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VITE DI CARTA /
Dopo il Festivaletteratura di Mantova (seconda parte)

 

Sorpresa! Compro Racconti di due Americhe, il volume curato da John Freeman e tradotto in Italia da Federica Aceto per Mondadori, e ci trovo un fumetto.

Il titolo è Ferite invisibili, il tema sono le ferite che il protagonista, un giornalista freelance che vive nella California del Sud, si porta dentro dagli anni in cui ha prestato servizio in fanteria in Iraq, tra il 1997 e il 2009.

Sono poche pagine che però rendono bene l’idea del sottotitolo della raccolta: Storie di disuguaglianza in una nazione divisa.

Di fumetti volevo già parlare come di una scoperta mia personale avvenuta in questa ventiseiesima edizione del Festivaletteratura aMantova. Non me ne vogliano gli appassionati del genere: meglio tardi che mai, scopro che al disegno vengono affidati libri di valore e capolavori.

Sono in servizio al Festival e l’evento n. 157 di sabato 10 settembre sta per cominciare: il pubblico entra a frotte e si sente che attende autori di rango. In tre arrivano e si avvicinano al tavolo dove dovranno salire e parlare alla gente che intanto ha riempito ogni posto disponibile.

I tre chiacchierano e si fanno cenni di assenso col capo, quando ci avviciniamo per farli accomodare uno di loro, Giacomo Keison Bevilacqua [Qui], sta sparando battute che fanno sorridere gli altri due.

Sarà così per tutto l’incontro: da vero mattatore terrà banco nel porre domande sia a Zerocalcare [Qui] e al fumettista e illustratore inglese Andi Watson [Qui], seduti alla sua destra, sia rivolgendosi al pubblico per coinvolgerlo nella conversazione.

È Una conversazione kafkiana di nome e di fatto: i due fumettisti nazionali battibeccano tra loro dal primo momento, alludono al firmacopie che ci sarà alla fine dell’incontro, uno più dell’altro palesano l’ansia di non avere nessuno che attenda la loro firma. Che strano inizio.

Dovendo rispondere ad alcuni ritardatari che prendono posto in platea seguo solo a tratti le loro battute, sarà questo che me le fa sembrare oscure. Poi capisco.

Stanno lanciando il libro del loro prestigioso ospite inglese, quell’Andi Watson che sta seduto tra loro e sembra seguire con la testa una partita di ping pong: stanno parlando del suo Book tour. L’autore incontra il suo pubblico, dove pare che il personaggio protagonista trovi deserta la prima libreria in cui va a promuovere il suo ultimo libro.

E così per tutta la conversazione i due fanno allusione alle situazioni inusuali e misteriose in cui si trova lo scrittore Fretwell, poi passano la parola a Watson, che spiega le proprie scelte narrative senza svelare troppo della trama. Men che meno del finale.

Facendo il giro attorno alla platea che ascolta e applaude mi avvicino al banchetto dove sono in vendita piccole montagne di libri, noto che sono disposti esattamente come i loro autori.

Dalla pila di copie sistemate al centro del tavolo prendo tra le mani Book tour, scorro le prime pagine e comincio a capire la chiave comunicativa di questo evento così particolare, dove la chiacchierata si è fatta surreale per fare il verso al libro che ne è l’oggetto.

Dove si parla di storie raccontate attraverso l’arte del fumetto per parlare anche di fumetto, la cosiddetta nona arte, al crocevia tra letteratura e pittura. Dove Zerocalcare, che le colleghe dell’Ariosto mi hanno spesso caldeggiato, parla per sottrazione della propria scrittura, della autobiografia che vuole metterci e rivela una modestia che mi pare essergli profonda.

Alla fine dell’incontro tutti noi volontari ci diamo da fare a disciplinare le lunghe code di pubblico che si è precipitato ad acquistare le copie e si è disposto in tre lunghe file.

Dopo un’ora i tre sono ancora lì: firmano e intanto scambiano due ulteriori chiacchiere col lettore di turno. Bevilacqua è sempre gioviale, Zerocalcare è più trattenuto e schivo quando riceve un apprezzamento, Watson sorride e ringrazia brevemente in inglese. La paura di non avere copie da firmare come accade nel libro al povero Fretwell, questa sì è la cosa rivelatasi più surreale.

La coda di un’ora al firmacopie non è nulla rispetto ai tempi che si prenderà Igort, dopo l’evento delle 17 con Francesca Mannocchi.

Il responsabile della nostra postazione a San Sebastiano ci dice di spostare sul prato accanto alla platea un tavolo e una sedia: Igort prende posizione armato di alcune matite e accoglie così i lettori in fila di fronte a lui.

Traccia uno schizzo su ogni copia che a mano a mano gli viene aperta davanti, è assorto e intanto fissa la propria mano. La moglie gli sussurra il nome del destinatario, chiude la copia già firmata e sorride al lettore successivo.

Stanno calando le prime ombre della sera, noi abbiamo fatto entrare il pubblico dell’evento successivo e Igort ancora disegna il proprio stigma sugli ultimi libri rimasti in coda ad attenderlo con devozione.

Prima ha parlato di guerra e di pace, e ora il suo schizzo non può che avere aggiunto un anello alla catena delle idee che si dipana come ogni anno qui a Mantova.

