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LO STESSO GIORNO
Radio Alice riempie Bologna di Bella Ciao

25 aprile 1976: Bella Ciao di Radio Alice

fm 100.6 Mhz. La frequenza utilizzata da Radio Alice dal 9 Febbraio 1976 fino alla chiusura da parte della polizia del 12 marzo 1977.
Erano anni di fervore giovanile e di lotta studentesca. Residui dei movimenti giovanili ed operai del sessantotto sfociarono in quel ’77 in un nuovo movimento politico giovanile. Il movimento che contestava società e politica, partiti e sindacati, che metteva in discussione la stessa tipologia delle organizzazioni studentesche ebbe tra gli scenari favoriti Bologna, detta la ‘Rossa’.
Proprio a Bologna, città famosa per l’Università e l’attivismo politico, un gruppo di amici in maggioranza studenti del DAMS e vicini all’area di Autonomia Operaia fecero nascere Radio Alice.
A metà di via del Pratello, utilizzando un trasmettitore militare appartenente a un vecchio carro armato americano della seconda guerra mondiale, il 9 febbraio 1976 per la prima volta andò in onda la radio libera di Bologna.

Radio Alice si distinse tra le tante radio libere. Non era solamente una radio politica. All’interno del suo palinsesto radiofonico infatti, si alternavano letture di poesie, discussioni filosofiche, stralci di libri, dichiarazioni d’amore, commenti ai fatti del giorno, ricette, comunicazioni sindacali. I ragazzi la ascoltavano per strada e in casa, quella frequenza che non smetteva mai di trasmettere. La radio era sempre sintonizzata anche durante le manifestazioni e gli scontri, in quella città presidiata dai militari la voce dei giovani passava sulla frequenza 100.6 MHz.
Come  l’Alice del film Disney insegue il  Bianconiglio nella sua tana e finisce in un mondo illusorio fatto di viaggi, paradossi e nonsense, così la radio bolognese scopre che la realtà non ha una sola faccia, ma esiste un mondo diverso.
Nel portare avanti il proprio messaggio di rottura Radio Alice fece delle rivoluzioni anche in campo radiofonico, prima di tutte mandare in onda le chiamate:

«Abbiamo occupato la presidenza e vi parliamo con il telefono del preside, sentite come
urla… Voleva impedirci lo scrutinio aperto e incularci nel quadrimestre»

«Siamo operaie in sciopero di due ore, vogliamo che ci trasmettiate della musica e vogliamo
parlarvi delle 35 ore, che è ora che se ne parli nei contratti»

«Sporchi comunisti ve la faremo pagare cara questa radio, sappiamo chi siete» [e subito
dopo, altra telefonata] «Siamo del comitato antifascista dell’Ospedale Rizzoli, non
preoccupatevi e chiamateci se succede qualcosa, siamo qui giorno e notte»

Chiunque poteva chiamare e dire la propria opinione o lanciare il proprio messaggio, e anzi, più volte
durante le trasmissioni gli speaker invitavano a farlo. Oggi questa pratica non sembra niente di particolare, chiunque in radio invita gli ascoltatori a chiamare. Allora però non era così. Questa grande rivoluzione interpretava a pieno il senso della radio racchiuso in poche parole nello slogan:  «dare voce a chi non ha voce». Durante i momenti di cronaca cittadina il telefono il punto di riferimento per i “cronisti di strada”, i giovani che erano scesi in piazza e spiegavano in diretta cosa stava succedendo.

Come ogni anno in questo stesso giorno, il 25 aprile 1976, a Bologna come in tante città italiane si scese in piazza e manifestare in memoria della liberazione dal nazifascismo.
Il fervore e la rabbia erano dominanti però nei giovani. La rottura e il contrasto generazionale muoveva quei ragazzi, studenti e non. Cresciuti con le storie della resistenza partigiana si sentivano traditi e non rappresentati. Aspiravano a una nuova liberazione da quella gabbia sociale, credevano in un mondo solidale ed egualitario.
Quel 25 aprile migliaia di radio si sintonizzarono sul 100.6MHz. C’era chi aveva portato la propria radio per strada, in piazza, chi aveva aperto le finestre dell’appartamento e aveva puntato le casse verso i tetti rossi, erano persino dentro le università. Erano migliaia le radio sintonizzate e tutte a pieno volume. Così, quando Radio Alice fece partire Bella Ciao, in tutta Bologna riecheggiò quel canto popolare divenuto ormai simbolo della Resistenza. A far risuonare le parole di quel canto erano proprio loro, gli studenti e i giovani lavoratori che ogni giorno scendevano in piazza aspirando a un futuro migliore.

Purtroppo quella radio innovativa e libera ebbe una vita molto più breve di quanto si meritasse.
L’11 Marzo del ’77 nuovi scontri tra militanti e forze dell’ordine vanno in scena in diverse parti della città. Dopo numerose azioni da una parte e dall’altra verso le ore 13 il culmine: un colpo di pistola sparato dal Carabiniere Tramontani uccise Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua.
Il giorno seguente ai violenti scontri successivi all’assassinio le forze dell’ordine entrarono dentro Radio Alice, arrestarono tutti i presenti, e soffocarono quella voce di speranza che la radio rappresentava.

Ogni lunedì, per non perdere la memoria, seguite la rubrica di Filippo Mellara Lo stesso giorno. Tutte le precedenti uscite [Qui]

L’acqua che passa sotto il ponte non è mai la stessa.
Così come chi percorre il Ponte della Pace

 

Il 24 aprile scorso questo giornale ha pubblicato un mio post dal titolo “In questo ponte ho camminato sul ponte [Vedi qui] in cui lamentavo lo stato di degrado di una delle due targhe dedicate ad Altiero Spinelli sul Ponte della Pace e confidavo che il Comune di Ferrara si impegnasse al più presto a ripulirla.
Stamattina ho ricevuto un messaggio sorprendente da Giorgio Breveglieri, un carissimo amico e compagno di banco all’Istituto Magistrale diversi decenni fa.
Il messaggio iniziava con il suo rammarico, perché “purtroppo la vernice penetra nei pori del marmo e sarebbe necessaria una fresatura seguita da lucidatura per riportare la piena dignità alla targa”, ma continuava con la fotografia di quella stessa targa che lui ha  rimesso a nuovo o comunque che ha notevolmente ripulito dalla carognata di quelle scritte nere fatte da un anonimo writer.

Giorgio mi ha scritto anche:Più ripulivo e meglio mi sentivo. Si sono fermate delle persone mentre ero intento nel mio lavoro e hombambini provato una forte emozione pensando a quel 19enne in carcere perché antifascista. Mi sono venute le lacrime agli occhi mentre una anziana signora mi parlava del degrado e della volgarità.”

Giorgio ha concluso il suo messaggio con le frasi: “Watermelon kids (formerly known as Bambini del Cocomero) are alright and back for a better world. Siamo tutti Bambini del Cocomero. Teach your children once again!!. Lui è un amico dell’associazione I bambini del Cocomero, il giornale che abbiamo creato alla Scuola Bruno Ciari qualche anno fa e crede fortemente in un’educazione ed un’istruzione scolastica che abbiano come protagonisti attivi i bambini e le bambine.

Giorgio ha fatto un gesto potentissimo, non solo per la pulizia della targa in sé ma perché, con il suo gesto senza clamore, ci ha inviato un messaggio chiaro: ciascuno di noi, nel proprio piccolo, può produrre cambiamento…basterebbero la volontà, l’impegno, la partecipazione che sono le medicine efficaci per guarire da due fra le varie malattie del nostro tempo: l’apatia e l’indifferenza.

Giorgio ha dimostrato un attaccamento appassionato alla propria città, ai beni comuni, a quel ponte, a quel simbolo, a quel ragazzo di 19 anni incarcerato perché antifascista.
Giorgio ha celebrato meravigliosamente la Festa della Liberazione restituendo dignità a quella targa e di conseguenza alla memoria di Altiero Spinelli.

Una persona detenuta in carcere a Ferrara, frequentante la redazione del giornale che coordino, due anni fa scrisse: “Il ponte è un’esigenza dell’anima. Senza ponte non c’è vita. Non c’è futuro senza passato e non c’è futuro senza comunità. Il ponte è il futuro”.
Grazie Giorgio per averci insegnato a sperare in un futuro immaginato, progettato e realizzato da una comunità resa viva e vivace da persone come te.

Ferrara: la targa dedicata ad Altiero Spinelli sul Ponte della Pace ripulita delle scritte il 25 aprile 2021. A fianco, una copia del giornale “I bambini del cocomero”.

25 APRILE A METÀ:
radici del razzismo e scheletri negli armadi
(II Parte)

Nello scarno dibattito che il 25 Aprile dedica alla ‘Liberazione dal colonialismo’ si affrontano due convinzioni stereotipate e contrapposte.
Numero uno: gli italiani erano brava gente che hanno portato la civiltà e le strade in Africa ma non hanno potuto compiere l’opera perché hanno perso la seconda mondiale.
Numero due: gli italiani hanno compiuto solo crimini di guerra trucidando e seviziando i civili senza pietà durante tutto il loro dominio.
Forse non ha senso rispondere alla domanda se gli italiani siano stati ‘brava gente’ o se abbiano compiuto solo nefandezze. Sarebbe più opportuno chiedersi cosa sia rimasto nella memoria delle popolazioni africane colonizzate dagli italiani o se, dove e come, l’atteggiamento coloniale e razzista si presenti e manifesti ancora e tutt’ora nella nostra società.

