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ACCORDI
Il sogno di mio padre

This Guy’s in Love with You (Burt Bacharach, 1968)

Burt Bacharach mi accompagna spesso nelle mie faccende domestiche, non c’è musica migliore per rilassarsi e abbandonarsi ai ricordi. Come questo di qualche tempo fa…

Stavo sognando quando sentii bussare alla porta. Andai ad aprire, era mio padre!
Era ringiovanito, ben vestito, con una camicia bianca e una giacca di lino beige. E mi sorrideva.
Io lo guardai senza riuscire a dire una parola, quanto tempo era passato…
Poi pensai: “E’ vero, è soltanto un sogno!”
Lo feci entrare, lui mi guardava divertito e insieme andammo in cucina.

Così continuai a fare quello che stavo sognando – in effetti è difficile ricordarsi i sogni – comunque sì: stavo pelando delle pesche mature, le avrei poi affettate per farci la macedonia.
Adoro le pesche. Avete presente quando una pesca è matura al punto che riesci a pelarla con le dita?

Mio padre stava in piedi di fianco a me e osservava l’operazione, poi disse: “Devono essere dolci e pure buone, quasi quasi ne mangerei una.”
“Tieni papà!” gli allungai quella che avevo appena finito di pelare.

La prese, la guardò con ammirazione, e con un sorriso affettuoso sentenziò: “La pesca, quando è matura, è il frutto più buono di tutti!”, poi iniziò a mangiarla di gusto, come se non mangiasse da anni. Ventidue anni, per la precisione, da quando se n’era andato.
Ben tornato papà… Quanto avrei voluto dormire ancora!

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ACCORDI
Spaghetti al pomodoro

A Long December (Counting Crows, 1996)

Spaghetti al pomodoro
Sulle note dei Counting Crows ho appena preso una cipolla quando K entra in cucina e mi fa «Spero sia tropea, ne basta mezza.»
«Certo certo, naturalmente!» rispondo subito.
Viviamo insieme da dieci anni, io e K, e ogni volta che mi metto ai fornelli arriva lui a controllare che faccia tutto per bene, come se non sapessi come si fa un banale sugo al pomodoro.
Allora, taglio a pezzetti sottili la mia mezza tropea, la metto in padella, ci verso l’olio…
«Alt, è extravergine spero!»
«Ovvio, è da una vita che usiamo solo quello!» faccio io.
Quindi inizio a soffriggere e…
«Mi raccomando, basta un’indorata!»
«Un’indoche?» faccio un sospiro «Sì dai che ho capito.»
Abbasso la fiamma e butto il pomodoro nel soffritto.
«Hai usato i pezzettoni? Lo sai che sono meglio della passata.»
«Ceeerto che ho usato quelli, che ti credi?», altro sospiro.
Inizio a mescolare e…
«Ricordati il dado vegetale!» insiste di nuovo. Usare il dado era stata un’invenzione di Viki.
«Senti, vuoi farlo tu?» rispondo io porgendogli il dado che avevo appena scartato «Se vuoi accomodati!»
«Ok, non parlo più.» dice lui sistemandosi in un angolo tra la tavola e il frigorifero.
Finalmente concludo la mia preparazione senza ulteriori interventi di K. Rimescolo il tutto a fiamma lenta finché il dado non s’è completamente sciolto, nel frattempo m’accorgo che l’acqua nella pentola sul fornello a fianco ha iniziato a bollire, così ci verso gli spaghetti, regolo il timer a undici minuti, metto il fuoco del sugo al minimo e aspetto.

In effetti K non ha mai parlato, ma mi piace pensare che lo faccia. Lui si limita a guardarmi con interesse, qualsiasi cosa faccio. Lo fa da sempre, lo faceva anche con Viki.
Viki manca come l’aria, a tutti e due. Da quando non c’è più, K ha preso il suo posto sul divano: sente ancora il suo profumo sul cuscino.
Ogni giorno K mi ricorda di Viki, di quando lei tornò una sera con un caldo batuffolo di pelo in braccio e me lo porse dicendomi “Ecco questo è K, è un maschietto e starà con noi per tanto tempo spero.”

“Viki, amore, K è sempre qui mentre tu te ne sei andata. Curiosa la vita eh?”

Sento squillare: la pasta è pronta!
Butto gli spaghetti nello scolapasta in una nuvola di vapore, li verso nella padella del sugo e li mescolo per bene, per finire aggiungo tre foglioline di basilico.
K esclama «Evviva si mangia!»
Ovviamente lo dice senza parlare: scodinzola e si lecca i baffi, gli occhi gli brillano di gioia.
Non ci vuole molto per capire K e quelli come lui, chi ama un cane lo sa bene.
Porto la padella in tavola, una bella spolverata di parmigiano e… buon appetito!

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Non arrenderti mai…
…un racconto

Non arrenderti mai…
Un racconto di Carlo Tassi

Ricordi tuo padre cosa diceva?
“Non arrenderti mai, qualunque cosa accada, non arrenderti ragazzo”
Lui non si è mai arreso, eppure ti ha lasciato solo.
Tuo padre non c’è più e la vita ti circonda indifferente, soverchiante come il cielo.
E guardi il cielo e vorresti essere altrove. Come polvere mossa dal vento, invisibile, libero.

“Non arrenderti mai” diceva tuo padre.
Ma ti ha lasciato solo, ed è questo il tuo solo pensiero.

Anche oggi un cielo color piombo, e oltre le nuvole il mistero di un sole da troppi giorni assente.
Il freddo resiste anche all’estate. E resta costante, sempre, dentro di te.
Il cuore, le pietre e il ghiaccio si mescolano spargendo poltiglia di vita e fango.
Dolore e vuoto in cerca di rimedio, invano. Ma il tempo è sovrano.

Ti butti nella mischia, lottando, imprecando, correndo alla meta.
“Non arrenderti mai” senti la voce di tuo padre. Ma la sua voce non basta, e vorresti di più.
Vorresti parlargli ancora una volta, poter incrociare il suo sguardo.
E contare le sue rughe, sentire l’odore di sigaretta dei suoi vestiti.
Ma resta solo un foglio bianco impossibile da riempire, ormai.
E rabbia e lacrime come una cantilena imparata a memoria, controvoglia.
La vita a volte brucia come una ferita aperta.
Sanguina, s’infetta, ma poi guarisce. Che il tempo è sovrano.

Perciò non arrenderti mai ragazzo!
Perché la strada è lunga e sparsa di pericolose meraviglie. Seducente e terribile, ti sfida ad ogni curva.
Corri e non fermarti. Certo, questa salita è una morsa che prende il respiro e spezza le gambe.
Ma oltre queste rocce nere, lo vedrai, le nuvole si scansano e finalmente incontrerai il sole.
E’ inevitabile, perché il sole c’è sempre, anche quando non lo vedi.

Ne vale la pena? Certo che sì: il tempo è sovrano.

Never Back Down (Novastar, 2006)

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L’uomo del fiume
…un racconto

L’uomo del fiume
Un racconto di Carlo Tassi
dedicato a Nick Drake

L’uomo del fiume guarda oltre la riva.
Nuvole sparse all’orizzonte.
Tre gabbiani intrecciano ricami nel basso cielo.
L’acqua scorre come il tempo,
dalle montagne al mare,
ininterrottamente, eternamente.
La vita insegue, come sempre,
da un passato di ricordi
a un futuro di speranze e delusioni.
In mezzo solo dolore e gioia:
la vita non s’accorge di vivere.

L’uomo del fiume arriva al mattino presto,
si siede sulla riva e s’accende una sigaretta.
Fuma lento, guarda la corrente e aspetta.
L’aria è leggera, come i pensieri, come il vento.
L’uomo del fiume è alla sua quinta sigaretta,
unghie e barba ingiallite.

È mezzogiorno.
Un magro bottino di pesce per la sera,
quattro bocconi di pane e formaggio,
e un bicchier di vino.
Poi di nuovo sulla riva
a guardare il tempo scorrergli davanti,
spumeggiante, indomabile, indifferente.

Il giorno è passato,
come altri mille e mille ancor prima.
Altri giorni passeranno
nell’attesa che qualcosa succeda.
Perché qualcosa dovrà succedere
prima o poi.

Ma l’unica certezza è nell’acqua
che scorre e non si ferma.
L’uomo del fiume allunga una mano,
la immerge nella corrente,
sente il tempo scorrergli tra le dita,
cerca d’afferrarlo ma gli sfugge.

L’uomo del fiume guarda oltre la riva.
Non può fermare il tempo.
Tra le ombre della sera osserva la corrente
che muove il mondo e decide.

Il fiume gli ha dato tanto
e gli ha tolto tutto:
una vita di attese,
le ceneri della moglie,
un figlio troppo acerbo,
adorato e scomparso
dentro un vortice al largo.

È mezzanotte.
Un passo oltre il pontile,
un tuffo nel buio,
un abbraccio gelido e avvolgente…

L’uomo del fiume ha catturato il tempo.

