Presto di mattina /
Sotto l’albero di Matteo
Tempo di lettura: 16 minuti
Presto di mattina. Sotto l’albero di Matteo
Scrivere, un atto di comunità
In un articolo del 1950 Dorothy Day – giornalista e attivista sociale e pacifista statunitense che nel 1933 fondò assieme al contadino francese Peter Maurin prima un giornale e poi il Movimento dei Lavoratori Cattolici – spiega il perché dell’importanza dalla scrittura: «Scrivere è un atto di comunità. È una lettera che serve a confortare, a consolare, ad aiutare, a consigliare da parte nostra e a chiedere da parte vostra. Fa parte dell’associazione umana che ci lega. È un’espressione dell’amore e dell’interesse che abbiamo gli uni verso gli altri» (Jim Forest, Doroty Day. Una biografia, Libreria Editrice Vaticana; Jaca – Book, Milano 2011, 119-120).
La scrittura deve portare ad agire e il giornalismo deve essere capace di parlare alle persone reali, a eventi reali in una dimensione spirituale. Scrittrice d’inchiesta aveva sempre con sé un quaderno ove appuntava i propri pensieri con la stessa naturalezza – come annota il suo biografo – con cui respirava. Scrive di lei Jim Forst: «Dorothy amava le parole, godeva di come si potessero cucire insieme per far cambiare le stagioni, saltare attraverso lo spazio e il tempo o semplicemente descrivere le cose quotidiane che trovava più attraenti», (ivi, 25).
La sua è una scrittura “rivoluzionaria” oltreché comunitaria: «abbiamo bisogno di una rivoluzione che cominci adesso… Dobbiamo continuare a far sentire la nostra voce fino a quando non saremo messi a tacere – e anche allora, in prigione o in campo di concentramento, dovremo ancora esprimerci» (Giulia Galeotti, “Siamo una rivoluzione”. Vita di Dorothy Day, Jaca Book, Milano 2021, 9; 259».
Ma per lei scrivere era anche un atto di amore, una forma di preghiera: «Scriviamo in risposta a ciò che ci sta a cuore, a ciò che riteniamo importante, a ciò che vogliamo condividere con gli altri. (…) Qual è la distinzione tra scrivere e fare ciò che alcune persone fanno? Ognuno è un atto. Entrambi possono essere parte della risposta di una persona, una risposta etica al mondo», (ivi, 270).
Cose nuove e cose antiche
Lo scrivere come un atto di comunità, come una tessitura esistenziale di vite e eventi intimamente connessi. Tutto ciò mi ha fatto pensare all’evangelista Matteo, lo scriba esperto di scrittura, lettura e contabilità, il cui vangelo ci accompagnerà nel nuovo anno ogni domenica. Lo ha composto modellando l’esistenza di Gesù sulla Torà mosaica, la legge di Mosè, i primi cinque libri della Bibbia ebraica.
Gesù messia è per lui la Torà vivente, che Egli salvaguarda, ridandole fondamento e pienezza di rivelazione. Come nuovo Mosè, Gesù insegna il grande comandamento da cui dipendono sia la Torà che i Profeti: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso». (Mt 22, 36-39). Un insegnamento che prelude al dono della sua vita: una nuova alleanza nel suo sangue versato che riconcilia perdonando (Mt 26, 28).
Matteo dispone e sviluppa così l’insegnamento di Gesù in cinque grandi discorsi: le beatitudini dal monte; il discorso missionario; quello delle parabole del Regno, il discorso comunitario e quello escatologico della venuta del regno di Dio.
Nel suo vangelo Matteo inserisce queste parole di Gesù come rivolte anche a se stesso: «ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Matteo 13,51-52). L’espressione “Cose nuove e cose antiche” (il Vangelo, la Legge e i Profeti), si riferisce al fatto che Matteo, che scrive per una comunità di giudeo-cristiani, attraverso citazioni, dette di compimento, intende mostrare come in Gesù le promesse antiche, la legge stessa di Mosè, le profezie messianiche hanno trovato pieno adempimento in lui.
