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Non arrenderti mai…
…un racconto

Non arrenderti mai…
Un racconto di Carlo Tassi

Ricordi tuo padre cosa diceva?
“Non arrenderti mai, qualunque cosa accada, non arrenderti ragazzo”
Lui non si è mai arreso, eppure ti ha lasciato solo.
Tuo padre non c’è più e la vita ti circonda indifferente, soverchiante come il cielo.
E guardi il cielo e vorresti essere altrove. Come polvere mossa dal vento, invisibile, libero.

“Non arrenderti mai” diceva tuo padre.
Ma ti ha lasciato solo, ed è questo il tuo solo pensiero.

Anche oggi un cielo color piombo, e oltre le nuvole il mistero di un sole da troppi giorni assente.
Il freddo resiste anche all’estate. E resta costante, sempre, dentro di te.
Il cuore, le pietre e il ghiaccio si mescolano spargendo poltiglia di vita e fango.
Dolore e vuoto in cerca di rimedio, invano. Ma il tempo è sovrano.

Ti butti nella mischia, lottando, imprecando, correndo alla meta.
“Non arrenderti mai” senti la voce di tuo padre. Ma la sua voce non basta, e vorresti di più.
Vorresti parlargli ancora una volta, poter incrociare il suo sguardo.
E contare le sue rughe, sentire l’odore di sigaretta dei suoi vestiti.
Ma resta solo un foglio bianco impossibile da riempire, ormai.
E rabbia e lacrime come una cantilena imparata a memoria, controvoglia.
La vita a volte brucia come una ferita aperta.
Sanguina, s’infetta, ma poi guarisce. Che il tempo è sovrano.

Perciò non arrenderti mai ragazzo!
Perché la strada è lunga e sparsa di pericolose meraviglie. Seducente e terribile, ti sfida ad ogni curva.
Corri e non fermarti. Certo, questa salita è una morsa che prende il respiro e spezza le gambe.
Ma oltre queste rocce nere, lo vedrai, le nuvole si scansano e finalmente incontrerai il sole.
E’ inevitabile, perché il sole c’è sempre, anche quando non lo vedi.

Ne vale la pena? Certo che sì: il tempo è sovrano.

Never Back Down (Novastar, 2006)

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Gli ultimi cinque minuti
…un racconto

Gli ultimi cinque minuti
Un racconto di Carlo Tassi

Scendo in cantina in cerca di conforto,
rovisto tra le cose messe da parte.
Forse troverò un po’ di miele,
un dolce rimpianto, per rivivere l’incanto.
Ma non basta… dura poco, fine del gioco!

Torno su.
Un cielo nero sopra la testa,
una strada infinita quanto il cammino.
Solo ricordi spenti.
Nessuna voglia, nessun domani,
niente.

Pensieri sfatti, corpi sfatti,
facce gonfie, occhi chiusi.
Ogni giorno un presente da dimenticare.
Monotonia, claustrofobia,
aria malata, il respiro fugge via.

Benvenute malattie!
Gli anticorpi son scaduti,
diritti e doveri decaduti.

Il vuoto s’allarga, mi sfiora tagliente, silente.
La carne è putrefatta, maleodorante.
La piaga affiora, il bruciore è ardente.
Vermi nella mente.

Giro le dita attorno la ruota,
sono dato per spacciato.
Lo so, lo sono stato e lo sarò.

Solo promesse, sempre le stesse.
Quotidiane come il pane.
Bugie, ipocrisie, false terapie.
Se rinasco, mi dispiace, non ci casco.

Questa vita m’appartiene?
E se magari vita non fosse?
S’accettano scommesse!

Esco fuori, cerco colore.
Raccolgo sassi e conto i passi.
Sfuggo al dolore ma ritrovo rancore.

La gente guarda tutto
e non vede niente.
Denti finti, cariati, turati,
sorrisi dipinti, mascherati.
L’aria è saccente, l’alito pesante.

Pioggia acida nel cervello.
Apro l’ombrello, stringo il cappio al collo.
Questo mondo non m’appartiene.
Solo avvoltoi, sciacalli e iene.

Come un salto senza rete,
niente più fame né sete.
Finisce l’inganno totale,
dalla nascita al funerale.
Poco male.

Sarà la storia che mi compete,
e mia soltanto l’eterna quiete.

Riot (Ruby Amanfu, 2019)

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SCUOLA PUBBLICA
Perché un bambino deve essere un monello?

 

L’altro giorno, a scuola, ho voluto tentare un esperimento: ero in una classe quinta a sostituire una collega e, nel pomeriggio, ho fatto vedere un film che durava poco meno di un’ora: non un film “normale” ma un film muto ed in bianco e nero.
Qui sarebbe bello fermarsi un attimo per chiedervi: un film con queste caratteristiche potrebbe attirare l’attenzione dei bambini e delle bambine?
Immagino e prevedo un coro di no, invece è stato decisamente proprio tutto il contrario: i bambini e le bambine lo hanno visto con grande attenzione e concentrazione in un silenzio inconsueto, interrotto soltanto da fortissime risate o da commenti partecipi che sottolineavano i momenti emotivamente forti.
Alla fine, durante la discussione che ne è seguita, i giudizi positivi si sono sprecati, le osservazioni acute si sono moltiplicate e la loro curiosità verso un artista immenso è scattata.
Quel film è “Il monello” di Charlie Chaplin che, quest’anno, compie 100 anni!
Ancor oggi mi chiedo come mai il titolo originale “The kid” (Il bambino) sia stato tradotto in modo non troppo diverso dall’originale in Paesi diversi (“Il bambino di Charlot”, “Il vagabondo e il bambino”, “Il figlio di Charlot”, “Il figlio adottivo di Charlot”) ma in Italia sia stato tradotto con “Il monello” cioè in modo tale da dare un giudizio negativo sul bambino. Che sia dovuto al retaggio bigotto di un Paese più attento all’apparire che all’essere? Al fuori che al dentro? Alla superficie che all’anima?
Ricordo che a Mario Lodi piacevano moltissimo i film di Charlie Chaplin e per questo, nel gruppo di lavoro sui linguaggi multimediali che si ritrovava alla casa delle Arti e del Gioco (in pratica a casa sua), in diversi maestri e maestre avevamo deciso di provare a sperimentare in classe un lavoro su alcuni film in bianco e nero.
A questo proposito, allego di seguito la trascrizione di una conversazione avuta con i bambini e le bambine che erano in classe con me nell’anno 1999.
Lo faccio volentieri non solo per documentare i loro pensieri originali e le loro osservazioni non banali ma per dimostrare come sia importante mostrare ai bambini e alle bambine “la bellezza” perché si possano educare a riconoscerla e la possano coltivare direttamente.
Comunque la pensiate, buona lettura e buona visione del film.

Conversazione in classe dopo la prima visione del film “Il Monello” di Charlie Chaplin
(3 marzo 1999)

MAURO: Abbiamo visto il film “Il monello”, ognuno di voi ha segnato le sue osservazioni.
Adesso volevo farvi qualche domanda. Vi è piaciuto il film?
ELEONORA: a me il film è piaciuto molto perché quando io vedo i film a casa mia ci sono sempre i morti o qualcuno che spara invece questo film era molto bello perché parlava di felicità.
LAURA S.: mi è piaciuto moltissimo perché è fatto molto bene anche se Charlie non parlava si capiva benissimo quello che voleva dire.
FEDERICO C.: mi è piaciuto anche perché faceva molto ridere. La scena che mi è piaciuta di più è quando si sono picchiati.
FILIPPO: mi è piaciuto molto perché in certi momenti faceva ridere e in certi invece mi commuovevo molto. La scena che mi è piaciuta di più è quando il bambino con i sassi rompeva il vetro e suo papà andava ad aggiustarli.
LAURA D.M.: a me il film è piaciuto molto perché, come ha detto Laura, anche se non c’erano le parole si capiva molto bene e poi è mi piaciuta molto la scena che è piaciuta a Filippo.
GIULIA: a me è piaciuto molto perché il film parlava con il sentimento e non con le parole. Secondo me spiegava più così che con le parole.
MASCIA: a me è piaciuto molto perché è molto bello. Io ce li ho tutti i suoi film e li ho guardati quasi tutti. A me è piaciuto molto quando sognava.
ANDREA: il film mi è piaciuto perché è stato molto divertente. La scena che mi è piaciuta di più è stata quando Charlie si picchiava con il fratello del bambino che prima faceva a botte con il monello.
SARA: il film mi è piaciuto specialmente quando Charlie si metteva a correre o a camminare perché ha delle scarpe più grandi di lui ed era buffissimo.
FRANCESCA: mi è piaciuto perché ho scoperto che, anche se un film è in bianco e nero e non ci sono le parole, si capisce benissimo quello che vuol dire.
FEDERICO F.: a me il film è piaciuto molto perché era molto divertente e la scena che mi è piaciuta di più è quando il monello rompeva i vetri e Charlie li aggiustava.
CHIARA: il film mi è piaciuto moltissimo perché il film era divertente ma allo stesso tempo anche commovente. La scena che mi è piaciuta di più è quando il monello ha combattuto contro l’altro bambino e quella che mi ha fatto più commuovere è quando gli hanno portato via il bambino.
SIMONE: a me il film è piaciuto molto perché non era un film di quelli normali perché non parlavano; era un po’ triste e nello stesso tempo faceva ridere. La scena che mi è piaciuta di più quando andava a distruggere i vetri e Charlie li andava a riaggiustare.
FRANCESCO: il film mi è piaciuto molto perché faceva ridere e poi la scena che mi è piaciuta di più è quando ha combattuto contro quell’omone fortissimo e il pezzo che mi ha fatto più commuovere è stato quando gli hanno portato via il bambino e lui si è buttato a riprenderselo.
CLAUDIO: a me è piaciuto molto. La scena che mi è piaciuta di più è stata quando i due monelli si sono picchiati.
MAURO: avete detto tutti delle cose molto belle. Alcuni hanno detto cose simili, altri hanno fatto osservazioni molto originali.
Continuiamo con le cose che avete notato del film, di come era fatto il film. La cosa che avete notato quasi tutti è che “non c’era audio”; davvero non si sentiva proprio niente?

SARA: Secondo me, c’era qualcosa. Anche se non si sentivano le parole, si capiva dal sentimento che ci metteva Charlie a recitare.
MAURO: io intendevo proprio dal punto di vista tecnico. Quando abbiamo acceso il televisore c’era l’audio già impostato: abbiamo visto il film in assoluto silenzio oppure abbiamo sentito qualcosa?
GIULIA: Io ho notato che, oltre al totale silenzio, certe volte i protagonisti emettevano dei versi.
MASCIA: Io invece ho capito come parlavano dalla bocca cioè si capiva molto bene.
MAURO: quello che volevo chiedervi è: noi non abbiamo ascoltato proprio niente durante la proiezione del film?
LAURA D.M.: Di sottofondo c’era sempre una musica molto leggera che non dava fastidio anzi era molto dolce e anche la musica faceva capire cosa voleva dire.
MAURO: proprio così: c’era la musica che cambiava, come diceva Laura, a seconda delle scene. Diventava triste se la scena era triste e allegra o scanzonata se la scena era un po’ buffa.
Un’altra cosa da notare su come era fatto il film… Abbiamo osservato che il film era “muto”, nel senso che le persone non parlavano ma come ha detto Mascia questa cosa non è vera del tutto perché gli attori parlavano e lei capiva anche se non si sentiva la voce; poi si capiva dall’espressione, come ha detto Giulia; poi si capiva anche perché, ogni tanto, apparivano quelle scritte che ci introducevano alla scena seguente o che la commentavano un pochino.
Un’altra cosa su come era fatto il film: su come lo abbiamo sentito e su come lo abbiamo visto.

