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La pandemia ci libererà dalle bugie?

 

Fino a poco tempo fa esisteva il vaccino, adesso che ne sappiamo qualcosa in più abbiamo scoperto che non esiste il vaccino ma esistono i vaccini.

Abbiamo scoperto che ci sono i vaccini vivi attenuati (morbillo), i vaccini inattivi (antipolio), i vaccini ad antigeni purificati (pertosse), i vaccini ad anatossine (tetano), i vaccini a Dna ricombinante (Ebola) e che ognuno di questi utilizza un metodo diverso per combattere la malattia specifica, dai microbi vivi ai virus o batteri uccisi con il calore, dagli antigeni alle sostanze tossiche prodotte dai batteri a quelli prodotti copiando informazioni genetiche dei virus.

E a tutti questi si aggiunge il vaccino oggi più famoso, quello che impegna il dibattito pubblico in maniera scomposta, quello anti Covid 19. Attualmente sembra quello più tecnologico, è a base di Rna messaggero (o Mrna), ovvero di una delle due molecole contenenti le informazioni genetiche specifiche per ogni organismo vivente.

L’altra molecola è il Dna, e mentre questa contiene tutte le informazioni necessarie alla vita, spetta al Rna il compito di trasmetterle alla cellula che permette poi la produzione di tutte le proteine che a loro volta permettono a noi di vivere.

Un’altra scoperta che abbiamo fatto riguarda proprio quest’ultimo vaccino.
Gli studi per produrre un vaccino utilizzando Rna messaggero sono iniziati da decenni ma non per prevenire i coronavirus bensì alcuni tipi di tumore, come quello alla prostata o al polmone nonché per prevenire alcune malattie autoimmuni come l’Alzheimer. Il successo di queste ricerche è arrivato grazie al fatto che a BioNTech e Moderna sono stati dirottati fiumi di miliardi, un sostegno senza precedenti da parte degli stati, gli unici a poter spendere per queste finalità e in queste quantità.

Nei decenni precedenti gli studi si erano infatti sempre interrotti per mancanza di fondi, e del resto sappiamo bene quando questa pandemia sia stata esacerbata proprio a causa dei tagli alla sanità e alla ricerca che ci hanno costretto a rincorrere, non essendo stati talmente saggi da prevenire.

Ma proprio questa pandemia ha permesso un salto di qualità e di quantità nella spesa pubblica. Ci siamo resi conto che è possibile fare deficit oltre il 10% e spendere addirittura 156 miliardi in un anno tenendo oltretutto le persone a casa, chiudendo interi settori produttivi e con il PIL italiano e mondiale in caduta libera. Abbiamo imparato che una decisione politica può essere più forte dell’economia.

A questo punto ci sarebbero alcune domande che dovremmo porci e porre.
Ad esempio, perché oggi è stato possibile mentre dopo la grande crisi del 2008 e quelle seguenti non lo era stato? In Italia molte famiglie e numerose aziende furono ridotte alla fame, la povertà aumentò in maniera esponenziale e appena prima della pandemia ancora non si era recuperato tutto ciò che con quella crisi si era perso. Si sarebbero potuti evitare sacrifici e suicidi, disoccupazione e disperazione. Tutto oggi dovrebbe apparire chiaro, comprese le colpe, fu per politica e non per economia.

Nel 2020 non ci si poteva permettere una nuova devastante crisi, sarebbe stato troppo. Ma già si comincia a parlare di restituzione, cioè dovremmo restituire i soldi a noi stessi, visto che la raccolta è stata fatta vendendo Btp e che questi sono stati comprati praticamente tutti da Banche Centrali e nazionali.

Bankitalia, ad esempio, a luglio 2021 aveva in contabilità oltre 631 miliardi di Btp, denaro creato quindi, ma non bisogna dirlo a voce troppo alta. Perché c’è il rischio che i cittadini possano imparare che esistono pasti gratis, ed è questa la prima e più grande verità che il potere deve nascondere.

E allora oggi il punto non è, secondo me, il green pass. Se il vaccino Mrna funziona davvero allora dovremmo pretendere che fiumi di denaro finiscano in ricerca, in scuole e università e sanità perché si arrivi a sconfiggere le altre malattie che sono pandemie perenni e con le quali conviviamo forse inutilmente, per mancanza di soldi che ci sono sempre stati e della giusta decisione politica.
E perché si smetta di mentire sulla capacità di uno Stato di poter spendere per le politiche sociali, per il lavoro, per la casa e per tutto quello che potrebbe rendere la vita “degna di essere vissuta”.

Illustrazione di copertina a cura di Carlo Tassi

Aste marginali e aste competitive
Sofismi da esperti o riflessione seria?

Del Next Generation Eu abbiamo già scritto e quindi, sorvolando la questione politica, ci soffermiamo questa volta unicamente su quella che viene percepita dalle persone come la parte più importante, cioè i miliardi che vengono promessi a vario titolo all’Italia: 209 miliardi di euro da non lasciarsi scappare.
Durante il 2020 sono successe tante cose che hanno determinato l’esigenza di avere fondi a disposizione da distribuire alle famiglie e alle attività che venivano tenute chiuse per la crisi pandemica. Situazione eccezionale e non prevedibile che ha richiesto soluzioni altrettanto non programmate come l’intervento della Commissione Europea e dei miliardi (prestiti e aiuti) destinati alla nostra martoriata economia.
Mentre la pandemia avanzava, il Tesoro procedeva alle classiche aste di Titoli di Stato facendo registrare richieste record da parte degli investitori che puntualmente eccedevano l’offerta. Addirittura il 3 giugno 2020 venivano offerti 14 miliardi di Btp a 10 anni mentre l’importo richiesto era, esattamente, di 107miliardi e 910 milioni.
Il 2020 si è avviato poi a conclusione con un surplus di domanda non evasa di circa 103 miliardi di euro.
Nel 2021 segnalo invece solo l’asta del 16 febbraio in cui l’importo assegnato è stato di 10 miliardi a fronte di una domanda di 68.459,820, cioè un surplus di oltre 58 miliardi.
Dall’inizio pandemia, cioè da gennaio 2020 ad oggi, il mercato ci ha richiesto Titoli a 10 anni per oltre 160 miliardi eccedenti l’offerta, cifra non lontana da quella che ci toccherà gestire nel futuro prossimo, offerta dalla Commissione europea, e per cui il Quirinale ha ritenuto opportuno sostituire il premier Giuseppe Conte con il più esperto Mario Draghi.
Ci sarebbe comunque da segnalare che non esistono solo i Btp a 10 anni ma che ad esempio nel 2020 sono stati offerti al mercato complessivamente più di 500 miliardi di Titoli tra cui almeno 180 miliardi in Bot, questi ultimi tutti a tassi sostanzialmente negativi. E su questo è necessario aprire un altro fronte non secondario, il tasso di interesse.
Come si sa, quello offerto dalla Commissione europea sarà molto basso o nullo, ci saranno condizionalità politiche certo, ma a quelle siamo talmente abituati che non ci facciamo più caso, complice l’idea dell’incapacità italica nella gestione di fondi, confini e mari che… “ben venga” qualche controllo dall’estero. E quindi, di quali interessi ci siamo sobbarcati nelle aste di cui abbiamo parlato in precedenza?
L’asta di giugno 2020 si è chiusa con un rendimento lordo di 1,707% mentre quella di febbraio 2021 con un tasso dello 0,604%. Nettamente sfavorevole rispetto a quello dei futuri bond della Commissione europea che potrà contare sulla tripla A della Germania. Ma come mai a fronte di una richiesta eccedente la domanda di ben 93 miliardi si concede un tasso del 1,7%? Sembra proprio che la legge della domanda e dell’offerta si sia distratta e che la stessa cosa, anche se in forma ridotta, abbia fatto nell’asta di febbraio 2021.
A questo punto introduciamo un’informazione importante che potrebbe far luce sulla questione. Esistono infatti due tipologie di aste utilizzate dal Tesoro, l’asta competitiva e quella marginale:

L’asta competitiva viene utilizzata normalmente per il collocamento dei Bot, le domande vengano soddisfatte al tasso proposto da ciascun operatore secondo rendimenti crescenti. Le richieste allocate sono soddisfatte al tasso proposto da ciascun operatore e quindi ne risultano più tassi di allocazione, quindi la Banca d’Italia calcola successivamente un rendimento medio ponderato e il suo corrispondente prezzo per permettere una ordinata e successiva rivendita di questi titoli alla clientela retail (cioè a quelli che vanno in banca a prenotare l’acquisto di un Bot).
L’asta marginale viene utilizzata per i titoli a medio-lungo termine (Ctz, Btp, Cct/Ccteu e Btp€i) e quindi anche per le aste di cui ho raccontato le vicende. E’ previsto in questo caso che le richieste allocate siano aggiudicate tutte allo stesso prezzo, ovvero il prezzo marginale che è il prezzo meno elevato tra quelli offerti dagli aggiudicatari e vale per tutti gli operatori assegnatari.