Con voi tutti i giorni per tessere il vangelo tra la gente
Salvaguardare l’antico nel nuovo intimamente connessi è la premura di Matteo: quella di non perdere nulla delle scritture ebraiche declinandole nella vita del Figlio di Dio. Così la sua scrittura diviene un’opera di tessitura tra le promesse di Dio e il loro compimento in Gesù, un atto di ospitalità nelle parole nuove delle parole antiche.
Da uno sguardo complessivo gli studiosi hanno notato la grande inclusione tra l’inizio e la fine del suo vangelo. “Con” è preposizione di relazione, le espressioni “con noi”, “con voi”, “in mezzo a voi” strutturano anche l’itinerario e l’intreccio testuale del suo vangelo che declina come tema dominante l’impegno etico.
Ciò nondimeno il vangelo di Matteo non può essere assimilato a una semplice raccolta di insegnamenti e norme etiche. Tutto è visto alla luce della svolta pasquale, dell’esistenza concretissima del Nazareno, umiliato e crocifisso, della fede in lui che genera la sequela dei discepoli e la loro missione di annuncio del Risorto alle genti. L’intreccio strettissimo tra passato e presente della storia di salvezza, la tessitura tra memoria e proclamazione del vangelo della risurrezione, fanno di Gesù non solo un maestro o un legislatore ma il salvatore: il suo nome Gesù significa Dio salva, è salvezza del suo popolo (Mt, 1, 21).
Il biblista Alberto di Mello, a proposito di questo, evidenzia con altri: «la grande inclusione tra il nome di Emmanuele dato a Gesù secondo la profezia di Isaia, che è spiegato come significante “Dio con noi” (1,23), e la promessa rivolta ai discepoli dal Risorto: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (28,20)» (Evangelo secondo Matteo, Ed Qiqajon, Mangano [TO] 2025, 40).
Così questa inclusione tra l’inizio e la fine, presuppone che vi sia una struttura testuale convergente in un centro, le parabole del regno e, negli stessi vangeli dell’infanzia vi è una prefigurazione di quelli della passione e della Pasqua. Nella storia di Gesù e nella sua itineranza dentro e fuori le strade della Palestina, dall’Egitto a Nazareth, dalla Galilea a Gerusalemme, Matteo fa rivivere la storia dell’esodo, la pasqua ebraica, l’itineranza nel deserto verso la terra promessa. Così Gesù realizza nel testo matteano anche la promessa di Dio per bocca del profeta di Osea che dice: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio» (Mt 2,15).
Adempiere ogni giustizia
Al battesimo presso il fiume Giordano, Matteo indica che fin dall’inizio tutto il ministero e l’insegnamento di Gesù, in fila con i peccatori per essere battezzato da Giovanni, sono posti sotto il segno della giustizia. Egli è venuto infatti ad adempiere ogni giustizia e al Battista che vorrebbe trattenerlo Gesù risponde: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia» (Mt 3,15).
Una giustizia che non consiste nell’osservanza formale, esteriore della legge mosaica, ma comporta e chiede un’adesione totale del cuore, della vita alla parola di Dio. L’ipocrisia sta agli antipodi della giustizia e Gesù citerà il profeta Isaia dicendo: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» (Mt 15, 8).
La giustizia richiede unità e integrità del cuore, piena corrispondenza tra il “dire” e il “fare”. Si tratta di una giustizia profondamente intrecciata con la misericordia e la compassione, così come testimonia la parabola del giudizio finale di Matteo che indica i giusti come coloro che hanno dato da mangiare agli affamati, visitato i carcerati, ospitato gli stranieri, assistito gli ammalati.
