Tag: populismo

Dopo Lui il diluvio? Macché, il diluvio c’è già stato!
Le inspiegabili ragioni del successo di una “formica elettrica”.

 

Mario Draghi si è dimesso. O dio mama!
Ma davvero il paese è in lutto? Da buon cronista dovevo fare un’immediata verifica.
Appena appresa la ferale notizia, sono subito andato a fare un giro in citta. Centro e periferie. Tutto normale. Poi ho preso il cellulare e ho telefonato agli amici in tutta Italia, da Bolzano a Catania. Nessuna visibile reazione. Come se niente fosse successo.
Sara colpa del popolo bue?
Sicuramente è il segno della distanza siderale (visibile solo con il nuovo telescopio spaziale appena entrato in funzione) tra la politica e i partiti da una parte, e il popolo che in teoria dovrebbero rappresentare dall’altra.

Ai ‘piani alti’, le dimissioni di Draghi hanno innescato una inarrestabile reazione a catena, una frana emotiva, una valanga di accuse incrociate. Tutti i leader di partito della eterogenea maggioranza larga piangono e protestano in pubblico, molti (il più accorato è Enrico Letta) implorano Draghi di restare, di non fare lo schizzinoso, di ripensarci, di aver pietà di loro. Si segnalano i soliti affabulatori: il nuovo uomo di regime Luigino Di Maio e il fine politologo Matteo Renzi. E assieme ai partiti, piangono e strillano, intingendoci il cucchiaio fino al gomito, giornalisti e commentatori, governativi (per fede o per necessità),  tutti i canali televisivi, i grandi quotidiani mainstream. Il più sparato di tutti? Sempre lui, il direttore Maurizio Molinari e la sua Repubblica.

Sono giorni (e notti) di riunioni, risse, trattative convulse per mettere insieme i cocci di una qualche maggioranza e convincere Draghi a tirare avanti almeno fino a dicembre. Ce la faranno? Come sempre, tutto dipende da lui, sarà Draghi a decidere. Domani il Presidente del Consiglio dimissionario andrà in Parlamento e finalmente sapremo: un Draghi bis o elezioni anticipate?
Messi male come stiamo, confesso che l’alternativa mi lascia indifferente e, al di là dei soliti inaffidabili sondaggi, ho la sensazione che la grande maggioranza degli italiani sia indifferente come e più di me.

Insomma, mentre partiti e media sembrano eccitati, quasi isterici per le dimissioni di Mario Draghi, il paese reale (esattamente quello che i nostri politici citano spesso senza conoscerlo affatto) non sembra per nulla traumatizzato. Al contrario, ho il sospetto che molti italiani abbiano tirato un sospiro di sollievo. Non se ne poteva più del “più bravo di tutti”, del santo taumaturgo, del gran finanziere “fazo tuto mi”, del Salvatore della patria… che invece non ci aveva salvati per niente: dall’impoverimento, dalle morti record per Covid, dall’inflazione galoppante, dalla disoccupazione e dal lavoro precario e malpagato, dalle fabbriche chiuse grazie al lasciapassare governativo ai licenziamenti e alle delocalizzazioni gratis et amore dei.

Un mistero da sondare

Mi appassiona invece provare a rispondere ad alcune domande, che tutte insieme rappresentano un vero mistero, impossibile da sciogliere. O quasi.
Per quali motivi tutta la classe politica italiana è schierata come una truppa di soldatini di stagno dietro il generale Draghi?
Perché tutti i ‘nostri alleati’, in Europa come Oltreoceano, lo ritengono una garanzia autorevole e necessaria per l’equilibrio europeo e mondiale?
E per quale arcana e oscura ragione Super Mario rappresenterebbe (come tutti ci ripetono) l’ultima e unica risorsa per salvare l’Italia?

Per favore, lasciamo perdere il suo aureo curriculum in Banca d’Italia e alla BCE.  Avrebbe salvato l’Euro? Non so, c’è pure chi la pensa diversamente, soprattutto i greci che per i diktat della troika hanno versato moltissimo sangue, ma va bene, magari come capo banchiere d’Europa ha fatto anche cose buone, come, negli ultimi anni del suo mandato, il comunque tardivo quantitative easing.

Qui però stiamo parlando di Mario Draghi Presidente del Consiglio, di quanto è riuscito a combinare nei 18 mesi in cui ha comandato con pugno di ferro la baracca Italia. Quali eccezionali risultati può vantare il suo governo? Di quali meriti, di quali medaglie si può fregiare? Se questi successi, anche solo parziali, ci fossero, allora si potrebbe capire l’entusiasmo per il governo Draghi di tutto l’establishment politico. Invece di questi successi non c’è traccia.

Corrado Oddi, su questo quotidiano, ha scritto più di un articolo denunciando, dati ufficiali alla mano, il completo fallimento delle politiche neoliberiste perseguite dal governo Draghi. Puoi leggere alcuni interventi di Oddi Qui  Qui Qui e Qui.

Ma mettiamoli in fila i grandi in-successi di Draghi.
Dal 2005 (prima della grande crisi) al 2020, in Italia il numero delle famiglie e delle persone sotto la soglia di povertà assolutè triplicato (primi in classifica in Europa e con grande distacco). Negli ultimi 18 mesi, quelli di Mario Draghi, nonostante il grande rimbalzo del PIL registrato nel 2021, i poveri sono rimasti tali e quali. A chi è andato allora il surplus di ricchezza prodotto da quel +7,5 di PIL del 2021? Sono sicuro che il lettore può arrivarci senza un mio suggerimento.

L’inflazione, lo sappiamo, è alle stelle. Metteteci pure l’onda lunga della pandemia, la guerra in Ucraina e la conseguente ‘guerra del grano’, le sanzioni alla Russia a cui la Russia ha risposto tagliando il gas all’Italia, metteteci anche la grande speculazione sui prezzi di gas e petrolio, fatto sta che i prezzi al consumo, quindi la spesa delle famiglie italiane, continuano a salire come un razzo. Fonte Istat+ 4,5 nel 2021 e + 6,4% nel primo semestre dl 2022.

Nel medesimi 18 mesi, i salari sono cresciuti poco o nulla (rimando ancora a Oddi che mostra come i salari italiani, a differenza di quelli francesi o tedeschi, siano ‘inchiodati’ da più di quindici anni). In ogni caso Draghi ha ascoltato le richieste dei sindacati ma ha fatto solo vaghe promesse. Quanto a calmierare i prezzi, il governo non ci ha neppure provato. Giusto una spuntatina alle tasse sulla benzina, qualche rimborso causa Covid e il famigerato bonus edilizio del 110%, il quale, tra l’altro, ha fatto impennare i prezzi di calce, mattoni e di tutti i materiali da costruzione.

Primi in Europa

Rimarrebbe, ultima bandiera, il figurone fatto del governo Draghi per la sua gestione della pandemia: vaccinazioni, tamponi, e quant’altro. E’ stato o non è stato Draghi a scegliere di persona personalmente Francesco Figliuolo, l’ormai celebre generale con la piuma sul cappello? Da tutto il mondo sono piovuti complimenti per la strategia italiana di lotta al virus. Nessuno ha vaccinato più di noi, anche perché nessuno ha martellato i cittadini come in Italia; grazie a Draghi, devi vaccinarti per amore o per forza… se non vuoi essere licenziato in tronco.

Non è questo il luogo per discutere ancora di vaccini e vaccinazioni (periscopio ne ha parlato diffusamente, usando sempre il beneficio del dubbio), ma c’è un dato macroscopico  –  e che nessuno ama citare –  che dimostra come nella gestione della pandemia qualcosa sia andato storto. Anzi, più di una cosa. Il dato è quello delle morti per Coronavirus – in rete trovate tabelle aggiornate quotidianamente [Vedi qui]. Provate a confrontare i numeri dei vari paesi europei. Ecco un piccolo ma significativo estratto: dall’inizio della pandemia in Italia si registrano 170.037 morti per Covid, in Francia (con una popolazione superiore all’Italia di qualche milione più) le morti sono 151.875,  in Germania (84 milioni di abitanti) 143.650. Significa che – senza la nostra campagna mediatica asfissiante, senza il ricatto della perdita del lavoro, senza la demonizzazione dei non vaccinati –  gli altri hanno fatto meglio di noi, o almeno meno peggio. La Francia ha avuto circa il 12% di morti in meno rispetto all’Italia (che diventa un -15% se si considera l numero degli abitanti dei due paesi), mentre in Germania il conto dei decessi è  inferiorie del 20% (- 30% se calcoliamo che la Germania ha 25 milioni di abitanti dell’Italia).
Saremo pure i primi per il numero di vaccinati, ma siamo primi (cioè gli ultimi della classe) anche per il numero dei morti.

Fatto sta che, per non guastare la narrazione trionfalistica e nazionalista, in Italia delle statistiche dei morti si preferisce non parlare. Come non si parla più degli ospedali in cronica e mai sanata carenza di personale medico e paramedico.
La triste verità è che anche sul fronte Covid, prima il governo Conte bis, poi il governo Draghi. non si sono coperti di gloria. Ce la raccontano, ma quelle 170.000 croci dimostrano il contrario.

La formica elettrica

Non voglio crocifiggere Mario Draghi – so anche che alla Confindustria e al suo dinamico presidente Bonomi piace tantissimo – dico semplicemente che non vedo traccia di un suo successo (basterebbe uno) nei 18 mesi di suo governo. Eppure, inspiegabilmente la sua stella brilla sempre di più. Ho rimuginato questo mistero, queste domande senza una risposta almeno plausibile.
Poi l’altra notte ho riletto La Formica Elettrica, uno straordinario racconto di Philip K. Dick. Ecco l’incipit; “Alle quattro e un quarto del pomeriggio, T.S.T., Garson Poole si svegliò, si rese conto di essere in un letto di ospedale in una stanza a tre letti e si accorse di altre due cose ancora: che gli mancava la mano destra e che non sentiva dolore”. Dopo poche righe, il medico lo informa che ha perso la mano in un incidente, che potrà avere una perfetta protesi sostitutiva e che lui, l’alto dirigente Garson Poole, non era un uomo ma un androide, “una formica elettrica” secondo il felice neologismo di Dick.

Un androide non è un semplice robot, non è fatto di metallo e di plastica. Un androide è fatto di materia organica, ha un’ intelligenza autonoma, perfino dei sentimenti. L’androide ha una capacità di lavoro sovrumana, non si stanca mai, come una formica appunto. E’ uno pseudo-uomo assolutamente indistinguibile da un uomo. Ma è molto più performante di un uomo; più veloce, più efficiente, più resistente, non sente dolore, non si ammala mai, neppure un raffreddore. Ragiona e decide meglio e più in fretta. Se programmato e assemblato bene, dimostra di essere molto intelligente. E straordinariamente furbo.

Va da sè che una formica elettrica è naturalmente destinata a una carriera formidabile. Può scalare tutti i gradini, e arrivare in alto, molto in alto. Esiste forse qualche uomo, un normale homo sapiens, capace di resistere al suo fascino? Di non trasecolare davanti alla sua competenza, sicurezza, perfezione? Chi non è tentato di farsi da parte per cedergli un qualsiasi scranno? A uno così gli puoi dare tranquillamente le chiavi di casa, cedergli la guida della tua auto o di un intero Stato.

Garson Poole, il protagonista del racconto, era arrivato in cima, governava con efficienza una grande impresa. Collaboratori e dipendenti non sapevano fosse un androide. per loro era un uomo ed era il loro capo, un capo bravissimo. Anche Garson Poole ignorava di essere un androide: credeva di essere un uomo, solo più fortunato della media, Quando si accorge di essere una formica elettrica gli crolla il mondo, ma è coraggioso, determinato, e decide… Leggete il racconto e lo saprete.

Non so se si è ancora capito, ma il mio tremendo sospetto è che l’irresistibile ascesa di Mario Draghi, il consenso e l’ossequio unanime di tutta la classe dirigente italiana (economica e politica), la decisione di dargli in mano tutte le chiavi, tutte le deleghe, tutti i poteri, possa avere a che fare con il racconto di Dick e la storia del protagonista.
Mario Draghi è una formica elettrica come Garson Poole? E se lo è, è cosciente di esserlo, o come Garson Poole pensa di essere un uomo, solo più intelligente, più capace, più fortunato della media degli uomini?  Non sono sicuro, ma da quando mi è entrato in testa quel pensiero, l’ipotesi fantascientifica di un Draghi androide mi sembra l’unica che possa spiegare l’inspiegabile.

Un consiglio e una nota 

Il consiglio. Se vi piace la fantascienza, mollate gli imperi galattici e le tre leggi della robotica del vecchio Asimov e leggete Philip Dick. Per campare ha scritto tantissimo, anche 5 romanzi all’anno, e nonostante la scimmia sulla spalla. Se non vi piace la fantascienza ma amate Franz Kafka e lo ritenete il più grande degli ultimi 150 anni, leggete i libri e i racconti di Philip Dick. Ovvio, Dick non vale Kafka, ma nelle sue prove migliori ritrovate la claustrofobia e la ragione disperata dell’autore praghese. Soprattutto leggete Dick per le sue visioni e le sue premonizioni. Cinquanta o sessanta anni fa scriveva (prevedeva) quello che sta incominciando ad accadere oggi, sotto i nostri occhi. La fine della politica cosi come l’abbiamo conosciuta, le nuove forme del potere, il dominio della tecnica e dei tecnici, la bulimia mediatica, la nuove forme di alienazione e di sfruttamento. Eccetera.

La nota. Chi è abituato a leggermi, avrà capito che con Mario Draghi e Philip Dick mi sono un po’ divertito. Probabilmente Mario Draghi non è un androide (ma non scartate a priori l’ipotesi, guardate il suo modo meccanico di camminare e di usare le mani e le braccia, l’occhio fisso, la bocca senza labbra e dritta come un segmento…). Ma se Mario Draghi non è la prima formica elettrica che arriva nella stanza dei bottoni – questo è il sottotesto della storia che ho raccontato – l’avvento di Mario Draghi rappresenta una novità assoluta, per l’Italia e per tutto il mondo. Molto pericolosa a mio avviso. Con Draghi, per la prima volta la tecnocrazia si impone, dispone, comanda, mentre la politica si inchina ossequiosa. Non è un caso che Draghi si sia portato con sè una piccola squadra di tecnici dentro il governo, e che questi siano gli unici ministri che contano qualcosa.
Quello di Draghi non è uno dei soliti ‘governi tecnici’ che abbiamo conosciuto. E non è solo il governo di ‘un uomo solo al comando’, E’ qualcosa di più e di diverso: è la tecnocrazia che si impone sulle forme della democrazia, ormai sfilacciate.
Non so dove ci porterà questo esperimento inedito. Non conosciamo come governerà la tecnocrazia, se non dalla letteratura distopica e dalla fantascienza, ma sicuramente la tecnocrazia non fa rima con democrazia. E, a differenza del populismo, non ha più bisogno nemmeno del popolo. In fondo in fondo, meglio Berlusconi che Mario Draghi.

Melenchon, la gauche n’est plus caviar

 

Una settimana fa si è svolto il secondo turno delle elezioni per l’ Assemblea legislativa in Francia. Giustamente si è detto che quell’esito elettorale segnala alcuni punti di forte novità nel panorama politico francese: 1 Macron perde la maggioranza assoluta e non potrà più governare da solo. 2 Viene avanti una forte affermazione della NUPES (Nuova Unione popolare, ecologica e sociale) guidata da Melenchon. 3 C’è una affermazione significativa della destra estrema di Le Pen.

Non tutti questi elementi possono, però, essere messi sullo stesso piano. A me pare che la novità di gran lunga più rilevante, dal punto di vista politico, sia la forte crescita della NUPES di Melenchon. Avanzo questo ragionamento anche perché, in modo che a me pare per nulla disinteressato, i nostri grandi media mainstream hanno presentato la vicenda elettorale francese come caratterizzata, in primo luogo, dalla sconfitta di Macron e, ancor più, dalla forte avanzata della destra.

Il raggruppamento elettorale di Macron Ensemble! ottiene il 38,6% dei voti e 245 seggi, ben al di sotto della maggioranza assoluta pari a 289 seggi, e, soprattutto, ne perde quasi un terzo rispetto a quelli che aveva nel 2017. Macron paga giustamente l’elitarismo sia delle sue politiche sia della sua immagine.

Il Rassemblement National di Marine Le Pen fa un grande balzo nei seggi assegnati (dagli 8 parlamentari del 2017 agli 89 di oggi), ma molto meno in termini percentuali (che continua a rimanere il dato più importante), passando dall’ 8,7% del 2017 al 17,3% di oggi. Un risultato che è il prodotto di due elementi: il sistema elettorale francese a doppio turno e l’inedito smottamento di voti centristi, dagli elettori di Macron a quelli degli eredi del gollismo di Les Republicaines, verso l’estrema destra.

Il sistema elettorale francese per le elezioni legislative funziona in termini tali che al secondo turno, quello che decide sull’elezione dei candidati ( a meno che al primo turno uno di essi superi il 50% dei voti), sono presenti quelli che al primo turno hanno superato le soglia del 12,5% e sostanzialmente si risolve in un pronunciamento tra il primo e secondo arrivato al primo turno. Ora, in questa tornata elettorale, per la prima volta, si è verificato che in numerosi collegi elettorali – circa 61- gli sfidanti erano rappresentanti di NUPES e della destra di Le Pen e, secondo quando ricostruito da Le Monde, solo “16 [candidati macronisti] hanno chiaramente fatto appello a votare per il loro ex-rivale di sinistra, e altri 16 a non votare il Rassemblement National”, mentre la maggioranza ha rifiutato di dare alcuna consegna ai propri elettori. Quello che è venuto meno, in buona sostanza, è stato il “fronte repubblicano” che ha funzionato fino al 2017, in base al quale, comunque, esisteva un argine e non si verificava un travaso di voti tra tutte le forze politiche centriste e di sinistra e l’estrema destra.

Anche alla luce di questa lettura, diventa evidente che il vero vincitore di questa tornata elettorale in Francia, è la NUPES di Melenchon.
Essa conquista 131 seggi rispetto ai meno dei 60 che le varie forze che hanno dato vita alla coalizione avevano nel 2017 e, soprattutto, in termini percentuali, triplica i propri consensi, passando da poco più del 10% di 5 anni fa al 31,6% di oggi.
Soprattutto, ciò che emerge, senza sottovalutare le difficoltà incontrate e che si ripresenteranno nel dar vita ad una vera e propria alleanza coesa, è che attorno a NUPES si è coagulato un reale blocco sociale nuovo, composto dai settori sociali più deboli, dalla classe operaia al nuovo lavoro povero e precario, e da un ceto intellettuale, soprattutto giovanile e urbano, che fa sì che NUPES si afferma sia nelle banlieue che nei centri urbani importanti, nella classe lavoratrice così come nelle nuove forme del lavoro intellettuale.

Probabilmente questo è ciò che più spaventa l’establishment nostrano e d’Oltralpe, che, per questa ragione, preferiscono costruire una narrazione per cui lo scontro si gioca tra europeisti e modernizzatori contro il populismo antieuropeo e retrogrado della destra (salvo poi cedergli voti) oppure provando a dipingere il nuovo corso della sinistra francese come una variante di questo stesso populismo. Il punto è che, invece, una sinistra che si pone obiettivi radicali di redistribuzione del reddito, lotta alla precarietà, riduzione dell’orario di lavoro, rilancio del ruolo pubblico e dello Stato sociale, a partire dalle pensioni, prefigurazione di un modello produttivo che incorpori una giusta transizione ecologica (vedi  [qui]  il programma di NUPES) viene percepito dalle classi economiche dominanti e dalla politica che le sostiene come una reale minaccia alla prosecuzione alle politiche neoliberiste che, in varie forme, hanno costruito negli ultimi decenni. Da qui la necessità di ridimensionare chi si fa portatore di tali istanze, ma anche la non confessata ammissione che è in campo un’opzione alternativa potenzialmente forte e capace di mettere in discussione quelle politiche.

Questa considerazione mi aiuta anche a tornare alle vicende nostrane. Infatti, anche nel nostro Paese, diventa sempre più evidente che l’intreccio tra ricorso alla guerra e le sue conseguenze, crisi economica e sociale, crisi energetica-ecologica e sanitaria (che non è finita) assume sempre più l’aspetto di una crisi sistemica, che penso emergerà con ancora più forza nei prossimi mesi e può, almeno potenzialmente, indebolire, se non mettere in seria difficoltà, l’impianto fondato sul mix di centralità del mercato e neoautoritarismo del governo Draghi.

Una possibile avvisaglia di questo l’abbiamo vista in quest’ultimo periodo di tempo nelle vicende del ddl concorrenza. Esso ha concluso il proprio iter di discussione al Senato e ora passa alla Camera dei Deputati: in questo passaggio, quel provvedimento, intriso di un’impostazione di forte privatizzazione di tutti i fondamentali servizi pubblici e di ritrazione del ruolo del pubblico, ha mantenuto le sue caratteristiche di fondo, ma almeno è stato bloccato per quanto riguarda l’intenzione di ostacolare la gestione pubblica dei servizi pubblici locali, dal servizio idrico a quello dei rifiuti e altri ancora.
Infatti, l’art.6, quello che sanciva appunto tale scelta, è uscito riformulato dalla discussione in Senato e ora non prevede più le norme regressive che imponevano che, se un Ente locale voleva affermare la gestione pubblica di tali servizi, doveva passare attraverso la definizione di una relazione anticipata che giustificava la bontà di quella scelta rispetto al mancato ricorso al mercato e trasmetterla all’ Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, suggerendo, ovviamente, a quest’ultima di intervenire. Si è arrivati a quest’esito, ancora parziale e su cui occorrerà ancora vigilare, perché, nella voluta indifferenza dei grandi media, in realtà si è messo in campo un’efficace e importante iniziativa, promossa da numerose realtà e movimenti sociali, a partire dal Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua.

