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Antonio Giolitti e la Patrimoniale del 1963

Antonio Giolitti e la Patrimoniale del 1963 

E’ il 1963. L’Italia è in pieno boom economico.
I salari reali (cioè dopo l’inflazione) sono cresciuti negli ultimi 15 anni ad una media annua del 5%. Cosa mai vista nella storia, che si ripeterà solo nel quinquennio 1969-74 e poi mai più, come sa chi lavora.
Nel ’62 c’è stato anche il primo grande rinnovo dei contratti nazionali e l’aumento dei salari reali sarà nel 1963 addirittura dell’11%, anche perché il PSI è entrato al governo con la DC e c’è il primo governo di centro-sinistra dell’Italia.

Troppo per gli imprenditori che vedono erosi i margini di profitto quasi a zero. Insieme alla destre (fuori e dentro il Governo) e con la complicità della “neutra” Banca d’Italia e di ¾ della stampa (di loro proprietà, più o meno come oggi), lanciano l’allarme rosso: i salari devono essere bloccati. Come? Con una deflazione: ridurre la liquidità monetaria, alzare i tassi di interesse e così bloccare l’ascesa dei salari. Tutti d’accordo anche nel governo tranne il ministro del bilancio, il socialista Antonio Giolitti.

Sentiamo cosa dice: “Il Psi considera i problemi economici emersi nel 1963 come il frutto di una dinamica non semplicemente congiunturale, ma di pecche strutturali dello sviluppo italiano, che investono la natura stessa dello Stato repubblicano e che vanno perciò affrontati con un programma di riforme di ampia portata. Una politica dei redditi richiede una serie di pre-condizioni, cioè impegni del governo atti ad assicurare ai lavoratori miglioramenti nelle condizioni di vita e di lavoro, in termini di redditi reali, di dotazioni civili (scuole, abitazioni, trasporti pubblici, ospedali, ecc.), di sicurezza sociale e un effettivo controllo da parte del governo su profitti e redditi non salariali, tra cui una patrimoniale sui grandi patrimoni. Solo dopo la realizzazione di queste condizioni si potrà realizzare una concreta politica dei redditi”.

Il tentativo socialista di avviare uno scambio di tipo “corporatista” tra moderazione salariale e riforme sociali fu immediatamente silurato. Il governo cade e Giolitti dà le dimissioni nel nuovo governo (sempre DC-PSI), dicendosi indisponibile a fare da «beccamorto» al suo piano.

Anche la Cgil col suo segretario Vittorio Foa poneva la questione del superamento del modello mercantilista in favore di uno sviluppo fondato sui consumi interni. Il tentativo di perpetuare il modello di crescita fondato su bassi salari e alte esportazioni sarebbe stato non solo ingiusto nei confronti dei lavoratori, ma anche sbagliato dal punto di vista dell’interesse generale: “è bene non farsi troppe illusioni sul perdurare d’un volume di esportazioni ad alto livello. È evidente che quando gli sbocchi all’estero diminuissero, il solo fattore di sostegno per l’industria italiana sarebbe la domanda interna. In queste condizioni pensare ad una tregua salariale, ad un contenimento cioè del potere di acquisto delle masse dei consumatori, è un errore di estrema gravità. C’è bisogno esattamente del contrario”.

Giulio Pastore che faceva parte del Governo (già fondatore della Cisl), aveva espresso il suo disaccordo sul destino degli 80 miliardi di maggiori entrate fiscali, arrivati grazie all’accelerazione dei consumi e al contenimento del disavanzo, proponendo di utilizzarli per soddisfare le richieste di miglioramenti economici avanzate da diverse categorie di impiegati statali, piuttosto che per una riduzione del disavanzo e criticò l’allarmismo nella valutazione degli aspetti congiunturali.

La Uil assunse una posizione attendista, salvo poi spaccarsi tra la componente socialista da una parte e socialdemocratici e repubblicani dall’altra, mentre la Cgil criticò senza remore le misure del governo, che tendevano a «redistribuire il carico fiscale a sfavore delle masse lavoratrici e popolari, colpendo indiscriminatamente i consumi». Secondo la Cgil, le risorse per il finanziamento delle riforme avrebbero dovuto venire da una patrimoniale sulla rendita e il plusvalore fondiario e dalla limitazione delle esenzioni, legali e di fatto, di cui godevano le classi più agiate.

La deflazione ridusse i salari, ma covava il ’68 che li rilanciò dal 1969 al ’74. Poi la vera deflazione arrivò e da allora i salari non sono più cresciuti.
Cambiano i tempi ma le questioni (irrisolte) rimangono. Qualcuna dice però che il Paese va bene.

Cover: Antonio Giolitti – immagine dell’Istituto Affari Internazionali

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Andrea Gandini

Economista, nato Ferrara (1950), ha lavorato con Paolo Leon e all’Agenzia delle Entrate di Bologna. all’istituto di studi Isfel di Bologna e alla Fim Cisl. Dopo l’esperienza in FLM, è stato direttore del Cds di Ferrara, docente a contratto a Unife, consulente del Cnel e di organizzazione del lavoro in varie imprese. Ha lavorato in Vietnam, Cile e Brasile. Si è occupato di transizione al lavoro dei giovani laureati insieme a Pino Foschi ed è impegnato in Macondo Onlus e altre associazioni di volontariato sociale. Nelle scuole pubbliche e steineriane svolge laboratori di falegnameria per bambini e coltiva l’hobby della scultura e della lana cardata. Vive attualmente vicino a Trento. E’ redattore della rivista trimestrale Madrugada e collabora stabilmente a Periscopio.

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