Nick Drake muore suicida nel 1974, all’età di ventisei anni…
River Man (Nick Drake, 1969)

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Una sera per caso
…un racconto

Una sera per caso
Un racconto di Carlo Tassi

Quanto di quello che ci succede accade per caso? Probabilmente tutto, anche ciò che crediamo di poter controllare attraverso le scelte che facciamo ogni giorno.
Libero arbitrio o pia illusione? Fiduciosi artefici del nostro destino o felicemente in balìa di questa cosa caotica chiamata esistenza?
La verità è che viviamo perennemente in bilico, e quando fatalmente ce ne accorgiamo è sempre troppo tardi.

Viki era bellissima coi capelli neri e lisci che portava lunghi e sciolti sulle spalle, ed era ancor più bella quando tornava dall’ufficio coi capelli raccolti da un cerchio di madreperla verde e gli occhiali da vista ancora appoggiati sul naso. Il viso stanco dopo una giornata di lavoro le conferiva un’aria in qualche modo sensuale, e quando glielo facevo notare si scherniva dicendomi che non ero affatto obiettivo perché innamorato, in altre parole che ero rincitrullito.
Da buona italiana le piaceva la pizza e andava matta per il gelato alla nocciola e menta.
Viki era astemia, amava gli animali e odiava il fumo delle sigarette. Suo padre, accanito fumatore, aveva appena superato la quarantina quando morì per un carcinoma ai polmoni, lasciandola orfana all’età di dodici anni.

Avevamo molto in comune io e Viki: lei come me amava andare al cinema e come me preferiva il mare per rilassarsi nel weekend.
C’incontrammo la prima volta al compleanno di Michael, un comune amico. Quella sera i miei amici dovettero insistere parecchio per convincermi a uscire e fare un salto alla festa. Alla fine, mio malgrado, accettai.
Non stavo attraversando un bel periodo: avevo perso i miei genitori in un incidente d’auto appena tre mesi prima e dal giorno della loro morte ero profondamente cambiato. Ero convinto che la vita mi avesse punito con la più grande delle ingiustizie e non sopportavo di stare in mezzo agli altri. Mi sentivo come un guscio vuoto che non aveva più niente da dare, non credevo più in niente e non cercavo l’aiuto di nessuno.

Alla festa mi misi in un angolo a osservare la gente con l’aria di chi non vede l’ora d’andarsene. Fu allora che incrociai lo sguardo di Viki che dopo nemmeno un minuto mi venne incontro per parlare.
A dire il vero, tuttora non ho ben chiaro quale fu il motivo che la spinse ad attaccar bottone proprio con me, ma il fatto è che appena iniziammo ad aprir bocca fu come se ci conoscessimo da sempre.
Viki non mi fece domande sulle cause del mio malessere, io stavo accarezzando il border collie di Michael e lei, senza che le chiedessi nulla, iniziò a raccontarmi del suo cane, di quando ancora bambina raccolse quel cucciolo abbandonato per strada e di quando, dopo quindici anni di vita insieme, gli diede l’ultima carezza prima che un’iniezione del veterinario lo addormentasse per sempre.
Parlammo del mare e della burrasca che c’era stata la notte prima, poi di gite in barca e di libri gialli, dei film preferiti e della musica che ci piaceva ascoltare. Chiacchierammo tutta la notte fino all’alba.
Da quella volta continuammo a vederci regolarmente, finché capimmo che il nostro destino era quello di stare insieme.

Io e lei non smettemmo mai di scambiarci la vita. Lo facevamo in modo semplice: con le parole, coi gesti quotidiani, con gli sguardi, coi pensieri. Usavamo tutto quello che avevamo: i nostri corpi, la nostra immaginazione, gli oggetti che ci circondavano e anche i nostri silenzi.
Era il nostro mondo perfetto, fatto solo per noi. Fino a due anni fa.

E ora che ci penso, ora che finalmente rivedo tutto quanto con la giusta lucidità, in questo nuovo giorno dopo tutti i giorni passati a rimuginare e con tutto il tempo che mi resta per ricominciare…
È già troppo tardi, troppo tardi, troppo tardi.

It’s Too Late (Carole King, 1971)

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Non tornerò

di Marcella Mascellani

Apprendo, su di un social, della denuncia di un marito relativa alla scomparsa della moglie che poi, in realtà, aveva deciso di lasciare lui e i figli fuggendo con l’amante. Non entro nel merito perché non ne ho alcun diritto. La notizia, tuttavia, mi porta a riflettere sul fatto che, forse, era troppo difficile dire che se ne sarebbe andata e che così soddisfatta della propria vita non fosse.
Avrebbe fatto così scalpore la fuga di un uomo? Non credo. Almeno una volta all’anno sento di uomini che se ne vanno di casa per un’altra donna noncuranti di lasciare figli e magari anche la propria madre in casa con la moglie. Si sentono più sicuri e tranquilli.
Sicuramente le critiche più feroci verranno dalle donne stesse, dalle protettrici del focolare domestico. Alcuni uomini, seduti sul divano e con lo sguardo sornione, penseranno che in fondo veder ogni giorno la propria moglie dar posto alla sciatteria (vi ricordate la canzone del di Charles Aznavour “Ti lascia andare”) fin dei conti non è poi un prezzo così alto rispetto a correre il rischio che se ne vada con un altro e lo faccia in maniera teatrale finendo su tutti i giornali. Non so se avete mai notato come sono orgogliosi gli uomini quando descrivono la propria moglie, o compagna, che si scapicolla dalla mattina alla sera? Innalzano il pensiero su di lei come una coppa lucida di metallo e cantano vittoria. L’importante è che non ceda e che abbia tutto sotto controllo.
Tutto questo mi fa pensare alla nostra condizione.
Anni fa, scusate l’imprecisione, sicuramente almeno dieci e forse più, mi capitò fra le mani un opuscolo curato dal Comune di Ferrara e dall’Azienda Usl sulla depressione femminile in prevalenza causata dal sovraccarico famigliare. Ricordo un ordinato libretto di una decina di pagine, con tanto di numeri di telefono ed indirizzi ai quali rivolgersi in caso di bisogno. Tale stampato ci descriveva benissimo nel nostro disperato tentativo, non sempre fruttifero, di far coincidere tempi di vita personale e lavorativa che insieme formano il grande puzzle della nostra giornata.
Tocca a noi donne provvedere, in prevalenza, alla cura dei figli, dei genitori e di tutti coloro che possono aver bisogno di aiuto durante l’arco della nostra vita. In fondo siamo noi che siamo state educate (e continuiamo ad educare le nostre figlie) a prenderci cura degli altri e a tenere le redini del mondo che ci circonda.
Allora cominciamo col dirci la verità; il sovraccarico famigliare per una donna che lavora, o non lavora, e magari ha anche figli o persone da accudire è una condizione inevitabile. Nel caso lavori fuori casa si aggiunge, spesso, una situazione economica che non sempre consente di ricorrere ad un aiuto domestico. Talvolta, per quanto riguarda i figli, deve fare i conti con un parco nonni ancora impegnato nell’attività lavorativa o di età troppo avanzata per accudire i nipoti, vista la scelta di diventare genitori sempre più ritardata.
La giornata di noi donne inizia la mattina molto presto (prima che sia spuntato il sole per i Teletubbies) e termina a sera inoltrata, con buona pace divina. Ci incontrate per strada in macchina, trafelate e spettinate (abbiamo ancora l’impronta del cuscino stampata sulla testa) alla conquista della scuola materna che dista a circa 15 km dalla nostra vita. Ci rivedrete subito dopo sfrecciare nel disperato tentativo di conquistarci un parcheggio che, velocemente, all’uscita dal lavoro ci consenta di cimentarci in quel paradossale e frenetico mondo che è la nostra quotidianità.
Poi si va avanti con la vita e ci sono i genitori o i suoceri da accudire. E allora via con i sensi di colpa, con gli incontri con l’assistente sociale, la risposta al quesito “badante o casa di riposo?” – Tra quanto entrerà in convenzione? Mamma, papà, come non vuoi stare qui? Come non vuoi quella persona in casa? Per ora ci sto io, dormo da loro, non importa se sul divano, non importa se mi sveglierò sette o otto volte in una notte. Non posso, non devo, con tutto quello che hanno fatto loro per me! –
Augurandomi con tutto il cuore che la fuga di ogni donna che violi la legge morale, che si elevi a paladina della libertà di scegliere e di sottrarsi al destino, sia dettata da un allontanamento dalla routine e non da altri motivi, la invito, però, prima di prendere qualsiasi decisione, a leggere Innamoramento e amore di Francesco Alberoni o ascoltare la canzone di Mina Non tornerò. Leggendo o ascoltando una delle due, troverà traccia del fatto che nel giro di pochi anni la vita con l’innamorato si trasformerà in una vita routinaria simile a quella che aveva con il marito.
E così che va il mondo delle donne. Le donne hanno un cuore grande, sanno trovare il lato bello della cura, sognano mentre si occupano di un bambino o di un anziano. Sanno prendere il sole su di una panchina regalando un sorriso a chi è vicino, che sia una carrozzina con un bambino o un anziano seduto. Sanno trovare, con la dovizia di un ricercatore, un fazzoletto che sia scomparso dalle mani del loro figlio o del loro padre, sanno quando è arrivato il momento di allungare la bottiglia di acqua invitando a non disidratarsi, che sia la loro figlia o la loro madre. E, dando libero pensiero all’antico quesito che chiude la loro giornata, s’interrogano “ma stasera cosa preparo per cena?”

