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di Andrea Turco
(da valigiablu del 06.10.22)

“Siamo scioccati dal livello di sfruttamento sul lavoro in Italia. Parliamo di un paese avanzato e industrializzato, in cui la perdita di vite umane sul lavoro non è accettabile. Lo stesso vale per i conflitti ambientali, le imprese sembrano essere sorde rispetto alle richieste dei territori e non riescono a mantenere un contatto con quello che accade nella realtà”. Era il 6 ottobre 2021 quando il professor Surya Deva, presidente del working group sui diritti umani e lavoro delle Nazioni Unite, pronunciava queste dure parole, in occasione di una conferenza stampa che si era tenuta a Roma presso l’istituto Sturzo.

Come raccontava il quotidiano Domani, le dichiarazioni arrivavano al termine di un viaggio per l’Italia durato dieci giorni, con lo scopo di redigere un documento di indicazioni per imprese ed enti pubblici. Da Taranto a Foggia, passando per la Val d’Agri, Brindisi, Prato e Roma, i cinque relatori ONU erano stati in diversi luoghi sede di conflitti ambientali, dove avevano ascoltato sindacati, organizzazioni della società civile, istituzioni e imprese.

Ora, a distanza di un anno da quelle prime valutazioni, abbiamo potuto consultare in anteprima il rapporto del working group dell’ONU che sarà reso pubblico a breve. In 21 pagine dense di dati, riferimenti legislativi e valutazioni, il documento parla dello sfruttamento al limite della schiavitù delle persone provenienti dall’Africa subsahariana e dall’India che avviene nell’agropontino, in provincia di Latina; del mancato godimento dei più elementari diritti lavorativi da parte soprattutto di persone provenienti dalla Cina nel distretto di Prato; dell’inquinamento mai risolto dell’impianto di amianto dell’Isochimica ad Avellino; degli impatti nocivi della più grande acciaieria d’Europa a Taranto fino ad arrivare alle preoccupazioni sanitarie e sociali in Val D’Agri per via della presenza di ENI. 

Gli sforzi delle istituzioni e delle imprese per garantire i più elementari diritti umani vengono giudicati “insufficienti” dal working group delle Nazioni Unite, tanto che le raccomandazioni fornite allo Stato italiano sono lunghe ben quattro pagine su 21. Resta il fatto, come scriveva Domani già l’anno scorso, che “in assenza di vincoli normativi e meccanismi di sanzione economica, ad oggi quelle delle Nazioni Unite restano pure indicazioni, utili consigli a cui solo il governo potrà dare un’applicazione reale”. Ne terrà traccia il prossimo esecutivo guidato da Giorgia Meloni?

Il contesto

Il “gruppo di lavoro sulla questione dei diritti umani e delle società transnazionali e altre imprese commerciali” (d’ora in poi gruppo di lavoro) ha visitato l’Italia dal 27 settembre al 6 ottobre 2021, su invito del governo. “Durante la visita – si legge nel rapporto – il gruppo di lavoro ha valutato gli sforzi compiuti dal governo e dalle imprese per identificare, prevenire, mitigare e rendere conto degli impatti negativi delle attività commerciali sui diritti umani, in linea con i Principi guida su imprese e diritti umani”. In 10 giorni i cinque relatori e relatrici ONU hanno svolto un’attività molto intensa, spostandosi in territori anche distanti tra loro centinaia di chilometri nell’arco di una giornata e ascoltando complessivamente centinaia di persone con tutte le difficoltà legate all’emergenza pandemica.

Per quanto riguarda il quadro normativo e politico, la relazione delle Nazioni Unite riconosce che “l’Italia dispone di un ampio quadro legislativo in materia di imprese e diritti umani, compresi i diritti del lavoro, la lotta alla discriminazione, la salute e la sicurezza sul lavoro e l’ambiente, e ha un movimento sindacale forte e attivo”. Tuttavia le tante situazioni a rischio e le denunce raccolte nei vari territori, per i quali più di una volta nel report ricorrono parole come “segregazione” e “condizioni disumane” e “discriminazioni”, spingono i relatori ONU a sottolineare che le numerose criticità riscontrate “dovrebbero essere affrontate immediatamente per proteggere i diritti degli individui e delle comunità a maggior rischio di abusi”.

