La corona del Rosario a destra, il Vangelo di carta a sinistra
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La corona del Rosario a destra, il Vangelo di carta a sinistra
Il cattolicesimo italiano si è fatto espropriare le parole da chi non crede e i simboli da chi non pratica
Secondo una rilevazioni Ipsos, se votassero soltanto i cattolici praticanti la coalizione di centrodestra si attesterebbe intorno al 51,5%, con Fratelli d’Italia al 32,5% — oltre tredici punti in più di quanto lo stesso partito raccoglie fra i non credenti. Il Partito Democratico invece sarebbe il primo partito fra i non credenti.
Prendiamo questi dati per buoni e dunque indicativi di una tendenza reale; affianchiamo a questi dati un’osservazione che chiunque frequenti il mondo cattolico organizzato può fare da sé: nei movimenti, nelle associazioni, nel terzo settore d’ispirazione anche vagamente cristiana, fra il clero diocesano, il voto è orientato a sinistra in modo piuttosto compatto. Le due cose insieme fanno quasi un piccolo enigma la cui soluzione può essere una chiave per cercare di capire alcuni aspetti della società italiana negli ultimi trent’anni.
L‘ipotesi è la seguente: in un quadro comunque molto complesso c’è una frattura che non passa fra credenti e non credenti. Passa dentro il cattolicesimo stesso, e sembra separare i suoi “mediatori” dalla sua base (o comunque da una sua parte consistente). Almeno tendenzialmente, vediamo una parte dell’elettorato praticante anziano che si contrae e si orienta a destra; un ceto dirigente cattolico con le varie componenti attiviste che si orienta a sinistra. Questa forbice è una delle tendenze degli ultimi 30 anni ed è la premessa per un’argomentazione interessante.
Una doppia espropriazione
Il cattolicesimo italiano – qui, come molti di voi, non posso non ricordare la mia esperienza personale giovanile – possedeva tra i tanti due patrimoni conosciuti da tutti.
Un vocabolario — amore, accoglienza, ultimi, poveri, misericordia, dignità, carità, peccato, coscienza, bene e male — e un repertorio simbolico: il rosario, il crocifisso, il presepe, il campanile, la chiesa, le cerimonie religiose, la processione, il santo patrono. Nel giro di una generazione o poco più ha perso l’esclusività di entrambi i patrimoni a favore di due parti opposte.
Il vocabolario è passato alla sinistra. Oggi è il lessico standard dell’area progressista, in larga misura scristianizzata: parole nate per descrivere una conversione personale e una pratica devota innanzitutto individuale, sono diventate lo strumentario retorico di ONG e servizi sociali, di politiche pubbliche e di posizionamenti internazionali (Qui un approfondimento)
I simboli sono passati alla destra. Rosari esibiti nei comizi, crocifissi difesi nelle aule pubbliche, presenze ostentate, presepi eretti a bandiera identitaria: spesso, brandiscono l’insegna persone che in chiesa non entrano mai se non per un funerale (Qui un caso emblematico).
Ciascuna delle due parti ha preso ciò che le serviva e ha lasciato il resto. La sinistra ha preso il “contenuto morale” scartando la “sorgente simbolica”; la destra ha preso la “sorgente” scartando il contenuto morale. Il proprietario originario – il cattolicesimo che molti adulti e anziani di oggi avevano conosciuto da piccoli – è rimasto senza l’uno e senza gli altri ed è forse, in tutta la vicenda pubblica italiana, l’unico soggetto espropriato simultaneamente da due direzioni opposte.
Sintetizzando e forzando un poco la conclusione: la sinistra ha preso le parole e ha lasciato la “fede” (credenza). La destra ha preso i simboli e ha lasciato il Vangelo. Al cattolicesimo non è rimasto niente di assolutamente esclusivo da cui ricominciare.
Il perché questo sia successo esula dallo scopo di questo articolo: rimanda sicuramente al processo di secolarizzazione, alla posizione sociale e al capitale culturale dei protagonisti, ai meccanismi di legittimazione e all’accreditamento culturale della religione, etc.. Ma per noi è importante apprezzarne le conseguenze sociali.
Il costo: la scomparsa del terzo
Un soggetto che ha ceduto le proprie parole non può più correggere l’uso che ne viene fatto da altri. Un soggetto che ha ceduto i propri simboli non può più impedire che diventino insegne di guerra. Soprattutto perde la funzione di terzo — l’unica posizione che davvero contava, quella di chi sta fuori dalla polarizzazione e può giudicarla, riconoscendo le ragioni (e i torti) di entrambe le parti senza appartenere a nessuna.
