Famiglia nel bosco: il tranello dietro la parola “inclusività”
Famiglia nel bosco: il tranello dietro la parola “inclusività”
La disperazione dei genitori della famiglia nel bosco mi tocca le viscere nel profondo ( viscere conoscenza ancestrale) e sono con loro nel dolore.
Questa vicenda resta un mistero da dipanare perché davvero non si spiega un allontanamento dai genitori così prolungato e l’incerto ricongiungimento, con le giustificazioni addotte dalla giudice e da quelle delle assistenti sociali.
Non è logico, non è proporzionato, non è umano. lo dicono in molti , lo dicono anche personalità nel campo della psichiatria, esponenti politici, la garante dell’infanzia, eppure l’accanimento non molla. Oggi sappiamo anche che la figlia grande è ricoverata all’ospedale per una crisi asmatica e alla madre non è permesso starle accanto.
Allora è necessario andare a capire cosa sta succedendo nella nostra società occidentale da tempo. Ciò che viene chiamata inclusione oggi sta diventando la negazione stessa della realtà.
Ci dicono che le donne sono uomini per difetto: a febbraio la Ue ha approvato il riconoscimento delle donne trans come donne, come se le donne fossero donne per un sentire interno e la loro fisiologia e i loro corpi non contassero nulla sul loro stare nel mondo e sul loro sentire.
Ci dicono che le madri non sono più madri in quanto partoriscono i loro figli ma lo sono in funzione del loro desiderio di maternità: più desideri una cosa più l’amerai (ma ne siamo sicuri?) al punto che tale desiderio di maternità può anche abitare l’uomo maschio al quale bisogna consentire di vederlo realizzato (maternità surrogata per coppie omosessuali).
Ci dicono che la realtà biologica è complicata, che La madre non è colei che partorisce (anche se la costituzione parla chiaro e afferma mater semper certa est), ma può esserlo la donna che dona l’ovulo perché ci mette dentro il 50% di DNA, e può esserlo un papà che fa da mamma perché si sente tale. Addirittura ci dicono che non possiamo dire che gli uomini non possono rimanere incinti perché ci sono “tante identità” e per non discriminarle bisogna parlare di persone incinte.
Ci dicono che i bambini “non sono dei genitori” (parole della giudice del caso della famiglia nel bosco) il che equivale a dire che i bambini non hanno legami particolari bio-affettivi con chi li ha concepiti. Tutti sappiamo che un essere umano non può essere una proprietà privata di qualcuno ma negare il legame bio affettivo con chi ti genera è innaturale e insano. Ci dicono che è transfobico affermare che i corpi hanno una loro ragione d’essere, che si può cambiare sesso perché il sesso biologico non conta ed è “assegnato alla nascita” e dunque non è una realtà biologica evidente.
Hanno definito Catherine Trevillon una madre ostativa semplicemente perché crede di sapere quali sono le profonde esigenze dei suoi figli mentre gli assistenti sociali difendono un modello educativo a loro dire l’ unico efficace per la buona crescita dei bambini.
Come se tutto il sapere che porta una madre fosse nullo di fronte ai protocolli istituzionali. E poi, dall’altra parte, ci dicono che è giusto dare La Grazia a una madre adottiva perché deve stare con il figlio malato (salvo appurare quanto poi è emerso da un’inchiesta del Fatto quotidiano), mentre alla madre ostativa (a cui senza un extrema ratio sono stati allontanati tre figli!) viene impedito di stare in ospedale con la figlia malata.
Insomma, ci dicono molte cose che dovrebbero muovere la coscienza umana, farla sobbalzare e invece rimaniamo inermi, attoniti perché le narrazioni si sono così aggrovigliate al punto che se osi dire che non vuoi essere definita Cis donna per permettere alle donne trans di definirsi donne sei transofoba e non aperta a tutti, se dici che gli uomini non possono rimanere incinti neghi l’esistenza di “diverse identità”, se dici che gli sport femminili sono solo per donne biologicamente tali escludi chi “si sente” donna, se dici che la maternità surrogata è una pratica che lede i diritti dei nascituri e delle donne discrimini le coppie che non possono averli, se dici che tra una madre e un figlio c’è un legame bio-logico (un legame di corpi) che si parlano attraverso la gestazione e che questo dialogo prosegue anche dopo discrediti la maternità adottiva e discrimini chi una gestazione non la può esperire.