Facciamo un esempio pratico per vedere la differenza tra i due tipi di aste, specificando che quando si parla di “operatore” si intende una banca accreditata presso il Mef, cioè di uno specialista in Titoli di Stato, in pratica una piccola cerchia di affidabili banchieri. Dunque, se un operatore vuole comprare un Bot ed offre 100,5 egli pagherà 100,5 a condizione che sia risultato vincitore, cioè aggiudicatario. Se un operatore vuole invece comprare un BTP ed offre 100,8, ma l’offerta più bassa (quella del compratore marginale) è pari a 100,3 allora l’operatore e tutti gli altri aggiudicatari pagheranno 100,3. Tradotto in percentuale di interesse, se all’asta del giugno 2020 oppure del febbraio 2021 l’operatore si è aggiudicato l’interesse del 1,7% oppure dello 0,60%, non vuol dire che questo sia stato il prezzo migliore possibile che il Tesoro (e quindi le nostre tasche) avrebbero potuto ottenere. Magari qualcuno aveva offerto di comprarli ad un interesse del 1% ma si è ritrovato a guadagnare un interesse del 1,7%.
E’ chiaro che qualcuno potrebbe obiettare che questo metodo fa sì che le aste non vadano deserte, che se si offrisse troppo poco allora non avremmo tanti investitori disposti a comprare i nostri Titoli. E’ pur vero che fatico a crederci, che non ricordo aste andate deserte, che quando succede qualcosa del genere esistono dei rimedi. Ad esempio in Germania, dove si offrono tassi costantemente negativi, qualche volta capita e allora lì interviene la Bundesbank, congela i titoli non richiesti dal mercato e li propone all’asta successiva, sempre a tassi negativi. Ma si sa, la Germania è la Germania e noi siamo solo l’Italia.

Di seguito i documenti relativi ai risultati delle aste in argomento e i programmi trimestrali in cui si specifica (leggere le ultime due righe) che verrà utilizzata l’asta marginale

Documenti e fonti:

Risultato asta del 03 giugno 2020

Programma trimestrale di emissione – II trimestre 2020

Risultato asta del 16 febbraio 2021

Programma trimestrale di emissione – I trimestre 2021

NGEU:
Uno strumento di ingegneria sociale per il controllo delle masse

Parlare di Next Generation Eu significa cercare di capire:
– sostanzialmente cosa succede nel mondo e in Europa
– incidentalmente il perché di Draghi, del voto bulgaro al suo governo, dell’appiattimento ad un pensiero unico di partiti che solo ieri si odiavano
– cosa possa aspettarsi il popolo italiano
È un approccio schematico che prende in considerazione un punto di inizio che, anche se non rappresenta il Big Bang, quantomeno ci evita di parlare solo di effetti senza passare dalle cause.
I punti da considerare ai fini del ragionamento sul Ngeu sono almeno tre:
– Quanti sono i trasferimenti reali destinati all’Italia
– Quali le condizionalità politiche
– A cosa è destinato realmente il “piano di salvataggio”
I trasferimenti previsti li vediamo dall’infografica di seguito, di questi una parte sono credito/prestito e una parte sono trasferimenti a fondo perduto.

Se consideriamo che il bilancio Ue è settennale e andiamo a vedere i conti del bilancio 2012- 2018 risulta che l’Italia ha versato 112,85 miliardi e ne ha ricevuto 76,49, di conseguenza ha contribuito al netto al bilancio europeo per 5,2 miliardi all’anno trasferendo all’Europa in sette anni 36,36 miliardi. Nel 2019, proseguendo, l’Italia ha versato 16 miliardi e 799,2 milioni e ha ricevuto 11 miliardi e 386,2 milioni con un saldo negativo che mantiene e conferma l’andamento medio del bilancio settennale precedente.
Per il bilancio 2021-2027 l’Italia dovrebbe versare, calcolando la perdita di Pil conseguente alla pandemia, tra i 13 e i 15 miliardi all’anno per un totale di circa 100 miliardi. Poiché ne dovrebbe ricevere 81 miliardi, il saldo negativo sarà di una 20ina di miliardi cioè un trasferimento di poco meno di 3 miliardi all’anno.
Cosa succede alla parte prestiti, ovvero 127 miliardi? Per calcolare il vantaggio bisognerebbe comparare il tasso di interesse praticato ai Titoli che emetterà la Commissione europea a quelli che sta emettendo l’Italia e che sono prossimi allo zero. Si tenga presente che nell’ultima asta del 16 febbraio i Btp a 10 anni sono stati collocati all’interesse lordo dello 0,604%.
Secondo le stime di Cottarelli, avvalorate all’epoca da Gualtieri, dall’operazione Ngeu (parte prestiti) si avrebbe un risparmio di 25 miliardi. Risparmio comunque tutto da dimostrare poi nella pratica e che non tiene conto del fatto che i Titoli emessi vengono oramai quasi tutti assorbiti dalla Bce e che quindi gli interessi che paghiamo sui Btp vengono poi rigirati all’Italia. Una volta si chiamava “partita di giro” ed era solo contabilità mentre oggi è vita quotidiana.
Compreso che il Ngeu non porterà ricchezza infinita e non ci risolleverà da tutti i mali, passiamo al secondo punto, le condizionalità.
In un momento in cui è necessario spendere e fare debito per assicurare la ripresa, come persino Draghi ha ammesso in varie occasioni durante il 2020, la Commissione continua ad essere ancorata ai principi dell’austerity dettata in particolare dai paesi frugali come l’Austria, l’Olanda e la Finlandia per cui già dal 2024 ci potrebbero essere i primi controlli sul livello delle spese (deficit e debito) che potrebbero anche portare all’interruzione dei programmi di finanziamento. Considerando che è stato previsto per cosa questi finanziamenti si possano spendere, che l’erogazione deve essere approvata dalla commissione e che poi bisognerà rendicontare ogni euro, viene da se che le condizionalità non solo ci sono ma potrebbero rappresentare un peso burocratico enorme. Al punto da limitare sia l’efficacia nell’immediato che la resa nel tempo.
Quelle che precedono però sono per lo più esempi di condizionalità economiche. Un esempio di condizionalità politica potrebbe essere rappresentata … dal governo Draghi che grazie ad una manovra a dir poco inimmaginabile solo poco tempo fa, ad opera di uno sparuto gruppo parlamentare, diventa il gestore del Recovery italiano. Nientemeno una troika anticipata con regia del Pdr e plauso dell’intero emiciclo romano che, se non fosse per l’astensione di Fratelli d’Italia e qualche fuoriuscito, sembrerebbe di essere un po’ più a Est qualche decennio fa.
Detto questo rimane il punto centrale, a cosa serve realmente questo piano e forse, a voler essere diretti, a chi serve veramente.
La Germania ci tiene così tanto che l’Italia si “salvi” da mettere il suo stellare rating a disposizione dei Titoli che la Commissione europea metterà sul mercato nonostante sia stata parte integrante se non fondante dei paesi frugali. Archiviando le contestazioni a Draghi da parte della sua Banca Centrale e dei cosiddetti “falchi” ai tempi del “whatever it takes” (perché la Germania dovrebbe addossarsi le responsabilità del debito italiano & company?), si passa alle benedizioni di oggi e, insieme al francese Macron e all’amico Biden, promuove l’intervento del Ngeu e l’arrivo del salvatore.
Soldi dunque a disposizione dei paesi in difficoltà, Italia in prima linea come maggior beneficiario, mentre loro regalano senza, in sostanza, prendere nulla o quasi. Del resto con il surplus commerciale accumulato la Germania potrebbe tranquillamente fare da sola, quindi pura generosità e sogno europeo.
Ma la debolezza dell’Italia è una questione da analizzare in senso un po’ più ampio. L’Italia è un paese debole dal punto di vista politico ed esprime tutta la sua debolezza nella sua politica estera dato che si muove sempre “a corredo” di necessità altrui, in particolare per tutto ciò che interessa ad americani ed inglesi. Negli ultimi anni la strana corrispondenza tra interessi altrui e la nostra è diventata esplicita anche nei confronti dei francesi con il caso Libia (erano i tempi di Berlusconi – La Russa – Sarkosy) o quello del Mali nel 2012 – 2013. Con il caso, invece, dei turchi lasciati liberi di spadroneggiare nel Mediterraneo e in Libia grazie alla gestione Conte – Di Maio risulta del tutto evidente la nostra debolezza e inconsistenza geopolitica.
Del resto l’Italia, pur avendo inutilmente capacità belliche superiori alla Turchia, non ha altrettanto unità d’intenti e chiarezza di obiettivi, quindi qualsiasi azione di contrasto messo in atto da parte di navi militari italiane sarebbe contestata in primis proprio dalla politica, poi dall’informazione ed infine dalla magistratura, un film già visto.
Dunque un paese debole e instabile internamente a cui si aggiunge poca visione e coerenza estera (Cina si, Cina no) ma indubbiamente ricco, terzo Pil europeo e primo nella ricchezza privata. Un problema serio per i suoi partner e competitor. Abbiamo l’obbligo di rimanere nel campo occidentale per mantenere gli assetti strategici americani e occidentali e dobbiamo rimanere ancorati al sistema euro per non scompensare l’unità europea che si basa sempre più chiaramente sull’egemonia tedesca e la grandeur francese che a tratti riaffiora.
L’Europa ha bisogno in ogni caso che l’Italia continui ad assicurare il necessario interscambio commerciale, un suo crollo scompenserebbe un intero sistema e non certamente solo il nostro Paese.
Come si potrebbe spiegare quello che abbiamo visto succedere in queste settimane, gli eventi che hanno portato all’insediamento di Draghi se non mettendo tutto in riga, analizzando fatti e circostanze che includono l’assetto politico mondiale, gli aspetti macroeconomici, i deficit e surplus delle bilance commerciali di paesi come gli Usa e la Germania. Cos’è l’Italia per paesi così forti e determinati, che hanno piani industriali, commerciali e di interessi internazionali da difendere?
Non possiamo essere noi il pericolo, non lo vogliamo noi e non lo vuole la Germania e la Francia, gli Usa e la Gran Bretagna. Abbiamo un ruolo nello scacchiere altrui, di cui non è sensato pensare di essere parte decisoria, bisogna rispettare e continuare ad essere dei buoni gregari. Dobbiamo anche accettare di essere salvati e che venga deciso come.
L’Italia è una grande risorsa, buona fino a quando fa la sua parte e non crea problemi e quindi da tenere sotto controllo perché si dimostra spesso scheggia impazzita, imprevedibile, preda a volte di impulsi populisti. Ci hanno tenuto sotto controllo benissimo gli americani quando ci hanno impedito di affacciarci troppo ad Est dopo la seconda guerra mondiale, gli inglesi e i francesi hanno tessuto i fili durante gli “anni di piombo” e lo fanno ora i tedeschi per impedirci di rovinare i loro interessi economici, nuova formula di controllo degli stati.
Cos’è il Ngeu? Tante cose o forse una sola veramente centrale, qualcosa che fa a pagamento quello che una banca centrale potrebbe fare gratis, uno strumento di ingegneria sociale per il controllo degli stati europei che serve a tutti tranne, forse, a quelli che avrebbero bisogno di sostegno finanziario.

