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Segreteria ANPI:
preoccupanti le parole del ministro Guerini. Lavoriamo per la pace

 

La Segreteria nazionale ANPI esprime preoccupazione per i contenuti dell’audizione del Ministro della Difesa Lorenzo Guerini nelle commissioni riunite di Camera e Senato.

L’ammissione dell’invio in Ucraina di dispositivi militari, sia pur a cortissimo raggio, in grado di colpire postazioni in territorio russo contraddice l’auspicio di concrete e urgenti iniziative di negoziato condotto dall’UE che oramai da più parti e sempre più frequentemente viene manifestato. L’annunciato invio di nostri soldati sotto l’egida della NATO in Ungheria e Bulgaria è un elemento di ulteriore preoccupazione e di accrescimento della tensione internazionale.

Il ministro Guerini ha altresì comunicato che la dottrina militare russa prevede l’utilizzo di armi nucleari, seppure abbia aggiunto: “Credo che sia prevedibile che non vengano utilizzate”. Tutto ciò conferma l’inquietante escalation in corso, la cui prima vittima è il popolo ucraino e porta ad un accrescimento dei pericoli per la sicurezza nazionale del nostro Paese, oltre che per la pace nel mondo. È sempre più indifferibile una seria iniziativa contro la guerra ed un’ampia mobilitazione popolare con questo obiettivo. L’ANPI è impegnata in tal senso.

Segreteria Nazionale ANPI 

GLI SPARI SOPRA
La giornata del ricordo (raccontata diversamente)

 

La giornata del ricordo [Qui]: un tema difficile da affrontare, scivoloso e irto di ostacoli, dove la storia e il contesto divengono un fastidioso orpello, sul percorso della narrazione italianocentrica.

Per anni si è taciuto su ciò che accadde prima e dopo la guerra sul confine orientale d’Italia. Ora, che un ex comunista negli anni ’90 (Luciano Violante [Qui]) ha istituito la giornata del ricordo, i tragici avvenimenti vengono sempre e solo raccontati da un unico punto di vista.

Le belve titine assetate di sangue sterminarono migliaia di nostri concittadini inermi: questa la sola e unica narrazione di ciò che accadde. I partigiani Jugoslavi come le SS, la violenza della stella rossa contro gli italiani “brava gente”.

Ma siamo proprio sicuri di sapere come sono andati i fatti? Siamo davvero convinti che i morti nelle foibe siano solo italiani, civili e innocenti, una barbarie che si è sviluppata solo dal 8 settembre in poi, senza nessun antefatto?

Vi do un consiglio di lettura: “E allora le foibe” di Eric Gobetti [Qui]. Un libro di storia completo, dove le fonti sono chiare e rintracciabili, dove non c’è una tesi prestabilita, dove i colpevoli non stanno in premessa, dove gli accadimenti si sviluppano nell’arco di mezzo secolo o forse più, dove i fatti tragici parlano sia con accento italiano che slavo, dove il sangue, laggiù sul fondo delle foibe, è di tante, troppe etnie, per essere classificato solo ed esclusivamente come un dramma patriottico.

Trieste, lstria e la Venezia Giulia sono stati per secoli luoghi di incontro, una porta sull’oriente dove popoli di origine differente, hanno convissuto in pace, italiani, slavi, ottomani, austro-ungarici, mille colori, odori speziati, architettura mitteleuropea, capitelli in stile greco mediterraneo. Un pot-pourri di genti diverse in un contesto aperto.

Poi, la “Gran Vera” si mangia una generazione, i ragazzi del ’99 cadono da una parte e dall’altra della barricata. La guerra finisce e inizia il ventennio.

Le scuole slave a Trieste e nella Venezia Giulia vengono chiuse, i cognomi vengono italianizzati, iniziano le persecuzioni e la pulizia etnica. Il regime vuole italianizzare l’Istria per purificarla dai barbari dell’est.

Le terre vengono confiscate, intere popolazioni vengono espropriate delle loro case, inizia l’esodo delle genti slave verso l’interno e verso nord. Cominciano le stragi e le persecuzioni e laggiù nelle foibe cadono Istriani e Dalmati di origine slava.

Una delle foto maggiormente utilizzata per evocare la violenza dei partigiani di Tito nei confronti degli italiani, ritrae un plotone di esecuzione intento alla fucilazione di un gruppo di persone, sul ciglio di una foiba. Dagli elmetti si capisce però, che i soldati non sono Jugoslavi, ma italiani.

Quell’’immagine gira ancora nel web come monito dell’orrore comunista.

Il campo di concentramento di Arbe [Qui], molto meno famoso di quello nazista della risiera di san Saba, fu gestito direttamente da fascisti italiani. In quel medesimo campo videro la morte oltre 1.500 tra sloveni e croati deportati.

Nel 2021 è decorso l’ottantesimo anniversario dell’invasione italiana della Dalmazia e dell’Istria. Questo era in breve il contesto entro cui si lega la tragedia delle foibe e dell’esodo italiano di ritorno. I numeri aberranti degli infoibati, secondo la documentazione storica conta di circa cinquecento morti all’indomani dell’8 settembre del 1943, tre-quattro mila dopo il 1945.

Numeri mostruosi, come è mostruosa e schifosa una guerra, tutte le guerre, di questi morti stando all’analisi delle vittime si evince che la maggior parte furono collaborazionisti e o combattenti fascisti al fianco dell’occupante nazista. Non fu pulizia etnica, ma una vendetta e una brutale resa dei conti.

Tra le tante vittime ci furono certo donne e uomini estranei alla violenza fascista avvenuta in precedenza, uccisi solo perché italiani. Ma la guerra non ha nulla di umano, pur essendo l’espressione unica che ci differenzia dagli animali, dai Neanderthal a oggi.

I numeri e i concetti non sono revisionismo storico, tantomeno negazionismo, e nemmeno la banalizzazione di una tragedia, sono tasselli che non possono essere avulsi dal contesto. Mieli e altri, parlano di centinaia di migliaia di morti italiani, addirittura di milioni: ecco perché si vuole equiparare ciò che accadde sul confine est con la Shoah, ma così non fu.

Fu una delle tante immani tragedie che si verificarono durante la seconda guerra mondiale.

Quello che invece è passato, nell’opinione pubblica, anche progressista e democratica, è l’equiparazione partigiano/fascista, cioè tanto gli uni quanto gli altri compirono delle atrocità, senza pensare a quale parte della barricata occupavano.

Dopo il ’43 circa trentamila italiani andarono a gonfiare le file della resistenza Jugoslava, diecimila dei quali morirono tra le sponde est e ovest del Tagliamento.

L’immagine degli italiani brava gente, del fascismo buono se confrontato al nazismo è oramai diventata una verità. Difficile credere che nei campi di concentramento gestiti dalle forze armate italiane, furono internate centomila persone e almeno cinquemila (compresi donne e bambini) ne morirono.

Molto più semplice paragonare il nazi-fascismo al comunismo, non importa se durante la seconda guerra mondiale morirono ventitré milioni di Russi e senza Stalin, in Europa si sarebbe marciato col passo dell’oca per sempre.

Certo che mi espongo alle critiche di chiunque voglia fare i paragoni. Ma io mi chiedo: il comunismo fu Stalin, Pol Pot e Mao o Marx, Gramsci, Brecth, Sartre, Neruda, Rosa Luxemburg e Berlinguer? Il cristianesimo fu Gesù Cristo o Tomás de Torquemada (il grande inquisitore)? L’America fu Martin Luther King o Andrew Jackson? La Francia fu la paria dei Lumi, o una delle più grandi potenze colonialiste del mondo? L’Inghilterra fu la prima nazione ad avere una costituzione o fu la nazione che estinse i nativi in almeno due continenti?

Sono domande a cui ognuno, a seconda delle proprie ideologia, avrà una risposta adeguata, ma come ultima chiosa vorrei aggiungere: esistette un fascismo buono e un nazismo cattivo? A mio parere no, Hitler venne dopo Mussolini e prese molti spunti da esso. Hitler vedeva Mussolini come un modello, quindi fu il nazismo a copiare il fascismo e non viceversa. Il führer prese a modello la “soluzione finale del problema indiano” attuato in America, quando progettò lo stermino degli ebrei.

L’antifascismo in Italia non è più un valore condiviso, non esiste più una forza politica di massa che ne faccia bandiera, assioma insormontabile. Solo l’ANPI [Qui] tiene per sempre alto il valore dei partigiani, mentre tutt’intorno fermenta il revisionismo.

La storia non dovrebbe avere colore o ideologia, andrebbe raccontata tutta, con numeri e dati reperibili, ma così non è. La memoria diviene facilmente manipolabile, soprattutto quando la massa percepisce gli eventi così come ci sono descritti, senza cercare mai di approfondire, come in un film giallo di terz’ordine, dove l’assassino è il cameriere, comunista per giunta.

