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All’ultimo festival di Internazionale a Ferrara ho assistito, in una gremita Sala Estense, alla proiezione del docufilm Robin Bank: la storia di Enric Duran, attivista catalano divenuto famoso per aver truffato molte banche chiedendo prestiti mai restituiti, ed utilizzati per finanziare progetti di cooperazione, decrescita ed economia alternativa.

Da ‘addetto ai lavori’ (non del cinema né della decrescita, ma della banca) sono andato con la curiosità di capire come Duran avesse potuto, da semplice cittadino privo di reddito fisso, e non coperto da alcuna consorteria politica, farsi prestare mezzo milione di euro da decine di banche spagnole.

La curiosità era accresciuta dal fatto che, cercando su Internet, la strategia usata veniva esposta a spizzichi e bocconi, con pochi dettagli folkloristici ma non tecnici, senza spiegazioni che potessero far realmente capire come ci era potuto riuscire.

Dopo aver visto Robin Bank, sono uscito dalla Sala Estense sapendone come prima.
Provate voi a farvi dare 500.000 euro dalle banche senza poter esporre un reddito vero. Provate a falsificare documenti con un ciclostile, a inventarvi un’azienda che non esiste, a mettere due timbri fasulli su delle buste paga, a fare tutto questo nell’intervallo (due mesi) tra l’ottenimento di un fido o prestito e la segnalazione di quell’impegno sulla Centrale dei Rischi, in modo che le ultime banche non vedano ciò che vi hanno dato le prime. Provateci, poi mi dite con quanti soldi siete venuti via.

Questo rappresenta il film: poche notizie, frammentarie, che non permettono di costruire un filo logico.
Come abbia potuto farsi dare tanti soldi rimane un mistero. Potrà accontentarsi chi gode solo per il semplice fatto che Duran sia riuscito a fregare i banchieri. Come, non si sa. Non pretendevamo un tutorial, ma nemmeno di rimanere con il dubbio che la truffa non sia solo ai danni delle banche, ma anche alla credulità del pubblico.

Se il documentario avesse narrato le gesta di un ladro gentiluomo, che senza spargere sangue rapinava banche per finanziare forme di economia sociale, avrei apprezzato la logica e la linearità. Qui invece non si capisce un mucchio di roba. Troppi sono i buchi nella storia della vita di Duran e delle sue tecniche di ‘sopravvivenza’ e lotta. Capisco il fatto che sia clandestino e viva nascosto, ma se decidi di farci un film sopra, non puoi non incontrarlo almeno una volta guardandolo in faccia. Invece va proprio così: la vita e le azioni di Enric Duran sono ricostruite esclusivamente attraverso frammenti di chiacchierate con la madre, il suo avvocato, un suo amico anarchico, una ex fidanzata, e spezzoni di una trasmissione in cui comparve, ancora a piede libero, per spiegare – sempre in modo inspiegabile – come aveva fatto. La volta che si dovrebbero incontrare faccia a faccia, tra l’altro, lui e la regista, dopo un lungo e fin troppo rispettoso “corteggiamento” da parte di lei, lui le dà buca. Altro disappunto personale:  non si capisce nemmeno con precisione chi abbia finanziato Duran, e per fare cosa.

Non basta a migliorare le cose l’illustrazione di sfondo, che parte dal G8 di Genova per passare attraverso la crisi finanziaria del 2008. La narrazione che lega i puntini di questi fatti assomiglia a degli schizzi su una tela: non c’è un quadro di insieme. Il tutto si riduce ad una rapida e frettolosa retrospettiva sulla perdente ribellione anticapitalistica degli ultimi vent’anni, che finisce per risultare nebulosa.

Per carità, non pretendevo di vedere sullo schermo un saggio di controinformazione economica. Tuttavia, siccome non è un’ opera di fiction ma un docufilm, se devi riempire i vuoti nella vicenda del protagonista e le lacune nella ricostruzione del contesto con delle animazioni digitali, l’impressione è che nella parte documentaristica manchi tanta roba, e che Anna Giralt Gris, la regista, sia rimasta anch’essa spiazzata dall’inafferrabilità di colui che avrebbe dovuto essere il protagonista della storia.

L’ultimo Enric Duran messosi (finalmente) a disposizione della pellicola, in faticoso collegamento da remoto a bordo di una barca, è un uomo appesantito, solo, dallo sguardo strano, che non chiarisce di cosa campa, e si limita a dire che sta organizzando qualcosa ma senza precisare cosa, con chi e perchè.

Non sono potuto rimanere dopo la proiezione. Era fisicamente presente la regista, e stavolta è una mia lacuna non averla ascoltata. Forse avrà gettato una luce diversa sopra una pellicola grigia, che mi ha lasciato un senso di incompiutezza. Ho letto che ha paragonato l’attivista più a un Don Chisciotte che a un Robin Hood. Eppure, a Enric Duran la vita sembra aver tolto un pezzo d’anima.  “Un cavaliere errante senza amore è come un albero spoglio di fronde e privo di frutti, è come un corpo senz’anima”, dice Don Quixote di sè stesso.

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Nicola Cavallini

E’ avvocato, ma ha fatto il bancario per avere uno stipendio. Fa il sindacalista per colpa di Lama, Trentin e Berlinguer. Scrive romanzi sui rapporti umani per vedere se dal letame nascono i fiori.

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Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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