La politica non funziona, ma tutti vogliono i titoli italiani

Tutti vogliono i Bot e i Btp italiani. Successo nelle aste di ferragosto nonostante la politica continui a non funzionare.

Questa settimana ha visto interessanti spunti di riflessione dal punto di vista dell’emissione di Titoli di Stato. Il dodici agosto il Tesoro ha offerto sette miliardi in Bot annuali venduti in asta ad interesse negativo del -0,192% in calo rispetto al -0,124% offerto nell’ultima emissione del dieci luglio. Il rapporto di copertura è stato del 1,74 in quanto la domanda è stata di 12,2 miliardi, quindi ben superiore rispetto all’offerta.

Giovedì 13 agosto il Tesoro ha invece offerto dei Btp con scadenza a tre, sette e trent’anni, per un importo complessivo di 6,75 miliardi. Il rapporto di copertura è stato anche qui interessante e precisamente del 1,63, 1,43 e 1,39, di nuovo insomma la domanda di Titoli è stata superiore all’offerta.

Ancora una volta è dimostrato il fatto che l’Italia non ha problemi nel trovare finanziatori desiderosi di comprare il suo debito, anzi. Ma sullo sfondo di queste emissioni c’è ancora il Recovery Found e lo Sure e, di certo, non è sparito il Mes con il quale prima o poi ci indebiteremo, visto anche il nuovo posizionamento di Mario Monti all’Oms.

Certo qualcosina in più la paghiamo sugli interessi dei Btp rispetto a spagnoli o inglesi ma questo è dovuto al fatto che l’Italia ha un investment grade bbb-, quindi al fatto che le agenzie di rating, già riconosciute incapaci di dare giudizi seri dal 2008 in merito alla qualità dei debiti, continuano ad avere più credibilità di quanta ne meritino.

Agenzie di rating ma anche Banca Centrale Europea e coordinamento con le politiche fiscali dei Paesi intralciano il corretto andamento degli eventi economici e, di riflesso, condizionano negativamente le aspettative dei cittadini.

Le Banche Centrali “espandono” i loro bilanci e la Bce supera i seimila miliardi seguendo la Fed che ha superato i settemila. Tale espansione è dovuta soprattutto alle politiche di acquisto di Titoli sovrani con lo scopo di immettere liquidità nei sistemi economici in modo da aumentare la capacità di spesa dei cittadini (famiglie e imprese). Acquisti che regolano anche lo spread che si mantiene basso quando c’è in giro la certezza che lo farà davvero o in caso servisse farlo (memo: il “whatever it takes” di Draghi).

Purtroppo le news parlano ancora di recessione, segno che qualcosa non sta funzionando probabilmente perché la moneta da sola non basta. C’è necessità di piani, strategie e unità d’intenti soprattutto nell’eurozona dove le politiche monetarie non trovano il necessario supporto nelle politiche fiscali degli Stati, ognuno segue le sue idee e gli obiettivi non si incontrano. La Bce “produce” soldi mentre gli Stati non li controllano e non decidono correttamente come impiegarli, probabilmente perché non esiste un coordinamento chiaro tra le diverse politiche nazionali che tendono a tutelare interessi particolari piuttosto che quelli della comunità dei cittadini europei.

Insomma, il debito oscilla tra serio e falso problema perché i finanziatori ci sono sempre stati, e continuano ad esserci, dato che l’Italia rimane un buon posto dove investire (un Paese non è fatto di soli politici che ‘discutono’ e giornali che denigrano ma anche di persone che producono, inventano, crescono). Del resto gli investitori sanno che gli interessi dipendono dalle farlocche agenzie di rating americane e non realmente da possibilità di default, quindi mentre comprano sorridono sapendo che non le sostituiremo con serie agenzie europee.

Dietro (o davanti) rimane fondamentale il comportamento (nonché gli Statuti) delle banche centrali che andrebbero rese più dipendenti dalle necessità delle comunità e meno da quelle dei mercati. Per finire, la comunità degli stati europei dovrebbe lavorare seriamente per… la comunità e quindi adeguare le esigenze di spesa (politica fiscale) agli interessi comuni piuttosto che preoccuparsi degli spread e di imporre metodi di indebitamento graditi alle élite finanziarie.

Vanno a ruba i Btp in dollari. Ecco a chi conviene…

L’Italia ha appena emesso Bond in dollari americani, con scadenze varie e interessi allettanti, per un totale di 7 miliardi di euro. Le tre tipologie di Btp sono state collocate al 2,4% per i titoli a 5 anni, 2,9% per il quelli di durata di 10 anni, fino al 4,02% per il Btp trentennale. Interessi che hanno stimolato … l’interesse degli investitori, abituati a ricevere molto di meno sui bond europei emessi oramai, per la maggior parte, a tassi negativi.

I comunicati del Ministero dell’Economia e Finanza specificano che “I proventi derivanti dall’emissione potranno essere impiegati dall’emittente per necessità generali dell’emittente, ivi incluse finalità di gestione del debito”. In altre parole i soldi raccolti, che sono ovviamente nuovo debito, potranno essere utilizzati per saldare vecchi debiti, a dimostrazione del fatto che la più improduttiva delle spese dello Stato è proprio il pagamento degli interessi sul debito. Si fa debito per pagare altro debito.

Gli interessi sul debito pubblico che la comunità si è dovuta accollare negli ultimi due anni sono stati all’incirca 130 miliardi (dati Def e Nadef) che mentre da una parte rappresentano un’esigenza per la moderna economia, dall’altra dimostrano una specifica volontà politica di finanziarsi nel modo peggiore, ovvero vendendo Btp alle condizioni più favorevoli al mercato e meno vantaggiosi per chi li emette (aste marginali invece che aste competitive, conteggio nel debito dei Btp già ricomprati dalla Banca d’Italia, necessità di vendere tutto nella medesima asta a tutti i costi, nessun supporto di una banca pubblica ed ora Btp in valuta diversa dall’euro).

In tale quadro, ovviamente e chiaramente politico prima che economico, il debito pubblico italiano è un enorme contenitore che è arrivato alla astronomica cifra di 2.410 miliardi di euro al 31 luglio 2019. L’ultimo bollettino del Mef sulla composizione dei titoli di stato in circolazione al 30 settembre 2019, rende noto che del totale del debito pubblico 2.015 miliardi e 558,09 milioni sono titoli di stato. Di questi il 71,43% sono Btp, ovvero titoli a più lunga scadenza e sui quali si concentra la speculazione.

E’ ovvio che in un contesto di numeri di questo genere anche il senatore Bagnai, a capo della Commissione Finanze del Senato, abbia ridimensionato la portata degli spiccioli emessi in dollari. Quale danno potrebbero fare 7 miliardi di euro di bond emessi in valuta straniera rispetto ai già oltre 2.000 miliardi emessi in euro?

