Nobel a Navi Pillay: difendere la Corte penale internazionale è difendere la pace
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Nobel a Navi Pillay: difendere la Corte penale internazionale è difendere la pace
Il Nobel per la pace alla giurista sudafricana Navi Pillay è un’affermazione dell’umanità del diritto. Ribadisce che non può esserci pace duratura senza giustizia, ma anche che nessun potere può collocarsi al di sopra del diritto.
Mai come oggi dobbiamo difendere la Corte penale internazionale e la sua indipendenza dagli attacchi di Trump.
Le sanzioni americane contro la Corte e il rifiuto del mandato d’arresto contro il premier israeliano esprimono la pretesa inaccettabile di sottrarre i potenti e i loro alleati al giudizio.
Il caso dell’ex presidente filippino Duterte, rinviato a giudizio davanti alla CPI per crimini contro l’umanità legati alla sua “guerra alla droga”, richiama ciò che accade oggi nei Caraibi.
Gli attacchi dell’amministrazione Trump contro imbarcazioni di presunti narcotrafficanti, denunciati dall’Alto commissario ONU come uccisioni extragiudiziali, ripropongono la stessa logica: il sospetto diventa condanna a morte senza processo. Neanche le pessime convenzioni sulle droghe autorizzano a uccidere fuori dalla legge.
L’Italia ha una responsabilità speciale: promosse la nascita della Corte ospitando la conferenza che il 17 luglio 1998 adottò lo Statuto di Roma. Emma Bonino, che abbiamo ricordato in consiglio comunale, ebbe un ruolo fondamentale.
«È giunto il momento di spezzare il circolo vizioso della violenza, di porre fine all’impunità e di dimostrare la determinazione della comunità internazionale ad affermare il primato dello Stato di diritto»: così la CPI, riprendendo le parole che pronunciò da commissaria UE per gli affari umanitari, l’ha salutata un mese fa.
Bonino definiva la CPI «strumento di pace e di diplomazia preventiva».
Onorare quella storia significa agire: contrastare le sanzioni imposte da chi ha deciso di riportare il calendario della civiltà occidentale indietro di tre secoli, mandando in diretta streaming le esecuzioni capitali; proteggere chi amministra la giustizia internazionale; cooperare con la Corte, dando esecuzione ai suoi mandati, a differenza di quanto fatto dal governo Meloni nel caso Al-Masri.
L’Italia e l’Europa devono scegliere il diritto, anche quando a violarlo sono gli alleati.”
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