Allora andate a vedere il film The giver 2014, adattamento cinematografico di un romanzo per ragazzi fantascientifico e distopico di Lois Lowry del 1993, dove in un futuro imprecisato la società vive in una civiltà perfetta in cui amore, gioia, violenza e crudeltà sono assenti.
È un film che parla di una società che ha perso la memoria e lo ha fatto coscientemente per potere trovare un modello di vita “perfetto”. Solo il donatore, il The Giver, la detiene ancora e il suo compito è quello di passarla a uno solo, un prescelto della comunità, proprio perché non vada del tutto perduta. Ma è da questa memoria tramandata che si scoprirà che il modello senza memoria è atroce e deumanizzante.
Dunque cancellare la conoscenza bio-logica dei corpi, tagliare per sempre il legame bio- grafico e bio-logico tra madre e figlio non è forse cancellare la memoria delle origini, cancellare il senso stesso di essere umano? Con quali conseguenze?
Questa è la domanda che dovremmo tutti porci, perché sembra davvero che l’Occidente e la sua ideologia “ inclusiva” corra velocemente verso quella società “ perfetta” senza memoria e sembra anche che a certe élite questa ideologia giovi parecchio perché trasforma fragili , ma potenti, esseri umani in corpi macchine prive di sentimenti e di potere.
Cover: Camminata nel bosco – pexels-photo-1766696
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Alzi la mano quel genitore perfetto che non ha mai commesso un errore col proprio figlio/a. Per lo Stato etico la perfezione è conseguente al mito della tecnica, nuovo dio della modernità (insieme ai soldi). La crescita dei disturbi nei bambini e ragazzi non è dovuta a questi, ma alle imperfezioni dei genitori. Lo Stato (via assistenti e psichiatri) ha trovato tre carenze nella famiglia Trevvillion: 1) i figli (due gemelli di 6 anni e una di 8) non erano vaccinati, avevano una casa sgarrupata e il cesso con la turca, poche relazioni sociali. Che fossero felici, a contatto con natura e animali, né subito abusi poco importa. Stanno meglio in una casa famiglia senza genitori anche se si procurano ferite di autolesionismo, gridano di notte e ora una è ricoverata per attacchi di ansia in ospedale. Cosa sta alla radice di questi processi inquietanti? L’ideologia, portata all’estremo, della protezione del minore. Chi fa cose visibili al di fuori della norma generale è a rischio se trova chi segnala a assistenti zelanti che seguono le norme per non essere sanzionate. Tra poco avremo nelle scuole nuove figure di assistenti ai diritti dei minori che licenzieranno quei maestri che prendono in braccio una bambina che piange (che non va toccata). Defecare nella turca è molto più corretto che nei nostri cessi standard (basta chiederlo a un esperto del retto o di gravità). Vaccinarsi non è ancora un reato (e in ogni caso i figli sono stati poi vaccinati) e stare più soli del solito con animali e natura e senza tv è anche meglio come mostrano migliaia di biografie. Per fare la perizia psichiatrica alla madre ci sono voluti 4 mesi, un’arma tipica che si usa nei regimi totalitari contro i dissidenti e che qui si usa contro chi non ha fatto nulla di male. Poi c’è la cultura woke delle difesa di tutti i diritti nuovi e quindi la scissione dal contesto (o famiglia), in cui ciascuno è prima di tutto un individuo e non membro di una comunità. Infine le procedure di “qualità” che spingono a “fare bene cose inutili”. I Trevillion hanno sbagliato paese, se c’è un paese (nella forma) chiuso ai diversi è l’Italia, anche se nella sostanza ognuno fa i cavoli propri ed evade (se può) le tasse.
Non sono d’accordo. Ci sono tante famiglie che purtroppo non riescono a prendersi cura dei bambini e delle bambine. Non mi sembra che avere una madre biologica sia sempre una garanzia per i piccoli. Credo che la responsabilità di prendersi cura, di stare accanto sia una responsabilità sociale, sia per i bambini e le bambine, sia per i genitori, che vanno supportati in tutto e per tutto. Non giudico “la famiglia nel bosco” non so se abbiano subito un torto, se i servizi sociali stiano facendo errori o soprusi. Questo lo ritengo possibile. La soluzione però non sta nell’affermare che non si possono allontanare i figli dalle madri, ma sta in una cittadinanza attiva di ognuno e ognuna che partecipi, democraticamente, a gestire le norme, a dare forza alle istituzioni, a produrre la legislazione, a pretendere che si creino strutture protettive e non di prevaricazione per intervenire, quando è necessario, in modo umano e responsabile.