Di pace, la pace cercata tenacemente da Papa Francesco, hanno  parlato qui giovedì (nell’evento 30, La diplomazia della pace) anche Marco Impagliazzo [Qui], direttore della Comunità di Sant’Egidio, e Antonio Spadaro [Qui], direttore di Civiltà Cattolica.

E di poesia, di musica. Sono venuti poeti, esperti musicali, musici come Angelo Branduardi. Sono venuti nella mia e nelle altre postazioni in cui hanno prestato servizio gli studenti dell’Ariosto, con cui ho condiviso l’intera esperienza mantovana.

Nelle loro foto e nei loro racconti la mia collega ed io abbiamo raccolto entusiasmi, piccoli trionfi e anche qualche utile perplessità. Tutte esperienze che vorrebbero rifare, dalla foto con la poetessa Mariangela Gualtieri, alla intervista fatta a Roberto Saviano a Blurandevù, alle amicizie fatte con i loro coetanei e rafforzate durante i pasti e soprattutto durante la festa finale, domenica sera, alla mensa del Festival.

Questi sono i ragazzi che abbiamo accompagnato per la prima volta a Mantova, alcuni di loro sono già stati al Salone del libro di Torino e fanno confronti.

In un paio di luoghi del Festival ora sono diventati responsabili di postazione due studenti venuti col gruppo dell’Ariosto ormai parecchi anni fa. Uno di loro ha i capelli appena stempiati: mi fa pensare a quanti ragazzi abbiamo accompagnato qui in un tempo che ancora porta frutti.

Sabato Francesca Massarenti, una di loro che ora è diventata critica letteraria, ha conversato su due autrici straniere insieme a Vincenzo Latronico [Qui] nell’evento 170, La parte dei critici.

Sono schegge. Il mosaico dei 238 eventi del Festival è molto di più. Sono tornata però ancora più attaccata alla catena delle idee e delle parole. Nella postazione Una scuola al quadrato la mia collegamica Valentina e io ne abbiamo scelte due da mettere nel collage fotografico riferito alla scuola che potevamo comporre liberamente. Si tratta di due aggettivi bellissimi che possono essere rivolti anche alla iniziativa del Festival,  ‘inclusiva e appassionante’.

Nota bibliografica:

  • John Freeman, Racconti di due Americhe. Storie di disuguaglianza in una nazione divisa, Mondadori Strade Blu, 2022
  • Andi Watson, Book tour. L’autore incontra il suo pubblico, Edizioni BD, 2021 (traduzione di Simone Roberto)

La Prima Parte del reportage sul Festivaletteratura di Mantova puoi leggerla [Qui]

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di cartaclicca [Qui]

Cover: Zerocalcare, Andi Watson e Giacomo Keison Bevilacqua a Mantova per una chiacchierata kafkiana – foto dell’autrice

DIARIO IN PUBBLICO
Elezioni e biblioteche: incontri e scontri

Attendevo il risultato delle elezioni americane. Siamo al 6 novembre e i contendenti ancora non sono d’accordo, se di accordo si può parlare. Ma probabilmente l’anno del covid-19 ha portato ad un totale stravolgimento di ogni pensiero antecedente alla diffusione del virus, o perlomeno attinente a quel modo di ragionare che la pandemia ha spazzato via. Ai milioni di visoni abbattuti nel mondo (sembra che i mustelidi incoraggino il diffondersi del virus), si aggiungeranno anche quelli italiani, di cui però nulla si sa. Insomma come nelle elezioni americane, dato il numero sterminato dei votanti. E finalmente oggi 7 novembre, dopo un intero pomeriggio cominciato alle 17.30 e proseguito fino a mezzanotte, per poi riprendere oggi con la lettura dei giornali, siamo (quasi) sicuri che il nuovo presidente può proclamarsi tale: Joe Biden.

Come in un vecchio film, in cui puoi recuperare il senso del passato attraverso il corteggiamento del ricordo (un metodo che piace molto a Carofiglio), riaffiorano alla memoria le esperienze delle elezioni americane e quella in diretta vissuta al tempo dell’elezione di Ronald Reagan. Era il 1981 e nella sala professori dello Smith College vicino a Boston, dove insegnavo, si udiva e si vedeva una valanga di suspiria e musi lunghi; ma si sa, sono stati proprio loro, gli americani, ad insegnarci le regole fondamentali di ciò che chiamiamo ‘democrazia’ e che avvenimenti tragici e a volte non proprio limpidi hanno scandito nel tempo.

Queste ultime elezioni, ancora più difficili e imbrogliate, hanno visto atteggiamenti risibili, spinti fino al grottesco, fino ad assistere alla sceneggiata di un importante uomo politico italiano, che tifava Trump applicandosi al viso una mascherina col nome e l’incitamento al voto per il presidente americano uscente. Eppure il sunnominato è italiano!

