Presto di mattina /
L’umanità in tempi bui
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Presto di mattina. L’umanità in tempi bui
«Anche nei tempi più bui, noi possiamo avere il diritto di raggiungere una qualche luce e che essa derivi meno dalle teorie o dai concetti e più da quella fiamma incerta, vacillante e spesso flebile che uomini e donne, nella loro vita e nella loro opera, riescono a far brillare, in qualsiasi circostanza, e a diffondere nello spazio e nel tempo a loro concesso su questa terra» (Hannah Arendt, L’umanità in tempi bui, Mimesis Edizioni, Milano 2023, 23).
Parlando di tempi bui, la Arendt non si riferisce solo agli eventi scatenatisi nella prima metà del XX secolo, con la catastrofe umana e politica dei totalitarismi che ha trascinato il secolo breve in una voragine disumana. Essa allude anche ai «”tempi bui” nel senso più generale», quelli che non sono «assimilabili alle mostruosità di questo secolo, di certo di per sé orribili in modo inedito. I tempi bui, al contrario, non solo non sono nuovi, ma, anzi, non sono nemmeno eccezionali nella storia» (ivi).
L’umanità in tempi bui. Arendt mutua il titolo di questo libro da una poesia di Bertolt Brecht: A coloro che verranno, (Davvero, vivo in tempi bui). Una poesia che parla di fame e di disordine, di un “tempo insensibile”, privo di innocenza, ostile e senza rispetto verso i sentimenti a cui non ci si deve arrende. «Se vuoi salvezza, non chinare la testa: e parla» (Alberto Asor Rosa).
Che l’uomo sia di aiuto all’uomo
…Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.
Andammo noi, più spesso cambiando paese che scarpe,
attraverso le guerre di classe, disperati
quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta.
Eppure lo sappiamo:
anche l’odio contro la bassezza
stravolge il viso.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.
Ma voi, quando sarà venuta l’ora
che all’uomo un aiuto sia l’uomo,
pensate a noi.
(Poesie politiche, introduzione di A. Asor Rosa, Ebook, Einaudi, Torino 2014, [281], 311).
Nel suo libro la Arendt racconta le vite di Gotthold Ephrairn Lessing, Rosa Luxemburg, Angelo Giuseppe Roncalli, Karl Jaspers, Isak Dinesen, Hermann Broch, Walter Benjamin, Bertolt Brecht, Waldemar Gurian, Randall Jarrell: persone che hanno saputo portare un po’ di luce nell’oscurità, quando la sfera pubblica aveva smarrito il suo potere di illuminare.
Ciò che li ha accomunati, pur essendo diseguali e in contesti diversissimi, è stato uno stile di vita fondato su due ordini di scelte: “essere nel mondo”, non sottrarsi restando accanto a chiunque cammini nelle tenebre; e al contempo “pensare da sé”.
Sono due principi e stili che portano alla “comprensione umana di ciò che accade” e al “giudizio sulla realtà” quando questa venga dissimulata, da parole «ingannevoli e meravigliosamente efficaci di quasi tutte le personalità ufficiali che, di continuo e con molteplici e fantasiose varianti, trovavano spiegazioni esaurienti per ogni sgradevole evento e per ogni giustificato timore», (ivi, 22).
Senza dimenticare che il pensare da sé non è un monologo, ma pensiero dialogante, con altri per riuscire a restare lucidi e muoversi nei tempi bui, valico nel passaggio tra passato e futuro. In questi modi la Arendt trova un modello di humanitas da cui attendersi un poco di luce.
Fare luce sulle questioni umane
Scrive ancora la Arendt: «Quando pensiamo ai tempi bui e a coloro che vivono e crescono in essi è necessario considerare anche questo occultamento a opera dell’establishment – o “sistema”, come si diceva a quei tempi – e da esso generalizzato.
Se la caratteristica dello spazio pubblico è quella di far luce sulle questioni umane, garantendo un luogo in cui gli individui appaiano e possano mostrare, nel bene e nel male, con azioni e con parole, chi sono e ciò di cui sono capaci, quando quella luce viene spenta da “vuoti di fiducia” e da un “governo invisibile”, da parole che non rivelano la realtà ma la insabbiano con esortazioni – morali o di altro tipo – che, con il pretesto di difendere le antiche verità, sviliscono ogni verità a un livello di trivialità senza senso, quando quella luce viene spenta è il buio a dominare» (ivi).
Leggendo questi testi non ho potuto non pensare al nostro tempo, ai fatti del macrocosmo internazionale e nazionale. Ma pure al microcosmo cittadino, ai fatti e agli sfrattati del grattacielo, ad un diritto non riconosciuto di cittadinanza e dovere di solidarietà relegata nel privato, demandata ai singoli, dove lo spazio pubblico è sottratto, oscurato anziché essere aperto e illuminato.