In realtà non è così semplice, soprattutto quando ci viene detto continuamente che il debito oggi accumulato graverà sulle future generazioni, affermazione che ovviamente non solo contesto io (poca cosa) ma che ha contestato persino Milton Friedmann, padre dell’attuale politica economica neoliberista.

E se dunque la spesa pubblica è a carico nostro, allora mi sembra giusto pretendere la miglior gestione possibile. Se persino i posti letto negli ospedali ed i tetti che coprono le scuole dei nostri figli sono soggette al buon risultato del bilancio statale, allora anche l’emissione di pochi “spiccioli” dovrebbe seguire la logica della buona amministrazione e della lungimiranza politica.

Gli esempi di default che vanno per la maggiore in tv fanno sempre riferimento sempre a stati che hanno emesso debito in valuta straniera, ovvero valuta che gli emittenti non potevano poi controllare. L’Argentina rappresenta l’esempio classico ma anche la Russia della fine dell’ultimo secolo si era indebitata in dollari prima del default.

Certo, se si parte dal presupposto che in ultima analisi non possiamo controllare nemmeno l’euro in quanto abbiamo demandato alla Bce la politica monetaria staccandola dalla politica fiscale e dai vari ministeri del Tesoro, allora cambia poco, siamo d’accordo. Anche l’euro è sostanzialmente una moneta straniera, presa a prestito. Ed a riprova di questo, e se si spulciano le voci del debito pubblico, si scopre che vi sono conteggiati anche i 179 miliardi di debito corrispondenti alla liquidità del Paese. Cioè alla moneta cartacea che utilizziamo, che appartiene alla Banca Centrale Europea e che ad essa devono essere restituiti.

Tornando al punto, le ultime emissioni di Btp in euro non hanno mai raggiunto il livello di interesse che invece dovremmo pagare per quest’ultima emissione. Anzi, nel comunicato stampa n° 173 del 03/10/2019 si legge che “Il Ministero dell’Economia e delle Finanze comunica i dettagli dell’emissione del nuovo Btp€i a 10 anni, con scadenza 15 maggio 2030 e cedola reale dello 0,40%”. Cioè emettere Btp in euro ci costa infinitamente di meno rispetto all’emissione in dollari che oltretutto è anche più rischiosa.

Ovviamente il Sole 24 ore ha spiegato che è solo “un effetto ottico” perché grazie alla stipula di derivati, ovvero di assicurazioni sul debito emesso, alla fine andremo a spendere la stessa cifra in interessi rispetto ad un indebitamento in euro. Una spiegazione con un po’ di buchi intorno e che non dice, ad esempio, che le assicurazioni vanno pagate, quindi ulteriori costi a nostro carico.

E nemmeno abbiamo voglia di andare a leggere le clausole, visto che di derivati qui a Ferrara abbiamo esperienza e che è storia il fatto che i contratti per derivati siano talmente complicati da essere ostici persino a chi li predispone.

La realtà è che vendere titoli in Btp conviene agli investitori e a noi, in fondo, piace far felici gli investitori tanto che dagli anni ’80 gli abbiamo già versato in interessi più di 3.000 miliardi di euro. Perché smettere?

Per crescere all’Italia servono meno letterine e più spesa pubblica

Calo del Pil e aumento degli interessi sul debito pubblico. Questo in sintesi il motivo per cui il debito non scende e l’Europa manda letterine.
Nel primo caso è presto detto. Per fare un bel matrimonio devi spendere, per rendere felici gli invitati e magari per ricevere bei regali in cambio. Perché ci possa essere crescita bisogna spendere in investimenti, opere pubbliche, assunzioni e magari incentivare aumenti di stipendio.
Ovviamente, quando si lanciano i semi sul terreno poi bisogna aspettare che l’albero cresca ed è inutile nel frattempo piangere sui semi versati. I frutti ci saranno ma bisognerà aspettare. Quindi l’investimento oggi, sotto qualsiasi forma si decida di farlo, produrrà frutti tra qualche anno ma nel frattempo il debito crescerà perché quegli investimenti saranno il risultato di una spesa dello Stato.
Ciò che serve è allentare la borsa, aumentare i deficit per fare investimenti e fare in modo che le persone abbiano più soldi da spendere. Poi si aspettano i risultati che non potranno arrivare prima di due o tre anni almeno.
Impossibile contabilizzare annualmente gli investimenti e stupido pretendere di fare questi conti anno per anno. Quindi quello che non funziona, come sempre in questa Europa, è il metodo e l’ossessione per il debito e la spesa dello Stato conteggiata anno su anno e nelle previsioni per gli anni a seguire. Il problema non è certo il governo di turno, soprattutto se si pretende che l’unica cosa che debba fare e accondiscendere i mercati e controllare se i bilanci siano in linea con le attese dei fantomatici investitori. L’impedimento alla crescita viene dalle regole economiche che si pretende debbano essere in posizione privilegiata rispetto alla politica.
Il secondo caso contempla gli interessi che annualmente si pagano sul debito pubblico. Anche qui si guarda al dito e non a quello che il dito mostra. Il debito cresce perché non migliora il rapporto con il Pil, cioè se è vero quanto abbiamo detto ai precedenti punti, sarà vero anche che il debito è destinato a crescere.
Si potrebbe però abbatterlo in tanti modi. Vendendo i btp attraverso aste competitive piuttosto che aste marginali (vedi precedente articolo qui I continui autogol nella partita degli interessi sul debito), oppure si potrebbe non considerare nel conteggio del debito i btp già riacquistati e in possesso della Banca Centrale. Ancora, si potrebbe incentivare l’acquisto dei btp da parte delle famiglie e aziende italiane seguendo il modello giapponese oppure si potrebbe concordare con gli altri paesi dell’eurozona un efficace e costante intervento a sostegno dei debiti pubblici da parte della Bce, sul modello giapponese, americano, coreano, svedese, ecc…
E si potrebbe soprattutto pensare seriamente alla crescita. Ma bisognerebbe rilanciare gli investimenti. E per rilanciare gli investimenti potrebbe seriamente intervenire una Banca comune europea che lo faccia “senza scopo di lucro” perché agirebbe come una banca pubblica e quindi si dovrebbe preoccupare che gli investimenti vengano effettivamente fatti sui territori, e non certo di riavere indietro gli interessi su quanto prestato.
E poi si potrebbe aumentare la liquidità in giro con l’idea dei mini bot, oppure con i certificati di credito fiscale. Ovvero strumenti che potrebbero essere paragonati ad una moneta parallela. Strumenti che permetterebbero l’aumento degli scambi all’interno della Nazione senza creare debito perché funzionerebbero come una moneta complementare e non si toccherebbe l’euro. Ma anche qui parte la litania dello spaventare i mercati e gli investitori.
Siamo all’isteria. Non è più nemmeno possibile immaginare delle soluzioni che, ancor prima che qualcuno si spaventi realmente, ci pensa Ilsole24ore a mettere in guardia, a frenare qualsiasi possibilità di scostamento dalla linea tracciata dai padri fondatori della gabbia neoliberista.

Il consiglio è sempre lo stesso. Provare a capire chi si sta difendendo quando si rifiuta di prendere in considerazione strade diverse, quando si attacca chi propone qualcosa di nuovo e si impone la strada vecchia. La stessa che sta distruggendo la nostra economia e costringe uno Stato a programmare l’esistenza dei suoi cittadini affinché siano in grado di pagare dai 50 ai 70 miliardi di interessi all’anno, quando non ce ne sarebbe alcun bisogno.
Tutti i modi per aumentare il benessere dei cittadini passano da decisioni politiche e non da regole tratte dal manuale del piccolo economista. Tante soluzioni o strade che sarebbe possibile seguire, o tantomeno discutere, affinché la crescita sia non solo possibile ma anche equa e costante e che si basi su cooperazione e condivisione piuttosto che su mercati finanziari, borse, guerre commerciali, competizione e letterine dei soliti noti.

Dalle clausole di salvaguardia al Fiscal Compact l’Europa ci chiede ancora soldi

Il 2019 sarà fondamentale dal punto di vista della tenuta dei conti pubblici futuri principalmente in ordine a due questioni: le clausole di salvaguardia e il Fiscal Compact.
Nel primo caso sarà necessario trovare 20 miliardi al fine di bloccare l’aumento dell’iva mentre nel secondo un po’ più di 1.200 miliardi distribuiti sui prossimi 20 anni se il Fiscal Compact dovesse essere incorporato, come previsto, nell’ordinamento giuridico dell’Ue entro il primo semestre del 2019.
Tutto questo non per colpa di questo Governo ma semplicemente perché “ce lo chiede l’Europa”.

