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Sul ponte non sventola bandiera bianca
Quanto ci costa la guerra in Ucraina

 

Ci sono molti costi che Italia e italiani sono chiamati a sostenere per il conflitto iniziato il 24 febbraio tra Russia e Ucraina, strettamente legati al sostegno che il governo Draghi ha assicurato a quest’ultima seguendo l’esempio di quasi tutti gli altri paesi europei, oltre che le richieste statunitensi.

I costi sono sostanzialmente di tre tipi: quelli legati alle sanzioni, quelli per gli aiuti militari e per i profughi, quelli eventuali per l’ingresso nell’UE e per la ricostruzione dell’Ucraina.

Le sanzioni scatenate dal tentativo di isolamento della Russia hanno provocato una diminuzione nelle quantità di gas e petrolio importato e contemporaneamente un aumento dei prezzi. L’aumento dei prezzi delle materie prime ha fatto da volano per l’aumento di tutti i beni correlati a vario titolo, dalla benzina alla pompa, ai trasporti, ai generi alimentari fino alle vacanze. Questo aumento dei costi, si badi bene, da importazione, ha causato un aumento dell’inflazione come non si vedeva da decenni. Di conseguenza, a parità di salario siamo tutti più poveri.

Giusto per aprire una parentesi ma rimanendo in tema, l’inflazione sarà combattuta con l’aumento dei tassi da parte delle banche centrali, il che farà aumentare il costo del denaro e quindi dei nostri mutui. E’ stato calcolato che già il primo aumento dei tassi deciso il 21 luglio dalla BCE di 0,50 punti porterà su un mutuo già contratto a tasso variabile di 200.000 euro un aumento di 60 euro al mese. Aumenti che dovranno essere sopportati anche da coloro che accenderanno nuovi mutui a tasso fisso.

Federconsumatori ha calcolato che il costo aggiuntivo medio in campo energetico e alimentare sarà di 1.228 euro a famiglia. La Cgia di Mestre calcola invece che il calo del Pil per il 2022 sarà di circa 24 miliardi e questo si tradurrà in una perdita media per ciascuna famiglia italiana di 929 euro.

Di fatto ci sono aumenti nel costo della vita che possiamo calcolare anche senza l’aiuto delle associazioni di consumatori, visto la loro incidenza sulla nostra vita quotidiana. La benzina a luglio 2021 costava mediamente 1,650 euro contro i 2 euro di oggi, le bollette del gas sono quasi raddoppiate sia per famiglie che imprese, prenotare una vacanza costa tra il 15 e il 20% in più come costa notevolmente di più fare la spesa al supermercato.

Ci sono poi i costi affrontati, e che stiamo continuando ad affrontare e pianificare, per il sostegno ai profughi ucraini e per gli armamenti. Si intendono sia le spese per le armi che inviamo direttamente sul posto, sia le spese per il mantenimento dei nostri militari in prima linea ai confini del “nemico” russo.

Draghi aveva dichiarato ad aprile che l’Italia aveva speso per gli aiuti umanitari 610 milioni di euro, di cui 110 inviati direttamente a Kiev. Il sole24ore aggiornava il 10 maggio la cifra a 990 milioni di euro, siamo a luglio ed è facile presumere che abbiamo superato il miliardo. Per la cronaca, Il fatto quotidiano denunciava il 30 giugno che lo Stato non aveva ancora assolto i suoi doveri nei confronti dell’80% dei privati che avevano aderito all’appello e avevano accolto cittadini ucraini.

L’invio di armamenti viene invece effettuato attraverso il nuovo strumento European Peace Facility (EPF) al quale l’Italia partecipa seconda la sua quota UE, ovvero il 12,5%. Lo stanziamento iniziale per il finanziamento dell’operazione di sostegno bellico all’Ucraina era di un miliardo, ma dovrebbe arrivare a un miliardo e mezzo. Per l’Italia il contributo impegnato è di 125 milioni, che arriverebbe a 187,5 milioni di euro se verrà deliberata l’ulteriore tranche ipotizzata.