Una giustizia sovrabbondante
Ci fa notare ancora Alberto di Mello nel suo commento a Matteo «che il verbo “compiere” (pleroo) viene usato da Matteo in due sensi: per realizzare nella vita di Gesù le profezie dell’AT (citazioni di compimento); oppure per radicalizzare le esigenze della Torà (discorso della montagna). In questo caso, entrambi i sensi sono presenti, perché “compiere ogni giustizia” non si contrappone a “compiere l’ingiustizia” ma a “compiere una giustizia parziale”, non tutta la giustizia» (ivi, 98). «Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli» (Matteo 5,20).
Per essere annunciatori del Regno di Dio, i discepoli sono allora chiamati a una giustizia più grande, quella che ricorre, come parola chiave, nel discorso del monte introdotto dalle Beatitudini. Essa ha valore di fedeltà, coerenza della nostra obbedienza alla parola di Dio e alla giustizia secondo il Regno. Il discorso passa poi dalle beatitudini all’invito a una “giustizia più abbondante”, più radicale rispetto a quella della Torà veterotestamentaria.
Non v’è da temere. Per non sentire le beatitudini e tutto il discorso del monte fuori dalla nostra portata, impossibile da vivere, il discepolo deve vedere prima di tutto nelle beatitudini la stessa vita esemplare di Gesù. La giustizia abbondante è lui. La grazia oltre ogni misura è lui, riversata nelle sue relazioni con la gente e donata ai suoi amici. Le beatitudini altro non sono che la sua vita e la grazia del Padre suo esondante verso l’umanità.
Come al Giordano in fila con i peccatori così è lui che dobbiamo vedere in fila con i poveri, all’ultimo posto, con gli afflitti, i miti, gli affamati e assetati di giustizia, i misericordiosi, con quelli che non hanno un cuore doppio, che praticano la pace e subiscono ingiustizia per la causa dell’uomo e la sua dignità.
Una giustizia ristretta
La parabola dei lavoratori della vigna, dove si viene accolti al lavoro anche all’ultima ora, ricevendo comunque lo stesso salario pattuito dal fattore con i primi, suscitando le loro mormorazioni, è il testo più rappresentativo di questa giustizia superiore, non commisurativa perché legata ai bisogni anziché ai meriti. È la “misura traboccante” di Dio, che si scontra fortemente con l’aspettativa e la logica umana.
Il padrone della vigna rispondendo a uno degli operai della prima ora, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io buono?» (Mt 20, 13-15).
Giustizia ristretta è amare il prossimo e odiare il nemico con diceva la Torà. In Gesù dobbiamo vedere quella sovrabbondante di colui che ama i nemici e prega per loro, al pari del Padre suo e nostro che fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (cfr. Mt 5, 43). Come lui è l’invito di Gesù ai suoi amici.
La regola d’oro
La misura per il discepolo è il maestro. E per raggiungerla egli propone, per rapportarsi con giustizia agli altri, di tenere come misura se stessi. Questa è la regola d’oro di Matteo da cui partire; le parole di Gesù: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (7, 12).
Gesù è così la misura del discepolo: «Con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi» (7, 1-2). Giustizia stretta è quella calcolatrice, che impone rigidezze agli altri, chi la praticherà riceverà una misura stretta. Ad una giustizia superiore di apertura e di dono corrisponderà invece quella sovrabbondante del Padre la cui misura è una smisuratezza incommensurabile.
«Entrate per la porta stretta. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!» (Mt 7,13-14). È Gesù la porta stretta, quella di una giustizia come amore sovrabbondante, quella della sua passione di amore irreversibile che ha ribaltato la porta chiusa della morte.
Sotto l’albero di Matteo
Una giustizia senza amore è ingannatrice e rapace; è come un albero sradicato, decaduto: «Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Dai loro frutti dunque li riconoscerete» (Mt 7,15-20).