Per leggere tutti gli articoli e i racconti di Cristiano Mazzoni clicca [Qui]

 

LEZIONE DI STORIA :
una classe di terza media studia la morte accidentale di un anarchico

 

Il 12 dicembre è stato un anniversario importante per chi ha più di quarant’anni – per i più giovani invece, probabilmente, non ha un significato ben preciso.
Il 12 dicembre è Piazza Fontana.
La settimana scorsa, la scuola media Torquato Tasso di Ferrara ha organizzato una serie di incontri sul tema dello stragismo, scegliendo un argomento specifico: Giuseppe Pinelli [il programma]

Per curiosità, abbiamo sfogliato velocemente diversi volumi di storia di terza media: la strage di Piazza Fontana ha una riga (o due), Giuseppe Pinelli nemmeno una citazione. Allora che senso ha dedicargli una settimana intera? (per una biografia di Giuseppe (Pino) Pinelli, clicca Qui).

Dal sito della scuola, scopriamo che gli insegnanti hanno utilizzato questi materiali:
le foto di Uliano Lucas;
la stampa dell’epoca (Corriere della Sera);
testi di Giovanni Raboni e Franco Fortini (descrizione dei funerali di Pinelli);
i disegni di Franco Fortini (sui funerali di Pinelli);
la sentenza del 1975 (Gerardo D’Ambrosio);
Dario Fo (“Morte accidentale di un anarchico”).

L’ultima attività a scuola: un confronto tra Gogol’ e Dario Fo (il primo è fonte diretta del secondo). Insomma: da Giuseppe Pinelli a Gogol’ (passando per Lucas, Dario Fo, Fortini ecc.).

I disegni di Fortini, tra l’altro, li abbiamo visti esposti anche in piazza Trento Trieste, nella vetrina della libreria Il libraccio.
La libreria ha collaborato – così si legge sempre sul sito della Tasso – con la scuola, con la sezione ANPI “T. Tasso” e con l’ASFAI (Archivio storico della federazione anarchica italiana).
Di Pinelli dunque non si è parlato solo all’interno della scuola media, ma anche in città.

E ieri, domenica 19 dicembre, un gruppetto di insegnanti della Tasso ha partecipato a un incontro a Granze (in provincia di Padova) per presentare le attività svolte a scuola.

Le case editrici, dunque, fanno le loro scelte e decidono cosa privilegiare nella manualistica scolastica. Pinelli non pare, come abbiamo detto all’inizio, un argomento centrale nei testi di scuola media. Quest’anno, in ogni caso, in una scuola media di Ferrara è stato  per una settimana l’argomento al centro dei lavori. Perché anche gli insegnanti fanno le loro scelte.

E se alla Tasso hanno costituito una sezione ANPI, Giuseppe Pinelli dev’essere davvero loro caro – per molti motivi – non ultimo il fatto che a sedici anni era partigiano.

Oggi 20 dicembre, ricorre l’anniversario dei funerali di Giuseppe Pinelli. Vengono intonati due canti nel corso della cerimonia: Addio Lugano bella e l’Internazionale.
Franco Fortini lavorerà diversi anni sul testo dell’Internazionale. Nell’ultima versione (1994) si legge questo passaggio:
nelle fabbriche il capitale come macchine ci usò
nelle sue scuole la morale di chi comanda ci insegnò

A scuola si possono fare tante cose – grazie alla libertà d’insegnamento. Un lavoro su Pinelli (che comprende testi letterari, teatrali, fonti giornalistiche, fotografie ecc.) forse può essere un segnale importante per i ragazzi e le ragazze.

Perché il 12 dicembre è per Piazza fontana. E la notte tra il 15 e il 16  è per Giuseppe Pinelli, partigiano sindacalista anarchico.

Cover: Foto di Uliano Lucas

SE 20.000 VI SEMBRAN POCHI…
A Firenze nasce una nuova opposizione. L’unica.

Per raccontare cosa è successo ieri, 18 settembre 2021, a Firenze, bisogna partire dall’inizio.
partigiani
Firenze, 5 agosto 1944: La Brigata Partigiana “Vittorio Sinigaglia” entra in Oltrarno.
Comincia cosi la canzone dei partigiani della brigata. Nel corso degli anni, alla sua riscoperta è seguita una popolarità rinnovata, e Insorgiam è entrato a far parte del repertorio di diverse formazioni toscane e non solo:
Insorgiam
ci chiamano gli schiavi,
sbirri della Libertà,
i bastardi non figli degli avi
che fecero la nostra Unità.
Il fascismo ci rese ribaldi
vili servi del gran capital
freme a noi tra di noi Garibaldi,
muoia dunque chi vili ci fa.
La canzone continua: Passa passa l’orda gigante e si leva / l’era nuova di pace e d’amor. / Ogni popolo è il solo padrone / della patria e del proprio avvenir; / non più guerre, non più distruzione, / solo forza che sa costruir. [Un po’ di storia e il testo integrale di Insorgiam!] 

Ne abbiamo ampiamente parlato su questo giornale [Qui] e [Qui] La lotta dei lavoratori della GKN di Campi Bisenzio contro la chiusura dello stabilimento, la delocalizzazione della produzione e il licenziamento in blocco di tutti i dipendenti, ha assunto da subito un carattere nuovo, inedito.

I 422 della GKN, i protagonisti, non si sono limitati a scendere in strada, a occupare la fabbrica e a impostare una vertenza locale con il loro padrone, ma hanno subito ‘guardato oltre’.

Hanno coinvolto tutte le realtà sociali e di movimento di Firenze. Hanno preso contatto con i lavoratori che in tutta Italia subiscono oggi la minaccia del licenziamento. Hanno lanciato un appello che chiede la solidarietà di studenti, lavoratori, disoccupati e cittadini di buona volontà.

Hanno addirittura scritto insieme a un pool di esperti una proposta di legge che vieta il ricorso ai licenziamenti alle Aziende che oggi delocalizzano, ma che fino a ieri hanno ottenuto contributi pubblici.

Dunque una lotta esemplare, che cerca di bucare il muro di silenzio di partiti e media, ed è riuscita a costruire un larghissimo e colorato fronte comune. Da qui la scelta del motto partigiano fiorentino, quel #Insorgiamo! che da alcune settimane disturba il sonno del presidente di Confindustria Carlo Bonomi.

Il risultato di questo grande lavoro di base (i lavoratori della GKN stanno ancora girando l’Italia per raccontare la loro proposta), della loro  lungimiranza e maturità intellettuale nell’impostare la lotta come “una lotta di tutti”, si è visto nell’imponente manifestazione di ieri. Più di 20.000 persone, un corteo combattivo ma composto, tantissime bandiere (rosse i maggioranza).

E’ stata ‘una cosa così grossa’ che giornali e televisioni questa volta devono rompere il silenzio tenuto nei giorni che hanno preceduto la manifestazione. Questa volta, per dovere di cronaca, devono parlarne, almeno un poco. Per una manciata di secondi, e nelle pagine interne. Solo Il manifesto concede alla notizia la sua prima pagina.

E se, come previsto, il segretario nazionale della Cgil non si fa vedere, sfila tra gli altri lo scrittore e drammaturgo fiorentino Stefano Massini. Per raccontare questo grande fiume di gente – tantissimi i giovani e giovanissimi – e le decine e decine di facce, bandiere e striscioni, la cosa migliore è lasciar spazio alle immagini:

corteo manifestazione
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Scrivono nella loro pagina Fb i lavoratori della GKN: “Siamo giunti alla fine di questa immensa giornata di lotta. Firenze è insorta, ci ha abbracciato. Ecco le nostre parole”:
https://www.facebook.com/insorgiamoconilavoratorigkn/videos/409606300551155/

PER SALVARE LA CULTURA A FERRARA
Lettera Appello contro la politica culturale della Giunta: firma anche tu!

 

Operatori culturali, bibliotecari, guide turistiche, insegnanti, librai, docenti universitari, musicisti, scrittori, cooperatori, artisti, editori indipendenti, ricercatori, attivisti di associazioni di volontariato e di promozione sociale. Giovani o meno, esperti e novizi. Nel giro di un weekend sono stati oltre 350 i firmatari di un appello rivolto al ministro Franceschini – nonostante il momento critico nazionale, al presidente Unesco Bernabè e all’assessore regionale Felicori per denunciare il biennio deplorevole che l’assessorato alla cultura, eterodiretto da Vittorio Sgarbi, sta conducendo a Ferrara. Si tratta di professionisti di un settore in difficoltà, di volontari e di irriducibili amanti della cultura ferrarese, stanchi di una politica fatta di tanti annunci roboanti e poca sostanza. Levati lustrini e palette, al netto di presidenti onorari altisonanti e opinabili coadiutori artistici, i primi diciotto mesi dell’assessore Marco Gulinelli dimostrano una mancanza totale di prospettive e progettualità.
La preoccupazione di chi lavora nel settore comincia a farsi sentire, anche per l’assenza di una prospettiva di rilancio sul piano turistico del nostro patrimonio monumentale e museale.
Ogni critica che esce pubblicamente senza rivolgersi al sistema nel suo complesso e senza sfociare in un respiro collettivo è solo vanità. I firmatari stessi non potevano replicare al narcisismo del Palazzo con altro narcisismo, così hanno deciso di mettersi a confronto davanti a un documento scritto. La lettera è un grido di dolore e attenzione per Ferrara, la sua cultura e la sua bellezza che sono e devono rimanere patrimonio di tutti e non di qualcuno.
Comitato delle Sardine ferraresi