Al tempo stesso ho pensato a quella humanitas e coscienza civile di cittadini, volontari, associazioni e anche ad alcune istituzioni pubbliche che non si sono lavate le mani e non hanno disatteso le aspettative di coloro che chiedevano un poco di luce dentro l’oscurità. Ripenso ai volti degli operatori e volontari della Caritas diocesana e ai nomi delle volontarie dell’unità di strada, nomi e volti illuminati.
L’importanza politica dell’amicizia per la polis
L’amicizia ci serve per vivere i conflitti; deve divenire parola attraverso lo scambio delle esperienze. Questo è accaduto, spazi di l’amicizia. Per spiegare questo pensiero Hannah Arendt ricorre ad Aristotele: per lui «la philia, l’amicizia tra cittadini è una delle condizioni fondamentali del benessere della città, abbiamo la tendenza a credere che egli si stia riferendo esclusivamente all’assenza di fazioni e di guerra civile. Ma per i greci l’essenza dell’amicizia risiedeva nel discorso.
Essi sostenevano che solo lo scambio costante di parole potesse unire i cittadini in una polis. Attraverso il dialogo si manifestava l’importanza politica dell’amicizia e la sua specifica umanità. Questo dialogo (diversamente dalle conversazioni intime in cui gli individui si confidano parlando di sé), per quanto possa essere intriso del piacere della presenza dell’amico, è del mondo comune che si preoccupa, un mondo che resterà “inumano” in senso molto letterale, fino a quando le persone non lo metteranno costantemente in discussione.
Il mondo, infatti, non è umano perché fatto da esseri umani e non diventa umano solo perché la voce umana vi risuona: il mondo diventa umano solo nel momento in cui diventa oggetto di discorso. Per quanto intensamente possano colpirci le cose del mondo, per quanto profondamente ci possano commuovere o stimolare, esse diventeranno per noi umane solo quando potremo discuterne con i nostri simili…
la verità può esistere solo là dove è resa umana dal dialogo, là dove ciascuno può dire non solo ciò che gli accade di vivere in un dato momento, ma ciò che egli “ritiene vero”… La polis greca continuerà a esistere alla base della nostra vita politica, in fondo al mare, fino a quando potremo pronunciare la parola “politica”» (ivi, 47; 53, 228).
Scrive Laura Boella nella presentazione a L’umanità in tempi bui. Riflessioni su Lessing, Raffaello Cortina Editore, Milano 2006, 30 (il testo, un’altra edizione, contiene solo la riflessione su Lessing): «appare chiaro che il pensiero arendtiano non lascia in eredità rigide contrapposizioni, bensì un movimento in cui il contesto prepolitico o impolitico della politica (classe, razza, differenza sessuale, comunità e gruppi, moralità e spiritualità religiosa) viene accolto e trasformato, fatto oggetto di dialogo, sulla scena pubblica».
Come leggere un testo, dalla cenere alla fiamma vivente
Vivere umanamente, con umanità, tra le macerie e gli scarti della storia: questo è stato l’invito che ci viene da Hannah Arendt: tenacia e volontà di uscire dall’incubo e dallo smarrimento per prendere la parola. Per lei rischiarare l’oscuro ed esporsi alla luce pubblica non è un compito senza senso. Nella città occorre prendere la parola.
Così, per lei, anche dalle macerie del passato si possono estrarre frammenti di pensiero e portarli a sé nel presente al modo di Walter Benjamin (1892-1940) che si occupò di testi del passato e della loro interpretazione; la sua massima aspirazione fu quella di scrivere un libro di citazioni. Un metodo: egli ricordava che il rapporto tra contenuto di verità di un testo e il suo commentario, il contenuto reale, costituiva la legge fondamentale della letteratura; così mentre il contenuto di verità resta nascosto sono i commenti, le interpretazioni che si aggiungono con il tempo che lo portano alla luce, parole in pubblico.
Il critico letterario è allora come un paleografo, che legge una pergamena sbiadita sovrascritta da un testo più marcato e deve partire da questo se vuole svelare ciò che è nascosto. O anche «se si vuol concepire, con una metafora, l’opera in sviluppo nella storia come un rogo, il commentatore gli sta davanti come il chimico, il critico come l’alchimista. Se per il primo legno e cenere sono i soli oggetti della sua analisi, per l’altro solo la fiamma custodisce un segreto: quello della vita. Così il critico cerca la verità la cui fiamma vivente continua ad ardere sui ceppi pesanti del passato e sulla cenere lieve del vissuto» (ivi, 179).
