27 Aprile 2015

NOTA A MARGINE
Uomini in mare

Riceviamo e pubblichiamo

Tempo di lettura: 5 minuti

barcone-migranti

di Claudio Pisapia

Uomini in mare, nel Mediterraneo, un mare che i Romani chiamavano ‘mare nostrum’ ma che oggi non riusciamo a controllare, nonostante il progresso intervenuto in duemila anni di storia.
Capita oggi di vedere in tv ragazzi nudi che vengono tirati sulle imbarcazioni partite dai porti italiani nella speranza di contenere un’altra tragedia, per salvare delle vite, per portare al sicuro quelle mani che escono dai flutti del mare in cerca di un’altra mano che a volte viene tesa in tempo e a volte no. Non sempre un marinaio, un finanziere, un carabiniere, un volontario avrà la fortuna, tendendo la sua mano, di incontrare quella di un altro essere umano in tempo per tirarlo all’asciutto.
Una massa di essere umani, uomini, donne, bambini. Persone che si mettono in marcia da un villaggio o da una città africana e attraversano un deserto, poi paesi di regimi dittatoriali del Nord Africa e infine il mare, ultima fatica verso il progresso, la civiltà, su imbarcazioni che probabilmente li porteranno solo alla morte.

Un viaggio estenuante, intrapreso non necessariamente perché si fugge da una guerra, e poi perché mai uno dovrebbe poter spostarsi solo se c’è una guerra. Tra i nostri diritti c’è anche quello di prendere un aereo e ‘volare’ da qualche altra parte del mondo. Ma in questo pianeta la dignità umana e i diritti sono riconosciuti in base a criteri specifici tra cui anche la posizione geografica, e capita quindi che queste persone non avendo riconosciuto il diritto alla libera circolazione possano viaggiare verso il sogno di una nuova vita solo in quel modo, pagando alle mafie locali migliaia di dollari per viaggiare in clandestinità, come della merce. E poi, quando scopriranno che non siamo in grado di offrirgli né un lavoro né più dignità del luogo da dove sono partiti, dovranno continuare a restare clandestini perché avranno sempre un debito da estinguere a quelle stesse mafie.
Ma sentono di doverci provare per gli stessi figli che forse perderanno per strada. Cercano disperatamente di raggiungere quella parte del mondo che spreca 1,3 milioni di tonnellate di alimenti, circa un terzo della produzione totale di cibo destinato al consumo umano. Quel mondo in cui lo spreco domestico costa 550 miliardi e ai soli italiani 8,7 miliardi (dati: il Sole24ore). Allora partono verso quel mondo così ricco, immaginando che ci sarà qualcosa per loro, almeno gli scarti, ma che invece non li accoglierà a braccia aperte perché quelle prime mani che li soccorrono al largo della Sicilia e che loro ringraziano sono solo le mani di altri esseri umani, non sono di quel mondo che loro sognano. Lo spreco fa parte del gioco, della società ineguale ma funzionale alla sopravvivenza di un sistema che ha bisogno di ricchi e di poveri, di chi deve chiedere e di chi deve dare. E la regola vale anche se si tratta di sopravvivenza, di bambini che muoiono sotto gli occhi impotenti delle loro madri.

Nel 2011 l’allora ministro Frattini disse che per arginare il problema bisognava sostenere un piano Marshall per l’Africa che includesse aiuti per l’occupazione e la stabilità. Bisognava investire miliardi di euro in cooperazione e abolire le barriere doganali che sbarrano la strada allo sviluppo del Mediterraneo del Sud. Investimenti nell’istruzione superiore, un programma Euro-Mediterraneo che potesse offrire una reale opportunità per quei popoli. Magari si poteva utilizzare una parte di quei 550 miliardi sprecati, magari sarebbe stato un aiuto concreto.
Quindi, politici avvertiti già da tempo. Eppure non si è fatto nulla e ora si propone di bombardare gli scafi prima che partano dai porti nordafricani. Ammesso che si possano bombardare chirurgicamente le navi utilizzate illegalmente, ma dove andranno quelle persone che rimarranno bloccate su quelle coste. Si è forse pensato di istituire dei Consolati con il compito di accettare le domande di ingresso in maniera legale, che possano disbrigare le pratiche di richiesta asilo direttamente in Nord Africa? Un Consolato, un ufficio che abbia la legittimità e condivisione di tutta l’Europa e che permetta a queste persone di non diventare merce, di potere verificare la possibilità di una vita migliore nei nostri Paesi e alla luce del giorno ritornare eventualmente, liberamente alle loro case, se il sogno non si dovesse avverare.