Comunque la nota più importante è data non solo dalla elezione di Biden, ma del trionfo di Kamala Harris. Come scrive Fiorenzo Baratelli in una nota sulla sua pagina Facebook: “Kamala rappresenta, innanzitutto, un cambio generazionale ai vertici della politica americana, così difficile da scalare per chi non è bianco, maschio e di lungo corso. E’ la prima donna ad entrare alla Casa Bianca come vice-presidente, ma è anche la prima afro-americana e la prima americana-indiana. Nessuno meglio di lei impersona l’America che ci piace, quella multietnica e multiculturale.” A questo si associa anche una ‘figura’ che riesce a coinvolgerci con l’aspetto esteticamente bello e col pensiero altrettanto importante: l’asio-americana Jhumpa Lahiri, che insegna a Princeton e per molti anni ha abitato a Roma, scrivendo romanzi nella nostra lingua. Una veramente rara coincidenza di fisiognomiche! Anch’ella è una rappresentante di quel coinvolgimento di razze che ha fatto la gloria degli USA. Ma Kamala ora è riuscita a raggiungere una posizione assolutamente inimmaginabile solo pochissimo tempo fa e ne preannuncia una ancor più eclatante: quella cioè  di un ‘non bianco/a’ che potrebbe approdare al vertice della Casa Bianca. Ma soprattutto donna.

E mentre, sempre con estrema cautela, cerchiamo di interpretare le mosse del ‘Trump furioso’ ( e non ci sta male che ciò avvenga nella patria che ha dato i natali all’Orlando furioso), ecco che la nostra città, fino a poco tempo fa modello irreprensibile di cultura, ci sta coinvolgendo in un deludente e triste problema di aperture e assegnamenti delle biblioteche comunali sempre più affidati a servizi esterni, o ad altre strutture non afferenti al servizio comunale stesso. Tuttavia quello che mi rende sempre più incredulo e veramente offeso è il sistema con cui l’amministrazione sta portando a termine il ruolo e il servizio del Centro Studi bassaniani, di cui sono co-curatore. Il Centro, che ancora una volta va ricordato, è il dono generoso della professoressa Portia Prebys, ultima compagna dello scrittore ferrarese Giorgio Bassani, alla città di Ferrara, dapprima era stato affidato al servizio dei Musei comunali; successivamente con la nuova amministrazione, probabilmente per ragioni di utilità essendo il Centro soprattutto una raccolta di carte e documenti riguardanti la storia e l’attività di scrittore di Bassani, viene trasferito al servizio delle biblioteche comunali, specie alla Ariostea, che è situata esattamente dall’altra parte della strada rispetto al Centro. Da allora una confusa serie di operazioni tiene chiuso il Centro senza che esplicitamente ne venga dimostrata l’afferenza e il ruolo. L’assessore alla cultura tace, il direttore dell’Ariostea rimanda a lui, del Sindaco nulla sappiamo. E questo in presenza di preziosissimo materiale che solo di valore economico ha passato una cifra di due milioni di euro.
Si tratta di igienizzare materiali e ambiente? Si tratta di non trovare il personale per l’apertura? Si tratta di altro che forse si preferisce non mettere in luce? Tutto tace.
Eppure per anni, dal mio punto di vista di studioso, ho con entusiasmo supportato le ragioni che hanno spinto Portia Prebys e parte della famiglia Bassani a donare alla città dello scrittore la presenza tangibile del suo mai interrotto legame.

Leggo anche che nel salone del Municipio si è allestita una mostra che testimonia la presenza degli Ebrei nella prima guerra mondiale. Il Centro possiede documenti importantissimi di ebrei ferraresi e di famiglie ebree che parteciparono alla prima guerra mondiale. A nessuno è stato chiesto nulla.
Sono preso da una tristezza che nulla ha a che fare col covid-19. Sentivo questa sera Saviano che da Fazio presentava la sua raccolta di storie: Gridalo. Metteva in luce la funzione del libro, della testimonianza scritta, della storia e della memoria. Non vorrei che la vicenda orrenda della pandemia avesse strappato l’unico segno di vita che ancora rende la vita e l’agire sociale degni di essere vissuti: la memoria.

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

DIARIO IN PUBBLICO
Fase 2, Mascherina mia non ti conosco

Eh sì! Invio le mie truppe in cerca di mascherine, ma anche le ‘soffiate’ che m’arrivano tipo: “ In quella ferramenta trovi tutto! Guanti e mascherine” si rivelano un bluff, o peggio un grave ritardo da parte dei miei scudieri. Per fortuna un produttore che ben conosco e non ‘ferarese’ promette che oggi soddisferà con invio speciale dal suo paese la mia fame di oggetti anticorona. Frattanto un carissimo amico, ottimo scrittore, che usa un nom de plume e uno reale – Adriano Bon/Hans Tuzzi –  mi annuncia la comparsa del suo libro assolutamente a-scientifico La covida. Conto le ore per entrarne in possesso!

La mia conversione in criceto s’intreccia anche virtuosamente con cure e indagini che hanno a che fare con me. Così m’informa Giuliana Ericani distogliendo per un momento gli occhi dalla pubblicazione del suo libro canoviano Lettere 1811 di imminente uscita:
“Si tratta di esperimenti del professor Yuen Kwow-yung che ha effettuato test di laboratorio non ancora comparati su 52 criceti, ritenuti portatori di recettori del virus simili a quelli umani; il professor Yuen ha interposto delle mascherine chirurgiche (nell’articolo di South China Morning Post non viene citato il tipo esatto di mascherina) come barriera nel flusso d’aria fra gabbie chiuse di criceti sani e gabbie chiuse di criceti malati, confrontandola con una situazione nella quale la mascherina non era stata interposta e osservando, dopo una settimana, una riduzione del 50 per cento nel numero delle infezioni. La descrizione stessa dell’esperimento di Yuen, però, non porta molto di nuovo se non la conferma del fatto che la mascherina chirurgica può essere utile ad aumentare la protezione in ambiente chiuso, se in quello stesso ambiente, senza ricambio d’aria, sono presenti persone malate, mentre nulla si può sapere ancora, per ora, di ciò che accade all’aperto e con gli asintomatici”.