Essa si è alimentata di vari ingredienti, che, messi insieme, hanno prodotto quel risultato: una mobilitazione sociale diffusa, con giornate di manifestazioni territoriali e nazionali, il coinvolgimento degli Enti locali territoriali (sono stati più di 60 i Consigli comunali e regionali che hanno approvato ordini del giorno per lo stralcio o la modifica dell’art.6, tra cui quelli di Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli e molti altri ancora), un’interlocuzione importante con le forze politiche più sensibili ai temi avanzati, dai gruppi parlamentari di LEU a quelli di ManifestA e Alternativa, da Sinistra Italiana e Rifondazione Comunista al M5S, almeno in parte, che hanno fatto breccia anche in una certa “debolezza” del governo Draghi, interessato, alla fine, a presentare più un risultato di immagine che di sostanza all’UE.
Senza adesso menare trionfalismi, né illudersi che quanto prodotto sia una ricetta valida per tutte le battaglie da compiere, rimane il fatto che il governo ha dovuto fare marcia indietro su una questione di una certa rilevanza. In ogni caso, come recita il proverbio, “se una rondine non fa primavera”, cerchiamo, però, di lavorare perché effettivamente ci sia un cambio di stagione.

Cover: 2013, Jean-Luc Melenchon a Tolosa, giugno 2013  (Wikimedia Commons)

GLI SPARI SOPRA
Io sono un qualunquista

 

Io sono un qualunquista? Sono un qualunquista. Affermazione o domanda? Già alla prima frase dell’articolo mi balza alla mente una canzone di uno dei cantanti amati dalle mie figlie, di cui non ricordo il nome, ma il solo fatto di citarlo fa venire i brividi ad un rockettaro come me.

Ho dei seri dubbi su me stesso: ho passato tutta la vita da partigiano (in senso Gramsciano) e lo sono tutt’ora, sono stato attivista per diversi anni, molto distanti tra loro, a quindici e a quaranta anni. Ho sempre avuto certezze granitiche e ortodosse sulle mie idee o sui miei dogmi. E pure quelli non sono cambiati negli anni, la mia coerenza o ottusità ai miei ideali di gioventù (cit.) è ancora lì che mi guarda da quella prima tessera della Fgci del 1984. E pure mi sento diverso, meno coinvolto, con molta meno voglia di persuadere chi non la pensa come me, mi sento disarmato, la verità è che non ne sono più capace. Ma poi, io come la penso? Mi mancano gli strumenti cognitivi che avevo, leggevo saggi, giornali, riviste di partito. Poi sono diventato un ex, di un sacco di cose. Un ex attivista, un ex adolescente, un ex calciatore, un ex motociclista, un ex pescatore. Vero è, come dicono i vecchi, fichi e meloni ogni frutto le sue stagioni e via con la fiera delle banalità. Vedi, allora è vero. Sono un qualunquista. Non riesco a capirmi, vorrei essere coinvolto, vorrei sentirmi partecipe, vorrei avere quella cosa che mio cugino (il mio terapeuta dall’infanzia) definisce con un termine ferrarese bellissimo e intraducibile, sghizuìglia. Parteggiare, stare con, sentirsi parte di un noi politico, una sorta di innamoramento eterno e immutabile. Dalle farfalle nello stomaco al reflusso gastrico è un attimo.

Tranquilli, non sto diventando un moderato. Sono e rimango una persona non di estrema sinistra ma estremamente di sinistra. La mia collocazione non esiste. In molti hanno fretta di andare a votare, perché il popolo deve decidere. Ma decidere cosa? Che vota sempre per quei quattro o cinque contenitori. Centro sinistra, centro destra, destra, né destra e né sinistra, sono ampiamente rappresentati, non sono la stessa cosa, anche se da undici mesi governano insieme. Sono diversi ma attendono di sedersi attorno a un tavolo per decidere il prossimo presidente della Repubblica. Do ut des. Forse è realmente solo questa la politica, forse di moderazione in moderazione ci si radicalizza solo da una parte, a destra? Sto per dirlo, no, non voglio… sono tutti uguali, tutti pensano al proprio orto, tutti pensano ai voti e non alle persone. Ecco, lo sapevo, sono un qualunquista. Tutti ladri, nessuno ladro (cit.), ecco ora cito pure la buonanima di Bettino.

Ma cosa mi sta succedendo? Sarà la pandemia che mi offusca la mente? Il periodo stagnante, come l’acqua di Valle Giralda? No, il mio abbassare la guardia ed affrontare l’avversario con le braccia sui fianchi e la faccia esposta ai pugni, parte da lontano. Forse ora ha toccato il livello più basso. Anche se si può sempre scavare.

E’ passato troppo tempo da quando in TV riconoscevo i politici di sinistra, della mia sinistra, dalle prime quattro parole. Li riconoscevo dal nodo lento della cravatta, da quella luce negli occhi che non ho mai più visto, erano i miei, eravamo diversi, non meglio, diversi.

Ora ascolto un lento e amorfo brusio, intervallato dalle urla di popolar populisti, cambia solo la tinta dei capelli, il gessato e la cravatta sono gli stessi, addirittura la felpa la indossa Salvini, gli operai stanno a destra, il centro sinistra è la borghesia dominante, la parola popolo e popolare brulica sulla bocca della Meloni.

Ma dove cazzo sono finito?

Mi accorgo di avere fatto questo discorso almeno mille volte. Oltre che qualunquista sto pure diventando sclerotico. Ho votato nella mia vita per almeno sette o otto partiti, dal più grande partito comunista d’occidente a Potere al Popolo, PdS e DS, PdCI, Sinistra Arcobaleno, SEL. Oramai da diverse elezioni non raggiungo il quorum. Una decina abbondante di anni fa credetti di avere trovato di nuovo un noi, ragazze e ragazzi giovani, pieni di idee, coraggio, voglia di cambiare, radicalità e allegria. Poi arrivarono gli squali e si spolparono la carcassa di quella nuova speranza di rinascita. Tutto come da copione, quando il piccolo si ingrandisce i culi cercano le poltrone. Politica come mestiere, che schifo. La politica è una missione per conto del popolo, i datori di lavoro degli eletti sono gli elettori, non le banche, i poteri forti (ma poi che cazzo sono i poteri forti, io non l’ho mai capito).

Occorrerebbe un agglutinamento (no, non è un errore di grammatica), bisognerebbe attaccare i cocci e le briciole, che, come la fascia di meteoriti, gravitano fuori dal parlamento nella galassia lontana, lontana della sinistra-sinistra. Esistono partiti più Leninisti di Lenin e più Maoisti di Mao. Marx non era marxista, era comunista. Tra il centro e il Soviet Supremo ci sarà pure uno spazio dove potersi tenere per mano senza andare a ricercare Lev Trockij a Coyoacán. Chiaro, non sono talmente sprovveduto dal pensare che lo schieramento vittorioso alle elezioni di non si sa quando sarà un monocolore rosso. Non ho fretta, più che altro ho paura, sono impaurito da come voteranno gli italiani. Certo che la politica è anche alleanza, ma a pari dignità e poi agli schieramenti ci si pensa dopo, prima occorre creare la scacchiera.

Comunque si, sono un qualunquista. Riduco tutto a pensieri semplici, cedo sotto i colpi di chi utilizza termini medici senza sapere di cosa parla, di chi spolvera la sua laurea su internet, io mi sono diplomato a mala pena. Anche se credo di avere letto negli ultimi trent’ anni molto più di tanti laureati, che dopo la tesi hanno abbandonato biblioteche e librerie.

Mi sento piatto e orfano. Vorrei essere in un angolo del quarto stato, ma ora siamo già al quinto o sesto. Vedo gente piena di certezze, mentre io brancolo nel buio dei miei dubbi, sento gente che cita a memoria l’ultima pubblicazione scientifica della nonsochecazzo, mentre io non sono informato nemmeno sul mercato invernale della  S.P.A.L. (non è vero).

Spesso mi sento un vaso di coccio tra i vasi di ferro.

E comunque nella certezza dei miei dubbi e col mio qualunquismo dilagante, vorrei seguire lassù verso la seconda stella a destra e la trovare la mia utopia, una sinistra unita, non litigiosa, non scunzamnestra, con la voglia di stare insieme più forte della voglia di essere perfettini.

Perché, sappiatelo, la perfezione è di destra.

Il re nudo, una fiaba moderna

I vestiti nuovi dell’imperatore  è una fiaba danese scritta da Hans Christian Andersen e pubblicata per la prima volta nel 1837. La trama della fiaba è nota e parla di un imperatore vanitoso, completamente dedito alla cura del suo aspetto esteriore, e in particolare del suo abbigliamento. Un giorno due imbroglioni giunti in città spargono la voce di essere tessitori e di avere a disposizione un nuovo e formidabile tessuto, ma invisibile agli stolti e agli indegni. I cortigiani inviati dal re non riescono a vederlo; ma per non essere giudicati male, riferiscono all’imperatore lodando la magnificenza del tessuto. L’imperatore, convinto, si fa preparare dagli imbroglioni un abito. Quando questo gli viene consegnato, però, l’imperatore si rende conto di non essere neppure lui in grado di vedere alcunché. Attribuendo la non visione del tessuto alla sua indegnità, anch’egli decide di fingere e di mostrarsi estasiato per il lavoro dei tessitori.
Col nuovo vestito sfila per le vie della città di fronte a una folla di cittadini i quali applaudono e lodano a gran voce l’eleganza del sovrano, pur non vedendo alcunché nemmeno essi e sentendosi essi segretamente colpevoli di inconfessate indegnità.
L’incantesimo è spezzato da un bimbo che grida con innocenza “Ma il re è nudo!”.
Ciononostante, il sovrano continua a sfilare come se nulla fosse successo.

Desidero proporre ora una riflessione che proprio partendo dal messaggio contenuto in questa fiaba possa sostenere il pensiero critico a non rimanere impantanato nei vari ismi che possiamo vedere agitare sempre di più la nostra società nelle forme del negazionismo, populismo, relativismo, dogmatismo, fascismo
Il re è nudo! si grida a gran voce nella fiaba. Questo fatto è talmente evidente da suscitare una reazione paradossale nei presenti: la sua ovvietà viene gridata a gran voce da un bambino, ma allo stesso tempo negata da chi questa evidenza vuole coprire, poiché spinto da interessi di altra natura.

Come si arriva al negazionismo

Siamo tutti uguali. E’ un dato talmente scontato in una società che si definisce democratica, che il rischio è proprio quello di dimenticarselo. Possiamo osservare i nostri figli giocare con gli altri bimbi allo stesso modo negli anni della scuola dell’infanzia, senza nessuna preclusione rispetto al colore della pelle, provenienza geografica o culturale, disabilità. Poi crescendo cosa succede?
Per giustificare certi orrori
, che con una parola chiamiamo razzismo, ecco che diventa necessario mettere tra parentesi il nostro essere uomini, la nostra comune natura, etichettare e ridurre l’altro ad artificiose e reificate identità: quella dell’ebreo, del nero, del migrante dell’omosessuale…

Solo così, da veri anestesisti dell’anima riusciremo passo dopo passo ad arrivare all’insensibilità emozionale, necessaria per giustificare anche linguisticamente la trasformazione della solidarietà in buonismo, per chattare contenuti grondanti di odio, per redigere atti legislativi dove le persone sono ridotte a pacchi postali da collocare in modo burocratico.
Per arrivare a questo risultato è necessario tenere accesa la televisione durante i pasti per vedere, mentre si consuma il pranzo, immagini di esseri umani morire di fame.
E’ necessario smettere di studiare, dimenticare la nostra storia, le nostre radici e appiattire tutto sul presente, non fare memoria di nulla, perché solo così tutto si può negare…anche che il re è nudo!

I problemi legati all’immigrazione ci sono e sono enormi. Devono essere gestiti con responsabilità e competenza. Non affrontarli in nome di una accettazione generalizzata sprovvista di una politica di integrazione è doppiamente colpevole. Altra cosa però è utilizzare queste emergenze solleticando e sfruttando la stanchezza della gente per fini di potere! Non bisogna mai dimenticare che stiamo parlando di esseri umani!
Metaforicamente il bambino della fiaba di Andersen lo assimilerei alla nostra Carta costituzionale, voce che è necessario ascoltare in tutti quei casi in cui vogliamo essere rassicurati sulla congruità delle nostre scelte.
Per esempio sulle democraticità delle scelte politiche.

Quando si perde la memoria 

Eccidio di Sant’Anna di Stazzema 12 agosto 1944,560 morti;
Eccidio delle Fosse Ardeatine, 24 marzo 1944, 335 morti;
Eccidio di Lippa di Elsane30 aprile 1944,269 morti,
Eccidio del Padule di Fucecchio 23 agosto 1944, 174 morti…questo elenco purtroppo è molto lungo e visto che a scuola questi avvenimenti non si studiano quasi più, chi vuole può, consultando L’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia 43-45 (,ed.Il Mulino,2016), ritrovare  tutte le stragi di quel periodo con i 5.607 episodi di violenza, per un numero complessivo di 23.669 persone uccise.

Questo fu il fascismo. Ed è per questo che la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.

Desidero proprio rivolgere queste note col cuore in mano a chi è insofferente ed infastidito dalla cosiddetta retorica della Resistenza.
Non lasciamoci tentare dall’opporre, quasi in modo ragionieristico, alle stragi sopra richiamate i morti causati dalla reazione partigiana, nasconderemo solamente che il re è nudo! Dovremmo invece tutti vigilare affinché non siano ostentate, in modo particolare oggi sui social, dai nostalgici del ventennio, simboli, motti, effigi che in un qualche modo possano essere ricollegati a quegli orrori.
Dovremmo tutti ritenere che queste dimostrazioni pubbliche di un richiamo ai caratteri del fascismo storico non siano da archiviare come manifestazioni folcloristiche di un numero limitato di soggetti, ma pericolose deviazioni rispetto a ciò che dovremmo condividere come cittadini per il mantenimento di una società democratica.

L’esempio della Polonia

Guardiamo a ciò che sta succedendo nella Polonia di oggi, il paese che ha conosciuto Chelmo, Belzec, Sobibor, Treblinka, Auschwitz-Birkenau e Maidanek dove oramai da un po’ di anni sta crescendo sempre più un clima antisemita che rischia di rovinare l’Europa intera.
Abbiamo ancora negli occhi l’immagine del 17 febbraio del 2018 quando il primo ministro polacco Morawiecki depose un mazzo di fiori in un cimitero tedesco sulle tombe dei polacchi che durante la seconda guerra mondiale collaborarono con i nazisti, considerando i sovietici e i comunisti un nemico peggiore.
Commenta W, Goldkorn dalle colonne de l’Espresso: “Morawiecki è un signore cinquantenne, colto e istruito. Ha studiato economia in Europa e negli Stati Uniti, è diventato un importante banchiere. Insomma, è un uomo che conosce il mondo. Eppure, quel mazzo di fiori in onore di gente che nell’inverno del 1945 lasciò il territorio polacco assieme ai reparti nazisti – e che tradì la Polonia – veniva deposto proprio nei giorni in cui lo stesso premier spiegava che c’erano ebrei tra i perpetratori della Shoah; e a poche settimane dall’inizio delle commemorazioni del cinquantesimo anniversario dell’espulsione, nel 1968, degli ultimi ebrei rimasti in Polonia: traditi quindi dalla Polonia.”.

Un limite da non oltrepassare

Non c’è il tempo qui per analizzare compiutamente come sarebbe necessario tutti i richiami storici sopra riportati e il rischio è quello di esporsi a immediate contro argomentazioni che però a mio avviso non dovrebbero offuscare il messaggio che faticosamente tento di proporre. Qui non è il problema di dare il torto agli uni e la ragione agli altri, o di imporre sulle una propria verità.
Discutiamo, confrontiamoci, studiamo il più possibile senza trincerarci dietro a barriere ideologiche o pregiudizi di sorta; la cosa importante è porre il limite oltre cui nessuno può andare, oltre cui la facoltà critica diventa negazione dell’altro.
E questo rischio si corre ad ogni livello. E’ in fin dei conti un discorso di assunzione di responsabilità verso le giovani generazioni.

Quando si ha a che fare con l’interesse pubblico il dovere principale è quello di esplicitare quali siano gli interessi in gioco.
Il governo ha obbiettivi di un certo tipo, l’opposizione  un altro, i cittadini spesso  un altro  ancora; la democrazia riguarda l’equilibrata conciliazione di tutti questi diversi interessi attraverso l’arma bianca del compromesso.
E tutto ciò sia che riguardi i problemi di politica internazionale che quelli interni come, solo per fare un esempio, le misure anti covid da prendere per il rientro a scuola (davvero si ritengono provvedimenti adeguati il distanziamento di un metro in classi di 25 studenti, e autobus carichi completamente in tragitti fino a quindici minuti?).

Solo questo modo di agire, disinteressato, pubblico, critico come insegna l’intero percorso conoscitivo di J.Habernas, potrà consentire di formare una coscienza civica sensibile alla ricerca del bene comune, che non giochi a nascondino con la realtà mistificandone i fatti e dove anche in questo caso  possa essere sempre possibile che si levi alta una voce a richiamare tutti che  il re è nudo!

LA PRESUNZIONE DEL SAPERE E L’ARROGANZA CHE UCCIDE IL DUBBIO

Un sottosegretario agli Affari esteri che scambia il Libano per la Libia, non dico che si debba dimettere, ma almeno cambiare incarico, questo sì, considerato che la confusione geografica di cui soffre potrebbe essere controproducente per la sicurezza e la stabilità del paese. È vero che la medesima patologia è condivisa da una collega senatrice della stessa fazione politica, ma sbagliare in due accresce solo il numero degli asini o delle capre a vostra scelta.

Considerata l’età degli interessati non si può neppure accusare le riforme della scuola che dal 2004, prima con la Moratti poi con la Gelmini, hanno defalcato le ore di insegnamento della geografia. Semmai non si studiava bene neppure prima e neanche ai tempi delle generazioni “diversamente adulte” come la mia, quando ti interrogavano alla cattedra con la cartina muta e dovevi mandare a memoria capitali, superficie, popolazione e densità, risorse naturali ed economia.

Non è necessario arrivare a tanto sadismo, ma in tempi di Wikipedia, Google Maps e Google Earth sarebbe  sufficiente ricorrere a questi strumenti, sempre che oltre a quelli materiali, si  disponga anche di quelli intellettuali, sostanzialmente si sappia orientarsi e si sia in grado di cercare.

Si ripropone il tema dell’ignorantocrazia, tornato abbondantemente alla ribalta in epoca di Coronavirus, con contestazioni dei comitati tecnico-scientifico e rivendicazioni populistiche della libertà di fare ammalare gli altri.

Mentre ci si preoccupa di riaprire le scuole e l’Organizzazione Mondiale della Sanità lancia l’allarme sulle conseguenze dell’apprendimento perduto dai nostri giovani, si fa urgente anche la necessità di preoccuparsi dell’istruzione degli adulti, specie se poi ce li ritroviamo al governo del paese.
L’analfabetismo funzionale pare non risparmiare nessuno, né i bassi livelli di istruzione né quelli più alti, perché se non si continua a studiare, ad essere allenati ad apprendere, anche le competenze necessarie alla gestione della vita quotidiana col tempo si offuscano.

Veniamo dopo l’Indonesia, il Cile e la Turchia tra i 33 paesi che hanno partecipato all’ultima indagine internazionale sulle competenze degli adulti, svolta dal programma Piaac dell’Ocse. Il problema poi si aggrava, se consideriamo che in ogni Paese sono proprio le conoscenze delle persone più adulte che rischiano di diventare obsolete, perché sono quelle che meno accedono alla formazione.
Nando Pagnoncelli nel suo libro, La Penisola che non c’è: La realtà su misura degli italiani, ci mette in guardia, ricordandoci che, quando il bagaglio delle competenze è magro, questo produce pesanti ripercussioni sulla formazione delle opinioni e sull’agire quotidiano.

Del resto, l’assenza di attrezzi per districarsi nella complessità ha portato alla scorciatoia di negarla, accrescendo nelle persone la presunzione che sia possibile semplificare le soluzioni e le risposte, non con il rasoio di Occam, ma con il coltello dell’incompetenza. Anzi la competenza è sempre più oggetto di discredito mentre cresce invece la sicurezza di poter sapere tutto, a prescindere dalla formazione, dallo studio, dalla fatica necessaria a imparare. È l’effetto collaterale della democratizzazione del sapere attraverso la rete, che anziché produrre la crescita della conoscenza e del desiderio di apprendere ha finito per impigrire le menti, col diffondersi di un sapere superficiale e di bassa qualità. Un sapere fai da te, il sostituto i tech del Bignamino pronto per l’uso, che ciascuno si costruisce con mezzi sommari e sbrigativi.

Questa cura dell’ignoranza, coltivata come  sorta di difesa contro scienza e conoscenza asservite a poteri occulti che manipolano la realtà, ha portato al discredito di scuola e insegnanti che non detengono più il monopolio dell’istruzione e della formazione. È come sparare sulla Croce rossa in tempi in cui società della conoscenza e capitale umano costituiscono le chiavi sociali della cultura, dell’economia, dell’ambiente e di ogni sviluppo sostenibile, per dirla con l’Agenda 2030 dell’Onu, che pare sia tornato di moda citare.

Scrive il sociologo Stefano Allievi nel suo libro,  La spirale del sottosviluppo: “Ricchezza chiama ricchezza. Bellezza chiama bellezza. Cultura chiama cultura. Apertura mentale chiama apertura mentale. Cosmopolitismo chiama cosmopolitismo. Intelligenza chiama intelligenza. In Italia, spesso, si ha la sensazione che non rispondano…”

L’arroganza del Paese e delle fazioni politiche ha cancellato il ‘dubbio’ la sua funzione salvifica e pare che la certezza sia ormai al governo con forze populiste che presumono di possedere il verbo che predicano come la dottrina di una setta.
È quello di cui hanno bisogno le persone in cerca di una identificazione, di un riconoscimento che non sanno trovare altrove, nello studio e nelle pagine dei libri. Sono le persone che con un basso livello di competenza si ritroveranno con più probabilità a votare per un partito caratterizzato da un programma populista.

È legittimo pensare che la strategia dell’incompetenza, dell’ignoranza, della diffidenza nei confronti di chi ha studiato ed è esperto sia alimentata ad arte. Non sono la scienza e la cultura ad essere collise col potere, ma bensì l’ignoranza perché da sempre, storicamente, i popoli maggiormente manovrabili sono quelli meno istruiti. Oggi è più facile, perché mai come ora l’istruzione di ieri ha bisogno di essere ricostruita giorno per giorno nel sapere di domani.
Non dico che avremmo bisogno dei filosofi a capo della Repubblica di Platone, ma certamente la complessità che si vuole esorcizzare e che sarà sempre più complessa ha bisogno al governo del Paese di un capitale umano colto ed esperto, che non incespichi sui congiuntivi e prenda clamorosi scivoloni geografici.

