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VITE DI CARTA /
Uomini da bar al “Bar dei Giostrai” di Cristiano Mazzoni

 

Nello spazio senza confini della letteratura il mio ultimo viaggio di lettrice si è fermato a Ferrara.

Provenivo da Lucca e da una storia inquietante accaduta a Davide, uno stimato neurologo dalla vita regolata e sicura: professione, famiglia, amici. All’inizio, perché si sa che ogni storia presenta una svolta prima o poi e nella sua (nel romanzo Nova di cui è autore Fabio Bacà [Qui]) il nostro neurologo incontra sconvolgimenti non da poco che lo cambiano in profondità.

A Ferrara mi aspettava Folco. Mi aspettava in una delle borgate che incontro per prime, entrando in città da sud, dalla Via Bologna. Era ad attendermi davanti alla vetrina di un bar che non c’è più, come qualche altro che è scomparso al mio paese. Restano luoghi storici e i clienti che li hanno frequentati con assiduità, quelli abituali, la cui bicicletta sapeva andare da sola fino a lì, spesso li ho sentiti chiamare uomini da bar.

Nel bel romanzo del ferrarese Cristiano Mazzoni, in cui Folco è il protagonista assoluto, si muove un gruppo di personaggi scaturiti dalla vita di borgata della Ferrara degli anni Ottanta: tipi umani la cui identità si è fatta in gran parte frequentando Il bar dei giostrai.

“Era quella l’università dove la loro generazione di figli del quartiere era cresciuta e aveva studiato, aveva fatto filotto con una boccia da biliardo, aveva bevuto uno spritz o una spuma, aveva smazzato una partita a trionfo o a bestia, aveva giocato a flipper, aveva guardato Novantesimo minuto e aveva letto il giornale a scrocco. E molto altro.”

Folco è un cliente fisso, fino dagli anni della adolescenza e la sua identità è tutta lì, nei pezzi di vita vissuti tra i tavolini presso il bancone o nel fumo della sala biliardo, più la passione per il partito comunista e per la Spal, la pesca, la scuola prima e il lavoro (precario) poi. La vita in famiglia nelle case popolari e anche un matrimonio finito col divorzio e la solitudine del dopo.

Mi sembra di vederlo, di conoscerlo. Ho circa quindici anni più di lui e ho incontrato un’altra Ferrara negli anni Settanta, andando ogni giorno al liceo, nella zona centrale e con compagni di classe della buona borghesia.

Ma al mio paese ho conosciuto gli ambienti dei bar, dove stazionavano i meno giovani conoscenti dei miei e molti ragazzi della mia età. E poi il narratore, pur usando la terza persona, assume con tanta immediatezza il punto di vista del suo personaggio che Folco diventa vivo.

Nella costruzione letteraria che l’autore ha scelto per presentarlo, noi lo incontriamo in una notte particolare. È la seconda domenica del campionato di calcio e la Spal ha battuto la sua rivale storica, il Vicenza. Folco esce dallo stadio compiaciuto e soddisfatto.

È con lui il cugino e amico storico Albi, che nel seguito della giornata e fino a notte fonda lo ascolta. Sì, perché Folco ha davanti ancora poche ore e poi nella mattina del lunedì andrà a un appuntamento per lui fatale.

Albi ascolta da lui il resoconto di quasi trent’anni di vita, ora Folco si avvicina ai cinquanta, e tutti i trent’anni vengono riassaporati in lunghi flash back, che permettono anche a noi lettori di comporre il mosaico del suo vissuto. Con l’ambiente del bar e di Ferrara all’intorno: la Ferrara dei tifosi spallini, degli attivisti del partito comunista, dei riti nella vita delle periferie.

Mentre la storia di Davide, il neurochirurgo cui accennavo prima, si svolge in senso cronologico e noi lettori lo vediamo cambiare giorno dopo giorno, Il bar dei giostrai incomincia nel presente della vita di Folco.

La finzione letteraria utilizza la memoria del personaggio per ricostruirne il vissuto; in questo modo procedono in parallelo la consapevolezza del personaggio su di sé e la nostra su di lui, sul suo passato.

Quando Folco ha finito di raccontarsi all’amico, siamo perfettamente allineati con lui e il lunedì mattina siamo pronti a condividere la tensione emotiva che ha dentro, mentre aspetta di rivedere dopo tanto tempo la donna del destino.

Il finale ha tratti fiabeschi e anche se non dovrebbe sorprendermi ormai nulla di ciò che i destini umani possono riservare, tuttavia nelle pagine conclusive ho sentito echi da La bella addormentata nel bosco e dal Principe ranocchio.

Ho rivisto in scena anche la bella Micol letteraria da Il giardino dei Finzi Contini [Qui], là irraggiungibile per chi la ama, mentre qui …

Le ultime pagine fanno lievitare un po’ magicamente il destino del protagonista: passato un numero predestinato di anni, cadono i roveti che impedivano l’accesso al castello della principessa e l’incontro con lei ed il bacio possono divenire realtà.

