Fuori l’Italia della Guerra e dall’economia di Guerra. No alle spese per il Riarmo
Fuori l’Italia della Guerra e dall’economia di Guerra.
No alle spese per il Riarmo e all’invio di Armi.
Iniziativa Pubblica a Ferrara, martedì 20 ottobre, ore 17, Sala ex Refettorio via Boccaleone 19.
E’ uscito oggi il rapporto ISTAT sulla povertà in Italia 2025, che indica in 5,4 milioni le persone -fra le quali 1 milione e 136mila minorenni- in condizione di povertà assoluta, mentre sono quasi 6 milioni le persone che hanno rinunciato a curarsi e oltre 1,3 milioni le persone minori che soffrono la povertà educativa.
L’Italia, come tutte le regioni del Mediterraneo, è anche uno dei luoghi dove gli effetti del cambiamento climatico producono un surriscaldamento quasi doppio rispetto ad altre zone del pianeta, con il conseguente aumento esponenziale delle morti in seguito ad ondate di calore e un numero di eventi climatici estremi che costano al Paese qualcosa come 13 miliardi di euro all’anno.
L’Italia è uno dei paesi nei quali la tenaglia debito-austerità indotta dalle politiche liberiste dell’Unione Europea ha eroso in maniera maggiore lo stato sociale e prosciugato la ricchezza collettiva, al punto che ogni anno quasi 100 miliardi di euro vanno al pagamento degli interessi sul debito senza che la spirale accenni ad essere interrotta.
L’Italia è infine il Paese dove i salari sono al palo come in nessun altro paese europeo e l’inflazione ne erode costantemente il potere d’acquisto, rendendo l’ansia della fine del mese molto più pressante di quella della fine del mondo.
Dentro questo contesto, qualsiasi governo di buon senso non dovrebbe avere difficoltà a definire le priorità d’intervento, eppure, tanto in Italia quanto in Europa, un unico imperativo sembra imporsi nelle scelte economiche, politiche, culturali: il riarmo, l’aumento spropositato delle spese militari, la militarizzazione della società e della democrazia.
L’appuntamento del 20 ottobre
Con il piano ReArm Europe, approvato nell’aprile 2025 dall’Unione Europea, è come se tutte le contraddizioni di questo modello economico e sociale fossero state sussunte dentro una narrazione che vede il nostro continente sottoposto ad una minaccia preminente e costante da parte di nemici esterni (Russia, Cina, Iran etc.) e la conseguente necessità del riarmo, degli investimenti nella difesa e della preparazione della società al clima di guerra.
Che sia una costruzione artificiale lo dimostra lo stesso Libro Bianco sulla Difesa approvato dall’Unione Europea, laddove al paragrafo 25 dice chiaramente come uno dei problemi che incontra il dispiegamento della nuova dimensione bellica europea sia dovuto alla scarsa percezione del pericolo che alberga nei cittadini europei, i quali andranno dunque formati attraverso la presenza dei militari nelle scuole di ogni ordine e grado.
Il piano di riarmo è in pieno svolgimento e le due prossime scadenze lo renderanno ancora più evidente.
La prima sarà l’approvazione della Legge di Bilancio 2026, che ha iniziato ora il suo iter e che già dimostra come gli impegni di riarmo presi in sede europea e Nato (aumento della spesa militare fino al 5% del Pil entro il 2035) siano non solo incompatibili con le risorse necessarie per la transizione ecologica e per la giustizia sociale, ma che siano in netto antagonismo con le stesse: se si spende in armi si dovrà tagliare la spesa sociale, come ha ricordato il Fondo Monetario Internazionale solo pochi giorni fa.
La seconda sarà l’approvazione del nuovo bilancio settennale europeo (2028-2034), nella discussione del quale è già stato messo in campo un aumento di cinque volte della spesa per la difesa e per gli armamenti.
La costruzione della guerra esterna porta con sé ovviamente la costruzione della guerra interna, ovvero la repressione del dissenso e delle proteste, come dimostrano i cinque decreti sicurezza approvati negli ultimi due anni.
Di fronte a questo quadro, occorre uno scatto ancor più ampio e incisivo da parte della società che già è scesa in piazza per più di un anno contro il genocidio a Gaza e contro le politiche di guerra, riarmo e autoritarismo.
Un appuntamento è già in campo a livello europeo: venerdì 20 novembre ci sarà lo sciopero studentesco europeo che si opporrà in particolare alle politiche relative alla leva e all’arruolamento dei giovani.
“Combattiamo per il nostro futuro non per le loro guerre” si intitola il manifesto della mobilitazione lanciato dai movimenti studenteschi [Leggi il testo del manifesto degli studenti]. Sarebbe importante che quella giornata fosse ampiamente sostenuta da tutta la società civile con iniziative in tutti i territori contro le basi militari, le fabbriche di armi, le industrie del fossile.
Siamo di fronte a un bivio: da una parte la direzione va verso l’incuria della guerra, del profitto e del dominio, dall’altra si può praticare dal basso la costruzione di una società della cura (di sé, dell’altra e dell’altro, del vivente e del pianeta). Nessuno potrà esimersi dal scegliere da che parte stare, è in gioco il futuro di tutte e di tutti.
Cover:Foto di Alexa da Pixabay
Per leggere gli articoli e gli interventi di Marco Bersani clicca sul nome dell’autore.
















Lascia un commento