FRANCESCO: allora io ho visto che quando è cominciato il film hanno fatto vedere tutte le scritte e dopo il film si è visto solo in bianco e nero. Ma all’inizio quando è comparsa la scritta “Mondadori Video” era a colori.
TUTTI: è vero!
MAURO: adesso che l’ha detto Francesco lo dite tutti però è singolare che dopo aver avuto l’occasione di parlare più di una volta nessuno lo abbia detto. Non dico che non se ne era accorto nessuno però forse era l’aspetto meno evidente. Allora una domanda potrebbe essere: ma perché questo film è stato registrato in bianco e nero?
LAURA S.: secondo me perché è stato fatto tanto tempo fa.
CHIARA: secondo me il film era in bianco e nero non solo perché l’hanno fatto tanto tempo fa ma anche perché è una caratteristica del film, forse.
SARA: secondo me, è per il fatto che parla molto di persone povere allora anche i colori sono poveri.
FRANCESCO: visto che, come ha detto la Laura era un film vecchio…
MAURO: scusa Francesco, tu da che cosa hai capito che era un film di tanto tempo fa?
FRANCESCO: primo: i colori erano in bianco e nero e una volta non esistevano le telecamere a colori e poi si capiva perché era tutto povero, c’era solo poche case ricche. Anche i locali dove si poteva andare a passare la notte erano poveri.
SIMONE: adesso i film sono tutti a colori ed è stato bello vedere un film in bianco e nero perché li fanno vedere poco.
MASCIA: a me invece piace poco perché mi piacciono di più i film a colori.
GIULIA: io volevo dire, come ha detto Simone, che forse è più ricco di cultura cioè puoi percepire come erano fatti i film di una volta.
LAURA D.M.: secondo me era in bianco e nero per tutti i motivi che hanno detto gli altri. Poi si capisce che è vecchio perché il protagonista cioè Charlie nel film è giovane ma lui è adesso è morto. Anche per questo si capisce che è vecchio.
FILIPPO: io, di solito, guardo i film a colori e riesco a capire molto bene. Ma quando guardo un film in bianco e nero si capisce che è più originale e mi piace molto di più guardarli così.
ELEONORA: A me piacciono di più i film a colori però adesso che ho scoperto che i film in bianco e nero credo che siano anche quasi più belli.
MAURO: avete detto diverse cose: il film può essere in bianco e nero perché è stato registrato molto tempo fa: abbiamo modo di verificarlo per vedere se è proprio vero? Come possiamo fare a sapere quando hanno registrato questo film?
ELEONORA: forse sulla scatola della videocassetta.
MAURO: ci guardiamo subito… Poi ha detto una bella cosa anche Sara: forse hanno scelto di farlo in bianco e nero apposta perché, come ha detto lei, era un film “povero” e volevano dare l’idea di povertà, di tristezza… e forse lo hanno usato anche per questo motivo.
Andremo a verificare se nell’epoca in cui hanno fatto il film esisteva già la possibilità di fare i film a colori e quindi se era obbligato a fare il film in bianco e nero e se esisteva già l’audio quindi se era obbligato a fare un film senza parole o se invece era una scelta sua di non usare le parole e di non usare i colori.
Vi volevo fare un’altra domanda sul titolo: il film si intitola “Il monello”. Sapete tutti cosa vuol dire questa parola e allora, secondo voi, perché questo film si intitola così? Chi è il monello?

GIULIA: secondo me perché è riferito a questo signore che andava praticamente a far fortuna facendo dei disastri… Però forse sono un po’ monelli tutti e due perché Charlie mandava apposta il bambino a rompere i vetri e lui li andava ad aggiustare così ci ricavava qualche soldo.
ELEONORA: la penso come Giulia.
LAURA S.: il titolo significa che loro due facevano il disastro: però era monello di più il bambino perché era più adatto ai disastri, l’adulto ne faceva anche lui ma di meno.
LAURA D.M.: lo hanno chiamato il monello riferendosi a tutti e due gli attori perché non solo il bambino andava a rompere i vetri ma il padre glielo lasciava fare. Per questo dovevano essere tutti e due dei monelli.
ANDREA: secondo me il titolo “il monello” è più riferito al bambino perché, come già hanno detto, il bambino rompeva i vetri apposta e suo padre (non proprio padre perché l’aveva trovato) andava ad aggiustarli quindi ci ricavava.
Filippo: io credo che il monello sia il bambino perché lui rompeva i vetri. Poi era lui quello che si cacciava sempre nei guai; era più furbo; aveva la faccia da monello.
SARA: sono monelli tutti e due perché è stata un’idea del padre quella di mandare il bambino a rompere i vetri.
MASCIA: per me il bambino rompeva i vetri e non faceva giusto perché le persone non erano contente.
FEDERICO F.: secondo me i monelli erano tutti e due perché il padre gli permetteva di rompere i vetri e il bambino li rompeva.
CHIARA: per me il monello era il bambino ma anche un po’ il padre perché visto che erano poveri andavano a fare quelle cose.
SIMONE: no, per me invece, il monello è il bambino.
FRANCESCO: per me lo sono tutti e due soltanto che il bambino è più monello perché va a rompere i vetri e poi, essendo piccolo, quando va a fare la lotta con l’altro bambino, anche lui un po’ monello, vince lui anche se è più piccolo.
CLAUDIO: secondo me il monello è quello che va a rompere i vetri.
MAURO: in Italia questo film si intitola “Il Monello” ma questo film, c’è scritto sulla copertina, è americano. Secondo voi anche in America il film porta lo stesso titolo?
FRANCESCO: Possiamo guardare sulla copertina.
MAURO: infatti sul retro c’è scritto: titolo originale “The Kid”. Laura vi ha già insegnato cosa vuol dire “Kid”? Vuol dire “bambino, ragazzino”.
In spagnolo il film si intitola “El chico” e “chico” vuol dire ancora “bambino”. Secondo voi c’è differenza se un film lo si intitola “Il Monello” o “Il bambino”?
TUTTI: Sììììììììììì!
MAURO: vi dico questo: voi avete visto il film e mi avete detto che vi è piaciuto; adesso ognuno potrebbe provare a far finta di essere la persona che deve decidere il titolo di questo film in italiano.
Ad esempio “Il monello” è molto vecchio e oramai al cinema non si vede più da parecchi anni; esiste la videocassetta ma è difficile da trovare. Immaginate allora che a qualcuno, o a noi, venga in mente di proiettarlo ancora nei cinema e che venga anche in mente di cambiare il titolo.
Pensate quale titolo vi piacerebbe dare al film che non sia quello originale Potrebbe essere un nome ma anche una frase. Facciamo un giro di parola.