Con questo strumento si supportano anche altri paesi nei quali sono in corso conflitti. Nel corso del 2021 sono stati spesi quasi 259 milioni di euro per forniture militari e supporto militare di vario genere a Paesi africani (85 milioni alla Somalia, 44 milioni al Mozambico, 35 milioni al G5 Sahel, 24 milioni al Mali e 10 milioni a Camerun, Chad, Niger e Nigeria), alla Georgia (12,75 milioni), alla Bosnia (10 milioni), alla Moldova (7 milioni) e all’Ucraina (31 milioni in ospedali da campo, sminamento, logistica e cyber-difesa). L’Italia ha fatto la sua parte sempre per il 12,5%.

Nell’ambito delle spese militari per il “contenimento” della Russia rientrano anche altri 78 milioni di euro necessari per mantenere in Romania un massimo di 12 caccia militari (inizialmente erano 4, attualmente sono 8) e 260 uomini, in Lettonia più di 200 alpini della Brigata Taurinense con decine di carri armati ruotati Centauro e cingolati da neve nell’ambito della missione NATO ‘Baltic Guardian’. Ci sono poi da conteggiare circa 200 marinai sulla fregata Fremm ‘Carlo Margottini’ e sul cacciamine Viareggio necessarie alla missione della forza navale permanente della NATO, cui la Marina Militare attualmente partecipa per le operazioni di contrasto nel Mar Nero e nel Mediterraneo orientale.

Ai costi cui stiamo già partecipando attivamente si potrebbero aggiungere quelli di un eventuale ingresso dell’Ucraina nell’UE. Come si sa l’Italia, insieme a Germania e Francia, è uno dei Paesi che rimette all’Unione più di quanto riceve. E’ un contributore netto, come si dice. Questo è dovuto principalmente all’ingresso dei paesi dell’Est come Polonia, Ungheria e Romania e a cui si aggiungerà, eventualmente, l’Ucraina che già prima della guerra era uno dei paesi più poveri d’Europa e che quindi sarebbe ovviamente un nuovo percettore netto di contributi italiani via Unione Europea.

A questo si aggiungerebbero i costi della ricostruzione. Sono costi davvero ipotetici, ma si consideri che a Lugano, in Svizzera, è andata in scena la “conferenza per la ripresa dell’Ucraina” dove il presidente Zelensky ha presentato un piano decennale per la ricostruzione da 750 miliardi di euro. Certo le bombe cadono ancora, ed è difficile immaginare quanto possa essere realistico un piano del genere. Tuttavia già molti nostri politici si sono fatti avanti, dichiarando che ovviamente l’Italia sarà in prima linea nella ricostruzione.