DOPOELEZIONI
La cometa del 26 gennaio ha portato molti doni,
ecco perché Ferrara è rimasta a bocca asciutta.

Molti, moltissimi, i commenti del Dopoelezioni. Si sapeva che mai prima d’ora una elezione parziale, anche se in un territorio importante come l’Emilia Romagna (senza nulla togliere alla Punta dello Stivale), avrebbe significato qualcosa di tanto decisivo per tutto il Paese. Così è stato.

Tutto il quadro politico nazionale è stato investito dal sisma emiliano e ne ha registrato le conseguenze. La pesante battuta d’arresto per una parabola salviniana che sembrava puntare diritto in cielo, la definitiva liquefazione del Movimento Pentastellato, qualche pastiglia ricostituente per un Partito Democratico in perenne ristrutturazione, infine, un probabile scampolo di vita per il traballante Governo Conte. E’ indubbio, le elezioni emiliane hanno portato in dono queste quattro cose: dolcetti per gli uni, carbone per altri.

Eppure, a guardar bene, queste 4 cose non sono le più importanti, E’ successo qualcosa di molto e di più. Mentre infatti i quattro effetti ricordati segnano un contingente (e forse effimero) cambiamento degli equilibri politici, un riposizionamento delle strategie dei partiti e dei vari leader, una grande cosa è successa sotto i nostri occhi, un fatto nuovo destinato a segnare profondamente la società italiana. Dopo svariati anni in cui il vento di destra ha soffiato, con una tale violenza che sembrava non trovare nessun ostacolo di fronte a sé, da un paio di mesi si è levato un vento uguale e contrario. Non proprio uguale: il vento populista, sovranista, egoista, assomigliava (e assomiglia) a una tempesta, a una rabbiosa bufera, mentre Il vento messo in moto, forse inconsapevolmente, dalle prime quattro sardine bolognesi, sembra piuttosto una brezza leggera, gentile e nonviolenta, pacifica e pacifista, accogliente e pluralista.

Bene ha fatto il Segretario del Partito Democratico, nella stessa notte di domenica, a ringraziare in primis Le Sardine e il grande risveglio che hanno saputo suscitare. Lo stesso ha fatto il neoeletto Stefano Bonaccini, anche se con meno enfasi e forse minor simpatia. Ringraziamenti assolutamente doverosi perché, ed è bene scolpirselo in testa, Bonaccini non avrebbe vinto, non ce l’avrebbe fatta senza quella brezza leggera, senza quel grande movimento che ha riempito le piazze e acceso un nuovo protagonismo.

In Emilia Romagna Stefano Bonaccini ha lasciato indietro Lucia Borgonzoni di quasi 8 punti. Una vittoria netta, indiscutibile, superiore ad ogni previsione. Matteo Salvini ce l’ha messa tutta, ha battuto la regione palmo a palmo, dalla Riviera Romagnola a Bibbiano, lanciando pubblici avvertimenti e suonando privati campanelli,  ma la sua candidata è naufragata nelle urne. L’Emilia Romagna (scusate, non posso nascondere un filo di orgoglio) si è dimostrata ancora una volta un baluardo della democrazia e dei valori costituzionali. L’avanzata populista della Nuova Destra si è trovata davanti un argine invalicabile e ha dovuto arretrare. Questo è il primo, fondamentale successo, che in molti oggi celebriamo. A cui ne aggiungerei un secondo: l’exploit di Elly Schlein, la più votata in assoluto in regione, con oltre 22.000 preferenze, e nonostante fosse la capolista non di uno squadrone di partito ma di una piccola lista di sinistra collegata. Elly Schlein entrerà in Consiglio Regionale e ci porterà un po’ di quella brezza leggera. L’unico rammarico è che, se tutto il Centrosinistra avesse scelto di puntare su di lei, se oggi potessimo festeggiare in lei la prima Governatrice donna, non saremo a festeggiare solo lo stop alla Destra, ma l’inizio di un nuovo corso, l’apertura cioè a quel cambiamento radicale di cui la Sinistra ha un disperato bisogno.

Dentro questa grande festa, non tutti possono gioire. Se Bologna, Modena, Reggio Emilia si sono ‘slegate’, votando in massa contro il populismo e ricacciando indietro la Lega e i suoi alleati, la nostra Ferrara è rimasta saldamente in mano al Centrodestra. Lo stesso Centrodestra che nel maggio scorso aveva vinto a mani basse le elezioni comunali.

Sul triste destino di Ferrara –  e sulla sua figura vergognosa, come denuncia Giovanni Fioravanti su questo giornale [qui] – ho ascoltato molti lamenti, e anche qualche tentativo di spiegazione. Perché la Lega di Salvini e i suoi uomini (Alan Fabbri e Naomo Lodi in testa) sono riusciti a conquistare stabilmente il favore della maggioranza dei ferraresi? Un caro amico vede in questa resa alla Destra radici antiche. In poche parole, dietro la Ferrara democratica e antifascista, dietro la Ferrara governata per Settant’anni dal Pci e dai suoi nuovi avatar, dietro – ma nemmeno tanto – c’è ancora la Ferrara culla del fascismo. La Ferrara che nel giro di due o tre anni si trasformò da inespugnabile roccaforte socialista in città fascistissima. La tesi di questo amico, pessimista o semplicistica la si voglia giudicare, suona come una sentenza, una condanna della storia. Ferrara diventerebbe la peggiore incarnazione della nostra tara nazionale, il trasformismo, essendo passata con imbarazzante disinvoltura dal socialismo turatiano, al fascismo di Italo Balbo, al comunismo di Togliatti, per giungere oggi al leghismo proto-squadrista di Naomo. Un viaggio lungo un secolo: dalla Destra… alla Destra.

Il discorso è assai scomodo, e meritevole di approfondimenti. Lo dico a chi nella nostra città coltiva la passione per la storia. Personalmente però non mi sento di aderire a questa lettura; ne uscirebbero dei ferraresi ‘geneticamente tarati’, impermeabili al libero arbitrio e alla responsabilità individuale.No, non siamo così. Non siamo peggiori degli altri italiani.

Le ragioni del ‘ritardo politico’ di Ferrara e dei suoi abitanti, mi sembrano avere radici più recenti. Stanno in buona misura nel ritardo – nella miopia, nel conservatorismo, nella pigrizia – della sua classe politica, e segnatamente nella classe dirigente del Partito Comunista ferrarese e dei partiti che l’hanno via via incarnato dopo la svolta della Bolognina. Con rare eccezioni, i leader locali della Sinistra e i candidati selezionati per tutte le elezioni per sedersi negli scranni del Consiglio Comunale, Provinciale o Regionale, fino ai ‘posti sicuri’ in Parlamento, non hanno mai rappresentato e dato voce alla necessità del cambiamento. Brave persone, oneste, ma sempre polli allevati alla disciplina del partito e del sindacato. Chi proponeva nuove idee, chi chiedeva nuove regole, ma razzolava fuori dal pollaio, è stato sistematicamente accantonato.

Da qui – o almeno, anche da qui – la mediocrità della Sinistra Politica ferrarese, la sua autoreferenzialità, la sua incapacità a rapportarsi e valorizzare la ricchezza della società civile, e corre dirlo, anche la sua superbia. E dove lo mettiamo il Buongoverno? Certo, ma il mondo va veloce e alla fine il Buongoverno non basta (vale anche per Stefano Bonaccini che non ha vinto per il suo Buongoverno). Anche alle ultime elezioni a Sindaco il Pd ferrarese si è presentato all’insegna della continuità, riproponendo il vecchio: sia nei programmi sia nei candidati. E per queste elezioni regionali, a Ferrara la musica non è affatto cambiata. Con tutto il rispetto, chi può sostenere che la candidata di punta Marcella Zappaterra, già assessore a Portomaggiore, già Presidente Provinciale e ora eletta in Consiglio Regionale, rappresenti in qualche modo il nuovo che avanza?

Ora il pollaio è vuoto. Il Partito Democratico di Ferrara è ridotto ai minimi termini. C’era un segretario che aveva aperto un dialogo aperto e coraggioso con la società civile; è stato prima sconfessato, quindi sostuito. La sinistra a sinistra del Pd si diletta in un inutile e suicida tiro al bersaglio. A Ferrara la situazione è tutt’altro che eccellente. La Destra rimane forte, nonostante le scivolate del Sindaco e del Vicesindaco. Per riconquistarla fra quattro anni non serviranno le baruffe in Consiglio Comunale, né saranno sufficienti le pubbliche denunce o i sacrosanti flash mob. Bisognerà ripartire insieme. Da capo. Dal basso. Da domattina..

 

Tra miliardari e milionari c’è spazio anche per il conflitto generazionale

L’anno scorso, più o meno di questi tempi, avevamo dato un po’ di dati sulla distribuzione della ricchezza nel mondo (Miseria e nobiltà: dati sulla ricchezza globale e considerazioni sulla povertà), vediamo ora se ci sono stati cambiamenti utilizzando gli stessi Rapporti: il Billionaire Census 2018, il Global Wealth 2019 del Credit Suisse e il Rapporto “Non rubateci il futuro” di Oxfam che fotografa la situazione italiana.

I miliardari nel mondo nel 2018 diminuiscono del 5,4% passando da 2.754 a 2.604 e diminuisce anche la quota di ricchezza detenuta del 7%, passando da 9.205 a 8.562 miliardi. La diminuzione è dovuta sostanzialmente ai problemi causati dalle guerre commerciali tra Usa e Cina e al conseguente ridimensionamento del Msci World Index, l’indice che rappresenta la performance azionaria globale di grandi e medie capitalizzazioni dei maggiori paesi industrializzati, nonché al graduale ridimensionamento della liquidità concessa dalle banche centrali a seguito delle crisi del 2008 e del 2011.

Il Report, inoltre, aggiunge altre motivazioni che giustificano questo calo, tra le quali: le nuove normative sulla produzione del settore automobilistico, l’instabilità geopolitica, il crescente sentimento anti-elite e anti-immigrati, il crescente isolazionismo degli Stati Uniti, il tortuoso processo della Brexit, il cambiamento populista in Sud America e le tensioni internazionali causate dal conflitto tra l’Arabia Saudita e l’Iran.

Nel 2018 i primi 15 paesi in classifica per numero di miliardari ospitavano il 75% di miliardari e il 79% della loro ricchezza totale. In termini assoluti, i primi 15 Paesi hanno avuto 84 miliardari in meno (per un totale di 1.942) rispetto al 2017, con un patrimonio netto complessivo che è sceso a 6.800 miliardi di dollari.

San Francisco è invece la città con più miliardari per abitanti, uno ogni 11.600. Londra ne ha uno ogni 135,198 e Instanbul uno ogni 462,629.

L’Italia, secondo questo Rapporto, vede un decremento del 13% nel numero di miliardari a differenza della Francia che vede invece un aumento del 2%. Flessione italiana causata da “instabilità politica”, secondo questo Rapporto, che non permette ai nostri 47 miliardari di superare la soglia dei 141 miliardi di dollari, con una diminuzione dell’8,3% rispetto al 2017. E mentre in Cina, Arabia Saudita e Corea del Sud la maggior parte di questi super ricchi sono sotto i 50 anni, in Italia, Spagna e Australia sono invece per il 56,9% over 70.

Secondo il Global Wealth 2019 del Credit Suisse, giunto alla sua decima edizione e che si accredita come la fonte di informazione più completa e aggiornata sulla situazione finanziaria globale delle famiglie, nell’ultimo anno la ricchezza globale è cresciuta, ma a un ritmo molto modesto rispetto al passato.

Infatti, anche se la ricchezza per adulto ha raggiunto il nuovo record di 70.850 dollari per un totale complessivo di 360.6 trilioni nella metà del 2019, supera di solo l’1,2% il livello toccato nella metà del 2018. Più della metà degli adulti in tutto il mondo ha un patrimonio netto inferiore a 10.000 dollari americani mentre i milionari sono l’1% degli adulti e possiedono collettivamente il 44% del patrimonio mondiale della ricchezza. Tuttavia e nonostante le apparenze, la tendenza all’aumento delle disuguaglianze si è attenuata, ed infatti la quota detenuta da questo 1% risulta inferiore al picco raggiunto nel 2016. Personalmente non sono convinto della reazione positiva a questo dato da parte del restante 99% della popolazione, ma questo è il dato.

In Italia ci sono, sempre nel 2019, 1.496 milionari e si prevede diventeranno 1.992 nel 2024. In Germania vi sono 2,2 milioni di milionari e un livello di disuguaglianza che supera tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale, con il 41% della popolazione che ha un patrimonio inferiore ai 10.000 dollari. Di seguito l’infografica con i dati

In sintesi, e secondo Billionaire Census e Global Wealth, la ricchezza aumenta, i miliardari e i milionari flettono ma si riprenderanno, ci sono segnali, secondo il Credit Suisse, addirittura di un miglioramento sul tema delle disuguaglianze. Ma proviamo ad ascoltare campane diverse.

Ci aiuta il rapporto Oxfam “non rubateci il futuro” del settembre 2019 che descrive la situazione italiana e di cui riportiamo qualche dato.

Secondo Oxfam non solo la disuguaglianza in Italia sta crescendo ma si configura sempre di più come un vero e proprio scontro generazionale, a supporto dell’idea che qualcosa non funziona nel sistema complessivo e che sia proprio qui che si dovrebbe concentrare l’attenzione della politica.

I giovani devono fare i conti con un mercato del lavoro disuguale caratterizzato dall’aumento della precarietà lavorativa e dalla vulnerabilità dei lavori più stabili. Quello che sostanzialmente oggi viene chiamato “aumento della produttività” oppure “bilanciamento del sistema concorrenziale” e che aiuta gli esportatori, si traduce sostanzialmente in un peggioramento generalizzato del quadro complessivo a spese ovviamente della parte più indifesa della società.

Carenze nell’orientamento, debolezze sistemiche nella transizione dalla scuola al mondo del lavoro, arretramento pluridecennale dei livelli retributivi medi per gli occupati più giovani, sotto-occupazione giovanile, scollamento tra la domanda e l’offerta di lavoro qualificato che costringe da anni tanti giovani laureati ad abbandonare il nostro Paese in assenza di posizioni lavorative qualificate e di prospettive di progressione di carriera, questi in sintesi la carrellata di problematiche che avrebbero bisogno di risposte che sembrano non esserci vista la loro persistenza negli ultimi decenni.

In Italia, ma sfido a guardare i dati degli altri, ci si colloca tra i Paesi con una forte influenza delle origini familiari sul successo occupazionale dei figli e con persistenza generazionale dei redditi, a partire dalla generazione dei nati negli anni Ottanta. Insomma non è un caso che più ha preso il sopravvento la dottrina neoliberista e più sono aumentati privilegi e stagnazione della società, quindi si parte dagli anni ’80, dall’inizio della lotta all’inflazione e al debito pubblico, fino al totale scollamento generazionale dei giorni nostri.

I giovani entrati nel mercato del lavoro negli ultimi dieci anni percepiscono un reddito più esiguo se paragonato ai livelli retributivi dei loro genitori all’epoca del loro ingresso nel mercato del lavoro e, a livello reddituale, quelli tra i 15 e i 29 anni mostrano un trend costante di riduzione delle retribuzioni annue medie e più marcato rispetto alle classi dei lavoratori in età tra i 30 e i 49 anni e gli over50. Un trend che “viene da lontano” e che ha visto, fatta 100 la media dei redditi sulla popolazione in un dato anno, i redditi dei giovani ridursi da 76.3 del 1975 a 60 del 2010 per calare ancora a 55.2 nel 2017.

Le disuguaglianze di reddito dei genitori diventano poi disuguaglianze di istruzione dei figli che si trasformano, a loro volta, in disuguaglianze di reddito, replicando, sebbene con intensità diversa, quelle che esistevano tra i rispettivi genitori. In media, il figlio di un dirigente ha, a parità di istruzione, un reddito netto annuo superiore del 17% rispetto a quello percepito dal figlio di un impiegato.

Cioè persiste e viene codificata una sorta di divisione della popolazione per censo, che poi scandalizza se appare nei resoconti finali di qualche scuola.

Del resto la spesa pubblica per l’istruzione, al 3,8% del Pil nel 2017, colloca il nostro Paese tra gli ultimi Paesi dell’Unione Europea per il finanziamento ed è in calo dal 2008. Continuiamo ad applicare cioè quel principio dell’austerità espansiva impostaci dalla Bce e codificata nella nostra Costituzione dal governo Monti all’art.81.

Se non si rischiasse di essere troppo banali, si potrebbe dire che “si stava meglio quando si stava peggio”. In realtà stiamo semplicemente applicando pedissequamente i principi neoliberisti che vogliono “lo Stato come una famiglia”, il controllo dei bilanci pubblici attraverso il commissariamento di entità sovranazionali, la supremazia della finanza sulla politica, la tutela degli interessi privati rispetto a quelli collettivi, la confusione degli stessi interessi di classe per cui oggi vale l’idea che “siamo tutti nella stessa barca” e quindi i sindacati perseguono gli stessi interessi dei capitalisti.

Di conseguenza, nel nostro modello di società, i dati Oxfam non servono, sapere che in Italia tre persone hanno più soldi di quanti ne ha il 10% del resto della popolazione è gossip. Quello che conta alla fine è che miliardari e milionari alimentano i nostri pruriti emozionali.

Sardine ovunque: ma nuotare ‘in direzione ostinata e contraria’
è l’unico modo per non farsi mettere in scatola

Novembre Duemiladiciannove: le sardine dilagano in un’Italia allagata.

Dopo ‘La Prima’, andata in scena a Bologna il 14 novembre con 15.000 sardine protagoniste, lo spettacolo si sta ripetendo ovunque. All’appello hanno già risposto più di 60 città (grandi, medie e piccole). Hanno già riempito le piazze di Modena, Sorrento, Reggio Emilia, Palermo, Reggio Emilia, Rimini, Marsala, Parma… Giovedì scorso le sardine manifestavano a Genova, Piacenza e Verona, ieri a Mantova, oggi invece saranno in 20 città: da Milano a Firenze, da Monfalcone a Pesaro, da Rovigo a Treviso, e a La Spezia, Cosenza, La Maddalena, perfino ad Amsterdam.

Sempre oggi, le sardine si sono date appuntamento alle 20 in piazza Castello, a Ferrara, la ‘roccaforte rossa’ (si fa per dire) caduta dopo settant’anni in mano della Lega e del Centrodestra. E da domani si ricomincia: Milano, Padova, Taranto, Avellino, Benevento, Ascoli Piceno, Cagliari, Siena, Taranto, Pescara, Dublino, Bari, Forlì, Torino… fino all’appuntamento del 14 dicembre a Roma, proprio nella storica piazza San Giovanni: dove a ottobre Salvini aveva raccolto 200.000 seguaci, le libere sardine vogliono arrivare al milione.

Fin qui i numeri, davvero impressionanti. E, ancora più sorprendente, è la rapidità e la capillarità con cui questo movimento (io lo chiamo così anche se molti non sono d’accordo) si è diffuso in tutta la penisola. Gli stessi media sono rimasti spiazzati. Esattamente come era successo alcuni mesi fa davanti ai ragazzini del Friday for Future. E sorpreso è stato tutto il mondo dei partiti e della politica, tutta la nomenclatura che, normalmente, si sbraita e si accapiglia in parlamento, in televisione, sui social.

Primo fra tutti – il più sorpreso, il più spiazzato, il più in difficoltà – colui che da molti mesi percorre incontrastato le piazze mediatiche e quelle reali. Negli ultimi due anni Matteo Salvini era stato l’ultimo (il penultimo era stato Beppe Grillo con i suo Vaffa day) a girare per l’Italia accolto da folle osannanti, l’unico a ‘fare il ‘pieno’ in qualsiasi piazza. Tutti gli altri (a sinistra come a destra) nemmeno ci provano a presentarsi sopra un palco all’aperto. Passato all’opposizione del governo giallo-rosso, Salvini ha raddoppiato il suo attivismo e, dopo aver trionfato in Umbria, sta puntando il mirino sulle elezioni di gennaio in Emilia Romagna, la regione simbolo della Sinistra.

In realtà, anche stando all’opposizione – complice quel poderoso vento di destra che agita tutto il pianeta (da Orban alla Le Pen, da Trump a Maldonado) – continua ad avere, anzi, ad essere in maggioranza: la sua narrazione populista e sovranista, il suo ritornello sugli emigranti invasori, sembra sovrastare qualsiasi voce contraria. Finché un giorno, senza nessun preavviso, senza nessuna regia occulta, arrivano quelle maledette sardine: giovani, pacifiche, ironiche, coloratissime. Cantano Bella Ciao, sbeffeggiano il leader leghista, si dichiarano antifasciste, anti-populiste, anti-sovraniste. Così il popolo delle sardine ha occupato il campo e rischia di rubare la scena a Matteo Salvini. Il quale Salvini fa spallucce, ostenta la consueta sicurezza, ma non riesce a nascondere la preoccupazione. Come fai a vincere sulle sardine? Quelle, sono molto più pericolose di Conte, Di Maio e Zingaretti messi insieme.

Finita la sorpresa, sono cominciati i commenti, le analisi, le obiezioni, le critiche. Le insinuazioni. E naturalmente i buoni consigli alle giovani, ingenue e inesperte sardine che si stanno avventurando nel procelloso mare della politica.

La prima obiezione, solo apparentemente fondata, è che le sardine, prendendosela in primis con Salvini, fanno opposizione all’opposizione, invece che al governo in carica. ‘E’ un controsenso’, ripetono tutti gli esponenti della Destra e del Centrodestra. E non solo loro. Anche commentatori e intellettuali progressisti – anche Claudio Pisapia su questo giornale – muovono la medesima obiezione. Senza capire che siamo di fronte a un movimento spontaneo e di massa, non ad un partito o a una formazione politica organizzata. I movimenti fiutano l’aria e si muovono (pro o contro) di conseguenza. Così, le sardine hanno sentito come insopportabile l’egemonia (mediatica, culturale, politica) della narrazione populista, sovranista ed egoista. Contro questa egemonia – che oggi è di fatto in maggioranza in Italia e in Europa – hanno deciso di battere un colpo, di rendersi visibili, di proporre una diversa narrazione. E si sono dati appuntamento in piazza, una esperienza che molti ventenni e trentenni non avevano mai provato in vita loro.