FRANCESCO: il duo monellesco.
LAURA S.: la famiglia dei due monelli.
GIULIA: l’adozione.
MASCIA: il bambino che rompe i vetri.
FILIPPO: il torello perché quando il bambino correva mi faceva venire in mente un toro che scappava.
SARA: i due lottatori.
CHIARA: l’orfanello ben alloggiato.
SIMONE: l’abbandono del brigante.
LAURA D.M.: l’orfanello birichino.
FEDERICO F.: il ritrovo.
CLAUDIO: il duo dei monelli.
ELEONORA: l’orfanello monello.
FRANCESCA: Charlie e l’orfanello.
FEDERICO C: l’orfanello.
ANDREA: all’orfanotrofio non ci vado.
MAURO: finora abbiamo parlato di come è fatto il film: quello che si sente, quello che si vede, il titolo. E voi, avendo dato il vostro titolo, avete fatto una specie di riassunto della trama del film per come lo avete visto e per quello che vi ha fatto venire in mente. Avete capito bene la storia raccontata da questo film?
TUTTI: sìììì!
MAURO: allora posso proprio farvi una domanda di questo tipo: perché quella signora che si vede all’inizio esce e poi decide di lasciare quel bambino sulla prima automobile che trova?
MASCIA: perché lei non lo voleva ed era anche triste.
ANDREA: il perché lo dice quel cartello che si vede all’inizio e che dice: “il guaio di questa donna fu la maternità”. Infatti lei era da sola e non aveva il marito perché forse è da un’altra parte e quindi non pensava di riuscire a dare quello che voleva al suo bambino.
FILIPPO: secondo me ha abbandonato il figlio perché, come si vede nel film, era ricca. Io sento certe volte al telegiornale che certe donne che hanno molti soldi non pensano ai bambini ma vogliono solo uscire con le amiche e cose così. Insomma pensano solo a se stesse.
SARA: sono molto d’accordo con Andrea e c’è una cosa che mi dispiace molto del film: la madre, dopo aver fatto questo sbaglio, va a ricercare il figlio quando era già cresciuto e abitava con qualcun altro che gli voleva anche molto bene.
MAURO: che cosa ti ha fatto dispiacere?
SARA: che lo ha staccato da Charlie.
MAURO: Sara ti ricordi come finisce il film? Pensi che lo abbia proprio staccato?
SARA: no, perché prende anche Charlie in casa con lei.
MAURO: com’è questo finale per te? Un bel finale o un brutto finale?
SARA: bello, è molto bello.
FEDERICO F.: secondo me la donna ha lasciato il bambino su una macchina perché credeva che senza padre non poteva vivere molto bene.
LAURA D.M.: secondo me, al contrario di quello che ha detto Filippo, credeva di non potergli dar tutto quello di cui aveva bisogno e pensava di non poterlo rendere felice senza papà.
GIULIA: secondo me questa donna ha abbandonato il proprio figlio perché aveva un lavoro che non le permetteva di stare con il proprio figlio.
LAURA S.: perché senza padre pensava di non riuscire a mantenerlo; perché una persona è felice quando ha dei genitori che gli vogliono bene e non ha solo la mamma ma anche il papà.
SIMONE: per me l’ha lasciato perché non riusciva a tenerlo. Non avendo il lavoro e non avendo neanche il padre che gli poteva stare dietro non riusciva a tenerlo. Solo dopo si è trovata il lavoro.
FRANCESCO: da quello che ho capito dal film, lei all’inizio era povera e ha abbandonato il bambino poi cinque anni dopo è diventata ricca perché aveva fatto un’interpretazione in un film. Così se l’è ripreso perché aveva i soldi.
CHIARA: secondo me, la mamma non l’ha abbandonato definitivamente perché se lo avesse fatto non ne avrebbe voluto più sapere invece alla fine è ritornata a prenderselo.
FILIPPO: per me, come ha detto Andrea, l’ha lasciato anche perché era divorziata dal marito allora quando uno è proprio in esasperazione non sa cosa fare.
E poi volevo dire un’altra cosa: come alla Sara anche a me non è piaciuta quella parte… insomma la donna è stata anche un po’ ignorante perché ha lasciato il figlio e dopo cinque anni è andata a riprenderselo… allora cosa l’ha lasciato a fare? Se lo poteva anche tenere.
SARA: allora io, forse, ho trovato una cosa che mi è venuta in mente adesso: potrebbe anche essere che la mamma, dopo aver visto che il figlio aveva già qualcuno che era meglio del padre (perché stava sempre con lui), ha detto: “Beh, adesso è come se avesse un padre e io mi faccio un’altra famiglia”.
ELEONORA: l’ha lasciato forse perché la maternità può averle causato dei danni.
LAURA D.M.: io volevo anche dire che dal film si vede che la donna quando abbandona il bambino non è felice quindi sicuramente non lo fa perché non le importava niente. Quindi potrebbe anche essere che, questo bambino, le abbia causato un po’ di infelicità.
LAURA S.: lei lo ha lasciato anche perché forse il bambino le ha causato dei problemi seri e non dei problemi da niente. Per cui lei, non sapeva cosa fare e poi si vede che è anche giovane, non era in grado di capire cosa volesse dire avere un figlio e lo ha lasciato sulla prima macchina che ha trovato.
FRANCESCO: io volevo dire che sua mamma lo ha lasciato e poi se l’è tornato a riprendere dopo cinque anni… ma poteva anche lasciarlo lì perché dopo ha anche dato dei dispiaceri a suo figlio e a Charlie.
CLAUDIO: secondo me l’ha lasciato perché non lo voleva più.
ANDREA: lei l’ha lasciato e lei era triste. Secondo me lei l’ha fatto anche senza volerlo… proprio un gesto d’istinto.
MASCIA: per me lei è stata maleducata perché non ha neanche pensato al suo bambino e poi anche egoista perché non l’ha voluto.
MAURO: avete detto che la donna ha abbandonato il bambino per diversi motivi e forse un po’ tutte le risposte contengono un po’ di verità.
Poi però c’è stato qualcuno che questo bambino lo ha raccolto: prima la donna lo ha messo sulla macchina poi la macchina è stata rubata dai due ladri; i ladri se ne sono sbarazzati subito e l’hanno messo per terra in un angolino. Poi questo bambino è stato raccolto e portato in una casa.
L’altra domanda che mi viene da fare allora è questa: perché Charlie se l’è portato subito a casa sua. Perché non l’ha portato all’orfanotrofio, ad esempio? O perché non lo ha lasciato lì? O perché non ha chiesto a qualche signora del vicinato di prendersene cura? O perché non l’ha portato all’ospedale?
Lui se l’è portato a casa. Perché?
CLAUDIO: secondo me se l’è tenuto lui perché gli piaceva.
FRANCESCO: perché… poverino… lo ha commosso la scritta che c’era sul biglietto: di prendersi cura di quel povero orfanello.
SIMONE: per me è perché lui ha trovato il bambino, ha cercato dappertutto se era di qualcuno poi dopo lo stava andando a rimettere per terra ma il poliziotto l’ha visto. Allora lui se l’è portato con sé; sicuramente voleva chiamare qualcuno però dopo ha letto il biglietto, allora si è commosso e l’ha tenuto in casa sua.
CHIARA: io ho visto che, in tutto il film, Charlie è buono di cuore. E allora secondo me lo vuole prendere e non vuole lasciarlo lì.
SARA: io sono d’accordo con Francesco che è stato da quando ha letto il biglietto. Poi vedere un orfanello così gli faceva anche tenerezza.
FRANCESCA: io credo che Charlie quando ha visto quell’orfanello e poi aveva letto il biglietto si era anche intenerito.
FILIPPO: secondo me all’inizio, quando Charlie vede il bambino, si capisce che non lo vuole subito. Infatti cerca dappertutto dove lasciarlo e poi alla fine lo tiene perché ci ha fatto l’abitudine e non vuole lascialo agli altri.
ANDREA: invece per me all’inizio lo ha preso perché c’era il poliziotto però dopo si è affezionato, si è abituato alla presenza del bambino e quindi l’ha voluto tenere.
MASCIA: per me, il bambino è stato contento… lui l’ha preso perché se stava in mezzo alla strada moriva.
FEDERICO C.: io sono d’accordo con Francesco: perché ha letto il biglietto e si è commosso.
FEDERICO F.: io sono d’accordo con Francesco ma vorrei aggiungere perché ha pensato anche che dentro alla casa era da solo e voleva un po’ di compagnia.
LAURA D.M.: all’inizio non lo voleva, infatti ha cercato in tutti i modi di sbarazzarsene ma quando ha letto il biglietto si è commosso e poi anche perché voleva un po’ di compagnia.
GIULIA: perché ha letto il biglietto.
LAURA S.: perché lui, vedendo un bambino ed essendo buono di cuore, si è intenerito e l’ha portato a casa con lui.
ELEONORA: io sono d’accordo con Francesco e poi perché voleva compagnia.
MAURO: va bene. Per oggi, facciamo l’ultimo giro di parola perché ci sono ancora tante cose da dire. Voi avete usato spesso la parola “papà” o “padre” per definire Charlie. Era il suo padre vero?
TUTTI: nooooo!
MAURO: infatti non era suo padre; ma quanti di voi pensano che Charlie sia stato un buon papà per “il monello”?
TUTTI: io! Io! Io! Io! Io! Io! Io! Io! Io! Io! Io! Io!
MAURO: la domanda allora è questa: a voi piacerebbe avere un papà come Charlie?
FRANCESCO: a me non piacerebbe avere un padre povero come Charlie perché, primo, non avrebbe i soldi per comprare da mangiare poi io ho anche una sorella quindi non credo che avrebbe i soldi per comprarci da mangiare.
LAURA S.: io vorrei un padre così perché Charlie è una persona buonissima e se ce l’avessi non mi pentirei.
CLAUDIO: io invece ho un padre buono ma se fosse anche Charlie lo accetterei.
SIMONE: io ho un padre buono però io prenderei Charlie perché mi piacerebbe come padre e poi è gentile.
ELEONORA: io ho un padre buono però se avessi Charlie lo accetterei comunque.
SARA: volevo dire che a me piacerebbe molto un padre come Charlie però… lasciare mio padre… No. Secondo me è più speciale lui.
GIULIA: io in parte vorrei aver come padre Charlie e in parte no. In parte sì perché mi divertirei un mucchio con lui. In parte no, perché non avrebbe abbastanza soldi per mantenere una famiglia.
LAURA D.M.: non credo ci sia nessuno che possa sostituire mio padre.
CHIARA: io non vorrei mai un padre come Charlie. Non perché è povero… anche se fosse ricco non mi interesserebbe… ma perché mio papà è troppo speciale per me.
FRANCESCA: io sono daccordissimo con la Laura S. e poi perché credo che se anche mio papà non avesse i soldi, io lo aiuterei come ha fatto il bambino nel film.
FILIPPO: Io in parte lo vorrei avere e in parte no. In parte sì perché con lui potrei andare dove voglio poi certe volte potrei anche non andare a scuola. In parte no perché con mio papà sto molto bene, è molto gentile e non credo che possa sostituirlo.
FEDERICO F.: io andrei con Charlie perché è simpatico ed è buono.
FEDERICO C.: anch’io andrei con Charlie perché mio papà, certe volte, mi sgrida un bel po’ forte.
MASCIA: io invece ci andrei perché è anche gentile, buono, non è mai cattivo, è molto simpatico e fa troppo ridere.
ANDREA: io in parte non lo vorrei perché mio papà è troppo buono.
MAURO: per concludere davvero per oggi, ognuno provi a pensare che cosa può aver imparato guardando questo film.
CLAUDIO: io ho imparato che non è molto bello rompere i vetri.
FRANCESCO: io ho imparato che, anche avendo un padre povero, si può star bene.
SIMONE: anche avendo una famiglia povera c’è sempre qualcuno che ti vuole bene.
CHIARA: ho imparato che se anche Charlie aveva preso quell’orfanello, l’orfanello si trovava bene con lui. Bisogna saper accettare i figli anche se non sono propri e volergli bene.
SARA: ho imparato una cosa molto importante per me. Prima di abbandonare un bambino bisogna pensarci due volte.
FRANCESCA: io sono d’accordissimo con Francesco.
FILIPPO: io ho imparato che, se due persone si vogliono bene, nessuno può dividerle perché sono troppo attaccate. Non si può.
ANDREA: non bisogna lasciare le persone che ti sono care.
MASCIA: aiutare le persone povere perché potrebbero anche morire.
FEDERICO C.: se da grande incontrerò un bambino piccolo non lo abbandonerò per la strada.
ELEONORA: io sono d’accordissimo con la Chiara.
FEDERICO F.: io ho imparato che se anche hai un padre povero puoi vivere benissimo lo stesso perché, secondo me, essere ricchi ti fa viziare.
LAURA D.M.: io ho imparato che se uno ha un padre povero è sempre più ricco dentro.
GIULIA: l’amore di una persona per un’altra non si può distruggere.
LAURA S.: io sono d’accordissimo con Filippo però vorrei aggiungere una cosa: se tu vedi una persona per la strada che ti chiede di aiutarlo e tu non lo aiuti, saresti soltanto una persona con l’anima sporca dentro.

Se avete un’ora di tempo riguardate il capolavoro di Charlie Chaplin. E come hanno fatto i bambini del Maestro Mauro scrivete un commento sotto l’articolo. 

Adelaide e la rabbia degli angeli – un racconto

Quello di settembre era il primo sabato che Adelaide avrebbe trascorso lontano dalla propria casa. La porta chiusa, serrata. Sono passata più volte, nessun movimento.
Esattamente quindici giorni prima, quell’anziana signora, mi aveva fermata davanti al proprio cancello mentre passeggiando mi godevo le ultime ore di sole estivo.
Mi mettono via” mi disse quella frase annuendo più volte il capo.

La guardai incredula. E’ così energica Adelaide, non si riposa un attimo: sposta le piante, stende i panni, coltiva il suo orto, gioca con il suo cane.
In una delle tante occasioni nelle quali mi ero fermata a parlare con lei, mi aveva confessato che spesso la notte faticava a dormire
– “Se sono stanca, perché magari mi muovo tutto il giorno, dormo. Non voglio prendere farmaci. A volte guardo la televisione, mi bevo un po’ di latte e anche se mi riaddormento verso mattina nessun problema, a pos star a let – mi diceva sorridendo mostrandomi le gengive e dando libero sfogo all’inflessione dialettale.

Mi mettono via e non me l’aspettavo”. Mi ripete. “Ora tocca a me. Spero di morire presto. Vado in una casa famiglia vicino ad una mia cugina che mi può venire a trovare. Poi se sarà così non lo so.

Non lo merito… ho lavorato tanto, mi sono fatta questa casa da sola. Mio marito è morto quando la casa era in costruzione, tre figli da tirar su, erano piccoli. Cosi non me l’aspettavo”. Allarga le braccia in segno di resa. A cosa si arrende? Alla decisione dei figli, alla vecchiaia, alla difficoltà di vivere in una società all’apparenza semplificata, ma in realtà sempre più complicata? Non lo so e non lo sa nemmeno lei.

Mi commuovo, sento il suo dolore. Le dico che sicuramente la porteranno ogni tanto a rivedere la sua casa. Mi dice che è meglio che non la riveda più. Se così deve andare, cosi vada.

La sera mentre preparo la cena cerco di pensare che in fondo Adelaide potrebbe anche star bene nella “Casa Famiglia”. Sono poi cose materiali che lascerà e se fosse morta le avrebbe lasciate comunque.

Ma è viva e vivi sono i ricordi e i desideri che accompagneranno le sue giornate.

Mi viene da pensare a quando a volte in casa mi guardo le foto di quando ero giovane, delle gite, delle vacanze e trovo bella la mia vita, la mia gioventù.

Penso a quando sono sola e decido di non cucinare, di mangiarmi un panino in santa pace, guardando la TV o leggendo un libro ascoltando il rumore del silenzio; o a quando canto sotto la doccia senza che nessuno si chieda se sono impazzita. A volte chiamo un’amica anche se sono le dieci di sera. Non disturbo nessuno.

Se lo fa anche lei sono piccole libertà che le mancheranno.

Volare con la mente senza la briglia degli anni, senza doverne dar conto a nessuno.

Anche Adelaide è uno spirito libero, sempre indaffarata a gestire le sue giornate. Quando era tempo di raccogliere l’uva mi preparava i “sugali** e me ne dava una ciotola. Quest’autunno mi mancherà quel gesto di ringraziamento dettato dal fatto che a volte mi fermavo a parlare con lei.

Ci si pensa tante volte al fatto che se si ha la fortuna di non morire giovani si diventa vecchi. Si pensa di arrivare a quel giorno organizzati, preparati; invece a volte qualcuno deve decidere per noi. Come si fa…? non c’è alternativa.

All’inizio della mia carriera come infermiera ho lavorato alla “Casa di Riposo”. Non ho mai visto maltrattare nessuno, però quando era ora di mangiare si mangiava, quando era ora di dormire si dormiva, quando era ora di lavarsi ci si lavava, quando era l’ora del silenzio si taceva.

Io ero destinata agli autosufficienti, ma anche per loro c’erano rituali dettati dall’organizzazione. I familiari che venivano a trovare il proprio congiunto si contavano sulle punte di tre dita. Sembravano persone senza passato, senza storia, catapultate in un mondo senza futuro. Si sarebbero potuti alzare dal loro letto, ma nessuno lo faceva, a meno che non dovesse andare al bagno.

Alzarsi e camminare, camminare per andare dove?

Oggi è tutto cambiato. Ne sono sicura.

Tre giorni prima della partenza Adelaide impreca, rompe anche dei piatti. Impreca contro il passato, contro gli anni augurandosi che ne rimangano pochi, impreca contro tutto quello che non immaginava andasse così.

La sera, leggendo, anche l’ultimo libro che ho comprato mi parla della vecchiaia. Sembra una congiura verso i miei pensieri.

“Gli ultimi sei anni di vita sono i più costosi, dolorosi e solitari, sono anni di dipendenza e, con una terribile frequenza, sono anni di povertà. Solitamente l’ultima fase è tragica, perché la società non è preparata a gestire la longevità”, scrive Isabel Allende  (Donne dell’anima mia, Feltrinelli). Circa quarant’anni fa lessi un libro di Sindney Sheldon dal titolo La rabbia degli angeli. No, non ricordo più la trama, ma mentre passo davanti a casa di Adelaide e la sento imprecare, mi viene da associare quel titolo al suo nome.