L’EUROPA E LA SPERANZA:
due settimane decisive per rinascere o morire

Nei prossimi giorni si decide la sorte della prossima Unione Europea.
Il Governo italiano insieme a Francia, Spagna ed altri 7 Paesi – che detengono sia la maggioranza del Pil dell’Eurozona (60%), che della popolazione (65%) – chiedono ai Paesi partner (Germania, Olanda, Austria più il blocco dei Paesi dell’Est Ungheria, Polonia ecc.) di introdurre misure specifiche (tipo Eurobond) per finanziare la ricostruzione dell’Europa dopo la catastrofe causata dal Covid-19.
Tra 2 settimane sapremo se ci sarà questa svolta decisiva. Non si tratta di mettere a carico dei tedeschi il nostro debito pubblico creatosi fino ad oggi, e neppure il nuovo debito che nascerà, ma solo una parte da stabilirsi, che dovrebbe essere sottoscritta da tutti gli europei (risparmiatori e istituzioni finanziarie) con un rischio pari a zero e un tasso di interesse molto basso (proprio per non gravare sui debiti pubblici accumulati).
Ciò consentirebbe di immettere una enorme liquidità ed aiuti una tantum a tutti gli europei per 3 o 4 mesi (imprese, lavoratori, disoccupati, lavoratori in nero da regolarizzare), utilizzando anche forme inedite, ad esempio assicurare a tutti un reddito di base. E successivamente avviare alcune politiche comuni come l’introduzione di un sussidio di disoccupazione europeo, un’indennità comune per i poveri, un consolidamento delle spese per sanità, scuola, lavoro per i giovani, erasmus in tutta Europa: una sorta di primo pilastro di base di welfare europeo uguale per tutti.
Spingono in questa direzione anche le scelte della BCE. la quale ora ha capito che deve aprire i ‘cordoni della borsa’ con misure imponenti, acquistando i titoli nazionali a debito in modo illimitato e, a maggior ragione, lo potrà fare per titoli Europei. Un altro segnale positivo è l’abbandono del Bilancio in Pareggio decisa dai Governi UE e la decisione (per la prima volta) di una maggioranza di Paesi UE di procedere ad azioni comuni, capitanati da Francia, Italia, Spagna. Non dobbiamo ‘impiccarci’ agli Eurobond: potrebbero essere lunghi da farsi, perché visti dagli elettori tedeschi, olandesi e dei Paesi dell’Est, come una ‘resa’ ai Paesi indebitati del Sud. L’importante è inventare un modo per cui ci sia una prima vera forma di ‘fratellanza’ nel finanziare questa crisi a beneficio di tutti, un modo che dia la spinta a costruire gli Stati Uniti d’Europa federali, cioè quello che chiedevano i fondatori come Spinelli.
La Gemania e i Paesi nordici hanno il timore che i titoli del debito europeo facciano salire il loro tasso al livello di quello italiano, ma non è un timore fondato. Ci sono in Europa almeno 40mila miliardi di risparmio cash (tra conti correnti bancari e titoli) nelle mani dei soli cittadini (senza considerare le istituzioni finanziarie) che possono finanziare la Ricostruzione.
Solo mettendo mano al portafoglio si allarga il cuore, si formano quei nuovi valori che fondano una nazione. In passato furono le guerre a formare gli Stati. Ora dobbiamo usare cuore e cervello perché vivremo un periodo di de-globalizzazione, di ritorno ai confini ma solo stando tutti insieme nell’ampio spazio europeo possiamo salvare le nostre economie e le filiere che si sono così allungate nel mondo. Tornando a casa nelle singole nazioni, ci sarebbe un drastico peggioramento del tenore di vita.
Per fortuna Mario Draghi l’ha detto chiaramente: “di fronte a una catastrofe di proporzioni bibliche […] la perdita di reddito del settore privato deve alla fine essere assorbita in tutto o in parte dal bilancio pubblico […] durante la prima guerra mondiale in Italia e Germania tra il 6% e il 15% delle spese di guerra fu finanziato dalle tasse (il resto no, ndr.) non si tratta solo di fornire un reddito di base a chi perde il lavoro, bisogna proteggere l’occupazione e la capacità produttiva […] i livelli di debito pubblico saranno aumentati, ma l’alternativa ad una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale sarebbe molto più dannosa per l’economia e infine per il credito pubblico […] lo shock non è ciclico e il costo dell’esitazione può essere irreversibile. La velocità del deterioramento dei bilanci privati deve essere soddisfatta dalla stessa velocità nello schierare i bilanci pubblici, mobilitare le banche e, in quanto europei, sostenersi a vicenda nel perseguimento di ciò che evidentemente è una causa comune”.
Parole chiarissime che speriamo imprimano la spinta definitiva a cambiare pagina. Se non ora quando?

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

DIARIO IN PUBBLICO
Treni, cultura e vecchi merletti

Nella mia lontanissima infanzia il treno nell’Italia che usciva dalla catastrofe della guerra e si avviava alla ricostruzione degli anni Sessanta del secolo scorso rappresentava il mezzo più usato e ambito. Per anni il nonno portava me e mio fratello alla stazione ad ammirare quelli che mi apparivano mostri d’acciaio avvolti in nuvole terrificanti di fumo mentre ruggiti e brontolii uscivano dalle loro pance di ferro. Poi nei beati anni dell’infanzia la zia Lea (da noi chiamata ‘Eia’ con rapido movimento della lingua) ci portava al mare a ‘Riczone’ come veniva chiamata la favolosa spiaggia frequentata dal duce che aveva tra le altre qualità quella di possedere alcune terme. Per me luogo terrorizzante in quanto a causa di un ascesso alla gola (o qualcosa di simile) venni fatto rioperare proprio in quel luogo da un equipe di medici militari. Andavamo alla pensione Borghesi ora un ottimo tre stelle dove, per risparmiare, noi bambini venivamo fatti dormire in camera da pranzo su delle brandine tolte frettolosamente alle 7 di mattina per permettere di servire la prima colazione. Erano i nostri alberghi di lusso. Ma il viaggio! Quello era il vero godimento. Prestissimo si partiva in tramway che ci portava alla stazione dove ci attendeva un accelerato che faceva la costa fino a Cattolica, d’estate. Sempre in seconda classe come era d’uopo per la media borghesia mentre noi bambini bramosi osservavamo il caos della terza classe spesso rallegrata oltre dalle grida dei piccoli o dai versi di qualche gallinaceo o a volte dai belati timidi di agnellini battufolosi.