LETTERA APPELLO

Alla c.se att.ne
Ministro Dario Franceschini
Presidente Franco Bernabè
Assessore Mauro Felicori

Ferrara, 31 gennaio 2021

Illustrissimi,

a seguito del decreto che sancisce l’istituzione di un tavolo permanente per tutelare i lavoratori della cultura e in riferimento ai recenti avvenimenti riguardanti le dimissioni del presidente Mario Resca e del Cda della Fondazione Teatro Comunale di Ferrara, che ha presupposto un ricollocamento di poltrone di VIP e che si aggiunge allo scenario già complesso e sconfortante dell’amministrazione locale, noi cittadini di Ferrara dimostriamo forte preoccupazione per la mala gestione di un bene culturale patrimonio di tutti.
Da luglio 2019 Ferrara ha subito scelte politiche che riteniamo essere contro l’interesse collettivo e vogliamo porre alla Vostra attenzione.
I bilanci del Teatro Comunale vengono seriamente messi a rischio dagli appetiti di chi lo sta utilizzando per offrire ingaggi spropositati a membri del proprio entourage, scelte imposte dall’attuale presidente di Ferrara Arte on. Vittorio Sgarbi che hanno portato alle dimissioni del presidente Resca.

Il centro storico parcheggio a cielo aperto

Il mancato rinnovo di un regolamento Ztl da diciotto mesi da parte della nuova Amministrazione Comunale, che ha delegato la gestione della mobilità cittadina al vicesindaco leghista Nicola Lodi, ha aggravato la presenza di macchine nel centro storico generando non pochi problemi alla qualità dell’aria e gravi danni al patrimonio monumentale ivi presente a causa dello smog e delle vibrazioni che danneggiano gli edifici storici.
L’insicurezza di pedoni e ciclisti, a causa del proliferare di mezzi motorizzati in strade strette o in zone di sosta inadeguate, ha fatto da contraltare al deturpamento di un ambiente unico che dovrebbe essere tutelato dall’Unesco e invece presenterà un pessimo spettacolo ai turisti che torneranno a Ferrara passata l’emergenza Coronavirus. Naturalmente, a nulla sono servite le petizioni organizzate dai cittadini maggiormente sensibili al problema, ignorate dall’Amministrazione che continua a non fornire risposte soddisfacenti al problema.
Non ha ricevuto risposte chiare nemmeno la raccolta di oltre 3mila firme di cittadini ferraresi portata avanti dall’Anpi e da altre associazioni culturali per tutelare il locale Museo del Risorgimento e della Resistenza. Il museo è stato chiuso per consentire l’ampliamento del contiguo Palazzo dei Diamanti e parzialmente riaperto in una sede provvisoria (Porta Paola) decisamente inadeguata agli scopi espositivi e di divulgazione scolastica che caratterizzano le attività della benemerita istituzione.
L’assessore alla cultura Marco Gulinelli ha promesso che il museo troverà destinazione nei locali di Casa della Patria “Pico Cavalieri”, attuale sede delle associazioni combattentistiche e d’arma, che però necessita di un lungo e complesso restauro: al momento gran parte del patrimonio espositivo, che comprende cimeli donati dalle più importanti famiglie ferraresi, giace presso i magazzini comunali di via Marconi nonostante un vincolo della Soprintendenza che obbliga il Comune a renderlo fruibile al pubblico e conservarlo decorosamente.
Mentre la memoria del Risorgimento e della Resistenza ferrarese langue in un oscuro deposito, il presidente di Ferrara Arte on. Sgarbi non ha perso occasione per lanciare feroci provocazioni sulla stampa locale millantando l’organizzazione di una mostra celebrativa del gerarca fascista Italo Balbo e invitando il sindaco a dedicare una via alla memoria dello stesso. Provocazioni che, fortunatamente, sembrano cadute nel vuoto anche se il primo cittadino non ha mai preso le distanze dagli eccessi del noto critico d’arte, nemmeno quando ha sostenuto posizione palesemente negazioniste e denigratorie verso esponenti politici locali di avversa opinione.
Ma questo potrebbe rientrare nella sfera della vivace ancorché triste dialettica mediatica se, provocazioni a parte, non vi fosse un preoccupante vuoto di programmazione per tutto quanto riguarda le politiche culturali della città di Ferrara.
Una città che dovrebbe investire sul turismo e sulla cultura assiste, invece, al totale disinteresse verso la riorganizzazione del patrimonio museale e dei servizi culturali: i pensionamenti nel pubblico impiego non vengono coperti dall’ingresso di nuove risorse, così le biblioteche di quartiere chiudono e si propone l’esternalizzazione dei servizi a soggetti privati che penalizzerebbero le condizioni di lavoro preesistenti; mancano progetti volti a valorizzare le iniziative culturali locali e i giovani artisti; non sappiamo se vi sia un serio progetto di digitalizzazione e promozione del patrimonio museale e archivistico locale, al di là dei bandi comunali messi a punto per il prossimo Servizio Civile Volontario, indispensabile a garantire l’accessibilità continua per motivi di studio e consultazione, specie in tempi di pandemia.
Si ragiona di grandi mostre e grandi nomi che vanno a infoltire i consigli di amministrazione, ma la realtà è un impoverimento sempre più preoccupante del tessuto culturale cittadino con tante associazioni che faticano a coprire le spese e mantenere vive proprie attività a causa del coronavirus. Attività che ricevono pochi euro di ristoro mentre in passato si è parlato di una possibile convenzione tra Comune e Fondazione Cavallini-Sgarbi che, di fatto, trasformerebbe il Castello Estense in un museo “privato”.
Non abbiamo dimenticato, infatti, i termini di quell’accordo che avrebbe fruttato ai fratelli Sgarbi il 20% sul costo di ogni biglietto di ingresso al monumento simbolo di Ferrara, in cambio della presenza “permanente” al suo interno di opere d’arte appartenenti alla Fondazione di famiglia. Ora, scorrendo la programmazione per il 2021 annunciata dall’assessore Gulinelli, veniamo a sapere che sia il Castello Estense che Palazzo Schifanoia dovrebbero ospitare importanti mostre: confidiamo che non vengano più riproposti accordi sul costo d’ingresso che favorirebbero una fondazione di diritto privato riconducibile distintamente alla famiglia del presidente stesso dell’ente pubblico.
Solo il coronavirus sembra aver fermato gli appetiti di un critico d’arte che appare, e si autodefinisce senza pudore, il vero “padrone” della cultura estense. Eppure, il duo Sgarbi-Gulinelli non si è fermato nemmeno di fronte alla tragedia come dimostra un video girato all’interno dell’ufficio del sindaco in cui si irride l’esistenza di una reale emergenza sanitaria nel Paese.
Il silenzio sconcertante e complice del sindaco Alan Fabbri ci ha spinto a chiedere una maggiore attenzione verso ciò che sta avvenendo a Ferrara, città patrimonio dell’umanità che non merita di essere trattata come il feudo personale di qualcuno e, soprattutto, di vedere irrimediabilmente degradato il suo tessuto urbano e monumentale. 

Alle ore 22,30 del del 7 febbraio 2021 hanno già firmato 1.348 persone

Se sei d’accordo con l’appello puoi aggiungere la tua firma [Qui]

In copertina: Vittorio Sgarbi e Marco Gulinelli presentano le portentose pillole verdi anticovid

FERRARA: INVECE DI RIAPRIRE…
Chiude il Museo del Risorgimento e della Resistenza

Dal Portale Turistico, Terra e Acqua, della Provincia di Ferrara si apprende che il Museo del Risorgimento e della Resistenza rimarrà chiuso fino a data da destinarsi. I locali al piano terreno del palazzo dei Diamanti devono essere sgombrati per far posto alla biglietteria e al bookshop.
La nuova sede alla Casa della Patria non è ancora pronta e ci si dovrà adattare per il momento negli spazi di Porta Paola, dove sarà possibile consultare i documenti, mentre il materiale espositivo sarà conservato nei magazzini comunali. Pare che la collocazione provvisoria durerà anni, visto che la ristrutturazione della Casa della Patria neppure è iniziata e quando prenderà avvio sarà lunga.

In realtà la notizia l’apprendo da un whatsapp di amici, che mi invitano a condividere un lungo appello contro la chiusura del museo, evidenziandone l’intensa attività sul territorio, soprattutto a favore delle scuole. Un prezioso interlocutore della didattica scolastica capace di arricchire i curricoli e di promuovere le uscite sul territorio. Non dunque un ‘mausoleo’, ma una struttura dinamica, creativa, impegnata ad ampliare la propria offerta come dovrebbero fare tutte le istituzioni culturali. Chiudere un museo, che etimologicamente è il luogo sacro alle Muse, è come compiere un sacrilegio. In questo caso un sacrilegio contro l’intensa rete di rapporti con associazioni, istituti culturali e istituti scolastici, che la direzione del museo in tanti anni di lavoro è riuscita a costruire, come un prezioso patrimonio che è andato ben oltre il tessuto cittadino.