 

Accettare i demoni

La saggistica sui problemi della psiche mi annoia. Bastano poche pagine. Eppure sono interessato ai problemi della psiche (la mia, anzitutto, che discorsi). I testi che non mi annoiano, tuttavia, sono molto più vicini ad una storia, un racconto, un romanzo. Oppure sono un romanzo. Il guaio è che le storie pongono solo domande. Quando sento il bisogno di un piccolo conforto, di qualche risposta o anche di un semplice suggerimento – e non ho i soldi per andarmi a sedere in una poltrona per 45 minuti – mi tuffo nelle parole di un Grande Ansioso, diventato terapeuta, che scrive come un narratore.

“Anche se i demoni sono così bravi a spaventarti e a minacciarti, in realtà non ti fanno mai male veramente. Perché no? Perché non possono farlo. Tutto ciò che possono fare è ringhiare, spaventarti. Il loro unico potere è la capacità di farti paura ma, concretamente, non possono neanche toccarti. Quindi, se credi che ti faranno veramente ciò che dicono, cadi nel loro gioco e saranno loro ad avere il controllo della barca. Quando ti renderai conto che non hanno la capacità di farti del male fisicamente, sarai libero. Potrai condurre la barca ovunque tu vorrai, a patto però di esser disposto ad accettare la presenza dei demoni. Lascia che loro si avvicinino, osservali e continua a guidare la tua barca verso la tua meta. Tutto quello che devi fare per raggiungere la terra è lasciare che i demoni ti circondino, che ti gridino quello che vogliono, e continuare a guidare la barca verso la costa. I demoni possono urlare e protestare, ma non possono fare niente per fermarti.

A questo punto starai pensando: “Ma perché li devo tenere sulla barca? non posso lottare con loro e buttarli in mare?”

Certo, puoi provarci, ma sarai talmente impegnato a lottare con loro da dimenticarti del timone, correndo il rischio di andare a sbattere contro uno scoglio e ribaltarti. Inoltre è una battaglia che non potrai mai vincere, perché i demoni sono infiniti.

Potrai pensare: “Ma è orribile! Non voglio vivere circondato da demoni!”

Mi dispiace doverti dare una brutta notizia: lo sei già.”

(Russ Harris)

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DI MERCOLEDI’
Libri o persone? Tutti e due: persone & libri.

 

Nella foto in bianco e nero c’è un bambino sulla giostra insieme a me; occupa la moto alla mia sinistra e guarda l’obiettivo a occhi sgranati. Io invece sono concentrata a guidare una macchinina, con le mani ben strette sul volante. Di Marco si notano il giubbino fatto a mano con la lana piuttosto grossa e i capelli corti e ispidi, da monello. Oggi è il giorno di San Michele Arcangelo, patrono del mio paese, e la mia pettinatura è quella delle grandi occasioni: il concio o come si dovrebbe dire lo chignon che mia madre abbina ai vestiti eleganti, come questo che è di velluto. Il colore non si può vedere nella foto, ma la memoria mi soccorre e lo ricordo color bordeaux.

Stamattina al mercato del mio paese il giro tra le bancarelle è durato poco: mi hanno assorbita altre commissioni attorno alla piazza, tra cui quella in banca. Lunghissima. Meno male che, nell’attesa di conferire con il cassiere, Marco e io ci siamo ritrovati dopo tutti questi anni e abbiamo rimesso in piedi alcuni ricordi della nostra infanzia. La foto sulla giostra è venuta in mente quasi subito a tutti e due. Con le nostre facce di oltre mezzo secolo fa, ma almeno sono facce complete e non questi ovali coperti dalle maschere anti Covid, che portiamo come segno dei tempi.

Penso che abbia fatto bene a entrambi incontrarci. Certo, la sensazione che lascia il calore umano scambiato dal vivo porta una piccola beatitudine, perché ci fa sentire parte di una tribù a cui abbiamo preso parte fin da piccoli, con i suoi riti identitari; ci fa ricordare insieme e credo sia già una forma di dialogo. Combatte la solitudine della caverna nella quale abbiamo trascorso gli ultimi mesi. Come è accaduto a molti di noi, nell’ultimo anno ho esercitato più che mai la mia capacità ricettiva. Sento e leggo a lungo ogni giorno le news di politica interna ed estera; come avrebbe detto Galileo conosco estensive le cose che accadono nel mondo, molto più di quando insegnavo e lavoravo tutto il giorno per fare lezione da casa e tentavo in qualche modo di salvare la qualità della relazione con i ragazzi. Ora però rielaboro di meno, soprattutto per la carenza di interlocutori. I mass media consentono assai poco la reciprocità del dialogo: ascolto e basta. E mi manca il dialogo quotidiano con le amiche colleghe, compagne di avventure didattiche e dello spirito.

Diciamo che frequento libri e rifletto sulle sollecitazioni che mi dànno con una grande sete di parole. Chissà se in Italia è aumentata la lettura durante il lockdown e di quanto.
Libri o persone? Ho bisogno di tutt’e due. E allora eccomi a comprare appena è stato possibile l’ultimo libro di Marco Balzano, Quando tornerò, e ad aspettare di sentirlo parlare di questa nuova storia durante il collegamento con la sede ferrarese di Libraccio il 15 aprile scorso. Ho conosciuto Balzano un paio d’anni fa quando è venuto a incontrare i ragazzi dei Licei cittadini al Museo di Spina nel salone delle Carte Geografiche. Che bel momento. Lui generoso e attento ai ragazzi come un docente, che è anche scrittore, sa fare, il suo libro, Resto qui, bellissimo.

Volevo riascoltare la persona Balzano, lo scrittore in carne e ossa. In un gioco chiarissimo di complementarità tra autore e narratori, Balzano dice “Io” per tre volte nel nuovo romanzo: parla nelle vesti di Daniela, la madre di famiglia che lascia la Romania per venire a Milano a fare la caregiver (da evitare la parola riduttiva badante, meglio curante o il termine equivalente inglese), poi assume il punto di vista dei due figli, che Daniela ha lasciato soli, con un padre evanescente che riesce solo a fuggire le responsabilità e ad andarsene a sua volta senza lasciare traccia. Lei per prima, poi Manuel e infine Angelica danno la loro versione degli anni in cui da Daniela ha lavorato a Milano, con l’unico scopo di mandare loro i soldi necessari a farli studiare.

E’ la storia dello spaesamento da cui sono stati travolti: lei che come tante donne dell’Est si è trasferita in Italia a prendersi cura di una persona anziana, i figli che per questo sono stati lasciati senza cura. È una storia contemporanea e internazionale: sul tema della partenza e poi del ritorno alla famiglia, dopo un’ intensa esperienza di lavoro e di emancipazione femminile vissuta in un altro paese; sul senso di colpa che divora chi è andato lontano. Lo sa bene Daniela, anche se è stata spinta a venire in Italia dalle necessità economiche e dall’immenso amore per i figli. Ogni sacrificio è stato fatto per loro, che però non possono capire e sentono la ferita dell’abbandono.

Come nel precedente romanzo, mi sembra di nuovo straordinaria la capacità di immedesimazione dell’autore nei suoi personaggi: là era protagonista e io narrante, la maestra di un paese in Alto Adige, Trina; ora lo sono una donna matura e i due figli adolescenti. Ognuno racconta la propria versione della storia con le caratteristiche espressive che gli sono peculiari e con il proprio grado di comprensione della scelta che Daniela ha compiuto. In particolare Manuel, che, a differenza della sorella maggiore avrebbe voluto andare via con la madre, sbanda sotto il peso dell’abbandono.

Nella mia vita ho conosciuto alcune curanti occupate in famiglie del mio paese, poi ho conosciuto da vicino Sofia quando ho avuto bisogno che si prendesse cura di mio padre. E’ stata una guida imprescindibile per me, lungo un cammino senza tracciato in cui rischiavo di sbandare. Ho avuto lei come bussola: la sua laurea in medicina e la sua dedizione l’hanno resa indispensabile a mio padre e al resto della famiglia. Dopo nove anni, anche ora che è tornata a vivere in Polonia, non passa giorno che non ci scambiamo una parola tramite whatsapp. Di lei mi ricordo quotidianamente e dunque il libro che parla di Daniela e dei suoi figli mi suona familiare.

Sofia è venuta in Italia per cercare lavoro, ma soprattutto per lasciarsi alle spalle una storia famigliare dolorosa; ha lasciato in Polonia i due figli maggiori e ha portato con sé il più piccolo, di soli otto anni. Mi viene in mente la sua parabola di vita, nella fase che ho conosciuto, perché ricorda da vicino i sacrifici e le privazioni di Daniela. Nel caso di Sofia, però, l’attaccamento dei suoi figli non è mai stato scalfito dalla lontananza. Il maggior segno di amore le è stato dato dal più piccolo, che ormai trentenne l’ha seguita nel suo ritorno in patria. Lui, più italiano che polacco per il modo di vivere e di pensare, ha ripreso la via di casa insieme a lei, complici anche la precarietà del lavoro qui in Italia e qualche problema di salute.

Mi domando di nuovo: persone o libri? La risposta è la stessa: persone e libri. Perché, come ha detto Balzano a chi gli chiedeva come avesse scelto il tema del badantato per questo romanzo, la letteratura ha la forza di guardare il mondo dall’interno e con efficacia, di trovare empatia nel rapporto con gli altri. Sa andare oltre gli stereotipi. Sa procurare avvicinamento.

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Gli ultimi cinque minuti

Riot (Ruby Amanfu, 2019)

Scendo in cantina in cerca di conforto,
rovisto tra le cose messe da parte.
Forse troverò un po’ di miele,
un dolce rimpianto, per rivivere l’incanto.
Ma non basta… dura poco, fine del gioco!

Torno su.
Un cielo nero sopra la testa,
una strada infinita quanto il cammino.
Solo ricordi spenti.
Nessuna voglia, nessun domani,
niente.

Pensieri sfatti, corpi sfatti,
facce gonfie, occhi chiusi.
Ogni giorno un presente da dimenticare.
Monotonia, claustrofobia,
aria malata, il respiro fugge via.

Benvenute malattie!
Gli anticorpi son scaduti,
diritti e doveri decaduti.

Il vuoto s’allarga, mi sfiora tagliente, silente.
La carne è putrefatta, maleodorante.
La piaga affiora, il bruciore è ardente.
Vermi nella mente.

Giro le dita attorno la ruota,
sono dato per spacciato.
Lo so, lo sono stato e lo sarò.

Solo promesse, sempre le stesse.
Quotidiane come il pane.
Bugie, ipocrisie, false terapie.
Se rinasco, mi dispiace, non ci casco.

Questa vita m’appartiene?
E se magari vita non fosse?
S’accettano scommesse!

Esco fuori, cerco colore.
Raccolgo sassi e conto i passi.
Sfuggo al dolore ma ritrovo rancore.

La gente guarda tutto
e non vede niente.
Denti finti, cariati, turati,
sorrisi dipinti, mascherati.
L’aria è saccente, l’alito pesante.

Pioggia acida nel cervello.
Apro l’ombrello, stringo il cappio al collo.
Questo mondo non m’appartiene.
Solo avvoltoi, sciacalli e iene.

Come un salto senza rete,
niente più fame né sete.
Finisce l’inganno totale,
dalla nascita al funerale.
Poco male.

Sarà la storia che mi compete,
e mia soltanto l’eterna quiete.

La casa dei valzer

Playground Love (Air, 1999)

Avete mai creduto a una leggenda? Una storia palesemente inventata ma che avreste desiderato intimamente che fosse vera?
Magari la voglia di crederci a tutti i costi vi ha convinto che vera lo fosse sul serio. Ebbene, a me è successo. E non nego che la cosa un po’ m’imbarazza e un po’ mi turba.
Intendiamoci, non si tratta di una bella storia, di una storia piacevole e a lieto fine, tutt’altro.
Eppure, ogni volta che ci penso, sono sempre più convinto che questa storia non sia così campata in aria… Cercherò d’esser più chiaro.