Ma desidero tornare al corpo di questo romanzo, alla parte precedente che è tutta realismo. Addirittura con tratti veristici e con il peso del milieu che forgia gli abitanti del quartiere, li mette di fronte alla “difficoltà di crescere sani in un ambiente spesso difficile, ma che, se sfruttato nella maniera giusta, fungeva da vaccino per tutta la vita.

Certo, non era scontato imboccare la giusta strada. Molti preferivano le scorciatoie che li portavano a cogliere i fiori del male, ben presenti agli angoli dei marciapiedi del quartiere. Ma questa era la legge della borgata: irrobustirsi e sgomitare fino a uscirne o rimanere deboli fino a restarne schiacciati”.

Il bar dei giostrai è anche una storia di tossici, che si bucano negli angoli bui e spesso muoiono in solitudine.
Qui al mio paese ne ho conosciuti. So i nomi di quelli, i più perduti, che hanno perduto la vita.

Ho conosciuto anche un altro Folco, in carne e ossa. Ero a Piacenza alcuni anni fa per l’Esame di Stato, presiedevo l’unica commissione di un Istituto Professionale in cui le due classi quinte da esaminare contavano qualcosa come dodici studenti ognuna.

Il commissario di Fisica era un ingegnere dal volto scavato e con gli occhi accesi: alto, magro, pronto a scattare per fornire di un bicchiere d’acqua il candidato sotto interrogazione, rigoroso nel fare le domande, ma pronto ad accompagnare le risposte con qualche aiutino. Un appassionato di musica rock, frontman in un gruppo che faceva serate in provincia.

Perché mi ha ricordato Folco? Aveva la stessa età quando l’ho conosciuto, e la stessa solitudine: viveva solo in una grande casa ai margini di un piccolo paese a pochi chilometri da Piacenza.

Era tornato due anni prima da New York, dove nella mattina dell’11 settembre 2001 aveva assistito alla distruzione delle torri gemelle ai piani dove si trovava il suo ufficio. Quel giorno, mentre camminava verso le torri, aveva visto crollare la sua attività professionale; al suo rientro in Italia lo aspettava una malattia grave.

Era venuto a fare gli esami quando era da poco guarito e credo fosse questa rinascita a lasciargli il segno, come di una febbre negli occhi.

Come viveva in paese? Veniva in città ogni mattina per insegnare in un Istituto Tecnico, ma il pomeriggio era dedicato al bar della piazza. Se ne stava a giocare a carte con i compaesani, e intanto dava un’occhiata ai ragazzi, mentre giocavano a flipper o chiacchieravano tra loro.

Spesso, se li vedeva starsene in ozio troppo tempo o li vedeva passare in lunghi giri davanti al locale, si alzava e li convinceva a tornarsene a casa a cercare di studiare un po’. A volte li accompagnava anche, e sempre con modi complici da fratello maggiore. O da “vecchio profe”, quando risultava più opportuno.

Si torna alle proprie radici, insomma, anche rientrando da posti lontanissimi. Oppure come accade a Folco si rimane figli di quelle radici, senza mai salire su un aereo per andare all’altro capo del mondo. Uomini da bar forever.

Poi, che sia una persona in carne e ossa, o un personaggio di carta, a restituirci un tipo umano come questo, che ha avuto e ancora ha piena cittadinanza nei nostri paesi e nelle nostre città, non mi pare discriminante. La vita parallela in cui si muove la letteratura ha a che fare con la vita. Altroché.

Nota bibliografica:

  • Cristiano Mazzoni, Il bar dei giostrai, Autodafé Edizioni, 2017

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica di Mercoledì, clicca [Qui]

Il condono scolastico

Se c’è un abito rappezzato i cui rammendi non tengono più, quello è l’esame di stato.
Eppure con ostinazione, degna di miglior causa, continuiamo a pretendere che nuove leve di maturandi lo indossino, dimostrando le condizioni di povertà in cui versa il nostro sistema formativo.

Ora quarantamila studenti hanno indirizzato al ministro dell’istruzione la richiesta di abolire le prove scritte per la sessione 2022 dell’esame di stato, in considerazione di una scuola ridotta a singhiozzo da ben due anni di pandemia.

Non hanno chiesto, visto che ci sono ancora parecchi mesi prima del prossimo giugno, di aumentare le ore settimanali di scuola per recuperare gli apprendimenti perduti, di saltare le vacanze di Natale e di Pasqua, ma di abolire le prove scritte, in modo da occultare eventuali buchi nella loro preparazione.

In definitiva, visto che di questi tempi un bonus non si nega a nessuno, anche loro chiedono un bonus, il bonus esame di stato.