Il sistema del caporalato nel settore agro-alimentare

“Il gruppo di lavoro è venuto a conoscenza del sistema di “caporalato”: basterebbe questa prima fase per comprendere lo sconcerto con il quale i relatori e le relatrici delle Nazioni Unite hanno affrontato le assunzioni illegali e lo sfruttamento intensivo che avvengono nei settori dove viene richiesto lavoro stagionale, in particolar modo nel settore agro-alimentare, come denunciato da anni dall’associazione Terra!. “I lavoratori migranti e italiani sono preda di questo sistema, spesso a causa di circostanze disperate” si legge nel report: ricatti ed estorsioni in cambio di permessi di soggiorno per le persone migranti, baraccopoli e ambienti insalubri offerti come unici posti per dormire e mangiare, ritmi estenuanti di lavoro sotto il caldo afoso, esposizione continua a pesticidi e sostanze chimiche.

Condizioni di sfruttamento appurate in prima persona dall’ONU attraverso alcune visite – Latina, i ghetti pugliesi di Borgo Mezzanone e Gran Ghetto di Rignano – e che hanno “sconvolto” il gruppo di lavoro. “Tali condizioni estreme di esclusione e segregazione aggravano le già precarie condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori migranti – viene aggiunto – peggiorando le situazioni di vulnerabilità allo sfruttamento. Infatti, in assenza di alternative, questi lavoratori vedono i caporali come l’unica autorità presente sul territorio in grado di fornire un sostentamento e servizi di base”.

Con la legge n°199 del 2016 l’Italia ha stabilito il reato specifico di caporalato, con una norma giudicata ai tempi innovativa, e nel tempo si è dotata di una serie ampia di strumenti per contrastare il fenomeno, come accerta anche il “Piano triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato 2020 – 2022”. In più società civile e sindacati mettono in campo una mole notevole di supporti per le vittime, con lo scopo di “rompere il circolo vizioso dello sfruttamento e dell’emarginazione”, come ha potuto appurare la stessa delegazione delle Nazioni Unite. “Sebbene queste iniziative costituiscano passi positivi, rimangono isolate e sporadiche” commentano i relatori ONU. “Il gruppo di lavoro osserva che una precedente iniziativa di regolarizzazione non ha raggiunto i suoi obiettivi”.

Lo sfruttamento nella moda, nel tessile e nella logistica

Secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2020 il settore della moda italiana ha generato un export valore di quasi 900 miliardi di euro. Oltre a essere una delle industrie più inquinanti, nella denuncia dell’ONU “questo settore è caratterizzato da catene di fornitura radicate nel subappalto in cui prosperano gli abusi dei diritti umani e del lavoro, che colpiscono i lavoratori più vulnerabili. Si tratta di lavoratori con contratti precari e a chiamata, spesso gestiti da agenzie interinali, e dei lavoratori invisibili dell’economia informale”. In Italia la moda fa riferimento soprattutto ai distretti industriali, di cui uno dei più noti è quello di Prato, in Toscana. Un’eccellenza, dicono la politica e le associazioni di categoria, che però nasconde un’altra realtà dei fatti. Come dimostra questo passaggio del report che sembra arrivare direttamente dall’Ottocento:

“Il gruppo di lavoro ha incontrato le vittime di abusi sul posto di lavoro, che hanno sempre descritto il lavoro di 12-14 ore al giorno, sette giorni su sette, come una pratica standard nelle aziende italiane e cinesi. Questi lavoratori o non hanno un contratto o i loro contratti prevedono orari di lavoro in linea con gli standard legali nazionali. I lavoratori hanno anche descritto come i cicli di lavoro quotidiani impediscano loro di imparare la lingua italiana o di partecipare a qualsiasi attività che possa facilitare la loro integrazione nella società. I lavoratori hanno anche descritto minacce di licenziamento, tagli alla retribuzione, negazione dei documenti necessari per il rinnovo del permesso di soggiorno e persino episodi di violenza nei confronti di quei lavoratori che volevano esercitare il diritto di iscriversi, o si erano iscritti, ai sindacati. La mancanza di trasparenza nelle catene di fornitura impedisce di identificare l’azienda committente e i beneficiari di tali pratiche di sfruttamento del lavoro”.