Come criceto mi responsabilizzo immediatamente e imprecando contro i ‘ferraresidioti’, nuova razza uscita allo scoperto nell’ultimo week-end, che si sono ammassati nei luoghi pubblici a rifiatare impunemente senza schermo, quasi bocca a bocca, tanto da costringere il Sindaco ferrarese ad imporre obbligatoriamente la mascherina. Chi non ubbidisce avrà multe salate: speriamolo. E non mi si dica che sono solo i giovani a comportarsi incoscientemente. Nel mio frettoloso e unico giro in piazza per scorta di libri quanti umarèl senza mascherina ho visto che si spruzzavano saliva e germi idiotamente postati in piazza come i paracarri! Allora sdegnato torno a riprendere le mie fattezze umane, secondo l’insegnamento del fantastico Ian McEwan che nel suo Lo scarafaggio (Einaudi, 2020) ha scritto tutto e di più sugli effetti della Brexit e del comportamento dei soliti Trump Putin Johnson al tempo della pandemia. Deliziato leggo in anteprima lo scritto di Laura Dolfi che per Ferraraitalia ha commentato un lavoro giovanile di Garcia Lorca, nella traduzione del grande poeta Caproni, dove anche qui s’incontrano scarafaggi.

Val la pena dunque di restare a casa e cercare sollievo e consolazione nei film proiettati in tv.
Ed… eccolo il radical-chic che propone i musical anni Cinquanta! Proiettati nella tv dei vescovi!  Ma questo Bulli e pupe è un capolavoro, non soltanto perché è un grande film, ma per essere un incredibile ri-pensamento sulle leggi anticomuniste che stavano flagellando Hollywood. Allora – e cito da Wikipedia: “La lista nera di Hollywood (Hollywood blacklist), nota come la più grande lista nera nell’industria dello spettacolo, era la pratica di negare il lavoro a sceneggiatori, attori, registi, musicisti e altri professionisti dello spettacolo americani a metà del XX secolo perché accusati di simpatie o legami con i comunisti“. In questo film sono i gangsters che alla fine sono i buoni mentre i poliziotti son gabbati e contenti. Un grande regista, numeri di danza da sballo ma…ma… Marlon Brando che canta Woman in love è unico e sorpassa pure Frank Sinatra.

Che storie…. Ma una storia ben più complessa mi si para davanti dopo che, come tutti sanno, abbiamo assistito alla  profonda trasformazione della direzione dei giornali che hanno nutrito la mia gioventù, la mia maturità ed ora la mia ( diciamolo senza rancore) vecchiaia. Mi riferisco a la Repubblica, al gruppo de L’Epresso , a La Stampa e anche allo Huffington Post, tutti sotto il gruppo Gedi presieduto da John Elkann. Il giro vorticoso di direzione di questi giornali ha portato alla Stampa Massimo Giannini; a La Repubblica Maurizio Maurizio Molinari ex direttore della Stampa al posto di Carlo Verdelli licenziato; all’HufftPost Mattia Feltri al posto di Lucia Annunziata; e all’Espresso resiste ancora Marco Damilano. Dopo una settimana una delle voci più autorevoli della Repubblica Gad Lerner si dimette per incompatibilità con la nuova linea del giornale. Si apre allora il quesito: continuare a leggere quel giornale o cancellarlo dalla quotidianità?
Come criceto in forma umana allora ripenso a coloro che ancora significano per me il meglio del giornalismo italiano, a cui per anni ho dedicato il mio tempo di lettura. Penso all’amatissima Natalia Aspesi, al fantastico Francesco Merlo e ancora, con possibilità anche di dissensi, a Roberto Saviano, a Michele Serra, a Corrado Augias, alla Concita de Gregorio, a Stefano Folli. E decido con un peso nel cuore umano, ma uno scatto in quello di criceto, che bisogna ‘resistere’!