Dietro Greta Thunberg, ad animare il movimento planetario del Friday for Future e del Green Friday (anche ieri è andata in scena una replica in 139 città italiane e in tutto il mondo), sono i teenager, i ragazzini del terzo millennio. Gli inventori e promotori del popolo delle sardine sono invece i ventenni e trentenni, la cosiddetta ‘generazione invisibile’. La grande novità – tutta politica – di questi movimenti sta proprio qui. L’emersione (nel caso delle sardine mi sembra la parola giusta) di nuovi soggetti che fino allora se n’erano stati zitti e buoni, solerti consumatori dell’ultimo articolo immesso sul mercato.

Eppure l’odore delle sardine a molti non piace, storcono il naso. Siete effimeri, un fuoco di paglia destinato a spegnersi rapidamente  Siete infantili, ‘troppo poco politici’, siete solo contro, non proponete niente di concreto. E, visto che affollate le piazze, visto che siete un popolo, siete populisti anche voi. In un talk show ho sentito un giornalista evocare addirittura gli orrori della Rivoluzione Russa e appioppare alle sardine una citazione (storpiata) di Lenin: “L’infantilismo è la malattia del comunismo”. In realtà Lenin diceva che “l’estremismo è la malattia infantile del comunismo”. Beh, tutto si può dire delle sardine, tranne che siano un movimento estremista e violento..

Non so se le sardine avranno una lunga vita, non so che direzione prenderanno nel prossimo futuro, ma la loro navigazione è piena di insidie. Insieme alle critiche, stanno infatti arrivando anche gli applausi e i complimenti. Più o meno interessati. Probabilmente c’è qualcuno che sogna – qualcuno ci prova sempre – di ‘incanalare il movimento’; di metterci sopra il cappello, o la propria bandiera.  Da qui viene il pericolo maggiore, non dai pinguini sovranisti recentemente apparsi sul web.

Per ora le sardine nuotano libere, se però non riusciranno a difendere la loro autonomia, corrono il rischio inscritto nel triste destino di alici e consimili, quello di finire in scatola.

 

Le piazze, le sardine, il populismo… e Salvini vince ancora

Il manifesto delle sardine, che non ha nulla a che vedere con il Manifesto del 1848, recita “Cari populisti, lo avete capito. La festa è finita” e poi “Siamo un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto”. Il loro leader si chiama Mattia Santori e in una delle tante interviste che ha concesso, diceva che le sardine vogliono parlare di cose pratiche, della vita reale. Tutte cose per le quali loro hanno già ricevuto attestati di merito.
L’attacco ai populisti che campeggia nel manifesto ittico svela già l’origine e la fine del mistero sulla provenienza e sulle intenzioni di questo “nuovo” movimento sorto proprio nel momento giusto. Elezioni regionali, riforma del Mes, governo in bilico sulla legge di bilancio, pignorabilità più facile dei conti correnti, Germania (con Finlandia e Olanda) all’attacco sul fronte banche e misure espansive. Insomma ci voleva una boccata d’ossigeno ed ecco che le piazze si riempiono. Ma non perché da solo il nuovo Mes rischia di trasformare l’Italia nella Grecia di qualche anno fa, piuttosto e semplicemente perché Salvini sta disturbando la “normalità” delle nostre giornate.
Il problema sono i populisti dunque, anche se loro si sentono popolo, forse. “Cari populisti”, cari voi che vi ispirate a quel movimento che idealizzava il popolo come portatore di valori positivi in contrasto con le élite. A quel movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra il 19° e 20° secolo, che si proponeva di raggiungere […] un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate, specialmente dei contadini e dei servi della gleba, insomma proprio per voi… “la festa è finita” (cit. Enciclopedia Treccani).
Ed è finita allora anche per il povero Chomsky, anche lui ovviamente un sovversivo della destra estrema, che dava la sua “faziosa” definizione di populismo quando diceva che questa parolaccia “significa appellarsi alla popolazione” e spiegava che “chi detiene il potere vuole invece che la popolazione venga tenuta lontana dalla gestione degli affari pubblici”. Vuole insomma che si occupi di mantenere la sua vita “normale”.
Casualmente occuparsi della cosa pubblica una volta significava anche “democrazia” e la democrazia si nutre anche di politica e in politica di solito si riempiono le piazze per protestare contro il governo o per proporre un’alternativa, magari proprio un manifesto che proponga soluzioni diverse rispetto a iniziative governative. Non tanto per rivendicare il proprio diritto alla normalità, cioè svegliarsi, andare a lavorare, tornare a casa, dormire e ricominciare modello George Orwell formato millennial ed oltre.
Rivendicare il proprio diritto alla tranquillità e alla normalità va bene ma non è un progetto politico degno di attenzione, da portare in piazza. A me personalmente piace vedere giovani impegnati in qualcosa che non sia video giochi on line o a seguire gli “amici di Maria”. Ma pretendere la normalità in tempi dove non c’è nulla di normale, dove si attenta al futuro delle persone, richiede qualcosa in più. Magari un Manifesto anche scopiazzato da quello del 1848, potrebbe funzionare meglio. Ma forse risulterebbe troppo populista “Proletari di tutti i Paesi, unitevi!”, figuriamoci. Roba vecchia come il Cynar e il mito del Che Guevara.
L’esercizio della democrazia richiede impegno e va al di là della capacità di riempire una piazza, bisogna anche far capire per cosa lo si fa in maniera chiara e spiegare se si sta scendendo in piazza per i diritti del popolo oppure per i bisogni della casta, che sono sempre gli stessi dai tempi di Marx, ovvero che la massa non si occupi di cose serie come oggi sono le questioni economiche. Non si occupi, ad esempio, della riforma del Mes che attenta ai principi di giustizia sociale, ai diritti acquisiti in anni di lotte sindacali e di quel popolo che voleva contare qualcosa.
La parola populista è diventata sinonimo di demagogia, si è accuratamente storpiata per oscurarne la radice popolare e antisistema. E con le piazze oggi vogliamo far vincere il sistema? Dargli ragione quando pretende che non dobbiamo occuparci del nostro futuro e ritornare alla nostra normalità? Oggi più che mai sta passando il concetto che sia inutile occuparsi di questioni più grandi di noi, che all’Unione bancaria devono pensarci gli esperti come hanno fatto fino a quando poi abbiamo scoperto che esisteva un caso Carife. Quante volte sono scesi in piazza i giovani per le banche fatte fallire da un sistema di potere che vuole addossare le responsabilità di ogni cosa al popolo in stile bail in?
Dobbiamo convincerci che gli interessi popolari, populisti, non siano di nostra competenza e per farlo dobbiamo confonderli con la demagogia. Dobbiamo convincerci che ci sono questioni talmente utopiche, oltre la possibilità di realizzazione, impossibili, come una volta era impossibile immaginare il voto alle donne e quindi cullarci nella nostra normalità, fare volontariato, parlare di accoglienza qui e ora, non preoccuparci del perché le cose succedono. Dobbiamo far diventare contemporaneamente affari seri e imprescindibili questioni come la paura del passato che non potrà mai più tornare, confortati in questo dalle statistiche appena sfornate. Tranne nelle piazze delle sardine e nelle trasmissioni di Lucia Annunziata, ovviamente.
E poi “Occuparsi di cose pratiche”. Il motivo del successo di Salvini sta proprio nel fatto che parla alla pancia della gente, gli parla della quotidianità, delle aziende che chiudono per mancanza di credito, dell’incapacità dimostrata dai vari governi sull’accoglienza, dei tetti delle scuole che cadono, delle difficoltà delle forze dell’ordine nel fare il loro lavoro, della svalutazione del lavoro causata dal sistema della moneta unica, delle ingerenze della Commissione europea, dell’impossibilità di proporre politiche economiche a causa di vincoli europei ritenuti oramai da tutti gli economisti obsoleti e troppo rigidi. E a dirlo sono addirittura Mario Draghi e Christine Lagarde, che scomoda persino San Tommaso per convincere i tedeschi che sono necessarie politiche fiscali espansive.
Ed è su questo che andrebbe contestato Salvini e la sua Lega a cui “l’Emilia non si lega”, sulle cose pratiche e sugli argomenti politici, sulle soluzioni che propone dicendo perché e come invece sarebbe meglio procedere, ma andava fatto quando era al governo. Ora al governo vuole tornare ed occupa le piazze in un gioco che si chiama democrazia e che vede chi è all’opposizione protestare contro il governo. Contro l’opposizione si protesta non andando alle loro manifestazioni. Che senso ha e quanto è democratico fare opposizione all’opposizione? Se ci si sente sulla stessa linea dei partiti che sono al governo li si sostenga, si aiuti il governo ad illustrare quanto bene stanno facendo nell’attuare le loro politiche economiche e sociali. Ve ne saremmo grati, a dir poco.

Politica e biologia: la logica del clan

Con questo ‘provocatorio’ intervento il nostro Jonatas Di Sabato si cimenta nell’analisi politica scardinando le ortodosse logiche interpretative. Confidiamo che lo stimolo induca altri a prendere parola e intervenire nel merito del dibattito relativo alle strategie comunicative che caratterizzano il panorama politico attuale

 

Nelle ultime settimane la scena mediatica è stata dominata dalle analisi post elettorali. La sconfitta della sinistra, a tutti i livelli, ha acceso una forte discussione che, nella maggior parte dei casi, porta però sempre verso risposte in qualche misura genericamente rassicuranti, del tipo “bisogna cambiare”. Ma cambiare come? La politica è molto simile a un sistema ecologico, con le sue nicchie occupate dalle varie ‘specie’ che possiamo chiamare partiti. Proprio come un organismo, un partito politico subisce evoluzioni, anche se, in questo campo, sembra che più che Darwin sia Lamarck ad avere la meglio: un partito viene modellato rispondendo agli stimoli che provengono dall’esterno, dal proprio elettorato. Anche la sinistra ha provato a farlo. Basti pensare a come, durante gli anni Settanta, parlare di droga o divorzio fosse considerato un tema ‘borghese’, e infatti le battaglie su quei temi furono portate avanti non dal Pci, ma dal Partito Radicale. Oggi, lo vediamo, la sinistra si è assunta quasi la paternità o comunque la tutela di queste conquiste. Il problema di questi cambiamenti, però, sta nel fatto che, dopo la rivoluzione di internet, la risposta deve essere sempre più immediata. E questo favorisce, per sua natura, chi ha nel proprio ‘dna’ politico delle risposte strutturate ed efficaci. In questo la destra non ha rivali, per un motivo fondamentale: è naturale. Spiegare cosa voglia dire è molto semplice: la destra, e non mi riferisco a quella liberale, risponde a una logica ‘naturale’, quasi biologica, quella del branco: difende ciò che è vicino, simile, familiare. E la sinistra? Oramai è chiaro che l’arrancare dei partiti progressisti non può trovare una giustificazione solamente nel candidato sbagliato o nella gestione dei migranti fatta male. La risposta, questa volta, non può darla neppure l’economia o la politologia. No. Credo a ragion veduta che l’unica spiegazione si possa trovare nella ‘biologia politica‘.

  • Le estinzioni di massa

Quello delle estinzioni è un capitolo ciclico che vede il ripetersi con un ritmo più o meno regolare di scomparse traumatiche di specie viventi. Questo fatto così catastrofico, in realtà, porta con sé un fattore positivo: nuove nicchie ecologiche, accelerazione dei processi evolutivi. Ma cosa c’entra tutto questo con la politica? Ciclicamente anche in politica ci sono delle trasformazioni, delle estinzioni traumatiche. Un esempio potrebbe essere la scomparsa dei partiti d’elité agli inizi del Novecento per dare campo ai partiti di massa. E ora proprio i partiti che hanno fatto la storia del Novecento si trovano in un “collo di bottiglia evolutivo”. In pratica, qualsiasi cosa si tenti di fare, il loro destino è evoluzionisticamente segnato: devono estinguersi perché non hanno saputo adattarsi ai cambiamenti del loro ambiente e Darwin è stato molto chiaro: in natura, come in politica, non vince il più forte, ma chi si adatta meglio. E la sinistra non può adattarsi in un periodo di crisi perché, nel suo Dna, non ha i geni per farlo.

  • Forze centrifughe, forze centripete ed entropia

Per spiegare questa differenza, prenderò per buona l’esistenza in natura della forza centrifuga, anche se, in realtà, non lo è. Ogni forma di aggregazione umana ha al suo interno delle forze che tendono alla disgregazione. Qualunque sia la vostra opinione politica, non si può sfuggire alle leggi della chimica e della fisica. Prendendo come esempio una nazione, all’interno di questo insieme ci sono delle forze che mirano a separare, ad atomizzare, frammentare le componenti interne. Ci vuole molta più forza e quindi energia a far restare uniti invece che distruggere e creare un ambiente caotico. Banale termodinamica. Le forze che disgregano, all’interno degli agglomerati umani, sono essenzialmente due: l’individualità o, meglio nella sua accezione degradante, l’egoismo e la violenza intrinseca. Su quest’ultimo punto tornerò più avanti. Sta di fatto che, quindi, per mantenere un ordine delle cose, un’unione all’interno del sistema nazione, le energie da spendere sono direttamente proporzionate alla sua grandezza. Con energia, naturalmente, in questo contesto, intendo risorse economiche. Quindi, se prendiamo ad esempio un sistema chiuso, l’Italia, ci sono delle forze centrifughe che tendono alla disgregazione: campanilismi, individualismi, scissionisti, indipendentisti, localismi ecc. Per far sì che queste forze non trionfino ci vuole un’immissione di forze contrarie, forze che tendano verso l’unità della nazione e, sia chiaro, non parlo di nazionalismi, ma bensì di costrutti che vadano contro le elencate forze. La sola forza finanziaria non basta, perché eliminerebbe solo il primo fattore e cioè l’egoismo, per creare una vera unità deve essere proiettata verso l’esterno la forza più distruttiva del sistema umano e ovvero la violenza intra-clan. Ma come farlo?

  • Nemici immaginari e nemici reali

Una delle più grandi sfide è proprio quella del saper gestire ogni forma di forza distruttrice interna al gruppo e proiettarla verso l’esterno. Qualsiasi tipo di società, da quelle di stampo egualitario ‘primitivo’ fino alle società complesse, deve affrontare questa problematica. Chi governa, quindi, ha dalla sua due possibilità: avere un nemico o creare un nemico. Nei secoli si sono avuti entrambi gli esempi, ma per restare agli ultimi decenni trascorsi si potrebbe pensare alla seconda guerra mondiale. Un nemico reale, il nazi-fascismo, fa unire gruppi altrimenti lontani da ogni logica alleanza: ed ecco i cattolici con i comunisti, liberali con anarchici. Nonostante alcune problematiche, il riuscire ad incanalare la violenza verso un nemico esterno fa in modo che quella interna al gruppo sia limitata e gestibile. In fin dei conti anche la scelta biologica della sessualità secondaria da parte del genere sapiens ha avuto come fine anche quello di limitare questo genere di problematica. Rapportato in politica chi è avvantaggiato, in questo momento storico, è sicuramente chi propone un nemico, anche artefatto, ma assolutamente percepibile. In questo caso le forze sovraniste hanno fatto un lavoro eccellente. Un esempio è la Lega di Salvini. Quest’ultimo, incanalando verso forze esterne le problematiche italiane, ha riversato tutta la rabbia verso di loro. Così da nord saremmo, nella sua logica, attaccati dai burocrati di Bruxelles, e da sud dall’invasione dei migranti africani. Ma ha fatto un passo in più. Issandosi come cavalleresco paladino della difesa dei valori tradizionali cattolici, combatte anche il nemico interno di una islamizzazione a suo dire sempre più evidente e di una degenerazione dei costumi. Tralasciando se le sue affermazioni siano vere o false, il nocciolo della questione e l’aver saputo creare più nemici e incanalare verso di loro la violenza. È stato talmente abile da aver trasformato un partito di stampo territoriale e federalista, in un partito nazionalista unionista.

  • La crisi perfetta

Durante una crisi le visioni della società si polarizzano e si estremizzano. Vince chi fornisce la risposta migliore, immediata e in grado di creare consenso. Ecco perché, a parer mio, la sinistra fatica a riformarsi e rischia di estinguersi: il motivo risiede proprio nel non riuscire a dare risposte ‘naturali’. Uno dei capisaldi della sinistra fu enunciato da Pietro Nenni: “L’essere socialista vuol dire portare avanti chi è nato indietro”. In pratica aiutare i deboli, creare uguaglianza sociale. La sinistra italiana, poi, mostra l’incapacità di generare un tema forte e unificante attorno al quale aggregare le proprie schiere. Ha provato segnalando il rischio della reviviscenza del fascismo, ma ha fallito, perché, dopo anni di abbandono di una certa nicchia sociale, si è trovata respinta dalle periferie e da parte della classe lavoratrice, che paga il più alto costo della crisi del 2008, ed ha estremizzato il proprio voto verso chi ha dato risposte semplici e perciò ‘rassicuranti’: io sono come te, tu sei come me, sono gli ‘altri’ che ci stanno facendo del male. Sia chiaro che qui non si parla di giusto o sbagliato, ma di ciò che è accaduto e sta ancora accadendo. Altro problema della sinistra, come detto, è l’incapacità di dare risposte in tempi stretti. Questo deriva dal fatto che gli obiettivi della sinistra impongono un lavoro di lunga lena per dissodare l’inaridito terreno sociale. La destra, invece, non deve investire, ma attaccare. Non a caso per stare al potere ha bisogno di generare un clima da campagna elettorale perenne e uno stato di crisi perpetua. Se non ci fosse una crisi, la popolazione andrebbe naturalmente verso posizioni politiche moderate, vincenti in periodi di crescita, come fu per la Dc fino agli anni Ottanta. Ma il problema più grande ancora non si è manifestato: la crisi economica ‘perfetta’ ancora non è arrivata. Quella del 2008 è stata la peggiore crisi che si ricordi dal 1929 eppure, affermano molti esperti, questa potrebbe essere nulla in confronto a quella che potrebbe investirci nel 2020. I motivi sono vari. In primis la crescita esponenziale degli Usa, prima o poi finirà. Quando questo accadrà, andrà ad unirsi alle guerre commerciali messe in atto da Trump, via via sempre più aspre, con Cina, Canada e Messico. Ciliegina sulla torta sarà un conflitto armato. Scongiurata l’ipotesi nordcoreana, i riflettori si sono spostati subito su un altro Paese, il più probabile a questo punto: l’Iran. Solo nelle ultime settimane l’escalation è arrivata a livelli altissimi e un conflitto armato non è più solo un’ipotesi. Quando l’economia statunitense andrà giù, a seguire ci sarà anche quella europea. Quando ciò accadrà, però, al contrario del 2008, non ci saranno governi solidi e strumenti politici adeguati a prevenire una caduta libera. Chi dovrà affrontare la prossima recessione avrà le mani legate, con livelli di debito di molto superiori a quelli attuali. Quando ciò si verificherà, la risposta elettorale sarà ancora più estrema. In questo scenario l’attuale sinistra rischia di essere letteralmente spazzata via, se non riuscirà rapidamente a interpretare i tempi che cambiano e adeguare ad essi la propria azione.

A questo punto bisogna chiedersi: cosa fare? La risposta è dura ma semplice: prima di tutto accettare che la sinistra con stampo novecentesco è entrata in un collo di bottiglia evolutivo. In poche parole è destinata all’estinzione. Meglio correre ai ripari e ripensare un nuovo modello di forma-relazione improntato, appunto, su un’innovativa modalità di risposta alle istanze del nuovo millennio, con parole nuove e, soprattutto, strutturando anche una nuova capacità di movimentazione ideologica. Se ciò non dovesse accadere, quello che ne seguirà è abbastanza evidente: la fragilità dell’economia mondiale sta estremizzando le risposte dei cittadini, da Salvini, a Le Pen, passando per Bolsonaro o Trump. La prossima crisi, forse già alle porte, troverà un panorama politico e sociale già estremizzato. Quello che ne deriverà potrà portare solo alla caduta delle istituzioni più fragili in questo momento, prima tra tutte proprio l’Unione Europea. Tutto ciò che accadrà dopo resta imprevedibile, ma di certo non si profila uno scenario capace di alimentare positivi pensieri.

APPUNTAMENTI
Le cinque parole che stanno trasformando l’Italia

Ho perso le parole / eppure ce le avevo qua un attimo fa… mi posso far capire / anche da te / se ascolti bene / se ascolti un po’ (Luciano Ligabue)

I più ‘aulici’ perdoneranno l’incipit pop-rock, forse sarebbe più adatta una citazione dall’ultimo libro dello psichiatra Vittorino Andreoli, ‘Il rumore delle parole’. Fatto sta che abbiamo perso le parole. Lo penso ormai da un po’ e l’ho sentito dire anche poco tempo fa da Ascanio Celestini nella sua ballata per un quarto stato 2.0, ‘Pueblo’. Abbiamo perso il senso delle parole, la curiosità di indagarne e scoprirne il senso, la voglia di usarle non a sproposito, ma solo se si ha qualcosa di utile – o, Dio non voglia, intelligente – da dire. Forse abbiamo perso addirittura un vocabolario comune di riferimento. Ormai esistono solo le ‘parole d’ordine’ – quale ordine? Sarebbe interessante… parlarne! – e gli slogan, fagocitati come i panini di un fast food. E tutti possono parlare di qualsiasi cosa: al bando gli ‘specialisti’, benvenuti gli ‘influencer’.
Di conseguenza, abbiamo perso la capacità, la volontà, l’interesse per la complessità, per una conoscenza che non sia solo trasversale – come le tanto decantate ‘skills’ – ma anche verticale, che scenda in profondità; per un dibattito che vada al di là delle posizioni arroccate e contrapposte, del tifo da riservare alle curve degli stadi, ma che sia un confronto-scontro dialettico, dal quale uscire con strumenti per un’interpretazione dell’attualità che sia utile per progettare il futuro e, forse, anche con un arricchimento reciproco.

Benvenuto perciò al nuovo ciclo di incontri alla libreria Ibs+Libraccio organizzato per il nono anno consecutivo dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’Ateneo di Ferrara e dal professor Andrea Pugiotto, ordinario di Diritto Costituzionale, in collaborazione con la Scuola forense dell’Ordine degli avvocati di Ferrara, con il patrocinio dell’Università degli Studi di Ferrara, del Comune di Ferrara e della Fondazione Forense di Ferrara.
Linguaggio, sovranismo, razzismo, populismo, narcisismo: cinque parole che diventano cinque tappe di un itinerario attraverso l’Italia che cambia, guidati altrettante autorevoli voci della vita pubblica italiana, che attraverso i loro libri più recenti hanno saputo cogliere e interpretare i segnali del cambiamento in corso. ‘Viaggio in Italia. Tappe di una metamorfosi collettiva’ è appunto il titolo di questa serie di incontri, ognuno introdotto e concluso da una lettura a cura del Centro Teatro Universitario che fungerà da detonatore per la discussione. Ai cinque incontri in libreria si affiancheranno inoltre alcune proiezioni cinematografiche, presso la Sala Boldini, curate da Arci Ferrara in collaborazione con Fice e l’Unione dei Circoli Cinematografici Arci.

