Il tempo del giudizio
Il tempo del giudizio
Comprendere richiede tempo. Giudicare, invece, è quasi sempre immediato.
Non è una novità che gli uomini esprimano opinioni. Nuovo è il ritmo con cui sono chiamati a formularle. Ogni avvenimento sembra pretendere una risposta prima ancora che i fatti abbiano trovato il loro posto. Il giudizio arriva mentre la comprensione è ancora in cammino.
Ogni giorno siamo invitati a prendere posizione. Su una guerra, una sentenza, una decisione politica, un libro, perfino sulle parole di uno sconosciuto. Non importa che la realtà sia ancora incompleta o che nuove informazioni possano modificarne il significato.
L’urgenza sembra essere una sola: dichiarare da che parte si sta. Questa disponibilità permanente al giudizio viene spesso confusa con la partecipazione. Ma partecipare non significa necessariamente pronunciarsi. Significa anche assumersi la responsabilità di capire, concedere ai fatti il tempo di rivelare ciò che una prima impressione non poteva contenere.
Il problema non è soltanto la velocità del nostro tempo, ma la sua accezione più negativa, l’impazienza, ovvero l’incapacità di sostare nell’incertezza senza viverla come una sconfitta.
Definire rapidamente un avvenimento ci rassicura. Comprenderlo può costringerci a correggere le nostre convinzioni, e cambiare idea viene ormai considerato quasi una colpa, come se la coerenza consistesse nel restare fedeli alle proprie parole anche quando i fatti le hanno smentite.
Eppure le grandi tradizioni del pensiero hanno sempre attribuito valore al dubbio. Non all’esitazione sterile, che rinvia ogni scelta, ma al dubbio che interroga e verifica. Socrate costruiva il sapere sulle domande. La scienza considera provvisoria perfino la conoscenza meglio fondata, perché sa che una verità sottratta alla verifica rischia di diventare un dogma. Ogni autentica ricerca nasce dalla consapevolezza che ciò che ignoriamo è spesso più esteso di ciò che crediamo di conoscere.
Anche la letteratura custodisce questa lezione. Diffida dei personaggi completamente innocenti e di quelli interamente colpevoli, perché sa che gli esseri umani abitano quasi sempre la terra incerta delle contraddizioni.
Manzoni, forse più di ogni altro nella nostra tradizione, ci ha insegnato che comprendere non significa assolvere. Don Abbondio resta un uomo dominato dalla paura, l’Innominato porta il peso delle proprie colpe, Gertrude non può essere ridotta né a vittima né a colpevole. Il romanzo non cancella le responsabilità e non distribuisce indulgenze. Si limita a mostrare che la realtà umana resiste a ogni definizione troppo rapida.
È questa complessità che il giudizio affrettato non riesce a sopportare. Ha bisogno di figure semplici, di colpe nette, di innocenze senza incrinature.
La complessità disturba perché non consente di riconoscere subito gli amici e i nemici. Eppure l’esperienza degli uomini comincia proprio dove le classificazioni diventano insufficienti.
Stiamo forse perdendo la capacità di abitare questa zona intermedia? O, più semplicemente, l’abbiamo sempre frequentata poco?
Abbiamo finito per confondere la rapidità con la lucidità, la sicurezza con la competenza e, non di rado, la fermezza con l’ostinazione. L’opinione precede ormai il ragionamento e, una volta pronunciata, diventa difficile abbandonarla. Non perché sia fondata, ma perché ci rappresenta davanti agli altri.
Esiste però una differenza decisiva tra avere un opinione ed esercitare un giudizio. La prima può nascere da un’impressione, da un racconto incompleto, finanche da un pregiudizio. Il secondo richiede ascolto, memoria, confronto. Richiede la disponibilità a riconoscere che il primo sguardo non era sufficiente.
Comprendere non attenua le responsabilità. Impedisce soltanto che il giudizio preceda la conoscenza.
Alla cultura spetta forse anche il compito di non moltiplicare le opinioni, ma di lasciare loro il tempo di diventare pensiero. Sottrarre le parole alla fretta. Difendere la complessità senza trasformarla in un alibi. Ricordarci che esistono fatti sui quali è necessario pronunciarsi, ma che nessuna urgenza ci autorizza a farlo senza averli prima attraversati.
Il silenzio, in alcuni casi, non è indifferenza. Può essere una forma di riguardo verso ciò che ancora non comprendiamo. Non il silenzio opportunistico di chi teme di esporsi, ma quello di chi sa che una parola detta troppo presto rischia di aggiungere confusione alla confusione.
Anche la libertà ha bisogno di questo intervallo. Non coincide con la possibilità di parlare in ogni momento, ma con quella di scegliere quando farlo e quando continuare a osservare. Nessuno dovrebbe essere obbligato ad avere una risposta prima ancora di avere formulato una domanda.
C’è una frase che pronunciamo sempre più di rado: non lo so. La consideriamo una confessione di debolezza, mentre può essere l’inizio di un pensiero più onesto. Non chiude il discorso e non rinuncia alla verità, ammette soltanto che la verità non sempre si lascia raggiungere per la via più breve.
Forse il giudizio più difficile non è quello che esprimiamo sugli altri. È quello che ci costringe a riconoscere quanto poco sappiamo di loro prima di averli davvero compresi.
Cover: La morte di Socrate (particolare) su licenza Wkimedia commons – Wikimedia.org
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Tutto molto vero, bisognerebbe invertire la rotta. Fermate il treno, voglio scendere, diceva quello. Ma il treno non si ferma, e nemmeno rallenta. Anzi accelera. Grazie Francesco per le tue riflessioni: è
Quello che cerca di fare Periscopio ogni giorno: aprire gli occhi, cercare di capire e coltivare il dubbio. Non sempre ci riusciamo, ma ci proviamo. Con ostinazione.
Grazie a te Francesco, a voi, per l’opportunità che mi date di esprimere queste riflessioni.