“La Francia si è spaccata intorno all’Algeria, nel Regno Unito c’è stato un enorme dibattito intorno all’indipendenza dell’India nel 1947”, sostiene Nicola Labanca, autore del libro Oltremare: Storia dell’espansione coloniale italiana (Il Mulino, 2007):”Non si può paragonare il colonialismo francese e britannico con quello italiano. Il nostro è stato una piccola cosa rispetto anche ai grandi imperi spagnoli e portoghesi. Una piccola cosa che produceva piccoli guadagni che interessava una piccola parte del Paese e quindi come una piccola cosa è anche ragionevole che se ne parli meno”.
L’aspetto quantitativo del problema che ridurrebbe l’Italia a sotto-potenza coloniale se posta a confronto con le grandi potenze coloniali europee, non collima con l’aspetto qualitativo, dal momento che la forma di colonialismo interpretata dall’ideologia fascista può vantare primati assoluti e metodologie criminali di eccellenza che hanno tristemente fatto scuola e che continuano ad essere tragicamente attuali.
Proprio per queste ragioni, il colonialismo italiano dovrebbe essere studiato e analizzato come una vera e propria sindrome da porre all’origine di una serie di fatti  difficili da giudicare mancando informazioni e approfondimenti sia nel dibattito pubblico, che in quello politico, che in quello scolastico-universitario dove si è iniziato a parlarne solo negli ultimi anni grazie a una giovane generazione di scrittori che hanno affrontato il tema come Gabriella Ghermandi, Francesca Melandri, Antar Marincola, il collettivo Wu Ming 2 e Igiaba Scego, una delle più importanti scrittrici italiane di origine somala, che nella presentazione del suo romanzo La linea del colore: Il gran tour di Lafanu Brown (Bompiani, 2020) ha ricordato : “Da piccola e adolescente ero molto consapevole di cosa fosse il colonialismo. Me lo raccontava mio padre, che oggi non c’è più. Sognava di fare l’astronomo e a scuola in Somalia, vestito da Balilla, cantava le canzoni coloniali, ma dopo la quarta elementare gli è stato impedito di studiare. Ostacolare l’apprendimento di intere generazioni è stato uno dei crimini peggiori del colonialismo”.

Delle quattro colonie, quella che gli italiani conoscono di più è l’Etiopia, anche solo per il fatto che la sua conquista, che si svolse tra il 3 ottobre 1935 e il 5 maggio 1936 – che fu incompleta e che durò solamente cinque anni- rappresenta l’apogeo del fascismo ed è solo così che viene presentata, in un’unica paginetta, nei manuali scolastici.
Nonostante il ruolo minore dell’Italia come potenza coloniale, fu un’impresa gigantesca dal punto di vista umano, ideologico e logistico e fu una guerra tragicamente all’avanguardia per essere il 1935, perché il regime fascista usò tutta la tecnologia bellica, oltre che mediatica, più avanzata dell’epoca: carri armati, aviazione militare, bombardamenti con gas nervini. Scrive Nicola Labanca “Nessuna invasione britannica, francese o portoghese in Africa ha mai visto mezzo milione di soldati impiegati contemporaneamente come nel caso dell’invasione dell’Etiopia, dove c’erano 500.000 italiani al fronte”.

Per poter dispiegare una tale potenza di fuoco era necessario anche costruire infrastrutture, strade, ponti, cioè quell’insieme di grandi opere proclamate pubbliche e civili che in realtà servirono per far marciare le truppe e mantenere il dominio militare.
Per questo il regime fece trasferire in Africa Orientale Italiana (Eritrea-Etiopia-Somalia) tra il 1935 e il 1941 circa 200.000 operai italiani.
In gran parte erano braccianti disoccupati delle regioni del Meridione e del Nord Est  o borghesi arruolatisi spontaneamente nella Milizia Volontaria che decisero di far fortuna nel nuovo impero. Tutti però si tennero ben lontano dal pericoloso entroterra. Si stanziarono nei centri urbani principali, dove si trovava il 90% della comunità italiana svolgendo mestieri tipici al servizio degli altri italiani: negozianti, albergatori, ristoratori, locandieri, meccanici, camionisti.

Torino, targa di piazza Adua, trasformata in “piazza vittime del colonialismo italiano”

Anche la repressione della resistenza in Abissinia condotta dal Maresciallo Rodolfo Graziani, dopo aver ottenuto fama e onore in seguito alle gesta di ‘pacificazione’ della Libia, presenta aspetti di avanguardia che culminarono nel maggior eccidio di religiosi cristiani mai avvenuto in terra africana e ricordato come “l’olocausto nero”.
E’ da rispettare nei ricordi altrui e da iscrivere nella nostra memoria, il significato che continua ad assumere la data del calendario etiope Yekatit 12 corrispondente al 19 Febbraio, Giornata di Lutto Nazionale celebrata nella Repubblica Federale Democratica di Etiopia in memoria delle vittime dei massari compiuti dal colonialismo italiano nel 1936, come altra metà e faccia oscura del 25 Aprile 1945 italiano.
(continua)

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Franco Ferioli, l’inviato di Ferraraitalia nel tempo e nello spazio, è autore e curatore di Controinformazione, una nuova rubrica. C’è un’altra storia e un’altra geografia, i fatti e misfatti dell’Occidente che i media preferiscono tacere, che non conosciamo o che preferiamo dimenticare. CONTROINFORMAZIONE  ci racconta senza censure l’altra faccia della luna: per leggere tutti gli articoli della rubrica clicca [Qui]

PER CERTI VERSI
25 Aprile

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
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25 APRILE

Nonno mio
A chi hanno lasciato
Il loro testamento
I partigiani?
Soprattutto l’hanno fatto?
Non si trova
Non è scritto da nessuna parte
Tutti assetati della eredità
A litigare chi è più erede dell’altro

Ma non si trova
Nessuno studio notarile
Freddo come la necessità
La conserva
Nessuna banca ignara
Come le catene di montaggio
La custodisce
Non si trova
No nemmeno nel vento
Niente
Nessun libro parla
Racconta
Tramanda
Accanto al fuoco
Immagini tante
Tante immagini
Parole valanghe
Visi senza oblio
Che combatterono
Con ogni mezzo
Persino la pace
Anche per chi era contro
E continua a essere contro

Ma non si trova
Non si trovano
Ne’ l’eredità
Né il testamento
Poi in questo giorno
D’aprile
Di festa
E di tempesta
Nei suoi pressi
Un attimo
E li ritrovi
Dove sono
E saranno sempre
Nonno

Dentro al cuore

La Resistenza, i giovani e il 25 aprile

Questa riflessione di Sandro Abruzzese è apparsa su Ferraraitalia esattamente 6 anni fa, in occasione della celebrazione del 69° Anniversario della Liberazione. Lo riproponiamo oggi, per onorare la memoria di chi ha dato la vita per la democrazia e la libertà. Perché dimenticare, distrarsi, abbandonare la lotta al fascismo (di ieri e di oggi) ci porterebbe a compiere i tragici errori del passato. Non è quindi uno slogan, non sono parole vuote, ma un nostro preciso impegno: viva la Resistenza, viva il 25 aprile, viva la Costituzione.
(La Redazione)

Ferrara, rievocazione della Liberazione

Questo 25 aprile molti ragazzi ventenni non lo capiscono, niente pathos o commozione, vuota retorica. Ciò accade per un motivo principale di cui non hanno colpa: non esiste nel loro sguardo nulla di collettivo, non un ideale, non un’utopia. Tutto è individuale nel loro incedere, e quindi egoistico. Ma non lo hanno creato loro l’egoismo, non l’hanno costruita loro la società, ne sono preda, spesso inermi. Alla fine i ragazzi, pure quelli egoisti, nel complesso sono preferibili rispetto agli adulti, i responsabili della situazione odierna.

La festa della “liberazione” non è una festa di parte, perché prima che dall’invasore-alleato essa ci libera “dal peggio di noi stessi”. Per essere liberi del tutto, però, occorre disegnare i tratti della propria parte di responsabilità, e affrontare il riscatto.

La resistenza rappresenta il riscatto ed è per tutti! Si tratta di una Iliade moderna, della nostra Odissea di terra, è una pagina epica ed eroica della storia italiana come poche altre.
Mi chiedo agli occhi dei giovani cosa sia mancato, cosa abbia contribuito a svuotare questa pagina del proprio significato. Un’altra risposta la trovo nella nostra incapacità di narrarci. Ciò che ha trovato degna eco nelle pagine della letteratura, penso a Calvino o Fenoglio, non ha avuto un seguito all’altezza nel cinema o in televisione. E’ mancato il neorealismo della resistenza, immagino pure per motivi politici nell’Italia dell’epoca. Un paragone potrebbe essere il Vietnam per gli americani, ma loro vivono della capacità di narrarsi, vivono nella continua contemporaneità.

La struttura portante del nostro paese invece continua a poggiare sulla divisione, perpetuando l’Italia meschina e frammentata del Discorso sopra i costumi degli italiani di Leopardi. Per tutta risposta invece di ricordare e raccontare il valore, la parte migliore della nostra storia, si è scelto di virare e puntare il banco sull’astuzia di Ulisse.
L’unica dote incontestabile del maggiore protagonista degli ultimi vent’anni di politica italiana è la furbizia. La riedizione della furbizia di Berlusconi è la giovane scaltrezza del renzismo.

Il risultato è che se buona parte dell’eterogeneo schieramento della resistenza aveva una propria idea di patria, un patrimonio condiviso di valori, le nuove generazioni sono impegnate ad abbandonarla senza nemmeno un sussulto. Siamo passati dalla costruzione della patria al proposito di abbandonarla in meno di settanta anni. Quando vuole la politica sa essere veloce! Ma non tutto può essere giustificato dalla crisi economica, la nostra è prima di tutto crisi di identità e valori.

PER CERTI VERSI
Dalla fine della guerra

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

DALLA FINE DELLA GUERRA

Dalla fine della guerra
Siamo nati piano piano quasi tutti
Abbiamo sentito dibattere di grandi ideali costati sangue e vite umane torture e crudeltà
Abbiamo sentito parlare di Liberazione e di giustizia
Pace democrazia
E tutto questo
Ha nutrito la nostra libertà
Una parola
Perché siamo liberi nonostante qualche truce calamità
Guerre lontane
Disperate genti
Ma un tempo verrà
forse capiremo
Dei partigiani
l’eredità?

Sotto il ponte
(in memoria di Bruno Rizzieri)

Sono qua vigliacchi, venite a prendermi,
sono sotto il ponte, finite il vostro sporco lavoro.
Il mio compagno giovinetto è oramai in salvo,
sarà lui a raccontare il mio ultimo respiro.

Lo sento il rumore dei vostri stivali
lordi di sangue, vi avvicinate,
ho sparato il mio ultimo colpo nel petto di un traditore,
un altro è disteso a terra in attesa di satanasso.

Siete giunti finalmente, sono ferito,
la mia pistola è inceppata,
sparate dunque, massacrate le mie carni,
ma il vostro destino è segnato.

Vedo le fiamme uscire dalla vostre armi,
non sento dolore,
mi sto allontanando dal mio corpo riverso a terra,
sento l’acqua nera scorrermi accanto.

Perdonatemi madre per il dolore che vi causerò,
trasformate i vostri singhiozzi in orgoglio,
quel pomeriggio di primavera,
quando la Brigata che porterà il mio nome entrerà in città

Viva la trentacinquesima Brigata Garibaldi,
viva Ferrara liberata,
e voi posteri ricordatevi,
il nostro sangue è stato versato per liberarci dagli oppressori.