I nomi dei treni, scoprii più tardi quando il treno divenne la mia stanza – quella che mi portava da Firenze a Ferrara e viceversa tutte le settimane – erano affascinanti: Rapido, Direttissimo, Diretto, Accelerato, Littorina. Talvolta ‘treno locale’ o al limite ‘regionale’. E la scansione strascicata dell’annuncio che poi divenne un mito con cui si avvertiva dell’arrivo dei treni e che cominciava con una voce stanca ‘Ferara’, stazione di ‘Ferara’. Di treni e sui treni esiste una letteratura che io stesso cerco di alimentare con un futuro romanzo che dovrebbe appunto chiamarsi “Il romanzo del treno”, ovviamente mutuando il titolo dal bassaniano “Il romanzo di Ferrara”. Giorgio Bassani molto s’intendeva di treni e basta percorrere le sue prime prove per scoprirne non solo l’attrazione come soggetto letterario ma la necessità. Nella sua giovinezza sul treno che lo portava da Ferrara a Bologna e viceversa incontrava gli amici del cuore che attorno a Roberto Longhi avrebbero creato quella consapevolezza di una Italia che esulava dai prodromi fascisti o anche attraverso quelli costruiva una nuova idea di letteratura, poesia e arte. Così in treno Micòl nel Giardino dei Finzi-Contini si reca a Venezia dai nonni e a seguire le lezioni all’Università. In treno si compie il destino di Athos Fadigati nel primo romanzo, Gli occhiali d’oro (G. Bassani, Opere, Mondadori, pp.232-33).

Ormai il rapporto treno-letteratura è uno dei filoni più frequentati nella letteratura mondiale. Basti pensare al libro di Christian Wolmar, o da noi quello di Gabriele Crepaldi, ma il fascino esercitato da un possibile romanzo del treno e in treno è insuperabile. In altre occasioni ho parlato e scritto delle ‘novità’ che venivano ad interrompere la monotonia del viaggio risaputo, con le sue tragedie come lo scoppio del treno sotto la galleria Bologna -Firenze negli anni di piombo oppure regolamenti e regole che dovevano giustificare i ritardi giornalieri che avvenivano sulle linee importanti come la direttissima Milano-Roma. In quel tempo si accusavano i viaggiatori di non essere abbastanza solleciti nel chiudere le porte, un compito affidato a loro con risultati deludentissimi. Oppure i venditori di cibo abusivi che intasavano i marciapiedi delle stazioni regolarmente dispersi dagli addetti. Si formò in quegli anni la fama di alcuni ristoranti che avevano cominciato con il pranzo al sacco venduto in stazione come a Cesena.