Tutto è iniziato tanti anni fa quando ero ancora un ragazzo. Ricordo di quella volta che lessi l’articolo di un giornale locale che raccontava la tragica vicenda di un mio coetaneo che morì in circostanze misteriose.
Il suo corpo fu trovato semisommerso in una scolina nella campagna di Contrapò. Era ormai del tutto decomposto e irriconoscibile, perciò si riuscì a risalire all’identità soltanto grazie all’agendina che portava nella tasca dei jeans. Nel libretto erano segnate le sue generalità e molto altro. C’erano appunti scritti di suo pugno che descrivevano, come le note di un diario, le sue ultime giornate e s’interrompevano con tutta probabilità il giorno della sua scomparsa. Venne anche accertato dall’autopsia che la morte fu sopraggiunta per soffocamento circa tre settimane prima.
Se inizialmente si pensava a una disgrazia, dopo alcuni giorni dalla scoperta del corpo gli indizi raccolti portavano tutti alla conclusione che si fosse di fronte a un caso di omicidio.
Dopo tanti anni posso confermare che non fu trovato mai nessun colpevole e che la morte di quel ragazzo si andò a sommare a tutti quegli innumerevoli casi di delitti irrisolti di cui la storia della nostra cronaca nera è piena.
La cosa strana era che nessuno, prima del suo ritrovamento, ne aveva denunciato la scomparsa. Solo successivamente, quando i carabinieri dovettero andare a casa del ragazzo per dare ai familiari la tragica notizia, si apprese che il giovane era orfano e viveva nell’abitazione dei nonni materni, e che appena sei mesi prima i due anziani erano morti anch’essi in circostanze poco chiare, pare comunque nel sonno per una fuga di gas dalla stufa mentre il nipote si trovava fuori casa.

Ma proprio il mistero che avvolgeva tutta la vicenda contribuì alla nascita di alcune voci. Si racconta, infatti, che nella famosa agendina ritrovata sul cadavere del ragazzo ci fossero scritte alcune inquietanti affermazioni. Nel diario il ragazzo confessava tutto il suo odio verso i nonni che aveva perso di recente, descrivendoli come dei mostri che gli avevano reso la vita impossibile. Temeva però che i loro fantasmi fossero tornati a tormentarlo, era ossessionato dalla certezza che non sarebbe mai riuscito a liberarsene. Ne avvertiva la presenza ogni sera e per tutta la notte fino alle prime luci dell’alba. A volte gli pareva di sentire il brano preferito dei nonni, un vecchio valzer, provenire dalla loro camera da letto. Così decideva di trascorrere gran parte della notte andandosene a zonzo per la campagna circostante e annotando nel diario ogni stranezza che gli fosse capitata. E questo probabilmente fino al giorno della sua morte.
Per alcuni anni la dimora in cui il giovane e i nonni avevano vissuto – una casetta isolata nella campagna tra Baura e Contrapò – rimase disabitata in attesa di un compratore.

La leggenda vuole che di notte, passando nelle vicinanze, si potesse ascoltare la tenue melodia di un valzer provenire dall’interno della casa.
L’estate di quell’anno io e i miei amici, per alcune sere, andammo a curiosare da quelle parti per constatare di persona se ciò che si diceva in giro corrispondeva al vero oppure no. Voi non ci crederete ma l’ultima sera udimmo tutti quanti le note di un’operetta che sembravano risuonare proprio nelle stanze vuote e buie di quella casa. Dopo qualche attimo d’incertezza, una sensazione di crescente paura s’impadronì di noi tutti, spingendoci a inforcare le bici in fretta e furia e ad allontanarci da lì il più rapidamente possibile.
Quella fu l’ultima volta che andai a far visita alla “casa dei valzer”, come veniva soprannominata allora. Dopo qualche giorno partii per le vacanze e quando tornai mi dissero che la casa era stata demolita.

Non saprei se si trattò di suggestione, di un’allucinazione collettiva. Certamente quella musica la sentimmo tutti. Anche se dopo preferimmo minimizzare la cosa costruendoci intorno qualche strampalata spiegazione che in qualche modo servisse a rincuorarci e a scongiurare ogni dubbio sull’esistenza dei fantasmi.
Devo dire che ormai, a distanza di tanto tempo, ogni emozione legata a quella vicenda si è talmente rarefatta e attenuata da poterne finalmente parlare con rassicurante distacco, nella ritrovata certezza che non vi sia mai stato nulla di arcano e oscuro.
Nulla a parte l’identità dell’assassino che resta tuttora un mistero. Un qualcuno che, in tutti questi anni, potremmo benissimo aver incontrato se non addirittura conosciuto nella più ordinaria quotidianità e senza intuire alcunché.

Un ricordo di due cuori

Need Her Love (Electric Light Orchestra, 1979)

Letto d’ospedale. L’uomo era pensieroso, perso nel suo labirinto d’emozioni. Stava ripassando le cose non dette, quelle mai dette, quelle dette per metà e quelle dette male. Un elenco che lo feriva, una lista di rimpianti e qualche rimorso.
Al suo fianco la compagna di una vita lo vegliava in silenzio. La complicità era massima, non servivano parole, bastava lo sguardo.
Il tempo passato insieme, tutti quegli anni avevano saldato quelle due piccole anime trasformandole in qualcosa di unico, di diverso e più grande. Un legame inattaccabile, feroce, resistente all’usura della vita, e alla morte.
L’uomo la guardò, le forze stavano per abbandonarlo e per l’ultima volta volle piangere, poiché non era più in grado di parlare e il pianto era l’unica parola rimastagli addosso. Un pianto discreto, muto, una sola lacrima e in essa tutto l’amore di una vita che gridava in silenzio. La sua donna lesse quel pianto, raccolse il riflesso di quella lacrima, lo fece suo, nei propri occhi.
Così l’uomo se ne andò per sempre dalla vita, lasciando a lei il conforto dell’ultimo sguardo.
L’anima nell’anima. Un solo respiro diviso in due cuori. Un cuore si ferma e cede all’altro il ricordo di sé.
E così l’assenza dell’uomo si fece via via presenza nella donna. E la donna visse, visse chiudendosi al mondo, sempre innamorata del suo uomo che non c’era più.

Quell’uomo e quella donna erano mio padre e mia madre.
Non ho mai più visto un amore così assoluto. E ho sempre pensato che non sarei mai stato in grado di eguagliarlo.

Mia madre abbandonò la vita un anno e mezzo dopo mio padre. Come se avesse esaurito le poche scorte di desiderio rimaste. Sì perché per vivere occorre desiderare… e desiderare di vivere naturalmente!
I desideri di mia madre si erano spenti l’uno dopo l’altro, mese dopo mese. Io ero ancora troppo preso dal mio dolore per la morte di mio padre, dalla mia rabbia, dalle mie emozioni che mi bruciavano addosso.
Non mi ero accorto di nulla. E anche mia madre, piano piano, se ne stava andando.
Poi un giorno ricevetti la diagnosi: leucemia fulminante.
Ecco, questo fu il modo che aveva scelto.

Dopo tanti anni senza di loro, dopo aver metabolizzato il dolore della perdita e soprattutto dell’assenza, mi rimane il loro romantico ricordo, e il loro splendido esempio.
Riguardo le loro foto e sorrido. Li ripenso uniti per sempre, e capisco d’esser felice.

Non arrenderti mai…

Never Back Down (Novastar, 2006)

Ricordi tuo padre cosa diceva?
“Non arrenderti mai, qualunque cosa accada, non arrenderti ragazzo…”
Lui non si è mai arreso, eppure ti ha lasciato solo.
Tuo padre non c’è più e la vita ti circonda indifferente, immane come il cielo.
E guardi il cielo e vorresti essere altrove. Polvere mossa dal vento, invisibile, libera.

“Non arrenderti mai” diceva tuo padre, ma ti ha lasciato solo ed è questo l’unico tuo pensiero.
Anche oggi un cielo color piombo, e oltre le nuvole il mistero di un sole da troppi giorni assente.
Dentro di te è lo stesso. Il gelo perdura anche d’estate. Il cuore, le pietre e il ghiaccio si mescolano spargendo poltiglia di vita e fango. Dolore e vuoto in cerca di rimedio, invano. Ma il tempo è sovrano.
E ti butti nella mischia. Lottando, correndo alla meta. “Non arrenderti mai”, senti la voce di tuo padre. Ma la sua voce non basta, e vorresti di più. Parlargli ancora una volta, contare le sue rughe, sentire l’odore di sigaretta dei suoi vestiti.
Rabbia e lacrime sono tutto ciò che resta. La vita a volte brucia. Come una ferita sempre aperta, sanguina, s’infetta, ma poi guarisce… il tempo è sovrano.

Perciò non arrenderti mai ragazzo, perché la strada è terribile, pericolosa e meravigliosa.
Corri, non fermarti. La salita è una morsa che ti prende il respiro e ti spezza le gambe, ma oltre le colline le nuvole si diradano e c’è speranza di incontrare il sole, finalmente!
Chissà, forse vale la pena tentare… una volta ancora.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Tre lettori: abbandonarsi sì, ma con accortezza…

Tre uomini rispondono e ammettono: abbandonarsi si può, sognare anche. E poi chiedono: meglio essere guardinghi?

Naufragar m’è dolce in questo mare… ma con salvagente!

Cara Riccarda, caro Nickname, io totale abbandono in amore e voi?
Stefano

Caro Stefano,
siccome non mi aspettavo questa domanda, l’ho ignorata evitando di rispondere a me stessa prima che a te. La risposta non ce l’ho o forse non riesco a formularla. Me la potrei cavare rispondendoti dipende, ma questo non direbbe nulla di me e molto dell’altro, come se tutto dipendesse, appunto, da cosa vedo e sento in chi mi sta di fronte più che in me. Posso dire che la divina mania delle cose d’amore l’ho conosciuta e, quando è successa, l’ho vissuta senza chiedermi nulla e senza dosare quanto avevo da dare.
Riccarda

Caro Stefano,
io generalmente NON mi abbandono. Ma quando accade è magnifico.
Nickname

Puzza di bruciato? Freno a mano tirato!

Cara Riccarda, caro Nickname,
credo solo che il confine tra essere guardinghi e avere il freno a mano sia qualcosa di labile.
Fabio

Caro Fabio,
labile, modificabile, reversibile. Stare guardinghi è anche un po’ da saggi, specie quando si è stati a guardarsi le ferite. A me capita sempre più spesso di dire vediamo un attimo, vedere cosa non lo so. È un atteggiamento mitigatore che si mette sul confine in attesa di tirare il freno a mano o spingere l’acceleratore.
Riccarda

Caro Fabio,
si può intendere anche così. Personalmente il freno a mano non ha a che fare con una diffidenza, piuttosto con la paura e la voglia di essere nudi, in senso lato. (Baglioni lo diceva in senso stretto).
Nickname

Pensar troppo fa male al sonno…

Cara Riccarda, caro Nickname,
forse siamo già sogno, oltre Mercurio, il sogno di un’entità astratta. Il non ancora pensato che diventa amore quando lo senti. Il non pensato diventa sentito e l’ansia vitale trasforma le caviglie dolenti in ali per raggiungere ciò che ancora non sai.
P.P.

Caro P.P.,
l’ansia vitale porta sempre nella direzione giusta. Tendiamo a lasciarla inascoltata perché irrazionale e improvvisa, ma se bussa è perché in quel momento abbiamo bisogno di quella cosa lì e non di altro.
Riccarda

Caro P. P.,
mi hai fatto tuffare nell’inconscio e nell’irrazionale, mi inviti a tenermi alla larga dal pensiero. Umberto Galimberti sarebbe fiero di te. Lo trovo un buon suggerimento, per quanto espresso in linguaggio onirico. Cercherò di sentire. Pensare, penso fin troppo.
Nickname

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Amore e rabbia, si può farne a meno?

Dialogo A due piazze tra Riccarda e Nickname: tirare il freno mano, muoversi tra la paura, la rabbia e la voglia di abbandonarsi, nell’attesa di diventare come Mercurio.

N: Posso vivere senza amare? Amore è una parola che tratto con enorme diffidenza. In parte per l’abuso che ne viene fatto, in parte per la paura e la voglia di abbandonarmici.
Esiste un sentimento più forte di questo? La rabbia, forse. Esiste un compito da svolgere per me? (sì, per me. Quando parliamo degli altri, agli altri, parliamo sempre e solo di noi stessi). Sì, esiste. Canalizzare la rabbia. Seppellirla sotto un metro di terra, infatti, la rende uno zombie. Non te ne libererai mai. Canalizzare la rabbia. Usarla come un propulsore per fare le cose che non ho fatto. E poi metterla via, finalmente. E amare, finalmente.

