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Nello scorso febbraio l’Istat ha certificato che il tasso di disoccupazione in Italia ha segnato un nuovo record, attestandosi al 13%, un livello mai così alto dal 1977. Oltre 3,3 milioni di persone sono in cerca di lavoro: +8 mila sul febbraio 2013 e +272 mila su base annua. La componente giovanile ha toccato il 42,3%, in lievissima diminuzione su gennaio, ma con un +3,6% su base annua: sono 678 mila i ragazzi tra i 15 e i 24 anni in cerca di lavoro.
L’Italia è al top per l’incremento dei non occupati, inferiore solo a quello di Cipro e Grecia. Il tasso di occupazione, di converso, a febbraio è stato misurato al 55,2%: si torna indietro di 14 anni e in media si perdono mille posti di lavoro al giorno.
Nell’Eurozona (dati Eurostat) il livello di disoccupazione a febbraio è rimasto stabile all’11,9%. Nel febbraio 2013, la disoccupazione era al 12%. Nell’Ue a 28 Paesi si è invece registrato un lieve calo al 10,6%, contro il 10,7% di gennaio (10,9% in febbraio 2013).
Questi dati, che confermano l’aggravamento della realtà italiana in Europa, dicono che se anche da noi la ripresa è cominciata non incide sull’occupazione. Segnalano soprattutto che la flessibilità nel mercato del lavoro non è servita nemmeno, in tempo di crisi, a difendere l’esistente. Tanto da far dire giorni fa al governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, che se flessibilità c’è stata, ora è giusto interrogarsi se sia buona o cattiva, e che flessibilità “non vuole dire precarietà”.
I sostenitori della flessibilità a tutti i costi dovrebbero finalmente chiedersi se le riforme del mercato del lavoro del 1997, del 2003, del 2012 e la foresta amazzonica di norme, decreti e articoli di altri provvedimenti – come l’articolo 8 della manovra economica 2011 che permette di derogare a qualsiasi disposizione di legge in materia di diritto del lavoro – abbiano davvero permesso di creare nuova occupazione. La risposta sta nei freddi dati della statistica che peraltro, come si sa, non colgono appieno il dramma sociale ed umano del lavoro precario e della mancanza di occupazione.
La verità è che non basta moltiplicare le forme di contratto o abbassare continuamente le tutele del lavoro dipendente (oramai si è raschiato il fondo del barile, dopo di che c’è la schiavitù) per creare nuovi posti. Bisogna creare lavoro, questo è il punto: bisogna investire tanto sul capitale umano – che come capitale va valorizzato e incrementato – quanto sulla ricerca, sull’innovazione, sul posizionamento dell’impresa nel mercato globale. Non a caso, le imprese che meglio hanno resistito alle tempeste della crisi sono quelle che hanno saputo esportare.
È più che mai il momento di sgravare concretamente l’impresa di costi che non possono essere addebitati a chi lavora o a chi dovrà lavorare, come la pressione fiscale eccessiva o gli insopportabili ceppi della burocrazia. E di capire, soprattutto nell’industria manifatturiera, cosa produrre e dove vendere ciò che si produce, con standard di sicurezza e qualità che ci distinguano nel mercato globale.

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Franco Stefani

Franco Stefani, giornalista professionista, è nato e vive a Cento. Ha lavorato all’Unità per circa dieci anni, poi ha diretto il mensile “Agricoltura” della Regione Emilia-Romagna per altri 21 anni. Ha scritto e scrive anche poesie, racconti ed è coautore di un paio di saggi storici.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

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