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Ahou Daryaei, questo mondo non è pronto per te

Ahou Daryaei, questo mondo non è pronto per te.

“Cos’è poi l’isteria?… Non è forse un malessere, un’angoscia provocata da un desiderio impossibile da realizzare? E perché questo malessere strano dovrebbe avere un sesso, essere solo della donna? Ne siamo preda tutti, quando abbiamo immaginazione.”
George Sand

 

Della vicenda della studentessa iraniana Ahou Daryaei sono piene le pagine di cronaca e i commenti social, gonfi di quelle solidarietà che non costano niente. Il fatto che Ahou sia stata subito etichettata dal regime come affetta da problemi psichici mi ha fatto tornare in mente il lungo periodo in cui le donne che manifestavano un disagio, per un desiderio di libertà che sapevano impossibile e quindi disperato, erano definite isteriche. Del resto l’etimo della parola è il greco ὑστέρα, cioè utero. Mi viene istintivo rovesciare il discorso: come fai a non diventare matta in una società che ti stupra se non porti il velo in maniera appropriata? In una società che punisce con la morte il fatto di avere un’immaginazione?

Il gesto radicale di Ahou Daryaei è una deliberata manifestazione di follia. Folle, perchè mettersi a girare in mutande e reggiseno in una università iraniana oggi equivale a farsi condannare a morte, oppure a vita – le ultime notizie diffuse dal regime parlano del fatto che non sarà incarcerata ma “curata”, appunto. Deliberata, perchè è una scelta individuale che invoca, ma disperatamente, una responsabilità collettiva. La invoca guardando avanti, oltre questo mese, quest’anno, questo secolo, oltre la sua stessa vita; il che è un paradosso, perchè di solito immaginare un futuro corrisponde ad avere una speranza. Questa invece sembra una testimonianza lasciata per chi verrà dopo di lei, perchè per lei una speranza non c’è.

Quante volte il termine coraggio viene utilizzato a sproposito, per sopravvalutare azioni che di coraggioso non hanno nulla, o semplici soprassalti di dignità. Questa ragazza ha fatto qualcosa per cui una parola adeguata ancora non c’è: ogni parola esistente ne sottovaluterebbe la portata. Qualcosa per cui questo mondo non è pronto. Con tutta la sua solidarietà comoda, con tutto il suo libertinaggio e il suo oscurantismo, due facce della stessa medaglia amorale, questo mondo non è pronto per lei.

 

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Nicola Cavallini

E’ avvocato, ma ha fatto il bancario per avere uno stipendio. Fa il sindacalista per colpa di Lama, Trentin e Berlinguer. Scrive romanzi sui rapporti umani per vedere se dal letame nascono i fiori.

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PAESE REALE
di Piermaria Romani

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)