Da eclatanti fatti di cronaca al linguaggio pubblico e privato, dalla critica agli istituti di democrazia liberale alla contrapposizione tra popolo ed élite, alla messa in discussione del sapere scientifico e della partecipazione al processo di integrazione europea: segnali di un cambiamento profondo di difficile interpretazione. Il quesito che funzionerà come filo conduttore è: l’Italia sta vivendo un momento di crisi – che in greco antico significa smarrimento, ma anche ripartenza – o un vero e proprio cambiamento di stato, che in greco antico si dice catastrofe?
Si inizia venerdì 1 marzo con ‘sovranismo’: a guidare il pubblico sarà Enrico Letta (‘Ho imparato’, Il Mulino, 2019).
Seguiranno, rispettivamente il 6 e il 29 marzo, ‘razzismo’ con Ezio Mauro (‘L’uomo bianco’, Feltrinelli, 2018) e ‘linguaggio’ con Gianrico Carofiglio (‘Con i piedi nel fango’, Edizioni Gruppo Abele, 2018). I due incontri di aprile sono riservati a ‘populismo’ con Maurizio Molinari (‘Perché è successo qui’, La nave di Teseo, 2018) e ‘narcisismo’ con Giovanni Orsina (‘La democrazia del narcisismo’, Marsilio, 2018).

Clicca QUI per il programma di Viaggio in Italia. Tappe di una metamorfosi collettiva

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La società pruriginosa

Ho deciso di iniziare l’anno nuovo con una lettura impegnata. Ho acquistato su Amazon l’ultima opera di Proudhon e Grattari (Grat ta ‘ri), “La società pruriginosa”, edizioni Scabbia. Dopo la società liquida di Bauman, che ha lasciato eczemi e irritazioni su tutta la cute del corpo sociale, è questa l’ultima frontiera della sociologia.
La società dei pruriti, come se la dermatite pruriginosa fosse il morbo sociale del secolo. Pare che tutti i corpi sociali siano presi da un irresistibile bisogno di grattarsi.
Grattarsi di dosso i parassiti provenienti da terre esotiche e sconosciute, portatori di malattie per le quali non sono ancora stati scoperti i vaccini, ma che hanno come effetto di spargere batteri che aggrediscono in particolare il populismo e il sovranismo.
Neppure la pomata, “Primaglitaliani”, prodigioso ritrovato galenico dei laboratori Salvini, dicono sia in grado di lenire l’irritazione che ricopre l’epidermide dei soggetti più sensibili o particolarmente allergici ai ceppi esogeni.
Tuttavia l’orticaria sociale più pericolosa è diffusa dall’Herpes Virus Rom, originario dei paesi dell’Est, per tentare di estirparlo i laboratori della compagnia “Lega Ruspe” continuano indefessi la ricerca degli anticorpi contro il nomadismo.
C’è perfino un movimento “Gratta e Vinci”. Vinci se grattando ti escono cinque stelle, anche se gli scettici seminano il dubbio che sia solo propaganda, promesse per invogliare all’acquisto, perché di cartelle con cinque stelle sembra che non ce ne siano proprio in giro, per ora circolano cartelle che di stelle ne hanno solo 2,04.
Promettono perfino di grattare via la miseria, quella che prude di più. Raccontano che ci si potrà rivolgere a centri specializzati per interventi personalizzati con una spesa, tutta a carico della comunità, che potrà toccare i 780 euro mensili pro capite.
È accertato che molto prurito è proveniente dall’Europa, con soggetti portatori sani ma pericolosamente contagiosi come i Moscovici di nazionalità francese e gli Juncker del Lussemburgo. Alcune voci accreditate garantiscono, comunque, che a maggio prossimo an-che questa ondata endogena sarà definitivamente debellata.
Proudhon e Grattari sostengono che le società pruriginose sono impegnate a grattarsi forsennatamente le croste precedenti, in particolare un tipo speciale di croste diagnosticate come eczema “Fornero”, dal virus che le ha prodotte, responsabile di causare una sorta di attaccamento morboso al lavoro, per cui la gente non lo abbandonerebbe mai, tanto che gli attuali governanti sono costretti a mandare le persone in pensione con la forza.
Le croste precedenti sono le più pruriginose e sono quelle che si sono formate in varie parti del corpo sociale a causa del virus “Pdr” e dei governi che sono venuti prima del GRANDE CAMBIAMENTO.
Le società pruriginose sono caratterizzate da comportamenti tendenzialmente monadici, ognuno si gratta la rogna da sé, a casa o davanti al computer, perché questa è la democrazia diretta, propria delle società pruriginose ostili alla democrazia parlamentare, ritenuta la causa della diffusione di ogni prurito e delle croste precedenti.
La democrazia diretta ha il vantaggio che uno vale uno e che soprattutto non si rischia il contagio per via dell’incontro con l’altro e ciò garantisce che non si sarà costretti poi a ricorrere ai detestati vaccini che di solito come effetti collaterali indesiderati producono fastidiosi pruriti. Il laboratorio Rousseau della Casaleggio associati da tempo sta lavorando in questa direzione e promette una profilassi di massa tale da rendere il corpo sociale indenne, esente da dermatiti ed eczemi futuri.
Nelle società pruriginose senato e camera dei deputati sono soggette a sistematici interventi di disinfestazione, in quanto luoghi che forniscono il brodo di cultura ai germi più pericolosi, che poi spargono pruriti per tutto il corpo sociale, tanto da prevederne la definitiva messa al bando.
Le società pruriginose non necessitano più di tali istituzioni antiquate, ormai superate dai tempi. È sufficiente e più igienica una stretta di mano dopo aver firmato un contratto, come in tutti i commerci di questo mondo. Ci si mette d’accordo su cosa vendere al corpo sociale, ognuno offre la sua merce e ogni prurito sparisce. Si nomina un notaio, le società pruriginose hanno bisogno di notai, sono caratterizzate dal ruolo sociale del notaio che ha il compito di garantire il rispetto delle clausole sottoscritte dalle parti.
È sufficiente un blog. Ognuno pubblica la sua proposta contrattuale e quelle che riceve-ranno più like saranno realizzate sotto l’occhio vigile dei notai delle società pruriginose. È un ritorno alle più autentiche origini illuministe del contratto sociale del ginevrino.
Non solo, ci guadagna la salute di tutto il corpo sociale che così non viene esposto a pericolose contaminazioni e, nello stesso tempo, anche le casse pubbliche sui cui non graverà più l’onere di spesa per costose e farraginose elezioni, con schede e tessere da stampare, seggi da insediare, personale tra presidenti e scrutatori da pagare.
Le società pruriginose grattano via il vecchio anche dalle parole, hanno filosofi in questo specializzati. Filosofi che sognano nuovi linguaggi contro l’uso criminale e colonialista della lingua inglese che crea insopportabili arrossamenti per tutto il corpo sociale del sovranismo e del populismo.
Neologismi comuni alle società pruriginose sono termini come: militonti, pidioti, turbocapitalismo, euroinomani, plusgodimento, demofobia, gendercrazia, turbomondialismo, globomondialismo, cogito interrotto ed altri ancora. Ma presto saranno grattate via dai dizionari le vecchie parole per fare posto alla neolingua.
Anche le vetere nozioni di destra e sinistra, ancora resistenti nelle società liquide, hanno ceduto il passo al loro superamento nel “rossobruno”, perché nelle società pruriginose gli opposti non si respingono ma si incontrano, questa è la vera forza rivoluzionaria del cambiamento prodotta dalla teoria politica del “contratto di governo” di fronte al quale ogni machiavellismo ormai impallidisce.
Proudhon e Grattari riferiscono che ancora la ricerca sociologica non è in grado di spiegare come tutto ciò abbia potuto accadere. Sono state formulate diverse ipotesi, qualcuno parla di mutazione genetica irreversibile, altri, più pessimisti, della vittoria dell’ignoranza sul sapere.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Alla deriva del sapere

Il sapere non sta attraversando un buon momento. Gli apprendisti stregoni si moltiplicano. Quasi che il sapere anziché renderci liberi ci trasformi in vittime della sua tirannia.
Che il momento non sia favorevole al sapere, ci aveva già avvertito Tom Nichols con il suo ‘La conoscenza e i suoi nemici’, riecheggiando ‘La società aperta e i suoi nemici’ di Karl Popper. Perché ciò a cui si guarda con sospetto e con resistenza sono sempre i passi che si fanno verso il cambiamento, verso il futuro che ti porta via quello che avevi prima.
È lo stesso meccanismo del sapere che ti priva dell’ignoranza e, a volte, ti accorgi che sarebbe stato molto più comodo non sapere. Non possiamo più tornare alla presunta ingenuità e bellezza della società chiusa, il nostro sogno del cielo non può essere realizzato sulla terra. Platone ci ha fregato.
Diffidare del sapere ha fatto sempre bene alla narrazione umana che non avrebbe potuto progredire senza interrogarsi del proprio sapere, ma a sapere bisogna contrapporre sapere e non congetture.
È la società chiusa che nega che il sapere accumulato dalla tradizione possa essere falsificato. O si possa anche solo pensare di metterlo in questione, sono le sette, le chiese e le confraternite, che non ammettono altro al di fuori di sé. Come il populismo e il sovranismo, propri delle società chiuse, nemiche delle società aperte.
Ma se possiamo dubitare e mettere in discussione la scienza, lo dobbiamo alla ragione cartesiana e illuminista, alla fiducia nella razionalità dell’uomo che ha portato la società occidentale a diventare per prima una società aperta, una società che ha reso libere le facoltà critiche della persona.
Sono le nostre capacità di usare la ragione che ci hanno consentito di progredire mettendo in discussione i nostri saperi. Ma la ragione dell’uomo ha bisogno di fatti, non di opinioni, della ricerca e della scoperta, per riprendere altre strade ancora verso la ricerca e la scoperta di altri saperi, non di sentenze e tanto meno di pregiudizi.
Quando veniamo al mondo compiamo l’ingresso nella cultura del nostro tempo per partecipare alla sua narrazione e diventarne a nostra volta gli autori. È a scuola che apprendiamo a leggerne e a scriverne le pagine. Per questo nessuno può appropriarsi della scuola, perché quella narrazione appartiene a tutta l’umanità che l’ha composta e che continua a comporla dai vari luoghi del pianeta.
Quando si teme il sapere, i primi sintomi vengono dalle scuole. È la narrazione collettiva a correre i maggiori pericoli.
I sacerdoti della società chiusa si muovono con le loro liturgie e i loro anatemi. La nuova eresia che non deve entrare tra la narrazione dei saperi delle nostre scuole è oggi la teoria gender.
Il ministro gialloverde, titolare del Miur, ha decretato con circolare a tutte le istituzioni scolastiche che di “gender” nelle scuole non si deve parlare senza il consenso delle famiglie, come non è possibile realizzare altri progetti, al di fuori delle discipline canoniche, se non c’è il benestare delle famiglie. Il diritto al sapere, dunque, appaltato e sequestrato dalle famiglie.
La scuola non più il luogo della narrazione collettiva, il luogo dell’ingresso nella cultura, il luogo della negoziazione dei significati, ma luogo di sudditanza e di manipolazione, asservito a un culto reazionario della famiglia, conservatore e ignorante. La scuola come luogo della democrazia e dei saperi contingentati.

Il luogo dell’ipocrisia imposta come diritto dei genitori di tenere in ostaggio le menti dei figli, nel luogo dove i saperi devono essere aperti, nel luogo in cui ricevere le risposte alle domande, che non possono certo celare i loro interrogativi solo perché i genitori non vogliono.
La paura del sapere striscia in modo allarmante e soffia alle porte e alle finestre delle nostre scuole. Una riforma non detta si fa strada e da tempo attendeva il suo apprendista stregone. Alcune parole già iniziano a sguizzare nell’aria per familiarizzare con le orecchie delle persone. E allora ecco la “regionalizzazione”, l’apprendimento per “argomenti” anziché per “discipline”. Tutto un repertorio con l’intento non dichiarato di ridurre le scuole a misura della propria società chiusa, del no ai saperi che non siano quelli delle proprie tradizioni, delle proprie certezze e differenze.
Non più la scuola pluriculturale per una società aperta. Ma una scuola sovranista, monoculturale, per una società chiusa.
Non più la scuola della grande narrazione comune a tutta l’umanità, per questo comunità di destino, per questo comunità dell’incontro con l’altro. Il luogo in cui la narrazione dei saperi consente a generazioni di bambine e di bambini, di ragazze e di ragazzi di ricercare la risposta a Chi sono io? Chi sei tu?
Una scuola che ora, in nome delle regionalizzazione, in realtà aspirerebbe a difendersi dai corpi estranei, che siano saperi nuovi e vecchi, docenti o discenti di altri terre geografiche e culturali.
La deriva dei saperi comporta la deriva della cultura e delle conquiste democratiche, motivo per cui i saperi e i loro luoghi sono i primi ad essere presi di mira dal populismo e dal sovranismo delle società chiuse. Restare vigili è il nostro dovere.

Europa addio

Il settanta per cento degli italiani è analfabeta, analfabeta funzionale: legge, guarda, ascolta, ma non capisce. Poi, sarebbe questa Europa ad essere d’intralcio, a impedirci di spiccare il volo, semplicemente perché ci mette con le spalle al muro delle nostre responsabilità.
Mentre siamo lontani dall’aver raggiunto le competenze chiave per l’apprendimento permanente, il 22 maggio di quest’anno il Consiglio dell’Unione europea ha licenziato altre raccomandazioni, con in allegato il nuovo quadro di riferimento.
Nel frattempo i nostri governanti pro tempore parlano un linguaggio destinato a farci accumulare ulteriori ritardi in materia di istruzione e di formazione, contribuendo ad oscurare le prospettive per i giovani e per il paese nel suo insieme.
Nuotiamo nell’incompetenza e non ce ne accorgiamo, come ovvio che avvenga, quando si è ignoranti si ignora di non sapere. Si pensa di rilanciare il paese ampliando il deficit, dimenticando il deficit più grave di cultura e di competenze. Come se l’impresa e il lavoro fossero un’altra cosa, non avessero bisogno prima di tutto di un capitale umano preparato e competente, che sappia trasformare le idee in azioni e farle diventare valore per il mercato e per il Pil del Paese.
Prima del reddito di cittadinanza c’è da garantire la cittadinanza, se non vogliamo che si riduca al solo dato anagrafico. Il Consiglio d’Europa ci ricorda che la cittadinanza ha le sue radici nella primissima infanzia e, più che la terra da coltivare per il terzo figlio, c’è urgenza di nidi gratuiti per tutti, di generalizzare i servizi e la scuola per l’infanzia da zero ai sei anni, la cui frequenza è strategica per il successo formativo di ciascuno e per l’esercizio della democrazia.
Ogni persona ha diritto ad un’istruzione, a una formazione e a un apprendimento permanente, per l’intero arco della propria esistenza, di qualità e inclusivi, in modo da conservare e acquisire competenze che consentano di partecipare da attori alla vita civile, di accedere con successo al mercato del lavoro, questo è il pilastro su cui poggiano i diritti sociali. Ma se non c’è cultura non vi può essere neppure cultura dell’istruzione e della formazione. Pensare che le difficoltà e i problemi del paese si risolvano con operazioni di maquillage elettorale è il segno di questa ignoranza e dei disastri che può produrre.
Sarebbe impellente riprendere a mano il nostro sistema scolastico per garantire agli studenti di ogni ordine e grado insegnanti preparati con elevate qualità professionali. Non solo. Abbiamo l’urgenza, come ci suggeriscono le raccomandazioni europee, di esplorare nuovi territori ed itinerari didattici, rivoluzionare i nostri ambienti di apprendimento, renderli più flessibili, aperti al territorio, alle attività extracurricolari, adatti alle necessità di una società ad alto grado di mobilità. La strada da percorrere è tanta, mentre noi in questi anni ci siamo smarriti tra precariato e cattedre, accumulando enormi ritardi. È la cultura dell’educazione quella che è assente, la cultura dell’educazione necessaria a un paese proiettato verso il futuro.
Per non parlare dell’apprendimento non formale e informale, per i quali mancano politiche nazionali e locali, di cui continuiamo a trascurare l’importanza per lo sviluppo delle competenze del capitale umano. Anche le polemiche intorno all’alternanza scuola lavoro sono lo specchio di ciò, di come il formale fatichi ad incrociare l’informale, con la conseguenza di privare i nostri giovani delle opportunità di apprendimento che potrebbero derivare dalla cooperazione tra contesti diversi, da una pluralità di approcci, di occasioni e di modi di conoscere.
L’Europa nel riproporre il corredo delle competenze chiave necessarie alla realizzazione personale, alla salute, all’occupabilità e all’inclusione sociale pone particolare attenzione alle competenze necessarie per aprirsi alla globalizzazione della cultura e della formazione, alla globalizzazione delle cittadinanze, al muoversi dei nostri giovani per itinerari che sempre più conducono lontano dai loro luoghi di origine, lontano per poter continuare a studiare come per cercare lavoro, lontano per incontrare altre culture in un mondo che si dilata non solo nella rete virtuale ma nei passi quotidiani e nei tragitti delle nuove generazioni. Le migrazioni sono tante e hanno origini diverse, non tutte drammatiche fortunatamente, ma l’idea non può che essere quella di liberarsi delle nostre culture ghettizzanti per contribuire a costruire un mondo accogliente.
E allora diventano abilità di base le lingue, la conoscenza e l’apprendimento delle lingue, per incontrarsi, incrociare culture, per dialogare. Come la necessità di motivare un maggior numero di giovani a intraprendere carriere in ambiti scientifici, di studiare le “STEM”: scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. Il miglioramento delle competenze digitali, perché i posti di lavoro e la vita quotidiana sono sempre più automatizzati, le competenze imprenditoriali , la creatività e lo spirito di iniziativa, le competenze sociali e civiche e la capacità di adattarsi ai cambiamenti.
Competenze per promuovere uno sviluppo sostenibile, stili di vita sostenibili, i diritti umani, la parità di genere, una cultura pacifica e non violenta, la cittadinanza globale e la valorizzazione delle diversità culturali.
Rispetto a dove pare andare il paese, l’Europa ci propone un’istruzione controcorrente, anzi competenze controcorrente, in sostanza una vaccinazione contro sovranismi e populismi.
Intanto in Italia il vettore della formazione ha invertito la rotta, punta alla regionalizzazione dell’istruzione, ognuno a casa sua, con il suo folklore, che vuol dire Europa addio, noi la nostra scuola ce la facciamo, più che in autonomia, in autarchia.

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

I profeti dello spread

Forza Italia (almeno quel che ne resta) e Partito Democratico (almeno quel che ne resta) a far fronte comune contro questo governo di irresponsabili e fascisti.
Allarmi! Allarmi! La democrazia è a rischio! Tutti sull’Aventino per protesta… anzi no!
“Anzi no… Perché mai tacer quando tutti i media stanno dalla nostra parte? Quando ogni santo giorno, da mattina a sera, televisioni, radio e giornali ospitano e pubblicano fior di esperti e opinionisti e politici e giornalisti a parlar male e a criticare ogni azione e ogni parola di questo infausto governo?
Anzi no… stiamo sul pezzo! Non sia mai che la gente – e pure quegli stupidotti (tanti) che questa assurda maggioranza l’han votata – finalmente si convinca. Si renda conto del tremendo rischio che sta correndo”.
Bene, di quale rischio stiamo parlando?
Rischio per la democrazia? Capirei che si parlasse di rischio per la democrazia se adesso fossimo in democrazia.
Ma è vera democrazia un paese in cui il governo non possa decidere in piena autonomia la propria politica economica e sociale perché posto sotto ricatto dai mercati finanziari internazionali?
Rischio di fallimento del paese?
Ma come può l’Italia fallire se tuttora siamo uno dei paesi più ricchi al mondo. Un paese in cui, nonostante tutto, il risparmio privato (contrariamente rispetto all’estero) è uno dei maggiori al mondo.
E allora, con queste premesse, perché l’Italia è finita nell’occhio del ciclone? Perché è diventata bersaglio dell’Unione Europea? Perché lo spread sale minacciosamente?
Ma poi, cosa diavolo è questo spread, e perché le agenzie di rating ci stanno prendendo di mira?

Esponenti illustri di Forza Italia parlano di rischio per la democrazia e di deriva sovranista. Intanto il buon Silvio va a trovare il suo caro amico russo Vladimir, che proprio democratico non è, e un po’ sovranista sì.
Quelli del Pd, renziani in testa, si augurano che questo governo mandi in malora il paese. Se lo augurano per rinfacciarlo poi al popolo ignorante e beduino, colpevole di non aver capito nulla. Se sapessero, quelli del Pd, che sono proprio loro a non aver capito nulla della gente.

Il fatto, a me pare, è che in questo marasma generale nessuno voglia sprecarsi per cercare di capirci qualcosa. È più facile fare il tifo. Prendere per buono ciò che ci fa più comodo.
Lo fanno i partiti, i politici, lo fanno le persone. Ma la cosa più grave è che lo fanno pure i giornalisti. Non dubito che molti di loro siano in buona fede, questo però non aiuta, anzi.

Tutti noi guardiamo sempre la tv e qualche volta leggiamo i giornali. Ascoltiamo con attenzione ciò che ci dicono e leggiamo ciò che scrivono. Adesso cerchiamo di ripassare le informazioni che ci arrivano e con esse proviamo a immaginare questa scena: un tizio che arringa la folla sul pericolo rappresentato da barboni e mendicanti, mentre tutto intorno la gente intenta ad ascoltare non s’accorge che distinti signori in doppio petto e scarpe firmate stanno sfilando a ognuno dei presenti il portafogli. Il paradosso è che anche quelli che se ne accorgono fanno finta di niente perché indotti a credere che, se i soldi te li porta via uno che veste elegante, certamente dietro ci deve essere un motivo ragionevole e inevitabile.
Ebbene, se i signori distinti ed eleganti fossero le banche?

