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Il colore: luce e materia

Il colore: luce e materia

Quando guardiamo il mondo intorno a noi, siamo convinti di vedere gli oggetti esattamente per come sono, racchiusi in forme stabili e colori immutabili. In realtà, ciò che i nostri occhi percepiscono è il risultato di un dialogo continuo, e spesso sorprendente, tra la sorgente luminosa e la materia. Esiste una unione indissolubile tra luce e colore. La scienza ottica e l’intuizione dei grandi pittori del passato hanno scardinato i nostri preconcetti visivi, rivoluzionando per sempre il nostro modo di guardare la realtà.

Il colore è luce. Questa affermazione è inconfutabile, ma nella nostra esperienza quotidiana non consideriamo tutte le implicazioni che essa comporta. Il colore, infatti, non è una proprietà immutabile dei corpi: quando diciamo che un’arancia è di colore arancione siamo imprecisi; dovremmo dire che un’arancia, illuminata da una luce bianca, ci appare arancione. Infatti, al buio tutte le arance sono nere. Se varia la luce, cambia il colore degli oggetti: se usiamo una luce blu su un limone, questo ci appare verde.

I pittori sono consapevoli di questo, ed è loro necessario per costruire un’illusione di realtà; sanno che un panno bianco “in ombra” dovrà essere dipinto di grigio o di bruno. Tuttavia, difficilmente ci si sofferma su questo aspetto del colore. Guardatevi intorno: gli oggetti che conoscete, di cui sapreste dire senza esitazione il colore, vi appariranno diversi se li guarderete alla luce di queste semplici considerazioni.

Tra gli artisti, gli impressionisti sono stati forse i più attenti a questi aspetti. Il loro intento era quello di rappresentare la realtà nel modo più fedele possibile: guardavano il mondo dimenticandosi di ciò che sapevano e badavano esclusivamente a ciò che vedevano. Il loro era uno sguardo puro, completamente privo di pregiudizi.

Proprio per questo, non esitavano a dipingere ombre verdi e viola sulla pelle di una giovane donna, come fece Renoir. Gli impressionisti non avevano preconcetti sul colore dell’incarnato umano; la critica dell’epoca, al contrario, ne era condizionata. Renoir non solo era consapevole che il colore non fosse altro che luce, ma sapeva anche che la luce filtrata dalle foglie portava con sé un po’ di quel verde, come un’eco della superficie che aveva appena attraversato.

Se osservate attentamente la luce che illumina un oggetto colorato, noterete che l’ombra portata da quell’oggetto assume una sfumatura di quel medesimo colore, modificando inevitabilmente la superficie dei corpi che tocca.

Tutto questo è facilmente osservabile da chiunque nella vita di ogni giorno. Meno intuitivo, invece, è comprendere perché, sotto la stessa identica fonte di luce, gli oggetti ci appaiono di colori differenti.

Il fenomeno si basa su un principio fisico preciso: il colore che noi vediamo non appartiene all’oggetto, ma è il risultato della radiazione luminosa che l’oggetto rifiuta. Quando la luce bianca (che contiene in sé tutti i colori dello spettro) colpisce una superficie, questa ne assorbe una parte e ne riflette un’altra. Ogni specifica frequenza luminosa corrisponde a un colore:

  • Un oggetto rosso assorbe tutte le lunghezze d’onda della luce tranne quella rossa, che viene respinta (riflessa) e catturata dai fotorecettori del nostro occhio.
  • Un oggetto nero assorbe l’intero spettro visibile senza riflettere alcuna frequenza (motivo per cui i vestiti neri accumulano più calore sotto il sole).
  • Un oggetto bianco non assorbe nulla e riflette indietro tutte le frequenze luminose insieme.

Bisogna però fare una distinzione fondamentale tra il mondo dei pigmenti fisici e il mondo delle emissioni luminose, come sa bene chi si occupa di grafica digitale o illuminotecnica. Il comportamento dei colori cambia radicalmente a seconda della loro natura:

  1. Sintesi Sottrattiva (I pigmenti materiali): se mescoliamo insieme tutti i colori intesi come materie fisiche riflettenti — ad esempio le tempere, gli acquerelli o gli inchiostri della stampante — i pigmenti si annullano a vicenda assorbendo tutta la luce, e il risultato che otteniamo è il nero (o un marrone molto scuro).
  2. Sintesi Additiva (Le luci): al contrario, se sovrapponiamo e misceliamo tra loro i fasci di luce colorata (come i pixel dello schermo di un computer o i faretti di un palcoscenico), le frequenze si sommano e il risultato finale è la luce bianca.

Perché accade questo? Quando mescoliamo le tempere, in realtà, stiamo sommando le loro rispettive capacità di assorbimento delle radiazioni luminose. Questo meccanismo (chiamato sintesi sottrattiva) funziona per sottrazione di luce: ogni pigmento aggiunto toglie (assorbe) una parte di colore allo spettro visibile.

Per fare un esempio molto semplificato: se mescoliamo una materia che assorbe il rosso e una materia che assorbe il giallo, la combinazione che ne deriva lascerà libera di riflettersi solo la radiazione dello spettro rimanente, ovvero il blu. In termini fisici, la materia che comunemente definiamo di colore “blu” non possiede quel colore intrinsecamente, ma è semplicemente una materia che riflette la radiazione blu e assorbe tutte le altre frequenze.

Ovviamente, si tratta di una spiegazione estremamente basilare, utile solo a chiarire i punti fondamentali del fenomeno; il sistema ricettivo del colore nell’essere umano è, in realtà, un processo biologico e neurologico straordinariamente complesso ed evoluto.

Sebbene gli artisti del passato non avessero a disposizione le nostre moderne conoscenze scientifiche, possedevano — grazie a un’acuta intuizione visiva — una consapevolezza della percezione cromatica decisamente superiore a quella dell’uomo comune. Per accorgersene, basta osservare come nei loro dipinti sapessero utilizzare tonalità ricche e variegate per rendere i toni della pelle (gli incarnati), o come inserissero profonde ombre violacee sui tessuti bianchi.

Se anche noi provassimo a osservare la realtà che ci circonda con la stessa attenzione analitica e priva di preconcetti di un maestro come Caravaggio, noteremmo immediatamente che gli oggetti non hanno un colore fisso, ma variano continuamente assumendo sfumature del tutto impreviste a seconda dell’ambiente e delle luci circostanti.

Ciò che distingue un vero pittore teso alla rappresentazione realistica da un osservatore ordinario non è tanto la pura abilità tecnica manuale, quanto il modo in cui guarda il mondo. Imparare a osservare la realtà dimenticandosi di ciò che si “crede di sapere” su un oggetto e sul suo colore statico, studiandone invece la reale fenomenologia ottica del momento, è un esercizio cognitivo di gran lunga più utile per un artista rispetto a molte ore di sterile pratica pittorica.

In copertina: Foto di Leopictures da Pixabay 

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