Ci ha ricordato Romano Guardini che «un albero è una cosa primordiale; pieno di mistero e nel tempo stesso si attesta come una realtà sicura. E con quale forza quest’attestazione si compie in forme sempre nuove!» (Diario, Morcelliana, Brescia 1983, 113). Così mi sono domandato quale potrebbe essere l’albero in grado di rappresentare il vangelo di Matteo?
In riferimento al discorso comunitario di Matteo e a quello parabolico, ho pensato al tiglio/tilia. Il nome botanico deriva dal greco ptilon (“ala”) o ptileia (“olmo”), per le sue foglie che vicine al fiore lo proteggono e poi fanno da ala ai frutti quando vengono portati via dal vento. In archeologia è una sottile lamina d’oro o argento che riveste statue e oggetti. Scrive del tiglio Mario Rigoni Stern ne L’Alboreto selvatico: «Il tiglio era anche chiamato ‘albero di giustizia’ perché attorno ad esso si riunivano i saggi a sentenziare» (Einaudi, Torino 1991, 36).
In una poesia di Franco Arminio il senso è ancora più esplicito:
Il tiglio di Rocca San Felice
non è al centro della piazza,
è la piazza stessa.
Fuori dalla sua ombra
il paese è già periferia.
(Cedi la strada agli alberi, in Poesia degli alberi, Luca Sossella editore/ MML srl, Lavis [TN], 2022, 984)
Piantato nella piazza centrale dei villaggi e delle città dell’Europa centrale e settentrionale, il tiglio era considerato albero della comunità perché simboleggiava la coesione sociale, la protezione e l’unità di una collettività. Sotto questo albero testuale Matteo scrive per la sua comunità e lì trova coesione la tradizione giudeo-cristiana, l’antico e il nuovo, unitamente alle aspirazioni alla giustizia e la vita dei “gentili”, i pagani e quelli di fuori, neocomunitari.
Matteo: vangelo dell’universalità
Nel vangelo di Matteo ci si può riferire pure ad un altro albero come simbolo della dinamica universalistica che lo anima: l’apertura della salvezza anche ai non ebrei, ai pagani, agli stranieri, “molti da oriente e occidente siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel Regno dei cieli” (8, 11). Un’accoglienza e un’ospitalità universale per tutte le genti.
Già da subito il vangelo si apre con una genealogia di Gesù che inizia chiamandolo figlio di Davide, suo discendente, ma al contempo egli è detto pure figlio di Abramo, il padre di tutti i credenti. Così l’universalismo, già presente nei profeti, ora è portato a compimento con la nascita di Gesù. Così le promesse di Dio non restano un privilegio di pochi, ma si allagano a tutti i popoli.
La genealogia di Gesù è strutturata in tre tappe, ognuna composta da 14 generazione. Tutto ciò indica una perfezione numerica: 14 è il doppio di 7 (il numero della perfezione) e tre serie di 14 indicano che la storia in Gesù ha raggiunto la sua pienezza definitiva. È una genealogia inclusiva, senza frontiere, sottintende l’universalismo della salvezza; meticciata poi, una mescolanza di culture e popoli.
In essa stranieri e irregolari secondo la legge e quattro donne entrate nella storia di salvezza, nella discendenza, per la loro fede, fino a giungere a Maria, colei che ha creduto alla Parola. Pensiamo poi ai Magi venuti dall’Oriente nei racconti dell’infanzia. E ancora a Gesù rabbi degli sconfinamenti anche esistenziali; l’universalismo nel grande mandato finale dopo la risurrezione, ai discepoli: un vangelo da portare a tutti i popoli.
Figlio dell’uomo
Anche il titolo con cui Gesù amava designare sé stesso abitualmente, Figlio dell’uomo, ha una connotazione di singolarità e universalità insieme. Ispirato alla visione apocalittica di Daniele 7,13 è rimodellato da Gesù sulla sua persona; dice di colui che è qui tra noi con la sua umiltà e povertà: “il Figlio dell’uomo non ha neppure un sasso dove posare il capo” (8,20); egli è il Figlio dell’uomo sofferente ricordato negli annunci della passione, “venuto per servire e dare la vita per tutti” (20,28).