La prigione del Natale

Justify Me (Nate James, 2005)

Un’ora d’aria attesa giusto un anno. Luci e filastrocche come tradizione vuole, caramelle e musiche di zucchero e miele. Quieta è la notte che non porta consiglio. Solo illusioni di buone azioni, solo pensieri addomesticati, voti mai mantenuti. Fino al prossimo natale.

Dunque tutto uguale, ogni volta, ogni Santo Natale. Ma non stavolta.
Incombe la minaccia, soccombe la certezza. Solitudine forzata, festa rovinata. Non per me.

Per me che non è cambiato nulla, e sono tre anni ormai. Ogni natale è una croce dalle punte insanguinate, una lama tagliente che riapre vecchie ferite. E brucia, e tormenta queste mie piaghe mai guarite.
E questa notte, ancora una volta, ho sognato il natale insieme a te, ho sentito il tuo petto respirare accanto a me. Ho visto stelle d’argento illuminare il tuo viso, ho chiesto alla notte di cullare il tuo riposo.
Ma scende la pioggia in questo grigio mattino, e scendono lacrime su questo vuoto cuscino.
Gocce d’argento nella luce spettrale, l’ennesimo sogno d’un perduto natale.

Certo, la solitudine brucia l’anima e il vuoto tutt’intorno richiama il tuo ricordo. Eppure vorrei fermare il tempo. Vorrei che questo natale non finisse mai. Dio se lo vorrei.
Perché il tuo ricordo è una culla, perché la tua assenza mi stordisce, m’ubriaca, diventando presenza.
Perché, per quanto amara, m’è dolce questa prigione. Effimero, morbido e caldo rifugio che mi protegge, mentre la vita passa di fuori gettando avanzi, come sempre, senz’occhi e senza cuore.

Perché oggi era l’incanto, oggi soltanto. Buon Natale amore.

Fragile

racconto di Patrizia Benetti

Mi dispiace per lei che rimarrà sola.
E’ così fragile e presto non sarò più al suo fianco.
L’ho amata tanto, l’ho protetta, l’ho tenuta lontana dalle brutture della vita.
Ho fatto il mio dovere, come un soldatino di piombo.
Giorni e notti trascorsi in fabbrica, tra caldaie, umidità e la sigaretta tra le labbra.
Ero così intento a costruire un futuro solido che mi sono roso il fegato e ho fumato perfino i polmoni.
Ora lei è al mio capezzale, mi scruta timorosa, con quei grandi occhi nocciola.
Mi sorride, mi accarezza la faccia, mi aggiusta la flebo.
Il mio dolore è grande. Lei è così fragile e presto sarà sola.

My love (Paul McCartney, 1973) performed by Loma Mar Quartet

Ho paura del telegiornale

racconto di Patrizia Benetti

Sono fiorite le calle. Vedessi come sono belle, Annina! Ho tolto l’erbaccia dal nostro giardino e ho pure imparato a stirarmi le camicie. Sorridi, lo so.
Ieri sera, Alfio e Giuseppe sono venuti a prendermi e mi hanno “trascinato” al bar. Hanno detto che è dura, ma la vita continua.
Abbiamo giocato a tresette e mi sono divertito. Il tempo è trascorso veloce e l’angoscia si è placata.
Sto preparando gli arnesi: ami, esche e canne, perché domenica mattina andiamo a pescare. Una giornata all’aria aperta mi farà bene.
Alfio e Giuseppe sono i miei amici più cari, ci conosciamo da quando eravamo ragazzini e ci capiamo al volo. E’ bello poter essere se stessi, senza finzioni o forzature, soprattutto quando si soffre.
Mi manchi Annina e adesso che sono solo, la sera non riesco più a guardare il telegiornale. Mi fa paura, con tutte le sue brutture e le sue miserie.
Allora accendo la radio, cucino e penso a te.
Mi sembra di sentire la tua mano che mi accarezza e la tua voce dolce che mi sussurra:
“Coraggio Alfredo. La vita è bella!”.

Quando (Pino Daniele, 1991)

All’ombra del ciliegio

racconto di Patrizia Benetti

In primavera, nel cortile del monastero di Sant’Antonio in Polesine, il ciliegio giapponese colpisce gli occhi dei visitatori con un’esplosione di fiori rosa.
Una grigia mattina di gennaio suor Cecilia, una minuta donna di mezza età, trovò un cesto davanti al convento. Dentro c’era un tenero fagottino.
“Guardate. È una bimba!”.
Le consorelle si strinsero attorno alla creatura dalle gote arrossate dal freddo.
Suor Teresa, la madre superiora, chiese severa: “Cos’è questo trambusto?”.
“Il Signore ci ha fatto un dono!”, esclamò Cecilia entusiasta.
Anche Teresa s’intenerì.
“La piccola ha fame, suor Celeste”.
“Ci penso io, madre!”, rispose soddisfatta la cuoca.
Le sorelle si strinsero di nuovo attorno alla piccola.
“Guardate come beve il latte”.
“Era affamata, poverina”.
“Dove dormirà stanotte?”.
“Nella stanza di suor Cecilia. È stata lei a trovarla”, disse suor Teresa.
La minuta sorella sfoderò uno splendido sorriso.
L’indomani, la superiora disse: “Chiamate don Simone. Dobbiamo battezzarla”.
“Che nome le daremo?”, chiese la cuoca.
“Non so…”, replicò lei pensierosa.
“Eleonora”, rispose timida Cecilia.
Le sorelle volsero lo sguardo verso di lei. Il rossore le dipinse le guance.
“Eleonora. Sì, suona bene”, commentò Teresa.
“Che ne sarà della bimba?”, chiese la madre superiora al parroco.
“Dovrei portarla all’orfanotrofio”, rispose mesto l’uomo.
“Sarebbe un vero peccato rinchiuderla in quel grigio edificio. Dovrà indossare una divisa, sarà come vivere in una prigione”.
“Noi dobbiamo solo rispettare le regole”, replicò don Simone.
Qui invece sarebbe accudita con amore”, continuò decisa suor Teresa.
Il giovane parroco annuì. Sorrise stringendo l’occhio alle sorelle, inforcò la bicicletta e si recò in parrocchia a dire Messa.
La piccola portò il sole tra quelle fredde mura.
Nel silenzio del convento risuonavano le risate argentine di Eleonora.
Sembrava una bambola di porcellana, con le guance rosa, i grandi occhi celesti e i riccioli biondi.
Suor Cecilia la imboccava, le confezionava deliziosi vestitini color pastello, si attardava a giocare con lei, l’aiutava a fare il bagno, a vestirsi. Inoltre fu la sua prima maestra. Le insegnò a leggere, a scrivere e a far di conto.
Tra loro nacque un rapporto speciale.
Quando un’altra monaca portava Eleonora nella sua stanza, la piccola s’imbronciava e reclamava a viva voce la “sua” Cecilia.
S’impuntava la monella e riusciva ad averla sempre vinta.
Si abituò presto alle abitudini delle monache.
“Suona la campanella. È ora della preghiera. È domenica. C’è la Santa Messa. Dov’è il parroco?”
“Sono qui, Eleonora”, diceva il piccolo uomo vestito di nero.
“Ciao don Simone”, e correva a tirargli la barba.
“Piccola impertinente”, replicava lui fingendosi offeso.
La bambina trascorreva il lungo inverno tra le mura del convento.
Quando arrivava la bella stagione correva nel cortile dove svettava il ciliegio in fiore.
Era un tripudio di delicati petali rosa.
“Sono qui, Cecilia! Vieni a prendermi, se ci riesci”.
“Dove sei? Arrivo!”, rispondeva gioiosa la suora.
“Tira la palla”.
“Andiamo sull’altalena”.
“Si è fatto tardi. È ora di rientrare”.
“Altri cinque minuti, suor Cecilia”.
Il tempo trascorse veloce. La bimba festeggiò il sesto compleanno.
Cecilia le fece indossare un abitino fucsia, un paio di sandaletti nuovi, le raccolse i capelli in una treccia e la fece specchiare.
“Quella sono io? Che bella! Grazie Cecilia”.
“Andiamo di sotto a festeggiare”.
Suor Celeste aveva preparato una grande torta al cioccolato con ben sei candeline rosa. Le suore erano radunate nella saletta buona. Quando Eleonora fece capolino la accolsero con un applauso. C’era anche don Simone. La bimba gonfiò le guance e soffiò spegnendo tutte le candeline. Quindi espresse un desiderio: rimanere sempre lì. Quella era la sua casa. Il destino però aveva in serbo per lei altri progetti.
La madre superiora una mattina riunì le consorelle e, con fare grave, disse loro: “É giunto il momento. Eleonora ci deve lasciare. Ha bisogno di una famiglia, di un’istruzione, di una vita sociale”.
Suor Cecilia non disse nulla ma si sentì morire.
“C’è una coppia di coniugi che fa al caso nostro. Sono brave persone. Non possono avere figli”, continuò suor Teresa.
“Chi avvertirà Eleonora?”, chiese suor Celeste impallidendo.
“La saluteremo tutte insieme. Il distacco sarà doloroso ma inevitabile. Noi abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere. Ora dobbiamo lasciarla andare”, Commentò decisa la superiora.
Quando venne il momento, fece cenno a Cecilia di preparare la piccola.
La monaca aprì le tende della cameretta.
“Forza pigrona. Sono le otto”, disse cercando di mostrarsi allegra ma non ci riuscì.
“Che cos’hai?”, chiese Eleonora che aveva imparato a leggerle dentro.
“Nulla. Alzati e vatti a lavare. Io intanto ti preparo il vestito da indossare”.
“Un abito nuovo? E una valigia? Dove mi portate?”, chiese impaurita.
“Farai un breve viaggio. Suor Teresa ti dirà tutto nei particolari”.
Eleonora ubbidì imbronciata, quindi scese le scale piano piano. Rifiutò la mano di Cecilia. Si sentiva tradita.
La madre superiora le parlò.
“Avrai una famiglia vera, andrai a scuola, conoscerai tanti bimbi della tua età. Sarai felice”,
“Non voglio andare via”, commentò la piccola scoppiando in lacrime.
“Non si può fare altrimenti”, replicò la suora.
“Voglio rimanere qui”.
“Non hai voglia di vedere cosa c’è là fuori. Ti attende un mondo nuovo, nuove esperienze. La vita è bella. Andrai finalmente a scuola. Conoscerai bimbi della tua età. Studierai, fari sport, avrai tante amicizie”, disse Cecilia.
“Ti sei stancata di me”.
“Non è vero, ma è ora che lasci il nido. Vola usignolo mio, non avere paura”.
“Non mandarmi via, ti prego”.
Fu straziante strappare Eleonora dalle braccia di Cecilia.
“Ti porterò sempre nel cuore”, sussurrò la suora rintuzzando le lacrime.
“Facciamo il tifo per te. Tornerai presto a trovarci”, disse suor Celeste.
Eleonora ebbe la fortuna di essere affidata si coniugi Alessandri, entrambi insegnanti. Dopo aver superato il doloroso distacco da colei che era stata sua madre per tutti quegli anni, la bambina si ambientò. Davide e Mirella furono genitori attenti.
Grazie a loro frequentò la scuola con ottimi risultati. Era curiosa, avida di sapere, di imparare sempre cose nuove.
Studentessa modello, fu iscritta al liceo classico.
Quando si diplomò ottenne il permesso di rivedere suor Cecilia. Quella radiosa mattina di luglio la ragazza prese la bicicletta e pedalò veloce fino al convento.
Il cuore le batteva forte.
Fu accolta con calore dalla madre superiora e salutò una a una le consorelle. Quando apparve suor Cecilia le volò tra le braccia.
“Ciao signorina”, disse la donna. Aveva gli occhi lucidi.
Trascorsero insieme due ore, a raccontarsi velocemente ciò che era accaduto in quei lunghi anni di lontananza.
Quando apparve la cuoca, suor Celeste, Eleonora capì che era finito il tempo. Fece una carezza a Cecilia e corse via.
“Addio figliola”, sussurrò la monaca.
La ragazza dai folti ricci biondi si iscrisse alla facoltà di medicina.
Conobbe Stefano, studiarono insieme con profitto. Presto si accorsero di essere innamorati. Furono costanti nel loro percorso formativo.
Lui divenne chirurgo, lei si specializzò in neuropsichiatria infantile. L’amore era sempre più vivo nei loro cuori. Quando decisero di sposarsi Eleonora volle presentare Stefano alle monache.
Mano nella mano s’inoltrarono nel cuore della città. Era una profumata mattina primaverile.
Le sorelle li accolsero con gioia. Eleonora si guardò intorno ansiosa. La madre superiora abbassò lo sguardo.
La giovane donna sgranò gli occhi stupita. Impallidì poi si riprese.
“Quando? Come?”, chiese con voce tremante.
“Due mesi fa. Il suo fragile cuore ha ceduto all’improvviso. Mi ha detto di consegnarti questa”.
Eleonora rintuzzò le lacrime e strinse forte a sé la lettera.
Era tutto ciò che le rimaneva di Cecilia.
Quindi volse lo sguardo verso il ciliegio in fiore.
Contemplò i delicati fiori rosa, così fragili da spezzarsi fra le dita.

