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27 Maggio 2020

Vite di carta /
Padri

Tempo di lettura: 5 minuti


Vite di carta. Padri

Sono stati ritrovati oggetti perduti, persone emerse dal passato. Perfino manoscritti. Ed è stata una vera fortuna per la mia amata letteratura: Manzoni insegna; anche se ha immaginato di trovare la storia di Renzo e Lucia scritta dal “buon secentista” e ha voluto giocare con ben tre narratori (e con la loro lingua), come ho avuto modo di dire in un altro numero di questa rubrica.

Ma non è di manoscritti che intendo parlare, bensì dei ritrovamenti della FASE 2. Sapete tutti a cosa mi riferisco: da qualche giorno stiamo rivedendo le nostre persone e i nostri luoghi. Dopo la interiorizzazione a cui li abbiamo sottoposti nelle settimane di clausura, avrete notato che ci sembrano più importanti e più belli, di una bellezza delicata che emoziona.

Io ho ritrovato il mercato del mercoledì nella piazza del mio paese. Che gioia! Infantile e incontenibile. Alla mia età! Ma non me ne vergogno, poiché le bancarelle e la gente mi hanno ridato energia e senso delle radici. Guardo lontano. Ci siamo abituati in queste settimane a resoconti giornalieri, ai bilanci nel numero dei contagiati trasmessi ogni ora dai mezzi di informazione.

Ho abbassato l’orizzonte anch’io, ho lavorato giorno dopo giorno, misurando le ore. Adesso è diverso: sono nella mia piazza, c’è vita intorno e mi viene voglia di spaziare.

Si espande dentro di me mio padre. Proprio dentro la piazza, che è stata il regno di mia madre ricompare lui, con la sua riservatezza a tratti selvatica e la sua ritrosia a mostrarsi. Proprio nel momento in cui gioisco del brusio e dei colori che ho intorno e penso alla tristezza di quella piazza vuota fino a una settimana fa, con la torre diroccata del castello ancora più incombente.

Otto anni fa esatti il terremoto ha privato la piazza di una parte del suo bel castello e del campanile e ora la pandemia l’ha messa a tacere. Penso “Però ora si riparte” e lui arriva. Perché ho nella mente i destini e i nostri vecchi. Lui avrebbe compiuto cento anni il 22 aprile scorso, più o meno un mese fa. Accetto che da sette anni non ci sia più, ma non posso ancora credere alla data finale che leggo ogni domenica sulla sua lapide, dove trova posto una piccola rondine scolpita nell’atto di volare.

Ora che sono accaduti eventi esiziali avrei voglia di sentire le sue parole dirette e semplici, di imparare da lui come si conciliano la commozione per ogni piccola cosa e al tempo stesso il distacco. Diceva di non sapere nulla, ma in realtà aveva capito tanto del genere umano.

Me ne ha parlato in varie occasioni ma senza impormi il suo punto di vista. Ci sto impiegando un sacco di anni a raggiungerlo in questa sua lungimiranza, peccato che i nostri tempi non si incontrino più. Abbiamo avuto tanta sintonia quando percorrevamo in bici le campagne intorno al paese, sempre rigorosamente fuori dalle strade trafficate. La faccio bastare. Ma vorrei dirgli che ora ho capito.

La lezione del dolore lui l’ha imparata da bambino, quando ha perso sua madre, la nonna Paolina, e da nessuno è più stato amato nella sua famiglia. Ha amato incondizionatamente mia madre e me quando ha formato la sua di famiglia.  E non so come abbia potuto, in tanta dedizione, lasciare posto anche a noi due, al nostro temperamento così diverso dal suo. Quello di mia madre l’esatto opposto.

Uscivo con mia madre, con lei chiacchieravo fitto fitto nei lunghi pomeriggi in casa e ridevo delle sue battute istrioniche. Ma quando lui tornava dal lavoro era il centro della casa, anche col suo modo taciturno di occuparne gli spazi. Ne avevo soggezione e ne cercavo la compagnia nei miei giochi.

