Le macerie non bastano
Una lettura delle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt
Le macerie non bastano. Una lettura delle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt
A Dessau c’è ancora il Bauhaus. L’edificio è lì, nella sua essenzialità, a ricordare una delle esperienze artistiche più importanti del Novecento e insieme una Germania che il nazismo volle cancellare. Nel 1932, su richiesta del Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori, il consiglio comunale di Dessau ne decretò la chiusura. L’esperienza proseguì per pochi mesi a Berlino, fino allo scioglimento definitivo nel 1933. Quasi un secolo dopo il Bauhaus è tornato al centro di uno scontro politico: l’AfD della Sassonia-Anhalt ne ha contestato l’eredità modernista e ha proposto di sostituire lo slogan del Land, “Think Modern”, con “Think German”.
È difficile trovare un’immagine migliore per leggere ciò che è accaduto il 6 settembre.
Alle elezioni regionali della Sassonia-Anhalt Alternative für Deutschland ha ottenuto il 43,8 per cento dei voti, contro il 17,2 della CDU. Cinque anni fa era al 20,8. Ha conquistato 39 degli 83 seggi del Landtag, fermandosi a tre dalla maggioranza assoluta. L’affluenza ha raggiunto il 77,8 per cento. Non si può dunque spiegare il risultato con il disinteresse degli elettori. Gli elettori sono andati alle urne. E quasi uno su due ha scelto l’AfD.
La Germania aveva già oltrepassato una soglia importante. Nel settembre del 2024 l’AfD, con il 32,8 per cento in Turingia, era diventata la prima formazione di estrema destra a vincere un’elezione regionale tedesca dalla fine della seconda guerra mondiale. Alle federali del 2025 aveva poi raggiunto il 20,8 per cento, il doppio rispetto a quattro anni prima. Il voto della Sassonia-Anhalt dice quindi che non siamo più davanti a un episodio isolato.
Ma spiegare tutto con l’ideologia sarebbe troppo semplice.
Le svolte politiche radicali raramente nascono nel vuoto. Il nazismo non conquistò la Germania soltanto per la forza della propria propaganda. Trovò terreno fertile in un Paese uscito sconfitto dalla prima guerra mondiale, segnato dalle conseguenze di Versailles e poi travolto dalla Grande depressione, dalla disoccupazione di massa e dalla crisi della Repubblica di Weimar.
L’Italia fascista arrivò al proprio punto di rottura attraverso una storia diversa: era tra i vincitori della guerra, ma il dopoguerra portò inflazione, conflitti sociali, disoccupazione, paura della rivoluzione, sfiducia nello Stato liberale e il mito della “vittoria mutilata”.
Quelle condizioni non produssero automaticamente due dittature. La storia non funziona come un esperimento di laboratorio in cui, date le stesse premesse, segue sempre lo stesso risultato. Ma paura, impoverimento, perdita di status e crisi delle istituzioni possono rendere più persuasive le promesse di ordine, appartenenza e restaurazione.
È qui che il confronto con il presente diventa utile, purché non diventi un’equazione.
La Germania del 2026 non è quella del 1933. Dispone di istituzioni solide, di una Corte costituzionale, di un sistema federale di contrappesi ed è inserita nell’Unione Europea. La CDU continua inoltre a escludere una coalizione con l’AfD. Cercare nel presente la copia esatta del passato sarebbe storicamente sbagliato.
Più interessante è osservare ciò che cambia forma.
In Sassonia-Anhalt pesano il costo della vita, l’insicurezza economica, le preoccupazioni per le pensioni, lo spopolamento e una persistente percezione di distanza tra Est e Ovest. A queste si aggiungono l’insoddisfazione verso Berlino, il rapporto con la Russia, la guerra in Ucraina e l’immigrazione. Quest’ultima può diventare il punto in cui confluiscono inquietudini che nascono anche altrove. Non necessariamente la causa unica del disagio, ma il luogo politico sul quale è più facile scaricarlo.
Quando un problema ha molte cause, indicare un responsabile riconoscibile è sempre più semplice che spiegarne la complessità.
C’è poi un paradosso che riguarda direttamente la sinistra europea. Lavoro, salari, protezione sociale, disuguaglianza, paura dell’impoverimento sono state per gran parte del Novecento alcune delle sue ragioni fondamentali. Eppure una parte dell’elettorato popolare non sembra più riconoscerla come il luogo naturale della propria rappresentanza. Alle elezioni federali del 2025 l’AfD è risultata la prima forza tra gli operai, mentre la SPD, nata storicamente dentro il movimento dei lavoratori, ha perso terreno proprio in quella fascia.
Non significa che gli operai siano diventati improvvisamente di estrema destra. Significa piuttosto che il disagio ha cambiato linguaggio politico.
La difficoltà economica può essere raccontata come una questione di salari, distribuzione della ricchezza e servizi pubblici. Oppure può essere tradotta in identità, confini, immigrazione, sicurezza. Quando chi dovrebbe rappresentare una domanda sociale non riesce più a darle una risposta convincente, resta aperto lo spazio per chi riesce almeno a darle un nome. E spesso anche un colpevole.
È forse questo il punto che riguarda più da vicino l’Europa.
Per decenni abbiamo pensato alla memoria come a un anticorpo. Chi aveva conosciuto la guerra, le deportazioni, le città distrutte, Auschwitz, non aveva bisogno di immaginare cosa potesse accadere quando una democrazia comincia a considerarsi al sicuro da sé stessa. Poi l’esperienza è diventata memoria. E la memoria, con il passare delle generazioni, è diventata storia.
La domanda è che cosa accade quando il passato continua a essere conosciuto ma smette di fare paura.
La Germania ha costruito dopo la guerra una cultura della memoria profondamente radicata nelle proprie istituzioni. Sarebbe ingiusto sostenere che abbia fallito. Ma nessuna memoria garantisce l’immunità.
Forse abbiamo commesso un errore nel cercare il passato soltanto nelle sue vecchie sembianze. Il 1933 non tornerà. Il 1933 appartiene al 1933.
La questione è se una democrazia sappia riconoscere ciò che cambia forma prima che diventi normale.
Per questo il Bauhaus di Dessau è qualcosa di più di uno sfondo suggestivo. Sta ancora lì a ricordare che ciò che sembra acquisito può tornare a essere discusso, contestato, rimesso dentro una battaglia sull’identità di un Paese.
Le macerie della guerra sono state rimosse da molto tempo.
Quelle della storia sono rimaste.
Pensavamo che bastassero.
Forse no.
Cover: Dessau-Bauhaus su licenza Wikimedia Commons
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