Mercosur, qualche luce e molte ombre
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Mercosur, qualche luce e molte ombre
L’accordo tra UE e il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay), prevede una graduale riduzione in 15 anni dei dazi sul 91% dell’interscambio UE. Il mercato sale a 780 milioni di consumatori e produttori e il 25% del Pil mondiale. E’ stato approvato a maggioranza qualificata (in dissenso Austria, Francia, Irlanda, Polonia, Ungheria, astenuto il Belgio) dai rappresentanti dei capi di Governo della UE. E’ “a causa mista”, per entrare in vigore deve essere ratificato dai Parlamenti dei singoli Stati. La questione andrà quindi per le lunghe anche perché è stato rinviato dal Parlamento UE (con una risicata maggioranza) alla Corte UE per capire se è coerente coi Trattati.
Dal punto di vista politico è la prima vittoria dell’attuale élite UE, dopo le “umiliazioni” subite dall’alleato Trump sui dazi (15%) e le altre vessazioni[1], ma si poteva dimostrare una capacità di iniziativa indipendente dagli Usa (come si è fatto con l’accordo di poche settimane fa con l’India, escludendo il settore agricolo come vogliono giustamente i contadini).
Un aspetto positivo è che i dazi vengono ridotti con gradualità e il trattato è stato migliorato (dopo le proteste dei contadini) su aspetti che riguardano il rispetto degli stessi standard UE di sostenibilità ambientale, diritti del lavoro, biodiversità che invece non sono imposti al Sud-America. Saranno tutelati 357 prodotti IGP UE e oltre 200 in America Latina (ma molti altri UE non saranno tutelati).
Attualmente i dazi verso il Sud America sono 14-20% sui macchinari UE, 35% su auto, fino al 14% sui farmaci, 27% su vino e 28% su formaggi. Come si vede i dazi esistevano (eccome) anche se con Trump si è fatto finta che il mondo fosse senza. I dazi infatti non sono il “diavolo”, ma in alcuni casi sono molto utili per proteggere le proprie imprese nascenti dalla forte concorrenza estera (non a caso nel pugilato ci sono pesi piuma e quelli massimi) e soprattutto la propria agricoltura, che non è un settore industriale, ma strategico per ogni nazione, in quanto tutela la sovranità alimentare, la salute, la cultura, la manutenzione del territorio, rende bello il paesaggio, oltrechè ridurre l’inquinamento perché i costi dei trasporti non sono contabilizzati nei prezzi e sono pagati dal pubblico per sistemare strade, fare porti, disinquinare.
Chi infatti manutiene e rende bello il territorio quando saranno sparite un altro 50% di piccole imprese agricole? Perché acquistare cibi lavorati un tempo fatti dagli italiani (dalla bresaola alle crocchette di pollo) che saranno “made in Italy” ma con componenti al 90% brasiliani? Perché così prevede l’accordo: quando usi un prodotto del Sud-America e lo lavori diventa tutto made in Italy.
I vantaggi sono invece per le aziende esportatrici industriali UE che vedono gradualmente azzerarsi i dazi: auto, macchinari, ceramica, farmaci, vino, formaggi e possono importare più materie prime e agricole dal Sud America; che, a sua volta, potrà esportare in Europa i suoi prodotti, che oggi non entrano nella UE non perché ci sono dazi, ma perché mancano di quei requisiti ambientali e sanitari che sono applicati ai prodotti UE, come la carne bovina (che spingerà ancor più gli allevatori brasiliani ad abbattere la foresta amazzonica), polli, zucchero, riso, etanolo, miele, mais, latte in polvere e artificiale, etc. oggi non permessi perché coltivati senza standard UE. Ci saranno più controlli alla dogana… nel senso che passeranno dall’attuale 4% al 5-6% (se va bene). Report ha mostrato il viaggio di carne scaduta partita dall’Uruguay trasportata in mezzo mondo senza che nessuno la fermasse.
Le aziende dell’America Latina che esportano nella UE non sono certo i piccoli contadini ma grandi multinazionali latifondiste, spesso controllate da fondi finanziari Usa come Monsanto, che usano il glifosato (cancerogeno), sfruttano sia i terreni che i braccianti con salari nella UE impossibili. Nella filiera dei prodotti UE, queste multinazionali Sud americane sostituiranno molte piccole aziende agricole UE che coltivano bene, sano e bio, ad un prezzo minore (ma anche di minore qualità…tanto non si vede).