Le storie
Di clausole di salvaguardia si comincia a parlare molto tempo fa, addirittura durante l’estate del 2011 cioè nel periodo della manovra finanziaria dell’allora Governo Berlusconi.
In quel periodo, come qualcuno ricorderà, andava molto di moda la parola default, si parlava cioè del pericolo che lo Stato italiano potesse dichiarare l’impossibilità di rimborsare i Titoli del debito pubblico causa aumento eccezionale dello spread che, ad Agosto 2011, era arrivato quasi a toccare i 400 punti dai circa 100 registrati a inizio anno. Al 10 novembre sarebbe poi arrivato a 572, data del memorabile “Fate presto” del sole 24 ore.
Il sen. Mario Monti, in un’intervista televisiva a inizio 2013, dichiarò che 100 punti di spread costavano allo Stato, e quindi ai cittadini italiani, 20 miliardi di risparmi. In realtà l’affermazione era frutto di un calcolo abbastanza grossolano (sicuramente “voluto” e per semplificare) in quanto non teneva conto che l’aumento del tasso di rendimento conseguente all’aumento dello spread non andava applicato su tutto il debito pubblico ma solo sulla parte in btp, titoli a lunga scadenza, e quindi su circa (allora) 1.500 miliardi. Inoltre, non veniva detto che ovviamente si parlava di nuovo debito in scadenza e da rinnovare e che sarebbe stato spalmato sugli anni a venire e quindi che i costi maggiori si sarebbero palesati almeno dopo 4-5 anni.
In conclusione una cifra plausibile di quanto sia potuto costare la democrazia potrebbe essere circa 40 miliardi spalmati su un decennio. E questo per un Paese che conta un pil di circa 1.700 miliardi ed è tra le prime 9 potenze economiche mondiali.
In ogni caso il momento era grave, e Berlusconi non poté fare altro che stringere un patto con l’Unione Europea al fine di poter approvare le misure previste nella sua manovra. Pena la crisi dei conti pubblici, un po’ quello che è successo con l’ultimo Governo quando è andato a chiedere un deficit del 2,4% ma stavolta risoltosi in maniera meno drammatico e con un accordo tra le parti.
All’epoca Berlusconi dovette invece capitolare all’attacco orchestrato dai mercati, anche perché Il “wathever it takes” di Mario Draghi era ancora lontano da venire. L’intervento della Bce arrivò solo un paio di anni dopo (a differenza degli interventi più tempestivi della Fed, della Boj e della Banca Centrale inglese), a suggello della constatazione dell’ovvio: non serviva l’austerity ma un intervento di politica monetaria per riequilibrare i conti.
Con le clausole di salvaguardia il Governo si impegnava a reperire entro il 30 settembre 2012 ben 20 miliardi di euro, pena l’obbligo di tagli alla spesa pubblica, aumento delle aliquote Iva e delle accise e un taglio lineare alle agevolazioni fiscali.
Il Governo Berlusconi resse fino a novembre quando il picco dello spread e la minaccia del default sul debito pubblico (che senza una Banca centrale di proprietà non era gestibile, come abbiamo visto) presero il sopravvento, poi lasciò il governo del Paese a Mario Monti e alla sua schiera di “tecnici”, ad anni di tagli e di riforme lacrime e sangue, tra cui la riforma delle pensioni del Ministro Fornero, che potrebbe essere arrivata al capolinea nel caso l’attuale governo giallo-verde sopravvivesse a se stesso, cosa non scontata.
Ed è dunque dall’insediamento di Monti che i governi cercano, annualmente, di reperire i fondi necessari per disinnescare e sterilizzare parzialmente e temporaneamente le clausole di salvaguardia Iva. Un regalo indigesto che si rinnova di anno in anno e che ogni Governo fatica sempre più a passare a quello successivo.
Ma se 20 miliardi possono sembrare tanti pensate a quelli che bisognerà sborsare per il Fiscal Compact. Il Trattato, denominato appunto Fiscal Compact, è entrato in vigore il 1° gennaio 2013, quando cioè fu ratificato da dodici Paesi dell’Eurozona (Austria, Cipro, Germania, Estonia, Spagna, Francia, Grecia, Italia, Irlanda, Finlandia, Portogallo, Slovenia). L’Italia lo ha ratificato con la legge n. 114 del 23 luglio 2012. In seguito fu ratificato da tutti gli altri.
L’art. 16 del Fiscal Compact prevede che, al più tardi entro cinque anni dalla data di entrata in vigore del Trattato stesso (e dunque, entro il 1° gennaio 2018), sulla base di una valutazione dell’esperienza maturata in sede di attuazione, siano adottate le misure necessarie per incorporarne il contenuto nella cornice giuridica dell’Ue.
Quest’anno, come si legge sul sito della Camera dei Deputati, il Parlamento europeo e il Consiglio sono invitati ad adottare la proposta di incorporazione del Fiscal Compact nell’ordinamento giuridico dell’Ue entro il primo semestre del 2019. Insomma bisogna sbrigarsi, darsi da fare per… aumentare i nostri problemi dicendo però che li stiamo risolvendo.
Il Fiscal Compact prevede che i debiti pubblici non debbano eccedere il 60% del rapporto con il pil e per l’Italia, che è al di là del doppio consentito e registra un debito pubblico di oltre 2.300 miliardi, significa dover restituire qualcosa come 50-60 miliardi di euro all’anno (in misura decrescente) per 20 anni che ovviamente ogni Documento di Economia e Finanza dovrà prevedere e ogni legge di bilancio dovrà sostenere.
Sommati Clausole di Salvaguardia + Fiscal Compact fanno dunque circa 70-80 miliardi all’anno da aggiungere ai nostri saldi primari, ovvero al bilancio dello Stato prima degli interessi. Attività reali che dovranno essere oggetto di tagli ad uso di attività finanziarie.

Riflessioni
Il punto non è ovviamente, e spero che non vi sia sfuggito, dove trovare tali risorse. A tutti è chiaro che saranno i cittadini a pagare il prezzo delle decisioni prese ai tavoli di Bruxelless e Francoforte e dovremo farlo accettando aumenti di tasse e contenimento delle spese da parte della Pubblica Amministrazione, cioè meno ospedali, scuole, strade, investimenti, pensioni e salari. E anche meno democrazia, visto che il Movimento 5 Stelle si sta affrettando a promuovere la sua ricetta del risparmio anche nei confronti del numero dei parlamentari che porterà ad un astronomico risparmio di 500 milioni. Come tentare di svuotare il mare con un cucchiaio.
Nel 2011 l’Italia era sotto attacco della speculazione e per un possibile aumento del debito futuro di (forse) 40 miliardi ci siamo addossati l’onere di trovarne 20 subito. Nel 2013 si accettò il Fiscal Compact perché gli interessi sui debiti sovrani non cessavano di crescere e questo portò a pensare che l’euro come valuta stesse arrivando al capolinea.
Ma risolto il perché e chiarito che tutto quello che ci viene tramandato come un dogma è solo il frutto avvelenato di trattati di cui molti firmatari si stanno in larga parte pentendo (Il fiscal compact l’ha definito sbagliato Berlusconi, Fassina, Renzi, Grillo, Meloni e Salvini ma stranamente non si registrano azioni concrete sulla strada della sua cancellazione), perché non cominciare a discutere dell’opportunità di queste regole piuttosto del come trovare i soldi?
Sia le clausole di salvaguardia che il Fiscal Compact sono accordi che derivano in larga parte dalla paura dei debiti pubblici instillata in Europa dalla Germania. Una paura che serve sostanzialmente per imporre a paesi come l’Italia riforme strutturali che servono a far funzionare in maniera autonoma mercati e finanza, non certo a ricercare il benessere per i cittadini europei.
Un’Europa politica non esiste come non esiste una condivisione di valori sui quali costruire un nuovo Stato che sostituisca quelli esistenti. Questa Europa che si fonda sulla competizione tra gli Stati è tenuta insieme esclusivamente da una politica monetaria completamente disgiunta dagli interessi dei popoli, ma accomunati dal terrore del debito pubblico che permette la ratifica di richieste inutili ed assurde.
Fuori da questo schema tutto nostro non esiste un Paese normale che sia stato chiamato a ripagare il debito pubblico. Ciò che l’anomalia dei principi su cui si basano i Trattati Europei ci sta’ regalando è solo un futuro peggiore del presente, per la prima volta nella storia dal secondo dopoguerra. Un futuro di disoccupazione e di diritti negati.
In altri stati il debito pubblico si affronta come si conviene e per quello che è. Ci si preoccupa sostanzialmente di rinnovare i Titoli di Stato in scadenza e si riesce ancora a fare un minimo di distinzione tra contabilità e vita reale. Rinnovare il debito è una cosa sempre possibile anche se hai un debito che sfiora il 260% come in Giappone, perché il debito pubblico è un fatto contabile e così viene affrontato nel mondo. Quando lo Stato spende costruisce ospedali e scuole o paga pensioni e stipendi e quindi la sua spesa diventa un credito per i cittadini che lo ricevono. Senza un debito contabile di qualcuno non ci potrebbe essere il credito contabile di qualcun altro. Una Nazione per sopravvivere in dignità ha bisogno di una costante spesa da parte dello Stato.
Nei Paesi dell’eurozona si sono firmati accordi che prevedono il governo dei mercati finanziari, accordi che certo conoscono bene anche gli altri paesi nel mondo. Ma da noi abbiamo anche reso indipendente la Banca Centrale Europea dopo avere declassato le nostre banche centrali nazionali, rendendo di fatto incontrollabile spread e interessi sul debito, fenomeni che solo a casa nostra, indubbiamente, sono diventati per questo un problema.
Un problema creato ad arte e non fisiologico o naturale, un problema dovuto alla natura distorta della normativa europea intenta a tutelare interessi diversi da quelli dei cittadini. E se l’Europa è indubbiamente la nostra casa non vuol dire che debba esserlo anche l’Unione Europea.