PER CERTI VERSI
A Stock

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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A STOCK

Mi dà la zampa
E mi guarda
Con quegli occhi opachi di malattia
Ma come umani
Mi interroga
Ci mancano le parole
Non ci restano che i gesti
E una veglia
Sento il suo respiro chiede
Resti?

Una vita in un film

Cavatina (Stanley Myers, 1970)

Note gentili di chitarra entrano nella mia testa, si fanno strada tra i pensieri sottovoce. Li seducono, li fanno innamorare carezzandoli. Risvegliano vecchi ricordi sopiti, infinitamente preziosi. E ripenso a me: un ragazzo nei suoi anni migliori, indimenticati, indimenticabili, estinti per sempre e per questo perfetti, indispensabili.
Chiudo gli occhi per orientarmi meglio in questo ennesimo viaggio della memoria, e come sempre la musica m’accompagna, mi guida.
Amo ciò che ho, che ho conquistato, che mi è rimasto. Amo mia moglie, il mio cane. E penso a mia figlia, Vittoria è il nome che sarebbe piaciuto a mia moglie. Se fosse mai nata adesso avrebbe circa tredici anni. Chissà a chi avrebbe somigliato, se avrebbe avuto la passione per il disegno o per il canto. Magari per entrambe le cose o per qualcos’altro. Sarebbero stati comunque i suoi anni perfetti, come lo erano i miei alla sua età, con tutti i drammi, le gioie, le risate e le lacrime di una vita appena scoperta, ancora in gran parte sconosciuta ma già piena d’emozioni, di colori da ubriacarsi e di luce da accecarsi. A quell’età la vita si prende senza precauzioni, ed è forse proprio questa la magia d’esser giovani. Chissà.

Ricordo che a quell’età vidi un film che mi fece immaginare d’essere adulto, e piansi.
‘Il Cacciatore’ fu il film più bello che mai vidi nella mia vita, e… che strano: dopo mezzo secolo è ancora così!
Cosa rara, forse unica, essere appena adolescenti ed avere già la fortuna di poter vedere un film come questo.
Spesso capita che la perfezione sia opera del caso, e mi pare sia proprio questo il caso.
L’amore, l’amicizia, la gioia, il coraggio, la crudeltà, la disperazione, la perdita, la vicinanza, il sacrificio, la sofferenza. Il passato irripetibile, il presente inevitabile. Quel senso di vuoto lasciato dal tempo che scorre implacabile, ciò che avevamo e che, a ripensarci, ci manca come l’aria. Il sorriso di un amico che non c’è più.
Tutto questo in un film. Come la vita di ognuno di noi, e senza nemmeno dover vivere il dramma di una guerra.
Sta tutta qui la grandezza de ‘Il Cacciatore’. Etichettato frettolosamente come un film sulla guerra del Vietnam, in realtà è un film totale. In esso c’è tutta l’umanità spendibile in una vita intera, tutta condensata armoniosamente in poco più di due ore di proiezione. Forse troppo per un ragazzo della mia età d’allora, ma abbastanza perché me ne innamorassi.

Tutti gli attori furono strepitosi. Da De Niro alla Streep, da Walken a Savage. Ma un ricordo personale lo dedico a John Cazale, che in questo film recitò per l’ultima volta prima di abbandonare questa esistenza per un cancro ai polmoni. Sapeva d’essere malato terminale, tutti lo sapevano, sapeva anche che probabilmente non sarebbe sopravvissuto all’uscita del film nelle sale. Faceva la chemio durante la lavorazione del film, ma recitò con l’impegno e l’intensità di sempre, fino all’ultimo ciak.
Cazale non si rivide mai nel suo ultimo personaggio, non fece in tempo. La sua carriera d’attore fu brevissima, ma, caso forse unico, i cinque film in cui recitò furono tutti capolavori. Grazie John.

NOTA A MARGINE
La rimozione della morte e l’illusione dell’eterna giovinezza

Una società che trascura o ignora il culto dei morti è essa stessa morta. Ci siamo avviati già da tempo verso l’indifferenza davanti alla morte e sentiamo la necessità di rimuovere, accantonare, cancellare le tracce di chi ci ha preceduto, come se le pietre tombali, le lapidi e tutti i segni che ne onorano la memoria siano fastidiosi obblighi, ingombranti fardelli che appesantiscono la nostra quotidianità scandita e organizzata, che non contempla il rispetto del passato né tantomeno l’elaborazione del dolore della perdita. Non sempre le “Urne dei forti” nei Sepolcri di foscoliana memoria accendono “L’animo dei forti”. La ritualizzazione della morte ci trova impreparati perché abbiamo difficoltà a condividere il dolore, il lutto, la commemorazione dei nostri defunti: lo ‘spettacolo della morte’ è concepito come impossibile da sostenere e preferiamo rimuovere, trovare scorciatoie e vie di fuga per non affrontarlo. Un grande paradosso, se pensiamo alle immagini di morte veicolate dai media che ogni giorno siamo costretti ad ingoiare e che ci hanno condotti all’assuefazione totale, perché in fondo non ci riguardano in modo ravvicinato.

