SECURITY RISK
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SECURITY RISK
di Roberto Cirelli
respinto al valico di Allenby tra Giordania e Israele il 9 settembre 2026
Era da tre anni che aspettavo di tornare in Palestina per rivedere diversi amici e amiche e i luoghi tanto amati. Dopo sei anni passati in Palestina come lettore di italiano all’università di Birzeit, assunto dal Consolato Generale di Gerusalemme per essere un ambasciatore della cultura e della lingua italiane, ero rientrato in Italia alla scadenza del mio contratto a fine luglio 2023, con un bagaglio di esperienze immenso. Ero deciso a diventare un attivista per la Palestina, paese e popolo che tanto mi avevano dato e ai quali mi ero legato indissolubilmente, soprattutto dopo aver a lungo sofferto le ingiustizie ed i crimini di Israele nei loro confronti, di cui ero stato testimone.
In Italia ripresi il mio lavoro di insegnante e vissi il genocidio di Gaza a distanza, soffrendo la lontananza dai luoghi e dalle persone, maledicendo dentro di me coloro che mi consideravano fortunato per essere riuscito a partire di là prima della catastrofe del 7 ottobre, ma soprattutto di quella iniziata dopo il 7 ottobre. Avrei decisamente preferito in quei terribili mesi e anni vivere ancora in Palestina, per essere almeno fisicamente più vicino a un popolo tanto amato che vedevo soffrire immensamente, più di quanto non lo avessi già visto soffrire nei sei anni vissuti là da novembre 2017 a luglio 2023.
Aspettai che si raggiungesse almeno una tregua a Gaza prima di poter anche solo immaginare di tornare in Palestina, e alla fine decisi di prenotare un volo per Amman, in Giordania, per l’8 settembre 2026. Ero consapevole che avrei potuto non essere ammesso in Israele, e di conseguenza in Palestina, a causa del mio attivismo per una Palestina libera con l’associazione di volontariato Assopace Palestina di Luisa Morgantini. Avevo inoltre partecipato a tante presentazioni del libro di racconti che avevo scritto sulla mia esperienza di prof in Palestina. Partivo quindi con un piano B: se mi avessero respinto, sarei rimasto in Giordania. Lì avevo altri amici attivisti e mi sarebbe parso di essere ancora in qualche modo in Palestina: stesso cibo, stessi usi e costumi. Persino la bandiera, stella a parte, è quasi uguale.
Arrivai ad Amman tardi la sera dell’8 settembre e prenotai una stanza all’ostello Battuta, dove la mattina seguente un taxi mi avrebbe condotto al ponte King Hussein. Presi un autobus per il valico di Allenby ed ero molto sicuro di me, piuttosto ottimista di riuscire a passare. A 65 anni coi miei capelli bianchi pensavo di poter passare inosservato e di riuscire a entrare facilmente in Israele. Dopotutto persino i palestinesi dopo aver compiuto 55 anni sono considerati meno pericolosi e ottengono più facilmente visti d’ingresso in Israele.
Non avevo considerato però che ad Allenby passano meno persone rispetto all’aeroporto Ben Gurion, e che i controlli forse sono più capillari. Dimenticavo inoltre che il mio passaporto elettronico conteneva tutte le informazioni su di me, quindi non potevo mentire dicendo che entravo in Israele per la prima volta. Mi chiesero quando c’ero entrato l’ultima volta, ed io dovetti confessare che c’ero stato fino al luglio 2023 per lavoro. La cosa risultò subito sospetta all’addetto, un militare di origine etiope, il quale mise da parte il mio passaporto e mi disse di sedermi ad aspettare, ché presto qualcuno sarebbe venuto a pormi ulteriori domande. Forse anche il visto egiziano di qualche tempo prima su una pagina del passaporto lo insospettì.
Capii subito di essere già fregato. Avevo sperato di passare liscio al primo controllo, col mio sorriso che diceva: vado a rivedere i luoghi sacri di Gerusalemme, sa, sono cresciuto timorato di Dio e con una sana educazione cattolica. E forse vado anche a rivedere Tel Aviv. Può essere che il mio sguardo lasciasse trasparire quanto io potessi detestare Tel Aviv, e i bagnanti muscolosi che nuotano e fanno surf a 60 km. da un genocidio in corso. Anche per questo, immagino, il sospettoso israeliano misrahi non fu convinto dalle mie spiegazioni e pensò giusto richiedere un controllo ulteriore su questo italiano un po’ attempato, che aveva lavorato in Palestina facendo chissà cosa.