In copertina: illustrazione di Carlo Tassi

Titoli di Stato: non sono loro il pericolo per le banche

Nei tempi moderni, con comici meno geniali di Charlie Chaplin, uno dei problemi della banche è la loro ‘esposizione’ in titoli di Stato. Le banche italiane hanno in pancia circa 400 miliardi di titoli italiani per una percentuale di oltre il 10,7% del totale degli attivi. Rispetto ad altri Paesi europei una specie di primato, la Spagna, ad esempio, arriva solo a circa 200 miliardi per un 7,6% del totale degli attivi.


Esposizione in titoli domestici delle banche europee. Dati in miliardi di euro, scala sinistra e in percentuale, scala destra (Fonte: grafico elaborato da Ilsole24ore su dati Bce)

Ovviamente parliamo soprattutto di titoli a lunga scadenza perché è su questi titoli che si concentra l’altalena dello spread e soprattutto la speculazione, che per poter guadagnare dalle variazioni di prezzo ha bisogno di operare su lunghi periodi di tempo.
Quando lo spread sale il prezzo dei titoli cala e di conseguenza ha effetti negativi sul capitale di vigilanza delle banche, ovvero sul cosiddetto Cet1 Ratio, quel parametro che serve a misurare la solidità di un istituto. Per effetto dello spread in rialzo nel 2018, ad esempio, Intesa Sanpaolo ha ridotto la sua capitalizzazione di 45 punti mentre Unicredit di 39 punti; Ubi Banca di 52; Banca Mps di 67; Banco Bpm di 70 punti (fonte: Ilsole24ore).
Ovvia conseguenza di tale situazione è una perdita del valore degli istituti bancari anche sulle borse dove, appunto, i titoli bancari stanno registrando perdite continue contribuendo alla perdita generale di capitalizzazione delle stesse.
Eventi che si vuole far passare come eccezionali, distribuendo genesi e colpe e mistificando la semplice normalità di un sistema lasciato a se stesso. Tutto si dice e si scrive, tranne ammettere che quanto accade è la logica conseguenza della scelta di affidarsi alle dinamiche del mercato piuttosto che all’indirizzo statale e ai bisogni reali della maggioranza delle persone, che ha generato, tra le tante conseguenze, anche quella dell’instabilità bancaria e dell’insicurezza dei risparmiatori.
In un sistema del genere i titoli di Stato, utilizzati per finanziare lo Stato attraverso lo strumento delle Banche Centrali nate per garantire e rendere sicuro il debito del “sovrano”, diventano spazzatura e fonte di preoccupazione. Il tutto, per quelli attenti, a volte si confonde con la mistificazione politica.

I giornali e le pagine finanziarie si fermano ai dati tecnici, raccontano di come o cosa fare per ridurre l’esposizione dei titoli di stato al fine di evitare che le banche diventino troppo fragili e siano troppo esposte ai mercati, ma non arrivano alla scelta di base. I mercati sono amici del sistema e anzi tutti, dalla banca centrale europea a Bankitalia, dai rappresentanti europei a quelli nostrani, fanno a gara per tutelarli e lasciarli quanto più indipendenti si possa immaginare. Perché tutti, in particolare prima delle elezioni, ci tengono a dichiararsi liberali o liberisti, non senza la necessaria confusione semantica, perché nell’immaginario collettivo oltre il liberale e il liberista c’è il fascista o il comunista passando per il populista e il sovranista. Insomma quello che ci dicono realmente è: tranquilli noi vogliamo che tutto rimanga esattamente com’è adesso, anche le vostre lamentele.
Di conseguenza nessuno affronta seriamente il fatto che il problema nasce dalla scelta che il prezzo dei titoli di stato debba farlo il mercato, nessuno lo mette in discussione e nessuno dà i necessari spazi di discussione, o di democrazia, per rielaborare la scelta e quindi, di grazia, perché poi lamentarsi?

E come sostituire i 400 miliardi di titoli di stato in pancia alle banche? Potremmo fare come suggerisce il movimento internazionale Positive Money, molto attivo in Gran Bretagna, e quindi assicurare una specie di ‘pareggio di bilancio’ tra attivi e passivi, cioè prestare solo quello che si ha in cassaforte. In parole povere le banche dovrebbero avere tanti risparmi per quanti prestiti hanno intenzione di fare, ma a me piace utilizzare la carta di credito e quindi non sono di quest’opinione, anche se qualche tempo fa l’idea non mi era sembrata malvagia.
Nella nostra economia moderna le banche hanno il compito di far girare l’economia fornendo credito ma hanno anche il dovere di essere solide, di non fallire, di rassicurare i risparmi dei cittadini e di assicurare la moneta in circolazione sotto forma di credito. Per farlo non hanno molte opzioni, sempre se vogliamo rimanere in un’economia moderna e quindi attuale.
Le banche devono essere garantite e controllate dallo Stato attraverso una banca centrale dipendente dalle istituzioni pubbliche e non dai mercati. Le banche devono essere garantite a monte perché è ovvio che non hanno il denaro che prestano e che mettono in circolazione, creano denaro quando prestano e quindi quello che gira, e che permette all’economia di sostenere se stessa attraverso gli scambi, non può essere garantito solo dalla banca di turno o dall’allineamento di Giove con Marte, ma deve essere garantito da un solido sistema Parlamento-Stato-banca centrale. Altrimenti crolla, e per ricordarlo ai ferraresi c’è Carife.
Nel momento in cui il sistema riprende il suo corso normale i Btp ritornano a essere un asset sicuro perché uno Stato non può fallire su questo, potendo in ogni momento soddisfare le richieste di rinnovo dei titoli. Ma questo è vero solo se uno Stato è proprietario della sua moneta e della sua politica economica e di bilancio, ovvero se è sovrano come ad esempio lo stato italiano citato nella Costituzione, che però non esiste più da tempo. Oggi il titolo di stato non è più un titolo sicuro semplicemente perché è affidato al libero gioco dei mercati finanziari, a differenza di quanto succede ad esempio in Giappone dove i titoli di stato sono venduti alle famiglie e agli istituti giapponesi e quindi rappresentano solo un modo tra quelli possibili di far girare la moneta e quindi l’economia.
Certo, si dirà, però il Giappone cresce meno dell’Europa, il che è quanto dire! Sarà pure vero se calcoliamo la crescita attraverso il pil e le ‘fredde’ statistiche, ma se consideriamo la cosa, per esempio, dal punto di vista della disoccupazione scopriamo che quella giapponese ruota intorno al 3%, mentre noi fatichiamo a scendere sotto il 10%. Oppure potremmo calcolare la cosa in termini di efficienza e capacità di spesa, e qui scopriamo che loro ricoprono baratri e rifanno strade in un paio di notti mentre noi impieghiamo anni, quando ci viene permesso, per coprire un paio di buche nella piazza principale del paese. Loro ricostruiscono dopo gli Tsunami e i disastri nucleari mentre noi fatichiamo a rifare l’orlo al Castello estense perché prima dobbiamo rimettere a posto il foglio di bilancio statale, cioè il nulla.

Quindi le banche non sono in pericolo perché hanno in pancia asset poco sicuri come i titoli di Stato, ma l’economia è in pericolo perché qualcuno ha scelto che bisogna rendere dipendenti dal mercato i titoli di Stato, che le banche non debbano essere garantite dagli stati e che questi non possano controllare l’emissione dei titoli, l’interesse e la circolazione della moneta nonché l’emissione e la circolazione del credito bancario.
Le banche sono come il clima senza però una Greta Thunberg. Già tutte fallite e vittime di un sistema che non ha voglia di cambiare e di rigenerarsi perché costringerebbe troppi ricchi e potenti a fare un passo indietro.