La frammentazione sociale, i martellanti messaggi valoriali di benessere, dinamismo, prestanza, giovinezza, salute, spensieratezza, benessere ci hanno indotti a perdere il senso dei nostri limiti terreni, cadendo nell’inganno della pseudo-eternità. Si elabora la morte e si ricordano i propri defunti attraverso i social network, e sullo schermo del computer e dello smartphone scorrono foto nostalgiche, dediche, epitaffi, massime e aforismi, emoji che rappresentano stati d’animo e sentimenti, messaggi di cordoglio, che non potranno mai sostituire il supporto che una reale vicinanza può offrire. Un’esternazione del dolore fine a se stessa che ci lascia inevitabilmente soli. Occorre infrangere l’idea che la morte e il ricordo dei propri cari creino una sofferenza insormontabile; occorrono più che mai momenti comunitari – proprio come il Giorno dei Morti – dove riesumare modalità comunicative autentiche, che permettano all’individuo di relazionarsi in un destino comune, trovando sostegno l’un l’altro, come richiede la nostra stressa storia evolutiva.
Trovarsi nei cimiteri, il Giorno di commemorazione dei defunti, è un rituale socialmente condiviso che permette di dare un ordine e un contenimento all’angoscia e al dolore della perdita. E’ un modo di riconoscere anche il valore e l’identità di chi non c’è più, la sua presenza nel passato, il suo essere stato, malgrado la sua scomparsa fisica. Molti aderiscono alla cerimonia, altri respingono l’idea di presenziare. Alcuni non ci vanno mai perché sentono i propri cari in ambiente diverso, altri non ammettono forme di celebrazione perché ritengono che ‘tutto sia finito’. C’è chi definisce quest’usanza come occasione ipocrita destinata all’apparenza di facciata, all’ostentazione dei vivi, piuttosto che sincero raccoglimento nel pensiero dei propri defunti.
Qualcuno preferisce visitare il cimitero soltanto in giorni più discreti, lontano da liturgie e appuntamenti ufficiali. Il cimitero è un luogo fisicamente ben definito con connotazione sociale chiara e condivisa. Permette di rimanere in contatto con i propri defunti, ricordarli ed essere di sostegno agli altri. Recarsi in quel luogo significa andare in un posto che ha una sua sacralità e richiede tanti piccoli rituali, piccole azioni, piccoli impegni – percorrere i vialetti tra le tombe, portare i fiori, accendere un lume, recitare una preghiera, rimanere in un silenzioso dialogo con se stessi e il defunto – che ci permettono di dare una sorta di sede al nostro dolore, alleggerendo il peso delle emozioni forti, rendendo meno pervasiva la sofferenza, riducendo l’angoscia, facendoci sentire meno soli.
Sono gli stessi gesti, le stesse modalità compiute nei secoli da chi c’era prima di noi, con caratteristiche diverse a seconda dell’epoca e civiltà, ma con lo stesso senso profondo. In alcune aree del mondo la commemorazione dei defunti assume un’importanza che supera per quel giorno le esigenze dei vivi. In Messico il Dia de Muertos, di origini preispaniche, diventa una festa di due giorni che coinvolge l’intera popolazione: l’1 novembre festeggiato dai bambini e il 2 dagli adulti. Si preparano gli altari dei morti attorno alla sede tombale, un arco addobbato con fiori, foto del defunto, incensi, per favorire il ritorno del caro estinto almeno per quei giorni. Vengono distribuiti dolci e pan de muerto ricoperti da zucchero colorato. La glassa di colore rosso, si narra, fu un’idea dei colonizzatori spagnoli per dissuadere simbolicamente la popolazione dalle pratiche dei sacrifici umani ai loro dei. Il colore dominante della giornata dei morti è il giallo, che domina la scena con le composizioni di cempasùchil, dei garofani particolari. File interminabili e suggestive di candele accese segnano il cammino che i defunti dovrebbero percorrere, mentre le famiglie rimangono riunite in cimitero per tutta la notte, con gruppi musicali che suonano le canzoni e melodie che piacevano ai loro cari. Una grande festa sentita che trae le sue radici nell’antichità, mantenendone tutta l’intensità, non solo folklore. Nel 2008 l’Unesco ne ha riconosciuto il valore, dichiarandola ‘Patrimonio immateriale dell’Umanità’.
Ci ha esortato anche Papa Francesco a fare visita ai nostri defunti oltre il Giorno dei Morti, onorarli, ricordarli per chi e ciò che sono stati e non soltanto per colmare il divario che ci separa dalla perdita. Disertare una visita ai nostri cari scomparsi significa privarsi di un momento dedicato esclusivamente al loro ricordo in un luogo a loro riservato. E se ci imbattiamo in qualche epigrafe spoglia, qualche tomba abbandonata, qualche sede sepolcrale davanti a cui nessuno si ferma, depositiamoci un fiore.

Non arrenderti mai…

Never Back Down (Novastar, 2006)

Ricordi tuo padre cosa diceva?
“Non arrenderti mai, qualunque cosa accada, non arrenderti ragazzo…”
Lui non si è mai arreso, eppure ti ha lasciato solo.
Tuo padre non c’è più e la vita ti circonda indifferente, immane come il cielo.
E guardi il cielo e vorresti essere altrove. Polvere mossa dal vento, invisibile, libera.

“Non arrenderti mai” diceva tuo padre, ma ti ha lasciato solo ed è questo l’unico tuo pensiero.
Anche oggi un cielo color piombo, e oltre le nuvole il mistero di un sole da troppi giorni assente.
Dentro di te è lo stesso. Il gelo perdura anche d’estate. Il cuore, le pietre e il ghiaccio si mescolano spargendo poltiglia di vita e fango. Dolore e vuoto in cerca di rimedio, invano. Ma il tempo è sovrano.
E ti butti nella mischia. Lottando, correndo alla meta. “Non arrenderti mai”, senti la voce di tuo padre. Ma la sua voce non basta, e vorresti di più. Parlargli ancora una volta, contare le sue rughe, sentire l’odore di sigaretta dei suoi vestiti.
Rabbia e lacrime sono tutto ciò che resta. La vita a volte brucia. Come una ferita sempre aperta, sanguina, s’infetta, ma poi guarisce… il tempo è sovrano.

Perciò non arrenderti mai ragazzo, perché la strada è terribile, pericolosa e meravigliosa.
Corri, non fermarti. La salita è una morsa che ti prende il respiro e ti spezza le gambe, ma oltre le colline le nuvole si diradano e c’è speranza di incontrare il sole, finalmente!
Chissà, forse vale la pena tentare… una volta ancora.

Una sera per caso, in una festa in riva al mare di tanto tempo fa…

Quanto di quello che ci succede accade per caso? Probabilmente tutto, anche ciò che crediamo di poter controllare attraverso le scelte che facciamo ogni giorno.
Libero arbitrio o pia illusione? Fiduciosi artefici del nostro destino o felicemente in balìa di questa cosa caotica chiamata esistenza?
La verità è che viviamo perennemente in bilico, e quando fatalmente ce ne accorgiamo è sempre troppo tardi…

… Viki era bellissima coi capelli neri e lisci che portava lunghi e sciolti sulle spalle, ed era ancor più bella quando tornava dall’ufficio coi capelli raccolti da un cerchio di madreperla verde e gli occhiali da vista ancora appoggiati sul naso. Il viso stanco dopo una giornata di lavoro le conferiva un’aria in qualche modo sensuale, e quando glielo facevo notare si scherniva dicendomi che non ero affatto obiettivo perché innamorato, in altre parole che ero rincitrullito.
Da buona italiana le piaceva la pizza e andava matta per il gelato alla nocciola e menta.
Viki era astemia, amava gli animali e odiava il fumo delle sigarette. Suo padre, accanito fumatore, aveva appena superato la quarantina quando morì per un carcinoma ai polmoni, lasciandola orfana all’età di dodici anni.

Avevamo molto in comune io e Viki: lei come me amava andare al cinema e come me preferiva il mare per rilassarsi nel weekend.
C’incontrammo la prima volta al compleanno di Michael, un comune amico. Quella sera i miei amici dovettero insistere parecchio per convincermi a uscire e fare un salto alla festa. Alla fine, mio malgrado, accettai.
Non stavo attraversando un bel periodo: avevo perso i miei genitori in un incidente d’auto appena tre mesi prima e dal giorno della loro morte ero profondamente cambiato. Ero convinto che la vita mi avesse punito con la più grande delle ingiustizie e non sopportavo di stare in mezzo agli altri. Mi sentivo come un guscio vuoto che non aveva più niente da dare, non credevo più in niente e non cercavo l’aiuto di nessuno.