Oggi i treni non più mostri ma idee portano nomi affascinanti come le mète che debbono raggiungere: Freccia rossa, argento, bianca; intercity, interregionale. Non si nomina più l’accelerato che era il treno dei lavoratori. Su quei carissimi e lussuosi oggetti spaziali – e si pensi alle ferrovie monorotaia del Giappone – stretti in uno spazio minuscolo specie nelle carrozze Smart non si odono che sussurri e non più grida, tutti intenti come siamo a cercare affannosamente l’alimentatore di pc e di telefonini. Altere signorine dal foulard svolazzante ti chiedono freddamente copia del biglietto che tu esibisci dal telefonino ma anche nel regno della tecnologia, nell’Eden del viaggio si è inserito un serpente traditore dal nome prettamente italiano. E’ malamente ospitato dalle ferrovie italiane, i suoi stand non sono quelli del legittimo possessore della rete ferroviaria. Deve drighignare i denti e come il serpente tende trappole. In quattro giorni di viaggio ho avuto un ritardo di 55 minuti (attenzione al sessantesimo scattava la penale per loro), sono stato incomprensibilmente trasferito da una carrozza all’altra senza alcuna spiegazione (colpa del ‘materiale’ mormorava la bella mora dallo sguardo imbarazzato); ho dovuto aspettare 15 minuti a Roma fuori dalla porta sbarrata perché erano in corso le pulizie dei vagoni che nascevano nella stessa città. E ancor più ingenuamente avevo fatto il biglietto pieno per la tipologia Smart che portava lo stesso costo della prima scontata perché non essendo sicuro di partire non volevo perdere tutto il costo del biglietto, cosa che sarebbe accaduta se avessi dovuto rinunciare al viaggio.

Insomma l’alta velocità specchio a misura della nostra politica.

IL DOSSIER SETTIMANALE
Dopo il trauma arriva la ricostruzione delle case, delle vite, delle relazioni

È passato un mese dal quinto anniversario delle due scosse che, nel maggio 2012, hanno sconquassato le case e le vite degli emiliani. Tra un paio di mesi sarà il primo anniversario del terremoto che ha colpito il Centro Italia: a partire dal 24 agosto 2016 e poi per cinque mesi la terra ha tremato nelle regioni centrali della penisola, fino all’ultima scossa di questa sequenza sismica, il 18 gennaio 2017, che ha causato la slavina che ha travolto l’Hotel Rigopiano.
La politica di ricostruzione emiliana viene indicata come modello di gestione, tanto che il presidente Mattarella, durante la sua visita a Mirandola lo scorso 29 maggio, ha affermato: “la ricostruzione in Emilia è un punto di riferimento” e ha aggiunto la “vostra volontà e la vostra forza hanno scacciato le paure e avviato una ricostruzione di grande successo”. E non a caso Vasco Errani, dopo essere stato il Commissario straordinario per la ricostruzione nella sua regione, è stato chiamato da Renzi alla stessa carica per la sequenza sismica fra Lazio, Marche e Umbria. E dunque anche qui: prima le scuole e le imprese, per guardare al futuro.

Ma non è tutto oro quello che luccica. Basti pensare che ancora oggi, dopo che l’Italia è stata colpita da diverse calamità naturali – delle quali i terremoti sono solo la punta dell’iceberg – manca una legge quadro nazionale per regolamentare le modalità di azione e di intervento in occasione di questi eventi straordinari. Inoltre manca un dibattito serio sulla prevenzione: i terremoti non si possono prevedere, ma l’educazione e la conoscenza del proprio territorio sono fondamentali, anche come base per averne una cura e un rispetto maggiori.
In Emilia c’è ancora molto da fare, nel Centro Italia si è solo all’inizio. In entrambi i casi la ricostruzione non riguarda solo il paesaggio esteriore, le attività economiche, ma anche le comunità e i valori alla loro base.

Ferraraitalia ha deciso di dedicare il quarto dossier estivo all’Italia ferita, ma pronta a rimboccarsi le maniche: dai distretti emiliano romagnoli, come il biomedicale, alle attività agricole del Centro, come dimenticare chi non ha voluto abbandonare il proprio bestiame nemmeno nel rigido inverno degli Appennini?
Buona lettura.

L’ITALIA FERITA, MA PRONTA ALLA RI-SCOSSA. DAL SISMA EMILIANO DEL 2012 AL TERREMOTO DEL 2016 NEL CENTRO ITALIA. IL DOSSIER N. 4/2017 – Vai al sommario

LO STUDIO
Il post sisma in Emilia: gestione del disastro tra shock economy e nuove forme di cittadinanza attiva

Quando c’è un terremoto, la terra sotto i piedi trema non solo dal punto di vista fisico, ma anche dal punto di vista psicologico ed emotivo. La ricostruzione di una comunità, di conseguenza, non riguarda solo il paesaggio esteriore, ma anche il mondo interiore e quello delle relazioni dei cittadini delle zone colpite.
Superato il trauma dovuto all’emergenza, inizia appunto la fase della ricostruzione, ma quali sono le politiche messe in atto nel nostro paese e come si relazionano le istituzioni con la popolazione terremotata? E i cittadini come reagiscono a questo sconvolgimento del loro mondo, interiore ed esterno?