Mercoledì 20 maggio 2020 su La Repubblica Francesco Merlo, scrive La tentazione misura la distanza più del metro. Sostiene che la distanza tra gli uomini è più precisa, quando la misurazione avviene con il sentimento e non con il metro. “La distanza esiste per essere colmata e “Neppure negli obitori gli uomini diventano i punti della geometria che solo sul quaderno sono uniti da una linea retta: nella vita, almeno in Italia, non ci si congiunge per linee rette, ma per aggiramento”. E come non approvare?
Il giorno prima, 19 maggio, sempre su quel giornale, lo stesso giornalista scrive un pezzo memorabile La vertigine dei rumori ritrovati, che come qualità si appaia a quello di Damilano su L’Espresso del 17 maggio La polvere magica della destra a 5 stelle, dove si analizza il fortunato volume di Ian McEwan, Lo scarafaggio per denunciare che “Della polvere magica del populismo l’Italia è stata a lungo un’incubatrice. Oggi che il Paese sta tentando una possibile uscita dalla fase dell’emergenza si ritrova di fronte al rischio di un ritorno al punto di partenza”.
Merlo nel suo racconto-inchiesta sente, passeggiando per il suo quartiere romano, un operaio sulle impalcature che lavora canticchiando il celebre refrain ‘sciòn sciòn’. Chiede di raggiungerlo nel luogo in cui lavora ma ottiene un rifiuto. Infine capendo che è siciliano glielo chiede in quella lingua ottenendo un “Acchiana, ma non farti vedere”. Peppe di mestiere fa il cuoco, ma ora è costretto a prendere qualsiasi lavoro gli venga proposto. Rivela che prima votava Pd, poi 5 stelle ora “Se avessi stomaco voterei Salvini”. La riflessione sulla ripartenza porta Merlo ad osservare i segnali della nuova fase con questo memorabile commento: “La ripartenza sono i proprietari di locali e negozi che, fosse pure per un giorno, hanno perso l’indolenza romana, il più antico e sapiente modo di vivere”. Ed è una notazione fulminante. Riprende la passeggiata nei luoghi più belli di Roma, tra i negozi e ristoranti famosi di una città ineguagliabile. Nella ripartenza “In loro onore il vento di Roma sposta le nubi dai riflessi violacei e gialli e pulisce il cielo. Sarà dolce e malinconico il primo tramonto della ripartenza”.

Posso privarmi di leggere queste cose in un giornale che m’appartiene culturalmente?
Non posso dice l’umano sotto le spoglie del criceto.

SE VI CAPITA DI PARLARE CON IL FRIGORIFERO…
Shock, terapia d’urto e lo scippo della conoscenza

La conoscenza negata. Ne scrive anche Roberto Saviano su L’ Espresso della settimana scorsa: “Il trattamento riservato alla scuola è una metafora del trattamento riservato alla conoscenza: semplicemente non è una priorità”. Ci troviamo di fronte a un grande enigma cognitivo: l’incapacità di valutare la portata del pericolo imprevisto che insidia le nostre vite, perché al sequestro delle nostre esistenze non corrispondono gli strumenti per conoscere e comprendere senza essere vittime dell’infodemia a cui concorre anche il governo.
Questa è la prima grave lesione che ha subito il tessuto democratico della nostra convivenza. Non essere padroni di noi stessi perché ci vengono sottratte le fonti della conoscenza, le chiavi di lettura riservate alla scienza e ai manipolatori della comunicazione, lo schermo della trasparenza è infranto, per trattarci come bambini incapaci di essere responsabili e da gestire solo con i divieti e i castighi, non fare questo non fare quest’altro, un popolo infantile, che va preso per mano da un governo padre padrone.

Non credo che ci sia un pericolo tanto grande da giustificare a lungo tutto questo. Di fronte alle minacce ci si attrezza, innanzitutto fornendo a tutti le conoscenze, non quelle per fini strumentali, ma quelle reali, perché ciascuno sia dotato dei mezzi per riconoscerle, per difendersi e assumersi le proprie responsabilità. Passato l’impatto del primo assalto, si dispone l’ambiente per riprendere la vita, non si chiudono le persone nei loro recinti, con un’ibernazione delle vite in attesa di una rinascita.
Stare in casa senza governare il sapere induce a scivolare in uno stato di shock, porta a vivere soli con la propria condizione di confusione e turbamento, esposti e vulnerabili di fronte all’autorità e alle sue parole. Neppure il terrorismo islamico, che il coronavirus pare aver sconfitto, visto che è scomparso dall’orizzonte e dall’informazione, ha indotto tale terrore.

L’attacco alla Costituzione non sta nelle modalità scelte dal governo per assumere decisioni e provvedimenti, ma abita nel disorientamento prodotto sulla popolazione, nell’aver confuso i poli e le direzioni.
Ascoltiamo la scienza ma poi decide il consiglio dei ministri. Nessuno di noi possiede il controllo sul linguaggio della scienza e neppure sulle ragioni della politica, che determinano l’azione del governo. Così si manovra la popolazione usando gli strumenti già collaudati dello shock e della paura, anziché fornire ad ogni cittadino le armi per essere in grado di condurre la propria battaglia.
Fino a ieri il brand della politica era il razzismo e la paura dell’altro, ora l’altro sfila nelle bare trasportate dai carri dell’esercito, per scomparire nelle ceneri della cremazione, innalzando di fronte agli occhi dell’opinione pubblica la trincea dell’orrore, per chiuderci nelle nostre case con la ‘terapia d’urto’, con la sindrome della apocalisse farcita dalle invocazioni papali, che dall’inizio della pandemia ci vengono quotidianamente somministrate dalla televisione di stato. Che siamo ad un’era dell’umanità che necessita ancora di queste liturgie è spaventoso, offensivo, pericoloso.
Se questo è il brand della classe politica che ci governa, significa che essa non è all’altezza e che noi siamo alla disperazione. Dai non luoghi di Marc Augè, siamo giunti ai non luoghi dell’epidemia: gli ospedali, le scuole a distanza, le nostre case, le nostre città e paesi.

