era postumanista e letteralmente postumana.

È possibile anche un’arte transumanista?

Come dice Stefano Vaj in “Biopolitica. Il nuovo paradigma”, “l’unica cosa che sappiamo con certezza del futuro della nostra specie e della nostra razza è che esso si trova di fronte a noi. Sappiamo anche che non esiste possibile “ritorno al passato”. Può esserci solo un ritorno (propriamente: l’Eterno Ritorno) di ciò che in passato ci ha consentito di affrontare sfide nuove e affermare noi stessi. La nostra inquieta esplorazione del mondo, le tecniche che ne discendono, ci condannano a delle scelte, ci offrono dei poteri, ma non possono dirci cosa farne. Questo non appartiene agli ingegneri o agli scienziati o ai giuristi, ma agli “eroi fondatori”, ai poeti, e alle aristocrazie che sanno tradurre in atto l’oscura volontà collettiva della comunità popolare da cui emanano, costruendole monumenti destinati a sfidare l’eternità, lasciando dietro di sé una gloria che non muore”. Wagner, d’Annunzio o Marinetti non sono naturalmente la stessa cosa di Omero, ma se siamo davvero uomini in transizione verso un futuro postumano è solo la creazione artistica nel senso più ampio e collettivo del termine che potrà darcene la motivazione e la direzione e prima ancora l’immaginazione… fantastica. E si ritorna alla prima domanda di questa intervista.

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Un ritratto di Ada Cattaneo

Ada Cattaneo, da Milano. Laureata in Filosofia all’Università Cattolica, formatasi alla scuola sociologica di Vincenzo Cesareo e poi a quelle sociologiche e socio-economiche di Francesco Alberoni e di Gianpaolo Fabris, con i quali ha collaborato tanto in università quanto nelle loro società di ricerca e consulenza. Docente di tendenze socioculturali, consumi e comportamenti dei consumatori presso l’Università IULM e di sociologia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Giornalista, ricercatrice e consulente, scrittrice ed esperta di leggende e tradizioni.

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