11 Marzo 2021

CANGIASCUTMÁI: LA CITTA INVIVIBILE

Daniele Lugli

Tempo di lettura: 3 minuti

 

Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: EnochBabiloniaYahooButuaBrave New World.

E Polo: Puoi aggiungere Cangiascutmai, la città che cambia nickname, la città Camàlea. Da rossa che si fa faticosamente all’inizio del secolo XX, in armonia con i mattoni delle sue case, si fa nera in un batter d’occhio – e di legnate – per oltre un ventennio, per tornare rossa. Da poco è nuovamente nera. I cittadini si bastonano da sé, con pesanti schede elettorali. Si è detta Bicicléta, il solo mezzo di trasporto che può portare al socialismo. Fa procedere alla giusta velocità, trasporta pesi incredibili, accompagna, in luogo del bastone, il passo che con gli anni si fa insicuro. Ora è Màkina: tutti in auto, i pedoni sono automobilisti provvisoriamente appiedati. L’auto segna il passaggio all’età adulta, spesso anche quella a miglior vita e lo stesso concepimento. Qualche parte della città ne era faticosamente risparmiata. Ora non più da nessun mezzo, per quanto ingombrante. Occorrono però interventi radicali per trasformarla nella mitica Tiro, la città dei TIR, come pure si vorrebbe. E’ detta pure Nèbia, Calìgo la dicono i visitatori goranti, Fumàna, i quasi mantovani. È indescrivibile perché non si vede niente. Lo spasso consiste nell’appoggiarsi al muretto – circonda il fossato del grande Castello, al centro della città – e dire “Vedi che non si vede. Si taglia con il coltello. Ci puoi appoggiare la bicicletta…”.

Pandèmia è un nome che condivide con altre. Si sta molto in casa. Balli e canti dai balconi sono cessati. Si esce mascherati e con i guanti, per non lasciare impronte. E’ pure detta Sgàrbia, da un mecenate generoso con i soldi di tutti. Invita gli amici a prendere posti di rilievo in città. Sono spesso persone stimate nei campi loro. Al suo tocco si trasformano. Una sorta di re Mida al contrario, lo si direbbe. I suoi ammiratori si salutano dicendosi “Capra”, “Capra”. Bàlbia è uno scutmai che pure si sente. Onora un grande trasvolatore, caro al mecenate esteta, forse perché raccomanda A quel prete dategli delle bastonate di stile. Ed era solo un prete di campagna. Naòma è nome popolare. Non so se il Naomo locale – taluno lo vede bene emulo di Pietro Gonnella – abbia preso lo scutmài da un personaggio del comico Panariello, abituato a umiliare i suoi interlocutori. Le sue gesta sono molte e quasi leggenda. Noto solo che sia Panariello che Gonnella sono un dono della città di Fiorenza, alla quale Cangiascutmài ha dato Savonarola e il più noto degli Aldighieri.

Fòbia, pessimo: ama il nero, ma non il negro, soprattutto se nigeriano. Ha soppiantato, nel rigetto, il sempreverde zingaro e l’albanese, che ha ultimato la sua breve stagione. La Nigeria, leggo, prende il suo nome dal fiume Niger. Questo non deriverebbe dal latino niger ma dal portoghese negro preto, che vogliono dire appunto nero. È la differenza tra la zuppa e il pan bagnato. Ma se sono portoghesi si spiegherebbe l’aspirazione – proclamata a gran voce dai fobici – di condividere il nostro benessere senza pagare. Mi piace di più che il nome derivi dal Tuareg gber-n-igheren, ‘il fiume dei fiumi’, abbreviato in ngher, un nome locale utilizzato lungo il medio corso nei pressi di Timbuctù”. E, aggiungo, lungo il Po: negher, nègar.

Pentàgona per la forma benaugurante della città, ispirata agli studi del grande Pellegrino Prisciani. Molto ci sarebbe da dire, Gran Kan, a questo proposito. Forse sarebbe la risposta alle domande sullo scopo dei miei viaggi: rivivere il passato, ritrovare il futuro. Così la città può farsi Tetràgona, pur restando Pentàgona. Non si restringe al quadrandolo del castrum, che l’ha generata. Si fa ferma, costante, resistente a ogni urto e contrarietà; irremovibile di fronte alle odierne sciagure. Lo dice un suo figlio, che ha avuto altrove fortuna, avvegna ch’io mi senta Ben tetragono ai colpi di ventura. Allora, Gran Kan, non sarà più tra le città minacciose e maledette.

Cover: Ferrara, corso Ercole d’Este in una notte di nebbia – Foto Beniamino Marino



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L’autore

Daniele Lugli

Daniele Lugli (Suzzara, 1941), amico e collaboratore di Aldo Capitini, dal 1962 lo affianca nella costituzione del Movimento Nonviolento di cui sarà presidente nazionale dal 1996 al 2010, e con Pietro Pinna è nel Gruppo di Azione Nonviolenta per la prima legge sull’obiezione di coscienza. La passione per la politica lo ha guidato in molteplici esperienze: funzionario pubblico, Assessore alla Pubblica Istruzione a Codigoro e a Ferrara, docente di Sociologia dell’Educazione all’Università, sindacalista, insegnante e consulente su materie giuridiche, sociali, sanitarie, ambientali – argomenti sui quali è intervenuto in diverse pubblicazioni – e molto altro ancora fino all’incarico più recente, come Difensore civico della Regione Emilia-Romagna dal 2008 al 2013. È attivo da sempre nel Terzo settore per promuovere una società civile degna dell’aggettivo ed è e un riferimento per le persone e i gruppi che si occupano di pace e nonviolenza, diritti umani, integrazione sociale e culturale, difesa dell’ambiente. Nel 2017 pubblica con CSA Editore il suo studio su Silvano Balboni, giovane antifascista e nonviolento di Ferrara, collaboratore fidato di Aldo Capitini, scomparso prematuramente a 26 anni nel 1948.
Daniele Lugli

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