La conoscenza, che spinge a sapere e ad agire, è stata beffata dal dogma della paura e dell’obbedienza. Invece di apprendere a difenderci dal virus si è preferito innalzare la religione del virus, il demone che si appropria delle vite, il demone a cui immolare i corpi, il demone a cui pagare il tributo di sangue. Si attendono i responsi di Pizia sugli umori del demone e si invita il popolo a celebrare i sacrifici.
Senza conoscere è difficile riprendere in mano la propria vita, che ora è in ostaggio dei dati e dei grafici che ogni giorno ci vengono propinati senza che ci sia concesso di comprendere come gli stregoni li abbiano confezionati. E l’assoluta mancanza di conoscenze, di controllo, di garanzie, l’assenza di trasparenza sono gravi non solo ora, ma lo saranno tanto più dopo, quando dovremo affrontare le conseguenze violente di questo shock e certamente non potremo farlo ancora tenuti per mano da un governo padre padrone che ci impone come doverci comportare.

Intanto, chiusi nelle nostre solitudini, non siamo più quelli di prima, imbrigliati nella tela di ragno del web, spinti dalla ricerca della conoscenza e dalla voglia di incontrare altre intelligenze per porre un argine al nostro disorientamento. Ciò che prima dello shock ci pareva da combattere, come l’eccessiva esposizione dei nostri ragazzi allo schermo del computer, con i pericoli del cyberbullismo, ora, con la scuola a distanza, non allarma più.
Il web, i social e i nostri device digitali ci hanno catturati, con il rischio di una metamorfosi sociale, di una nuova antropologia, di un villaggio di rinchiusi nei propri mondi virtuali, forse più facile da controllare e governare. Potrebbe allora essere che diventi buono il comunicato dell’Ordine degli psichiatri: “Se parlate ai muri o al frigorifero, non preoccupatevi, contattateci solo se vi rispondono”.

La mancanza di riflessione e la fretta del giudizio

Infuria su Facebook la polemica suscitata dallo scontro tra il sindaco di Napoli de Magistris e lo scrittore Roberto Saviano. Fiorenzo Baratelli riflettendo sullo sciagurato commento del sindaco di Napoli scrive:
“Quando il confronto supera un certo limite, anzichè essere feconda dialettica democratica, diventa segnale di pericolo…Il limite è stato superato dal sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, nella polemica con lo scrittore Roberto Saviano. Il sindaco ha detto la cosa più odiosa e pericolosa per la salute dell’informazione e per la vita di Saviano: “Aspetti la ‘sparatina’ o l’ammazzatina per far crescere il tuo conto in banca!”. Sulla pelle di Napoli si arricchisce la camorra, il sottobosco intoccabile degli amministratori, politici e imprenditori che trafficano in tangenti e appalti, i ‘magnaccia’ della prostituzione, gli spacciatori, i riciclatori…Il sindaco di Napoli non gradisce più che si parli dei mali della sua città perchè adesso c’è lui? Prima Saviano poteva farlo, ma adesso non più? Lo sappiamo che ogni tipo di potere è allergico alla libera informazione…Ma dobbiamo anche sapere che chi viene sottoposto ad attacchi brutali come questo deve sentire attorno a sè la solidarietà e la vicinanza di quella parte dell’opinione pubblica che considera il bene della libertà di informazione prezioso come l’aria che si respira”.
La – per me – più che condivisibile opinione di Baratelli trova una dura replica e un coro di accuse da coloro che rinfacciano a Saviano l’opportunismo di arricchirsi sui mali di Napoli. Alla disgustosa polemica reagisce una lettrice: “Credo che, soprattutto oggi, ugualmente, siano compito degli intellettuali non omologati, l’approfondimento, il rifiuto della generalizzazione urlata, dell’utile qualunquismo anche se colto…. È il momento di assunzione di responsabilità da parte di tutti, di costruzione di fronti delle forze sane in grado di riconoscersi… Chi non lo fa è colpevole a prescindere dal ruolo che ricopre”.

Questa miserrima polemica dunque si potrebbe riassumere solo in quell’orrida accusa di accrescere il conto in banca dello scrittore? E che se ne fa Saviano di un grosso conto in banca che sicuramente avrà e che comunque non gli permette di godere del primo dei diritti umani: la libertà? Ma come si fa a offendersi se viene misconosciuto – almeno dai fedeli sostenitori di de Magistris – l’aspetto positivo della reazione di Napoli al degrado? Chi è che per primo ha rivelato a livello mondiale le condizioni di Napoli? “Gomorra” è stato scritto solo per rendere famoso il suo autore o piuttosto per denunciare lo stato mafioso di una città che viveva e ancora vive di quelle pratiche?
E un sindaco per quanto onesto e responsabile, ma dalla lingua facile e dal commento vituperoso (sì proprio come la canizie di quel vecchio che nei “Promessi sposi” incitava all’assalto del forno delle grucce), può permettersi simili affermazioni?
Anche io posso commentare non sempre benevolmente l’agire di Saviano, come per esempio il suo silenzio alla proposta della giuria del Premio Bassani, poi concretizzata, di premiarlo per la sua difesa dell’ambiente e del paesaggio; ma tra definire questo un gesto di maleducazione e infamarlo pensando ad un suo ‘conto in banca’ la differenza è somma.

