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Vado in Vietnam tra pochi giorni e mi porto un viatico piccolo piccolo fatto soprattutto di parole. Parto con la decisione a rinunciare alle mie amate abitudini per due settimane, a sovvertire orari e attività. A non incominciare la giornata con l’adorato caffelatte.

E in cambio? Avrò la conoscenza di un altro luogo di questo pianeta, almeno in qualche sua parte. Parto armata di curiosità e di un po’ di parole.

Oggi navigando in Internet ho guardato l’alfabeto della lingua vietnamita, in attesa di sentire i suoni dei parlanti una volta arrivata a Hue, la città a cui è diretto il nostro gruppetto di sei amici. Il nostro è un viaggio a scopo benefico, andiamo alla inaugurazione della nuova ala di un orfanatrofio gestito dalle suore cattoliche dell’Ordine della Santa Croce in quella bella e antica città.

introduzione alla linguistica teoricaHo anche ripreso in mano il manuale di linguistica generale su cui ho studiato all’Università, il famigerato manuale di linguistica teorica di John Lyons [Qui], per scoprire che la lingua vietnamita più ancora di quella cinese è una lingua agglutinante, vale a dire che le sue parole sono per lo più invariabili. Dovrò scoprire quale relazione intrattengono con le cose.

Per ora ho scoperto che il sistema di scrittura è basato sulla lingua latina e che vi sono segni aggiuntivi per dare i toni di ogni parola o per creare suoni in più. Allora non posso vantarmi di conoscere nemmeno quelle tre o quattro parole apprese finora perché potrei pronunciarle malamente: sono il nome di donna Huong, che significa ‘Rosa’; la strada in cui alloggeremo di passaggio ad Hanoi, la celebre Hang Gai o strada della seta; alcune belle località del Vietnam centrale tra cui Hoi An, dove la –o reca sotto e sopra i segni diacritici di cui parlavo prima: come si pronuncerà?

Come d’abitudine prima di ogni viaggio ho consultato una guida turistica e ora mi ballano nella mente immagini e nomi che aspettano di diventare esperienza. Pronuncio a voce alta le località che interessano il nostro itinerario, ma sono di nuovo incerta, forse non ho emesso i fonemi giusti.

Tuttavia mi fido della Letteratura come fonte di conoscenza e nel dirlo faccio contenta Michela Murgia, che anni fa al Festivaletteratura a Mantova ha bene argomentato questo suo invito rivolto al pubblico e in me ha trovato una porta aperta.

quando le montagne cantanoMi fido delle storie raccontate nei libri e ritengo di avere cominciato a entrare nell’universo della storia vietnamita con la lettura di Quando le montagne cantano, l’opera prima della giornalista e poetessa Nguyen Phan Que Mai [Qui], uscita in Italia nel 2021, che ricostruisce la storia del Novecento vietnamita attraverso le vicende di una famiglia e delle sue figure femminili.

Ero al liceo nei primi anni Settanta durante la guerra per antonomasia, la guerra del Vietnam, che tanti reportage e articoli e film hanno raccontato dal punto di vista degli USA e un po’ meno da quello vietnamita. Cosa che fa questo bel romanzo, in cui la nonna Dieu Lan e la nipote Huong affrontano con forza interiore guerre e verità una più difficile dell’altra sui destini individuali e sulla storia del loro paese.

Il-nuovo-libro-Garzanti-della-geografia-volume-treHo rispolverato anche un vecchio manuale di Geografia che risale all’inizio della mia carriera alle scuole medie e ci ho ritrovato delle comode schede dedicate alla cultura religiosa del paese e un approfondimento sul periodo coloniale francese, durato dalla fine dell’Ottocento al 1954.

Ma voglio ritornare al nome Rosa, cioè Huong, che fa da filo conduttore in questa carrellata di pensieri. Deve essere un nome di donna abbastanza diffuso pure in Vietnam, difatti porta questo nome anche la guida che nei primi giorni di luglio ci farà visitare la Cittadella di Hue e ci accompagnerà verso sud a Danang e dintorni.