Ciò che dovrebbe far riflettere e preoccupare per primi gli studenti, poi gli adulti, i docenti, lo stesso ministro, è che, dietro la richiesta di abolire gli scritti, c’è la consapevolezza di uscire dal ciclo scolastico non sufficientemente preparati, di aver speso male il proprio tempo e, dunque, l’esame deve essere più facile.

Non si sta rivendicando la tutela del diritto allo studio, violato da anni di pandemia, da un sistema scolastico atrofizzato, no, si avanza una petizione per ottenere un condono.

Non siamo di fronte ad una farsa, ma a una tragedia.

Tragedia, perché la preparazione persa difficilmente potrà essere recuperata e a pagare saranno quegli stessi studenti che ora chiedono il condono delle prove scritte, anziché pretendere che venga loro restituito quanto gli è stato sottratto in termini di apprendimenti e competenze, in tempo scuola, in ore di lezione a cui avevano diritto.

Il fallimento di una formazione scolastica, che in tredici anni di istruzione non è riuscita a inculcare in ragazze e ragazzi l’importanza di possedere saperi e competenze e che questi non si possono barattare con giochini volti a eludere l’importanza di apprendere, non per i voti a scuola, ma per la propria vita da gestire dopo.

Un sistema di istruzione, da cui si può uscire con meno anziché con più, è come un ospedale che dimetta i suoi pazienti dopo una degenza senza cure. Cosi funziona la nostra scuola, incapace di fornire le cure di cui ciascuno ha bisogno.

Non c’entrano l’abolizione del latino, la media unica e il repertorio di accuse alla pedagogia progressista, abbiamo semplicemente perduto la scommessa dell’I Care di Barbiana [Qui], sempre che la scuola pubblica l’abbia mai fatto suo.

Una scuola incapace di cura, di dare a chi non ha, di recuperare gli svantaggi. E siccome la scuola è consapevole di questo dimette senza cure.

È quello che pretendono i quarantamila studenti che chiedono l’abolizione delle prove scritte, anziché rendersi conto di cosa è stato tolto loro in questi anni di pandemia ed esigerne la restituzione, perché usciranno dalla scuola più poveri di saperi e competenze.

Dovrebbe essere il ministro a garantire il diritto allo studio alle generazioni della pandemia, mettendole nelle condizioni di sostenere le prove scritte dell’esame di stato, fornendo loro più ore di insegnamento/apprendimento.

Dovrebbe essere il ministro a prendersi cura di ragazze e di ragazzi, non somministrandogli palliativi, ma attrezzando il sistema formativo, in modo che l’emergenza sanitaria non produca discriminazioni tra il prima e il dopo e che la qualità dell’istruzione sia sempre preservata per tutti.

Allora non deve stupire l’appello degli studenti, né produrre elucubrazioni circa la fuga dei giovani di fronte alle difficoltà e neppure il ritorno alla nauseante importanza formativa dei riti di passaggio.

Tutto questo è un sintomo che nasconde la vera causa: lo stato fallimentare di un sistema formativo vissuto come qualcosa che si può contrattare e contrarre a seconda delle situazioni.

A nessuno, a partire dal ministro, passa per la testa che la vera questione diseducativa è avere cresciuto generazioni che chiedono meno studio anziché più studio, che considerano la scuola più una necessità che un’utilità, più un dovere che un’occasione.

O c’è un’idea di riforma dell’esame di stato, cosa che non può essere lasciata continuamente all’estemporaneità di ogni singolo ministro dell’istruzione, o diversamente non è certo educativo il messaggio ti chiedo di meno perché ti ho dato di meno.

Nel caso della scuola ti ho dato di meno significa che ti ho privato di occasioni fondamentali per la tua formazione. Nel sapere e nelle competenze non c’è un più o un meno, o ci sono o non ci sono.

Occorre risalire a ritroso nel percorso formativo per individuare dove è iniziato quel dare meno che produce le differenze all’interno di una classe, di un istituto fino a investire le regioni del paese, il Nord e il Sud.

È questa ricerca il compito dell’INVALSI [Qui], l’attrezzo prezioso a disposizione delle scuole che vogliano e lo sappiano usare, perché la scuola sia un luogo di cura e non di degenza e che non sia necessario l’esame di stato per accorgersi della malattia, quando ormai è troppo tardi.

L’Invalsi ha messo a disposizione i dati relativi agli apprendimenti durante la pandemia, è legittimo domandarsi che uso ne è stato fatto. Per togliere o per dare di più? Per aggirare le difficoltà o per attrezzarsi a superarle?

Che nel chiedere lo ‘sconto-scritti’ gli studenti non abbiano messo in conto la qualità del loro futuro è comprensibile perché loro vivono al presente, non è ammissibile da parte di chi ha la responsabilità di far funzionare la machina formativa più importante del paese, per il paese e per il futuro delle ‘generazioni-pandemia’.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

DIARIO D’ESAME

Oggi inizia quella che chiamiamo “la maturità” o, più correttamente, l’Esame di Stato che conclude il ciclo di studio delle scuole superiori.