La legge regionale dispone che i “musei e i beni culturali costituiscono sistemi integrati sul territorio, che interagiscono e cooperano con gli altri istituti culturali per garantire la più diffusa conoscenza del patrimonio culturale e per promuovere la sua funzione educativa…”. Se per allargare gli spazi espositivi del palazzo dei Diamanti si sacrifica un museo come fosse una ‘Cenerentola’, è evidente che il sistema integrato disposto dalla legge viene meno nella sua compiutezza e nelle sue finalità, in particolare quelle peculiarmente educative del Museo del Risorgimento e della Resistenza.
Si smaglia un nodo di quella rete indispensabile per una città che apprende, per una città della conoscenza, condizione necessaria per essere una città della cultura non solo a parole. Ma questo è un orizzonte che neppure è preso in considerazione dai nostri amministratori, sempre più impegnati a commercializzare l’arte e la cultura anziché promuoverne la produzione.
Bel risultato per un assessorato che si intitola, con enfasi antropologica, alla “Civiltà ferrarese”!

C’è un deficit di cultura in chi pensa di saperla amministrare e di avere le chiavi della sua diffusione, che sarà pure diffusione, ma non certo mobilitazione di saperi e di conoscenze, ancora la cultura statica delle esposizioni, come se i grandi Expo agli esordi del ‘900 non fossero mai finiti e fosse necessario continuare a riprodurli in piccolo.
Così non si riesce a misurare il danno che si produce, innanzitutto nei confronti della propria comunità, col chiudere un museo che ne conserva la storia e l’identità. Chiusura che difficilmente si sarebbe compiuta, se avesse comportato una grande perdita dal punto di vista dei biglietti strappati.

Per fortuna l’avvio del Sistema Museale Regionale sembra andare nella direzione di promuovere i musei come luoghi della conoscenza, della costruzione del pensiero critico e creativo. Almeno le parole recentemente pronunciate dalla presidente dell’ICOM, il comitato italiano dell’International Council of Museums confortano in questa direzione, promettono l’attivazione di processi educativi innovativi, di processi di solidarietà territoriale.
Di questa solidarietà, del patto educativo tra scuola e territorio è stato promotore fino ad oggi il Museo del Risorgimento e della Resistenza, assai prima che la Commissione presieduta dal nostro concittadino, professor Patrizio Bianchi, indicasse i patti educativi tra scuola e territorio come strumento per affrontare la ripresa scolastica in regime di Coronavirus.

Da anni il Museo del Risorgimento e della Resistenza, l’Istituto di Storia Contemporanea, le associazioni dei partigiani a partire dall’Anpi, il Comitato Scuola Costituzione collaborano entrando nelle nostre scuole a dialogare con le nostre ragazze e i nostri ragazzi, grandi e piccoli, compiendo un lavoro di formazione di enorme importanza soprattutto oggi. Conoscenza della Costituzione, formazione alla cittadinanza consapevole e responsabile che nasce dal sentirsi partecipi di una storia ed eredi dei valori conquistati, da chi per quei valori ha combattuto sacrificando la propria vita.

Ma questo non può eludere la domanda su come la nostra amministrazione locale intenda rispondere alla richiesta di patto educativo formulata dalla commissione del professor Bianchi, che non può certo esaurirsi nella fornitura di banchi o nell’abbattimento di tramezze per fare più spazio.
Aver chiuso il Museo del Risorgimento e della Resistenza è l’espressione della assenza di sensibilità nei confronti della formazione dei nostri giovani, delle attività costruite nel corso degli anni con grande intelligenza da un’istituzione culturale della città. È grave che nessuno abbia pensato che una delle conseguenze sarebbe stata quella di impoverire le occasioni di apprendimento dei nostri studenti, di privarli di uno spazio che avrebbe potuto dilatare le loro aule senza la necessità di abbattere muri. Ma tutto questo è lontano mille miglia dalla cultura dei nostri amministratori.

La cosa appare ancora più miope e stupida se si pensa che dal prossimo settembre prenderà l’avvio l’insegnamento dell’educazione civica nelle nostre scuole e che verrà a mancare ai nostri studenti un prezioso alleato per la loro crescita.
Se chiudere un museo è sempre un sacrilegio perché si impoverisce un territorio, lo è ancora di più quando ad essere più poveri saranno le scuole e i loro studenti, ma evidentemente qualcuno considera più importante la biglietteria del palazzo dei Diamanti.

IL LIBRO DELLA MIA COSCIENZA
Lettere di condannati a morte della resistenza europea

Oxford, 26 aprile 2020
L’ANPI di Copparo mi ha chiesto di fare un video di due minuti su cosa significhi il 25 aprile per me. Per ricordare questa data, il mio personalissimo rito laico consiste nel riprendere in mano un libro straordinario, Lettere di condannati a morte della resistenza europea, pubblicato per la prima volta in Italia da Einaudi, nel 1954. L’epistolario contiene alcuni dei testi politici e morali più eloquenti che siano mai stati scritti: alcuni da persone “che hanno letto un milione di libri” (De Gregori), la maggioranza da chi non aveva mai scritto nulla prima di allora. Sono testi immediati, spesso scritti poche ore prima della fucilazione, che raccolgono l’essenza di una vita, del proprio credo politico o religioso, dignitosi, fermi, struggenti, ma senza rimpianti. Non è certo la quantità e qualità di istruzione, oppure altre variabili socio-economiche, che distinguono coloro che si sono opposti al nazifascismo. Rischiare la propria vita per difendere la libertà è una scelta etico-morale difficilissima, ma cui non possiamo sottrarci se vogliamo continuare ad essere persone degne di questo nome, ci dicono i condannati a morte della resistenza europea.

Questo libro mi accompagna sin da bambino. Quando l’ho visto per la prima volta sugli scaffali della biblioteca di mio padre, nell’edizione originale con la copertina rossa, nella collana dei Saggi. Lo ritrovavo poi sugli scaffali di moltissime case che mi capitava di frequentare da adolescente, a Ferrara come a Firenze, a Viareggio come Roma. Questo testo è la mia coscienza, una voce che non è sempre facile ascoltare, ma che mi ricorda quello che conta al momento giusto. Ovviamente ne ho possedute molte copie, sparse oggi nei luoghi dove ho vissuto negli anni che mi separano dalla mia infanzia ferrarese. Oggi leggo Lettere in un’edizione tascabile, del 1995, che per fortuna ho nella casa inglese, dove sono in quarantena.

A pagina 515 si trova la biografia di Pietro Benedetti, ebanista di 42 anni, militante politico antifascista, commissario politico della Zona I di Roma dopo l’8 Settembre, processato due volte nel 1944, prima condannato a 15 anni e poi a morte in un processo farsa, che snatura l’essenza del diritto e della legge, condotto dalle SS e durato pochi minuti. Benedetti viene fucilato il 29 aprile 1944 da un plotone di esecuzione della polizia italiana.
Nella lettera, struggente, Ai miei cari figli, datata 11 aprile 1944, Benedetti esorta ad amare lo studio e il lavoro. Scrive: “una vita onesta è il miglior ornamento di chi vive.” E poi aggiunge: “Amate le libertà e ricordate che questo bene deve essere pagato con continui sacrifici e qualche volta con la vita.” La frase che più mi ha colpito quest’anno è la seguente:
“Dell’amore per l’umanità fate una religione e siate sempre solleciti verso il bisogno e le sofferenze dei vostri simili …Amate la madrepatria, ma ricordate che la patria vera è il mondo, e ovunque vi siano vostri simili vi sono vostri fratelli.”

Ecco, per me questa è l’essenza del 25 aprile nell’anno 2020: la solidarietà che supera i confini, le classi sociali, i luoghi di appartenenza, i generi. È la solidarietà nella lotta contro un nemico comune, un valore che alla fine salverà il mondo.
In questo periodo stranissimo, con molti di noi confinati a casa e altri che lavorano in ospedali e servizi pubblici, questo messaggio è fondamentale. Contro ogni razzismo, ogni nazionalismo gretto, contro slogan come ‘Italians first’ o financo ‘Ferraresi first’, contro principi che privilegiano il luogo di nascita al bisogno (vedi la vicenda dei buoni spesa a Ferrara), la solidarietà mondiale è il bene supremo. Questa lettera ci ricorda che la resistenza non è solo un evento storico, ma ha un significato universale. Nella fine di quelle donne e di quegli uomini è il nostro principio. Lettere di condannati a morte della resistenza europea continua ad essere il libro politico fondamentale per la nostra epoca.

PER CERTI VERSI – D’alberi e magia

A partire da oggi, ogni domenica Ferraraitalia ospiterà “Per certi versi”, angolo di poesia curato dal professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione “Sestante: letture e narrazioni per orientarsi”.