Dopo l’ultimo sisma di Amatrice, il governo ha segnalato il modello emiliano come esempio da seguire per la gestione del dopo-catastrofe, dando l’incarico di commissario alla ricostruzione a Vasco Errani, ex-governatore dell’Emilia. E proprio l’Emilia è stata il ‘campo d’indagine’ di Silvia Pitzalis – all’attivo un dottorato in storia con indirizzo antropologico all’Alma Mater di Bologna – nel suo ‘Politiche del disastro. Poteri e contro poteri nel terremoto emiliano’ (Ombre corte), nel quale i poteri sono le istituzioni e la loro macchina emergenziale, mentre i contro poteri sono le politiche dal basso messe in atto dai cittadini.
La tesi di Silvia Pitzalis è che il ‘disastro’ – dal terremoto all’alluvione – rappresenta una possibilità per le istituzioni di applicare specifiche strategie politiche e tecniche di governo che depotenziano la capacità auto-organizzativa dei cittadini. E si scopre che se esiste una shock economy che si mette in moto all’indomani di un evento calamitoso, forse non è un caso che dopo tutte le calamità naturali cui abbiamo assistito negli ultimi anni sul nostro territorio, l’Italia non ha ancora una legge quadro nazionale che regolamenti le modalità di azione e di intervento in occasione di calamità naturali.
D’altra parte però, come reazione a queste politiche imposte dall’alto, ma anche in maniera autonoma, emergono comportamenti di rifiuto da parte delle popolazioni, che danno vita a meccanismi di solidarietà e organizzazione dal basso. L’emergenza e la fase post-emergenza diventano quindi anche occasioni per (ri)costruire e (ri) generare non solo reti di relazioni informali, ma vere e proprie pratiche di cittadinanza attiva.

Solitamente quando si tratta di eventi sismici si parla sempre di emergenza e poi di politiche per la ricostruzione. Il suo libro, invece, si intitola ‘Politiche del disastro’, ci può spiegare cosa intende?
Quando si parla di disastri sui media e tra l’opinione pubblica si tende sempre a far leva sulla sofferenza delle vittime, sulla loro impossibilità di reazione, sui problemi nella fase emergenziale prima e in quella della ricostruzione poi, dovuti unicamente dall’eccezionalità dell’evento. Il discorso pubblico alimenta una visione della catastrofe fisica e tecnico-ingegneristica, legittimata da scientificità, che però tralascia gli aspetti socio-culturali di questi eventi. Questa lettura eclissa le responsabilità sociali e politiche, causa e conseguenza di questi eventi.
Partendo dall’osservazione del rapporto tra cittadinanza e istituzioni l’intento del libro è sottolineare in primis la necessità di un approccio che alimenti anche una visione politica dell’evento catastrofico. Sebbene il disastro sia un momento altamente traumatico, che accentua situazioni di crisi pre-esistenti il libro intende sottolineare il carattere rigenerativo di questi eventi, ovvero la loro capacità di stimolare tra la popolazione colpita la creazione di percorsi e soluzioni alternativi alle procedure imposte dall’alto, evidenziando le criticità di queste ultime. Questo processo evidenzia il carattere politico del disastro.

Cos’ è la shock economy?
Dagli anni Duemila le scienze sociali hanno messo in luce come le procedure di intervento da parte istituzionale siano sempre più spinte da interessi sovra-locali, affidando al settore privato la gestione del post-disastro. Vengono così calate sui cittadini procedure che rientrano nel paradigma della ‘shock economy’. Questo concetto, elaborato dalla Klein intorno al 2007 e sviluppato poi da altri autori (Gotham & Greenberg 2014; Button & Schuller 2016; Barrios 2017), si presenta come un fenomeno socio-politico in cui il disastro diventa un’occasione per applicare specifiche politiche e tecniche di governo che inibiscono le capacità economiche dei singoli, il loro accesso ai mezzi di sussistenza e alle risorse del territorio. Inoltre, depotenziando la loro capacità di produrre forme oppositive al potere dominante, questa strumentalizzazione della catastrofe, finalizzata al potenziamento di interessi capitalistici, aumenta stati di incertezza e precarietà già innescati dalla catastrofe.

