Perché non scrivi qualcosa per e dal carcere?
Le voci da dentro. Perché non scrivi qualcosa per e dal carcere?
di Zelima Cirelli
Zelima è una maestra (ora in pensione) che entra in carcere da persona libera; ciò significa che attraversa un cancello, ma soprattutto che supera tanti pregiudizi. Chi lo fa con costanza scopre presto che dietro una condanna ci sono persone, storie, fragilità, speranze e una profonda voglia di essere guardati per quello che si è oggi, non soltanto per ciò che si è fatto ieri.
Il testo che segue non è un’analisi del carcere, né una riflessione teorica sulla pena. È un racconto sincero di un’esperienza vissuta. Nasce dal desiderio di dare un nome alle emozioni che accompagnano un incontro settimanale fatto di musica, di sorrisi e di umanità condivisa.
Zelima ci accompagna in un viaggio fatto di domande più che di certezze. Ci ricorda che, a volte, chi pensa di entrare in carcere per dare qualcosa finisce per ricevere molto di più. Perché l’ascolto, il canto, la condivisione e il rispetto costruiscono ponti capaci di unire il “dentro” e il “fuori”, facendo crescere entrambi.
Questa testimonianza ci invita a guardare oltre le sbarre e oltre gli errori, per riscoprire il valore della persona, la forza del cambiamento e la bellezza delle relazioni autentiche.
È un invito a lasciarsi interrogare, senza pretendere di avere tutte le risposte, ma con il coraggio di continuare a cercare.
(Mauro Presini)
Un membro della redazione di Astrolabio, il giornale del carcere di Ferrara, mi ha chiesto: “Perché non provi a mettere nero su bianco qualche riga della tua esperienza di persona libera che frequenta ogni settimana un luogo chiuso? Cerca di descrivere le tue emozioni toccandole con le dita. Dà voce alle pulsazioni dell’anima che vede la luce e guarda il bello oltre “i fiori del male”[1].
Senza perdere tempo ho risposto subito perché so quello che sento dentro.
È molto faticoso, sai. Perché quello che sento dentro il petto faccio fatica ad esprimerlo a parole. Non trovo quelle giuste e belle per disegnare il quadro completo dei miei sentimenti. Sogno di avere il potere di giocare con le parole per scoprire e parlare del vostro mondo che regna nell’animo umano.
Non trovo le parole che cerco o sono loro che non trovano me. Non lo so!
Sono sicura di una sola cosa: la lingua non è mai povera.
E chi la usa ha la canna non adatta per pescare quello che serve per trovare i diamanti della pura comunicazione: quella formidabile che ti dà coraggio, rispetto e pace.
È tutta la settimana che ci penso. Mi sono fatta molte domande: perché non vedo l’ora che venga il mercoledì per trovare il gruppo di chitarra, vedere il coro e cantare con la Gioia negli occhi, magari umidi di lacrime?
La musica è il virtuoso vettore della nostalgia. Sono contenta quando siamo insieme a cantare e suonare. Il canto è divino quando viene dall’anima e viaggia verso l’infinito. Il suono puro è quello della vita che cerca l’armonia nelle piccole cose.
La vera bellezza è nel piccolo semplice, raramente nel grande complicato.
Quando arrivo, i loro sorrisi, i loro abbracci mi accarezzano l’anima.Mi dimostrano il lato umano di chi ha sbagliato, di chi ha infranto la legge della comunità. Non sono una giudice per giudicare. Sono un semplice essere umano che odia il peccato, non il peccatore; perché vuole recuperarlo.
De André non ha detto: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”[2]?
La musica come attività che coinvolge il cuore, l’anima, la testa, il corpo, la lingua, la cultura, la civiltà è la strada maestra per seminare il bene, la luce e la speranza. Il nostro compito è fare da ponte fra fuori e dentro.
Il ponte è una formidabile invenzione umana che fa parte della geografia ma cerca la storia e le relazioni umane.
Il tempo che passiamo insieme è poco ma utile sia per noi che veniamo da fuori, sia per il gruppo di dentro.
Non siamo gli unici a dare. Loro danno di più a noi. Con loro, sento più rispetto, vedo più umanità. Quando sono col gruppo, dimentico il tempo e la mania di guardare il telefonino ogni minuto. Passo un ottimo momento della mia giornata a fare bene del bene all’altro.
Quando esco, mi sento tanto leggera quanto una piuma di un uccello che ignora la nozione umana della proprietà privata e delle mura che segnalano le frontiere.
La verità è che ho più domande che risposte. Ogni risposta, quando arriva, fa nascere più domande.
Non sono riuscita a darmi tutte le risposte che aspetto. Verrà il giorno in cui tutto sarà chiaro come il sole.
“Alla dottrina che ha sempre una risposta preferisco la complessità che ha sempre una domanda”[3].
Con loro passo un momento pazzo fuori dalla routine della vita fuori le mura. Quando parto ho il cuore leggero e lo spirito limpido.
Di una cosa sono certa: tutti loro mi fanno stare bene ed è questo quello che conta davvero. Il carcere è una scuola di vita.
Ogni cosa che si fa è un modo per imparare, un momento per cambiare prima del reinserimento futuro nella società.
Ammiro tanto l’anagramma della parola “carcere” che è “cercare”.
Cercare la strada? Cercare se stessi?
Note:
[1] Il capolavoro di Charles Baudelaire
[2] “Via del Campo di Fabrizio De Andrè
[3] Edgar Morin (1921-2026), filosofo e sociologo francese.
Foto di copertina scattata da Mauro Presini durante un concerto in carcere del coro diretto da Maria Chiara Marchesini (Zelima è la terza da sinistra).
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