Anche come docente sono sempre un po’ emozionato quando arriva questo momento.
Ricordo la mia di “maturità”.
Si finiva tardi allora, anche agli ultimi di luglio.
Caldo assurdo.
Mai studiato tanto in vita mia!
Per stare più tranquillo mi ero trasferito nella casa dei nonni.
Loro erano andati al mare, a Bellaria, e i miei mi avevano proposto di andare nel loro appartamento per preparare l’esame senza essere così disturbato da nessuno.
Ricordo come se fosse ieri la mia espressione di contrita rassegnazione, come se avessi dovuto adempiere ad un ordine superiore e necessario. Acconsentii facendo una smorfia di assenso con un viso ipocritamente triste
Appena fuori di casa diedi sfogo con canti e alte grida di gioia alla mia totale felicità per quell’occasione che mi si presentava nell’aver a disposizione una casa tutta per me, senza genitori intorno, dove potevo chiamare chi volevo io, ragazza compresa !
In verità non ebbi molto tempo da dedicare alle “relazioni sociali”.
Tra filosofia, greco, lettere e latino mi immersi ben presto in un mondo irreale popolato da personaggi che adesso vedevo con occhi diversi rispetto al racconto subito negli anni passati dai miei insegnanti.
In un qualche modo la poetica di Leopardi, il pensiero di Schopenhauer, le ragioni della crisi del ‘900…mi parlavano veramente!
In loro compagnia dalla mattina alla sera, non obbligato da nessuno, in una casa tutta a mia disposizione, piano piano cominciavo sempre più a sentire quei contenuti riferiti a me, mi interrogavano…stavano entrando nella mia storia.
Ricordo che di sera andavo a parlarne con Rita Montanari, una prof. straordinaria mia amica, e stavo là molto tempo a cercare di capire…di comprendere…
I miei amici venivano a suonare il campanello nel pomeriggio sul tardi.
Andavamo o dalla Gigina a farci un panino e una birra o a prendere un “cucciolone”(un gelato dell ‘Algida) ai giardini del Parco Massari…
Non era iniziata ancora l’era dell’aperitivo, (casomai c’erano altre esperienze attorno a noi segnate dalla droga ma questa è un’altra storia), ma anche li alla fine si arrivava a parlare dei temi degli autori da studiare.
Il sabato poi si correva tutti da chi aveva la casa al mare per un bagno liberatorio lungo fino alla domenica
Quel giorno alla fine arrivò.
Il pomeriggio precedente una drammatica telefonata mi raggiunse contribuendo a calare tutto quel periodo in una dimensione ancora più irreale.
Il nostro compagno di classe Nicola Bonetti era stato assassinato al lido di Spina da uno sconosciuto mentre si era appartato con la sua ragazza!
Ricordo che non riuscii a dire nulla all’amico chi mi aveva telefonato per darmi quella notizia tanto assurda.
Tornai in cucina a ripassare…con la mente che però lì non ci voleva più stare.
Era come se la realtà, che per più di un mese avevo lasciato fuori dalla porta, adesso, proprio nella notte prima degli esami, reclamasse drammaticamente il posto che le spettava.
Erano oramai le due.
Stanchissimo presi in mano il canto trentatreesimo del Paradiso per un ultimo ripasso.
Il mattino alle 8,30 entrai nell’aula 19 del liceo Ariosto per sostenere il colloquio finale dell’esame.
Dopo le formalità di rito il commissario di Italiano mi disse:
“Bene Paltrinieri possiamo iniziare . Cominciamo da Dante.
Prenda il Paradiso , il canto trentatre e commenti l ‘ultimo verso : l’amore che muove il sole e le altre stelle….”.

Ferrara 16 giugno 2021

Per leggere tutti gli articoli, i racconti e le poesie di Roberto Paltrinieri clicca [Qui]

DI MERCOLEDI’
La musica dei libri e il concerto della letteratura

Eccomi qui di nuovo a scuola, per l’ultimo giorno di servizio. Mi trattengo per l’intera giornata: ci sono le prove orali degli esami preliminari per i privatisti; se supereranno questa fase affronteranno in settembre il loro esame di Stato. Non so valutare che giornata sia questa, certo sarà lunga come innumerevoli altre che ho trascorso qui. Durante l’inverno arrivavo con la prima luce e riprendevo la macchina quando si era fatto di nuovo buio.

Le candidate della mia quinta, tre, hanno volti nuovi per me. Sono giovani, ma hanno più dei diciannove anni abituali degli studenti in corso. Vado insomma a parlare di Letteratura Italiana con delle adulte sconosciute e non so quale sarà la chiave del nostro dialogare. Si fa presto a dire che stamattina c’è la verifica orale di Tizia e Caia, ma io che sono l’esaminatrice mi sento addosso più dubbi che mai sulla conduzione di questo orale.