R: Vivere senza amare? Non puoi, non devi. Ci sono gli illusi dell’autarchia, quelli che si fermano prima di amare l’altro, quelli che, di fatto, hanno perso. Di fronte a questi sigillati, un tempo ho provato persino ammirazione, sì, una paradossale e insana invidia, pensavo che avrei voluto essere anch’io così, avere un cuore autosufficiente, dal battito indipendente e a comando. Vagheggiavo un cuore lucido e liscio come una lastra di ghiaccio dove tutto scivola, dove non ci sono porosità che possano fare passare il minimo brivido di sentimento. Ma anche le lastre di ghiaccio si spaccano e sotto c’è l’abisso in cui è meglio non finire. E mi arrabbiavo perché l’amore se non arriva a destinazione, ti continua a sobbalzare dentro e allora o lo seppellisci da qualche parte o lo butti fuori con rabbia, creatività, chilometri di corsa, una spesa folle, qualcosa che non hai mai fatto.
Della rabbia te ne devi liberare, ma dell’amore no, si ripresenta in altre forme, verso altre persone, magari un po’ di più verso te stesso.
Dici che hai paura e voglia di abbandonarti all’amore, un nostro comune amico direbbe che il freno a mano va lasciato e che nell’amore va messo in conto tutto, l’abbandono, la perdizione e il sublime.
A che punto sei?

N: L’immagine del freno a mano tirato è efficace. Temo di essere parcheggiato in pendenza, che è assurdo per un animale di pianura. Sento più un peso alle caviglie. Il punto in cui sono non fa parte di un tragitto con un vero traguardo. È il percorso che conta, a patto di affrontare i gran premi della montagna scaricando i pesi lungo i tornanti.

R: Non sapendolo usare bene, con quel freno a mano ho fatto dei testa coda, ma sono anche scivolata giù quando l’ho lasciato troppo andare. Quanto alle tue caviglie, oggi ti senti dei pesi, domani potrebbero essere ali: Mercurio con le ali ai piedi, diventava un portatore di sogni.

Cari lettori, cosa vi sentite alle caviglie? Siete più inclini alla paura o all’abbandono verso l’amore?

Scrivete a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Essere liberi!

Dopo un anno e mezzo di silenzio, un come stai? non è un approccio, è un atto di sfondamento alla cassaforte dei rancori. A quel numero, S. aveva associato una suoneria diversa e non l’aveva più sentita dal giorno in cui lui le aveva comunicato, per messaggio, che voleva un’altra vita.
Come stai scritto da lui non era un gesto di interesse, un pensiero gentile, ma la richiesta di attenzione, una pretesa di indulgenza, la convinzione di esercitare ancora qualche potere su di lei.
Il messaggio era arrivato al momento giusto, quando cioè lui era già stato ridimensionato, svuotato di un fascino solo apparente e visto con distacco.
Senza il filtro dell’amore e con l’aiuto del tempo, le persone appaiono molto diverse, spesso altre, irriconoscibili e sicuramente più autentiche. In quel messaggio S. leggeva presunzione, voglia di conferma di essere l’uomo grande che davvero lui credeva di essere, quello che con l’epifania di un messaggio pensa di sconvolgerti ancora una volta. Ma si sbagliava. S., che non lo aveva mai cercato in tutti quei mesi, gli aveva scritto ciò che pensava e della liberazione da quella sua presenza che l’aveva abitata per molto tempo. Il messaggio, inaspettato, era stato la prova che lui non era più niente, nemmeno un sussulto.
E da abile manipolatore, non tollerando una reazione che non gli lasciava margini, si complimentava con S. per la ‘rivincita serale’. Come a dire che le aveva dato anche questa possibilità, un piccolo sfogo, una rivincita da poco che tanto non lo avrebbe toccato.
“La mia rivincita è iniziata quando ho smesso di amarti, e non è da questa sera” aggiungendo anche come lei ora lo vedeva: un piccolo uomo tronfio.
Non serviva altro, lui rispose con faccine che ridono perchè le parole di S. potevano solo essere ridicolizzate, respinte con una faccina stupida per renderle meno vere.
S. sapeva di averlo spiazzato e di non essere stata, per la prima volta, corrispondente alle attese di un uomo che si aspetta un eterno sì.

Vi è mai successo di capire il momento esatto in cui avete abbandonato qualcuno? Quando, cioè, l’altra persona ha smesso definitivamente di fare presa su di voi? Qual è stato il segnale che vi ha dato la prova di essere liberi?

Potete mandare le vostre lettere a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Punto e basta o punto e virgola?

Girare pagina, azzerare, dire da oggi punto a capo, mi sembra il manifesto di un cuore per niente libero. Caso mai, un punto e virgola per riprendere fiato e provare a riorientarsi un po’.
Non ci si scrolla mai il peso di una storia, cioè di una persona, con un’alzata di spalle, per quanto corto fosse il legame e per quanto minimo fosse l’investimento. Cosa resta del vissuto? Quanto questo influenza la spontaneità e la leggerezza entrando in una storia successiva? E se a tornare è la stessa persona da cui ci eravamo allontanati?
Il vissuto resta tutto e svolge la sua funzione: un po’ memento mori se le cose non sono andate troppo bene e un po’ come un punto fermo che qualche singhiozzo di felicità esiste.
E ogni storia si regge su queste due gambe e si nutre del continuo avvicendarsi di momenti bui e di radiosi risvegli accanto a qualcuno.
Il vissuto è anche il manometro delle emozioni e del loro peso, dei nostri battiti e di quelli che abbiamo ascoltato adagiate su un petto. Per questo l’andare a capo non rientra nella punteggiatura degli affetti, il discorso non si interrompe mai di netto e del tutto, al massimo si mette un’interlinea più ampia che si prende il suo tempo. Una sospensione che, anche quando subita, è sempre utile alla revisione di una parte e del suo tutto. Tra qualche gancio lanciato e la tentazione di afferrarlo al volo, passiamo i mesi custodendo quel pensiero che non vuole perdere luce.
Azzerare non credo sia umano, persino ai cuori più granitici può scappare un rivediamoci. E allora perchè no? In fondo non avevamo cancellato niente, anche se lo avevamo giurato agli amici.

E voi siete quelli del punto a capo o vi è successo di riprendere un discorso?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

Il fascino della rovina: Camporesi alla Mlb gallery e il contest sui luoghi dell’abbandono

Una finestra senza più imposte né intonaco, aperta su un muro pieno di calcinacci con davanti un orizzonte di mare e cespugli. È una foto grande, dà l’impressione di potersi affacciare e sentire l’aria del mondo inselvatichito là fuori. L’autrice è Silvia Camporesi e la fotografia è esposta nella home-gallery, casa-galleria di Maria Livia Brunelli su corso Ercole d’Este a Ferrara, insieme con un’altra dozzina di foto di luoghi abbandonati, struggenti e polverosi, evocativi come non mai.

“Finestra a Pianosa” di Silvia Camporesi alla Mlb gallery di Ferrara

Le immagini che fanno parte del suo grande ‘Atlante dei luoghi italiani in rovina’, ma inedite rispetto a quelle già pubblicate sul volume ‘Atlas Italiae’, edito nel 2015, in cui l’artista ha raccolto 112 foto di 70 posti abbandonati in tutta la Penisola. Stavolta, qui, c’è una serie di fotografie scattate sul territorio di Ferrara. “Un omaggio – dice l’artista – a Giorgio Bassani a cui pensavo di dedicare immagini sui luoghi ferraresi della sua vita. Ma quando ho visto quei posti non ho trovato ispirazione. I luoghi che ho scelto sono stati altri, abbandonati, che si riallacciano quindi alla sua sensibilità e attenzione per i luoghi da salvare che lui ha portato avanti per Italia Nostra”. Il repertorio che la Camporesi si è andata a cercare mette insieme diversi punti nevralgici dell’abbandono in terra ferrarese: l’ex manicomio infantile di Aguscello, la stazione ferroviaria chiusa di Bondeno, una villa che stanno per ristrutturare e l’ex Eridania di Codigoro. A impreziosire le foto è l’intervento manuale di colorazione. Le immagini scattate a Ferrara e dintorni – spiega l’autrice – sono state stampate in bianco e nero e poi colorate con pastelli solubili all’acqua. Un tocco in più di poesia evanescente sul tempo che trascorre.

Un’ulteriore coincidenza può rendere per qualcuno questa mostra ancora più interessante. L’esposizione si realizza in concomitanza con lo svolgimento di un concorso fotografico (FramE Contest) organizzato dall’associazione culturale ferrarese. Il concorso è cominciato all’inizio di quest’anno. Ogni mese viene inviato ai concorrenti il titolo del tema su cui concentrare il proprio obiettivo tra Ferrara e dintorni per partecipare e, da lì in poi, per un mese, si possono fare le foto per presentare la più riuscita entro il mese successivo. Ebbene: dal 20 aprile le foto del concorso FramE insieme con l’associazione Riaperture saranno dedicate proprio a ‘Luoghi dell’abbandono’.  Ad arrivarci in questo modo, alla mostra di Silvia Camporesi alla Mlb gallery, attenzione e sensibilità si amplificano. Come trovare l’anello di una catena dopo che hai passato tutto il tempo prima a cercarlo. Quello scintillio ti incanta perché ormai ci hai pensato, guardato e te lo sei prefigurato tante volte e ora, finalmente, lo trovi, lo vedi, ce l’hai davanti.

Nei lavori di Silvia Camporesi esposti alla Mlb gallery c’è quella combinazione che rende i ruderi degni di nota, quel particolare che fa sì che siano più attraenti di qualunque loro equivalente intatto e integro. La pittura romantica ottocentesca è un repertorio esemplare di combinazioni struggenti e la poetica del disfacimento ha radici lontane [vedi il saggio sull’arte delle rovine]. L’abbandono non basta. Gli elementi che rendono davvero riuscita questa forma di rappresentazione sono il contrasto tra la pietra e ciò che palpita, la parte inanimata e l’anima, il confronto tra il manufatto che si sgretola e il seme che germoglia, il marmo monumentale che si credeva inattaccabile e che invece offre il fianco al rametto esile, così vulnerabile eppure implacabile nella sua capacità di ricavarsi spazi vitali. La rovina è ciò che il tempo fa crollare e distrugge, ma anche ciò che al tempo resiste e sopravvive: lo spazio fisico inquadrato nell’attimo che scorre. La rovina è gloria fallita, fasti decaduti, ricchezza diventata povertà. Ma ti fa prefigurare la magnificenza cancellata, splendore dietro la polvere, lussi sepolti sotto il caos.

Silvia Camporesi – foto dell’ex stazione di Bondeno con buffet in stile a cura di Silvia Brunelli (foto Giorgia Mazzotti)

Le finestre possono essere punti strategici dei luoghi abbandonati, la cornice dove il degrado si affaccia sulla vita, che sia finestrino di un treno in disuso o l’apertura di una casa abbandonata in riva al mare. Anche il contrasto tra la pietra e la testimonianza umana dà quel fremito di nostalgia, ricordo, malinconia. La bottiglia con l’etichetta polverosa di un vino rimasto lì con vasi e altre bottiglie a testimoniare il trascorrere del tempo e a fissare un momento rimasto immobile eppure così mutato, la banalità quotidiana che diventa reperto, che suggerisce un senso di catastrofe, di tempo svanito, di persone che se ne sono andate all’improvviso.

‘Luoghi dell’abbandono’ è il tema su cui  si sono messi alla prova i fotografi del concorso ferrarese e il repertorio di oltre un centinaio di immagini che saranno pubblicate a partire dal giorno di proclamazione dei vincitori (20 aprile 2017) in poi sulla pagina Facebook di FramE Contest.