Situazione simile a Milano, dove “il gruppo di lavoro ha incontrato i lavoratori del settore logistico (compresi quelli che lavorano nei magazzini, nei centri di distribuzione, nei call center e nei trasporti) e i loro rappresentanti sindacali”. Sotto esame soprattutto i siti da dove partono poi le consegne garantite in 24 ore. Qui i lavoratori vengono “reclutati attraverso agenzie o cooperative che adottano pratiche di reclutamento illegali o non etiche”, con la costante minaccia del licenziamento, e capita sovente che siano costretti a lavorare di notte o comunque per più di 10 ore, anche se poi vengono “assunti con contratti part-time, in modo tale da consentire alle aziende di trarre profitto ed evadere il sistema fiscale”.

A seguire vertenze così complesse sono soprattutto i sindacati di base, gli stessi che recentemente sono stati accusati dalla Procura di Piacenza di una lunga sfilza di reati per i metodi perseguiti nella tutela dei diritti e che invece i relatori e le relatrici dell’Onu, dopo averli incontrati, sostiene in maniera netta:

Il ruolo dei sindacati indipendenti è fondamentale per aiutare i lavoratori a spezzare il ciclo continuo di sfruttamento. Il gruppo di lavoro elogia le attività e il sostegno dei sindacati locali ai lavoratori altamente vulnerabili e osserva che i sindacati nazionali dovrebbero offrire maggiore assistenza ai lavoratori informali e migranti. Esprime inoltre preoccupazione per le rappresaglie e le intimidazioni contro i rappresentanti dei sindacati locali che si oppongono alle pratiche di sfruttamento del lavoro o che organizzano scioperi pacifici a Prato.

Tanti infortuni e poche ispezioni

Quel che accade nella moda e nella logistica è ormai di dominio pubblico, denunciato da decine di inchieste giornalistiche e vertenze sindacali. Una delle più note e significative è quella condotta ad esempio dai SI Cobas Prato e Firenze: si tratta della campagna “8×5” che chiede l’applicazione del contratto collettivo nazionale di lavoro e la possibilità di lavorare 8 ore per 5 giorni la settimana, con diritto a ferie, malattia, permessi. Mentre da anni si discute su principi come “lavorare meno lavorare tutti” e molti Paesi d’Europa sperimentano la settimana corta, in alcune parti d’Italia la rivendicazione di lavoratori e lavoratrici riguarda un diritto acquisito decine di anni fa. Dove sono le ispezioni dello Stato per garantire il contrasto a ogni forma di abuso? Se lo chiede anche la delegazione delle Nazioni Unite:

Le questioni relative alla salute e alla sicurezza sul lavoro sono state una delle preoccupazioni più gravi in materia di diritti umani che il gruppo di lavoro ha rilevato durante la visita. Il gruppo di lavoro ha appreso con grande preoccupazione che nei primi giorni della sua visita 10 lavoratori hanno perso la vita. Nel 2021, si sono verificati 555.236 infortuni, 1.221 dei quali hanno avuto esito fatale. Un sistema di ispettorati, anche nei settori del lavoro, della salute e della sicurezza sul lavoro, svolge funzioni essenziali per garantire che tutte le norme pertinenti siano rispettate sul lavoro. La capacità degli ispettorati di effettuare un numero adeguato di ispezioni in modo proattivo o di rispondere rapidamente alle denunce ricevute è uno strumento essenziale per lo Stato per garantire che le peggiori forme di abuso non rimangano incontrastate. Ispezioni e sanzioni efficaci sono anche un potente deterrente e strumento di prevenzione degli abusi da parte delle imprese. Tuttavia, il gruppo di lavoro ha appreso da molte parti interessate che i regolamenti e le sanzioni – quando imposte dagli ispettori – sono esigui rispetto agli enormi profitti che le imprese realizzano abusando dei diritti dei lavoratori.

I problemi di risorse e capacità in questo ambito sono noti. L’ultimo rapporto annuale dell’attività di vigilanza svolta dal personale ispettivo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, dell’INPS e dell’INAIL svela ad esempio che “il corpo ispettivo coordinato dall’INL (Ispettorato Nazionale Lavoro, nda) risulta complessivamente pari a 3.848 unità”, così suddiviso:

  • 2.294 ispettori civili dell’INL, dei quali 240 tecnici
  • 942 ispettori dell’INPS
  • 223 ispettori dell’INAIL
  • 389 militari dell’Arma, (il 10% del complessivo personale ispettivo) prevalentemente destinati a funzioni di polizia giudiziaria

