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Ma la cultura a Ferrara non è solo Ferrara Arte

Un momento significativo della campagna elettorale per le prossime elezioni amministrative è stata la presentazione, a consuntivo di una legislatura, della attività promossa e condotta dall’Assessorato alla Cultura del Comune. ‘Arte a Ferrara 2019 – 2024’ è stata una accurata iniziativa che ha enfatizzato linee e modi di intervento. Una, finta, occasione di partecipazione perché non è stato previsto alcun confronto, perché su molti temi si è taciuto, perché le cifre sono state presentate in modo ambiguo.
Ad esempio i magnificati 1milione e duecentomila visitatori nei cinque anni si riducono a duecentomila presenze annue – cifra non comparabile, ad esempio, con gli oltre seicentomila della vicina Ravenna per il solo 2023.

Una conferenza stampa nella quale non era possibile porre domande. La sala ‘Estense’ dove si è tenuto l’incontro era piena in tutti gli ordini di posti: una prova che l’argomento è molto sentito dalla cittadinanza, che la ricerca di informazioni non è solo degli addetti ai lavori. Un pubblico attento, pronto alla verifica: per l’amministrazione resta il rischio che la autocelebrazione si riveli controproducente.

Sono naturalmente da apprezzare gli interventi di restauro, di digitalizzazione dei materiali, la riapertura dei musei: impegni amministrativamente obbligati.

La scelta prioritaria è stata quella delle esposizioni affidate a Ferrara Arte, ogni altra presenza è passata in secondo piano. Non sono stati indicati i progetti triennali, obbligati da statuto. Continueranno le mostre conseguenti a quella dedicata a Ercole de’ Roberti e Lorenzo Costa. Una occasione importante per criticamente rivedere una stagione che tocca due secoli, dal XV al XVI: il limite, pesante, già riscontrato è che si ripropone in maniera piatta una metodologia obsoleta che non tiene conto delle committenze, delle iconografie, del collezionismo, delle tecniche, delle collocazioni, dei punti di visione.

La dichiarata preferenza per le esposizioni, dai ferraresi all’arte contemporanea, alla fotografia, ha escluso momenti di studio e di analisi, ha impedito attenzione per la città, per la sua storia, per i modi e le forme di una presenza che non può essere limitata ai soli duecento anni del vicariato estense.

L’affidarsi all’ ‘insostituibile Vittorio Sgarbi’ spiega carenze metodologiche e di informazione; gli esecutori sono il direttore di Ferrara Arte direttore della ‘Fondazione Cavallini Sgarbi’.

Molte sono le cose delle quali si è taciuto.  Non si è parlato di biblioteche, di teatro, di cultura musicale che pure fanno parte del settore; è stata l’esaltazione di Ferrara Arte, apparsa come unico strumento di azione culturale. Forse una obbligata difesa nei confronti di coloro che ne contestavano chiarezza di comportamenti e opacità di fini.

Faccio alcuni esempi di cose non dette che riguardano la conoscenza di Ferrara.
L’assenza da anni del ‘Bollettino dei Musei’, dei cataloghi delle raccolte, la mancanza di progetti di ricerca, la notizia del patrimonio diffuso in città, ad esempio le chiese di proprietà civica S. Antonio in Polesine, Corpus Domini, Madonnina, S. Francesco:
Il rapporto con l’Università di Ferrara, l’inesistenza di acquisti –
 valga per tutti l’episodio dei taccuini Ghedini già all’Ariostea, perduti, segnalati all’assessore il quale ha preferito all’interesse del patrimonio quello di un collezionista privato: il dottore Sgarbi.
Alcune informazioni errate come la dichiarazione che a Schifanoia non esisteva un’ aula didattica: presente invece al piano terreno almeno fino al 1985, eredità dell’ Università e ampiamente utilizzata. Si è parlato come se esistesse un ‘sistema musei’: mai costituito, nonostante la legge regionale.

Nulla si è detto della sorte di Palazzina Marfisa, definitivamente indicata come luogo espositivo distruggendo l’allestimento Barbantini, una testimonianza unica a Ferrara di museologia storica cancellata dalla incultura di chi gestisce il patrimonio.

Nulla della proposta di istituire il ‘Museo della Città’; nulla sulla istituzione di una biblioteca di storia dell’arte. Strumenti necessari se si vuole fornire occasioni di studio e di conoscenza.

Molto altro si potrebbe aggiungere. Un consuntivo deludente che testimonia una visione culturale angusta ed incapace di corrispondere agli interessi della città

Cover: Interno Palazzina Marfisa d’Este. I lavori di recupero dell’immobile iniziarono nel 1906 e, dopo varie interruzioni, si conclusero con gli efficaci interventi di Nino Barbantini che si occupò del restauro interno e dell’allestimento; il recupero dell’edificio fu completato grazie all’acquisizione, finanziata dalla Cassa di Risparmio di Ferrara, di mobili e dipinti che ricrearono le suggestive atmosfere di una dimora signorile del Rinascimento, offrendo un percorso espositivo idoneo ad una casa-museo. Fu inaugurata nel 1938.

Per leggere gli altri articoli e interventi su Periscopio di Ranieri Varese clicca sul nome dell’autore.

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Ranieri Varese

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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