Ci sarebbe un modo per evitarlo: fare un accordo, come quello fatto con l’India, che esclude il settore agricolo o introdurre etichette che tracciano tutta la filiera in modo che i clienti (con QR code ed etichette) possano sapere davvero tutto della filiera agricola. Ma non si fa, se no si dovrebbe dire che il 90% della carne bovina della bresaola della Valtellina proviene dal Brasile o che i fornitori agricoli sono poco pagati. Tutte cose che si potrebbero fare, specie oggi che c’è la cosiddetta “Intelligenza Artificiale”, ma che non si fanno per questioni di profitto e di potere. Lo spiraglio c’è perché, anche dopo l’accordo, ciò potrà essere materia di gestione e, comunque, ogni parlamento nazionale deve ratificare.
E’ quindi comprensibile che ci siano forti opposizioni delle associazioni agricole (e specie dei contadini francesi, italiani, polacchi). L’élite UE ha dovuto aumentare i fondi per la politica agricola (per convincere alcuni Stati e i contadini), anziché tagliare i fondi come voleva, per cui il budget agricolo è rimasto lo stesso anche per i prossimi 7 anni (2028-2035). Sarà però gestito dalle singole nazioni (un passo indietro).
In termini di valore, le carni bovine rappresentano il 3% del consumo annuo degli europei e stime analoghe riguardano pollame, zucchero. Si ridurranno i prezzi per i consumatori ma saranno penalizzati i nostri contadini che producono prodotti sani e bio. Vantaggi con prezzi più bassi ci sarebbero anche per chi trasforma marmellate, conserve, biscotti, cereali per la colazione, latte artificiale, alimenti per animali domestici, e per la carne suina, lattiero-caseario, vino, liquori, bevande, ma anche formaggi francesi, prosciutti italiani, liquori irlandesi, salsicce tedesche, i cui trasformatori potranno acquistare dal Sud Americani la materia prima per vendere a prezzi inferiori. Il risultato sarà cibo nei supermercati a minor prezzo e più scadente e minor occupazione agricola UE.
Si salva il vino che potrebbe beneficiare dell’export, ma bisogna fare attenzione anche a un altro problema: già ora con le IGP (Indicazione Geografica Protetta) ci sono prodotti che risultano realizzati in Italia ma con materie prime estere. Una pasta fatta con grano italiano al 51% è presentata come al 100% made in Italy e questo varrà per molte lavorazioni. Per questo ci vorrebbe una legge molto più precisa per quello che riguarda la tracciabilità e l’indicazione dei Paesi.
Gli agricoltori europei, specie quelli più piccoli che producono sano e bio saranno i più colpiti, specie in un periodo in cui cala il reddito e ci si rivolge a prodotti coi prezzi più bassi. I cittadini più poveri (che acquistano guardando al prezzo) saranno i più colpiti. Tutti sanno che una cattiva alimentazione mina la salute, l’iniziativa e il pensiero. Crescerà la spesa sanitaria pubblica.
Per evitare la via anglo-americana del cibo spazzatura (inglesi e americani sono quelli che spendono meno per l’alimentazione, 10% del reddito contro una media UE del 15-20%) che mina la salute e che paghiamo poi come Stati, sarebbe necessario migliorare (non peggiorare) la qualità della filiera agricola e la tracciatura dei fornitori in modo che i consumatori sappiano chi coltiva e quanto viene pagato; diversamente, si afferma una logica consumista a cui aderisce anche la UE.
Si dirà: ma i prezzi degli alimenti così non calano! Certo, ma gli italiani spendono oggi pochissimo del loro reddito per gli alimenti (17% in media, rispetto al 50% dei nostri nonni) e sarebbe intelligente, specie per un paese come l’Italia, avere un’agricoltura e un’alimentazione di qualità, a costo di spendere una cifra che è comunque bassa (1/6 del proprio reddito), perché un’agricoltura italiana ben fatta migliora non solo la salute, ma il paesaggio, la sua manutenzione, che non si vede chi farà quando tutti i contadini saranno spariti.