A ciò va aggiunto che, come ribadisce lo stesso Ministero, “tenuto conto della persistente carenza di personale amministrativo adibito ad attività di supporto” almeno il 25% delle unità ispettive è impiegata in altri compiti. Difficile sorprendersi, dunque, se i controlli dello Stato risultano esigui e inefficaci. A ciò si aggiungono ulteriori complicazioni: da una parte, come hanno riferito gli ispettori di Prato al gruppo di lavoro Onu, “anche quando le sanzioni impongono il sequestro della proprietà e l’attività viene chiusa, il proprietario dell’azienda riprende l’attività sotto un’altra identità”; dall’altra “la mancanza di fiducia dei lavoratori nelle istituzioni statali e il timore di rappresaglie da parte dei datori di lavoro rendono difficile per l’Ispettorato ricevere le denunce”. Col paradosso che “di fronte a queste sfide, il gruppo di lavoro è rimasto stupito nell’apprendere che l’INL di Prato è composto da soli 11 ispettori, mentre secondo l’istituzione dovrebbe avere un numero almeno triplo”.

Le grandi industrie

Il capitolo dedicato alle grandi industrie è significativamente intitolato “inquinamento ambientale e cambiamento climatico”, con una correlazione evidente ma non sempre sottolineata tra i mega impianti industriali italiani, sorti dal secondo Dopoguerra, e la crisi climatica in atto. “Il gruppo di lavoro ha visitato diverse località che hanno rivelato uno scontro tra le priorità dello sviluppo economico-industriale e il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente” scrive la delegazione ONU, riproponendo l’antico e mai superato dilemma tra salute e lavoro.

La prima tappa di questa parte specifica della visita è stata ad Avellino, dove dagli anni ‘70 l’arrivo di una grande azienda come l’Isochimica avrebbe dovuto portare l’agognato sviluppo. E invece negli anni ‘80 giovani e giovanissimi campani vennero impiegati per togliere l’amianto dai vagoni delle Ferrovie dello Stato, anche a mani nude, ammalandosi e contraendo in gran parte le tipiche malattie associate a questo materiale (dichiarato fuorilegge nel‘92), vale a dire carcinoma polmonare e mesotelioma pleurico. Un dramma che non è ancora terminato, come riportato dalla relazione delle Nazioni Unite:

Dopo la chiusura dell’impianto di amianto, i membri della comunità hanno descritto pratiche di scarico dell’amianto nel fiume, di seppellimento dell’amianto in luoghi vicini all’impianto e altrove e di miscelazione dei rifiuti di amianto con il cemento per formare cubi che venivano lasciati deteriorare in luoghi pubblici. In un incontro con il gruppo di lavoro, l’amministrazione locale ha riconosciuto che la bonifica dell’amianto è stata solo parziale e che sono necessarie ulteriori misure.

Lo snodo successivo non poteva che passare da Taranto, forse la città simbolo degli impatti industriali nocivi: sede del più grande impianto di produzione di acciaio d’Europa, situato vicino al centro della città, Taranto fa parte dei 42 SIN, i Siti di Interesse Nazionale in cui lo Stato riconosce la contaminazione ambientale e indica la priorità delle bonifiche – in cui però gli esiti sono tutt’altro che risolti.

Data la complessità delle vicende tarantine, non sorprende che la relazione impieghi due pagine per provare a tirare le fila: cita gli studi epidemiologici dell’area che “evidenziano significativi eccessi di mortalità progressivamente estesi dal 2011 al 2020 in tutti i quartieri settentrionali”; i racconti nelle audizioni delle “giornate del vento” in cui “veniva consigliato di chiudere le finestre, annullare le attività, impedire ai bambini di andare a scuola ed evitare di stare all’aperto”, con il gruppo di lavoro che “ha assistito in prima persona ai depositi nocivi in questi quartieri e alla costante ansia della popolazione locale”; l’abbattimento dei capi di bestiame e il divieto di produzione delle tipiche cozze nelle aree adiacenti agli impianti nonché “la perdita economica dovuta al mancato sviluppo dell’industria turistica”; gli estenuanti iter giudiziari e le controversie a livello internazionale. Di inedito c’è, che di fronte a tale quadro consolidato, anche l’ingresso dello Stato nella gestione dell’acciaieria non cambia le rassicurazioni.