‘Atlas Italiae: Tabula Ferrarense cento anni dopo Giorgio Bassani’ di Silvia Camporesi è alla Maria Livia Brunelli home gallery, corso Ercole I d’Este 3, Ferrara. Dall’8 aprile all’8 ottobre 2017 la galleria è aperta sabato e domenica ore 15-19 (altri giorni e dall’1 luglio al 30 agosto solo su prenotazione al cell. 346 7953757, mlb@marialiviabrunelli.com). L’ingresso e le visite guidate sono gratuite.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Bocciare o non bocciare? Questo è il dilemma

Ernesto Galli della Loggia, con un editoriale apparso sul Corriere della Sera, accusa la scuola italiana di aver abbandonato il merito, di aver abdicato alla selezione e quindi alla pratica delle bocciature. Così non sono più solo “i capaci e meritevoli” a proseguire negli studi, ma tutti indistintamente in nome di una mal concepita inclusione.
Il fatto che il 15% degli studenti non termini le scuole superiori e che il tasso di drop out italiano sia tra i più alti in Europa, evidentemente per l’editorialista del Corriere della Sera non ha a che fare con le bocciature, come se l’abbandono scolastico fosse solo l’esito scontato di studenti disgraziati, privi di merito e di impegno.
Già questa percentuale dovrebbe essere sufficiente a far ragionare non tanto circa il merito o meno degli studenti, ma sulla natura delle nostre scuole. Un sistema scolastico che perde per strada il 15% dei suoi utenti dovrebbe essere immediatamente sottoposto alla lente di ingrandimento, interrogarsi sulla sua qualità e sulla sua produttività che qualunque esperto di economia assumerebbe come metro per misurarne efficienza e convenienza.
Ma se ci si preoccupa perché la scuola non boccia a sufficienza, il metro di valutazione della bontà della scuola non è più il numero dei promossi, bensì il numero dei respinti.
Nessuno potrà negare che la percentuale di quanti non giungono al compimento del corso di studi, se comunque nominalmente non può essere considerata alla voce bocciature, quantifica i tanti che la nostra scuola ancora respinge perché non in grado di trattenere.
Quindici ogni cento, tante classi ogni anno, a cui addizionare circa il 13% di studenti bocciati in prima nelle scuole superiori, spesso preludio di precoci abbandoni scolastici. È falso, dunque, che la scuola non boccia, è solo che seleziona in un modo diverso da quello che è capace di concepire l’intelligenza di Ernesto Galli della Loggia.
Cosa costa al paese perdere allo studio dal punto di vista delle risorse umane ed economiche così tante ragazze e tanti ragazzi, che andranno a ingrossare quel 27% di neet, giovani tra i 15 e i 29 anni, che non fanno nulla?
Perché dobbiamo continuare ad alimentare il pensiero negativo della scuola italiana che non serve perché non boccia?
Evidentemente il nostro teorico del pensiero ‘usa e getta’ deve appartenere a quella specie italiana a cui ancora viene l’orticaria alla sola espressione “Non uno di meno” o alla sola evocazione di don Milani e della sua “Lettera ad una professoressa”, considerati sciagure della scuola italiana.
Questi pensatori italici, però, potrebbero risparmiarci i luoghi comuni, i pensieri a scorciatoia, e considerare che quando si pretende di ragionare di scuola si entra in un campo complesso come tutti i sistemi. Non sorge il sospetto che dire che la scuola italiana non funziona perché non boccia sia una conclusione un po’ troppo affrettata? È davvero difficile pensare che nella scuola agiscono così tante variabili che prima di ogni altro discorso dovrebbero essere prese in attenta considerazione? Forse quando si parla di scuola non si vedono, ma basterebbe aprire un po’ di più gli occhi e allora apparirebbe una scuola fatta di studenti, famiglie, comunità, istituti, insegnanti e insegnamento; insomma il successo scolastico, la conquista dei saperi sono un itinerario molto più articolato e rischioso dei soli banchi, cattedre, voti e registri.
L’ha capito anche l’Ocse da tempo, basterebbe di tanto in tanto leggere qualche rapporto.
L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico sostiene che non è la sola preparazione e determinare l’insuccesso scolastico. E che sarebbe meglio, anziché bocciare, dedicare più attenzione agli studenti fragili. Gli esperti Ocse non hanno dubbi, la bocciatura, in pratica, non ha evidenti benefici per gli studenti e per i sistemi scolastici nel loro complesso. La bocciatura è solo un modo costoso di affrontare il problema degli insuccessi, perché fermando gli alunni la probabilità che abbandonino gli studi sale.
Un modo di gran lunga migliore per sostenere gli studenti con difficoltà di apprendimento o problemi comportamentali è offrire loro più qualità, più ore di insegnamento, più occasioni di apprendimento, una scuola aperta e più flessibile e, soprattutto, più amica.
Nell’epoca della società della conoscenza, dei saperi diffusi, dell’educazione permanente per tutti preoccupa il codinismo degli intellettuali italici alla Galli della Loggia che non riescono a comprendere come una scuola che boccia è una scuola che fallisce e con essa l’intera società, a meno che non si ritenga, con un ragionamento francamente angusto, che la colpa sia esclusivamente dei discenti, i quali, mandati a scuola per crescere e maturare, si pretenderebbe che fossero già pienamente responsabili dei loro insuccessi.
Con l’attitudine scolastica credo non sia mai nato nessuno, è qualcosa che si conquista, ma se la scuola annoia, non è connessa alla nostra vita, e, soprattutto, se gli adulti si chiamano fuori da ogni responsabilità, sarà difficile comprenderne l’utilità, e la conquista del sapere sarà opera di pochi, non per merito ma solo per vantaggio o indifferenza.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
L’effimero piacere delle montagne russe…

Spazio diviso tempo, uguale velocità. La formula dimenticata è stata la prima àncora di salvezza a cui la mente si è aggrappata quando B. si è sentita dire che era finita perché lui aveva bisogno di spazio e di tempo. Non volendo credere che sei anni stessero sfumando senza una litigata, un’incomprensione o un tradimento, B. si è concentrata sulla formula della velocità. Doveva razionalizzare, avere un perché. E la formula si è presentata l’unica risposta possibile: se io divido il tempo trascorso con lui per la strada fatta assieme, ottengo la velocità con cui può finire la nostra storia, quindi non basterà questa telefonata, dovrà darmi altre spiegazioni, darmi il tempo e lo spazio per capire o almeno accettare.
Se per lui tempo e spazio si moltiplicavano con la velocità con cui se ne stava andando, per lei erano diventati i confini del pantano dove era caduta. B. non capiva davvero, pensava che quella storia avesse raggiunto un equilibrio abbastanza solido, avvisaglie di stanchezza non ce n’erano, o almeno non le aveva viste. Per forza, mica era lei quella stanca tra i due.
B., allora, sente il bisogno di raccontare tutto ad A., un’amica schietta che non si è mai risparmiata affondi, ma anche grande vicinanza.
“Lo so che lui ti piaceva, ma se ci pensi non era la storia della tua vita” dice A.
“E quale sarebbe la storia della vita?”
“Quella che, alla fine, ti fa meno male”.
“Saperlo…”
“Credo che ci siano uomini sani, che non fanno male, magari un po’ opachi se paragonati a certe stelle, ma che ti permettono di fare un cammino sereno e pianeggiante. Certo, devi rinunciare all’adrenalina e alle capovolte delle montagne russe, ma credimi che dopo un paio di giri è meglio scendere, abbiamo bisogno di respirare. Hai passato fin troppo tempo a testa in giù, è ora che tu stia con i piedi per terra”.
“Non sarà facile” risponde B.
“Devi ricordarti che lui ti ha liquidata con una telefonata. E sai perché lo ha fatto? Perché doveva compiere, ancora una volta, il suo narcisismo che nulla deve all’altro”.
E a voi, che uomini o donne sono capitati? Da montagne russe o da passeggiata tranquilla? Narcisisti o persone che non fanno male?

Potete inviare le vostre lettere a: parliamone.rddv@gmail.com

L’INTERVENTO
Sull’abbandono scolastico e altri discorsi

L’abbandono della scuola resta un tema scottante e purtroppo ancora irrisolto. In Europa, il nostro Paese non figura tra quelli più virtuosi in proposito, e questo segnala un deficit importante del nostro impianto educativo, soprattutto in prospettiva futura. Una nostra lettrice ci ha fornito un interessante spunto di riflessione.