Ed i fascisti sono gli oppressori,
e i partigiani i liberatori.
Ora e sempre.

PER CERTI VERSI
25 Aprile 2019

Ogni domenica Ferraraitalia ospita “Per certi versi”, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione “Sestante: letture e narrazioni per orientarsi”.

25 Aprile 2019

Oggi
Più di qualsiasi giorno
Il mio pensiero va a loro
Agli uomini e alle donne che ci hanno riscattati
Va a coloro che fin da principio seppero battersi per la libertà e tutti i valori che ci rendono umani
A tutti coloro che seppero svoltare le loro vite chiuse nella menzogna della parola che uccide
A uomini e donne che misero in pericolo la loro vita per un futuro di rinnovate speranze
A coloro che non ebbero una giovinezza o che la perdettero torturati dalle schiere della morte
A coloro che non sono mai tornati
Con una divisa o un pigiama a righe o perché rastrellati senza perché
A coloro che dissero di no alla guerra
Come la più atroce di tutte le azioni che rende gli uomini delle macchine della morte
A coloro che sono tornati
Che sono passati vittoriosi
Dalle forche nemiche e scrissero le parole di marmo
Per uomini nuovi
Per menti illuminate
Da nuovi ideali
A costoro va la nostra gratitudine
Il nostro dolore
Il silenzio
La memoria
L’impegno a continuare
A custodire
A tramandare
Queste ragioni di vita
E della storia

Grati per sempre

DIARIO IN PUBBLICO
Il mio 25 aprile 1945

Cosa può testimoniare chi il 25 aprile 1945 aveva esattamente 7 anni e 44 giorni?
Eppure da quella data comincia la consapevolezza, una consapevolezza che diventa storia della mia vita e delle mie scelte etiche, culturali, politiche.

In breve. Mio nonno materno, munito di una scolarizzazione che si è fermata alla terza elementare, dalla natia Porotto si reca in città a far fortuna. Nel frattempo mette al mondo sette figli, ultima mia madre, la più bella, che si avviano a diversi destini e scelte: uno militare, l’altro pezzo grosso del fascismo locale, il terzo soccombe negli scontri del 1924 tra fascisti e sinistra. Questo zio rimane ucciso e alla sua memoria il nonno innalza un tempio funebre alla Certosa dove ai lati del timpano sono scolpiti due enormi fasci. Qui, da allora, ogni domenica il nonno si recava portandoci con lui e raccontandoci all’andata la storia della ‘Divina Commedia’ come un semi-analfabeta poteva recepirla, mentre la nonna si chiude in casa e non fa più nulla: legge solo. Di tutto. Nel bombardamento di Ferrara del 1943 il nonno perde il suo patrimonio edile; perfino la bellissima casa natale verrà alienata. Ci ritiriamo in una piccola casa in via Saraceno, a pochi passi dalla via dei Sabbioni e dall’ex ghetto ebraico. La mamma, abbandonata dal marito, diventa ‘la tabacara dal Liston’, ovvero vende sigarette in un negozietto costruito allora sul Listone, la lunga striscia di terreno che costeggia il lato lungo della Cattedrale. L’esperienza della guerra è stata terribile: vivevamo in due stanze in cinque in una bellissima villa – la Villa delle Statue – a pochi chilometri dalla città. Nella stalla erano radunate le armi e gli esplosivi dei tedeschi che per impedire ai bambini di avvicinarsi distribuivano caramelle amare come il fiele. L’unica consolazione fu ammaestrare un tacchino tenuto al guinzaglio che inevitabilmente nella Pasqua del 1944 è finito sul tavolo.

La mattina del 25 aprile il nonno ci prende per mano, mentre trascino faticosamente il mio cane di legno snodato mio fratello fa i rumori di un auto in corsa. Arriviamo al cimitero. Il nonno prende una lunga scala e furiosamente scalpella dal timpano i fasci che vi erano scolpiti; poi, rivolgendosi a mio fratello che come secondo nome porta quello dello zio ucciso, gli impone di rispondere solo quando lo si chiamerà col suo primo nome: Umberto. Torniamo di fretta a casa. Dopo un poco cominciano a passare gli alleati tra gli applausi della folla e io eccitatissimo frugo nell’armadio della mamma: trovo un foulard e mi metto a sventolare. Due sonori schiaffi e la cacciata in bagno segnano il mio entusiasmo. Perché? Mi domando. Solo dopo anni l’ho saputo. Il foulard era di un rosso acceso! Frattanto in casa la parola fascista è abolita. Si parla solo di monarchia e di democrazia cristiana. Mi piaceva sentirmi monarchico. Una specie di nobiltà farlocca. Nel frattempo mio fratello è a scuola con Guido Fink. Diventiamo amici – e mai avrei pensato che sarei diventato suo collega a Firenze – mentre pian piano si snodano i piccoli avvenimenti quotidiani. La razione di legna da portare a scuola per scaldarci, le stoffe Unra, il difficile compito che mi era affidato (l’età dell’innocenza): andare dal panettiere a chiedere di segnare il conto che avremmo pagato a fine mese. Frattanto vengo praticamente adottato da amici carissimi e facoltosi che diverranno i miei nonni adottivi. E pian piano questa famiglia piccolissimo borghese che si lavava il sabato nel mastello comune in cucina comincia a rivelare il suo destino. Gian Antonio, il genietto, è destinato alle lettere, ma comunque la mia scelta è la lettura! Lo zio amico dei federali ferraresi ritorna dall’esilio sardo, gestirà la tabaccheria.

La moglie erede di una dinastia di grandi vinai trasferita in Canada se ne va. Si scoprirà che era una spia inglese. Sposerà due miliardari uno dopo l’altro. Torna lo zio militare dall’India e ci prende sotto la sua protezione. Niente politica, solo dovere e dovere di essere bravi figlioli. Mio fratello tenta invano di entrare in accademia militare. Non può perché figlio di separati. Leggo, leggo sempre di più, assistito da un vero maestro: Claudio Varese. Ma rimango monarchico e mi commuovo sul re di maggio… e sul destino di Sciaboletta. Poi l’Università e l’incontro con l’altro grande maestro: Walter Binni. Al primo colloquio mi domanda subito: ‘Come la pensa politicamente?’ Non ho esitazione. Monarchico rispondo. Nel pomeriggio ricevo una telefonata da Claudio Varese che mi domanda se ero impazzito, riferendomi lo sdegno di Binni. E da allora angosciato di aver deluso un tale studioso, uomo della Costituente, mi metto a riflettere ‘politicamente’; finché ho trovato la mia via: quella di sinistra.
Mentre rivedo ‘Roma città aperta’ per l’ennesima volta mi domando angosciato: sarà vero che cambieremo così totalmente? Che l’anima populista e sovranista vincerà?

Si snoda il tempo. Nel mio campo ricevo fiducia e forse consenso; poi la politica s’impone e si scontra col mio spirito libero e vengo, come a 7 anni, trascinato per mano per demolire ciò che non vorrei fare. Ho dato tanto a questa città,’Ferara’, forse troppo, per amore di un luogo, di una patria che mio padre mi aveva negato. Ora aspetto la fine del corridoio della vita nel Centro Studi bassaniani o nella Bassano di Canova. Ma è giunto il momento (un carissimo amico mi dice che si tratta di rivendicare la competenza) di alzare la voce. Riconoscere gli errori. Ammetterli e tentare di ricostruire ciò che noi stessi abbiamo purtroppo dimenticato. La liberazione. La liberazione di qualsiasi accostamento con tutto ciò che si chiama e si chiamerà fascismo.

Siamo stati una famiglia dove il fascismo era una condizione ‘naturale’. Ora è con orgoglio che ricordo come lo zio militare è stato insignito della medaglia d’oro e pure la zia ‘Leia’ (così pronunciavamo il nome della zia maestra che ci portava al mare) anch’ella medaglia d’oro. E tutto questo perché del fascismo ci siamo liberati.

Poesia per un giorno di libertà

Un prato folto di margherite
e di gialli fiori di tarassaco
che il sole fa più brillanti ancora
è la vacanza che ti posso offrire.
Non la rifiutare, tu che giri il mondo
e torni avendo scordato tutte
le estreme emozioni. T’invito
ad essere profonda, a ripensare
al fiore che ricresce ad ogni stagione
e rende questa vita meno grigia.
Còricati, distendi il tuo corpo
su questo lembo dell’universo,
dimentica la finitezza del tuo essere,
riannodati alle radici, imbeviti di luce.

(25 aprile 2019)

L’importanza di ricordare

di Federica Mammina

Come ogni anno, il 25 aprile, si festeggia l’anniversario della Liberazione dal nazifascismo, avvenuta nel 1945. E lo si fa precisamente dal 22 aprile 1946 quando si scelse questa precisa data, fissata poi definitivamente come festa nazionale con una legge del maggio 1949.
Una data simbolica naturalmente perché l’occupazione tedesca e fascista in Italia non terminò in un solo giorno, scelta però perché proprio quel giorno coincise con l’inizio della ritirata da parte dei soldati della Germania nazista e di quelli fascisti della repubblica di Salò dalle città di Torino e di Milano, dopo che la popolazione si era ribellata e i partigiani avevano organizzato un piano coordinato per riprendere le città.
E così ogni anno in tutta Italia si svolgono cerimonie e manifestazioni per celebrare la memoria di tutti coloro che combattendo e sacrificando la propria vita hanno dato al nostro paese la possibilità di essere libero e democratico.
È una ricorrenza ancora sentita e percepita nella sua importanza? C’è da augurarselo, perché dovrebbe farci riflettere sul dono immenso che abbiamo ricevuto, la libertà, che noi diamo per scontata, ma che solo settant’anni fa è stata ottenuta con l’estremo sacrificio. Perché non perda il suo valore quindi è necessario che questa giornata, nel suo profondo significato, venga calata anno dopo anno nei tempi che viviamo e ci costringa a fermarci per considerare quali siano le dittature moderne verso le quali dobbiamo avere il coraggio di ribellarci per custodire con cura il dono ricevuto.

DAL NOSTRO ARCHIVIO
25 aprile, la festa e lo spirito della Liberazione

La Resistenza, la guerra di liberazione, l’antifascismo… Ferrara anche quest’anno celebra il 25 aprile con un fitto e apprezzabile calendario di iniziative che vivificano questa ricorrenza tenendola al riparo dalla retorica.