E siccome non c’è il due senza il tre, Rosa è il nome di una delle due protagoniste del libro scritto a quattro mani da Pif [Qui] e da Marco Lillo[Qui] che è uscito nel maggio 2021. Ho appena finito di leggerlo e l’ho appoggiato sui due volumi vietnamiti, la guida turistica Mondadori e il romanzo in cui le montagne cantano. Alla fine, pur nella loro diversità, li lega strettamente uno all’altro un nome odoroso di donna.

io possoLe sorelle Savina e Maria Rosa Pilliu sono, come recita il sottotitolo, Due donne sole contro la mafia e sono le protagoniste di Io posso, uscito presso Feltrinelli, che racconta la storia trentennale della loro resistenza ai soprusi subiti dalla mafia.

Due sorelle coraggiose che a Palermo negli anni novanta del secolo scorso hanno subito un grave danno alla loro casa a causa della costruzione abusiva di un vicino palazzo di nove piani e che fino ad ora non hanno ancora ricevuto un equo indennizzo dalla giustizia italiana. Di più: quello stesso stato che non le ha mai riconosciute come vittime di mafia ha di recente chiesto loro il pagamento delle tasse sulla somma loro dovuta come risarcimento, che però non è mai arrivato.

“Se Kafka conoscesse questa storia direbbe che è troppo”, è il commento di Pif.

Aggiunge Marco Lillo: “Nel palazzo tirato su a danno della casa delle Pilliu hanno abitato i pezzi grossi della vecchia e della nuova mafia, per esempio c’è stato Giovanni Brusca, colui che ha schiacciato il telecomando nell’attentato di Capaci”.

E loro intanto, le due sorelle, imperterrite a dire no in tutti questi anni: non vendiamo la nostra proprietà al costruttore colluso con la mafia, non lasciamo il nostro negozio né la nostra città.

Anche di un libro-inchiesta come questo, il cui taglio giornalistico nulla toglie al racconto dei fatti e sa essere venato di ironia e di anche di emotività, mi fido.E mi piace che il ricavato delle vendite sia destinato a coprire quei 22 mila e 842 euro di tasse che gravano sulle sorelle.

La motivazione è spiegata molto bene dai due autori nella penultima pagina del libro: “In fondo abbiamo pensato che lo Stato non è solo la prefettura che ha detto no alla loro richiesta di risarcimento. Non è solo quel giudice amministrativo che ha dato ragione a Pietro Lo Sicco nel 1995. Non è nemmeno quell’assessore che ha concesso la licenza a un costruttore sapendo che non ne aveva diritto. Lo Stato alla fine siamo noi. Noi che scriviamo questo libro e voi che lo state leggendo”.

Nota bibliografica:

  • Nguyen Pan Que Mai, Quando le montagne cantano, Editrice Nord, 2020 (traduzione di Francesca Toticchi)
  • Pif, Marco Lillo, Io posso. Due donne sole contro la mafia, Feltrinelli, 2021
  • John Lyons, Introduzione alla linguistica teorica, Laterza, 1975
  • AAVV, Il nuovo libro Garzanti della geografia, vol.3, 1980

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di cartaclicca [Qui]

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Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

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Caro lettore

Dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “il giornale” un’idea (geniale) nata 270 anni fa, ma che ha introdotto  dei codici precisi rimasti quasi inalterati. Nemmeno la rivoluzione digitale, la democrazia informava, la nascita della Rete, l’esplosione dei social media, hanno cambiato di molto le testate giornalistiche, il loro ordine, la loro noia.

Tanto che qualcuno si è chiesto se ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport…. Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e dà riconosce uguale dignità a tutti i generi e tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia, stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. .

Con il quotidiano di ieri, così si diceva, oggi ci si incarta il pesce. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di quasi 50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e  di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle elites, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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