Chiediamoci anche il perché, nei vari dibattiti che tutti i giorni infiammano i talk show televisivi, esperti economisti, giuristi, sociologi, e chi più ne ha più ne metta, che dissertano e pontificano su economia e finanza, non pongano mai in discussione i criteri di calcolo dei tassi d’interesse sul debito, men che meno i meccanismi reali che stanno dietro il fenomeno dello spread. Ovvero non si chiedano mai quale sia la sua vera ragion d’essere, o perché debbano esistere le agenzie di rating.
Ciò che costantemente si sente sono continue discussioni sullo spauracchio del suo innalzamento e delle conseguenze che questo comporterebbe sulla gente. Terrorismo istituzionalizzato.
Si dà per scontato che il meccanismo dello spread sia lecito e inevitabile. Che non sia invece frutto di speculazioni della finanza. Che sia normale che queste famose agenzie di rating, col potere di declassare l’economia di un intero paese e, guarda caso, appartenenti a grandi multinazionali finanziarie private, abbiano di fatto il diritto di influenzare le decisioni politiche di un governo.

Le parole sovranista e populista sono diventate bestemmie da scandire in ogni dibattito. Si pensa ai vari Le Pen, Orban, fino al Salvini nostrano. Disprezzabili esempi di politiche di chiusura e isolamento, di tendenze antidemocratiche, di ideologie razziste? Probabilmente sì, o forse non esattamente. Questi tizi non stanno simpatici neanche a chi scrive, ma dobbiamo seriamente preoccuparci? Davvero crediamo all’approssimarsi di nuovi Hitler o Mussolini? Davvero siamo così condizionati da decenni di asservimento al modello corrente da non vedere che già da tempo non godiamo più delle nostre libertà?

Ma concettualmente cosa significa il tanto temuto sovranismo? Magari riappropriarsi della sovranità del proprio paese, del proprio potere decisionale. Senza rendere conto a enti stranieri privati che tutto hanno a cuore fuorché il benessere del cittadino.
E cosa significa il tanto vituperato populismo? Magari rivendicare una politica più attenta al suo popolo, alla sua gente, quindi alla risoluzione dei suoi problemi e dei suoi bisogni. E magari non ossequiosa di banche estere e nemmeno sotto ricatto di speculatori finanziari stranieri. Cosa c’è di così sbagliato in tutto ciò?
Dall’Enciclopedia Treccani.
“Sovranismo: posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovranazionali di concertazione”.
“Populismo: movimento culturale e politico sviluppatosi in Russia tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo. Si proponeva di raggiungere, attraverso l’attività di propaganda e proselitismo svolta dagli intellettuali presso il popolo e con una diretta azione rivoluzionaria, un miglioramento delle condizioni di vita delle classi diseredate”.
Tutto questo merita davvero lo sdegno e l’insofferenza del mondo intellettuale? Non sarebbe forse meglio capirne le ragioni profonde senza preconcetti?

Nasce il sospetto che certa intellighenzia, quella con il pass d’accesso ai principali media istituzionali, si sia definitivamente appiattita all’establishment. Che il modello dominante e ormai straripante, quello dell’economia finanziaria globale, sia considerato sempre più un totem inattaccabile e imprescindibile. Che quei pochi pensatori – di fatto relegati ai margini, se non addirittura esclusi da ogni dibattito pubblico – che osano metterlo in discussione siano soltanto poveri utopisti, sognatori patetici, come tanti Don Chisciotte, o magari pericolosi sobillatori anti-sistema alla Guy Fawkes. Tutto fuorché gente con cui confrontarsi e discutere.
Così assistiamo come degli intrusi – e con un misto di fastidio e apprensione – alle performance dei primi, quelli pro-sistema, che dialogano comodamente tra loro dalle poltrone dei salotti televisivi, amabilmente accolti da giornalisti compiacenti, tutti intenti a mettere a proprio agio i loro ospiti.
Intanto, il solco tra questi autorevoli esperti, convinti portavoce del modello dominante, e la gente semplice diventa sempre più profondo e incolmabile.

Paragonano l’Italia alla Grecia, senza considerare il fatto che l’Italia è un paese ricco, mentre la Grecia era ed è rimasto un paese povero. Lo fanno senza denunciare l’assoluta ingiustizia subita dai greci, depredati da un giorno all’altro dei loro risparmi per ingrassare le casse già grasse di banche estere ‘amiche’ e dei loro azionisti (soltanto speculatori spacciati per benefattori).
Ci mettono in guardia da catastrofi imminenti, ci minacciano e ci impauriscono riempendosi la bocca con lo spettro di uno spread alle stelle e di una condanna senza appello delle agenzie di rating. Lo fanno con aria saccente e si sognano bene dal mettere in discussione l’eticità e la legittimità di codesto spread e di codeste agenzie. Lo fanno senza chiedersi assolutamente se questi meccanismi voluti e generati da una finanza speculativa in netto contrasto coi bisogni del cittadino non siano invece una forma di vera e propria aggressione all’autonomia decisionale di un paese. Tutto ciò non fa onore a questa genìa d’intellettuali, politici e giornalisti trasformati in sibille dell’Apocalisse, in profeti dello spread.

Per capirci qualcosa:
Di seguito gli approfondimenti di Guido Grossi (giurista esperto di economia e finanza), Marco Bersani (filosofo esperto di dinamiche sociali), Nando Ioppolo (avvocato ed economista).

Il furto del debito pubblico
Perché non ti fanno ripagare il debito
Cos’è lo spread?

INTERNAZIONALE A FERRARA 2018
La destra: donna e sovrana

Quando si parla di estrema destra spesso ci vengono in mente immagini di ragazzi ben piazzati, con capelli rasati e facce seriose. Questo è lo stereotipo che ci ha consegnato il Secolo breve. Il nuovo millennio o, per meglio dire, gli ultimi anni ci hanno fatto conoscere, invece, un lato diverso dei movimenti reazionari, sovranisti e populisti. L’immagine che sta emergendo oggi nella destra è quella di donne emancipate, divorziate, omosessuali, sicure di sé, che portano avanti dei valori legati a domande alle quali il femminismo progressista non ha saputo dare risposte e che, a ben vedere, come ha affermato Ida Dominijanni durante il festival di Internazionale 2018 a Ferrara, si scontrano con la misogenia intrinseca alla sinistra.

  • Dalle ‘donne’ di Berlusconi all’ascesa delle leader

I quattro governi Berlusconi che si sono avuti in Italia dal 1994 al 2011 hanno segnato sicuramente dei cambiamenti radicali da quella che era la politica della prima Repubblica a quella che sarà la seconda. Tra questi sicuramente il ruolo della donna e l’immagine che si dà di essa all’interno della politica cambia radicalmente nel tempo, unitamente a una ascesa del femminile all’interno di tutti i compartimenti della società. Il modus operandi dell’ex premier però è stato spesso criticato perché accusato di non badare alla capacità, ma all’aspetto fisico della candidata. Questo si innesta in un più ampio cambiamento della figura della donna sempre attuato da Berlusconi sin dagli anni Ottanta con l’avvento della tv commerciale.

Comunque sia, ecco fare la propria comparsa tra le file di Forza Italia e PdL varie donne che riescono a ritagliarsi ruoli di prestigio. Potremmo citare: Stefania Prestigiacomo, Ministro in ben tre governi Berlusconi; Mariastella Gelmini, Ministro dell’Istruzione e firmataria di una legge sulla riforma universitaria molto criticata nell’ambiente accademico; Mara Carfagna, Ministro per le Pari Oppurtunità, prima show-girl, modella e Miss Cinema 1997; fino alla più discussa Nicole Minetti. Su quest’ultima si è scritto moltissimo sul come sia arrivata in politica e sul coinvolgimento nel caso Ruby, ma una cosa è certa: la sua candidatura alle regionali del 2010 con un posto ‘blindato’, fu fortemente voluta dal cavaliere.

Tra tutte le donne dei governi Berlusconi, però, una solo si innesta nel discorso di “donne sovrane” ed è riuscita a emergere e a diventare segretaria di Fratelli d’Italia. E’ Giorgia Meloni. Ministro del quarto governo Berlusconi a soli 31 anni, oggi è la leader di un partito che si richiama ai valori della ‘fiamma tricolore’, tra le cui file è cresciuta. Incarna in sé i valori della donna moderna sovranista: difende le conquiste femminili avute nei decenni passati da un’”islamizzazione” che le metterebbe a rischio, porta avanti battaglie sulla famiglia tradizionale, pur non essendo sposata e avendo una figlia. Proprio l’essere oramai un capo carismatico le consente da un lato di partecipare ai Family day e attaccare un ‘complotto’ che vorrebbe l’imposizione della teoria gender, ma anche di difendere gli stessi omosessuali, le donne e le libertà occidentali proprio da un ‘nemico’ che la sinistra ed i progressisti non riescono a gestire secondo le femministe di destra: l’islam e la sua deriva radicale.

  • Paese che vai, sovrana che trovi

Come Giorgia Meloni in Italia, così anche nel resto d’Europa l’ondata del femminismo più o meno ‘nero’ da anni ha preso piede. Ecco solo alcuni dei nomi più famosi delle donne al potere di movimenti.

Marine Le Pen e il nuovo nazionalismo francese
Ha preso il partito del padre e lo ha quasi portato alla guida del paese. Ha divorziato per ben due volte, ha un compagno e tre figli. Il suo carisma le ha fatto guadagnare fiducia soprattutto nell’elettorato giovanile della società francese. Pur essendo alla guida di un partito reazionario, non ha mai presenziato a una manifestazione anti-Lgbt, proprio perché tra la popolazione giovanile i matrimoni tra coppie dello stesso sesso non vengono visti come un problema. Anche lei ha incarnato su di sé i valori del nuovo femminismo che nella difesa delle libertà acquisite si lega alle ideologie di destra contro il ‘nemico’ islamico.

Beata Szydło e la destra cattolica polacca
Lei è arrivata a essere Primo Ministro in Polonia, con un governo conservatore e di stampo cattolico alla guida del partito Prawo i Sprawiedliwość. Le battaglie di questa donna l’hanno portata a essere tra i firmatari della legge antiabortista da molti definita come un grandissimo passo indietro nei diritti delle donne che prevede il divieto di interrompere la gravidanza anche nel caso di gravi malformazioni del feto.

Alice Weidel, l’omosessuale filo-nazista
Dire che il suo è un caso più unico che raro sarebbe comunque poco per descrivere la posizione della leader dell’Afd, partito dichiaratamente filo-nazista, che tanto sta facendo discutere in Germania. Secondo le sue parole è di destra proprio perché omosessuale e non “nonostante”. Si è espressa in riferimento alle libertà e, oltre ad affermare che l’Afd difenderebbe i diritti degli omosessuali, accusa i partiti tradizionali di essere troppo morbidi e vieterebbe volentieri il burka perché “simbolo sessista di un’apartheid tra donne e uomini”.

Theresa May e i problemi anglosassoni
A lei è stato affidato l’arduo e durissimo compito di traghettare la Gran Bretagna fuori dall’Unione europea. La Brexit le sta costando il suo posto di Primo Ministro a causa delle spaccature interne ai Tory, ma di sicuro rimane un esempio per le donne conservatrici inglesi e non solo.

Anke Van dermeersch e il belgio sovranista
È tra i leader del partito Vlaams Belang, coloro che difendono i fiamminghi all’interno dello stato belga. Il suo partito in passato è stato tacciato di essere razzista e solo ultimamente ha provveduto a cambiare parti del suo programma, passando da partito di destra radicale a una destra conservatrice. Senatrice, ex modella, di sicuro in lei si possono rivedere le donne che guardano con fascino alla destra più radicale e meno avvezza alle discussioni.

È evidente come il trait d’union che collega queste donne sia, come già detto, l’essere diventate il punto di riferimento di un movimento che non riesce a riconoscersi più in chi – sbagliando – ha interpretato il multiculturalismo come solo il parlare di diritti, senza interrogarsi sulle sfaccettature più profonde. Soprattutto per quanto riguarda quegli aspetti religiosi dell’Islam più controversi, che spesso il progressismo fa finta di non vedere in nome di quel relativismo culturale che troppo spesso si trasforma in giustificazione a oltranza verso ogni tipo di comportamento, voltandosi altrove di fronte ai problemi e alle domande più scomode delle femministe del ventunesimo secolo. La sfida è aperta e una riflessione ulteriore bisogna intraprenderla guardando nuovamente all’Italia: oltre ad avere l’unico segretario di partito donna tra i partiti in Parlamento, la destra è stata la prima ad aver portato una persona di colore nel senato italiano. Qualche domanda i progressisti dovrebbero farsela.

Leggi anche
Donne di tutto il mondo unitevi!

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Le strade che portano alle piazze

Dall’anonimato dei non luoghi all’anonimato delle non persone. Uno vale uno, perché tutti uguali, replicanti della mediocrità in una società di mediocri. Tanto vale sorteggiare, comunque il risultato non cambia.
Ma l’anonimato delle non persone è la tragedia del nostro tempo, viaggia sui barconi dei migranti e sul numero dei morti nel mare che si fa luogo delle vite mancate. Persone alla ricerca di sé, della propria realizzazione. Le persone non si possono annullare.
Quello che è accaduto segna il passaggio dai non luoghi della globalizzazione alle non persone del populismo, l’incapacità dell’uomo di riscoprire se stesso, di un nuovo umanesimo, di un nuovo illuminismo contro l’oscurantismo dei novax, delle sentinelle in piedi, dei ministeri della famiglia.
Privare dell’identità comporta svotare le persone di ogni significato. Il multiculturalismo, l’intercultura hanno posto sullo stesso piano semantico dell’altro venuto da via la patria, la nazione, l’identità, le radici e per questo nessuno era preparato, allevato dalla parrocchia e dalla pubblica istruzione alla fedeltà alla sua chiesa e alla sua patria. Di qui il recupero dell’usato sicuro: il sovranismo, prima il popolo della mia tribù.
Il tribalismo di ritorno, il neo-tribalismo postmoderno con i suoi riti celebrati nell’ecumene dei social, un tessuto cerebrale di post e di like cucito da non persone che hanno barattato la propria identità in cambio di un piatto di account e di nickname.
L’umano troppo umano ci spaventa, è una sfida che non sappiamo sostenere. La cultura superiore, l’abbondanza dei bisogni ci portano ad indietreggiare, a plasmare il senso del regressivo, con la rinuncia alle nuove esigenze del sapere, all’esplorare, fino ad addomesticare la nostra civilizzazione sulle matrici ammuffite, corrose, aggredite dalla ruggine di un passato già guastato dal tempo e dalla storia. Vorremmo poter percorrere i sentieri del futuro senza vento, ben riparati dalla pioggia, possibilmente in penombra, senza che il futuro si accorga di noi.
Ecco le non persone che si sono perdute per strada, uomini e donne mediocri di una cittadinanza mediocre. Intanto le intelligenze fuggono dove coltivare se stesse o tacciono in attesa di comprendere.
Lo sforzo da fare è superare noi stessi, recuperare la pretesa di essere noi stessi, pienamente, senza compromessi. Quell’uno tra miliardi, uguale nella diversità che fa la differenza, ed è solo la somma delle differenze che può funzionare da motore, da propulsore per continuare a percorrere la strada dell’umanità, insieme e diversi, che significa le opportunità al plurale, la ricchezza della somma delle parti che è più del tutto.
C’è invece una umanizzazione cannibalesca che si nutre di umano. La necessità di assimilare a sé, di assorbire, di contenere dentro i propri riferimenti culturali, il forgiare l’altro come siamo stati forgiati noi fino ad annullarlo. È la capitolazione rispetto a quel compito per cui l’umanità si è affaticata da almeno trentamila anni.
Il popolo è massa, è collettivo dove la storia di ognuno si annulla nella storia del popolo che è quella che si scrive sui libri. Ma la vita è l’esistenza di ogni soggetto che è unico e da unico va coltivato, che non può piegarsi al popolo che pretende di farne il suo oggetto.
Il tempo e la storia hanno preso le distanze da noi, quel tempo e quella storia dobbiamo tornare a scandirli, riprendere a scrivere come persone senza cancellare l’identità propria e l’identità dell’altro dalla lavagna della nostra coscienza. Farsi carico gli uni degli altri responsabilmente, non perdersi nell’anomia dei populismi e dei sovranismi, continuare a pretendere il primato dell’intelligenza e della ragione, della competenza sull’improvvisazione, del sapere e della conoscenza sull’ignoranza.
Questa è la sfida per una nuova cittadinanza non di populismi ma di persone in carne ed ossa, donne e uomini che si incontrano e si parlano vis a vis, non pc a pc, che si conoscono come corpi e non come avatar, con la forza delle parole pronunciate dalle bocche e non digitate sopra una tastiera, non il popolo ma le persone delle piazze, le persone delle idee, dei ragionamenti, delle intelligenze e della creatività.
Questo luogo è la città dove abitano e dove vivono le persone, dove ci sono le strade che portano alle piazze per incontrarsi e dialogare.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Tornare da dove siamo venuti

“Se non vuoi il crocifisso torna al tuo paese” porta scritto il cartello esibito da una passionaria al raduno di Pontida. Verrebbe allora da pensare che l’umanità dei leghisti si arresta di fronte a chi non riconosce il valore della croce. Non è vero che i porti sono chiusi a coloro che fuggono da guerre civili, dittature e povertà. I porti sono chiusi agli infedeli. È l’ostracismo agli infedeli. Il cristianesimo è qualcosa che si esercita solo tra cristiani. Tu come me, se no a casa tua. Solo gli identici e gli uguali possono stare insieme.
Allora non è questione che tu povero migrante vieni a casa mia a togliermi il lavoro e i servizi sociali. La questione è il crocifisso, se a te sta bene ci puoi anche stare qui, se no te ne devi andare.
Le migrazioni da sempre sono una costante della storia umana, come l’avversione alla contaminazione culturale da parte dei paesi toccati dai flussi migratori, la tendenza a chiudere le frontiere e a creare ghetti di etnie. Non c’è nulla che può fermare le migrazioni e giustificare l’ostilità nei loro confronti.
Per questo ci si inventa la sicurezza che sta all’origine del contratto sociale tra i singoli cittadini e lo Stato. Rinuncio a parte della mia libertà che delego alle tue istituzioni affinché tu Stato garantisca la tutela della mia persona e dei miei beni. Se questo viene meno, non ha più ragione d’essere il contratto sociale e di fronte ad uno Stato assente sono costretto a difendermi con le miei armi.
Siamo ai principi basilari all’origine della convivenza sociale. E allora la strada più facile per mantenere la promessa del contratto sociale è erigere muri, innalzare confini, creare le barriere.
Quindi, il crocifisso esibito dalla signora a Pontida sembrerebbe non c’entrarci nulla, se non fosse che l’infedele, più che dei beni materiali, può privarmi dei beni immateriali, tanto più preziosi, come l’anima.
Il “Vade retro Satana” è il timore dell’invasione che entra dentro di te, contamina le tue fibre e i tuoi pensieri, il tuo sangue e le tue generazioni, e subito tutto non è più come prima. Ma da sempre tutto non è più come prima, perché questa è la storia dell’umanità su questa Terra. Consola l’idea che si può tentare di difendersi, ma la battaglia fortunatamente è persa.
Più che la questione migratoria dovrebbe terrorizzarci la questione culturale che sta dietro alla paura di chi si sente debole di fronte alla religione dell’altro. C’è un’emergenza culturale inedita, se la maggioranza del paese possiede una cultura così debole da temere quella dell’altro. Un paese dall’identità così fragile che a guardarsi allo specchio dei propri valori finisce per non riconoscersi più.
Il populismo come difesa, come riconoscimento di sé nel popolo di appartenenza, oggi appare la ricetta, quella che restituisce sicurezza alla propria identità, alla propria fragilità culturale, ma se la cultura non si rinnova nelle sfide si atrofizza e anziché essere uno strumento per orientarsi nella realtà finirà per farci smarrire in una storia che hanno scritto gli altri e nella quale saremo stranieri privi di identità. A nostra volta migranti verso un altrove che avrà abbattuto la sicurezza dei nostri confini e delle nostre barriere.
Ciò che spaventa è l’idea di una cultura identica a se stessa, imbalsamata. La constatazione che in un’epoca di conquiste della scienza e della tecnica, come mai nel passato, la cultura si sia arresa all’ignoranza. Scienza e tecnica trasformano la nostra vita, ma non maturano le nostre menti, che anzi arretrano nelle casematte del passato. Il timore di prospettarsi il futuro, di produrre una cultura in grado di illuminarne il buio e renderlo luce, apparizione.
La signora che pretende di rimandare a casa coloro che non vogliono il crocifisso ha la mente così imbevuta dalla sicurezza dell’ignoranza da non mettere nel conto che il diritto di contestare il crocifisso nei luoghi pubblici, dalle scuole agli ospedali, non ha colore né provenienza, ed è una legittima rivendicazione di chi già si trova a casa propria.
Il problema della cultura è questo, consiste nell’impedire che gli altri che non la pensano come te si sentano stranieri a casa loro, perché diversamente anche il tuo vicino diventa un infedele invasore a cui chiudere ogni possibile accesso. Ognuno intento a difendere la propria torre d’avorio e la moltiplicazione delle torri porta alla babele umana.
Populismo, prima noi, chiusura dei porti, dazi, identità nazionali sembrano ora la strada giusta, quella diritta e breve, la strada della semplificazione contro la complessità. L’impulsività e l’affabulazione di una ritrovata infanzia dei popoli nei confronti del realismo della realtà.
Ma bambini si dura poco, quella realtà reale costringe prima o poi tutti a diventare adulti in fretta, perché la complessità si farà sempre più complessa e le nostre menti non possono correre il rischio di farsi sempre più sempliciotte e semplicistiche, sempre più fucine di pensieri deboli destinati ad infrangersi contro la prepotenza della storia.
Anche noi avremmo bisogno di lasciare la nostra casa e intraprendere l’avventura della migrazione per il mondo che ci conduca a riscoprire la forza propulsiva della cultura, sarebbe un ritornare da dove siamo venuti.