Ma intanto continuano ad arrivare masse di disperati e quando si ragiona su Mafia Capitale si capisce che i centri di accoglienza servono a chi guadagna su queste disgrazie. Se il tanto vituperato Stato si autoesclude dalla gestione di questi centri e li dà in gestione ai privati, abdica dalle sue competenze, diventano come un supermercato che ha bisogno di clienti per poter sopravvivere. I centri di accoglienza hanno bisogno di quelle madri, orfane dei loro figli, per poter lucrare, come un supermercato ha bisogno di clienti, in continuazione perché il mercato non ha pause, deve restare aperto anche di domenica, anche il 1° maggio o il 25 dicembre.

Merce, gli essere umani trattati al pari di una qualsiasi mercanzia. Da affamare nei loro luoghi di provenienza e da sfruttare poi come operai a 5 euro al giorno o come prostitute sulle nostre strade. In questo mondo in cui imperversa la logica dello scambio ineguale e un Paese produttore di cotone come il Burkina Faso che scambia per pochi spiccioli la sua materia prima verso l’occidente che lo trasforma in abiti e moda esportati a caro prezzo in tutto il mondo, Africa compresa.
Un mondo in cui la finanza gioca come al casinò con il destino di interi popoli e si arricchisce con le sue sofferenze. E la finanza è aiutata e sostenuta dagli Stati, quelli più potenti e ricchi.

Chi parlava nella seconda metà degli anni 80 di queste dinamiche attribuiva al debito estero la chiave per estirpare i mali di molti paesi africani. Il debito estero creato ad arte quando il colonialismo, l’intervento armato e il controllo diretto attraverso le guarnigioni sono diventate obsolete e difficili da far digerire alla pur disattenta opinione pubblica. Il debito non si vede, o forse oggi cominciamo a vederlo perché è arrivato anche da noi insieme alla disperazione dei migranti. In Africa il sistema dei prestiti inutili, in progetti inutilizzabili e accettati grazie a governi locali fantoccio o corrotti hanno creato il sapiente gioco degli interessi da restituire, che ha tolto la possibilità di ogni sviluppo, accesso a acqua, cibo, istruzione e dignità.
E la parte del mondo che ha seminato la pianta avvelenata non vuole i suoi frutti, nega il diritto alla libera circolazione, urla indignazione, si divide sul numero di navi da dedicare al pattugliamento del mediterraneo e se far transitare i superstiti verso altri paesi europei. Discute di come far cessare guerre religiose, estremismi, tribalismi con un’altra guerra in nome dell’esportazione della democrazia in luoghi dove non c’è mai stata una rivoluzione francese, ben attenti a lasciare poi tutto come prima. Attenti a che niente cambi, con condimento di aiuti umanitari che non fanno altro che legare all’Occidente le economie povere, impedendone uno sviluppo armonico. L’Africa deve essere lasciata libera di produrre quello di cui ha bisogno, ed utilizzare i suoi prodotti per gli africani. I prestiti portano debito e il debito schiavitù.

E allora, per adesso, non ci resta che sperare che almeno nel Mediterraneo quelle mani di esseri umani che incontrano altre mani tra i flutti del mare, arrivino in tempo per ridare a qualche madre i loro figli. Perché gli Stati, l’Europa, i politici non ci saranno e non arriveranno mai in tempo.



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