Nell’Italia delle due subculture, delle due grandi narrazioni bianca e rossa che hanno caratterizzato il secolo scorso, il cattolicesimo era un pò il “pavimento comune” sotto il conflitto (ricordate la saga di Peppone e don Camillo?) : la lingua che entrambe parlavano quando smettevano di gridare. Non a caso la Sussidiarietà — ciò che può essere fatto dal livello più prossimo non deve essere avocato dal livello superiore — era inizialmente un principio cattolico, formulato nella dottrina sociale della Chiesa quasi un secolo fa.
Quel pavimento non c’è più. Oggi le due parti citano lo stesso testo per delegittimarsi a vicenda, e nessuno può richiamarle all’ordine, perché il proprietario originario del testo è palesemente schierato (Qui un caso emblematico).
Anticipiamo ciò che diremo meglio tra poche righe: un cattolicesimo fedele al proprio pensiero sociale sarebbe oggi il più autorevole critico dell’accentramento tecnocratico e il più convinto difensore dei corpi intermedi e delle comunità territoriali. Spesso invece ha fatto largamente il contrario. Non è un giudizio politico esterno: è una misurazione fatta con il loro stesso metro. E dimostra che il vocabolario, una volta espropriato, è stato successivamente importato dall’ambiente esterno con nuovi significati politicamente corretti, non generato dall’interno dove inizialmente era.
La posizione fondamentale che oggi nessuno occupa
Resta però un fatto che nessuna analisi critica può cancellare e che rende questa storia meno chiusa di quanto sembri. Nel paese (Italia) esiste una posizione vuota di enormi proporzioni.
È la posizione di chi tiene insieme le due metà che sono state separate: le parole e i simboli, cioè l’apertura e il radicamento (cogliendo quel che c’è di buono tanto nel discorso di sinistra che nel discorso destra). Non è una collocazione politica, è una postura antropologica e coincide con la tensione che tiene in vita ogni comunità che funzioni: avere un’identità abbastanza salda da potersi permettere l’accoglienza e l’ospitalità.
Un gruppo insicuro si arrocca; un gruppo saldo può aprire la porta senza temere di sparire nell’incontro. Chi ha ceduto i simboli non ha più identità da offrire; chi ha ceduto le parole non ha più ospitalità da praticare. Nessuno, oggi, tiene i due capi. (Qui.una proposta di conciliazione pubblicata su questo giornale).
Il cattolicesimo italiano è (o meglio: sarebbe), per storia millenaria, per dotazione oggettiva, il soggetto forse meglio attrezzato per occupare quello spazio. Ha ancora ciò che nessun partito possiede più: una rete territoriale capillare — parrocchie, oratori, cooperative, centri d’ascolto: è presente anche dove lo Stato si è ritirato (si pensi ad esempio alla Caritas), ha un peso forte nel sistema del welfare; ha una memoria lunga in un paese senza memoria; guardando alla storia ha ancora un lessico proprio e dei simboli. Ha, cioè, tutti gli ingredienti materiali di quel tessuto federativo di comunità che è oggi l’unica alternativa praticabile all’atomizzazione che accompagna invariabilmente l’universalismo globalista (Qui un contributo pubblicato su questo giornale).
Manca una cosa sola, ed è la più difficile da praticare: la disponibilità a non essere schierato. A pagare il prezzo dell’irrilevanza mediatica in cambio della credibilità di lungo periodo. A difendere l’accoglienza, davanti a chi brandisce il rosario, e il radicamento, davanti a chi cita il Vangelo di carta, nello stesso tempo e con la stessa fermezza, perdendo consenso da entrambe le parti.
Il Vangelo propone un’immagine precisa per questa funzione: il lievito. Il lievito agisce a due condizioni — deve stare immerso nella pasta, e deve restare lievito. Un lievito che si mescola perfettamente non fa lievitare niente: diventa pasta. La metafora annuncia un concetto fondamentale: essere nel mondo senza essere del mondo. Questa differenza non è arroganza da superare: è la condizione tecnica dell’efficacia.
Immagino allora – da assolutamente laico che vorrebbe essere intellettualmente onesto – la domanda giusta da porre al cattolicesimo italiano. Non è: con chi state? È piuttosto: che cosa non siete disposti a cedere, a nessuno dei due?
Cover: Foto di João Geraldo Borges Júnior da Pixabay
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