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Qualche giorno fa, alla vigilia della crisi del governo Renzi, mentre tutta la politica fremeva scrivevo queste osservazioni: “Sarebbe ancora utile applicare i principi della frenologia lombrosiana mentre si osservano i tic, le boccucce (acce), i roteamenti degli occhi, le labbra atteggiate al disprezzo ( angoli in giù), all’esultanza (angoli in sù), i colpi di capelli, come portare lo zaino, la proliferazione di barbe (indomabile quella da tre giorni), l’affrettarsi e il sapiente rallentare dei politici quando golosamente aspettano l’assalto dei giornalisti”.
Povero Matta(rella)! Che per il suo ruolo ha dovuto rinunciare alla meraviglia di Madama Butterfly e accontentarsi del fiato grosso della politica. Poi s’avanza il probabile incarico a Paolo Gentiloni e così un caro amico commenta: “Pare di capire che Buttiglione sia favorevole al patto Gentiloni. È il momento degli accrescitivi. Brunetta contrario”. E’ il caso di aggiungere che lo è Pomici(no) così come Francesch(ini). Al di là della giocoseria dei calembours, ma anche delle scelte politiche, doverosamente passo il pomeriggio ad ascoltare la costituzione del nuovo governo. Poi la cerimonia del giuramento. E qui si scatena la ridda delle supposizioni. E’ più consono l’abito esibito dalla campionessa di elegantiae parlamentari Anna Finocchiaro o quello della Pinotti? Il rosso fiammante della capellatura della Fedeli è parrucca o tintura? E’ più stropicciato l’abito di Poletti o quello di Padoan? E’ più figo quello di Franceschini o quello stretto stretto di Alfano? Tutti espedienti forse per cercare di capire il senso di questo nuovo governo che, come canta Butterfly:
“E’… uscito dalla folla cittadina
un uomo, un picciol punto
s’avvia per la collina.
Chi sarà? Chi sarà?
E come sarà giunto
che dirà? che dirà?”

Dal no dunque si è concretizzato il nuovo governo che viene sdegnosamente rifiutato dal trittico, rigorosamente in scala, formato da Brunetta, Berlusconi, Paolo Romani. Anche la Meloni, elegantemente avvolta in camicione post-maman, rifiuta.
Altrettanto felpetta Salvini che, in un improbabilissima giacchetta giallo canarino, scandisce che questo governo “puzza di marcio”. Misteriosi silenzi di Grillo e facce strabuzzate, nella solita eleganza da sobborghi, di un altro trittico formato dall’inquietante viso orientale di Luigi Di Maio, di quello del piacione Alessandro Di Battista e di Roberto Fico (nomen omen) imbattibili nel portare lo zaino.
Si ride, ma amaro. Che senso ha avuto dunque la vittoria dei no? Non era forse più utile se al renzismo ancora vincente non si fosse pensato a una soluzione super partes? Illusioni.
Forse utopie come solo tre giorni fa avvertiva il caro amico Fiorenzo Baratelli nel suo diario fb: “Compito difficile e delicato per il Presidente Mattarella…Dopo la batosta referendaria, Renzi e il Pd avrebbero dovuto fare una proposta secca e precisa: formare un governo istituzionale con una figura super partes pienamente sostenuto dal Pd. Gli obbiettivi di questo governo sono evidenti e di interesse generale: una nuova legge elettorale, seguire con la cura che merita la vicenda drammatica del post-terremoto, la crisi delle banche, far fronte agli impegni internazionali. E poi al voto… Ma non andrà così…Spero di essere smentito, ma abbiamo letto di una girandola di incontri e riunioni di correnti, gruppi, sotto-gruppi ecc. in un clima da ‘fratelli-coltelli’… E pare che tutte le energie siano concentrate per studiare le mosse reciproche e inventare una soluzione la più scialba e mediocre possibile…Insomma, ancora una volta tutto il contrario di una seria assunzione di responsabilità che tenga conto sia degli interessi generali del Paese che del messaggio positivo espresso dalla grande partecipazione al voto referendario…”
La sua preoccupazione nel frattempo si è avverata.

Comunque sia andata, con tristezza leggo i risultati proposti dal Sole 24 ore – anche se queste classifiche lasciano il tempo che trovano – sulla qualità della vita nelle città italiane. Dunque in Emilia Romagna: Bologna all’ottavo posto, Ravenna al dodicesimo, Modena al quindicesimo, Parma al ventiduesimo, Forlì-Cesena al venticinquesimo, Reggio Emilia al ventisettesimo, Rimini al trentatreesimo.
E Ferrara? Al gradino 58. Ma, ancora più offensivo: per la cultura e il tempo libero siamo in 78ma posizione. Beh, nonostante abbia tante volte criticato il lento pede di ‘Ferara. Stazione di Ferara’, mi sembra sia stata valutata ingiustamente. Le offerte musicali del Comunale, le mostre di Ferrara Arte, la intensissima vita culturale offerta dall’associazionismo, sono tra le realtà più convincenti della cultura cittadina e provinciale. Più carente l’offerta che proviene dall’Università, dove certe Facoltà, specie quella umanistica, avrebbero potuto sviluppare una più intensa interazione con le realtà storico-culturali della città. Ma abbiamo eccellenze quali Architettura e Giurisprudenza e, per certi versi, anche Economia che svolgono un ottimo lavoro. Non si dimentichi poi i danni del terremoto e la lenta e a volte snervante opera di ricostruzione e risanamento. Mah! E il riso si trasforma in tristezza.

Frattanto le notizie ci vengono propinate in fonemi e scelte linguistiche sbalorditive. Sul tg regionale una belloccia annunciatrice dalla voce bambina, benché sia già donna fatta, ci legge le notizie come fossero sciorinate in un salotto bene. Tutte le ‘essce’ emiliane si trasformano in un assillante ‘tze,tze, tze’ quasi fossero voli di api operose, mentre il ferrarese ministro della cultura saggiamente si tiene la sua pronuncia ‘fraresa’. A sentire gli annunci pubblicitari della tv locale sembra che la lingua italiana abbia dimenticato alcune consonanti quali la esse. Resiste eroicamente la ‘elle’ maccheronica che fa il paro con la gorgia fiorentina di un non dimenticato presidente del Consiglio e ancora sempre per essere lombrosiani si stila una classifica delle figure più autenticamente capaci di svolgere il proprio mestiere. Prima assoluta la Sardoni che nonostante le mitragliate del suo capo-padrone Mentana resiste con fierezza e ci consegna reportages di qualità. Poi le splendide donne comiche: dalla conduttrice di Tele Porco Sabina Guzzanti, alla Litizzetto un po’ usurata da “Che tempo che fa” fino alla fantastica Geppi Cucciari e i giornalisti di razza, Gramellini, Bonini, Mentana, la Berlinguer, e via enumerando, ma soprattutto il nostro Crozza senza il quale non potremmo sorridere delle nostre avvilenti avventure politiche.

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Gianni Venturi

Gianni Venturi è ordinario a riposo di Letteratura italiana all’Università di Firenze, presidente dell’edizione nazionale delle opere di Antonio Canova e co-curatore del Centro Studi Bassaniani di Ferrara. Ha insegnato per decenni Dante alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze. E’ specialista di letteratura rinascimentale, neoclassica e novecentesca. S’interessa soprattutto dei rapporti tra letteratura e arti figurative e della letteratura dei giardini e del paesaggio.

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Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle elites, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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