Ai nostri lettori segnaliamo gli articoli pubblicati da Ferraraitalia nella sezione “partigiani oggi”, una raccolta di riflessioni sul significato e l’attualità della Resistenza
[leggi l‘inchiesta]
 oppure [vai all’archivio generale]

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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)

Io sto con te, partigiano

Di Cristiano Mazzoni

Io sto con te partigiano,
in montagna od in pianura,
il tuo coraggio ed il tuo sangue,
contro la dittatura,
la libertà come amante,
una coperta di stelle,
come giaciglio.

Troppe voci, gracchiano oggi,
per sporcare il tuo valore,
il pensiero povero,
di chi rimpiange,
il quando c’era lui.

Io sto con te partigiano,
non li ascoltare,
non si meritano il tuo sacrificio,
fermi sui carri immobili,
mentre nelle piazze, nei vicoli e nelle corti,
tu morivi per loro.

Parlano del sangue dei vinti,
dimenticando le fosse,
dove sparivano le camice rosse,
giovani ribelli, vi chiamarono banditi,
ma per sempre sarete,
il mio sogno di bambino.

Io sto con te partigiano,
lasciali parlare,
leggono la storia a spizzichi e bocconi,
dimenticando il tuo sogno,
di un mondo migliore,
senza schiavi e né padroni.

Io sto con te partigiano,
e maledico loro,
che lordano il tuo sangue,
con l’olio nero,
della revisione.

RESISTENZE
Uber Pulga, il partigiano in camicia nera morto per l’Italia di domani

Si avvicina il 25 aprile, l’anniversario, o meglio la festa della Liberazione dalle truppe naziste e dal regime fascista. Come dimostrano i casi di Roma e Milano, anche quest’anno molto probabilmente porterà dibattiti – e diatribe – più o meno ideologici, quasi di sicuro molto poco ‘storici’, sulle esperienze e le narrazioni memoriali della Resistenza, dei vinti e dei vincitori, di quella lotta per la libertà, che è stata anche una guerra civile, importante quanto tragica, in tutta la sua umana miseria e nobiltà.
In quest’epoca pericolosa, mentre di nuovo soffiano sull’umanità venti di guerra, persino nucleare, venti che in alcuni regioni del mondo non hanno mai smesso di scuotere le vite, mentre razzismo e intolleranza hanno rialzato la testa e di nuovo sentiamo slogan che speravamo consegnati al nostro passato più buio; in quest’epoca si può e si deve andare orgogliosi di quella ribellione, ma allo stesso tempo si possono e si devono affrontare i drammi che inevitabilmente la guerra e la violenza provocano, strappi e divisioni fra la gente e nelle famiglie. E a volte persino all’interno di una stessa persona, come racconta ‘Un partigiano in camicia nera’, del giornalista Alessandro Carlini, uscito per Chiarelettere lo scorso febbraio.
Partigiano e fascista, eroe e traditore, spia e disertore, pluridecorato di Salò e uomo della Resistenza, Uber Pulga è stato al tempo stesso un vincitore e un vinto e ha ripercorso in modo drammatico il travaglio di molti italiani. Tanti sono stati i “voltagabbana” per opportunismo, ma non Pulga, almeno secondo Carlini, che ha pagato con la vita la propria conversione e che prima di essere fucilato, due mesi prima di quel 25 aprile, ha gridato: “Viva l’Italia!”

Più volte la storia di Uber incrocia quella con la S maiuscola. Classe 1919, allevato con libro, moschetto e vanga nella Bassa mantovana, nel 1942 combatte i partigiani nei Balcani con rastrellamenti ed esecuzioni sommarie, l’8 settembre del 1943 è fra gli ‘ammutinati’ della Nembo, che dopo aver ucciso il loro comandante decidono di restare a fianco dei tedeschi, in Germania viene addestrato al controspionaggio e spedito a Reggio Emilia per la sua missione come infiltrato fra i gruppi partigiani. Si finge quindi un disertore e i partigiani della zona di Reggiolo lo prendono fra di loro. Saranno però il rimorso per la morte di alcuni di loro e parole come libertà e democrazia a instillare in lui il dubbio e incrinare la sua fede: anche una volta scelta la Resistenza però terrà sempre la camicia nera che gli ricorda il fardello delle sue colpe. Fino al capitolo finale, al tragico beffardo ‘redde rationem’: fucilato all’alba del 24 febbraio 1945 dietro il cimitero di Gaiano per mano dei suoi ex camerati.
Basandosi su documenti storici, alcuni dei quali inediti, Alessandro Carlini narra la storia di Uber Pulga come una biografia, ma in presa diretta, come un romanzo, per descrivere al meglio il travaglio psicologico ed emotivo del protagonista che ha lottato per quell’alba di Liberazione, ma non ha potuto viverla perchè è morto per essa: “Io vengo dalla campagna, sarò il concime di quello che poi verrà e spero ci crescano belle cose”.

Alessandro Carlini

Abbiamo intervistato il giornalista Alessandro Carlini a pochi giorni dalla prossima presentazione di ‘Un partigiano in camicia nera’ alla libreria Feltrinelli di via Garibaldi, lunedì 24 aprile alle 18.00.

Chi era Uber Pulga?
E’ stato molte cose diverse nella sua esistenza breve, straordinaria e drammatica. Nato a Felonica, in provincia di Mantova, nel 1919, è stato un soldato del Regio esercito, una spia e un ufficiale della Repubblica Sociale Italiana, un finto disertore reclutato dalle Ss per infiltrarsi in una unità partigiana di Reggio Emilia, e infine, a 25 anni, ha fatto la scelta che gli è costata la vita: quella di unirsi, questa volta per davvero, alla Resistenza. E’ stato fucilato da un plotone misto di repubblichini e tedeschi all’alba del 24 febbraio 1945 in provincia di Parma.

Perché ha deciso di raccontare la sua storia?
Prima di tutto per una promessa che feci a mio nonno, Franco Pulga, prima che morisse nel 2005. La promessa era di far luce su quello che era accaduto al nostro cugino negli anni terribili della guerra. E poi perché la vicenda di Uber è emblematica di tutto un Paese, che si è sentito tradito dal fascismo e ha scelto di liberarsi da quel regime e dagli anni terribili della guerra.

Inserirebbe il suo lavoro in una bibliografia per il 25 aprile, per esempio fra i consigli di lettura di una biblioteca?
Assolutamente sì. Una figura come quella di Uber chiude il cerchio, si potrebbe dire. C’è una memoria e una letteratura resistenziale e, negli anni più recenti, ne abbiamo avuta una di Salò. Mancava una vicenda che le contenesse entrambe, quelle due componenti conflittuali della nostra storia, senza scivolare nel revisionismo. Ciò che alla fine rende Uber una sorta di ‘eroe’, anche se oscuro per il suo passato da spia, è la scelta di combattere, come lui stesso afferma, l’“imboiatura del regime” e di non cambiare casacca o diventare un “voltagabbana” cercando di sopravvivere al conflitto, ma di pagare il prezzo più alto.

Come ha ricostruito la vicenda di Uber e quanto tempo ha impiegato?
Ho utilizzato molti documenti in possesso della mia famiglia, come la lettera di Don Augusto Sani, il cappellano militare della Divisione Italia della Rsi dove militava Uber, che lo ha confessato e accompagnato fino al plotone d’esecuzione. Altre fonti le ho trovate negli Istituti storici della Resistenza e negli Archivi di Stato italiani e poi ancora all’estero, in Germania e a Londra. Le ricerche sono durate più di dieci anni.

Per un certo periodo ha anche interrotto il lavoro, perché?
Ho avuto una sorta di ‘crisi’ nel 2002, quando ho scoperto che Uber era stato una spia della Rsi e che, con la sua operazione da infiltrato, aveva causato la morte di due partigiani nella zona di Reggiolo, Dante Freddi – nome di battaglia ‘Noli’ – e Arvedo Simonazzi – ‘Marco’.

Oltre ai documenti ufficiali, è riuscito a ritrovare almeno alcuni suoi compagni, da una parte e dall’altra? Come è stato incontrarli e come l’hanno accolta?
Sì, ho ritrovato e incontrato un comandante partigiano del Reggiano, Egidio Baraldi – ‘Walter’, ha riconosciuto Uber in una fotografia che io gli avevo dato: era lui la spia che si era infiltrata nella sua unità. Non dimenticherò mai quello che disse in dialetto: “E’ quel porco là!”. Per non parlare dei reduci repubblichini, che lo definivano uno sporco traditore. Ho preso parolacce un po’ da tutti, ma questo mi ha spinto ad andare avanti, ancora più sicuro che la storia di Uber doveva essere raccontata.

In famiglia, al di là di tuo nonno Franco, si parlava di Uber? E lei ora che opinione si è fatto sulla sua figura, sulla sua vicenda e sulle sue scelte?
Se ne parlava da tempo, ma non si conosceva tutta la sua vicenda, in particolare la sua attività di agente segreto. Ma è proprio quella che lo rende un personaggio unico. Divorato dal terribile senso di colpa ha avuto il coraggio di rinnegare tutto quello per cui aveva combattuto e il regime fascista nel quale aveva creduto e si mise al servizio della Resistenza, quasi con la sicurezza che alla fine avrebbe incontrato la morte in una forma di riscatto che somigliava molto al martirio.

Chi gli è stato accanto negli ultimi momenti?
Don Augusto Sani, il cappellano militare della Divisione Italia, che ha scritto una lunga e toccante lettera sulla confessione di Uber. Era rimasto sconvolto da quelle ore passate col sottotenente Pulga, che si portava al patibolo il dramma e il conflitto fratricida di una nazione intera.

Uber Pulga © Ansa

Quando, secondo lei, Uber ha cominciato a dubitare del fascismo, un ideale con il quale era cresciuto e nel nome del quale aveva compiuto atti crudeli nei Balcani? Davvero è stato davanti al ‘Mussolini ombra di sé stesso’, oppure è stato prima, vivendo con coloro che aveva sempre considerato criminali e che doveva tradire?
Non c’è un momento solo ma un lungo percorso, fatto di dubbi che sgretolano lentamente quella ideologia ‘granitica’ sulla quale aveva costruito una vita intera. Uber percepisce il tradimento di Mussolini verso l’Italia in rovina, allo stesso tempo sente parole per lui nuove e affascinanti come libertà e democrazia durante il periodo in cui è infiltrato fra i partigiani nel Reggiano, ma soprattutto dentro di lui cresce il rimorso per le morti alle quali ha contribuito direttamente, rimorso che diventa insostenibile. La sua vita è fatta di scelte estreme, che si susseguono, una dopo l’altra.