di Marcella Mascellani

Ho avuto il piacere di partecipare a due interessantissimi incontri organizzati da Promeco nel 2015 intitolato “Tutti gli adolescenti vanno a scuola” e dall’Assessorato Cultura Turismo Giovani nel 2016 su “Dispersione scolastica: la prevenzione possibile”.
Ero convinta che quella dell’abbandono scolastico fosse una questione ormai superata nel nostro Paese: davo per scontato, cioè, che il minimo scolastico fosse attribuibile, ai giorni nostri, al quinquennio della scuola secondaria di secondo grado.
Mi sbagliavo.
Ci sono ragazzi che abbandonano la scuola con il consenso dei genitori per cultura o per necessità famigliari, ad esempio per andare a lavorare nel ristorante di famiglia o perché madre e padre non credono nel valore culturale dato dall’istruzione scolastica e ragazzi che abbandonano, invece, senza alcun consenso.
L’abbandono scolastico sul quale vorrei puntare i riflettori è, appunto, il secondo, quello, cioè, non sostenuto dall’avvallo dei genitori, quello dove l’allontanamento dal contesto scolastico accende un periodo di travagliati e difficili rapporti famigliari.
Il mio ricordo di scuola dell’obbligo risaliva agli anni fine settanta/ inizio ottanta. Una esperienza, quella della scuola superiore, che ha accompagnato la mia crescita adolescenziale senza particolari traumi, solo qualche sconforto.
Ricordo che per alcuni non era così. C’era chi con la fine della terza media o al massimo della seconda superiore, lasciava la scuola e iniziava a lavorare. L’insegnante sentenziava “suo/a figlio/a non è adatto a proseguire gli studi, non ha le capacità per studiare. Sarà sicuramente un bravo/a lavoratore/ice”.
Per i figli “non dotati” delle famiglie economicamente benestanti, invece, il destino era un altro: era previsto “l’approdo” alla scuola privata che consentiva il completamento del percorso didattico fino alla laurea.
Poi sulla scuola ho sentito teorizzare frequentando pedagogia. Ho ascoltato ipotizzare sulla capacità dell’insegnante di tracciare, attraverso la modulazione della didattica, i segni dell’apprendimento sulla tavola intonsa che è l’alunno.
Dieci anni fa, dopo un lungo intervallo, ho ricominciato ad occuparmi di scuola.
Con mia immensa sorpresa era rimasta quella di ventiquattro anni prima (coincidenti con la fine del mio percorso di scuola superiore) nella didattica e nei contenuti, ma era cambiato il mondo attorno ad essa.
Il patto, l’alleanza generazionale genitori/insegnanti si era rotto, anzi, frantumato.
“Nel nostro tempo l’insegnante è sempre più solo . La sua solitudine non riveste solo la sua condizione di precariato sociale, ma, come abbiamo visto, anche la rottura di un patto generazionale coi genitori”. E ancora…… “genitori sempre più complici e alleati dei figli sempre meno riconoscenti e sempre più pretenziosi, i quali anziché sostenere l’azione educativa della Scuola, di fronte al primo ostacolo, preferiscono spianare la strada ai loro figli, evitare l’inciampo, per esempio cambiando scuola o insegnanti, insomma recriminando continuamente contro l’Altro come fanno i loro stessi figli” – M.Recalcati, L’ora di lezione – Einaudi 2014.
Insegnanti investiti del ruolo di educatori di alunni “ineducati” e genitori “sostegno didattico” dei propri figli. Gli studenti più fortunati hanno a loro disposizione un genitore pomeridiano che impreca ed urla all’orecchio del proprio figlio un’inflessione didattica inesistente, ma che comunque garantisce una presenza. C’è invece chi non ha il genitore presente o disponibile e ricorre, quindi, ad un supporto di insegnamento domestico almeno per il periodo della scuola elementare e gli anni della scuola media.
Insomma, un incalcolabile sommerso di ore di ripetizione di ragazzi di qualsiasi ordine e grado scolastico del quale difficilmente i genitori parlano.
Purtroppo c’è anche chi di una di queste due opzioni non può beneficiare e rischia l’abbandono.
Alcuni anni fa ho partecipato ad una interessantissima serata “Educare insieme” organizzata dalla scuola media T.Bonati di Ferrara. Gli invitati alla serata erano i volontari dall’associazione “s.o.s dislessia” con sede nella nostra città. Gli adulti accompagnavano una decina di ragazzi, ormai frequentanti la scuola superiore, che incominciarono a raccontare la loro esperienza scolastica agli esordi dell’aspetto dislessia/discalculia.
Il loro racconto riportava un denominatore comune: oltre all’angosciante ricordo della loro difficoltà, l’incapacità (o la negazione) da parte dell’insegnante di riconoscere il problema. Paradossalmente se ne erano accorti prima i genitori degli insegnanti stessi, ricorrendo poi ad una certificazione che potesse in un qualche modo tutelare il proprio/a figlio/a. Una gran confusione di ruoli.
Diversi esempi, quindi, per sostenere che la scuola di oggi si trova in difficoltà.
Il frutto di tale problematicità provoca insofferenza, disagio scolastico e disaffezione alla scuola (studenti) e al proprio lavoro (insegnanti).
A volte provoca anche delle vittime: i ragazzi che abbandonano la scuola.
Dietro un abbandono c’è sempre un dramma. Sicuramente un dramma famigliare.
Ogni volta che un ragazzo “si ritira” dalla scuola perde una delle occasioni più belle e importanti della propria vita: l’opportunità unica e irripetibile di condividere una esperienza di apprendimento con il gruppo dei pari. Certo a scuola si può anche decidere di tornare dopo un abbandono, ma non sarebbe più la stessa cosa.
Nei ragazzi che abbandonano la scuola c’è la sensazione che nessuno più creda in loro, che agli insegnanti non importi nulla della loro presenza scolastica.
Nei genitori nasce l’idea di non essere stati sufficientemente in grado di sostenere i propri figli.
La mamma di un ragazzo che ha abbandonato la scuola dopo diversi tentativi di dissuasione da parte della famiglia stessa e di alcuni insegnanti mi scrive: “la scuola di oggi non è preparata a fronteggiare l’idea che nasce nel ragazzo dell’abbandono. Annaspa elargendo servizi di aiuto, ma in realtà difficilmente tale aiuto porta ad un risultato sul predestinato”.
La perdita di autostima dello studente spesso provoca chiusura in se stesso o, per reazione opposta, un comportamento deviante. I genitori e gli insegnanti si sentono destabilizzati e demotivati nel loro ruolo e addirittura incapaci di affrontare un evento del genere.
Importantissima la figura dello psicologo, come esperto esterno, che può contenere i danni che precedono o seguono l’abbandono.
Credo, però, che alla scuola di oggi occorra molto di più.
L’elevato numero di “misurazioni” e “certificazioni” di bambini e ragazzi fanno pensare che la scuola sia un luogo nel quale ci si debba più difendere che apprendere.
Allo stesso tempo agli insegnanti è richiesta una competenza ed una preparazione da un punto di vista della modulazione della didattica che non sempre riescono a mettere in pratica (vi par semplice per l’insegnante muoversi nelle varie sfaccettature dei così detti “bisogni speciali”?).
Ecco perché all’interno della scuola dovrebbe essere prevista una figura pedagogica che aiuti l’insegnante a livello pratico ad una stesura di una didattica personalizzata qualora fosse necessario.
Ecco allora che il genitore non troverebbe così indispensabile ricorrere ad un esperto che “certifichi” un limite o una inadeguatezza.
Supportare, quindi, l’insegnante e l’alunno.
In una sensibilissima nota di M.Recalcati in “L’ora di lezione” (2014) descrivendosi nella sua esperienza scolastica riporta: “Fui bocciato in seconda elementare perché giudicato incapace di apprendere. Quando parlo, cercando di insegnare qualcosa, è sempre a lui che mi rivolgo, al bambino idiota che sono stato. (…………) Nelle persone alle quali mi rivolgo mentre insegno cerco sempre il volto annoiato e un po’ ebete del bambino che sono stato. (…….) Devo rendere accessibile l’oggetto di cui parlo oltre che a me stesso a quell’altro me che mi ascolta e non capisce”.
Concluderei questa mia modesta riflessione sulla scuola di oggi, e in particolare sull’abbandono scolastico, con un quesito espresso da Ermanno Tarracchini e Valeria Bocchini nel loro interessantissimo articolo “La scuola e noi” del luglio 2013. Riferendosi all’ossessione diagnostica dei giorni nostri, ci fanno capire che siamo ad un bivio nel panorama scolastico per quanto riguarda la valutazione dei nostri ragazzi: “L’identificazione e la riduzione della loro persona ad un loro presunto disturbo o bisogno speciale, oppure la valorizzazione di biografie e personalità in continua evoluzione le quali, se non verrà loro impedito, sapranno prima o poi trovare una strada?”
Nella lettura del loro articolo troverete una convincente risposta.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
“Il club dei Lucignoli”: l’adolescenza tradita dalla scuola. A colloquio con Francesco Dell’Oro

Scegliere il futuro: l’orientamento scolastico alla prova della modernità” è l’iniziativa organizzata da Promeco in collaborazione con il Comune di Argenta che si terrà l’11 settembre dalle 8.30 alle 13.00 nella Sala Polivalente. Ospite speciale, Francesco Dell’Oro, autore per la Feltrinelli di “La scuola di Lucignolo” e “Cercasi scuola disperatamente”, esperto di orientamento scolastico porterà il suo contributo: “Adolescenti, insegnanti e genitori: prove tecniche di comunicazione”. Un’occasione unica per approfittare dell’esperienza del professor Dell’Oro, per molti anni responsabile del Servizio di orientamento scolastico del Comune di Milano. Abbiamo quindi pensato di rivolgergli alcune domande.

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La copertina dell’ultimo libro di Francesco dell’Oro

La scuola italiana lascia per strada oltre il 17% dei suoi utenti, collocandosi agli ultimi posti tra i Paesi dell’Ocse. Se fosse una fabbrica avrebbe dovuto chiudere i battenti da quel po’. Sono tutti studenti Lucignolo o la realizzazione di una scuola a misura di tutti e di ciascuno nel nostro Paese è un’impresa disperatamente irrealizzabile?
E’ vero. Nella fascia d’età dai 18 ai 24 anni registriamo un dato preoccupante che ci colloca nei pressi del fanalino di coda dei 28 paesi europei e precisamente al 24° posto: circa 800.000 ragazze e ragazzi delle nuove generazioni non sono andati oltre la terza media. La scuola italiana riesce a valorizzare le eccellenze, la punta dell’iceberg, ma è in difficoltà con la parte che sta sotto. Quella maggioritaria. Con il rischio di non riuscire a cogliere le potenzialità dei nostri adolescenti, giudicandoli con categorie troppo scolastiche e iscrivendoli superficialmente al club dei ‘Lucignoli’. La nostra scuola è un laboratorio di ricerca o è più funzionale a un sistema di cattedre, di materie, di programmi e di ruoli?

Che senso ha oggi parlare di orientamento scolastico di fronte a dati come 2 milioni di neet, giovani che non lavorano, non studiano, non si informano, non leggono, non fanno sport, e abitano rassegnati a casa dei propri genitori. Per non parlare della disoccupazione giovanile ormai al 44,2%?
I dati recentissimi sull’occupazione giovanile, se confermati nei prossimi mesi come tendenza, dovrebbero offrire un quadro in miglioramento, ma non è certo il caso di abbassare la guardia. Gli insegnanti hanno un’enorme responsabilità e devono essere, insieme ai loro studenti e alle famiglie, i principali protagonisti in materia di orientamento scolastico. Non dimenticando che l’orientamento è parte integrante dell’attività scolastica. Non eliminabile. Competenze, sensibilità e un adeguato respiro pedagogico costituiscono i requisiti fondamentali di un formatore. Con l’orientamento non è in gioco una semplice scelta scolastica ma la qualità della vita futura dei nostri ragazzi.

Il nostro sistema formativo cattedra-centrico e scolastico-centrico fatica ad integrarsi con il territorio, così come il territorio fatica a dialogare con la scuola. Non credi che questo sia un tema centrale per la riforma dell’istruzione nel nostro Paese? Che non sia giunto ormai il tempo di superare nei fatti e nell’organizzazione degli studi la rigida separatezza tra saperi formali, informali e non formali? Di avviare seriamente politiche di apprendimento continuo, di life wide learning?

intervista-dell'oro
Il professor Francesco Dell’Oro

Credo si debba costruire e implementare una struttura a rete che pur mantenendo la sua centralità all’interno della scuola e nel rispetto dei livelli di responsabilità dei suoi attori principali, si alimenti con il contributo delle agenzie esterne: unità produttive, enti locali, agenzie di formazione, ma anche associazioni culturali, laiche e religiose. Dobbiamo offrire agli attuali adolescenti responsabilità, capacità critica, l’etica del lavoro, competenze e una solida preparazione culturale. La vera garanzia per muoversi e vivere in una società complessa nella quale, come donne e uomini, dovranno assumere responsabilità personali, professionali e sociali.
Il villaggio globale delle informazioni e dei mercati è già una realtà. Ma sembra delinearsi un futuro incerto: il villaggio globale della solidarietà e dei valori è ancora lontano. Gli avvenimenti di questi ultimi mesi producono angoscia e turbamento in tutta Europa. Nel mondo. Purtroppo la nostra Europa è ancora piccola, fragile e alla faticosa ricerca di una propria identità.
A tutti coloro che si occupano di formazione si presenta un percorso molto impegnativo. Bisognerà modificare i propri comportamenti, superando un sistema scolastico imbrigliato in un sapere che non può essere trasmesso come cento anni fa. Paradossalmente senza dimenticare che spesso le soluzioni ci sono già state suggerite da coloro che ci hanno preceduto. Occorre recuperare una memoria pedagogica che forse abbiamo dimenticato.

In Italia ormai non si fa più da anni ricerca didattica, sui modi dell’apprendimento calati nella vita quotidiana delle classi, nel rumore d’aula. La nostra scuola sembra essersi accodata alle classifiche dei test dell’Ocse Pisa. Come se ne può uscire?
I test e i criteri di valutazione delle persone mi fanno venire l’orticaria. Facciamo pure una ricerca didattica purché non si concluda sempre o quasi con una banale affermazione dell’esistente. Con qualche ghirlanda per infiorare il tutto. Serve un profondo cambiamento: nelle materie, nel tempo scuola, nelle modalità di insegnamento, nel sistema di valutazione, negli spazi, negli orari. Partendo anche da cose apparentemente banali. Ad esempio, superando lo schema obsoleto della cattedra altare con i banchi dei fedeli devoti. Tutto ciò comporterà sofferenza e grandissime resistenze. Ma non possiamo fare oggi a scuola quello che abbiamo fatto ieri o l’altro ieri. Il rischio è quello di non riuscire a decontestualizzare l’esperienza. Dovremo essere meno autoreferenziali e più capaci di immaginare il futuro dei nostri figli.

“Adolescenti, insegnanti e genitori: prove tecniche di comunicazione” è il contributo che l’11 settembre porterai alla Sala Polivalente di Argenta nell’ambito dell’iniziativa promossa dal Comune di Argenta e da Promeco. Perché “prove tecniche di comunicazione”?
Tutti noi, genitori e insegnanti, siamo un po’ in difficoltà. E, spesso, ci muoviamo quasi come apprendisti stregoni. Comunicare con il pianeta degli adolescenti non è facile. E’ una terra troppo inesplorata. Eppure quando riusciamo a trovare i codici d’ingresso (linguaggi, sensibilità, relazioni e tempi…) rimaniamo sbalorditi. La scuola richiede impegno e fatica. Condizioni che possono essere realizzate solo in presenza di passione, interesse e tanta, tanta, tanta curiosità.
La conferenza che terrò ad Argenta potrebbe essere un’occasione per affrontare questi temi, con simpatia e, per quanto possibile, con leggerezza. Con una particolare attenzione: la mia lettura sulla scuola sarà parziale. Dalla parte degli adolescenti. Come genitori e come insegnanti possiamo anche non condividerla, ma credo sia un errore non considerarla. E’, comunque, quanto ho potuto osservare in 46 anni di attività professionale. Le scuse, quindi, sono anticipate.

Per visitare il sito di Francesco dell’Oro clicca qui.

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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