Come l’austerità ha impoverito l’Italia in nome del debito pubblico

Negli ultimi dieci giorni il Sole24ore ha dedicato almeno una trentina di articoli al debito pubblico, con utilizzo di titolone allarmistico oppure collegando l’argomento al deficit o alla mancata crescita. L’Ansa, ripresa da Repubblica, rilancia e titola “Bankitalia, allarme sul debito, nuovo record a febbraio scorso”.
Anche il Ministro Tria ne parla spesso e pone espliciti limiti alla sua manovra di politica economica proprio perché ha ben presente che l’Italia è uno di quei paesi ad “alto debito pubblico”. Ci tiene a rassicurare l’Europa sulla tenuta dei conti pubblici ovvero che vigilerà affinché sui fogli di bilancio statali alcuni più corrispondano ad altrettanti meno. Contabilità dunque, quella che viene prima della vita reale, dei rimborsi CariFe e dei pensionati.
Del resto l’allarme Debito Pubblico non ha senso macroeconomico, ma serve proprio per giustificare le politiche di austerità che sono alla base delle disuguaglianze e dell’arricchimento di pochi ma che, senza il consenso popolare basato sulla paura del mostro, non sarebbe possibile attuare.
E proprio questo consenso popolare che si è sviluppato intorno al tema non fa altro che ingigantire il problema piuttosto che risolverlo. Le politiche economiche degli ultimi 25 anni legate all’austerità attraverso il contenimento della spesa pubblica, dei salari e della domanda aggregata hanno creato i problemi che adesso si cerca di risolvere con le stesse politiche con le quali sono stati creati. Cioè con più austerità, contenimento della spesa pubblica e dei salari, distruzione della domanda aggregata… e la ruota gira!
Di questo tipo di politiche ne parla Servaas Storm, noto economista olandese, che dedica un paper alla lunga crisi italiana con questa conclusione: “Nello studio, dimostro empiricamente come la recessione italiana debba considerarsi una conseguenza del nuovo regime economico post-Maastricht adottato dall’Italia a partire dai primi anni ’90”. In pratica il problema non è il debito pubblico ma le politiche economiche messe in campo per abbassarlo, in particolare, sotto accusa, i vincoli imposti dai trattati europei.
Scrive: “fino agli inizi degli anni ’90, l’Italia ha goduto di decenni di crescita economica relativamente robusta, durante la quale è riuscita a raggiungere il reddito (per persona) delle altre nazioni della zona euro. Nel 1960, il Pil pro capite dell’Italia (a prezzi costanti del 2010) era l’85% del Pil pro capite francese e il 74% (in media ponderata) del Pil pro capite in Belgio, Francia, Germania e Paesi Bassi. A metà degli anni ’90, l’Italia aveva quasi raggiunto la Francia (il Pil italiano pro capite era pari al 97% del reddito pro capite francese)”.
Quindi la strada intrapresa sembrava buona, ma dagli anni ’90 inizia (o si inasprisce) l’austerità. Tra gli anni ’60 e i primi anni ’90 il divario tra i salari reali italiani e quelli degli altri principali paesi europei si riduce al lumicino ma poi ricomincia a crescere ed oggi è persino più ampio che negli anni ’60. Tutto sacrificato sull’altare di Maastricht e delle politiche austere.
Nel 1992 l’uscita dallo Sme dell’Italia riporta in alto le esportazioni e la competitività italiana, ma già da allora i politici italiani vanno in senso contrario alla crescita. Basti pensare a Giuliano Amato e alle sue finanziarie lacrime e sangue e al loro impatto recessivo, fino a Prodi che lavorò per riportare l’Italia in un sistema di cambi fissi, quindi in un sistema che scarica le tensioni economiche sui lavoratori piuttosto che sul cambio.
Continua Storm: “seguendo pedissequamente le regole macroeconomiche europee, l’Italia ha determinato una carenza cronica di domanda interna. Questa è il risultato (a) dell’austerità fiscale permanente, (b) del persistente contenimento dei salari e (c) della mancanza di competitività tecnologica delle imprese italiane, che, in combinazione con un tasso di cambio sopravvalutato, riduce la capacità delle imprese italiane di mantenere le loro quote di mercato a fronte della concorrenza dei paesi a basso reddito. Questi tre fattori stanno deprimendo la domanda; riducendo l’utilizzazione degli impianti e danneggiando gli investimenti, l’innovazione e la crescita della produttività, bloccando dunque il paese in uno stato di declino permanente, caratterizzato dall’impoverimento costante della matrice produttiva dell’economia italiana e della qualità dei suoi flussi commerciali”
Insomma, le politiche economiche degli ultimi venticinque anni hanno di fatto abbassato e contenuto i salari il che ovviamente ha depresso la domanda interna a favore di quella estera che, come misura isolata, non produce grandi effetti sul pil che non crescendo fa aumentare la forbice con il debito e dà fiato agli articoli del Sole24ore. Per invertire il processo bisognerebbe fare in modo che il lavoratore italiano avesse gli strumenti monetari e la tranquillità psicologica di poter spendere, il contrario di quanto fatto finora.
Quello che l’economia richiede è la spesa, non l’attenzione ai bilanci. Ma in costanza di debito, la spesa è diventata un tabù e grazie alla propaganda mediatica l’austerità viene persino accettata di buon grado, anche se nell’ultimo anno l’ondata populista sembra voler dare una svolta al pensiero comune. Il prof. Storm fa un simpatico parallelo tra l’accondiscendenza italiana alle politiche austere e il sentimento popolare francese “I governi italiani (inclusa la coalizione di centro-sinistra di Renzi) hanno continuato a gestire significativi avanzi di bilancio primari (di oltre l’1,3% del Pil in media all’anno) durante il periodo di crisi 2008-2018. Mostrare una disciplina fiscale permanente era una priorità assoluta, come ammise il primo ministro Mario Monti in un’intervista del 2012 con la Cnn, anche se ciò significava “distruggere la domanda interna” e spingere l’economia in declino. L’impegno quasi “svevo” dell’Italia nei confronti della disciplina fiscale è in contrasto con quanto fatto dalla Francia che ha registrato disavanzi primari in media del 2% del Pil nel periodo 2008-2018 e ha permesso al suo rapporto debito pubblico/Pil di salire a quasi il 100% nel 2018. La Francia ha dunque fornito stimoli fiscali (speso) per 461 miliardi mentre l’Italia ha drenato 227 miliardi dall’economia attraverso gli avanzi di bilancio. I tagli al budget italiano si manifestano in diminuzioni non banali nella spesa pubblica per la spesa sociale pro capite …. Non si osa speculare su quale sarebbe stata la protesta dei “Gilets Jaunes” (gilet gialli) se la Francia avesse attuato un consolidamento fiscale in stile italiano dopo il 2008.”
Insomma, in Francia la “società civile” non sarebbe stata, probabilmente, così tollerante. Da noi ci viene detto, nonostante dati e ricerche lo contestino, che siamo i colpevoli della nostra bassa crescita e del debito pubblico, dei nostri bassi stipendi e della nostra dipendenza politica dall’Europa che conta. La colpa è nostra, gli errori del sistema non c’entrano niente e non ci assolvono.
E invece non esiste un paese normale senza un debito pubblico e non c’è uno Stato che sia stato costretto a ripagarlo. Quando si racconta questo si sta parlando di Titoli di Stato venduti in valuta straniera e quindi non di una situazione normale. Il debito pubblico deve essere semplicemente sostenibile ovvero rinnovabile a scadenza.
Ogni debito è un credito in mano a qualcun altro. Se si annullassero i debiti non ci sarebbero più crediti e anche la moneta circolante che utilizziamo tutti i giorni è un credito per noi ma un debito per chi la emette, quindi solo un fatto contabile (voce in contabilità pubblica: monete e depositi pari a fine 2018 a 180 miliardi e 140 milioni di euro che sono contabilizzati come parte del debito pubblico). Se scomparisse avremmo dei problemi peggiori rispetto alla sua circolazione.
Attualmente il debito pubblico è pari circa a 2.350 miliardi di cui 1.995 miliardi (31 marzo 2019) sono Titoli di Stato di cui la Banca d’Italia ne ha comprato per 295 miliardi di euro, passando dal 5,5% al 20,2% del totale (sostanzialmente debito ricomprato da chi lo ha emesso). La quota posseduta dagli istituti di credito corrisponde al 19,6%; altre istituzioni finanziarie ne possiedono per il 22,7%; investitori esteri scendono al 28,6% (potrebbe essere un bene stimolare l’acquisto dei Titoli da parte delle famiglie italiane sull’esempio giapponese, Paese che se crollerà sarà per invecchiamento della popolazione e non certo per problemi di bilancio) che tra aprile e dicembre 2018 hanno disinvestito 88 miliardi di euro; anche i privati scendono al 5,1%, ma qui bisogna ricordare che quando fu emesso il Btp Italia banche e persino Poste Italiane ne sconsigliava l’acquisto a favore delle “più sicure” obbligazioni degli istituti di credito. Strani consigli visto che le banche ultimamente falliscono un po’ troppo spesso mentre il Paese Italia ha sempre onorato le scadenze.
A fine anni ’80 il debito pubblico in mano agli italiani superava il 50% e nessuno si sognava di sconsigliarne l’acquisto o di ritenerlo “poco sicuro”.
Nell’ambito del Quantitative Easing la Banca d’Italia ha anche acquistato circa 40 miliardi di euro di obbligazioni di Cassa Depositi e Prestiti e di altre società a partecipazione statale, il che vuol dire altro debito per la contabilità ma che assomiglia molto al debito creato quando la moglie e il marito si “prestano” 200 euro per pagare la gita scolastica al figlio.
In sostanza l’austerità è invocata per abbassare il debito pubblico ma le politiche di austerità per abbassarlo peggiorano il livello di vita della società e ci riportano indietro nel tempo perché il blocco della spesa contrae la crescita e lo sviluppo. La contrazione della spesa dello Stato contrae anche la capacità di risparmio dei privati peggiorando le previsioni per il futuro, la contrazione dei salari impedisce la spesa dei cittadini il che diminuisce la domanda aggregata mentre la riduzione del credito alle imprese ne favorisce il fallimento il che aumenta la disoccupazione e… la ruota gira di nuovo.
Il debito pubblico non ha bisogno di essere ripagato ma semplicemente di essere sostenibile e rinnovabile. E se si comprende che uno Stato non è uguale ad una famiglia, diventa più facile accettare che tali qualità non sono necessariamente correlate alla sua grandezza.