Aspettai due buone ore, e arrivò prima il poliziotto buono, per estorcermi gentilmente le informazioni che gli servivano, poi il poliziotto cattivo, che non si fece scrupolo di intromettersi nei dettagli più intimi della mia privacy, come solo i doganieri israeliani sanno fare. Il primo capì che per quanto avessi lavorato per il Consolato Generale d’Italia, avevo comunque passato i miei 6 anni là in stretto contatto soprattutto con palestinesi, lavorando a nord di Ramallah in una università palestinese, seppur vivendo a Gerusalemme. Per giunta a Gerusalemme est, la zona palestinese. Il secondo mi chiese se dopo essere rientrato in Italia 3 anni fa fossi rimasto in contatto con dei palestinesi. Io, da bravo San Pietro, rinnegai tutti i miei amici (a fin di bene, non volevo certo consegnare i loro nomi o i loro numeri di telefono alla sicurezza israeliana!) e dissi che dopo 3 anni non ero in contatto con nessuno di loro. Volevo solo andare a Gerusalemme a rivedere i luoghi del cuore: il Santo Sepolcro, il muro del pianto, la città vecchia.
Avevo con me un cellulare vecchio, che avevo usato quando avevo vissuto in Palestina, dal quale avevo cancellato tutti i numeri sensibili dei miei amici attivisti, o semplicemente dei palestinesi che conoscevo. Erano rimasti però tanti numeri di semplici conoscenti, come il fruttivendolo dietro casa, il fornaio, il cinema, e mi chiesero di mostrargli quanti numeri col prefisso 972 (israeliano) e 970 (palestinese) ci fossero nel mio telefono. Mi aiutarono a fare quella semplice ricerca, che da solo non sarei riuscito a fare, anche perché cercavo di recitare la parte del nonnetto più rincoglionito di quanto non lo sia già normalmente, e notarono che avevo ancora tanti numeri palestinesi. E lì cominciarono a darmi del bugiardo. Vedi che sei ancora in contatto con loro, mi dissero.
Avevo disattivato whatsapp, ma loro mi chiesero di riattivarlo. Avrei potuto rifiutarmi di farlo, tanto oramai era chiaro che non mi avrebbero fatto entrare, ma mantenendo ancora una piccola speranza di riuscire a entrare, gli mostrai il mio whatsapp. A un mio amico italo palestinese che mesi prima aveva disattivato Instagram alla frontiera chiesero di reinstallarlo e fu respinto perché trovarono una sua storia di 2 anni prima nella quale un guerrigliero musulmano pregava. Sapevo quindi che, qualunque cosa io volessi nascondere disattivando i social, loro sarebbero riusciti comunque a vederla. Avevo cancellato tutti i numeri in cui apparisse la parola Palestina, o i nomi arabi, o Gaza, o Birzeit. Ma il furbo poliziotto notò che fra gli ultimi messaggi ce n’era uno di Omar, mio studente di Hebron. Il simpatico ragazzo era stato ospite a casa mia a Trieste per tutto il mese di agosto e in un messaggio di qualche minuto prima mi chiedeva semplicemente come stessi.
Inoltre collegandomi al wifi della dogana avevo appena ricevuto diversi messaggi dalla chat “Al Quds reports”, che seguo ogni giorno per rimanere aggiornato sulla vita culturale e politica dei palestinesi di Gerusalemme. Evidentemente conosceva un po’ di arabo, e sapeva che Al Quds era il nome arabo di Gerusalemme. Mi chiese come fosse possibile che anche dopo 3 anni io continuassi ad informarmi sulla vita dei palestinesi a Gerusalemme. Proprio non riusciva a capacitarsene, e questa per lui era la prova più lampante che io fossi in contatto con palestinesi e che li avrei rivisti, nonostante affermassi il contrario. Convinto quindi che io fossi un bugiardo patentato, ma soprattutto un amico dei palestinesi, ritenne concluso il suo interrogatorio e mi disse con disprezzo: ”Have a seat” (siediti)!
Aspettai un altro paio d’ore, e poi il poliziotto buono mi raggiunse per farmi firmare un foglio nel quale io risultavo per loro un “security risk” (un rischio per la sicurezza di Israele), e per questo non mi facevano entrare in Israele, e di rimando nemmeno in Palestina. Misi il foglietto nel passaporto, deciso a leggere e tradurre tutto con calma una volta rientrato in Giordania, ma qualche incapace alla dogana giordana perse il mio foglietto, non so se per sbadataggine, per incompetenza o per connivenza con Israele. Fatto sta che non potrò mai sapere cosa ci fosse scritto su quel foglio, di cui sarei stato tristemente orgoglioso: un obiettore di coscienza al servizio militare come me, un pacifista convinto che diventa un pericolo per la sicurezza di un paese: roba da non crederci!