Le stesse associazioni agricole, che ora protestano, per essere coerenti non dovranno cedere su norme come le emissioni del bestiame, anti-deforestazione, l’uso eccessivo di pesticidi, il benessere degli animali, indebolendo la regolamentazione interna europea.
La UE avrebbe potuto usare il Mercosur per portare il Sud America gradualmente agli standard più elevati UE in materia di sostenibilità, salute alimentare, qualità dei prodotti e dei salari, piuttosto che invertire la marcia su ecologia, biodiversità e standard ambientali e sanitari.
E’ la stessa via che abbiamo tracciato con l’India (escluso il settore agricolo) e che si dovrebbe fare anche con l’Africa di cui la UE è il maggior partner (nel 2024 con 355 miliardi, mentre Cina e India insieme fanno 400 miliardi e solo 70 gli USA), sviluppando un modello di equa reciprocità, attento allo sviluppo delle comunità locali africane, alla piccola agricoltura per aiutarli a produrre cibo sano per il mercato africano (e domani per l’estero, se è sano), mantenere la biodiversità, manutenere il territorio, rispettare la Natura, i diritti dei lavoratori.
Il contrario del piano “Mattei” (che si rivolterà nella tomba per l’uso del suo nome), che è quello di BF: affittare per 49 anni grandi estensioni da 10mila ettari coltivate in modo intensivo con trattori e pochissima manodopera per produrre soia, mais, arachidi e riso secondo un modello coloniale che distrugge la piccola e media impresa africana (oggi chiamata “di precisione” perché usa robot e droni), mentre la cooperazione italiana (con soldi pubblici) crea attorno all’azienda privata BF scuola e strade. Un modello tipico delle multinazionali in cui i profitti sono privatizzati, si socializzano le perdite a carico dello Stato italiano e l’agricoltura sarà allineata al latifondismo americano e consumerista, che distruggerà l’agricoltura africana e contribuirà a creare disuguaglianze e inquinamento. Più che agricoltura quella è l’applicazione del modello industriale alla Terra.
Che dire poi della nuova ri-nazionalizzazione dei fondi PAC agricoli? Un passo indietro nella leale competizione e negli aiuti ai veri contadini, tema sollevato anche dalla Corte dei Conti UE che ha bocciato l’assorbimento della PAC nei 2mila miliardi del budget UE.
Gli agricoltori vogliono una legge a livello europeo sulla tracciabilità dei prodotti. Ci sono leggi nazionali che però sono in deroga, vengono prorogate di anno in anno o per un certo periodo, ma non esiste una legge UE che obblighi a indicare sull’etichetta il Paese d’origine. In Italia per certi prodotti esiste questo obbligo, ma in virtù di un decreto che viene prorogato da 12 anni. Se ne sta parlando a livello europeo e Francia e Spagna si sono mosse in questa direzione.
Il mio amico Lula è d’accordo perché anche per lui è un successo “politico” per essere rieletto alle prossime elezioni del 2026, ma in Sudamerica i piccoli e medi agricoltori sono contrari a questo accordo, perché darà il via libera alla grande agricoltura industriale, quella che sfrutta i territori e farà morire anche in America Latina (com’é avvenuto da noi) le piccole aziende. Tutto il settore agricolo fa un ulteriore passo verso la concentrazione fondiaria di poche multinazionali o fondi di investimento che considerano gli alimenti delle commodity da vendere al minor prezzo possibile.
In sostanza vince l’industria, la grande azienda agricola, l’export, chi vuole prezzi più bassi. Perdono i contadini, quel 20% che vuole un’alimentazione sana a costo di pagarla un po’ di più, la salute degli europei, il paesaggio (che diventerà più brutto) e la manutenzione del territorio (che si farà sempre meno).
[1] 800 miliardi di riarmo e 3,5% di spese militari come nuovo obiettivo dei singoli Stati, con conseguente forte incremento degli acquisti di armi made in Usa, 800 miliardi di investimenti in USA, sostituzione del gas russo con quello americano costoso il triplo,…) a cui mi permetto di aggiungere nessuna sanzione per Israele, isolando così la UE col resto del mondo.
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