Partirei da un testo. Ho sempre proceduto così nelle verifiche curricolari, in quanto al testo si riconosce la centralità nel nostro insegnamento e io ho una profonda convinzione sulla validità di questa scelta didattica. Sto dalla parte del lettore e dialogo con l’opera. Gli studenti sono altri lettori, che potenziano i loro strumenti di lettura e i metodi. Ascolto ciò che sanno di un testo, chiedo che ne rielaborino i contenuti, che lo accostino ad altri  testi, che vi ritrovino gli elementi culturali del contesto, che esprimano un parere motivato su ciò che hanno letto.

Mi trovo in sala insegnanti e solo tra un quarto d’ora avranno inizio le prove. Sono sola, se si escludono i libri ele voci dei libri, che restano chiusi malamente nelle poche vetrine della parete di fondo. Ogni scaffale appartiene a un dipartimento di materia, perciò escono voci diverse e confuse le une sulle altre, come se molti solisti stessero scaldando la voce tutti insieme su note diverse.

Le voci dei libri è un libro delicato e forte al tempo stesso che ho letto pochi anni fa. E’ uscito nel 2013, l’autore è il mio professore di Letteratura Italiana all’Università di Bologna, il grande Ezio Raimondi: uno che durante la lezione ci assegnava quattro o cinque saggi da leggere per la volta successiva e, quando sembrava che la lista fosse finita, la sua voce tonante trovava fiato per dire: “Si leggano anche….”. Uno che fu soprannominato da studenti di un corso diverso dal mio, non ricordo se più grandi di me, ‘il libridinoso‘. Correva la voce che leggesse moltissimo e in ogni circostanza, che possedesse una tecnica particolare per divorare i libri in pochissimo tempo. Io, che seguivo appassionatamente le sue lezioni alzandomi all’alba per arrivare presto in facoltà e trovare un posto in prima fila, lo vidi spacchettare un libro all’inizio di una conferenza pomeridiana su Boccaccio e lo tenni d’occhio, per verificare come leggeva. Ricordo che girava le pagine come sfogliandole per contarle e che in pochi minuti richiuse il testo. Volli credere che l’avesse letto compiutamente, come voleva la diceria tra noi studenti.

Certo per me Raimondi ha rappresentato un figura mitica, ‘un maestro. Anche ora che riapro il suo libro mi commuovo, come mi sono commossa nel settembre 2018 quando al Festivaletteratura a Mantova noi suoi ex studenti abbiamo riempito il teatro Bibiena per andarlo ad ascoltare e applaudire. Di questo momento conservo un ricordo struggente. Apro a caso e leggo in alto nella pagina una affermazione che ho segnato: “Ad attrarmi in Bachtin, prima ancora di conoscerlo, e a catturarmi quando lo conobbi, era l’idea della parola che vive nel vedersi ripetuta in un’altra, era questo gioco dialogico delle voci, la polifonia appunto, che mi si mostrava come principio vitale della letteratura e, a un tempo, dell’esistenza umana”. Qualche riga sotto ho segnato: “Per chi pensava alla letteratura come un luogo nel quale si conosce se stessi e gli altri, meglio che con altri strumenti, Bachtin diventava un maestro ideale, un amico, un venerando, un sapiente”.

Il lettore esperto Raimondi si rapporta a un altro lettore esperto, a Bachtin, e ne sente la voce potente. Le loro voci si alzano, ora distinte l’una dall’altra, ora sommando le proprie intensità. La polifonia che ne consegue è la gazzarra delle reazioni che hanno tutti gli infiniti lettori di uno stesso testo, l’accavallarsi delle opinioni tra loro uguali oppure diverse, talvolta opposte. Ma la polifonia è anche dentro il testo letterario, dove i personaggi di carta, come li chiamava Pirandello, hanno la propria visione sul mondo e la esprimono come suonando le note di un loro spartito; la polifonia diviene struttura profonda dell’opera nei romanzi di Dostoevskij, come Bachtin mi guidò a riconoscere in un saggio corposo, che lessi l’anno in cui il corso monografico tenuto da Raimondi era su Machiavelli. Non fu una lettura facile. Andò meglio con il saggio sulle novelle del Decameron e sulla carnevalizzazione in letteratura, in cui Bachtin riconosce un profondo legame tra letteratura e antropologia, tra i riti del carnevale e il nostro complesso rapporto con l’alterità, col gioco delle identità ‘altre’ che assumiamo temporaneamente quando indossiamo il costume da Arlecchino, da Regina o da Cardinale. Ci ho riflettuto ogni volta che mi sono travestita per le feste di carnevale; da quando ho imparato a riconoscere il peso della casualità nelle nostre vite mi vesto volentieri da Carta da gioco. Bachtin e altri nove autori furono per Raimondi veri compagni nel suo percorso di lettore e i loro libri divennero per lui veri libri dell’amicizia. Io li ho chiamati in questi ultimi vent’anni ‘libri galeotti’ e le mie amate colleghe con me li hanno cercati nel vissuto di lettura dei tanti autori che abbiamo invitato nella nostra scuola, perché dialogassero con gli studenti.