“Io vengo dalla campagna, sarò il concime di quello che poi verrà e spero ci crescano belle cose”: sono parole che fai dire a Uber. Secondo lei oggi la sua speranza si è realizzata?
Posso dire di “sì”. Certo, viviamo in una società con grandi problemi e contraddizioni, ma quando rifletto sul fatto che persino chi era stato un convinto fascista, come Uber Pulga, ha deciso di morire da partigiano per lasciarci un mondo senza più dittatura e guerra allora mi rendo conto della nostra straordinaria fortuna.

Il 25 aprile è la festa della libertà: evitiamo le censure

Cos’è il 25 aprile? E’ la festa civile più importante della nostra storia nazionale. E’ il simbolo della liberazione da una dittatura che ci aveva tolto diritti e dignità e che, insieme all’alleato nazista, provocò una guerra che distrusse l’Europa e causò decine e decine di milioni di morti. E fu complice della deportazione degli ebrei nei campi di concentramento nazisti. Il 25 aprile è anche all’origine della nascita della democrazia nel nostro paese, i cui frutti eccellenti furono il suffragio universale, la vittoria della Repubblica, l’approvazione di una Costituzione tra le più avanzate del mondo. E’ grazie alla Resistenza e al contributo decisivo degli Alleati che l’Italia è diventata uno Stato di diritto costituzionale, che ha trasformato i sudditi in cittadini titolari di diritti e di doveri.
Se però dovessi ricorrere a una sola parola per sintetizzare il significato profondo del 25 aprile non avrei dubbi: la libertà. Libertà è la parola che più ricorre in quel libro sacro che sono le “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana” (Einaudi). Scegliamo a caso. Walter Ulanowsky, di anni 20, insegnante nato a Trieste, faceva parte della Brigata Garibaldi “Liguria”. Venne fucilato il 19 maggio 1944 insieme ad altri partigiani. Le ultime parole che scrisse sono: “Perché sono qui? Perché domattina mi fucileranno? Per la libertà!”

Questo fin troppo lungo preambolo per motivare il mio dissenso rispetto alla posizione dell’amico Daniele Civolani e contro la petizione che ha raccolto firme per chiedere di togliere i libri di Giampaolo Pansa dal tavolino preparato dalla Biblioteca Bassani per proporre testi sulla data del 25 aprile. Non è mio intento entrare nel merito dei contenuti dei libri scritti da Pansa, perché mi interessa difendere un principio. E’ il principio della libertà di opinione che non può essere messa in discussione proprio nel giorno che rappresenta per il nostro Paese la conquista della libertà. La mia generazione sessantottina ha fatto cose straordinarie per rinnovare il costume di una società per tanti aspetti arretrata sul piano civile e culturale. Però ha anche qualcosa da farsi perdonare. Ricordo, per esempio, una mitica rivista di quegli anni, “Quaderni Piacentini”, che aveva creato una rubrica intitolata: “Libri da leggere e libri da non leggere”. Lungo questa strada ci si cammina sull’orlo di un burrone. Ma ancora di più è la mia parte politica, il Pci, che deve farsi perdonare prese di posizione sbagliate e foriere di conseguenze negative. Mi riferisco, per tutte, alla stroncatura che il responsabile della cultura del Pci degli anni Cinquanta, Carlo Salinari, fece di un capolavoro sulla Resistenza: “I ventitre giorni della città di Alba” di Beppe Fenoglio. Ecco cosa scrisse Salinari sull’Unità, il 3 settembre 1952: “La qualità scadente di moltissimi libri nuocciono alla diffusione dei libri buoni. Proprio qualche giorno fa incontrai un amico operaio che aveva comprato e letto il romanzo di Fenoglio. Era rimasto così disgustato dalla lettura che probabilmente non comprerà più un libro. Fenoglio non solo ha scritto un cattivo romanzo, ma ha anche compiuto una cattiva azione”. Perché ricordo questo episodio lontano? Perché c’entra con il presente. Decretare l’ostracismo verso il più grande cantore della Resistenza, rappresentata nei suoi racconti e romanzi in tutta la sua umana miseria e nobiltà, ha voluto dire costringere per decenni la narrazione di quell’evento dentro una rachitica cornice retorica e demagogica. E poi ci meravigliamo che la Resistenza non dica più niente alle generazioni che si susseguono! Bisogna parlare un linguaggio di verità che è l’unico che trasmette un vero pathos morale e civile. La lotta di Liberazione è stata una guerra civile importante e tragica. Essa ci ha consentito di ritornare nel consesso europeo con la schiena dritta di chi aveva pagato un prezzo altissimo per riconquistare la libertà e la democrazia. Ma non fu una marcia trionfale di eroi duri e puri. Ci furono i martiri, ma ci furono anche fatti ed episodi di inutili stragi e vendette. Tutto va raccontato. Tutto va collocato nel contesto di una terribile guerra europea per sconfiggere il nazi-fascismo. Ma quel contesto non può giustificare tutto. Chiunque si accinga a raccontare fatti, eventi, episodi, accaduti prima e dopo il 25 aprile, fa opera utile. E quando ho letto e conosciuto fatti che hanno disonorato la Resistenza non ho chiuso gli occhi o gettato via il libro. Ne ho, magari, preso in mano un altro che mi consentisse di andare alla radice morale nella comprensione di episodi di cui vergognarsi. Mi riferisco al luogo dei “Promessi sposi” in cui Alessandro Manzoni scrive parole definitive su come si formano e si interpretano i comportamenti morali: “I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento a cui portano l’animo degli offesi.” Manzoni ci dice che chi opprime non crea uomini liberi, e che la condizione di offeso non esclude la colpa nel commettere atti negativi. Alla fine di questo lungo discorso è chiaro che ho preso a pretesto l’episodio della Biblioteca Bassani per svolgere qualche riflessione che sono convinto è condivisa dall’amico Daniele Civolani e da coloro che hanno sottoscritto la petizione sbagliata contro i libri di Pansa.

LA RICORRENZA
Buon 25 aprile

Buon 25 aprile!
Anche chi ha lottato per quell’alba di Liberazione, ma non ha potuto viverla perchè è morto per essa.

Benedetto Bocchiola (Marco)
Di anni 20, meccanico, nato a Milano il 14 maggio 1924. Dal marzo al giugno 1944 svolge attività di raccolta e rifornimento di armi per le formazioni in montagna, nei mesi successivi prende parte a varie azioni effettuando colpi di mano su caserme occupate da forze nazifasciste e posti di blocco. Arrestato il 10 ottobre 1944 in Valle Biandino (Lecco) nel corso di un rastrellamento. Processato il 13 ottobre a Casargo da un tribunale misto tedesco e fascista. Fucilato il 15 ottobre a Introbio (Lecco) con altri cinque compagni.
15.10.1944
Carissimi genitori,
vi scrivo queste poche righe per farvi sapere che la mia salute è ottima come spero sia anche la vostra, non pensate per me perchè io sto bene. Se non riceverete mie notizie non allarmatevi.
Ricevete tanti saluti e tanti baci.
Vostro Nino
(Scritta poche ore prima della fucilazione, quando già conosceva la sua condanna)

Mario Brusa Romagnoli (Nando)
Di anni 18, meccanico aggiustatore, nato a Guardiaregia (Campobasso) il 12 maggio 1926. Nell’autunno del 1943 è nelle bande Pugnetto di Valli di Lanzo (Torino). Combatte sulle montagne di Genova, dove viene ferito una prima volta e arrestato, ma riesce a fuggire. Entra a far parte dei primi nuclei della Divisione autonoma Monferrato. Nel corso di un’azione da lui guidata vengono fatti prigionieri soldati e ufficiali tedeschi, viene nuovamente ferito. Non ancora guarito partecipa al combattimento del 25 marzo 1945 nei pressi di Brusasco-Cavagnolo, vicino Torino, e il 29 marzo mante guida un’azione contro un convoglio ferroviario tedesco sulla linea Milano-Torino viene ferito gravemente. Catturato verso la mezzanotte da una pattuglia del Reparto Arditi Ufficiali insieme ai tre compagni che tentavano di trasportarlo e condannato a morte quella stessa notte, mentre il comando partigiano tenta invano di concordare uno scambio di prigionieri. Fucilato il mattino del 30 marzo 1945 sulla piazza di Livorno Ferraris (Vercelli). E’ il fratello di altri due partigiani caduti.

Papà e Mamma,
è finita per il vostro figlio Mario, la vita è una piccolezza, il maledetto nemico mi fucila; raccogliete la mia salma e ponetela vicino a mio fratello Filippo.
Un bacio a te Mamma cara, Papà, Melania, Annamaria e zia, a Celso un bacio dal suo caro fratello Mario che dal cielo guiderà il loro destino in salvo da questa vita tremenda.
Addio. W l’Italia. Mario-Nando
Mi sono perduto alle ore 12 e alle 12 e 5 non ci sarò più per salutare la Vittoria

Domenico Caporossi (Miguel)
Di anni 17, elettricista, nato a Mathi Canavese (Torino) il 4 agosto 1927. Iscritto al Partito Comunista italiano, partigiano con il grado di sottotenente nella 80a Brigata Garibaldi operante nelle Valli di Lanzo e nel Canavesano. Il 17 febbraio 1945, recatosi a trovare i famigliari a Ciriè, viene catturato da elementi della Divisione Folgore. Incarcerato e torturato per 36 ore, viene fucilato senza processo il 21 febbraio 1945 sulla piazza principale di Verbania. Decorato di Croce di Guerra.