Come osserva Baratelli, la sciagurata ignoranza della lingue e del significato delle parole permette questa mortificante incomprensione del valore di ciò che si dice, che è la prima tra le funzioni della lingua. Un lettore ferrarese riporta un illuminante giudizio del grande psicanalista Gustav Jung: “Pensare è molto difficile. Per questo la maggior parte della gente giudica. “La riflessione richiede tempo, perciò chi riflette già per questo non ha modo di esprimere continuamente giudizi” Jung”
Ed è proprio a proposito del ruolo della cultura come perdita di contatto con la realtà che questa premessa serve.
Leggo con interesse il servizio apparso sul “Venerdì di Repubblica” sui quarant’anni della costruzione del Centre Pompidou detto Beauburg e sulle dichiarazioni del suo autore Renzo Piano. Questo rivoluzionario progetto ha cambiato per sempre l’idea di museo e ne ha creata una nuova, nata dal Sessantotto come offerta, ‘fabbrica’ per svecchiare quella cultura di cui fino al secondo dopoguerra Parigi deteneva il primato poi trasferitosi a New York. Ora quel linguaggio è ormai divenuto accademico, ha perso la sua carica eversiva, ma ha di nuovo riportato l’interesse mondiale su Parigi. I parigini del quartiere su cui sorge il Beauburg scrissero a suo tempo una protesta firmata da trentamila persone contestando la costruzione e il senso dell’opera. Dunque un artista, sia scrittore sia architetto o pittore o urbanista, viene sempre contestato come è contestato ora il giudizio di Saviano sulla città di Napoli. Ma per fortuna l’innovazione spesso, ma non sempre, si affida al pensar grande o al pensar diverso.

Ferrara ha avuto molte occasioni per sperimentare la diversità, ma sembra che lo spirito conservatore prevalga. Si pensi alla trasformazione del Castello nella sistemazione voluta da Gae Aulenti di cui non si discute la qualità, ma il principio. E’ caduta nel vuoto. Che cosa hanno lasciato le testimonianze di opere fondamentali volute a Ferrara e per Ferrara: Ronconi – e non solo quello canonico dell’”Orlando Furioso” ma quello dell’”Amor nello specchio” – Abbado e il suo “Viaggio a Reims”; l’esperienza del Living Theater o di Carmelo Bene, il Visconti di “Ossessione” e perfino le primissime mostre a Palazzo dei Diamanti, dove si esponeva Vedova o Manzoni? Tanto per citare alcuni casi tra i maggiori. Sembra che la nebbia reale si trasformi in nebbia del ricordo. Così la sperimentazione parla più alla pancia dei turisti che alla reale esigenza di una cultura innovativa. S’incendia il Castello e nello stesso tempo si pensa di trasferire la Pinacoteca in quel luogo distruggendo in un certo senso il patrimonio storico di una sistemazione che era stata il risultato di un pensiero storico egregio. Si crea un Museo del Duomo le cui opere sono illeggibili nella sistemazione attuale.
Certamente mi si potrà rimproverare la mia severità, che in realtà tradisce l’amore mai sopito per questa città così spesso ingrata con i suoi cittadini, ma non è la malevolenza che mi spinge alla denuncia di ciò che ritengo una possibilità, l’unica che posso esercitare perché sia stimolo che la città delle cento meraviglie ci possa ancora stupire.

Condanna e forza delle parole

La più ingiusta tra le sentenze emesse in questo infelice Paese è quella che ha assolto i pregiudicati responsabili delle minacce allo scrittore Roberto Saviano, Iovine e Bidognetti, ed ha condannato il loro avvocato per minacce mafiose. Come è possibile una tale aberrazione? Lo stesso scrittore, in un primo momento, sembrava se non soddisfatto, perlomeno sollevato di un atto di giustizia che poteva permettergli di esclamare “sono guappi di cartone”. Ma l’assurdità della sentenza veniva di lì a poco immediatamente riscontrata dallo scrittore. Come è possibile che chi si fa interprete di un pensiero e pronuncia quelle parole-minacce possa, senza l’assenso di chi lo ha assunto, poterle dire? Male ha quindi fatto l’Associazione nazionale Magistrati di Napoli a esprimere “amarezza e sconcerto” per le ulteriori parole di Saviano che hanno così sferzato la decisione dei giudici: “una cosa all’italiana, a metà, senza coraggio”. Questo processo, d’altronde, si fonda e si basa sulla forza della parola, sulla sua possibilità di documentare la verità (o la menzogna), anche al prezzo che si paga per avere pronunciato-scritto certe parole. Saviano ha affondato l’arma acuminata della parola (e della parola che più contiene un alto tasso di verità, quella d’autore) nel marcio degli affari mafiosi e, a forza di parole, ne ha rivelato l’aspetto terribile e oscuro della declinazione delittuosa di quegli affari. Se dunque la parola ha svelato l’inganno e il delitto, come contrappeso ha richiesto la perdita di libertà di chi le ha usate condannando lo scrittore a una prigionia molto peggiore di quella che i boss scontano in carcere: quella che si concretizza nella perdita della libertà di movimento, condizionata dalla sorveglianza a cui Saviano è sottoposto per avere salva la vita o perlomeno per sopportare quella condanna che le sue parole hanno provocato e che i mafiosi temono più di ogni altra cosa. Non c’è successo, agiatezza economica, autorevolezza mondiale che possa compensare quella ossessiva e ossessionante prigionia virtuale. La forza delle parole rimane dunque terribile (o consolatoria) anche nell’era delle più sofisticate versioni mediatiche dell’espressione umana. Una condanna terribile di fronte alla quale appare sconcertante il lamento dell’Associazione nazionale Magistrati di Napoli che trova nel commento dello scrittore una induzione a consolidare quel sentimento diffuso di sfiducia dei cittadini verso le istituzioni, soprattutto verso i magistrati.