Come farò a imporre tutto questo alle mie candidate di là, che magari stanno ripassando la biografia di Giovanni Pascoli o di Beppe Fenoglio? Come proporre loro un testo che mi consenta di sentire chiara e forte la ‘loro voce’?  Ho detto bene: la chiave sta nel ‘come’ proporrò loro di discutere insieme, più del ‘cosa’ chiederò. Senza domande nette, ma con il piccolo mondo del testo a disposizione. Offrendo il mio punto di vista, dopo avere lasciato spazio al loro.

Si preparano da mesi a questo esame, spero che piaccia loro sentirsi consultate sul programma che hanno preparato per questo momento. E’ ora. Andiamo a incontrare un testo vero, un ‘libro vero’. Raimondi lo definisce così: “Il libro vero, quello con cui si dialoga più volte, al quale si ritorna, non conferma delle verità, ne offre di nuove, purché ci sia da parte nostra fedeltà e non conformismo, e resti viva la curiosità, il desiderio di ascoltare qualcuno che parla del nostro presente, al momento giusto. Perché il libro vero parla sempre al momento giusto. Lo inventa lui, il momento giusto: con il colore della parola, con la singolarità della battuta, con il piacere della scrittura”.

Le citazioni qui contenute provengono da: Ezio Raimondi, Le voci dei libri, Bologna, Il Mulino, 2013

DI MERCOLEDI’
Mettete dei versi nei vostri cannoni

Finiti gli Esami si Stato, mi sento sollevata come è normale aspettarsi ma anche perplessa. Ora ho davanti uno spazio grande che si chiama estate, oltre il quale dopo tanti anni posso guardare trovandoci altro spazio libero. Sarò in pensione dal primo settembre, e con sei parole ho detto tutto.
Mi riesce però difficile cucirle su di me: ho in mente qualche flash colorato su eventi e atmosfere che mi aspettano, come guardare di meno l’orologio, oppure decidere all’ultimo minuto come organizzare la giornata. Privilegi che hanno a che fare con un ritmo più rilassato, con un diverso ‘tempo’. Per la mia persona il fatto di non avere più le mattine scandite dal suono della campanella è davvero inusitato.

Eppure non riesco ancora a pensare alle mie nuove giornate in forma complessiva, con uno sguardo ampio; non voglio dire che  riuscirei a  prevederle, questo non si può. Non riesco a concepirle.
Ancora penso ai ragazzi. Mi domando come giudicano il loro esame, a cose fatte. Se si ritengono soddisfatti del loro voto e della loro performance. Se sentono di avere superato la prova con se stessi, tenendo fede alle aspettative su cosa avrebbero dovuto dire a noi docenti, su come si sarebbero dovuti esprimere.

Quanto a me, sul triennio con loro ho in mente un bilancio lungo che ora è avvolto su se stesso, lo dipanerò caso mai in una prossima occasione.
Penso all’esame dei ragazzi e mi inonda, questo sì è un pensiero ampio, la considerazione di averli messi di fronte per lo più a testi di poesia. Ero tenuta a proporre loro dei brevi testi e a discuterli insieme; e così la poesia ha trovato il suo posto privilegiato tra le mie scelte. Se i testi della letteratura vanno buttati giù come pillole, non c’è che Amai di Umberto Saba ad assolvere la richiesta. E come Amai, anche l’Infinito di Leopardi, Il lampo di Pascoli, La farandola dei fanciulli sul greto di Montale, e così via. Almeno sono testi interi. In realtà ho dovuto e voluto variare, proponendo altri poeti e altri testi narrativi e li ho dovuti spezzare per ricavarne un passo significativo ai fini del colloquio.

La poesia. Io ci ho provato a lasciar parlare il candidato, a vedere se riusciva a far emergere la struttura del testo, a farne uscire i significati, a svelare gli intrecci profondi con le forme. La poesia non è un mucchietto di parole, su cui il poeta ha soffiato, facendo loro prendere posto sulla pagina.
Li ho visti capaci di superare la spiegazione letterale e riconoscere almeno un livello testuale complementare: per esempio le figure retoriche o la distribuzione dei temi e la rete lessicale con i suoi suoni. Insieme abbiamo sempre parlato delle torte di Nonna Papera, quelle coperte di glasse colorate: si taglia una fetta e la si depone sul piattino. E’ alta e tremolante; il cucchiaino che usiamo per sezionarla attraversa i vari strati colorati e anche il sapore che ha al primo assaggio è fatto dalla somma dei diversi sapori. In classe sembrava funzionare. Durante il colloquio Nonna Papera non è stata nominata, da parte mia, per preservare il valore intimo del nostro ‘lessico familiare’ di classe. Loro non so.

