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Vite di carta /
Ben, il quinto figlio

Vite di carta. Ben, il quinto figlio

Ben. Si legge Il quinto figlio di Doris Lessing e ci si riempie la mente di questo nome, ripetuto più e più volte nel corso della narrazione come una anafora che scandisce i passi di un cammino tragico. Una storia che si impone per ciò che accade, lo stile al servizio dei contenuti.

Ben indica la crasi tra il prima e il dopo nella famiglia che Harriet e David Lovatt sposandosi hanno voluto numerosa, con tanti bambini e una grande casa aperta a parenti e amici. La loro è una scelta fortemente tradizionale nella Londra degli anni Sessanta, le gravidanze così ravvicinate di Harriet fanno scuotere la testa ai suoi genitori e ai suoceri, ma tant’è.

I periodi di vacanza sono un’occasione per accogliere nella grande casa fuori città fino a  una trentina di ospiti e per tutti l’atmosfera idilliaca della famiglia ha un effetto rilassante, nonostante la presenza dei quattro bambini Luc, Helen, Jane e Paul nati dai Lovatt a poca distanza l’uno dall’altro, e di altri cuginetti o figli di amici.

A causa delle continue gravidanze Harriet è provata fisicamente, ma si sente felice ed è determinata a proseguire fino ad averne otto.

Il conto, però, si ferma a cinque quando arriva Ben.

Ben si preannuncia immediatamente diverso,  il feto si muove fin dalle prime settimane e crescendo scalcia sempre di più impedendo di giorno e di notte ad Harriet di riposare.

Un mese prima della scadenza nasce “un vero lottatore”, così esclama il ginecologo, un bambino di quasi cinque chili a cui Harriet guarda con apprensione. Non lo si può definire un bel bambino, “anzi, non sembrava affatto un bambino” ai suoi occhi di madre straniata per la fatica e per il rapporto di forza col feto che è durato ben otto mesi.

Ho letto ai miei nipoti la descrizione fisica di Ben e l’inizio della storia familiare dei Lovatt e loro hanno disegnato una casa immensa e collocato in basso nel foglio i suoi abitanti, escludendo i genitori e mettendo in fila i figli come birilli, Ben piccolo piccolo, imbozzolato e giallastro.

Non ho continuato il racconto, non sanno quindi che Ben con la sua forza malvagia ha spezzato l’idillio familiare dei Lovatt, ha finito per suscitare paura e repulsione nei fratelli e nei parenti; sono finite le vacanze trascorse in gruppo nella grande casa.

Col tempo gli altri figli sono andati a vivere altrove, in collegio o dai parenti. David si è buttato nel lavoro facendosi vedere in casa sempre meno.

La diaspora della famiglia basta già da sola a sollevare mille domande e così è stato nel gruppo di lettura a cui ho partecipato di recente. Mai discussione fu più ricca di perplessità e dubbi, di un accavallarsi di punti di vista sui ruoli dei genitori, dei parenti stretti, sulla società investita dalla provocazione del “diverso”.

Sulle caratteristiche cognitive di Ben, su quelle affettive. Sugli amici a cui si lega quando è adolescente, un gruppo di emarginati che vivono di spacconate e anche di furti.

Harriet li fa entrare nella grande casa, li osserva e osserva il mistero di Ben, per lei non ancora risolto. Le è rimasto solo lui e a lui è rimasta legata da un sentimento che non può chiamarsi amore materno, semmai resilienza.

Li rende simili la solitudine. Credo che sia la solitudine di Harriet il fuoco della narrazione: nessuno come lei conosce la natura aliena del suo quinto bambino. Alla consapevolezza corrisponde il senso di colpa per averlo generato e nessuno sa o vuole alleviarlo per lei e con lei. I medici e gli insegnanti non vedono in Ben alcuna diversità e respingono ogni tentativo di Harriet di far cadere il velo, la fanno sentire una madre sbagliata il cui amore ipercritico va quanto meno dimensionato.

Perfino David le rimprovera di avere sacrificato il resto della famiglia a Ben. Ben che per un periodo era stato in un istituto per diversi e lei è andata a riprenderselo e lo ha riportato a casa, pur sapendo di spezzare per la seconda volta l’armonia familiare.

La solitudine di Harriet è l’inevitabile punto di arrivo dello strabismo di queste dinamiche: disapprovata se non ama il figlio di un amore convenzionale, disapprovata perché non lo ha lasciato morire rinchiuso in istituto e ancora lo segue e lo scruta a oltranza nella quotidianità, chiedendosi a cosa sta pensando e come vede il mondo.

È sempre di Harriet il tentativo di spiegazione sulla diversità di Ben. Se gli altri della famiglia riescono solo ad averne paura, se docenti e specialisti non rilevano alcuna diversità patologica, Harriet affonda lo sguardo negli occhi opachi del figlio e pensa di trovarci i tratti di una razza umana estinta, di un’era antropologicamente lontana.

“Ben non ti fa pensare…che tutta quella gente che è vissuta sulla terra, quegli esseri così diversi, siano sepolti dentro di noi, da qualche parte?” chiede e si chiede.

A fianco di Harriet la volontà precisa dell’autrice, che ha sentito il bisogno di riscrivere il romanzo e caricarlo di una provocazione più cruda. Portando “alle estreme conseguenze” la risposta alla domanda che è all’origine di tutto: “Se nel ventesimo secolo venisse al mondo un elfo, una creatura di un’altra epoca?

Nota bibliografica:

  • Doris Lessing, Il quinto figlio, Feltrinelli, 1988 (traduzione di Mariagiulia Castagnone)

Cover: disegno di Chloe e Thomas a cui nonna Robi ha raccontato la parte iniziale della storia contenuta nel libro

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

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Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

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