Roberto Dall’Olio

Roberto Dall’Olio insegna Storia e Filosofia al liceo classico “Ariosto” di Ferrara. Nativo di Medicina, è attualmente anche assessore all’Intercultura, valorizzazione dei beni culturali e sport del Comune di Bentivoglio, ove risiede, nel cuore della pianura bolognese.
Poeta e autore dal forte impegno civile, ha vinto il concorso nazionale di poesia va pensiero a Soragna (Parma).Tra le sue pubblicazioni: Entro il limite. La resistenza mite in Alex Langer (La Meridiana, 2000); Per questo sono rinato (Pendragon, 2005, con una nota di Roberto Roversi); La storia insegna (Pendragon, 2007); Il minuto di silenzio (Edizioni del Leone, 2008), La morte vita (Edizioni del Leone, 2010);  La notte sul mondo. Auschwitz dopo Auschwitz (MobyDick, 2011); Viole d’inverno. Canzoniere d’amore (Edizioni Kolibris, 2013, con note di Giampiero Neri e Umberto Piersanti). Sue poesie sono apparse su riviste e in antologie. Ha pubblicato il saggio Entro il limite. La resistenza mite in Alex Langer (La Meridiana, 2000). E’, inoltre, redattore della rivista “Inchiesta” diretta da Vittorio Capecchi e membro del Direttivo bolognese dell’Anpi.

Ecco, dunque, le prime tre composizioni liriche che l’autore ha riservato ai nostri lettori.

 

Alle nostre foreste

Cadono gli alberi
sradicati
dal vento
un crudo barbiere
taglia la gola
ai tronchi
come peli oziosi
dei monti
delle valli
sconvolte
sembra fuoco
che rade
è sangue
di fango
la memoria
atterrita
mai accaduto
non chiediamo
aiuto
cambiamo la vita

 

***

Tutto è magico intorno a noi

Tutto è magico
Intorno a noi
La fumana dalla terra
Avvolge in una pellicola
il cielo
E si srotola il film
della nostra vita
Un abbraccio
Nell’abbraccio
Quel grigio
Sfumato di bianco
Che pittura e sfiamma i mondi
Che abbiamo attraversato
È tenero ricordare coi passeri
Che l’amore è tutto
La sorgente
La foce
La pioggia
Valliva
La saliva che dipinge
Il tuo corpo
Nella mia tela
Tu la sfiori
Io accorro
E trovo
La melagrana aperta
La lingua
Dei baci
Solo noi
Ne siamo capaci

 

***

Mi dai lezioni

Ci amiamo tanto
e da così tanto
che abbraccciarci è
Già fare l’amore
Che baciarci le mani
Accarezzarle
È già fare l’amore
Che parlarci
Rilascia un lieve profumo
di una vita
Di due vite
Avvitate
Come dei filari
Diseguali
Che a te piacciono
Per la geometria
Nodosa
Tu mia Yin
Amorosa
Mi emozioni
sempre
E sempre la nostra pianta
Si disseta
Rimane umida
La terra
Tutte le volte
Che sto con te
Che ti penso

Mi dai lezioni

 

***

L’EVENTO
Incisioni di Resistenza. Una mostra a Palazzo ducale per celebrare il 71° della Liberazione

A cura della sezione ferrarese Anpi

Di nuovo visibili con una mostra a Palazzo ducale,“Xilografie sulla Resistenza”, tredici opere realizzate nel 1955 da importanti artisti italiani e ferraresi per celebrare il primo decennale della Lotta di Liberazione, grazie alla sezione locale dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia e al lavoro del Liceo artistico Dosso Dossi.

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Armando Pizzinato, Eccidio di Bosco di Cornilio – Appennini 1944 (1955)

La mostra, inserita nel calendario delle cerimonie e delle iniziative di Ferrara per celebrare il 71° anniversario della Liberazione, riporta alla luce la raccolta di incisioni di cui si era persa quasi ogni traccia. Ritrovate nell’autunno del 2015, quando da una vecchia scatola conservata all’archivio Anpi di Ferrara, riaffiorano le tredici matrici realizzate negli anni ’50 dai maestri locali: Rambaldi, Fioravanti, Cavallari e da diversi artisti nazionali: Treccani, Zancanaro, Farulli, Pizzinato, Anderlini, Bartoli, Bussotti, Cavicchioni, Leonardi e Ruffini.

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Copertina della raccolta “Xilografie sulla resistenza”

Nel 1955, infatti, la sezione ferrarese Anpi aveva ricordato i dieci anni della fine della Guerra, commissionando i disegni che, qualche anno dopo, nel 1957, sarebbero stati raccolti e commentati, sotto il titolo “Xilografie sulla Resistenza”, da Raffaele De Grada, critico d’arte, ex partigiano e futuro parlamentare comunista. Nei decenni a seguire, le stampe “tirate” per l’occasione erano state via via donate, vendute e col passare degli anni erano andate definitivamente disperse; con esse si era persa anche la memoria delle tredici matrici d’autore. A ricordare la loro esistenza, c’era però la raccolta dell’intera serie a stampa conservata da Giorgio Pancaldi ed esposta alle pareti della propria abitazione, raccolta che rappresenta di fatto l’unica copia autentica delle Xilografie nel 1955. Il ritrovamento delle matrici originali e la disponibilità della collezione Pancaldi hanno così permesso di dar corso al progetto che dal 22 aprile fino al 4 maggio è in mostra nel Salone d’onore della Residenza municipale.

La realizzazione dell’iniziativa, culminata con la ristampa dei tredici disegni d’artista, è stata resa possibile dall’accurato lavoro di un gruppo di allievi del Dosso Dossi di Ferrara, coordinati dalla docente Gabriella Soavi, con la consulenza del prof. Paolo Berretta.

INFORMAZIONI
Sede della mostra: Salone d’onore, Palazzo ducale estense
La mostra è visitabile dal 22 aprile al 4 maggio 2016 dalle ore 9.00 alle ore 18.00, nei giorni di apertura del Municipio. L’ingresso è gratuito.

INAUGURAZIONE venerdì 22 aprile – ore 18.00
Interverranno: Massimo Maisto, vicesindaco, assessore alla Cultura, Annalisa Felletti, assessora alla Pubblica istruzione e formazione, Comune di Ferrara, Fabio Muzi, dirigente scolastico, Liceo linguistico Dosso Dossi di Ferrara, Daniele Civolani, presidente Anpi, sezione di Ferrara

PUNTO DI VISTA
Ladri di democrazia e avvocati difensori

Ad alcuni giorni di distanza da quanto accaduto all’incontro targato Pd sulla riforma della scuola con la presenza della ministra Stefania Giannini, la cosa che desta sorpresa, almeno a me, è la reazione di alcuni in difesa degli urlatori. Ridotta all’osso la questione si può riassumere così: poche decine di persone particolarmente contrarie alla riforma hanno ritenuto, per tutti gli altri, che fosse inutile sentire non solo la ministra, ma anche chiunque altro sull’argomento. Hanno ritenuto fosse talmente tempo perso da alzare il tono della protesta e della rabbia fino a causare l’annullamento della serata.
L’hanno fatto anche mostrando cartelli con sopra scritto: “Ladri di democrazia”. Ci può essere più di un fondato motivo per contestare, anche duramente, il metodo (oltre al contenuto) con cui è stata condotta in porto la riforma della “Buona scuola”, ma è legittimo domandarsi se in questo caso i ladri di democrazia non siano stati altri. Se le cose stanno così, sorprende che il mondo sindacale ferrarese, o almeno una parte, sia corso in aiuto di una causa che appare persa come poche altre.
Qui non si discute del merito della vicenda, perché non c’è stata nemmeno occasione per approfondire i temi della protesta, ma della modalità scelta, che fa a pugni con le parole libertà e democrazia. E se altri lo hanno fatto precedentemente non è giustificabile che si continui a farlo. Perché allora il sindacato, almeno in parte, si schiera senza battere ciglio con chi decide per tutti se sia il caso di ascoltare una voce, oppure con chi, nel sacrosanto diritto di tenere un’assemblea, ne fa subire le conseguenze a turisti arrivati a Roma da ogni angolo del pianeta per vedere il Colosseo, trovando i cancelli chiusi?
È comprensibile che a parlare con passione di certe cose possa andare il sangue alla testa, soprattutto quando si ha più di una ragione per pensare di non essere rispettati o che le cose stiano prendendo una piega sbagliata, ma se si fa piazza pulita anche dello spazio nel quale tutti hanno libertà di parlare la cosa cambia. Non ha torto Beppe Severgnini quando, ospite da Lilli Gruber, ha detto che il sindacato ultimamente sembra fare di tutto per rendersi antipatico. Il problema è che in tempi nei quali la democrazia non gode di una salute di ferro bisogna stare attenti perché, la storia insegna, c’è sempre il rischio che prima o poi qualcuno ne approfitti per buttare il bimbo insieme all’acqua sporca.
E ci si potrebbe anche chiedere cosa ci fa l’Anpi in difesa degli urlatori? Non è forse l’associazione che ricorda e diffonde in Italia la storia dei partigiani, cioè di chi è dovuto salire in montagna proprio per affermare quei valori democratici che qualcuno, quelli sì ladri, aveva rubato, provocando conseguenze disastrose che ancora fanno accapponare la pelle?
Una cosa ancora. Gli schiamazzatori si sono presi dei fascisti e delle merde. Sul secondo termine non è il caso di soffermarsi, tanto è palese il gorgo salviniano nel quale la discussione è trascinata, come precipitata, per fatale ironia, in una sorta di catino tutto ferrarese: sotto il livello del mare. Il termine fascista, invece, si presta ad alcune considerazioni. Occorrerebbe fare attenzione all’uso delle parole: molti pensano che siano gratis e prive di peso specifico, mentre in realtà bisogna cacciarsi nella testa che sono come il cameriere… prima o poi il conto lo porta sempre. È sbagliato usare un termine a sproposito. Ha ragione Fiorenzo Baratelli a farlo notare, fa troppo comodo dire sempre in questi casi: “fascista”. Si deve avere il coraggio e l’onestà di riconoscere che la mancanza di cultura democratica è un limite che ha abitato – e abita purtroppo ancora – sia nella cultura di destra che in quella di sinistra. Anche nella grande famiglia della sinistra hanno albergato culture, mentalità, visioni, teorie, scorciatoie (anche violente e armate), che in nome delle élites, delle avanguardie, dell’intellighenzia, hanno ritenuto di avere la verità ultima in tasca (scientifica, qualcuno direbbe con timbro ottocentesco), ritenendosi in dovere – non solo in diritto – di parlare e decidere per tutti. Non sono tutti fascisti, perché alcuni atteggiamenti hanno trovato – e trovano – anche nell’alveo della sinistra il terreno di nascita e di crescita. Può far comodo buttare sempre la palla nell’altra metà campo, ma con la storia non si scherza, se si vuole ascoltarne davvero la lezione.