Mi domando cosa rimarrà ai ragazzi di queste letture, oltre il formulario da studenti: il correlativo oggettivo di Montale di qua, il pessimismo cosmico di Leopardi di là. La loro insegnante, io, non è un’esperta di poesia italiana e tanto meno di poesia straniera, però ha cercato di renderli sensibili al testo poetico che è qualcosa di speciale. Oltre a essere un textum, un intreccio di parti che vanno a comporre un sistema, è intriso della funzione poetica della lingua, quella che esalta la formulazione del messaggio in ogni suo aspetto.

Credo infatti che poesia voglia dire almeno altre due cose: la prima è che le parole subiscono una rigorosa selezione prima di prendere il loro posto preciso nel testo, altro che soffiatina per disperderle qua e là. Dal punto di vista comunicativo la poesia è un messaggio che viene ‘messo in comune’ solo dopo essere stato confezionato col massimo della cura formale, in vista della efficienza comunicativa. E della efficacia, che costituisce il secondo elemento fondante di ogni poesia, ovvero la ricchezza e la concentrazione del significato. Quel testo lì, con quelle parole messe in successione, quella e non un’altra, si carica di significati aggiunti. Si dice che la poesia è il trionfo della connotazione, dove tu lettore sei invitato a scavare e ad estrarre dai tuoi carotaggi le radici possibili del senso testuale.
Prendi come esempio la ”rondine” nelle poesie di Pascoli e considera che non si tratta solo dell’animale che viene a ritrovare il suo nido a primavera sotto il tuo tetto. Se conosci l’autore con la sua vita, la maniera di fare poesia, la ‘poetica’, sai meglio evidenziare un ventaglio di simboli che la rondine richiama. Avrai letto X agosto e saprai che essa rappresenta il padre del poeta, assassinato mentre era di ritorno verso casa nella notte di San Lorenzo del 1867 e saprai che il nido familiare rimane per sempre come un valore importantissimo nella vita di Pascoli, e si tratta del nido formato da padre, madre, fratelli e sorelle. Non c’è stata un’altra famiglia per lui. Poi la rondine è bianca e nera e dal contrasto tra questi due colori si evidenziano gli stupori del “fanciullino” mentre assiste ai fenomeni grandi e piccoli della natura, come ad esempio  al temporale notturno, quando una casa illuminata dal lampo improvviso appare “bianca bianca” nel buio.

Chissà se vedendone volare una un bel giorno ti verrà in mente che ne ha parlato anche Pascoli nei suoi componimenti, non tanto per rispolverare gli studi fatti al liceo, ma per arrivare a concepire che la rondine è una rondine ma anche altro. Per andare oltre la superficie delle forme e dei significati in ogni cosa che appare sul tuo schermo.

Della poesia non si butta via niente; ho detto cento volte anche questa frase che richiama altri riti delle nostre campagne. Poi ho anche chiarito quello che intendevo dire, che nel testo poetico anche la forma è significato. Niente vestito che riveste il contenuto, il testo poetico è inestricabile. Se spezziamo i gangli da cui è formato, e a scuola lo facciamo per arrivare a comprendere, lo distruggiamo. Bisogna saperlo; poi va ricomposto, riletto, riascoltato.
Voglio credere che la poesia, con cui ci siamo lasciati, vi accompagni con il suo concentrato di parole e di sensi. Ve la proporrei al posto dell’oroscopo, che pure contiene le quattro o cinque voci su cui costruiamo il nostro tempo qui. Lavoro, salute, valori, affetti e desideri: più o meno sono questi. E volete che non se ne parli nei testi dei poeti? Vorrei sentire alla radio, come facevo ogni giorno alle 7.30 del mattino, una bella poesia per ogni segno zodiacale al posto delle espressioni così prosaiche: “Oggi il vostro capo vi farà impazzire, ma con Marte a favore saprete superare il momento di nervosismo” e frasi simili.

Mi viene da suggerire al mondo, dove ora voi andrete a occupare un nuovo posto, un uso diverso della poesia, così come si possono mettere fiori non solo sui davanzali. “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” proponeva la Ballata di pace che nel lontano 1967 cantavano I Giganti, che così motivavano la loro ‘Proposta’: “perché non vogliamo mai nel cielo/molecole malate,/ ma note musicali/ che formino gli accordi per una ballata di/pace, di pace, di pace”.
Se volete vedere più a fondo e più lontano, mettete poesie nei vostri cannoni.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Loro sono migliori