L’ultima tappa si è svolta in Basilicata, nel cuore della produzione petrolifera italiana. Sotto osservazione del working group dell’Onu è il COVA, il Centro Oli della Val d’Agri, gestito da ENI. Anche in questo caso divergono del tutto gli scenari prospettati dalle parti ascoltate. Da una parte:

La comunità ha sollevato preoccupazioni significative relative a questioni ambientali e sanitarie, nonché al più ampio impatto economico e sociale dell’industria sulla regione e sulla comunità. Al gruppo di lavoro è stato riferito che nell’area del COVA si sono verificati una serie di “non incidenti” (ufficialmente chiamati eventi) caratterizzati da fiamme, rumori improvvisi, fetori e presunte emissioni inquinanti nell’aria, nel suolo e nell’acqua. Dal 2001, le associazioni locali hanno registrato 163 non-incidenti. Alcuni di questi sono oggetto di indagini giudiziarie, come la perdita di 400 tonnellate di petrolio che ha portato alla chiusura del COVA nel 2017. Si tratta dell’unico non-incidente che, 4 mesi dopo la sua scoperta, è stato successivamente riconosciuto come incidente rilevante. Nonostante ciò, il Piano di Emergenza Esterno, in attesa di rinnovo dal 2009, non è apparentemente mai stato attivato.

Dall’altra:

L’azienda ha sottolineato i propri sforzi in materia di protezione ambientale e di coinvolgimento delle comunità. Tuttavia, sono necessari ulteriori sforzi da parte dell’ENI per condurre una due diligence significativa in materia di diritti umani e ambiente e per costruire un rapporto di fiducia tra l’azienda e la comunità, al fine di garantire la disponibilità di dati verificabili in modo indipendente per rispondere a qualsiasi preoccupazione legittima. Inoltre, le attività di monitoraggio devono essere svolte in modo trasparente dalle istituzioni competenti e i dati relativi agli sviluppi intorno al COVA devono essere resi ampiamente accessibili alla popolazione.

Le raccomandazioni dell’ONU

In quei dieci giorni del 2021, a cavallo tra settembre e ottobre, la delegazione delle Nazioni Unite scopre parecchie criticità del sistema italiano. E un anno dopo ne restituisce le sensazioni che, seppure a freddo, restano allarmanti:

“Il gruppo di lavoro è preoccupato per la mancanza di solidi meccanismi giudiziari e non giudiziari per cercare un rimedio efficace agli abusi dei diritti umani legati alle imprese. Ciò significa che le imprese spesso agiscono nell’impunità” denuncia il report, che poi fa notare come le controversie giudiziarie legate a questi specifici casi “a volte restano per anni senza una decisione finale”. È vero che la legge del 2016 sul caporalato ha fatto aumentare il numero di sentenze emesse dai tribunali ma “l’impatto della pratica in termini di protezione dei lavoratori dalle assunzioni illegali e sleali deve ancora essere valutato appieno”.

L’Italia, inoltre, resta uno dei pochi Paesi dell’Unione Europea a non avere un’istituzione nazionale per i diritti umani (NHRI) e ciò equivale a “una grave lacuna”. Allo stesso tempo poco conosciuto, e poco efficace, resta il Punto di Contatto Nazionale (PCN) dell’OCSE, situato all’interno del Ministero dello Sviluppo Economico: in teoria costituisce “un importante meccanismo non giudiziario per affrontare le violazioni dei diritti umani legate alle imprese”, in pratica dal 2004 al 2020 “il PCN ha preso in carico 24 casi, alcuni dei quali riguardano presunti abusi da parte di aziende italiane all’estero. Sebbene il numero di denunce sia aumentato dopo il 2016, rimane molto basso se si considerano i casi di abusi che il gruppo di lavoro ha riscontrato durante la visita”.

Oltre a rafforzare gli strumenti esistenti, il working group “incoraggia l’Italia a emanare una legge sulla due diligence obbligatoria in materia di diritti umani, in linea con la proposta di direttiva della Commissione europea sulla due diligence di sostenibilità delle imprese, e a impegnarsi attivamente nei processi internazionali per stabilire norme vincolanti per le imprese, al fine di creare condizioni di parità a livello globale”. Sarebbe necessario, spiega ancora il report, che il governo avviasse “una discussione con tutte le parti interessate” perché “ciò aiuterebbe l’Italia, così come le sue imprese, a rimanere all’avanguardia e a prepararsi ai cambiamenti del panorama normativo”.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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