IL FATTO
In un ‘app’ le donne nella lotta di Liberazione. Il contributo alla città degli studenti del Roiti

Venti persone il pubblico, gli anziani dell’Anpi, compreso il sottoscritto. Niente sindaco, vice sindaco, niente assessora all’istruzione, nessuno dell’Amministrazione comunale, nessuno dell’Ufficio scolastico provinciale. Eppure l’appuntamento in aula consiliare era di quelli a cui la città non avrebbe dovuto mancare. Un dirigente, quello del liceo scientifico Roiti, intelligente come pochi, due docenti bravissimi e poi gli studenti, meravigliosi nella loro testimonianza di quale risorsa eccezionale siano i giovani, quando motivati si mettono a lavorare.
L’appuntamento era la presentazione della ricerca “La presenza delle donne nell’antifascismo e nella lotta di liberazione in Emilia Romagna”, promossa dalla nostra Regione con le sezioni provinciali dell’Anpi.
Autori di un’app, che sarà possibile scaricare dal sito della Regione, gli studenti delle classi quinta G, indirizzo beni culturali, e quarta S, scienze applicate, raccontano, con testi e filmati da loro realizzati, le storie di quattro donne ferraresi, Alda Costa, Cerere Bagnolati, Silvana Lodi e Matilde Bassani protagoniste dell’antifascismo e della Resistenza a Ferrara.
In tempi in cui le celebrazioni rischiano sempre di sbandare nella liturgia, questa avrebbe dovuto essere l’occasione per la città di esprimere il suo sincero riconoscimento a queste ragazze e a questi ragazzi, tra i 17 e i 18 anni, non dimentichiamolo, che hanno investito il loro tempo scolastico non per essere meri ricettori di memorie a loro distanti, ma per farsi testimoni attivi della loro attualizzazione, confezionando un prodotto che arricchisce le conoscenze della nostra città, che si colloca come espressione di una città che apprende.

Ma il nostro liceo scientifico non è nuovo ad esercitare la sua cittadinanza attiva. Già il progetto comunEbook ne è espressione. L’idea bellissima di un partenariato tra Comune e scuola per la realizzazione di “libri digitali” ad opera degli studenti, una biblioteca elettronica a disposizione della città che già conta dieci titoli.
C’è in tutto questo uno sforzo che non solo dobbiamo assecondare, ma che deve vedere soprattutto le istituzioni, a partire dall’Amministrazione comunale, impegnate ad ampliarlo, a coinvolgere le scuole di ogni ordine e grado per estendere il protagonismo delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi nella città, per assegnare sempre più un valore e un significato sociale al loro impegno scolastico, al sacrificio che richiede lo studio. Credo che questo significhi per la scuola essere nel territorio e per il territorio. Credo che questo significhi l’attenzione e la riconoscenza di tutta una città nei confronti dei suoi giovani, piccoli o grandi che siano, gratitudine per quel tempo della loro vita, che anche per noi, spendono ogni giorno sui banchi di scuola. Ogni altro discorso sui giovani sarebbe sterile e vano.
Ma c’è di più. Perché quando la scuola e il territorio si riconoscono e collaborano ne esce migliore la scuola nel suo compito formativo, ne esce migliore, perché più ricco, il territorio. Per questo spiace non poco l’assenza dell’amministrazione comunale a questa presentazione.
Una scuola che lavora per progetti che gli studenti devono presentare al pubblico con il tempo diverrà sempre meno un’istituzione autoreferenziale, sempre meno il luogo delle lezioni ex cathedra, dei saperi senza vita, di studenti che si preparano alla vita senza partecipare alla vita stessa.
Attraverso progetti interdisciplinari, come quello realizzato dalle classi del liceo scientifico, gli studenti imparano collaborando tra loro e con gli insegnanti. Questi progetti consentono agli allievi di costruire un equilibrio tra il fare e il sapere, e nello stesso tempo di indagare con profondità e rigore particolari aree di conoscenza. L’interesse degli studenti per un certo argomento fa una grande differenza per la loro motivazione, li porta a selezionare il materiale da approfondire con la guida dei loro insegnanti. E soprattutto gli studenti sono più impegnati quando i loro studi oltrepassano le pareti delle aule scolastiche, perché direttamente correlati alle esigenze della loro società, perché sanno in partenza che saranno rilevanti per il pubblico e per la città. Come nel caso del progetto “La presenza delle donne nell’antifascismo e nella lotta di liberazione in Emilia Romagna”, gli studenti ricercano attivamente il partenariato di altri soggetti e istituzioni che, per l’occasione, hanno trovato nel Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara, in particolare nella consulenza scientifica della dottoressa Antonella Guarnieri, nell’ Anpi e nel suo presidente Daniele Civolani.

Il prodotto ottenuto è esemplare di come gli insegnanti, nello specifico i docenti del Roiti, Giorgio Rizzoni e Mario Sileo, e altri professionisti possono operare come guide o curatori degli apprendimenti. Credo che siano stati partner della formazione, più che docenti, assistendo gli studenti nel selezionare gli argomenti, nel definire gli obiettivi, nel trovare e valutare le informazioni, nell’aiutare a mettere in contatto gli studenti con esperti esterni alla scuola, nel facilitare le discussioni tra gli studenti, esperti e altri. Insegnanti con una conoscenza approfondita e con la passione per le loro aree tematiche che senz’altro hanno svolto un ruolo centrale, che non è stato quello di trasmettere dei saperi, ma quello più essenziale di aiutare i ragazzi ad imparare.
La speranza di tutti noi, di una città riconoscente al lavoro di queste ragazze e di questi ragazzi e dei loro insegnanti, è che questi progetti non siano giustapposti alla scuola di sempre, ma inizino a delineare la scuola nuova, la scuola che non nasce dai disegni di legge, ma dal rumore d’aula quotidiano, quell’unica scuola che può davvero essere finalmente “la buona scuola”.

SETTIMO GIORNO
Il virus del potere e le belle bandiere

GENTILONI – Bisogna sapere che in medicina da molto tempo si studiano gli effetti non secondari del “virus del potere”, che, nei secoli, si è manifestato in molteplici soggetti: è una malattia professionale, in altre parole, è un’alterazione dello stato di salute originata da cause inerenti allo svolgimento della prestazione di lavoro, un’alterazione che ha colpito innumerevoli personaggi nella storia dell’uomo, tutti illustri, da generali a dittatori, a monarchi, o, più modestamente, a sindaci e, purtroppo, anche ad assessori e a banchieri. Recentemente ne è stato colpito anche il nostro ministro degli Esteri, il quale, un bel mattino, si è alzato in preda a uno strano formicolio, si è grattato e, allo specchio, mentre si faceva la barba, ha solennemente manifestato il suo pensiero: qui si deve fare la guerra, ha detto, e poi, pubblicamente, ha confermato che l’Italia è pronta a essere in prima linea in Libia. Mi sa che il signor ministro si è sbagliato di grosso: l’Italia non è pronta, non ha voglia di giocare alla guerra, non è più pronta nemmeno a giocare al calcio, figuriamoci a fare la guerra. Sì, abbiamo grossi interessi in Libia, innanzitutto il petrolio, ma, Ministro Gentiloni, cerchi di fare un ciclo di antibiotici, vedrà che il pizzicore le diminuirà.