Quando mi ha vista cresciuta ha lasciato molto spazio al giudizio sulle cose della sua unica figlia “che ha studiato”. Le sue battute sono diventate ancora più brevi, i giudizi un colpo di lama. Peccato non averli scritti da qualche parte; ne ripeto alcuni a memoria quando si attagliano perfettamente alle occasioni della vita e la scolpiscono al meglio.

Mi piaceva. Quando anni fa una mia collega di storia dell’arte espertissima di cinema mi disse che somigliava a un attore di Hollywood, era un tipo alla Burt Lancaster, mi si è gonfiato il petto di orgoglio e di sorpresa. Lui li aveva visti tutti i film con le star hollywoodiane, molti insieme a me, ma non si era mai riconosciuto in qualcuno di loro, né l’ho mai sentito giudicare il proprio aspetto e vantarsene. Si è sempre ‘badato’ e vestito con cura, questo sì. Dalla scomparsa di mia madre in poi con il significato aggiuntivo di rassicurare me e se stesso.

Guardo lontano. Ripercorro mentalmente la lettera di Giacomo Leopardi a suo padre Monaldo. È stata scritta duecento anni fa ed è ancora in grado di ferire chi legge. È piena di disperazione e di coraggio, di desiderio verso la realizzazione di sé; il giovane Giacomo a ventun anni vuole lasciare Recanati e rendersi autonomo, non può continuare “a seppellirsi nella più terribile noia, e per conseguenza, malinconia, derivata dalla necessaria solitudine” dentro al palazzo di famiglia. Il conte Monaldo, però, non è disposto a riconoscere la grandezza dei suoi figli; Giacomo sostiene che “ne giudica più sfavorevolmente d’ogni altra persona, e quindi non ha mai creduto che noi fossimo nati a niente di grande”.

Mi vengono in mente come dei flash altre pagine bellissime della letteratura del Novecento, altri padri fissati per sempre nelle parole di poesie e romanzi. Sono i padri i cui figli ho proposto (o imposto?) ai ragazzi di quinta, che ora affrontano l’Esame di Stato al tempo del Covid 19.

Zeno Cosini, come un novello Edipo, ingigantisce il suo e lo fa incombere negli anni della propria infanzia e giovinezza, a partire dai sigari che è vietato fumare e che Zeno ruba e fuma di nascosto. Anche Pietro Rosi rimane schiacciato dalla forza vitale di suo padre Domenico, che in famiglia e nel lavoro è il padrone indiscusso e lo fa sentire incapace e inadeguato. Mattia Pascal, poi, alla morte del padre rivela tutta la sua inettitudine: egli non sa amministrare le proprietà di famiglia, non sa fare nulla. Come Zeno ha bisogno di un amministratore che agisca al posto suo.

Mi avvio fuori dalla piazza e allora spariscono tutti questi padri coi loro figli, li lascio alle pagine che li hanno immortalati. Intanto riassaporo la piccolezza, che è la cifra mia e di mio padre. Lui è stato un uomo di nessuna fama, consapevole e imperturbato per questa sua dimensione nella quale ha saputo trovare un bel po’ di libertà. Sono pronta a riconoscerglielo, ora meglio che in altri momenti della mia esistenza, ora che la clausura mi ha insegnato a fare a meno di tanti orpelli e a guardare al fondo delle cose meglio di prima. Mi sembra che i nostri tempi siano più vicini. E torno a casa.

I riferimenti ai testi letterari provengono rispettivamente da:

  • Giacomo Leopardi, Lettera al padre, luglio 1819
  • Italo Svevo, La coscienza di Zeno, 1923
  • Federigo Tozzi, Con gli occhi chiusi, 1919
  • Luigi Pirandello, Il Fu Mattia Pascal, 1904

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di cartaclicca [Qui]

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Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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