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29 aprile 1945. Piazzale Loreto.

 

Le giornate che seguono il 25 aprile fino al vero e finale armistizio, entrato in vigore il 2 maggio, sono intrise di sangue da entrambe le parti: tedeschi che in ritirata uccidono selvaggiamente civili, donne e bambini, anziani, bruciando e saccheggiando le città e partigiani che combattono scendendo a valle per liberare le città ancora occupate. I racconti di quelle lunghe giornate sono riportati alla storia da diverse prospettive, soprattutto negli anni a seguire, spesso in un tentativo di revisionismo che vuole mettere partigiani e fascisti sullo stesso piano.

L’Italia è divisa in due. A sud gli angloamericani hanno già liberato il paese. Al nord fascisti e tedeschi cercano di tener loro testa con le ultime unità ancora presenti. Non sanno di fatto cosa fare, schiacciati al nord anche dai Russi che avanzano inesorabili verso ovest.

Durante un penoso tentativo di fuga verso la Svizzera, Il Duce, la Petacci e circa 50 gerarchi fascisti vengono individuati e arrestati.
Durante la loro prigionia i partigiani li spostano più volte, preoccupati da una parte del possibile tentativo dei fascisti di liberarli e dall’altra da quello degli alleati di graziarli. Il 29 aprile è il giorno in cui Benito Mussolini e Claretta Petacci, assieme ad altri gerarchi fascisti, vengono appesi a testa in giù in piazzale Loreto. Sono stati giustiziati il giorno prima, 28 aprile. I loro corpi vengono lasciati al mattino sul piazzale dai partigiani. Le persone che man mano si radunano iniziano a capire di chi sono i corpi. Le scene che ne seguono sono talmente violente che lo stesso Sandro Pertini dichiara: “Linsurrezione si è disonorata”.

Piazzale Loreto non fu scelto a caso. Era e rimane un luogo simbolo della barbarie dei nazi-fascisti, che un anno prima, il 10 agosto 1944, avevano lì fucilato e lasciato esposti al pubblico quindici partigiani.

Nel dopoguerra la piazza prese anche il nome di piazza dei quindici.

In un comunicato il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI) rivendica l’uccisione di Mussolini rifacendosi all’art. 5 del Decreto per l’amministrazione della giustizia: “i membri del governo fascista e i gerarchi fascisti colpevoli di aver contribuito alla soppressione delle garanzie costituzionali, d’aver distrutto le libertà popolari, creato il regime fascista, compromesso e tradito le sorti del paese e di averlo condotto all’attuale catastrofe, sono puniti con la pena di morte e, nei casi meno gravi con l’ergastolo”.

Il 29 aprile è anche il giorno della resa incondizionata dei Tedeschi. La firma avviene presso la Reggia di Caserta, alla presenza di delegati della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e di un osservatore dell’Unione Sovietica.

I tedeschi vennero dotati di delega dal ministro della Difesa fascista Rodolfo Graziani, perché nel documento redatto, le forze armate tedesche rappresentavano anche quelle della Repubblica Sociale Italiana, stato non riconosciuto dagli alleati e quindi non in grado di stipulare degli accordi internazionali, nemmeno la propria resa.

«Con la presente io, Maresciallo dItalia Rodolfo Graziani, nella mia qualità di Ministro delle Forze Armate, do pieni poteri al Generale Karl Wolff, Capo supremo delle SS e della Polizia e Plenipotenziario delle Forze Armate germaniche in Italia, a condurre, per mio conto, trattative alle stesse condizioni praticate per le Forze Armate Germaniche in Italia con intese impegnative riguardo alle truppe regolari dellEsercito Italiano, dellArma Aerea e della Marina, come pure Reparti militari fascisti».

 

 

E i fascisti che fine fecero? In questi giorni ho rivisto le immagini di una Tribuna politica dell’aprile 1972.

Mario Pucci, redattore capo de Il Secolo d’Italia, il giornale del Movimento Sociale Italiano, chiede ad Enrico Berlinguer: “Quando si chiede di discutere con voi non trovate altro sistema che la fuga

Berlinguer, da pochi mesi segretario del Partito Comunista Italiano, risponde:

Sarebbe meglio che i dirigenti del Movimento Sociale Italiano non parlassero di fughe. Voi siete stati coraggiosi soltanto quando stavate dietro la protezione delle SS, allora siete stati coraggiosi, nel massacro dei giovani, dei partigiani. Quando vi siete trovati di fronte, voi fascisti repubblicani, i partigiani, siete sempre scappati”.

 

Foto di copertina di Luigi Ferrario, tratta da Lombardiabeniculturali.it

 

 

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Nicola Gemignani

Marina di Carrara, il mare e una buona lettura, non chiedo altro. Amo l’estate e odio l’ipocrisia. Amo Sergio Zavoli, il suo libro “La notte della Repubblica” e la libertà. Ariete da generazioni (padre, nonna, nonno, zie), sono un nerd mancato.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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