Alla festa mi misi in un angolo a osservare la gente con l’aria di chi non vede l’ora d’andarsene. Fu allora che incrociai lo sguardo di Viki che dopo nemmeno un minuto mi venne incontro per parlare.
A dire il vero, tuttora non ho ben chiaro quale fu il motivo che la spinse ad attaccar bottone proprio con me, ma il fatto è che appena iniziammo ad aprir bocca fu come se ci conoscessimo da sempre.
Viki non mi fece domande sulle cause del mio malessere, io stavo accarezzando il border collie di Michael e lei, senza che le chiedessi nulla, iniziò a raccontarmi del suo cane, di quando ancora bambina raccolse quel cucciolo abbandonato per strada e di quando, dopo quindici anni di vita insieme, gli diede l’ultima carezza prima che un’iniezione del veterinario lo addormentasse per sempre.
Parlammo del mare e della burrasca che c’era stata la notte prima, poi di gite in barca e di libri gialli, dei film preferiti e della musica che ci piaceva ascoltare. Chiacchierammo tutta la notte fino all’alba.
Da quella volta continuammo a vederci regolarmente, finché capimmo che il nostro destino era quello di stare insieme.

Io e lei non smettemmo mai di scambiarci la vita. Lo facevamo in modo semplice: con le parole, coi gesti quotidiani, con gli sguardi, coi pensieri. Usavamo tutto quello che avevamo: i nostri corpi, la nostra immaginazione, gli oggetti che ci circondavano e anche i nostri silenzi.
Era il nostro mondo perfetto, fatto solo per noi. Fino a due anni fa…

E ora che ci penso, ora che finalmente rivedo tutto quanto con la giusta lucidità, in questo nuovo giorno dopo tutti i giorni passati a rimuginare e con tutto il tempo che mi resta per ricominciare… È già troppo tardi, troppo tardi, troppo tardi!

It’s Too Late (Carole King, 1971)

It’s Too Late (Carole King, concerto del 1971)

It’s Too Late (Carole King e James Taylor, concerto del 2007)

It’s Too Late (James Morrison, 2006)

Spaghetti al pomodoro

Sulle note dei Counting Crows ho appena preso una cipolla quando K entra in cucina e mi fa «Spero sia tropea, ne basta mezza.»
«Certo certo, naturalmente!» rispondo subito.
Viviamo insieme da dieci anni, io e K, e ogni volta che mi metto ai fornelli arriva lui a controllare che faccia tutto per bene, come se non sapessi come si fa un banale sugo al pomodoro.
Allora, taglio a pezzetti sottili la mia mezza tropea, la metto in padella, ci verso l’olio…
«Alt, è extravergine spero!»
«Ovvio, è da una vita che usiamo solo quello!» faccio io.
Quindi inizio a soffriggere e…
«Mi raccomando, basta un’indorata!»
«Un’indoche?» faccio un sospiro «Sì dai che ho capito.»
Abbasso la fiamma e butto il pomodoro nel soffritto.
«Hai usato i pezzettoni? Lo sai che sono meglio della passata.»
«Ceeerto che ho usato quelli, che ti credi?», altro sospiro.
Inizio a mescolare e…
«Ricordati il dado vegetale!» insiste di nuovo. Usare il dado era stata un’invenzione di Viki.
«Senti, vuoi farlo tu?» rispondo io porgendogli il dado che avevo appena scartato «Se vuoi accomodati!»
«Ok, non parlo più.» dice lui sistemandosi in un angolo tra la tavola e il frigorifero.
Finalmente concludo la mia preparazione senza ulteriori interventi di K. Rimescolo il tutto a fiamma lenta finché il dado non s’è completamente sciolto, nel frattempo m’accorgo che l’acqua nella pentola sul fornello a fianco ha iniziato a bollire, così ci verso gli spaghetti, regolo il timer a undici minuti, metto il fuoco del sugo al minimo e aspetto.

In effetti K non ha mai parlato, ma mi piace pensare che lo faccia. Lui si limita a guardarmi con interesse, qualsiasi cosa faccio. Lo fa da sempre, lo faceva anche con Viki.
Viki manca come l’aria, a tutti e due. Da quando non c’è più, K ha preso il suo posto sul divano: sente ancora il suo profumo sul cuscino.
Ogni giorno K mi ricorda di Viki, di quando lei tornò una sera con un caldo batuffolo di pelo in braccio e me lo porse dicendomi “Ecco questo è K, è un maschietto e starà con noi per tanto tempo spero.”

“Viki, amore, K è sempre qui mentre tu te ne sei andata. Curiosa la vita eh?”

Sento squillare: la pasta è pronta!
Butto gli spaghetti nello scolapasta in una nuvola di vapore, li verso nella padella del sugo e li mescolo per bene, per finire aggiungo tre foglioline di basilico.
K esclama «Evviva si mangia!»
Ovviamente lo dice senza parlare: scodinzola e si lecca i baffi, gli occhi gli brillano di gioia.
Non ci vuole molto per capire K e quelli come lui, chi ama un cane lo sa bene.
Porto la padella in tavola, una bella spolverata di parmigiano e… buon appetito!

A Long December (Counting Crows, 1996)

Il sogno di mio padre

Burt Bacharach mi accompagna spesso nelle mie faccende domestiche, non c’è musica migliore per rilassarsi e abbandonarsi ai ricordi. Come questo di qualche tempo fa…

Stavo sognando quando sentii bussare alla porta. Andai ad aprire, era mio padre!
Era ringiovanito, ben vestito con una camicia bianca e una giacca di lino beige. E mi sorrideva.
Io lo guardai senza riuscire a dire una parola, quanto tempo era passato. Poi pensai: “E’ vero… è soltanto un sogno!”
Lo feci entrare, lui mi guardava divertito e insieme andammo in cucina.

Così continuai a fare quello che stavo sognando… In effetti è difficile ricordarsi i sogni… comunque sì, stavo pelando delle pesche mature, le avrei poi affettate per farci la macedonia… adoro le pesche… avete presente quando una pesca è matura al punto che riesci a pelarla con le dita?
Mio padre stava in piedi di fianco a me e osservava l’operazione, poi disse: “Devono essere dolci e pure buone… quasi quasi ne mangerei una!”
“Tieni papà!”, gli allungai quella che avevo appena finito di pelare.

La prese e, con un sorriso affettuoso, sentenziò: “La pesca, quando è matura, è il frutto più buono di tutti!”, poi iniziò a mangiarla di gusto, come se non mangiasse da anni. Ventidue anni, per la precisione, da quando se n’era andato.
Ben tornato papà… Quanto avrei voluto dormire ancora!

Raindrops Keep Falling On My Head (Burt Bacharach, 1969)

This Guy’s in Love with You (Burt Bacharach, 1968)

Vite disperse… vite da salvare

Salvami, salva la mia anima maledetta…
Sono una foglia nell’uragano, una bolla di sapone nelle mani di un bambino. Sono prossima alla fine, e ho paura!
L’estate è torrida, ma il gelo dentro pietrifica tutto: pensieri, azioni, desideri. Tutto il vuoto cosmico, un tutto fatto di nulla, pronto ad abbracciarmi, e ho paura!
Nero immoto, inodore, il buio attorno a me. Tengo la luce spenta perché ciò che vedo non m’interessa, e ho paura!
Il tempo scorre e io non ho dimenticato, ora rimuovo il presente e mi nascondo. Ma la pressione aumenta, mi schiaccia, mi umilia, mi rimpicciolisce fino ad annullarmi, e ho paura!
Le mie cose, le poche rimaste, non mi consolano. Ormai sono oggetti estranei, ostili, mi circondano senza scampo, e ho paura!
Dove sei eroe dei miei sogni? Dove siete sogni?
Tutto finisce, si consuma come la vita che m’impaurisce…
Mio eroe, se ci sei vieni qua e portami via con te! Salvami!
Ti aspetto soltanto un’altra ora, perché non voglio avere più paura!

Entro nel cuore della donna, parlo la sua voce. La solitudine ci rende identici, unici.
Ognuno nella sua fetta di universo, uguale agli altri, ma inesorabilmente incomunicabile.
Il bambino prodigio, la moglie disperata, il figlio ignorato, l’uomo innamorato e respinto, il padre e la figlia…
Vittime e carnefici, tutti logorati dal senso di colpa, dal desiderio e dal fallimento.
Intanto le rane piovono dal cielo…
Con Magnolia ho ricordato mio padre e mia madre e ho pianto lacrime bellissime.
E in tutto questo, la musica di Aimee Mann era semplicemente perfetta!