Nello stesso tempo tuttavia Gesù è il Veniente da Dio, il Figlio dell’uomo glorioso seduto su un trono di gloria che verrà nel tempo ultimo a dare compimento alla storia. Così nella figura del Figlio dell’uomo vengono a coincidere colui che è il più alto presso Dio come nella visione di Daniele e al contempo colui che più di tutti si è anche abbassato, impastato di umanità al punto di identificarsi con gli uomini più sofferenti: “avevo fame e mi hai dato da mangiare, ero forestiero mi hai accolto, prigioniero e malato visitato… tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (cfr. 25,31-46).
Matteo non tralascia infine, nel suo vangelo, di narrarci degli incontri di Gesù proprio con i lontani e gli esclusi, gli emarginati e quelli che non hanno alcuna appartenenza al popolo di Israele ma vi dimorano ai margini, esaltandone soprattutto la grandezza della loro fede: il centurione romano (8); la donna cananea (15); la chiamata stessa di Matteo e il pranzo con i peccatori (9,9-13); l’incontro con gli indemoniati (8,28-34); con i malati, i lebbrosi, le donne, i bambini.
L’albero dello straniero
Per questa apertura e accoglienza all’altro, allo straniero accolto, il vangelo di Matteo potrebbe essere ancora rappresentato dall’albero del noce, sia per l’etimologia che per il suo simbolismo cristologico e mistico.
L’espressione “lo straniero tra noi” la troviamo nel nome inglese del noce, detto “Walnut”; in antico inglese, la radice wal- significava “straniero” Wales (Galles): la terra degli “stranieri” (per gli Anglosassoni) e “Nut” (hnutu), significa semplicemente frutto con guscio. I Romani la chiamarono “wal-hnutu”, ovvero la “noce che viene dagli stranieri”. La noce allora diventa il frutto che viene da fuori, ma che ora è qui con noi. La noce divisibile in due parti tiene uniti due mondi, così come la genealogia meticciata proposta da Matteo tiene insieme la radice ebraica e l’innesto universale.
Il noce «ama la luce, predilige i terreni profondi, freschi e fertili. Albero socievole ma non da bosco perché l’ombra densa lo farebbe deperire; per questo lo troviamo accosto alle case, nelle alberature campestri, nelle vallicelle, nei campi o nei pascoli» (Rigoni Stern, ivi, 77). Così è similmente dell’albero genealogico di Matteo che si espande: parte da un seme piccolo (Abramo) e viene progressivamente alla luce, generazione dopo generazione e diventa un’ombra di luce, una dimora sotto cui possono riposare tutti i popoli.
«Sono scesa nel giardino delle noci»
Il riferimento biblico alla noce lo troviamo nel Cantico dei Cantici 6, 11; dice l’amata: «Sono scesa nel giardino delle noci, per vedere i germogli della valle, per osservare se la vite era fiorita e i melograni erano in fiore», che ispirerà la letteratura dei spirituali medievali. Già sant’Agostino nel Sermone 112 indicava la noce come simbolo di Cristo. Il mallo sta per la carne di Gesù, la sua umanità; il guscio allude alla croce e al suo patire, il gheriglio alla sua divinità.
Nel XII secolo, Ugo di San Vittore (1096–1141), riprende il simbolismo di Agostino a partire dal commento al Cantico, 6,11: «La noce è Cristo. Il mallo della noce è amaro: così la carne di Cristo fu amara nella passione. Il guscio della noce è duro: così la croce di Cristo fu dura nella morte. Il gheriglio della noce è dolce: così la divinità di Cristo è dolce nella beatitudine». Per il monaco Ugo il simbolismo della noce ci insegna pure a leggere le Scritture, dove la corteccia è il senso letterale del testo, il gheriglio il senso spirituale a cui si giunge rompendo il guscio attraverso la meditazione, l’orazione, la contemplazione, l’azione che guideranno mediante la fede all’incontro con il Cristo.