Capitalisti, progressisti e populisti: il caso Aquarius e il duello tra l’Italia e l’Europa

La nave Aquarius, con 629 migranti a bordo, è destinata a essere uno spartiacque.
Ha avuto la sventura di avere gli occhi puntati del governo del cambiamento e il suo destino di essere uno fra gli sbarchi sulle coste siciliane è decisamente cambiato.
Con il suo “no” all’attracco italiano, il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha fatto capire che sui migranti la musica è cambiata.
In tutta la vicenda non è sfuggito il protagonismo del titolare del Viminale, e leader della Lega Nord, di fronte a una quasi afonia del presidente del Consiglio.
Dopo i fronti diplomatici con la Tunisia, per le parole di Salvini sul paese che esporterebbe “galeotti”, e con Malta, cui sarebbe toccato il dovere di accogliere i migranti dell’Aquarius, di fatto un terzo se n’è aperto con la Francia.
In questo caso, per la verità, sono stati governo e partito del presidente Emmanuel Macron a metterci del loro, definendo il comportamento del governo di Roma “irresponsabile”, “cinico” e “vomitevole”.
Anche le dichiarazioni in direzione Roma del premier spagnolo, il socialista Pedro Sanchez, non sono state simpatiche. L’offerta del porto di Valencia non basta però a nascondere le ragioni di calcolo del primo atto ufficiale di Madrid per accreditarsi sulla scena internazionale, dopo la crisi che ha travolto l’esecutivo guidato da Mariano Rajoy. E questo impedisce di attribuire il gesto unicamente alla solidarietà umanitaria.
C’è uno strano vento che gonfia le vele della maggioranza giallo-verde e principalmente della sua trazione leghista.
Sono in tanti a soffiare in quella direzione e la cosa singolare è che sembra farlo anche chi è convinto di soffiare dalla parte opposta.
L’esempio francese pare calzante. A parte il pulpito da cui viene la predica, lo strappo di Parigi anziché mettere in discussione una linea politica, finisce per rafforzarla. Conferma cioè le convinzioni di Salvini a cercare nuovi equilibri europei verso est, in direzione Ungheria. Nonostante le contraddizioni di un abbraccio solo apparente, perché Viktor Orban con le sue chiusure sui migranti ne scarica di fatto tutto il peso sull’Italia.
L’ipotesi, poi, di un asse Roma-Vienna-Berlino ventilata sulla gestione delle frontiere esterne, è un altro prodotto di questa mancanza di visione e già il fatto che se ne parli è un danno.
Così l’Europa, dopo avere voltato la testa quando si trattava di non lasciare l’Italia da sola, si frantuma in un ordine sparso completamente in balia degli interessi nazionali, nemmeno più capaci di una sintesi almeno formale.
Se l’Ue alla prova dei fatti è questa, si gonfiano le vele di chi l’ha sempre guardata con scetticismo. Se non c’è una politica comune su un problema migratorio che è il vero banco di prova per un governo unitario, perché continuare a diventare matti per rispettare vincoli di bilancio e parametri che in tanti, ormai, definiscono stupidi?
Non solo.
A brindare c’è da immaginare siano quelle parti del mondo che, per interessi loro, scommettono sul fallimento di Bruxelles: Russia, Cina e anche gli Usa di Trump. Per non parlare di altri che, come la Turchia, magari sono meno importanti, ma è la somma che fa il totale, come diceva Totò.
Tutti perimetri geopolitici contrassegnati da autoritarismo e populismo.
Stili di governo distanti anni luce dalla cultura democratica, che è l’atto di nascita di un’Europa sempre più vaso di coccio tra vasi di ferro.
Se si conviene che quello populista sia il collante principale che tiene insieme, almeno finora, il governo del cambiamento, il pensiero torna alle vele spiegate e sospinte da un vento favorevole.
La Brexit ha tutta l’aria di essere stato un campanello d’allarme che ha suonato invano. Le biografie di chi ha votato per l’uscita avrebbero dovuto essere il vero terreno di analisi.
Il vincitore di quel referendum nel giugno 2016 è stato l’elettorato della paura, ossia gli strati sociali usciti sconfitti e impoveriti dalla più grave crisi economico-finanziaria dell’Occidente dal dopoguerra. Più o meno, lo stesso elettorato che, oltre oceano, ha portato Donald Trump alla Casa Bianca.
E qui veniamo a un’altra folata di vento che gonfia le vele populiste: la sinistra.
Nell’interessante dibattito innescato da Carlo Triglia su “Il Mulino”, Nadia Urbinati analizza la crisi del Pd. Thomas Piketty la chiama “sinistra braminica”, cioè quella che in Italia vince ai Parioli e perde nei quartieri popolari. La sinistra, precisa la studiosa che insegna alla Columbia University di New York, che sociologicamente vince dentro le mura, nelle zone a traffico limitato.
Qui si assiste a uno storico capovolgimento della rappresentanza politica. Gli strati sociali un tempo serbatoio tradizionale della sinistra, ora lo sono della destra.
L’ultimo fallimento in ordine di tempo è la Terza via teorizzata in terreno britannico da Antony Giddens e tradotta in programma di governo da Tony Blair. Al netto delle differenze, quella renziana è stata la traduzione italiana, per giunta in ritardo sull’orologio della storia come dicono gli esperti.
Il problema col quale non si riesce (o non si vuole) fare i conti, è che è saltato l’equilibrio progressista e socialdemocratico di quel compromesso che Jürgen Habermas ha chiamato tra capitalismo e democrazia.
Per compensare le inevitabili disfunzioni del sistema capitalistico (in questo aveva ragione Marx) interviene lo Stato che, in cambio di legittimazione, garantisce un sistema di compensazioni in termini di servizi e welfare.
Il problema nasce, e lo colse lucidamente già all’inizio degli anni ’80 Achille Ardigò nel suo “Crisi di governabilità e mondi vitali”, quando inizia a scricchiolare questo equilibrio perequativo.
Sulla riflessione dello statunitense O’Connor in:“Crisi fiscale dello Stato” (1979), Habermas, per quanto non semplice, rimane chiarissimo: “Le legittimazioni mancanti devono essere compensate con risarcimenti conformi al sistema. Una crisi di legittimazione si produce non appena le pretese di risarcimenti conformi al sistema aumentano più rapidamente della massa dei valori disponibile, o quando si ingenerano aspettative impossibili da soddisfare con risarcimenti conformi al sistema”.
È l’annuncio, già decine di anni fa, che il coperchio stava per saltare perché per mantenere un certo livello di uguaglianza sociale, gli Stati stavano perdendo il controllo dei bilanci pubblici, producendo debito.
Venendo ai giorni nostri, il vicolo cieco da cui non sembra esserci via d’uscita è che se si vuole uguaglianza bisogna sopportare debiti pubblici insostenibili, mentre una politica di bilancio più avveduta significa tagli ai sistemi di welfare e allora le distanze sociali iniziano di nuovo a crescere. Se così è, la bestia capitalista, senza museruola, ricomincia a concentrare ricchezze a dismisura in poche mani, com’è nella sua natura.
Uno dei piedi d’argilla su cui ha retto, finanziariamente, il compromesso socialdemocratico è stato il basso costo delle materie prime, in gran parte provenienti dal Sud del mondo.
Di fatto, non solo gli spiriti animali capitalisti sono stati sfruttatori del Terzo mondo, ma anche i progressisti.
E se oggi si assiste a un esodo migratorio di queste proporzioni, non è il risultato solo dei signori vestiti di nero in cilindro e finanziera, ma di una serie di addendi ben più ampia.
Andato in frantumi il compromesso di stampo progressista tra capitalismo e democrazia, anche nelle molteplici variabili, nessuno ha ancora pensato a un nuovo modello che possa reggere la prova della storia.
Nel frattempo il capitalismo continua a essere darwinianamente vivo e vegeto e, come disse il consigliere di John Kennedy Arthur Schlesinger Jr., il sistema democratico ha bisogno per vivere del libero scambio ma non è vero il contrario.
Se queste ragioni hanno un briciolo di buon senso, la sinistra ha difficoltà perché, come scrive Nadia Urbinati, “da un lato una buona condizione sociale e lavorativa rende gli stessi diritti sociali non pressanti; dall’altro, la condizione sociale vulnerabile rende i servizi sociali veri e propri beni di necessità”.
Dunque, la politica progressista al governo, con l’intento di passare dal sistema delle garanzie a quello delle opportunità, ha finito per lisciare eccessivamente il pelo ai lupi di economia e finanza e sventolando, con le migliori intenzioni, la bandiera della flessibilità, ha aumentato precarietà e distanze sociali.
Perciò, indossando simultaneamente i panni della giustizia sociale e le forbici dei tagli, la sinistra perde credibilità perché smentisce la sua stessa mission, viene annoverata a tutto ciò che è establishment e finisce per soffiare vento nelle vele dell’avversario.
Così la barca dei populismi è sospinta in avanti ben oltre la forza dei propri remi e ha buon gioco, finora, perché la crisi scoppiata alla fine degli anni 2000 ha prodotto una società piena di paure, disillusa e senza bussola.
Con un elemento di gravità in più rispetto al passato.
Mentre la società del dopoguerra aspirava a un futuro dal niente che aveva, in quella di oggi molti hanno perso quello che finora hanno ritenuto scontato di avere. E questa retrocessione della classe media nella scala sociale aggiunge rancore alla paura.
Ma la barca populista riceve anche un’altra spinta, più o meno consapevole.
Anche chiesa cattolica e cattolicesimo italiani hanno soffiato – e soffiano – in quella direzione.
Da un lato, vescovi e Vaticano, per rilanciare missione ed evangelizzazione in un’Italia preda della secolarizzazione, già dagli esiti del referendum sul divorzio (1974) iniziarono a stoppare la strada del discernimento, della scelta religiosa, della conciliare “lettura dei segni dei tempi” e della mediazione, per preferire la più decisa, muscolare e ciellina, strada della “presenza”.
Una scelta che alla fine fu disattenta sulle conseguenze di prosciugare il cattolicesimo democratico, riducendo a ininfluente rigagnolo uno storico affluente della classe dirigente italiana.
Tanto per fare un esempio, si devono a questa tradizione culturale interi pezzi della Costituzione repubblicana del 1948 e bastano solo pochi nomi per renderci conto di chi parliamo: Dossetti, Bachelet, Moro.
L’apice della strada percorsa, invece, trova fatale sintesi iconografica nell’epilogo del Celeste Formigoni e nella strategia ecclesiale di individuare in Silvio Berlusconi il paladino dei valori non negoziabili. Un alleato, per quanto tattico, che però ha fatto del proprio rapporto diretto con il popolo la principale arma puntata contro qualsiasi altro potere istituzionale non vantasse quella stessa diretta legittimazione, a cominciare dalla magistratura.
È così che si è soffiato vento nelle vele populiste.
Dall’altro lato, le energie di un volontariato sociale cattolico solidaristico e terzomondista, sempre più confinato nelle riserve indiane del pre-politico e nel nome del sacrosanto principio del rispetto della persona, corrono il rischio parallelo di annoverare nelle schiere dell’opulento e oppressivo Occidente capitalistico anche gli sconfitti interni della competizione globale.
Le pulsioni egoistiche e securitarie che agitano tante periferie, fuori le Ztl, lette con la lente della mancanza di accoglienza evangelica, rischiano di alimentare diffidenza e distanze, lasciando quote di quelle sofferenti chiusure in balia di chi si proclama in presa diretta col popolo.
Altro vento in poppa nella barca populista.
È legittimo avere dubbi sulla durata di questa luna di miele. Lo stesso atteggiamento amichevole di rapportarsi direttamente al popolo senza inutili e false mediazioni, nasconde almeno altrettante menzogne.
Per adesso, però, questa sintonia c’è.
Se si vuole invertire la tendenza, l’impressione è che occorra andare dentro questo stato delle cose, innanzitutto per comprenderlo fino in fondo.
Ne deriva che ci vorrà tempo per costruirne una nuova. Un cammino che, forse, dovrà essere un’altra generazione a compierlo.
Ciò che sembra certo è che serve a poco limitarsi a stigmatizzare – anche a sproposito – come fascisti i sostenitori e gli epigoni di questa stagione, se non si vuole soffiare altro vento in quelle vele.

L’accoglienza vista da un treno di infima classe

Domenica, dopo avere concluso una due giorni di lavoro particolarmente impegnativa me ne stavo tornando a casa in treno regionale e, approfittando della calma, stavo mettendo ordine nei vari materiali raccolti. Alla seconda fermata sale un numeroso gruppo di giovani africani un po’ rumorosi come nel loro costume, ma nel complesso compagni di viaggio come altri. Noto quelli che si posizionano vicino a me, tutti giovani, ben curati, con jeans stracciati come il faut, braga bassa, scarpe da ginnastica non dozzinali, pendagli e cappellini; tutti corredati di cuffie e smartphone.

Continuavo il mio lavoro assorto con il biglietto ben visibile nel taschino della giacca quando passa il controllore, una ragazza giovane e minuta; si ferma; io esibisco il mio documento di viaggio e lei con fare un po’ impacciato mi dice: “Mi vergogno moltissimo a chiederle il biglietto”; un po’ stupito le chiedo come mai e lei: “Il vagone è pieno di extracomunitari (beh, me ne sono accorto!) e lei è l’unico che ha il biglietto”. Resto francamente interdetto, capisco il suo imbarazzo e le chiedo cosa ci sta a fare la polizia, che su queste cose dovrebbe vigilare.
Finisco il lavoro, chiudo il computer e decido di postare la cosa su Twitter.

Tweet 1Controllore: “mi vergogno a chiederle il biglietto…” Perché? “La carrozza è piena di africani tutti senza biglietto. Lei è l’unico che paga”

Quindi, da bravo sociologo, aggancio uno dei ragazzi che mi pare sveglio e gli faccio una mini intervista, tentando prima con l’italiano e poi con l’inglese. Da dove vieni e venite? Nigeria. Da quanto siete in Italia? Un anno circa. Come mai non pagate il biglietto? Noi, no work no money, mi risponde con un gran sorriso. Proseguo per entrare nel vivo, ben intenzionato a capire come sono arrivati, dove vivono, come passano il tempo e dove trovano i soldi per vestiti, scarpe, cuffie e smartphone. La cosa sembra funzionare ma di li a poco, un agitazione crescente che si diffonde nella carrozza mi indica che non riuscirò a perseguire il mio obiettivo. Il treno infatti rallenta: uno dei giovani in mezzo al corridoio inizia a saltellare e a sbracciarsi gracchiando a mo’ di rap: “no lavoro no soldi, no lavoro no soldi, no lavoro no soldi”.

Tweet 2Tutti i viaggiatori abusivi africani sono ben vestiti e con smartphone. Ne interrogo uno: “In Italy da 1 year, from Nigeria, No work, no money”

I ragazzi trottano in varie direzioni e si fiondano frettolosamente giù dal treno ormai giunto al capolinea. Scendo e vedo il controllore che indica a due poliziotti quelli in fuga, mentre quattro di loro vengono pacatamente fermati. Esco dalla stazione e, due minuti dopo, li vedo già in piazza che sciamano a piccoli gruppi verso gli autobus in attesa, tutti euforici e contenti.

Tweet 3“Giunti a Piacenza i baldi giovanotti africani si danno a giocosa fuga. 4 fermati dalla Polfer li vedo in Piazza 2 minuti dopo”

Dal bip dell’iphone sento che ci sono messaggi in arrivo e mi accorgo che i miei tweet hanno scatenato l’inferno. Chi s’indigna, chi s’incazza, chi porta altre esperienze personali, chi non risparmia qualche battuta pesante. Purtroppo realizzo di aver postato senza collegare i tweet con un hashtag e la storia che volevo raccontare è frammentata in tre blocchi separati. Comunque ecco qualche risposta che mi arriva via Facebook:

Commento Fb 1“Sarebbe bene ascoltare la voce di questi viaggiatori abusivi africani come tu li hai definiti, sarebbe ancora meglio porgli domande dirette e capire perché non hanno lavoro e basta con la solita propaganda populista e razzista che loro tolgono il lavoro a noi”

Commento Fb 2“[…] questa non è accoglienza, ma piuttosto è semmai mancanza di organizzazione e controllo da parte delle autorità, queste persone vivono in Italia ma non appartengono al sistema quindi non seguono e non conoscono le regole, davanti ad una massa così prorompente la popolazione autoctona non può avere responsabilità”

Un altro post di commento propone un’esperienza personale diretta decisamente fastidiosa ed inquietante:

Commento Fb 3“Su certe tratte o i controllori hanno il supporto della polfer e fanno applicare il regolamento oppure fa bene il controllore a evitare. […] A me, una volta, è capitato ben di peggio. Era pieno di extracomunitari senza biglietto a cui il controllore non ha fatto nulla, è arrivato a un signore anziano davanti a me, che aveva il biglietto regolarmente, ma si era dimenticato di obliterarlo. Il controllore pretendeva che il signore pagasse 5 euro di multa per mancata obliterazione. A quel punto c’è stata una vera insurrezione popolare, delle persone in regola che si sono opposte fermamente. Con che coraggio poteva pretendere i 5 euro da un vecchietto, che comunque aveva pagato il biglietto, quando ci saranno state almeno 20 persone in quella carrozza senza biglietto?”

A qualcuno che sostiene che i poveretti scappano dalla guerra un commentatore così replica:

Commento Fb 4“Scappare dalla guerra? Ricordo che si scappava dalle guerre quando c’era un invasore straniero troppo potente che schiacciava interi popoli… vedi i profughi delle invasioni naziste! Ma quando “guerra” significa guerra civile, ricordo che si restava e si combatteva per il futuro del proprio paese! Casomai si mettevano in salvo donne e bambini facendo partire quelli… ma vedo che la stragrande maggioranza di questi “rifugiati” è composta da giovani maschi, in teoria, perfettamente in grado di combattere! C’è qualcosa che non mi torna!”

Trascuro il resto della conversazione virtuale per trarre qualche considerazione operativa dalla mia piccola e, tutto sommato, divertente avventura, che ho avuto modo di condividere con altre persone.
Vi è innanzitutto una gran differenza tra polemizzare sui social ed essere presenti in prima persona, con tutti i timori, le paure e i sentimenti che questa presenza comporta. E’ proprio questo vissuto tangibile, che può essere sperimentato, solo dagli attori protagonisti, che non viene più riconosciuto come pertinente nel mare dell’informazione digitalizzata; tuttavia è proprio questo il livello della vita quotidiana dove sempre più spesso le persone comuni esperiscono soggettivamente l’impatto straniante generato dalla presenza massiccia di persone differenti, che spesso non seguono le regole comuni e di cui non comprendono né lingua né comportamenti.
Tutto questo non sarebbe certo fonte di tensione se i migranti di altra etnia e cultura fossero micro minoranze distribuite e assolutamente desiderose di integrarsi attraverso il lavoro: chi gira l’Italia sa però che vi sono luoghi, tratte di trasporto pubblico, giardini, interi quartieri, dove sempre più spesso l’abitante autoctono si trova esso stesso in qualità di timoroso estraneo.
Situazioni dove i cittadini italiani passano con la testa bassa, covando rancore, reprimendo la rabbia, con la paura incollata addosso; vie, piazze e giardini, che le donne evitano o che attraversano con gli occhi bassi per non incontrare lo sguardo di qualche giovanotto che potrebbe fraintendere.
Osservando questi luoghi – come la carrozza ferroviaria teatro di questa descrizione – si ha la netta sensazione che l’accoglienza, l’integrazione, l’aiuto, siano solo una vuota rappresentazione retorica da esibire nei salotti della politica mediatizzata e, che poi, alla prova dei fatti, chi si trova col problema sotto casa, lo debba semplicemente subire in silenzio.
Dunque, intorno ad un comportamento piuttosto banale di un gruppo specifico – non pagare il biglietto e non subire per questo alcuna forma di sanzione – si addensa una fitta costellazione di altri comportamenti – non avere un lavoro ma possedere ed esibire i segni della società dei consumi, bighellonare negli orari in cui la gente lavora – che alimentano sospetti e pregiudizi che rischiano di ricadere anche su quei migranti operosi che attraverso il lavoro costruiscono la loro integrazione.
Ma più ancora – di fronte al racconto di questa storia banale – intristisce il sentire la rabbia, la sofferenza vera e disperata di quegli italiani che, caduti in povertà per causa della crisi, si sentono discriminati, abbandonati da uno stato corrotto, feroce nella sua protervia burocratica e, allo stesso tempo, incapace di far rispettare ai nuovi venuti, per la cui accoglienza investe miliardi di euro, le più elementari regole della vita civile.

DIARIO IN PUBBLICO
S’ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde

Trump, Putin, popular, populismo. Uno scoppiettio di labiali che sembrano trombe di guerra (o perrnacchie? A seconda dei casi).
Vorrei continuare a parlare di libri, ma è umano, necessario, doveroso osservare, sgomenti, non solo i venti di guerra ma le ragioni e le cause che li determinano.
Non essendo né politologo né tantomeno politico mi limito a registrare l’aspetto esteriore di chi agita il mondo e ne rispecchia la ‘faccia’. Con Trump sembrerebbe troppo facile: l’assurdità della pannocchia capillare, le labbra atteggiate a disprezzo, il sorrisetto da, direbbero i nonni, ‘me ne impipo’, il passo marzialetto. Tutto un mezzo e mezzo tra una figura che da tragica improvvisamente sembra divenire comica o viceversa. Ma la mossa del lancio dei missili gli è servita, eccome! Forse chi lo ha votato, freneticamente votato, troverà una giustificazione alle chiusure, ai mormorii anti Obama, alla paura per il diverso. Speriamo solo che col sorrisetto non ci mostri la solenne firma di una dichiarazione di guerra totale.
E lo zar Putin? Già se sbagli l’accento diventa Putìn, in ferrarese bambino come vorrebbe dimostrare la sua algida faccetta da bambino cattivo, e si potrebbe immaginare che a ogni parola si accompagni uno ‘sputacchino’ per il mondo e le sue sorti. Ma l’occhietto con lo sguardo a punta di spillo produce angoscia e livore. Lui ci pre-dice: ‘basta un clic e vedrete’.
Poi c’è l’orrore in persona. L’innominabile Assad dal collo di fenicottero e le labbruzze strette come se stesse meditando o facendo cose proibitissime. E le fa, le fa.
Questo è il trio che tiene in mano i destini di ciò che resta del mondo.