Save me (Aimee Mann, 1999)

Wise up (Aimee Mann, 1999)

La reliquia fa tendenza!

di Federica Mammina

Ciascuno fa, prima o poi, i conti con la perdita di una persona cara. Ognuno reagisce a modo proprio, ma ciò che accomuna chi resta è la necessità di sostenere il vuoto incolmabile, il distacco, l’impossibilità di percepire fisicamente la vicinanza della persona scomparsa. Cosa ci può dare sollievo? Il ricordo? Il rivedere quella persona nelle opere da lei compiute, negli occhi o nelle parole di chi ne parla con affetto? Se si è dei sentimentali forse. Ma per chi si identifica nel materialismo che ha pervaso oggigiorno qualsiasi sfera della vita, non basta: ecco che potrà allora trasformare il proprio caro in un gioiello per portarlo sempre con sé. Un’azienda australiana mette a disposizione di chi lo desideri un’ampia scelta tra braccialetti, ciondoli, anelli e pendenti.
Ma come si dice, la realtà supera la fantasia. E di gran lunga. Il vero business dell’azienda? Trasformare in preziosi oggetti (oltre a latte materno, parti di cordone ombelicale o un ciuffo di capelli del bebè) embrioni “inutilizzati”. Chi dovesse decidere infatti di non donarli, o non potesse permettersi la loro assai costosa conservazione, o ancora rifiutasse l’idea della sepoltura o della cremazione, può risolvere così, e a buon mercato, il proprio dilemma interiore.
La fondatrice la definisce “arte sacra”. Sarà che io mi colloco con orgoglio nella categoria dei sentimentali, ma laddove aspetti così delicati della vita delle persone si intrecciano con l’interesse economico, vedo molto poco di sacro e purtroppo tanto di terreno.

FRA LE RIGHE
Dopotutto, la felicità

Spariscono le sue figlie e scompare anche lei, Irina, la mamma, assediata da una ricerca che non trova risposte. Non sa più dove siano Alessia e Livia, due gemelle di appena sei anni, partite con il padre che fa perdere le tracce. Il loro amore era finito, era finita anche quella parte di vita subìta da Irina, quando viveva le umiliazioni quotidiane di un marito che le infilava ovunque, come le più consolidate abitudine domestiche. Irina cerca le sue figlie ovunque, una madre lo fa, non cede anche quando le indagini finiscono. I minuti dell’attesa sono più lunghi degli anni passati, perché i minuti sono quel tempo in cui ti rendi conto cosa manca, specie in assenza di chi ami. Irina, questo lo pensa e lo vive ogni istante.
Poi un giorno, dall’altra parte del mondo, arriva Louis che rimette insieme i brandelli di una donna che non si riconosce più. E’ possibile che una madre sopravviva e riparta con un dolore così? Sì, è possibile. La felicità ancora esiste, Irina lo capisce quando la trova dentro di sé e non da altre parti, quando sente il tempo per quello che è: adesso, senza retrospettive, né proiezioni.
Louis è un nuovo amore che non toglie nulla a ciò che è stato, “toglie lo zaino dalle spalle quando pesa troppo”. In bilico tra ricordare (ricondurre al cuore) e dimenticare (portare lontano dalla mente), Irina trova un nuovo equilibrio, con Louis vicino.

Mi sa che fuori è primavera“, Concita De Gregorio, Feltrinelli, 2015, un libro a sostegno di Missing Children Switzerland.

“Mia madre”, la struggente scomparsa di un mondo

Pochi giorni dopo aver raccontato di Nanni Moretti al BiFest di Bari [vedi], eccomi in sala per l’appuntamento con il suo dodicesimo lungometraggio, al primo spettacolo di giovedì scorso, nella sua sala Nuovo Sacher. Pubblico delle grandi occasioni, prevale la fascia d’età di coetanei, ma folta anche quella di giovani.

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La locandina

La storia scorre con un ritmo costante, quasi come un fiume maestoso; si intrecciano due storie, quella di qualcosa che nasce, il film che la figlia Margherita sta girando, e quella di qualcosa che finisce, la esistenza della madre; Moretti è il ponte che lega, con una presenza discreta, attenta, affettuosa. Come sedotti dalla compostezza della narrazione, non si riescono a elaborare emozioni o pensieri, se non nella parte finale, dove tutti gli eventi e i passaggi si compongono, e alzandosi e lasciando la sala, si viene investiti da una marea montante di sensazioni.

Ancora una volta questo nostro compagno di strada, questo testimone e interprete di oltre 40 anni di storia italiana e generazionale, ha fatto centro. Ancora una volta si ripropone il tema della perdita, già toccato con “La stanza del figlio”; il modo è lo stesso, composto ma intenso; il senso della scomparsa di una esistenza, e di tutto un mondo, in questo caso quello di una professoressa di latino, come è stata nella vita la madre di Moretti, affiora in tutta la sua struggente ineluttabilità. Un cinema in grado di parlare autenticamente di sentimenti, senza forzature ma anche senza autocensure o timidezze.

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Margherita Buy
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Buy e Moretti

La contemporaneità dei due eventi, la nascita del film e la fine della madre, sono vissuti nel corpo di Margherita Buy, donna, regista e figlia. Una Buy forse alla sua più intensa e completa interpretazione, in un ruolo che pone una donna finalmente al centro di un film, cosa non consueta nel cinema italiano, come spesso lamentato dalle nostre attrici. Altra interpretazione femminile è quella della madre, nel corpo e nel viso tenero e dolososo di Giulia Lazzarini, attrice di cinema, di televisione, e di teatro, tra gli altri con Giorgio Strehler e Luca Ronconi; una interpretazione di assoluta intensità e finezza, che propone questa coppia di attrici come candidata ai più importanti riconoscimenti del cinema italiano.

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Margherita Buy e Giulia Lazzarini

Nanni ha una presenza discreta ma essenziale nel film; un profilo di cui si intuiscono i drammi e i dilemmi, insorti nella prospettiva della scomparsa della madre, che lo portano, tra l’altro, alla decisione di abbandonare una carriera di ingegnere, quasi a sottolineare lo sgomento di fronte alla fine di una vita, e la caducità di ogni diversivo esistenziale. E per finire una interpretazione istrionica e in alcuni momenti irresistibilmente comica di John Turturro, attore americano, stralunato, gigione, che vanta un film mai girato con Stanley Kubrick, inserito in una troupe cinematografica talvolta sgangherata che, in un epico litigio sul set, grida un disperato “fatemi tornare nella vita reale”.

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John Turturro

A questo punto, non resta che aspettare il responso del pubblico, che comunque nel primo week end pone il film al secondo posto, nello stesso trend dell’ultimo Habemus Papam; viste le caratteristiche del film, pensiamo possa incrementare nel passa parola. Buon 25 aprile, magari con un buon film. Buon 25 aprile!

Mia madre“, di Nanni Moretti, con Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini, Nanni Moretti, Beatrice Mancini, drammatico, durata 106 min., Italia, Francia, Germania, 2015

CALENDARIO DELL’AVVENTO
L’abete parlante

“In mezzo al bosco si trovava un grazioso alberello di abete; aveva per sé parecchio spazio, prendeva il sole, aveva aria a sufficienza, e tutt’intorno crescevano molti suoi compagni più grandi, sia abeti che pini, ma quel piccolo abete aveva una gran fretta di crescere.”
“Oh” Se solo fossi grosso come gli altri alberi!” sospirava l’alberello…”

Hans Christian Andersen è il narratore delle piccole cose e dai profondi significati, in grado di dare una voce a chiunque e qualunque cosa, siano esse vanitosi bucaneve, povere fiammiferaie o soldatini di stagno con una sola gamba. “L’abete” (“The fir tree”), favola pubblicata per la prima volta nel 1844, è una delle sue inestimabili perle che racchiude insegnamenti e l’insostenibile leggerezza dell’essere, e del diventare. Contemporanea e attuale; non solo, come spesso si pensa di fiabe e favole, per i bambini, ma anche per gli adulti, i cosiddetti ‘grandi’.
Il desiderio di grandezza dell’orgoglioso abete, che non si accontenta della sua radura di bosco, viene bruciato – e con esso lui stesso – proprio con l’arrivo di ciò che lui aspettava di più, del suo sogno di grandezza, rivelando quanto effimera sia la felicità e l’eterna attesa del futuro, senza mai capire quanto importante sia il presente.
abete-parlanteUna volta raggiunto l’apice, e gustato il momento di gloria, comincia la sua fase di declino: dapprima celebrato nel suo momento di massimo splendore – il carro del vincitore tanto caro all’opportunista -, addobbato e arricchito di oggetti inutili e della vanità tipicamente umana, una volta oltrepassata la curva del successo totale – è la storia a insegnarci che, una volta raggiunto l’apice, non può che cominciare una lenta discesa – è scartato dalla governante di casa, poi dal cameriere e da ultimo persino dai bambini, che ne salvano solo la stella di cartapesta, l’abete capisce solo in questo momento, ormai troppo tardi, il valore di ciò che ha sempre avuto, e ormai perso per sempre. Solo gli animaletti del bosco, simbolo della vera amicizia, gli restano fedeli fino alla fine.
Il Natale diventa l’occasione di una resa dei conti con se stesso; con il suo inappagato desiderio di essere sempre di più, sempre qualcosa di nuovo e diverso senza apprezzare quello che già ha. Che non significa necessariamente accontentarsi.

“L’albero pensò alla sua gioventù passata nel bosco, alla divertente notte di Natale, e ai topolini che erano così felici di aver sentito la storia di Klumpe-Dumpe. «Finito! Finito!» esclamò il povero albero. «Se almeno mi fossi rallegrato quando potevo!»