Cara Mamma,
vado a morire, ma da partigiano, col sorriso sulle labbra e una fede nel cuore. Non star malinconica io muoio contento. Saluti amici e parenti, ed un forte abbraccio e bacioni al piccolo Imperio e Ileno e il Caro Papà, e nonna e nonno e di ricordarsene sempre.
Ciau Vostro figlio Domenico

Eraclio Cappannini
Di anni 20, studente all’Istituto Industriale di Foligno (Perugia), nato a Iesi (Ancona) l’8 gennaio 1924. Nel novembre 1943 entra a far parte del 5a Brigata Garibaldi operante nella zona di Ancona e ne diventa Capo di Stato Maggiore. Partecipa ai combattimenti del gennaio e dell’aprile 1944 a Serra San Quirico e nei dintorni di Cabernardi e al colpo di mano per il sabotaggio del macchinario della Snia viscosa di Arcevia (Ancona), utilizzato dai tedeschi. Catturato all’alba del 4 maggio 1944 durante un trasferimento da un reparto tedesco presumibilmente guidato da un delatore. Viene fucilato senza processo il 5 maggio sotto le mura di Arcevia.
Arcevia 5 maggio 1944
Sono il giovane Cappannini Eraclio prigioniero dei tedeschi. Chi trova la presente è pregato di farlo avere alla mia famiglia, sfollata da Iesi a Serradeiconti presso il contadino Carbini. Cari Genitori e Parenti tutti; il mio ultimo pensiero sarà rivolto a voi ed alla mia, alla nostra cara Patria, che tanti sacrifici chiede ai suoi figli. Non piangete per me, vi sarò sempre vicino, vi amerò sempre anche fuori dal mondo terreno; voi sarete la mia sola consolazione. Siate forti come lo sono stato io.
Salutatemi tutti i miei conoscenti.
Vostro per l’eternità Eraclio
Bacioni alla piccola Maria Grazia
Ringrazio perennemente il latore
(Lettera scritta e abbandonata lungo il percorso fra il luogo della cattura e il luogo della fucilazione)

da “Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana”, a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, Einaudi

25 aprile: riflessioni fra storia, memoria e letteratura

Non so chi di voi abbia letto dalla scelta della biblioteca comunale Giorgio Bassani di Barco di esporre su un banchetto all’ingresso una selezione di testi sulla Resistenza in occasione della prossima celebrazione del 25 aprile, fra i quali compaiono anche i volumi di Giampaolo Pansa, e delle reazioni che tale scelta ha suscitato: alcune lettere alla direttrice della biblioteca e una petizione per rimuoverli (vedi). Devo confessare che, in prima battuta, mi sono scoperta indecisa sulla decisione da prendere in merito, o meglio: mi sono chiesta quanto sarei stata in grado di argomentarla in modo razionale, sulla base dei miei studi storici. Ho perciò ripreso alcuni autori che hanno studiato il rapporto fra storia e memoria e la costruzione della memoria collettiva.

Oggi la memoria invade lo spazio pubblico, ormai il passato accompagna il presente e si insedia nel suo immaginario collettivo, anche in quanto fortemente amplificato dai media e spesso orientato dai poteri pubblici. Spesso siamo immersi in un processo di reificazione del passato, cioè della sua trasformazione in oggetto di consumo, neutralizzato e reso redditizio, cui lo storico è chiamato a partecipare nella sua qualità di professionista ed esperto. Esso assomiglia molto a ciò che Eric J. Hobsbawm in un celeberrimo testo ha definito “invenzione della tradizione”. I fattori che contribuiscono sono molteplici, uno dei principali è una crisi della tradizione all’interno delle società contemporanee: a questo proposito Enzo Traverso, nel suo “Il passato. Istruzioni per l’uso”, ricorda la distinzione fatta da Walter Benjamin “tra l’“esperienza trasmessa” (Erfahrung) e l’“esperienza vissuta” (Erlebnis)”, se la prima “si perpetua quasi naturalmente da una generazione all’altra, forgiando le idee dei gruppi e delle società nella lunga durata”, la seconda “è il vissuto individuale” e, mentre “l’Erfahrung è tipica delle società tradizionali, l’Erlebnis appartiene invece alle società moderne”, anche come prodotto delle catastrofi del ventesimo secolo, con i traumi che ne sono seguiti e che hanno colpito generazioni intere senza poter diventare un’eredità inscritta nel corso naturale della vita.
Se è vero che storia e memoria nascono da una stessa preoccupazione e condividono uno stesso obiettivo, l’elaborazione del passato, esiste tuttavia una gerarchia tra le due. “La memoria – scrive Traverso – abbraccia e raccoglie il passato con una rete dalle maglie più larghe” di quelle della disciplina storica, collocandovi una dose molto più grande di soggettività.
La storia è dunque la narrazione, la scrittura del passato secondo modalità e regole precise, attraverso le quali cerca di rispondere alle domande poste dalla memoria, arrivando anche alla fine a fare di quest’ultima uno dei suoi terreni di ricerca. Diversamente, la memoria, attingendo all’esperienza vissuta, è eminentemente soggettiva, resta ancorata ai fatti cui si assiste, di cui si è stati testimoni o protagonisti, e alle impressioni che essi hanno scolpito nelle menti; è qualitativa, singolare, poco attenta alle comparazioni, alle contestualizzazioni, alle generalizzazioni, è un cantiere sempre aperto, in continua trasformazione.
Storia e memoria formano una coppia antinomica soprattutto a partire dall’inizio del ventesimo secolo, quando i paradigmi dello storicismo classico sono entrati in crisi, rimessi in discussione dagli sviluppi delle altre scienze sociali: se fino a quel momento la memoria era stata considerata come il sostrato soggettivo della storia, con la crisi dello storicismo è iniziato il processo di riconfigurazione della relazione fra storia e memoria come una tensione dinamica. Una transizione né lineare né rapida e, per certi versi non ancora terminata.

Uno dei primi a considerare la memoria come una costruzione sociale a partire dal presente e a codificare la dicotomia fra le fluttuazioni del ricordo e le costruzioni della narrazione storica è stato il sociologo Maurice Halbwachs in “La memoria collettiva”.
Halbwachs ritiene che la memoria di un individuo “sia costantemente aiutata, stimolata, sorretta dai rapporti che intrattiene con quella di tutti gli altri membri dello stesso ambiente sociale”. La memoria è il risultato di un lavoro permanente nel corso del quale i suoi contenuti vengono di volta in volta conservati o meno da gruppi umani concreti in funzione delle forze che nel presente, in ogni epoca determinata, determinano una certa ricostruzione del passato e non un’altra; perciò, se l’immagine del passato che viene ogni volta ricomposta si accorda con i valori e le esigenze dominanti nella collettività, esso diventa una posta in gioco esposta agli esiti di uno scontro permanente fra interessi e gruppi contrapposti all’interno di una stessa società.
Una volta stabilito che ogni forma di memoria è una ricostruzione parziale e selettiva del passato, i cui punti di riferimento sono forniti dagli interessi e dalla conformazione della società presente, Halbwachs passa ad analizzare le funzioni sociali della memoria, aprendo così le porte a una prospettiva originale: “la memoria stessa può essere considerata come un’istituzione, può venire cioè affrontata come problema delle forme istituzionalizzate che l’immagine del passato assume nella coscienza dei gruppi” e anche dei modi e delle forme di questa istituzionalizzazione. L’idea chiave di Halbwachs è dunque: ricordare è attualizzare la memoria di un gruppo ma, nello stesso tempo, l’immagine del passato che il ricordo attualizza non è qualcosa di dato una volta per tutte. Se il passato si conserva, tale preservazione avviene nella vita degli uomini, nelle forme oggettive della loro esistenza e nelle forme di coscienza cui queste corrispondono, in questo senso ricordare è “un’azione che avviene nel presente e dal presente dipende”. Forse la concezione più fruttuosa di Halbwachs è “che il passato, oggetto di ricostruzioni successive e suscettibili di modifica, sia una sorta di posta in gioco fra interessi e gruppi contrapposti”.
La storia, invece, è al di fuori e al di sopra dei gruppi e sembra che essa consideri ogni periodo come un tutto, in gran parte indipendente da quello che precede e da quello che segue, perché ogni periodo avrebbe una sorta di compito da portare a termine. Inoltre, la memoria si distingue dalla storia proprio perché si forma attraverso il continuo confronto di più memorie collettive, mentre la storia è una, tutto è sullo stesso piano: non si può raccogliere la totalità degli avvenimenti in un unico quadro se non a condizione di separarli dalla memoria dei gruppi che ne custodivano il ricordo e di non conservarne che lo schema cronologico e spaziale. Infine chi scrive la storia bada soprattutto ai cambiamenti e alle differenze e sa che per passare da un fatto all’altro bisogna che si realizzino una serie di trasformazioni di cui la storia percepirà solo la somma proprio perché studia i gruppi dal di fuori ed abbraccia una durata molto lunga; invece la memoria collettiva è il gruppo visto dall’interno: in altre parole la memoria è il quadro delle somiglianze mentre la storia si concentra sulle differenze.

Halbwachs ha contribuito a mettere in luce le profonde differenze tra storia e memoria, ma sarebbe sbagliato dedurne una loro totale incompatibilità o considerarle irriducibilmente separate, perché la loro interazione crea un campo di tensioni all’interno del quale si scrive la storia. Lo storico, infatti, non lavora “rinchiuso nella classica torre d’avorio, al riparo dai rumori del mondo”, scrive Traverso: egli subisce i condizionamenti di un contesto sociale, culturale e nazionale, e non può nemmeno sfuggire alla influenza dei suoi ricordi personali, né a quella di un sapere ereditato, dai quali può cercare di emanciparsi non negandoli, ma sforzandosi di stabilire nei loro confronti la necessaria distanza critica. In questa prospettiva, il suo compito non consiste nell’abbandonare la memoria, personale, individuale e collettiva, ma piuttosto metterla a distanza e nell’inserirla in un contesto storico più ampio.
Lo storico quindi è debitore nei confronti della memoria, ma agisce a sua volta su di essa: contribuendo alla formazione di una coscienza storica, egli partecipa, infatti, alla costruzione della memoria collettiva che attraversa l’insieme del corpo sociale. Secondo Traverso questo è ciò che Habermas chiama “l’uso pubblico della storia”, come dimostrato dal fatto che “i dibattiti tedeschi, italiani e spagnoli sul passato fascista, i dibattiti francesi su Vichy e sul colonialismo, quelli argentini e cileni sull’eredità delle dittature militari, i dibattiti europei e americani sulla schiavitù – la lista sarebbe inesauribile –, superano ampiamente le frontiere della ricerca storica”, invadendo la sfera pubblica e chiamando in causa il nostro presente.

Eccomi chiamata nuovamente in causa nuovamente, come cittadina che vive nel presente e assiste al dibattito pubblico. Ora posso scrivere che nel nostro presente, con i partigiani e i testimoni che stanno scomparendo, mentre sempre più diritti vengono calpestati e nuove resistenze si rendono necessarie, ritengo che i volumi di Giampaolo Pansa debbano essere disponibili in una biblioteca pubblica per chi ritiene che leggerli possa aiutarlo a formarsi un’opinione, ma non avrei compiuto la scelta di esporli in una selezione di libri per celebrare il Movimento di Liberazione e il 25 aprile.