Il pescatore di perle, una speranza ostinata nell’umanità
La speranza non è desiderio inerte, un deresponsabilizzarsi in un attendismo sterile, ma azione concreta che cerca nei tempi bui perle preziose, di senso umano ancora capaci di provocare un cambiamento della realtà facendosene carico. L’ostinazione del pescatore di perle di Benjamin è quella di non arrendersi a credere che l’umanità – come il mare – sia solamente buia, vuota e ostile. Ma porta in sé la fiducia che nelle sue oscurità, nelle abissali profondità di disumanità, l’umanità custodisca ancora qualcosa di prezioso per cui valga la pena inabissarsi tra le sue correnti contrarie e continuare a navigare tra le sue onde respingenti.
Nel lungo capitolo su Walter Benjamin, (presente nell’edizione di Mimesis del 2023 curata da Beatrice Magni), uno degli amici più stretti, con cui la Arendt condivise il periodo parigino, si fa riferimento a un testo, appunto Il pescatore di perle, già pubblicato da Mondadori nel 1991 e questa fu anche la definizione che Hannah Arendt diede all’amico.
Quando i fili della tradizione sono spezzati o rimangono sepolti nelle profondità sottomarine, come i frammenti cristallizzati di pensiero, occorre praticare l’arte del pescatore di perle. Cercare l’essenziale di ciò che ci ritesse l’umano in noi. Nella sua esperienza di continue sventure, il passato non era più trasmissibile se non attraverso la sua citabilità. Solo attraverso le citazioni, infatti, sarebbe stato possibile, non tanto custodire il passato, ma purificarlo allontanandolo, demolirlo per portare alla luce frammenti, qualcosa di umano che fosse sopravvissuto di esso.
Scrive Hannah Arendt: «con Benjamin abbiamo a che fare con qualcosa che di fatto è, se non unico nel suo genere, perlomeno molto raro: il dono di pensare poeticamente. Questo pensiero, che si nutre di quotidianità, lavora con i “frammenti del pensiero” che riesce a strappare al passato e a radunare intorno a sé. Come il pescatore di perle che va in fondo al mare, non per scavare e portare alla luce, ma per saccheggiare nei profondi abissi ricchezze e stranezze, perle e coralli, e poi portarli, come frammenti, alla superficie del giorno, questo pensiero si immerge nelle profondità del passato, non per risvegliarlo come era né per contribuire così al rinnovamento di epoche morte.
A guidare questo pensiero è la convinzione che se è vero che il vivente deve soccombere alla rovina del tempo, il processo di decadimento è, nello stesso tempo, anche un processo di cristallizzazione: nelle profondità del mare – in cui affonda ed è dissolto tutto ciò che un tempo era vivo – è possibile un rovesciamento di prospettive tale che alcune cose sopravvivono in nuove forme e configurazioni cristallizzate che, rese imperturbabili dagli elementi, attendono soltanto che il pescatore di perle le raccolga dagli abissi e le porti un giorno nel mondo dei viventi: come “frammenti di pensiero”, come qualcosa di “ricco e di strano” o anche come degli immortali Urphänomene (fenomeni originari/primordiali)» (ivi, 229-230).
Come a dire rimane un resto di umano che la disumanità non riesce a inquinare fino in fondo; resta sempre qualcosa di primordiale, di risorgente umanità che continua sempre ad affiorare nel fiume della storia anche quando il suo corso viene di continuo inquinato.
Ferrara chiara
Per Ungaretti il ritorno in Italia nella condizione di emigrante fa nascere malinconia nel “patire” la città natale come straniera. A tal punto dal sentirsi, sulla nave di ritorno da Alessandria, come in una notte cieca, o come in ore di tempesta. Il dubbio assale ubriacando i pensieri, ma il suo “colore di perla” prelude al soffio dell’aurora da cui fiammeggerà la brace solare a render l’Italia ai suoi occhi ancora chiara e dalla voce familiare.
Ferrara era parsa estranea anche a me per i fatti del grattacielo. Era come se fosse venuta meno e oscurata la sua vocazione di portatrice di una cittadinanza solidale, unificatrice di pluralità culturali, storiche molteplici, verso minoranze diversificate, chiamate ad abitare insieme. Ma poi la tenacia amicale di quanti non se ne sono lavate le mani ne ha reso nuovamente il volto chiaro e ancora parla ai migranti di oggi e agli sfattati da casa loro.
Sono d’un altro sangue e non ti persi,
Ma in quella solitudine di nave
Più dell’usato tornò malinconica
La delusione che tu sia, straniera,
La mia città natale.
A quei tempi, come eri strana, Italia,
E mi sembrasti una notte più cieca
Delle lasciate giornate accecanti.
Ma il dubbio, ebbro colore di perla,
Come avviene nelle ore di tempesta
Spuntò adagio ai limiti,
E s’era appena messo a serpeggiare
Che aurora già soffiava sulla brace.
Chiara Italia, parlasti finalmente
Al figlio d’emigranti.
(Vita d’uomo. Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1996, 161-162).
Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/moritz320-1260270/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=1327311″>günter</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=1327311″>Pixabay</a>
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