L’INTERVISTA
Il centro Perez, un rifugio sull’orlo dell’abisso: “Qui si impara
ad affrontare la propria sorte”

“Questo è un luogo di esercizio quotidiano, di resilienza: un carattere del quale oggi si parla molto e che ben descrive l’atteggiamento mentale richiesto a una persona che ha subito un trauma grave e cerca di ricominciare a vivere”. A dirlo è Anna Perale, coordinatrice del centro Perez della Città del ragazzo di Ferrara. “E’ come parlare di amore sull’orlo di un abisso. L’abisso per queste persone c’è sempre, accompagna la loro esistenza. La consapevolezza che ciascuno ha della propria condizione e la sostanziale capacità di affrontare la realtà non prescinde da momenti di disperazione e dolore. Il senso di perdita è sempre in agguato. Ci si fa forza reciprocamente, si vive profondamente il senso di solidarietà. Qui si è senza maschere, affrontare la propria disabilità con serenità non è semplice: la serenità va continuamente sostenuta e sorretta”.
Per riuscirci, Anna, i suoi collaboratori Conrad Binder e Maria Grazie Aretusi, il tirocinante Marco Borgatti, la decina di volontari che dedicano una parte del loro tempo e delle loro energie al centro Perez, cercano di offrire ai 28 ospiti della struttura giornate piene e ricche di stimoli. La mattina dalle 8,30 alle 12,15 si lavora: attività di corniceria, tipografia, stampe digitali, assemblaggi manuali di varia natura su commissioni esterne, cioè lavori richiesti e pagati. Poi mansioni di orto-giardinaggio nello spazio esterno al centro, che occupa la palazzina fra l’edificio principale e la palestra della Città del ragazzo.

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Anna Perale, coordinatrice del centro Perez

“Il pomeriggio – riprende Anna, laurea in Farmacia e qualifica di educatrice professionale – alterniamo il laboratorio teatrale all’attività motoria, al ballo, ai canti corali”. Al corso di ballo può partecipare anche chi è in carrozzina o ha problemi di mobilità. Gli educatori della cooperativa Indaco sperimentano per la prima volta in Emilia Romagna tecniche di coinvolgimento che non escludono nessuno. I canti corali sono diretti da una giovane psicologa diplomata al conservatorio musicale: non hanno solo valore ludico, ma anche riabilitativo per chi soffre di afasia o disartria, cioè problemi nell’emissione e nella deglutizione causati, per esempio, dall’intubamento post coma.

Gli ospiti attuali sono tutti in età adulta, come Gianluca Melloni che ha raccontato su ferraraitalia la sua storia [leggi]. Il centro è intitolato a Francesco Perez, nobile veronese che nell’Ottocento cedette tutti i suoi beni e si mise al servizio dell’Opera fondata da don Giovanni Calabria, di cui la Città del ragazzo è parte. E’ sorto nel 1999 per fornire sostegno a persone con disabilità conseguenti a trami di varia natura: incidenti, ictus, trombosi, emorragie, ischemie…
“Nel tempo la vocazione della nostra struttura è mutata – racconta Anna Perale, in servizio dal 2006 -. All’inizio forniva essenzialmente un servizio mirato alla valutazione e al reinserimento socio-lavorativo dei traumatizzati. Poi si è progressivamente orientata alla formazione e alla riabilitazione. Comuni, Asl, Azienda ospedaliera, Opera Don Calabria sostengono questo progetto. Le leggi sull’inserimento lavorativo di persone con disabilità sono bellissime – afferma la coordinatrice – ma le aziende fanno fatica ad accettare persone con gravi inabilità. La maggiore collaborazione c’è da parte di enti pubblici, cooperative e imprese del terzo settore. Poi va fatta una considerazione: in un incidente stradale può essere coinvolto chiunque, ma i problemi vascolari normalmente colpiscono persone in età matura, dai 50 anni in su. E persone di questa età incontrano più ostacoli delle altre nel reinserimento”.
Il risultato è che il Perez si è progressivamente trasformato in un centro diurno specializzato, a sostegno di uomini e donne alle prese con una situazione della quale hanno consapevolezza. “A differenza di chi ha disabilità congenite, i nostri ospiti hanno lucida coscienza di un ‘prima’ e di un ‘dopo’ “. Il demone è l’evento che ha cambiato le loro vite. “Il lutto della perdita affiora di continuo. Per chi si trova in questa condizione l’accettazione del proprio stato è faticosissima”. Lo è anche per le famiglie: alcune resistono altre si disintegrano. “I genitori restano sempre accanto ai figli, mogli o mariti non sempre ce la fanno a sostenere i congiunti”.
E nel dolore emergono le sfumature caratteriali di ciascuno. “In generale chi si sente responsabile della propria sorte, per un’imprudenza o un eccesso compiuto, si pacifica con se stesso prima degli altri. Ma chi si reputa vittima non riesce a farsi una ragione di quel che gli è capitato. Non ci si rassegna. Non si perdona. Le domanda ‘perché io’, perché proprio a me’ ricorrono quotidianamente”. Insomma, con la disabilità si convive, con l’evento che ha sconvolto la vita è più difficile. “Ogni giorno si riapre il dialogo su questo. Canto e teatro costituiscono forme espressive che ci aiutano a dare sfogo a queste angosce e a rappresentare tutti i vissuti. La cosa che più conforta è percepire che qui non si è giudicati ma sempre accolti”.
Ogni tanto ci sono momenti di tensione. “Per stemperarli un giorno, anziché incartarci nelle rimostranze, ciascuno ha scritto le cose che lo fanno stare bene. Le abbiamo raccolte in un elenco”. Fra le tante si legge: “Mi fa stare bene sentirmi nel cuore e nei pensieri degli altri”.

Sveta, ritratto di donna

Da MOSCA – Svet in russo significa luce, e Sveta luce è, luce è stata, luce sarà.
La guardiana del mio palazzo, anziana dai capelli corti bianchi come la neve, o babushka (la nonnina, in senso affettivo) come la chiamerebbero qui, ha le mani ruvide, grinze e affaticate ma lunghe, eleganti e affusolate. Deve essere stata molto bella, da giovane.
Con lei fatico a parlare, la lingua è una barriera quasi insormontabile. Le poche parole di russo che ho imparato non mi permettono certo di avere una conversazione decente e di capire correttamente quello che vorrei sapere e chiedere. Ma la mia curiosità non ha limite. Accorsa in mio aiuto la mia amica Olga, che mi traduce tutto in inglese o francese, riesco finalmente ad avere gli elementi chiave di un ritratto che volevo fare da tempo.
Sveta ha visto la guerra, ha sofferto la fame, ha vissuto in povertà quasi tutta la vita. Durante il periodo sovietico ha raggiunto un benessere minimo, fatto di mobili marroni, di tappeti polverosi, di fiori finti e di pareti anonime ma anche di pane sicuro, di kacha molle al sapore di cereali, di patate lessate sempre dello stesso sapore, colore e odore, di carote bollite.
Era felice, allora, quando il suo Vladimir era ancora accanto a lei, quando i figli crescevano nell’allegria. Poi uno di loro, Valery, è partito per gli Stati Uniti, ed è diventato professore in una prestigiosa università americana dal nome per lei impronunciabile. E’ arrivato il successo accademico e con esso qualche soldo in più, ma la lontananza, per lei, non aveva prezzo.
Poi un giorno anche Vladimir l’ha lasciata, scivolato nel nero di una miniera. Lei si è ritrovata in cerca di lavoro. Sola. Si ricorda il pranzo in fabbrica, le giovani amiche che le sedevamo accanto e le raccontavano di fidanzati innamorati e di viaggi lontani. Si ricorda il buio e la paura.
Ma Sveta era luce e nel gabbiotto del palazzo di questa via elegante da ricchi ci si era trovata bene, immersa nell’odore di cavolo bollito che proveniva dal primo piano, nel vocio dei bambini che correvano per le scale, nel cinguettio di un canarino di una coppia anglo-finlandese, persa a guardare la televisione mentre sorseggiava un tè caldo e sgranocchiava un dolcetto.
E poi leggeva leggeva e ancora leggeva, ora poteva farlo. Anche se la vista calava ogni giorno, si perdeva nei romanzi d’amore, quelli che un tempo non si potevano leggere, immersa in quelle storie romantiche che aveva sempre sognato.
Sveta era bella, un tempo, mi mostra una foto dei suoi vent’anni a San Pietroburgo, sorridente e felice, con un vestito fiorito e un colorito roseo. E’ la settimana prima di sposarsi, ha i capelli intrecciati, biondi, avvolti sul suo capo come una corona. Una piccola Cenerentola aggraziata.
Sveta è bella, anche oggi, con i suoi capelli corti, bianchi come il latte, come la neve, come il candore della sua bontà, mentre mi sorride e mi porge un biscotto che ha sicuramente preparato domenica pomeriggio. Mi ricorda la mia nonna materna, Sveta, forse per questo le voglio bene.
Ancora un dobre utra un dasvidaniya e ogni volta che la incrocio sono felice.
Una storia come tante, forse, ma questa è sotto i miei occhi, ogni mattina, ogni sera, ogni giorno, una storia che mi accompagnerà non solo finché sarò qui ma sempre, anche quando un giorno sarò rientrata nel mio bel Paese.

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