Ode all’albero, antico simulacro,
che nell’eterno silenzio s’alza,
custode d’ombre e di segreti arcani,
tra le brume d’un giorno immobile.
Le sue fronde s’intrecciano al cielo,
ricami d’ebano e foglie cerulee,
dove il vento, spirito errante,
sussurra ballate dimenticate. …
Oh, albero di noci, ieratico e muto,
scolpito nei miti, avvolto nel mistero,
sei il portale d’un mondo lontano,
dove l’anima sfiora l’infinito.
(Maurizio Trapasso: https://www.aphorism.it/poesie/l-albero-di-noci/).
Non temere di prendere con te le Beatitudini, facendolo vedrai la Sua vivente Icona e a te correranno le sue parole.
Nel suo testo Il Figlio dell’uomo, (Tutte le poesie e i racconti, Newton Compton editori, ebook, Roma 2012, 161), Kahlil Gibran poeta libanese (1883-1931) fa parlare i personaggi del vangelo, tra cui Matteo, proprio sulle Beatitudini e sul Padre nostro.
«Un giorno, nel tempo del raccolto, Gesù ci chiamò a sé sulle colline, insieme ad altri compagni. La terra spandeva fragranze e, come nel giorno delle nozze la figlia di un sovrano, risplendeva di tutte le sue gemme. Il cielo era il suo sposo.
Gesù sedette in mezzo a noi.
E Gesù disse: “Beati i sereni in spirito.
Beati coloro che non sono schiavi delle ricchezze, perché saranno liberi.
Beati coloro che serbano memoria della loro pena, perché nella pena attendono la gioia.
Beati coloro che hanno fame di verità e di bellezza, perché la loro fame porterà pane, ed acqua fresca la loro sete.
Beati i miti, perché dalla loro mitezza saranno consolati.
Beati i puri di cuore, perché saranno una cosa sola con Dio.
Beati i misericordiosi, perché avranno in sorte la misericordia.
Beati coloro che operano per la pace, perché il loro spirito dimorerà al di sopra della battaglia, ed essi trasformeranno il cimitero dei poveri in un giardino.
Beati coloro che sono inseguiti, perché avranno ali e veloci saranno i loro piedi.
Esultate e rallegratevi in cuore, perché avete trovato il regno dei cieli dentro di voi
… Alla fine parlai; e dissi: “Vorrei pregare, ora. Ma la mia lingua è pesante. Insegnami Tu a farlo”. E Gesù disse: “Quando desideri pregare, lascia che sia la tua fede a pronunciare le parole. Ecco, la mia fede ora mi induce a pregare così: Padre nostro che sei in terra e in cielo, sia santificato il Tuo nome. Sia fatta la Tua volontà, in terra e in cielo. Dacci oggi il nostro pane quotidiano. Perdonaci nella Tua misericordia, elargiscici il dono di saperci perdonare l’un l’altro. Guidaci sino a Te, e nell’oscurità tendici dall’alto la Tua mano. Perché Tuo è il regno, e in Te è la nostra potenza e il nostro compimento».
Stava calando la sera e Gesù si incamminò giù dalle colline, e noi tutti lo seguimmo. E mentre lo seguivo, io ripetevo la Sua preghiera, e tutto ciò che aveva detto mi tornava alla mente: perché sapevo che le parole, cadute quel giorno come fiocchi di neve, erano destinate a posarsi e a farsi resistenti come cristalli, e che le ali che si erano librate sopra il nostro capo avrebbero scosso la terra come zoccoli di ferro» (ivi, 161-162).
Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/schuetz-mediendesign-608937/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=970451″>Christoph Schütz</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=970451″>Pixabay</a>
Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.
Lascia un commento