Avrei scelto sicuramente, invece, “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino. Il commissario di brigata Kim spiega così il significato della loro scelta mentre parla con il comandante partigiano Ferriera:
“Ma allora c’è la storia. C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro, m’intendi? uguale al loro, va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finchè dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi. Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione”.

Il mio primo 25 aprile

Oggi è il 25 aprile e sembra uno strano 25 aprile.
Sarà lo strano clima plumbeo di questi giorni ma a me sembra quasi Pasqua.

Brano: “C.I.A. Man” dei The Fugs
Brano: “C.I.A. Man” dei The Fugs

Sarà che è anche il primo 25 aprile senza Licio Gelli su questo pianeta e mi faccio dei viaggi strani io.
Mi sembra la stessa aria da Venerdì Santo di cui mi parlava mia nonna quando tornava carica dura da una di quelle funzioni pasquali di cui ho sempre capito poco il funzionamento.
Non posso fare a meno di pensare che il vecchio Licio, ovunque sia, stia bellamente trollando il primo 25 aprile dopo il suo trasloco.
Sappiamo tutti di che pasta era quello.
Non è neanche un’ipotesi così bislacca.
L’unica cosa da fare allora è un esorcismo.
Un esorcismo che parte comunque da una certezza: almeno ce lo siamo levati dalle palle, quello là.
E in fondo un 25 aprile con questa certezza per me è una bella cosa.
Anzi, in un certo senso, è quasi il primo vero 25 aprile.
Il primo 25 aprile in cui – consapevoli di vivere comunque in una capanna infestata dalle termiti – possiamo almeno gioire per l’assenza del capo dei mostri del boschetto.
Pioggia o non pioggia io mi accontento.
Buon 25 aprile.

Ogni giorno un brano intonato alla cronaca selezionato e commentato dalla redazione di Radio Strike.

 

Selezione e commento di Andrea Pavanello, ex DoAs TheBirds, musicista, dj, pasticcione, capo della Seitan! Records e autore di “Carta Bianca” in onda su Radio Strike a orari reperibili in giorni reperibili SOLO consultando il calendario patafisico. xoxo <3

Radio Strike è un progetto per una radio web libera, aperta ed autogestita che dia voce a chi ne ha meno. La web radio, nel nostro mondo sempre più mediatizzato, diventa uno strumento di grande potenza espressiva, raggiungendo immediatamente chiunque abbia una connessione internet.
Un ulteriore punto di forza, forse meno evidente ma non meno importante, è la capacità di far convergere e partecipare ad un progetto le eterogenee singolarità che compongono il tessuto cittadino di Ferrara: lavoratori e precari, studenti universitari e medi, migranti, potranno trovare nella radio uno spazio vivo dove portare le proprie istanze e farsi contaminare da quelle degli altri. Non un contenitore da riempire, ma uno spazio sociale che prende vita a partire dalle energie che si autorganizzano.

L’EVENTO
LiberAzione, così Ferrara rivive il 25 aprile

Gli alleati che arrivano, la gioia di liberarsi dalla paura, il senso di comunità, la festa: è la Liberazione. E’ quello che si è davvero riusciti a vivere di nuovo un po’ a Ferrara, per il 70esimo anniversario della liberazione del Paese da parte degli Alleati. Il 25 aprile 2015 la festa è stata rievocata e condivisa da attori, visitatori e cittadini nelle vie del centro. A far rivivere quel momento storico e quei sentimenti l’azione teatrale intitolata – appunto – “LiberAzione”. Un corteo di uomini, donne e bambini che da piazza Verdi è sfilato fino al muro del castello estense. La celebrazione-messa in scena è stata realizzata da Anpi (Associazione nazionale partigiani italiani) e Gruppo teatro comunitario di Pontelagoscuro in collaborazione con Arci-Spi Cgil e fondazione l’Approdo. La raccontano per noi le belle immagini scattate da Luca Pasqualini.

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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)
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LiberAzione: l’azione teatrale in scena a Ferrara per il 25 aprile 2015 (foto Luca Pasqualini)

GERMOGLI
La libertà
L’aforisma di oggi…

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

massimogramellini
Massimo Gramellini

“La libertà non si può spiegare. Si può soltanto respirare senza pensarci, come l’aria, e come l’aria rimpiangerla quando non c’è più. A differenza dei dogmi, non reclama certezze e non ne offre. I suoi mattoni sono i dubbi e gli errori, gli slanci e gli abusi. I suoi confini sono labili, mobili. E la sua rovina è l’assenza di confini”. (Massimo Gramellini)

Quei tragici girasoli nei campi di Russia

In una settimana importante come questa, per la storia italiana, non potevamo non ricordare uno dei film che fa più riflettere su uno dei grandi drammi del nostro Paese: la campagna di Russia, durante la II Guerra mondiale, dove molti italiani hanno perso la vita o da dove sono rientrati profondamente feriti, sconvolti e cambiati.
girasoli-russiaI girasoli” è un film del 1970, realizzato pochi anni prima della scomparsa del suo grande e indimenticabile regista, Vittorio De Sica, e ricordato anche per essere stato la prima pellicola di produzione occidentale a essere girata quasi interamente in Unione sovietica, in anni in cui il regime non permetteva con troppa facilità che elementi estranei entrassero dentro i suoi confini. La sceneggiatura è di Tonino Guerra, di cui è noto il filo che lo legava all’Urss. La sua triste poetica, in una vicenda dolorosa come quella dei due protagonisti, qui si percepisce in tutta la sua forza ed emozione.
La storia è quella della bella e vivace napoletana, Giovanna, e di Antonio, dall’accento emiliano-lombardo, soldato in partenza per l’Africa che, per evitare la guerra si sposa con la giovane donna. Fintosi pazzo, e internato, scoperto l’inganno, al confino sceglie la partenza per il temibile e lontano fronte russo. I tragici esiti della storia travolgeranno anche lui: persa la memoria, quasi congelato, perso nella neve durante la campagna sul Don, verrà salvato e curato amorevolmente da Mascia, che sposerà e dalla quale avrà una figlia.

girasoli-russiaQuel momento terribile è la tragedia degli oltre 229.000 soldati italiani mandati al massacro, privi di armi moderne e di equipaggiamento, per seguire la folle avventura di Hitler che, il 22 giugno 1941, aveva infranto il patto di non aggressione russo-tedesco Ribbentrop-Molotov del 1939, lanciando una massiccia offensiva contro l’Unione sovietica (l’operazione Barbarossa), il dramma della ritirata italiana del 1943. Antonio avrebbe potuto essere parte di quell’Ottava armata italiana di Russia (l’Armir) che, con piedi gonfi dal gelo in scarpe ormai insistenti, sarebbe crollata. Antonio viene dato per disperso, ma Giovanna, lasciata sola, non si rassegna a comunicati ufficiali e silenzi. Decisa, forte e imperterrita, partirà per la Russia alla ricerca del marito perduto. Qui si vedono la Piazza Rossa, con le lunghe file di pellegrini davanti alla tomba di Lenin, le strade e le automobili di allora, i magazzini Gum, il Ministero degli Esteri, dove la Loren entra per cercare notizie dello scomparso. Scorre la Mosca di ieri e di oggi.

girasoli-russiaIl film è stato criticato per questa facilità nel ritrovare un uomo sparito in un paese tanto sconfinato, ma, aldilà dei dettagli, la ricerca sarà drammatica e altrettanto gli sviluppi. D’altra parte, le critiche non valgono poi tanto se oltre all’apprezzamento del pubblico, la pellicola ha ricevuto una candidatura agli Oscar e vinto un David di Donatello, nel 1970. Le musiche di Henry Mancini si stemperano nelle note di “Grazie dei fior”, mentre le immagini in penombra dei protagonisti si affievoliscono. Fotografia eccellente.

La Loren è brava, loquace, vivace, simpatica, festosa, “corporale”, bella, impareggiabile, espressiva e intensa come sempre. Meravigliosa in coppia con Mastroianni nella deliziosa, complessa eppure semplicissima sequenza della frittata di 24 uova dei due novelli sposi, dove grazia e spontaneità dipingono una scena rubata alla felicità di due giovani amanti felici.

girasoli-russiagirasoli-russiaDue anime vicine e profondamente unite, in una magia che solo De Sica sa creare. Meravigliosa, poi, la scena del rientro dei reduci in treno, toccanti il campo di croci nella Russia sconfinata e il riferimento ai girasoli come ai tanti italiani sepolti sotto quelle terre. I girasoli simboleggiano, infatti, i soldati morti e seppelliti in fosse comuni: ogni campo sterminato di piante che ondeggiano al vento rappresenta le vittime di una guerra terribile e assurda. Vite straziate da guerra e tragedia. Conclusione drammatica, straziante ma inevitabile. Da riscoprire.

I girasoli“, di Vittorio De Sica, con Sophia Loren, Marcello Mastroianni, Lyudmila Savelyeva, Galina Andreyeva, Anna Carena, Glauco Onorato, Silvano Tranquilli, Marisa Traversi, Italia, Francia, Unione Sovietica, 1971, 107 mn.

Un’Arena arcobaleno, la liberazione oggi si chiama disarmo

25 aprile 2014: una data significativa per più di un motivo. Il 25 aprile è il giorno in cui si commemorano la Resistenza e la Liberazione dal nazifascismo. Se si aggiunge il 2014, anno del centenario della Grande Guerra, la giornata racchiude entrambe le catastrofi del Secolo Breve europeo. Non è dunque scelto a caso l’appuntamento dell’Arena di Pace a Verona, organizzato da un comitato promotore che riunisce cinque organizzazioni: Sbilanciamoci, Rete disarmo, Movimento Nonviolento, Cnesc e Forum servizio civile. Il mondo della pace torna dunque all’Arena, che più volte negli anni ’80 e ’90 è stata il luogo per i suoi raduni: il primo è stato nell’ottobre del 1986, poi il 1989, l’anno dello storico monito “In piedi, costruttori di pace!” di don Tonino Bello, e gli appuntamenti del 1991 in opposizione alla guerra del Golfo, infine l’ultima nel 2003, quando padre Zanotelli ha chiesto di esporre le bandiere arcobaleno come segno di contrarietà alla guerra in Iraq.