ANPI – Ho letto che un tipo di Ostellato, consigliere comunale, tale Marco Centineo, ha presentato un’interpellanza chiedendo che venisse tolta dal Comune la bandiera dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani d’Italia), associazione che mai ha dato adito a polemiche: i partigiani hanno offerto la propria vita per liberare il Paese dal fascismo e sappiamo quanto questo dono, che potremmo definire sublime, abbia creato gravi mal di pancia ai politici di destra. Da troppo tempo, però, l’Italia, in tutte le sue strutture, ha lasciato molti spazi al risorgente fascismo (e non parlo del saluto romano di Berlusconi!). Avremo di che pentirci.

CAPITALISMO – Ancora oggi leggo e sento dire alla televisione: “il capitalismo dal volto umano” e se ne parla come di una verità santificata dal dio del danaro. Non è una verità, un letterato definirebbe l’affermazione un ossimoro, una contraddizione in termini: non ci ricordiamo mai tutti i misfatti sociali di cui si è reso protagonista, o responsabile, il capitalismo (senza volto).

CASINI – Anche a Ferrara, copiando Roma, si discute sulla zona in cui rinchiudere le prostitute, i lager del sesso all’aperto. Si torna all’antico: siccome è troppo difficile il controllo, allora si ricostituiscono i campi di concentramento. Spero (è una proposta) che ci sia una recinzione attorno alla città del piacere pagato, e una cassa, per entrare si deve pur pagare. La proposta prevede un certo numero di assunzioni (per venire incontro alla ripresa economica) per novelle stewards, quelle che una volta si chiamavano ruffiane. Avanti c’è posto.

L’INTERVISTA
Anna Maria Quarzi: la memoria ci salverà

“È stato un viaggio ‘alla ricerca di’ sulle tracce dei cittadini ferraresi di origine ebraica scomparsi ad Auschwitz, ma è stato anche un viaggio nella perdita dei diritti umani”, così la professoressa Anna Maria Quarzi – direttrice dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara – descrive la visita degli studenti ferraresi al campo di sterminio di Auschwitz-Bikenau.

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Bambini detenuti ad Auschwitz

Questo viaggio, infatti, rappresenta “la conclusione di un percorso di preparazione e di ricerca svolte dai ragazzi insieme ai loro insegnanti e ai collaboratori dell’Istituto”, sottolinea la professoressa, “perché l’obiettivo che ci siamo posti dall’inizio è stato evitare un’esperienza solamente emotiva, senza la componente della riflessione”. Il progetto Viaggio e memoria tracce, parole, segni sulle orme dei cittadini ferraresi di religione ebraica deportati ad Auschwitz, promosso dall’Istituto di Storia Contemporanea con la collaborazione del Meis-Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, che ha ricevuto il finanziamento dell’Assemblea Legislativa della regione Emilia Romagna, ruota intorno all’idea di un apprendimento critico, lontano dal ‘dovere della memoria’. Ha perciò coinvolto i ragazzi del liceo artistico Dosso Dossi e dell’istituto tecnico Aleotti attraverso cicli di incontri, lavori di ricerca sulla comunità ebraica ferrarese e sui suoi componenti, la realizzazione di mostre presso il Meis e di uno spettacolo teatrale andato in scena alla Sala Estense. Lo scopo, spiega la professoressa Quarzi, “era far conoscere ai ragazzi ciò che è successo nella loro città, il fatto che i luoghi che vivono quotidianamente sono stati teatro della privazione di diritti e che è accaduto a cittadini pienamente integrati nella vita della comunità ferrarese, di cui anzi spesso erano i protagonisti”. “Anche per la visita al campo di concentramento – continua la direttrice dell’Istituto di Storia Contemporanea – abbiamo voluto guide mirate, che non hanno fatto leva sulle emozioni, ma hanno ricostruito in modo molto oggettivo il funzionamento del campo di Auschwitz, dall’internamento dei primi prigionieri polacchi, alla Soluzione Finale, alle marce della morte. Inoltre il sistema concentrazionario è stato contestualizzato all’interno di un percorso storico-politico che aveva le proprie radici nel pangermanesimo e che ha trovato poi un terreno fertile nell’antigiudaismo polacco di matrice cattolica-popolare”.

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Anna Maria Quarzi è direttrice dell’Istituto di storia contemporanea di Ferrara

Il viaggio si è svolto dal 21 al 25, durante la settimana della lingua italiana nel mondo, “per questo abbiamo fatto tappa anche all’Istituto Italiano di Cultura di Cracovia, scoprendo diversi legami e corrispondenze fra la storia e la cultura italiana e polacca. L’ultimo giorno l’Istituto ci ha messo a disposizione una guida per la visita della città che ci ha portato nel quartiere Kazimierz, la zona dell’insediamento ebraico di Cracovia, e ha concluso il percorso nella cosiddetta Piazza delle sedie: la piazza del ghetto istituito dai nazisti, dove ora c’è un’installazione di due artisti polacchi composta da alcune sedie che vogliono essere l’emblema di una comunità perduta”. Attraverso questa visita “i ragazzi hanno potuto capire come, dopo l’oblio seguito al conflitto, ora la Polonia stia tentando di recuperare la memoria della propria comunità ebraica e delle sue relazioni con la popolazione in maggioranza cattolica”.
“Uno dei momenti più forti – confessa Anna Maria Quarzi – è stata la serata di riflessione e dibattito dopo la visita ad Auschwitz-Birkenau, che i ragazzi hanno avuto con gli adulti dell’Anpi che ci hanno accompagnato: una sorta di dialogo fra le generazioni attraverso cui scambiarsi impressioni e opinioni”.
Ora, come mi spiega infine la professoressa, “iniziamo una nuova fase di questo progetto, con la realizzazione di un video del viaggio e nuovi incontri nelle scuole che vorranno intraprendere questo percorso di approfondimento: il tutto sempre opera degli studenti, che devono rimanere i protagonisti attivi di queste iniziative, in modo che le conoscenze acquisite e le emozioni provate siano uno stimolo per riconoscere gli indizi e gli episodi di discriminazione e privazione dei diritti nella loro vita quotidiana”.

L’INCHIESTA
Partigiani oggi:
fra i nuovi interventi
Massimo Gramellini
e Daniele Civolani (Anpi)

2. SEGUE – Partigiani oggi: quali ideali sostenere e a cosa opporre resistenza. La sollecitazione di ferraraitalia sta inducendo tanti a intervenire. Anche Massimo Gramellini (vicedirettore della Stampa che non necessita certo di presentazioni) si è reso disponibile e ha risposto all’interrogativo. Sposta l’attenzione dal piano politico a quello morale e afferma con eloquente semplicità: “Il valore da difendere è l’entusiasmo. I nemici dell’entusiasmo sono il cinismo e le false promesse”.

Paolo Ferrandi, giornalista della Gazzetta di Parma e docente all’Università della città ducale, rivela di essere “sempre un po’ a disagio a indicare ‘imprescindibili capisaldi’ o ‘bussole dell’agire. Il fatto è che spesso nella vita si naviga a vista. Però della triade classica – liberté , egalité, fraternité – sono particolarmente affezionato all’uguaglianza. Un po’ perché l’utopia dell’uguaglianza sostanziale è passata di moda con il crollo dei paesi comunisti (e anche lì c’erano quelli più “uguali degli altri”); un po’ perché anche l’ideale regolativo dell’uguaglianza delle opportunità ormai è dimenticato anche dai partiti (e movimenti) di sinistra in nome dell’efficienza definita in termini economici. E poi la capacità di dire di no e di stare caparbiamente in minoranza, quando si pensa che sia giusto. Anche rischiando. Ma quello penso sia implicito nel concetto stesso di resistenza”.

“In questo momento il valore che credo debba essere difeso con maggior forza – sostiene Daniele Civolani, presidente dell’Anpi di Ferrara – è quello del lavoro, poiché il numero impressionante di persone che vengono private di questo diritto fa sì che si vada ad aprire una ferita grave nella dignità del nostro intero Paese”. E introduce una nota personale: “Se essere partigiano vuol dire essere apertamente e onestamente di parte e se ormai anche quelli che erano la mia parte sono andati da un’altra parte, che partigiano posso essere? Di me stesso? Di un ideale forse? Di pochi amici tutti ormai coi capelli grigi che non sanno rinunciare ai principi che li hanno sorretti una vita intera? Dico la verità, io mi sento partigiano, ma non mi sento più di combattere: mi piacerebbe tornare in piazza a protestare e vedere intorno a me centinaia di migliaia di persone affermare i propri diritti e la propria dignità, mi piacerebbe sentirmi parte di un grande e potente movimento popolare a difesa di tutti i diritti proclamati dalla Costituzione, a difesa dei deboli, degli ultimi, comunque e dovunque”.