Poi i comprimari. Dal presidente cinese figurativamente ‘quasi’ normale d’aspetto, all’oscena, pericolosissima barzelletta del dittatore della Corea del Nord.
Se ci si ricovera in Europa, un’Europa oscillante, muta o gracchiante, che troviamo? Le giacchette sempre più rinnovantesi della Merkel in preda a furore di cambio (di colore), l’imponente lato b di Hollande che sale le scale con passo solenne, ma viene impietosamente ritratto di spalle. Il pericolosissimo Erdogan che gioca a palla con la testa forse pensando sia il mondo. Gli altri? Contorni.
E in Italia?
Beh, dovessi rifarmi alla rappresentazione più sarcastica premierei i ‘noiosos’ di Crozza: Padoan, Gentiloni, Mattarella. Tre persone di rilievo che interpretano una idea di politica seria, non eclatante, a cui non siamo più abituati.
Renzi sempre più panciuto e in preda alla gorgia della pronuncia rignanese; i baffi tremuli di d’Alema sempre più parlante con voce impostata da ‘so tutto mì’; la bavetta nera di Salvini; il collo di Berlusconi esibito dalla mancanza di camicia che sorregge un viso senza più occhi; i riccioli bianchi (e non d’oro) del Grillo parlante, l’accento di Bersani che pettina non certo i lama, ma nemmeno le pecorelle, e via via fino all’ultimo dei peones con trolley e zainetto.

Così sempre più trepidando torno alle sorti del libro: dei libri.
Se ho avuto il conforto di molte letture e commenti, certamente la situazione rimane immobile e senza possibilità di mutamento.
Da una parte mi si rimprovera un pessimismo che a fronte di alcuni risultati positivi della destinazione dei libri o di intere biblioteche specializzate non tiene poi conto della tragicità della situazione denunciata dagli articoli di Tomaso Montanari.
A conforto m’arriva questa mail di Salvatore Settis.
“Caro Gianni, leggo sempre quel che mi mandi, e di solito non ti disturbo rispondendoti. Stavolta sì, perché sono in Usa per un paio di mesi, e fra le cose che ho visto in questo Paese dilaniato dalla presidenza Trump c’è uno slogan che gira fra universitari etc., rimaneggiando quelli di Trump. Questo: Make America read again!
Se gli americani avessero letto (in media) di più, non avremmo un presidente come Trump… Un carissimo saluto, S.”
Una risposta che mi conforta, ma che mi preoccupa ancor di più.
Non è che non ci sia spazio per ricoverare le biblioteche: questo è un problema collaterale. Il vero, inaudito fatto è che non si legge.
In questi giorni mi sono recato alla Scuola Normale Superiore di Pisa, accolto da Lina Bolzoni e accompagnato dal dottor Spinelli, direttore della Biblioteca Ariostea di Ferrara. Rappresentiamo la giunta esecutiva, assieme a Ernesto Ferrero, del Comitato per la celebrazione dell’Orlando furioso 1516. Passeggiando per le nobili sale del Palazzo dei Cavalieri, sede della Normale, rivedendo luoghi che alla bellezza accompagnano la sapienza – le due formule che foscolianamente sono rimedio unico ai mali – progettavamo i nostri impegni futuri, quando sia Bolzoni sia Spinelli arriveranno a scadenza dei loro incarichi istituzionali. Sia Lina che io domandiamo a Spinelli se sarà protratta la sua permanenza all’Ariostea in quanto l’anno prossimo il direttore andrà in pensione. Siamo così informati che non solo non si parla ancora di bando di concorso, ma che un silenzio assoluto permea la scelta. Improvvisamente mi si spalanca un dubbio: che anche l’Ariostea diventi una tra le destinazioni museali e venga ‘ricoverata’ sotto un Museo? E con Bolzoni si pensava quale patrimonio rappresentino le favolose raccolte dell’Ariostea per la nostra storia e per il nostro presente. E soprattutto quanta dedizione, competenza qualità l’attuale direttore abbia profuso nel mantenerle e nel divulgarle.
Siano consapevoli i nostri amministratori che la grandezza di Ferrara non è solo il Castello o il Palazzo dei Diamanti o Schifanoia ma le carte, i libri, che la nostra meravigliosa Biblioteca ospita e da cui s’irraggia quella sapienza che, come riporta Settis, è perduta o dimenticata da chi non legge.

Ci si ostina a chiamarla Sinistra

Ma la Sinistra non dovrebbe fare gli interessi dei più deboli, o sbaglio? La Sinistra non dovrebbe diffondere i diritti a tutti quanti, o sbaglio? La Sinistra non dovrebbe limitare i privilegi ai potenti, o sbaglio?
Adesso meglio smetterla con queste domande, sennò qualcuno di Sinistra potrebbe tacciarmi di populismo!
Così mi guardo attorno in cerca della Sinistra, ma vedo strane facce…
Vedo figli di imprenditori e membri di Consigli d’Amministrazione di note banche; faccendieri politici che hanno collezionato quasi tutte le tessere di partito; poi, i nostri cari intellettuali di Sinistra, da sempre intellettualmente lontani anni luce dalle necessità reali della gente. E tutti a riempirsi la bocca con la consueta frase di presentazione che anticipa le varie argomentazioni rigorosamente in politichese: “Noi gente di Sinistra…”
Ecco, il linguaggio è il vero segreto di questa Sinistra!
Certo, dall’avvento della Seconda Repubblica in poi, il linguaggio si è evoluto. La comunicazione politica è diventata via via più comprensibile al volgo…
Ma attenzione gente, trattasi solo di consolidata strategia di marketing, di fascinazione pre-elettorale: il politichese resta sempre politichese!
Dopo le elezioni, statene certi, tale linguaggio torna ad essere assolutamente incomprensibile ai più. Abbastanza astruso, se non astratto del tutto.
Del resto, fin dalle origini il linguaggio politico non nasce forse ad uso e consumo esclusivo degli addetti ai lavori? Si tratta di un linguaggio non soltanto tecnico, esso va ben oltre l’intento elitario dei dotti, cioè quello di elevarsi a un grado superiore per affermare il proprio status. Il politichese è criptico, la sua funzione primaria è quella di non farsi comprendere, ovvero di non dir nulla o di dire tutto e il contrario di tutto. La caratteristica peculiare di tale linguaggio è la sistematica costruzione di dichiarazioni e affermazioni capaci di resistere alle confutazioni più inattaccabili. Per fare ciò il politichese si serve di un efficace sistema di fumose argomentazioni costruite apposta per confondere non tanto l’avversario di turno, anch’egli avvezzo a tale metodo, ma l’ascoltatore esterno (il pubblico), in questo modo l’attenzione viene veicolata nella direzione voluta. In sintesi si tratta più di metodologia dialettica che di sostanza di contenuti. Ovviamente la cosa viene rimpallata a turno tra gli interlocutori politici, col risultato di mandare inevitabilmente in confusione la platea di chi ascolta.
La regola aurea è quella di provocare nell’animo dell’ascoltatore un profondo senso di sudditanza intellettuale, una sorta di distanza culturale capace di generare soggezione, ammirazione e, perché no, un inespresso senso di colpa e inadeguatezza. Della serie: “Io sono troppo ignorante per capirci qualcosa, ma per fortuna che ci sono loro. Loro sì che capiscono di che si tratta.”
Poi ci sono gli intellettuali, quelli veri e presunti tali, quelli che per definizione non possono stare che a Sinistra. La cosiddetta intellighenzia, coloro cioè in possesso degli strumenti critici volti a una più corretta lettura, a una più profonda comprensione della realtà, per poterne trarre poi le giuste conclusioni. Con tali premesse, le soluzioni pensate e proposte da costoro, anche se palesemente irrealizzabili, assumono quasi il valore di verità dogmatiche.
E il dramma di questa Sinistra autoreferenziale (in verità il vero dramma è tutto degli altri, ovvero di coloro che questa Sinistra ha tradito) è proprio questo: è talmente convinta di essere storicamente e intellettualmente nel giusto, che qualunque suo pensiero ha ormai assunto il valore di un dogma. Sono lontani i tempi in cui si dibatteva costantemente sulla bontà e la giustezza di certe idee, in cui la critica e il confronto interno elevavano la Sinistra ad un livello morale superiore alla Destra. Da quanto tempo, infatti, la Sinistra (figlia e figliastra di quei dibattiti) non si mette più in discussione? Forse che sia per tale ragione che può permettersi di smentire continuamente se stessa? Forse che sia stato il cambio di interlocutori a trasformarne gli ideali? L’ostinazione a definirsi Sinistra può bastare come salvacondotto nel sorprendente tragitto verso il più sfacciato neoliberismo che sta demolendo ogni residuo retaggio di portavoce storica dei diritti dei lavoratori?
In altre parole, questa Sinistra può ancora considerarsi tale?
La risposta è assolutamente e malinconicamente scontata: no!
La verità nuda e cruda è che, grazie alle nuove “armi di distrazione di massa” di cui dispone l’attuale politica, i front-men di partito, quelli con la faccia di bronzo e la parlantina sciolta, di fronte a stampa e televisioni (spesso compiacenti) possono dire tutto quello che vogliono per essere poi smentiti dai fatti, alla breve come alla lunga distanza. L’indignazione popolare dura giusto il tempo di una partita di calcio o dell’ennesima bufala in rete, oppure del prossimo attentato terroristico. In qualche modo, queste implacabili armi corrono puntualmente in aiuto dell’armata Brancaleone di Montecitorio, più intenta a dispensare i suoi servigi alla corte di Bruxelles che a mantenere le promesse date agli elettori (gli eterni sedotti e abbandonati, puntualmente trattati come tanti Fantozzi da ubriacare e sfruttare). E i Fantozzi e i Filini intanto comunicano tra loro, s’incazzano, imprecano, minacciano, si distraggono, si confortano a vicenda, paghi e orgogliosi dei loro sfoghi a distanza.
Ma la tragedia più tragica di tutte è che, alla fine, Sinistra e Destra tendono ad annullarsi a vicenda. A dissolversi in un’unica nebbia in cui la gente non sa più dove andare. E quando non si sa dove andare o si sta fermi o spesso si prende la direzione sbagliata, quella più facile… Ma in tempi in cui si cammina sul bordo del baratro, procedere alla cieca può essere fatale.
E allora che fanno i nostri esperti di comunicazione politica? Si servono della più efficace tra le armi di distrazione: la paura!
L’allarmismo, il terrorismo, il complottismo, il catastrofismo, il mondialismo e il neoliberismo sono i moderni “ismi” che muovono il pensiero collettivo e che hanno sostituito quelli vecchi, dal patriottismo ottocentesco all’ideologismo novecentesco e i suoi derivati. Se una volta la paura veniva contrastata dalla speranza, oggi viene rafforzata da disillusione e rassegnazione. In Occidente, oggi più che mai, controllare il pensiero della collettività equivale a immobilizzarlo, instillando in esso il baco del terrore di perdere ciò che si possiede. La regola è semplice: ti immobilizzo nell’incertezza per privarti della tua capacità di reazione.
È un gioco rischioso.
La Destra infiamma gli animi, stuzzica il malcontento più che strisciante, nell’intento di risvegliare una volontà popolare per lo più paralizzata, per farla strumento necessario alla riconquista di un consenso compromesso dalle brutture del proprio passato.
La Sinistra, invece, persegue il suo progetto “globalizzante”, lo fa scegliendosi i suoi nuovi partners, divisi tra i signori della nuova economia sovranazionale e il melting pot della prossima manovalanza a costo ridotto, ignorando le “richieste dal basso” per cui era nata.
Il pragmatismo è l’unico carattere originario che la Sinistra ha saputo mantenere intatto fino ai giorni nostri, questa volta però si tratta di applicarlo alla quadratura del cerchio che ruota attorno a dinamiche economico-finanziarie completamente avulse dai bisogni primari della gente. Ed è proprio a causa di ciò che questa sedicente Sinistra ha scelto e sceglie di ignorare bellamente il grido d’aiuto dei suoi vecchi innamorati, tuttora increduli di essere rimasti ormai soltanto degli orfani.
Alla fine, per strada, la sensazione è di abbandono. La classe politica di questa Sinistra, troppo intenta a ragionare sui massimi sistemi, ha perso sempre più contatto con la gente. Da D’Alema e Bertinotti in poi, la Sinistra non si è più confrontata in modo serio e partecipato con la sua base elettorale al fine di comprenderne i reali bisogni in continuo mutamento, ha preferito invece dibattere su schieramenti, alleanze e ghirigori dialettici, nonché autoincensarsi nei salotti e negli studi televisivi. In più, da quando è diventata espressione del potere, ha scoperto le regole del marketing, preferendole ai suoi vecchi precetti ispirati alla lotta di classe e alla difesa dei diritti dei lavoratori, per nulla attrattivi in verità.
Ora più che mai, questa rampante classe politica di Sinistra si erge a giudice, sentenziando con superbia e accusando, dai propri, confortevoli lofts “radical e cultural chic”, concorrenti e avversari di demagogia e populismo, dimenticando che anche la Sinistra originariamente nacque come espressione populista, e che accogliere e rivendicare le ragioni della gente semplice, magari non istruita, non è affatto una bestemmia, semmai un’opportunità.

Tramonto della sinistra e rilancio dell’egemonia cattolica anche a Ferrara

“Non moriremo democristiani”, scrisse il Manifesto in uno storico titolo del 1983, all’indomani del successo del Pci alle elezioni Europee, quando quel risultato parve un segnale di recupero dell’indiscussa egemonia culturale di cui la sinistra godette nel corso del decennio precedente.
Moriremmo democristiani, invece pensai io – sconsolato – nella logica del male minore, dopo la presa del potere da parte delle truppe berlusconiane nel 1994.
Ora quella profezia (disattesa) e quel mio successivo amaro auspicio tornano beffardamente attuali. Pensiamo a cosa è accaduto dopo Tangentopoli: la Dc si è dissolta e disgregata in sette rivoli, diffondendosi e propagandosi come polline (o come gramigna, secondo i punti di vista…) e presidiando sostanzialmente tutto l’arco politico.
Dalle ceneri della Balena Bianca nacquero i Popolari di Marini, la Rete di Leoluca Orlando, il Ccd di Fernando Casini, il Cdu di Rocco Buttiglione, l’Udc di Clemente Mastella, i Cristiano-sociali di Ermanno Gorrieri e Pierre Carniti (tra le cui fila emerse Dario Franceschini), i Referendari di Mariotto Segni… Una parte non trascurabile di dirigenti intermedi rimpolpò le fila di Forza Italia (fra i nomi noti quelli di Gianni Letta e Roberto Formigoni), altri entrarono in Alleanza nazionale che raccolse il testimone del Msi (tra loro Gustavo Selva e Publio Fiori). Insomma, erano ovunque ma allora parevano residuali, ombre di un passato che se ne va da sé…
Invece, ciascuno dalla propria nicchia, ha ricominciato a tessere strategie e cucire alleanze, a recuperare spazio riciclandosi; riproponendosi quindi come emblema del cambiamento (in virtù dell’appartenenza alle nuove formazioni politiche) e al contempo mantenendo rapporti trasversali con i vecchi amici di partito, forse incidentalmente, forse assecondando – magari pure inconsapevolmente – un oscuro disegno. Un disegno che, se anche non fosse stato deliberatamente ordito come tale, trattandosi di terreno intriso dallo spirito cattolico, potremmo rubricare come provvidenziale…

La diaspora democristiana, seguita a Tangentopoli e riletta 25 anni dopo, acquisisce così un valore politico strategico. Il partito all’epoca deflagrò in molti spezzoni. “Crescete e moltiplicatevi” è scritto nei vangeli. Ed è sensato (oggi, col senno del poi) immaginare che la millenaria saggezza che ha consentito alla Chiesa di governare il mondo per duemila anni abbia ispirato quella che allora apparve come mera catastrofica conseguenza di una sconfitta e fu invece forse sapienziale strategia di rinascita.

I frammenti che si generarono dalle sequenziali spaccature occorse all’interno della Democrazia cristiana e dei suoi eredi hanno effettivamente dato frutto.
E, nel 2007, si è completato il capolavoro: l’esito della fusione fra Margherita (nata dall’alleanza fra Partito popolare, I Democratici di Romano Prodi e Rinnovamento italiano di Lamberto Dini, ultima filiazione della lunga serie di innesti e potature operate sul ceppo della vecchia Democrazia cristiana) e Democratici di sinistra (figli del Pds ed eredi del Pci) si è risolta infatti in pochi anni in una vera cannibalizzazione da parte della componente dell’ex Margherita nei confronti del suo più robusto alleato: all’epoca del matrimonio il rapporto a livello nazionale era decisamente sbilanciato: 430mila iscritti e circa il 10% la forza elettorale della Margherita; 615mila iscritti e il 17% di consenso i numeri dei Ds. Ben più marcato il divario a Ferrara, con la Margherita sempre al 10% ma i Ds al 30%.
Eppure l’esito è stato analogo ovunque, anche nei centri, come Ferrara, che in passato furono roccaforti del Pci: i principali esponenti e rappresentanti istituzionali provengono ormai in gran parte dalle fila o dalla tradizione politico-culturale di quella che fu la Democrazia cristiana in tutte le sue innumerevoli trasmutazioni seguite all’ammainabandiera. Guarda caso alla Dc era iscritto pure quel che oggi è il più autorevole e influente politico locale, quel Dario Franceschini, deputato ferrarese (come il padre), prima nominato segretario del Pd e ora ministro della Repubblica. Figlio di un esponente democristiano (consigliere comunale) ma nella rossa toscana anche l’ex premier Matteo Renzi, iscritto al Partito Popolare e poi alla Margherita (come pure dalla medesima tradizione politica proviene tutto il suo più stretto entourage, proiettato ai vertici delle istituzioni). Della Margherita è stato dirigente l’attuale presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. Democristiano era il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella…

E’ talmente tutto così coerente che parrebbe davvero studiato a tavolino. Prendiamo il caso di Ferrara, dopo sessant’anni di governo locale sempre gestito da esponenti del Pci e dei partiti che ne sono stati diretta filiazione, nel 2009, appena un anno e mezzo dopo la nascita del Pd (che significativamente ha preso sede nell’ex casa della Dc, in via Frizzi), per la carica di sindaco il partito designa Tiziano Tagliani, il quale nelle liste della Democrazia cristiana era stato eletto consigliere comunale nel 1990. E a cascata segue una nutrita serie di nomine di ex democristiani o di esponenti dell’area cattolica e moderata all’interno della Giunta e ai vertici delle principali istituzioni, società pubbliche, associazioni e organizzazioni cittadine. Gli esponenti di area cattolica assumono uno spazio e un ruolo mai avuto nel passato.
Nel frattempo, a livello nazionale, si è dissolto gradualmente l’apparato pubblico che provvede alla sfera dei servizi sociali e si è consolidata la funzione sussidiaria degli enti e delle organizzazioni private, che hanno via via assunto un ruolo sempre più importante nel garantire l’erogazione di prestazioni essenziali per i cittadini. E l’associazionismo di ispirazione cattolica, che da sempre ha avuto ruolo preminente in questo settore, acquisisce conseguentemente un’importanza crescente.

E poi, guardando anche al micro e a casa nostra, la fine dell’esperienza amministrativa delle circoscrizioni crea un vuoto nel presidio dei quartieri. E chi subentra? Le contrade, da sempre legate al campanile, quindi alla parrocchia, alla Chiesa. Così, dall’alto come dal basso, l’influenza della consorteria cattolica cinge a tenaglia la comunità.
D’altronde, ricondurre all’ovile delle parrocchie le pecorelle smarrite nei pericolosi anfratti delle Case del popolo, era un’antica ambizione dell’establishment cattolico. Con questo simbolico obiettivo stampato in testa, negli anni passati si è provveduto, in città, al rilancio del Palio. Scopo riconquistare quell’egemonia culturale che fu appannaggio della sinistra negli anni 70, surrogandola ora con un’egemonia folklorica, quale è, a tutti gli effetti, il Palio: tradizione, storia e dunque, in fondo, conservazione…

Non dimentichiamo che per oltre un ventennio, fra gli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta, la sinistra aveva catalizzato, attorno alle proprie istanze di lotta, l’impegno e la passione dei giovani. E la Chiesa, che in fatto di gestione del potere non è seconda a nessuno, solida nella sua bimillenaria esperienza, ha compreso che la forza catalizzante dell’oratorio si era andata estinguendo. E ha pian piano focalizzato la strategia e realizzato il piano di rinascita, sfruttando suggestioni ed esche fuori dai condizionamenti ideologici, riconducendo a sé la regia dell’operazione di formazione e acculturamento, a partire dalle giovani generazioni.

Da questo punto di vista, mirabile si può certamente considerare la capacità di affrancamento dalle ombre della retorica fascista che gravavano sul Palio; e poi la successiva riproposizione, in un contesto cittadino ben disposto, di una manifestazione il cui spirito si sublima nelle giornate di esibizione ma si coltiva pazientemente ogni giorno dell’anno – tutti i giorni di tutti i mesi di tutti gli anni – attorno ai luoghi che sono propri del potere cattolico, le rivificate parrocchie, i vecchi oratori che, grazie a questa e ad altre geniali intuizioni, hanno riacquisito quella centralità e attrattiva che stavano perdendo del tutto. Persino qualche festa dell’Unità è stata fagocitata in questa logica e si è allestita in spazi parrocchiali o di associazioni contigue. Un fatto simbolicamente molto significativo.

A Ferrara anche questo è stato (è) un tassello importante nel progetto di recupero dell’egemonia culturale e dunque del controllo sociale da parte della Chiesa e dei movimenti civili e politici che ne sono espressione. Altrove sono state usate strategie differenti, altre attrattive. E si badi, se può apparir banale o riduttivo ciò che scrivo, si consideri che pure i grandi palazzi si reggono su piccole pietre, apparentemente poco significative ma essenziali e, letteralmente, fondamentali.

In questo scenario, plausibile futuro approdo nazionale appare un’intesa post elettorale Renzi-Berlusconi in funzione illusoriamente anti-populista: in realtà, il trionfo di un populismo moderato a detrimento di una deriva estrema.

———

Lunedì 27 marzo alle 17 nella sala Agnelli della biblioteca comunale Ariostea, attorno al tavolo delle idee imbandito dal quotidiano online Ferraraitalia, per il tradizionale ciclo “Chiavi di lettura – opinioni a confronto sull’attualità”, sul tema “Moriremo moderati? Il ritorno della Balena Bianca” si confronteranno Enzo Barboni, presidente Unpli Pro loco Ferrara ed ex segretario provinciale della Democrazia cristiana, Marco Contini, giornalista di Repubblica, Luigi Marattin consigliere economico della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Alessandro Somma, collaboratore di Micromega e docente di diritto comparato all’Università di Ferrara. Il dibattito sarà moderato (ma non troppo!) dal direttore di FerraraItalia, Sergio Gessi.

  • 1
  • 2
L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013