Ed è ancora il missionario comboniano a lanciare questa nuova grande celebrazione laica della pace, con un appello su arenapacedisarmo.org, “non solo ai politici ma innanzitutto a noi stessi”, chiedendo a chi vi parteciperà di assumersi la responsabilità “di essere parte del cambiamento che vogliamo vedere nel mondo”. Hanno già aderito: don Luigi Ciotti di Libera, Susanna Camusso e Maurizio Landini della Cgil, Carlo Pedrini di Slow Food, Paolo Beni, presidente Arci, Gianni Bottalico, presidente Acli, Cecilia Strada, presidente di Emergency, Ugo Biggeri, presidente di Banca Popolare Etica. Tanti anche gli artisti: Moni Ovadia, Lella Costa, Marco Paolini, Ascanio Celestini, Natalino Balasso, Fiorella Mannoia.
Ne abbiamo parlato con Daniele Lugli, presidente emerito del Movimento Nonviolento – in cui milita fin dalla sua fondazione – ed ex Difensore Civico della Regione Emilia Romagna.

Le parole d’ordine per questa ‘giornata nonviolenta’ sono “La Resistenza oggi si chiama nonviolenza, la Liberazione oggi si chiama disarmo”, il collegamento con i valori resistenziali quindi è ben lontano dall’essere puramente formale.
La Resistenza indica il momento nel quale ci si oppone a una realtà inadeguata che ti costringe, che ti chiude e Capitini – fondatore del movimento nonviolento ndr – ci diceva che la nonviolenza è il punto di tensione più profonda per il sovvertimento di una realtà inadeguata, cioè la nonviolenza cerca di andare alle radici della chiusura e della violenza che ci costringe. Questo è il primo elemento che collega nonviolenza e resistenza. Di qui anche la necessità che la resistenza si approfondisca, perché anche in assenza di una guerra guerreggiata si avverte la sensazione di un mondo che si chiude su se stesso, questa assenza di futuro, questa incapacità di progetti individuali e collettivi, a tutto questo bisogna resistere e farlo usando gli strumenti della nonviolenza. Per questo il nesso fra liberazione e disarmo, per sottolineare la componente della scelta di non opporre violenza a violenza, non solo come scelta etica, ma soprattutto come esperienza storica: abbiamo visto e vediamo infatti che la violenza e la forza, anche quando usate con le migliori intenzioni, hanno degli effetti che nel tempo si rivelano deleteri. C’è una frase secondo cui «Un fine che per essere raggiunto richiede l’uso di mezzi ingiusti, non può essere un fine giusto», a dirlo non è Gandhi ma Carl Marx. Da tutto ciò discende la necessità del disarmo, prima ancora che nelle armi nelle nostre teste, come ha affermato il presidente del movimento nonviolento Mao Valpiana concludendo la marcia della Pace del 2011.
Comincia a diventare più chiara ora un’espressione che si legge nell’appello con cui avete convocato l’Arena di Pace e che mi ha colpito: si parla di “uno stile di vita disarmante”. Cosa intendete?
Perché di questo disarmo fanno parte anche scelte di vita che si contrappongono a questa pretesa di una crescita senza confini. Ne misuriamo ormai tutti quanti gli effetti: un’economia finanziaria che ha ormai ingoiato l’economia reale, una propensione che viene instillata a consumare il più possibile beni, territori, persone. Diventa sempre più difficile perpetuare l’ingiustizia, che ha funzionato per molto tempo, di spostare le conseguenze dannose delle nostre scelte di vita e di consumi in altri luoghi e in altri tempi lontani da noi. Questo malcostume ora sta chiedendo il conto: nella disperazione dell’emigrazione e nell’assenza di prospettive di larga parte della gioventù, anche quella più attenta e decisa a impegnarsi. Da qui la necessità di scelte di vita disarmante e disarmata che non offenda gli altri, anche solo per una forma di egoismo illuminato che sa che un’offesa data all’altro ricade immediatamente su chi l’ha fatta, proprio per il legame profondo e sempre più forte creato dai processi di globalizzazione. Capitini diceva «Quando butti un sasso nell’acqua è difficile che tu misuri fin dove arriveranno le onde», questo vale però anche per le azioni positive, ben orientate, che hanno effetti che vanno lontano, molto al di là della nostra immaginazione: ecco perché vale la pena di agire.
L’appuntamento dell’Arena sarà anche l’occasione per una ‘rivoluzione pacifica’ del concetto di difesa, che l’articolo 52 della nostra Costituzione descrive come un “sacro dovere del cittadino”. Se i nemici oggi sono la povertà, la disoccupazione, la mancanza dei servizi sociali, per difenderci non servono gli F35, ma più fondi per i servizi primari della società: è questo il vostro messaggio?
Il dibattito costituzionale è stato molto ricco, molto si era già detto in quei momenti, per esempio sul fatto di porre un limite alle spese per la difesa, che non avrebbero mai dovuto superare quelle per l’istruzione. Si era posto anche il problema di una scelta costituzionale di neutralità dell’Italia, il tema dell’obiezione di coscienza e dell’esercito professionale. A questo proposito il dibattito è stato influenzato dalla posizione espressa da Ernesto Rossi mentre era al confino sull’isola di Ventotene: oltre a scrivere con Spinelli il Manifesto per l’Europa, ha steso anche il testo Abolire la miseria, nel quale ha posto il tema di un esercito del lavoro, della durata di due anni, obbligatorio per ragazze e ragazzi, sostitutivo della leva, il cui compito era produrre beni e servizi di base. Quindi uno strumento per la creazione di un welfare di base, attuato attraverso la gratuità dei beni e dei servizi essenziali e non delle forme di aiuto economico. È interessante che quest’accento forte sulla lotta alla miseria fosse posto da Rossi, liberista molto apprezzato da Einaudi, che per di più pensava che questo tema potesse accomunare il pensiero economico liberista e socialista. Ho accennato a questi fatti per far capire come allora il tema della sicurezza venisse declinato in modo del tutto differente. Sicurezza viene dal latino sine cura, senza preoccupazione: quando non si hanno preoccupazioni? Quando sono eliminati i motivi di preoccupazione. Noi non sottovalutiamo la richiesta di sicurezza delle persone, ma è bene comprendere da dove viene effettivamente questa insicurezza. Per questo pensiamo sia fondamentale che accanto alla difesa tradizionale, fondata sulle armi e su sistemi di armamenti sempre più sofisticati e sempre meno controllabili, ci sia anche quella che affronta le contraddizioni che portano alle guerre e abbiamo visto che, anche con pochissimi mezzi e in scenari complessi, azioni non armate hanno dato risultati straordinari. Penso all’esempio del comune di Ferrara, che attraverso il servizio civile nazionale è intervenuto a Cipro con un’azione di riconciliazione tra la comunità greca e quella turca. Cose di questo genere sono ancora troppo poche e possono essere moltiplicate. Per questo pensiamo che sia necessario cominciare a potenziare le iniziative direttamente volte alla pace, perché per avere la pace bisogna preparare la pace, come dice un vecchio detto.
Da qui nasce anche la campagna sull’opzione fiscale che lancerete all’Arena di Pace, vero?
Sì, ritorna qui la possibilità di scelta: vogliamo che le persone possano dare una possibilità alla pace, riprendendo le parole di John Lennon. Chiediamo che le persone possano indicare nella propria dichiarazione dei redditi se vogliono destinare a consapevoli azioni di costruzione della pace, attraverso forme organizzate di intervento, una quota pari a quella che in termini generali viene destinata per la difesa. Lo scopo è far crescere la consapevolezza che esiste un’alternativa concreta alla sicurezza affidata al raffinamento delle armi. Inoltre, far sì che si possa cominciare a valutare l’utilità dei fondi che vengono destinati ad azioni di pace e per la prevenzione dei conflitti, credo che le cose che abbiamo progressivamente appreso sulla vicenda degli F35 ci abbiano fatto comprendere come siano altri gli interessi che guidano queste scelte rispetto alla sicurezza delle persone. Si tratta anche di cominciare a dare attuazione a ciò che è scritto nella nostra Costituzione che all’articolo 11 recita: l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Sono passati alcuni anni dall’ultimo incontro a Verona, avvenuto nel 2003 per lanciare la campagna delle bandiere arcobaleno da esporre ai balconi contro la guerra in Iraq. L’appuntamento del 25 aprile sarà anche l’occasione per rilanciare una piattaforma comune per tutto il movimento per la pace?
Ci sono state diverse occasioni d’incontro in questi anni, però un’assemblea dove sia possibile guardarci negli occhi e non solamente fra noi pacifisti doc, spesso anche divisi, incapaci di costruire un’unità al nostro interno, è un evento importante. Speriamo sia il primo passo di un percorso da costruire insieme ad altre associazioni che rappresentano il meglio di una società che cerca di meritarsi l’aggettivo di civile. L’appello è stato firmato da Alex Zanotelli, da don Ciotti, da Cecilia Strada di Emergency, hanno aderito associazioni di giovani come Agesci e Arci, ma anche i sindacati come Cgil e le Acli, anche se i lavoratori spesso si trovano in difficoltà di fronte alla riconversione di apparati industriali che producono armi, pur comprendendo la necessità di un modello di sviluppo fondato sulla costruzione della pace. Ora, che i movimenti pacifisti abbiano ottenuto una così forte adesione mi fa sperare che sia possibile andare verso un’unità molto più ampia, perché si corre sempre il rischio di chiudersi sottolineando le differenze invece degli aspetti e degli impegni che accomunano. L’Arena di Pace è proprio questo: un impegno concreto, anche attraverso la campagna dell’opzione fiscale, intorno al quale si possono riunire varie istanze.
Per concludere Daniele ti chiederei di darci alcune informazioni sul programma e su come partecipare.
L’inaugurazione della giornata sarà alle 12 in piazza Brà, mentre i cancelli dell’Arena saranno aperti alle 13. Dalle 14 in poi prenderà il via la manifestazione, con vari interventi, come ad esempio quello di Susanna Camusso, testimonianze e interviste, condotte da Gad Lerner. Ma ci sarà anche tanta musica, grazie alla collaborazione del Club Tenco. Alle 18 poi presenteremo la campagna ‘Disarmo e difesa civile non armata e non violenta’. Da Ferrara, precisamente dal piazzale ex-Mof di via Darsena, alle 11.30 partirà un pullman, messo a disposizione dalla Cgil. Per prenotare un posto basta mandare una mail a francesco.barigozzi@mail.cgilfe.it oppure telefonare al numero 3482687880.

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