Cinzia Carantoni, giovane laureata in filosofia all’Università di Ferrara, segnala “il valore della giustizia, il diritto: un tema che al di fuori della società non ha alcun senso, per dirla con Hobbes, perché in natura il diritto è potenza, ovvero vince sempre il più forte”. Quindi l’affermazione dell’umanità attraverso l’affrancamento dalla condizione di ferinità e l’accogliemento dei compromessi necessitati dalla socialità. Mentre il rischio segnalato è quello derivante dalla presente “epoca del transpolitico, che ci porta ad essere una società di spettatori passivi di quel meccanismo di rappresentanza che, invece, avevamo scelto come specchio di noi stessi. Con un totale sbilanciamento verso la forma più estrema di rappresentanza, siamo diventati osservatori attoniti, incollati allo schermo televisivo per subire una politica che va avanti senza di noi, una politica senza soggetto né contenuti”.

“Essere ‘partigiani’ ha per me il significato forte di portare avanti questioni di principio e valori come l’onestà, la serietà e la chiarezza nelle relazioni e nella professione – afferma Daniela Gambi, insegnante -. Da ‘partigiana’, ritengo sempre più vitale accrescere la mia capacità di ascolto e di condivisione e combattere l’ipocrisia, la furbizia, la malafede e l’arroganza”.

Francesco Ragusa, neolaureato, la pensa così: “Partigiano, oggi, è colui che non si lascia trascinare da un Paese in avaria e che non si adagia sullo stato delle cose. Ma quelle cose vuol cambiarle veramente. La Resistenza, ora come allora, significa non arrendersi. Non rassegnarsi, crederci ancora e non smettere di farlo. Il nemico non è più quello di un tempo, ma l’obiettivo finale rimane ancora una volta riprendere in mano le sorti dell’Italia. Per renderla più “normale”, pure un po’ più civile. Il partigiano nel 2014, ad esempio, lotta affinché il Paese continui a preservare e salvare i migranti, dal mare e dai fazzoletti verdi (che almeno, un tempo, detenevano l’esclusiva di un certo tipo di idee). Partigiano è il cittadino No-Muos così come il No-Tav, quello che non si arrende all’invasione del mostro elettromagnetico americano o dell’alta velocità nella valle. La Resistenza è anche la piccola o grande azione quotidiana in favore della legalità, per evitare che corruzione, malaffare, evasione fiscale o altri fantasmi possano fare ancora un altro passo in avanti in Italia. Agire da partigiano è mille altre cose, ma essenzialmente è alzarsi la mattina e pensare che di combattere quella sacrosanta battaglia, ancora un altro giorno, per rendere migliore il Paese, ne vale la pena. Nonostante tutto”.

2. CONTINUA

[Si possono leggere tutti gli interventi integrali cliccando sui nomi degli autori riportati in grassetto nel testo]

Leggi la prima puntata dell’inchiesta

Leggi la terza puntata dell’inchiesta

Le responsabilità dell’Occidente nella deriva bellica in Palestina

di Fabio Zangara

“Essere testimoni della verità”. Questo il concetto cardine delle manifestazioni per la pace in Palestina, che in questi giorni si sono svolte a Ferrara come in tutta Italia. Tra i protagonisti dell’iniziativa di piazza Trento e Trieste di mercoledì, la sezione Anpi “Vittorio Arrigoni” insieme alle associazioni Cittadini del Mondo e Giovani Musulmani Ferrara, Fiom-Cgil Ferrara e a diverse altre associazioni e collettivi studenteschi e culturali della città, tutti concordi nell’associarsi all’appello lanciato a livello internazionale che mira a fermare ogni ostilità fra le parti, stoppare i sanguinosi raid israeliani a Gaza, revocare l’embargo imposto da Israele alla Striscia e imporre il rispetto delle risoluzioni internazionali.
Una esigenza resa ancora più drammatica dalla scioccante notizia, giunta poche ore prima, della strage di quattro bambini palestinesi sulla spiaggia di Gaza dopo un attacco dal mare della Marina israeliana.

La condanna della scelta dell’opzione bellica, da qualsiasi parte essa provenga, è unanime: si tratta di una “guerra che è sopraffazione dell’uomo”, come ha affermato la rappresentante di Emergency Ferrara. Ed è proprio questa decisa presa di posizione ad essere rivolta alle potenze occidentali, che sempre hanno mostrato un atteggiamento di ‘silenzioso appoggio’ allo stato d’Israele, dalla sciagurata dichiarazione di Balfur del 1917 fino alle più recenti azioni di attacco come l’Operazione Piombo fuso (dicembre 2008 – gennaio 2009).

Riferendosi al rapporto fra le potenze occidentali e Israele, un esponente locale della comunità araba si è espresso mercoledì con chiarezza: “L’Occidente rappresenta e ha sempre rappresentato la ‘mano destra’ del governo israeliano. Francia, Germania e Italia sono le maggiori esportatrici di armi verso Israele e in questi ultimi tempi lo Stato israeliano sta diventando anch’esso produttore ed esportatore, grazie agli aiuti finanziari elargiti dai paesi amici e alleati”. Al riguardo, va ricordato il ruolo che l’Inghilterra ebbe nella decisione della creazione di uno Stato ebraico nell’attuale Palestina, in contrasto con le proposte dei più grandi intellettuali ed esponenti del sionismo storico, come Leon Pinsker, che aveva proposto come luogo del futuro stato ebraico una zona sul suolo degli Stati Uniti o della Turchia, o Theodor Herzl che aveva pensato all’Argentina e Moses Hess, filosofo tedesco, che addirittura aveva indicato il canale di Suez, proposta che fu subito rifiutata perché avrebbe infastidito gli interessi della Corona inglese.

Durante la manifestazione si è parlato inoltre del rapporto tra la questione israelo-palestinese e i mass media occidentali. “Nelle testate giornalistiche nazionali italiane è difficile trovare scritto un articolo ‘onesto’ riguardo i fatti politici interni, figuriamoci se c’è onestà intellettuale nel raccontare la questione arabo-israeliana. E’ deprimente vedere il silenzio della stampa statunitense e occidentale riguardo le azioni del governo israeliano, al di là delle azioni militari.” aggiunge il rappresentante della comunità araba ferrarese. I ragazzi della redazione di “Occhio ai media”, da anni impegnati a monitorare i mezzi di informazione, aggiungono che non sempre sono riportate le notizie nella loro integrità e verità; per esempio riguardo “i negoziati di pace, sempre sbilanciati a favore d’Israele, o le azione di embargo che Israele ha imposto alla Striscia di Gaza”, in cui è difficile reperire, per esempio, medicinali e materiali per la costruzione edile.

Edward Said, intellettuale palestinese, definì la questione israelo-palestinese l’ultimo taboo del mondo occidentale e sottolineò il potere dei gruppi di pressione ebraici negli Stati Uniti.
Nel 1992, quando George Bush senior ebbe l’ardire, a pochi mesi da una possibile rielezione, di minacciare Tel Aviv con il blocco di 10 miliardi di dollari in aiuti se non avesse messo freno agli illegali insediamenti ebraici nei Territori Occupati, i lauti finanziamenti dei gruppi di pressione pro-Israele furono devoluti al rivale Bill Clinton e nel conto finale dei voti Bush si trovò con un misero 12% dell’elettorato ebraico contro il 35% che aveva incassato nel 1988.
Altro concetto fondamentale emerso nella manifestazione è l’azione che il cittadino può intraprendere per manifestare il proprio dissenso verso il Governo d’Israele; viene sottolineata l’importanza del boicottaggio dei prodotti delle imprese e ditte israeliane operanti nei territori occupati.

E’ stata più volte ribadita, durante il presidio, l’importanza di una presa di posizione di solidarietà alla resistenza del popolo palestinese da parte delle istituzioni italiane e della comunità ebraica cittadina, a cui sarà inviata una lettera per sottolineare come “il silenzio possa costituire una pesante complicità alle sanguinose azioni di guerra”.

Mercoledì in piazza a Ferrara si è parlato anche di possibili soluzioni, conferendo importanza al concetto di costruzione e non di distruzione. A questo riguardo il rappresentante della Comunità araba dichiara: “Parlare di soluzione in questo momento è una barzelletta. E’ impossibile la convivenza tra un paese ‘extra’ forte e che ha sempre perseguito una politica di aggressivo espansionismo e un popolo che non ha nulla, se non la propria povertà. Se gli Stati continueranno ad appoggiare Israele non si giungerà mai ad una fine positiva del conflitto. Solo quando questi smetteranno di sostenere diplomaticamente ed economicamente lo Stato d’Israele si potrà raggiungere una soluzione”.

Viene messa in luce la ‘possibile soluzione’ di uno stato bi-nazionale, come teorizzato dal professor Edward Said. Una convivenza pacifica tra la comunità ebraica e araba è storicamente confermata dalle parole pronunciate il 16 luglio 1947 dal rabbino Joseph Shufutinsky, che testimoniò come il popolo ebraico e quello palestinese avessero vissuto in armonia, fino all’istituzione dello Stato d’Israele.
La soluzione va costruita con onestà intellettuale degli attuali contendenti e con il rispetto dei trattati Onu che impongono a Israele di rispettare quei confini territoriali che oggi sono ben violati. Una soluzione pacifica che va costruita con la giustizia, non con le bombe e immense sofferenze per le popolazioni civili.

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La manifestazione in sostegno della Palestina organizzata a Ferrara
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