Forse tacere era meglio.

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Copertina del romanzo di Amos Oz, “Giuda”

Questa riflessione si accompagna alla lettura di uno dei libri più affascinanti che mi sia capitato di leggere, “Giuda” di Amos Oz, uscito quest’anno e immediatamente tradotto in italiano presso Feltrinelli dalla grande Elena Loewenthal. Si conosce da tempo la grandezza dello scrittore e la sua inquieta e complessa vicenda di israeliano che capisce e condivide le ragioni dei palestinesi o del mondo arabo. Questo romanzo, claustrofobico come possono essere le prigioni erette dalle parole, narra le vicende di un giovane studioso che vuole interpretare la figura di Cristo dal punto di vista dell’ebraismo e di capire quella di Giuda, che per Shemuel il venticinquenne protagonista, si concretizza tra sogno e realtà come colui che ha tradito il Cristo per troppo amore. Nella foresta di simboli costruita dalle parole che irretiscono personaggi e lettori, si staglia la città-simbolo della nostra coscienza umana, Gerusalemme, ed ecco apparire come una disperata consolazione la città delle città, il cuore che pulsa alimentato dal sangue di diverse religioni. Oz affida alla magia delle parole, alla consolazione delle parole, la descrizione della luna, l’astro sanguigno che illude e rivela: “Non so se amo Gerusalemme o la soffro soltanto, Ma quando sto via per più di due o tre settimane comincia ad apparirmi in sogno, e sempre al chiaro di luna”, dice Atalia la matura donna che turba i sogni di Shemuel. Ed ecco apparire la luna che rivela nella sua luce la prigione in cui si proietta l’ombra di Gerusalemme: “… la luna spuntò improvvisamente sopra i tetti di tegole, era rossa ed enorme, come un sole impazzito che torna dal buio e fa irruzione nella notte, contro ogni legge di natura,” Una luna che “versava da lassù un pallore scheletrico che sbiancava i muri di pietra delle case” E la luna che in ebraico “si chiama levanah, bianca” (p. 137) frattanto perde il suo colore di sangue “era salita sopra le mura del museo Bezalel e illuminava tutta la città di un chiarore spettrale, diafano”.

“Che fai tu luna in ciel, dimmi, che fai/ silenziosa luna? “ Dolce e chiara è la notte e senza vento, / e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti posa la luna, e di lontan rivela / serena ogni montagna”. Quasi un secolo e mezzo prima, Giacomo si era posto le stesse domande che Shemuel non sa né vuole esprimere: prigioniero delle parole.

Nel romanzo si discute il concetto di amore universale con un ragionamento terribile che solo la forza del sillogismo sa rendere concepibile. Al suo primo incontro con il vecchio intellettuale a cui Shemuel dovrà fare da badante intellettuale, questi sta parlando al telefono con un suo amico ed ecco che mentre scruta l’aspetto del giovane, Gershom Wald dice! “[…] anche se in fondo in fondo la diffidenza, la mania di persecuzione e financo l’odio per tutto il genere umano sono delitti molto meno gravi dell’amore per tutto il genere umano: l’amore per il genere umano ha un sapore antico di fiumi di sangue”. Esso trascina “i paladini della redenzione del mondo, che in ogni generazione ci sono piombati addosso per salvarci senza che ci fosse modo di salvarsi da loro.”

“ Che non potrebbero fare le persone come noi se non discorrere?”

Di nuovo la forza della parola e la sua condanna: difendersi e capire cos’è l’amore del mondo presso i fanatici delle religioni. Opporglisi con la forza delle parole. E come si sa i mafiosi di ogni paese si rivolgono a una religione snaturata che uccide in nome dell’amore.

Come i mafiosi che vengono scagionati, come l’amore predicato tra i fanatici di diverse religioni, come Gerusalemme contesa e illuminata dalla luna.

Forza delle parole. Condanna delle parole.

ACCORDI
Omaggio all’incorruttibilità.
il brano musicale di oggi

Ogni giorno un brano intonato a ciò che la giornata prospetta, solo per oggi saranno “scene da un film”.

Leonardo Di CaprioIl grande romanzo di F. S. Fitzgerald portato ad un recente successo hollywoodiano dal regista Baz Luhrmann e da un meraviglioso Leonardo Di Caprio, nei panni di J. Gatsby, che oggi compie 40 anni.

Il messaggio di un uomo che non corruppe il proprio sogno in omaggio ad un govane uomo che ha deciso di fare lo stesso: Roberto Saviano.

(per guardarlo cliccare sul titolo)

Il Grande Gatsby, Scena finale

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