Alcune fonti:
Institute for New Economic Thinking
(curioso: la foto in primo piano suonerà familiare ai ferraresi)
Composizione dei Titoli di Stato

I continui autogol nella partita degli interessi sul debito

La partita ItaliavsBruxelles si è conclusa con un risultato non inedito, uno -0,4% che ribadisce un trend inaugurato in precedenza da Berlusconi e Renzi. Diversi premier dall’attacco scompaginato e nessun vero Ronaldo per sfondare la difesa della Commissione europea che invece è forte, ha in mano le leve del potere e non è disposta a cedere quando si tratta di scendere in campo contro l’Italia.
Quindi perché non prendere finalmente e definitivamente le sue indicazioni come leggi costituenti? Eviterebbe oltretutto di vedere i nostri Presidenti del Consiglio andare allo sbaraglio come dei novelli Don Chisciotte che poi tornano a casa con la coda tra le gambe.
Le manovre italiane, a differenza di quelle francesi, vanno realisticamente elaborate a ‘saldi invariati’, cioè devono essere sviluppate senza creare debito, all’interno di un sostanziale pareggio di bilancio. Lo Stato italiano è stato ridotto a comportarsi come il droghiere all’angolo, l’aberrazione Stato = famiglia in eurozona (e solo qui!) è realtà.
Allora accettiamo di essere in gabbia, che non siamo capaci di uscirne qualunque sia la guida politica, e proviamo pacatamente a partire dalla contabilità, quindi dall’ultimo Def, per capire cosa si potrebbe migliorare.

Come si vede dai riquadri in rosso, paghiamo e mettiamo in bilancio una cifra spropositata in interessi sul debito pubblico che, tra le tante cose, ci privano della possibilità di attuare politiche economiche autonome. I riquadri blu ci mostrano che la spesa diminuisce ogni anno rispetto a quanto entra da tasse e balzelli vari che sono invece rappresentati nei riquadri verdi.
Dall’avanzo primario (blu) si evince che lo Stato è un ‘buon padre di famiglia’ perché spende meno di quello che incassa ma, nonostante questo, continua a indebitarsi a causa degli interessi sugli interessi (rosso). Inoltre questi interessi non tendono a calare ma anzi si alzano a ogni minimo starnuto dell’economia mondiale, come abbiamo imparato dagli avvenimenti degli ultimi dieci anni, nonostante il papà chieda sempre più soldi alla sua famiglia (riquadri in verde).

La spesa per interessi è diventata la terza spesa dello Stato, subito dopo pensioni e sanità, e questo papà, per migliorare la situazione, accetta di andare a lavorare fino a 70 anni con una pensione più bassa ed evita di spendere in medicine. Propone poi alla moglie e ai figli la sua ricetta ‘miracolosa’ dicendo che in futuro staranno tutti molto meglio lavorando di più ed evitando di disturbare il pronto soccorso.
Ma come mai non pensa di agire sul debito che, invece, è l’unica spesa improduttiva per lui e la sua famiglia in quanto si sta indebitando da quarant’anni non per comprare l’auto, le scarpe, le palline per l’albero di Natale ma solo per pagare interessi sugli interessi?
Chiaramente il ragionamento è valido solo in contesto eurozona perché basterebbe avere una Banca Pubblica oppure che la Bce avesse voglia di continuare a comprare titoli di stato e allora il resto dell’articolo non avrebbe senso. Qui si cerca solo di evidenziare l’inerzia (o l’inezia) politica degli ultimi decenni e quindi si accetta che la situazione attuale sia scritta sulle tavole di Mosè, come del resto la Commissione europea sembra volerci far credere.

Dunque, fatta la necessaria premessa, riprendendo il discorso e rimanendo sulla contabilità, quale padre di famiglia va in banca per chiedere un mutuo e accetta la prima proposta che gli viene offerta? Penso nessuno, invece è più o meno quello che fa lo Stato italiano quando vende i sui titoli di Stato. Abbiamo infatti un sistema che prevede che tali debiti vengano in primis acquisiti dagli ‘specialisti dei titoli’ (mercato primario) e solo in seconda istanza da tutto il resto del mondo, cittadini compresi (mercato secondario). Dopo aver ristretto la possibilità di partecipazione alle aste e quindi aumentato la possibilità che aumentino gli interessi da pagare per mancanza di concorrenza, si stabilisce che il metodo da utilizzare per le vendite sia quello dell’asta marginale invece di quella competitiva.
Attualmente i ‘nostri’ specialisti sono i seguenti:

Banca Imi S.p.A
Barclays Bank Plc
Bnp Paribas
Citigroup Global Markets Ltd
Crédit Agricole Corp. Inv. Bank
Deutsche Bank A.G.
Goldman Sachs Int. Bank
Hsbc France
Ing Bank
Jp Morgan Securities Plc
Merrill Lynch Int
Monte dei Paschi di Siena Capital Services Banca per le Imprese S.p.A
Morgan Stanley & Co Int. Plc
NatWest Markets Plc
Nomura Int
Société Générale Inv. Banking
UniCredit S.p.A

Queste banche, per ricavare il massimo possibile, non hanno che da mettersi d’accordo sulle offerte da presentare, infatti l’asta marginale che dovranno affrontare funziona pressappoco così: se c’è una emissione per 200 miliardi di euro di btp e vengono richiesti lotti al tasso del 3%, del 4% e del 5%, alla fine tutti i lotti vengono assegnati per il tasso offerto sull’ultimo lotto, ovvero tutto il debito produrrà interessi futuri per il 5%.
In Germania vengono invece preferite le aste competitive, il che garantisce già di poter controllare meglio gli interessi. E se non vengono venduti tutti i titoli? In Italia si rifà l’asta, e si può immaginare con quali risultati sugli interessi, mentre in Germania interviene la Bundesbank che congela l’invenduto classificandolo come “conto future vendite”, non potendolo comprare sul mercato primario per le regole dell’eurozona, per poi collocarli con comodo sul mercato secondario.
Nelle ultime aste i nostri vicini hanno invitato le seguenti banche/Istituti:

Bnp Paribas S.A.
Commerzbank Aktiengesellschaft
Nomura International plc
Hsbc France S.A.
UniCredit Bank Ag
Deutsche Bank Aktiengesellschaft
Citigroup Global Markets Limited
Goldman Sachs International Bank
Barclays Bank Plc
J.P. Morgan Securities plc
Dz Bank Ag Deutsche Zentral-Genossenschaftsbank
Morgan Stanley & Co. International plc
The Royal Bank of Scotland plc
Société Générale S.A.
Merrill Lynch International
Danske Bank A/S
Crédit Agricole Corporate and Investment Bank
Landesbank Baden-Württemberg
Bankhaus Lampe Kg
Rabobank International
Banca Imi S.p.A.
Ing Bank N.V.
Abn Amro Bank N.V.
Landesbank Hessen-Thüringen Girozentrale
DekaBank Deutsche Girozentrale
Girozentrale Natixis
Ubs Limited
Norddeutsche Landesbank Girozentrale
Bayerische Landesbank
Jefferies International Limited
Banco Santander S.A.
Mizuho International plc
Nordea Bank Ab
Banco Bilbao Vizcaya Argentaria S.A.
Scotia Bank Europe plc
Oddo Bhf Aktiengesellschaft

Se sembrano di più e perché lo sono. 36 banche, più del doppio di quelle invitate dal Ministero del Tesoro italiano. A queste si aggiungono tutte le banche dei Lander e gli istituti centrali tedeschi.
Il nostro Stato sbaglia nello scegliere il tipo di asta, preferendo il sistema che fa salire gli interessi e accumulare conseguentemente più debito, e sbaglia invitando alle aste solo pochi competitors, falsando il mercato… a suo netto svantaggio.
Insomma, come dire, non abbiamo attaccanti che riescano a segnare nella porta avversaria ma neanche buoni difensori, visto che continuiamo a farci autogol.

in copertina elaborazione grafica di Carlo Tassi

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