In attesa del permesso di rientrare in Giordania, cominciai a capire veramente cosa significasse ciò che mi era appena successo. Chissà per quanti anni non avrei più rivisto i miei amici palestinesi, soprattutto quelli che non viaggiano o non possono uscire dalla Cisgiordania o da Gaza, o che hanno provato ad ottenere un visto per l’Italia ma non l’hanno avuto: mica tutti hanno uno stipendio regolare e soldi in banca per poter dimostrare che con loro non si rischia l’immigrazione clandestina. Mi sarei perso il matrimonio del fratello di Omar. La visita alla madre di Sumud, la mia studentessa alla quale uccisero il padre nel gennaio 2023 nel campo profughi di Jenin. La sua famiglia viveva allora nel campo di Jenin, ma ora sono sfollati, perché Israele coi suoi bulldozer sta rendendo tutto il campo inagibile, replicando anche lì il metodo Gaza. Non avrei potuto visitare Shireen Abu Akhleh in cimitero, dove avrei salutato anche la madre di un’amica morta nel frattempo. Non avrei rivisto tutti i miei colleghi nel campus di Birzeit, coi quali volevo organizzare una conferenza online sul diritto allo studio e sui progetti Eramsus in Palestina boicottati da Israele. Mi sarei perso innumerevoli piatti di maqluba, offerti da diverse famiglie di miei ex studenti e studentesse e di amici e amiche che avevo programmato di rivedere per stare finalmente un po’ insieme dopo 3 anni di distanza. Non avrei rivisto gli amici italiani e stranieri che in questi tre anni avevano resistito lì a Gerusalemme, lavorando e vivendo in un ambiente che gli ricordava Parigi sotto l’occupazione nazista. E nemmeno mi sarebbe stato più possibile rivedere sul Monte degli Ulivi le amiche suore Comboniane, con le quali avevo fatto volontariato aiutando una comunità di beduini. Non avrei potuto bere un bicchiere di limone con menta al locale Mihbash di Gerusalemme est o nella caffetteria del centro culturale Al Qattan a Ramallah. O raccogliere le olive a Betlemme nel campo profughi di Deisha, dove l’amico Hamdan nel frattempo aveva avuto un’altra figlia, così come l’amica Lina, ora sposata col caro Ibrahim, e madre di un bellissimo bambino nato un anno fa.
Qualche giorno dopo mi recai in un luogo iconico di Amman, la cittadella, coi suoi ruderi di monumenti storici, e registrai un messaggio video nel quale denunciavo quanto mi era accaduto, sperando di rendere virale il video, perché tutti sapessero che non avevo potuto entrare in Palestina semplicemente perché avevo troppi amici palestinesi e mi interessavo troppo, dopo 3 anni di lontananza, alla cultura e alla vita palestinese di Gerusalemme est. Ed era Israele, uno stato che già conoscevo e nel quale non avevo certo voglia di rimettere piede dopo tutto ciò che avevo visto, che mi impediva di entrare in un paese che invece mi interessava molto visitare, ma che essendo sotto occupazione militare mi risultava proibito. Ma forse anche perché, avendo avuto il tempo di fare tutte le ricerche che volevano su di me online in quelle mie ore di attesa su quella triste panchina al valico di Allenby, trovarono diverse foto mie scattate durante le presentazioni del mio libro, dove sono ritratto con la bandiera palestinese o con la kefya al collo.
Mi piace anche pensare che abbiano capito di cosa parli il mio libro e forse per questo mi abbiano considerato un nemico. Perché nel mio libro descrivo i palestinesi come persone normali, di cuore, che sanno vivere e amare nonostante si trovino in condizioni disumane, sotto una delle occupazioni militari più feroci, atroci, vendicative e sadiche al mondo. Abituati a dipingere i palestinesi sempre e solo come dei terroristi, un pericolo di cui avere paura come di tutti i personaggi palestinesi di Fauda, la serie televisiva costruita sapientemente dalla “hasbara” israeliana per giustificare le atrocità compiute contro di loro, la mia descrizione di loro così umana ed empatica diventava pericolosa e chi la narrava diventava un nemico, un rischio per le loro sicurezze razziste, suprematiste, coloniali e dominatrici.
Qualche settimana fa organizzammo un incontro a Trieste con nove ragazzi e ragazze di Gaza, evacuati dopo avere ottenuto una borsa di studio in Italia. Fra di loro vi era Kholoud, già laureata in medicina e venuta in Italia per completare un master. Prima di venire qui aveva lavorato in un ospedale durante i primi due anni di genocidio e non oso immaginare cosa doveva avere visto. Scrisse un diario di quei giorni, pubblicato da un importante quotidiano nazionale. Le dissi che dopo essere stato respinto mi sentivo più vicino ai palestinesi, dato che come loro mi veniva impedito di vedere Gerusalemme e la Palestina. Mi guardò sorridendo e mi disse che anch’io ora dovevo chiedere agli enti internazionali che sanciscono i diritti umani che venisse rispettato e garantito il mio diritto di ritorno. Proprio come ai palestinesi.
Roberto Cirelli
respinto al valico di Allenby tra Giordania e Israele il 9 settembre 2026
Cover: Manifestazione a sostegno della Palestina – Foto di Mark McGuire, su licenza Radio Bullets











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