Logorato dal tempo, un rito logoro continua ad essere consumato in maniera logorante ogni anno, portandosi dietro il logorio delle intelligenze. È l’esame di Stato. Il diritto dello Stato a farti l’esame. Lo Stato che per anni ti ha nutrito di istruzione, interrogato, testato e valutato ora che lo stai per abbandonare, per prendere altre strade, vuole vedere cosa è riuscito a fare di te. Sembra che allo Stato interessi scoprire come fai a pensare, come usi e cucini ciò che nella tua giovane mente è riuscito a inculcare.
Sono anni che lo Stato è appagato di sé e che le mele che non gli riescono hanno percentuali dello zero virgola zero. Tanto che da tempo medita di abbandonare questo arnese antico dell’esame, svuotandolo sempre più di sostanza, ma senza mai avere il coraggio di disfarsene definitivamente.
Il fatto è che, ormai da diversi anni, l’esame non serve ai suoi diciottenni in uscita dal sistema scolastico ma alla comunità tutta, a farsi l’analisi del sangue sullo stato di salute dei suoi valori e della sua democrazia.
Nel tempo sono i fantasmi della cattiva coscienza del paese a comparire tra le tracce della prima prova d’esame, dal rapporto con la modernità fino al rapporto con la natura, dall’amicizia agli ingredienti freudiani del rapporto padri figli.
O sono le celebrazione e le ricorrenze per sondare come regge la memoria collettiva o i diritti umani per saggiare quanto ancora è alto il baluardo della coscienza comune a loro difesa.
Così si compiono le discrasie pubbliche. Il giorno prima il signor ministro degli Interni del Paese annuncia il censimento dei Rom, il giorno dopo le giovani e i giovani italiani come prova d’esame si trovano da analizzare una pagina del Giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani sulla schedatura degli ebrei.
A prendere il sopravvento nell’opinione pubblica e sulla stampa, nella falsa coscienza del paese, non è la discrasia, piuttosto il polso di quanto ancora sia sensibile la società di oggi alla ferita di cinquant’anni prima, prodotta dalle leggi razziali di Mussolini.
Non ci si avvede che la ferita è qui, viva e sanguinante, la ferita di un Paese che investe i migliori anni delle sue giovani donne e dei suoi giovani uomini per farne dei cittadini difensori dei diritti dell’uomo, dei principi scaturiti dalla Rivoluzione francese, dei valori su cui poggiano le costituzioni delle democrazie moderne, mentre un alto rappresentante delle sue istituzioni quegli stessi principi, quegli stessi valori a parole li calpesta.
La fine delle libertà nasce sempre dal divorzio tra cultura e storia, quando cultura e storia prendono direzioni diverse.
I giovani hanno dimostrato di essere più maturi del paese, la scuola di essere luogo di una identità comunitaria capace di funzionare, ma i giovani, scegliendo le tracce della prova d’esame, hanno rivelato anche la banalità dei nostri giudizi su di loro e quanto in questo tempo siano soli con un grande bisogno di scrivere il senso della loro solitudine.
L’esame di Stato ci svela due paesi diversi, da un lato chi si prepara sulla via della migrazione per continuare a vivere e a studiare, per essere cittadino di un mondo a cultura globale, e dall’altro chi le strade della migrazione intende sbarrarle. Un paese divorziato dalla cultura e dalle aspettative dei suoi giovani.
Verrebbe da dire che la nostra scuola è migliore del paese, destinata a preparare per un paese che non c’è più. Inoltre forma a prescindere dalle sue intenzioni, se si dà ascolto a chi ha osservato che Bassani non fa parte del programma. Per fortuna! Almeno una volta un esame che non sia un doppione, un esame in grado di mettere a prova non le nozioni già verificate negli anni, ma le competenze finali dei nostri ragazzi.
D’altra parte che Bassani non faccia parte del programma denuncia la frattura tra due velocità, quella dell’istruzione e quella della cultura. Una distanza che i ragazzi vivono sulla loro pelle, la schizofrenia tra i saperi con i quali sono stati formati e la loro storia che ha inizio il giorno dopo in cui lasciano i banchi di scuola.
Una scuola migliore del paese, delle sue mutazioni genetiche dalle quali presto sarà chiamata a doversi difendere per non venire meno alla sua vocazione per la libertà, l’intelligenza, i diritti.
Una scuola che però continua a non essere migliore delle sue ragazze dei suoi ragazzi, perché incapace di traguardare se stessa e di darsi come orizzonte i loro progetti di vita. La vecchia scuola del vecchio arnese di un tempo: l’esame di Stato, che né Caproni né Bassani potranno mai riscattare dalla sua inutilità.
I solitari del mondo digitale sono assai migliori della scuola che frequentano, così fragile nel suo impianto formativo che Bassani non è nei suoi programmi, e lo denuncia senza accorgersi dell’incongruenza.
Per fortuna i suoi giovani ogni anno al rito consunto dell’esame di Stato dimostrano di avere la capacità di capitalizzare quello che hanno ricevuto, fornendo una lezione a tutto il paese che neppure se ne accorge.
Mentre il sistema formativo scricchiola da tutte le parti, con sintomi di forte preoccupazione, loro hanno ben altro da fare, se ne vanno verso un altrove che per i più non sarà qui.

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