La criminalità organizzata e i meccanismi di corruzione, come si inseriscono nelle politiche del disastro?
La shock economy di cui ho parlato prima, privatizzando la catastrofe, crea terreno fertile per l’intromissione all’interno del processo della criminalità organizzata e della corruzione. Si è visto anche con la maxi-operazione anti-mafia Aemilia, conclusasi il 28 gennaio del 2015 con 117 arresti, che ha visto coinvolti numerosi imprenditori edili a cui era stata affidata parte della ricostruzione e alcune figure politiche locali legate alle zone terremotate. Alle autorità si imputano relazioni poco chiare con diversi imprenditori di ditte nel settore dell’edilizia e del movimento terra, vincitori di appalti milionari per la ricostruzione post-terremoto, arrestati perché accusati di corruzione mafiosa soprattutto con la ‘Ndrangheta.

È vero che ancora oggi – dopo che l’Italia è stata colpita da diverse calamità naturali delle quali tre terremoti sono solo la punta dell’iceberg – manca una legge quadro nazionale che regolamenti le modalità di azione e di intervento in occasione di eventi catastrofici?
Purtroppo la classe politica da l’Aquila – in cui il post-disastro era nelle mani del centro destra di Berlusconi – passando per l’Emilia fino a oggi – in cui al governo è il centro-sinistra del Partito democratico – non è stata in grado di elaborare una legge di validità nazionale che definisca precisamente i diritti e i doveri nel post-disastro. Non essendoci una legge quadro che regoli in maniera uniforme come agire nel post-disastro, la sua gestione viene affidata a sempre nuove leggi, il che lascia spazio alla discrezionalità dei poteri al governo, minando l’uguaglianza tra i singoli.

Quali differenze fra la gestione del sisma di Bertolaso a L’Aquila e il modello di Errani in Emilia Romagna? E ora che è commissario per il terremoto nell’Italia centrale, quali similitudini e diversità si possono riscontrare?
Come a l’Aquila e in Emilia, anche nel post-sisma dell’Italia centrale, sebbene sia stato dato maggior peso alle istituzioni locali, le ordinanze emanate impongono dall’alto norme che non rispondono alle esigenze del territorio e della popolazione colpita. Queste decisioni vengono prese da tecnici e politici che molto spesso conosco ben poco del contesto in questione. Si crea una potente macchina burocratica che anziché snellirlo, rende il percorso verso la ricostruzione più lungo e tortuoso.
Se si osservano comparativamente i tre terremoti avvenuti in Italia negli anni Duemila (Abruzzo 2009, Emilia 2012, Centro-Italia 2016-2017) in tutti e tre in casi emergono negligenze e mancanze da parte delle istituzioni non solamente nel post-terremoto, ma anche nella precedente gestione socio-politica riguardo la tutela e il monitoraggio del territorio, la prevenzione dei disastri e le politiche edilizie.
A mio avviso un approccio socio-culturale all’analisi di questi fenomeni aiuterebbe a far emergere questioni cruciali inerenti l’importanza della percezione socio-culturale del rischio, la costruzione di una ‘educazione alla prevenzione’ e di una più profonda conoscenza sociale e culturale del territorio, per avviare in ultimo la costruzione di una coscienza critica dove al centro stia il cittadino e non la norma.

Il suo è anche uno studio sulle dinamiche individuali e collettive e sulle politiche dal basso messe in moto da eventi come questi.
Ho tentato di dare risalto a queste politiche dal basso analizzando le pratiche elaborate dai membri del Comitato di terremotati Sisma.12. Queste sono state considerate come modalità propositive e attive di reazione al terremoto. Per queste persone l’evento è stato un’occasione, un momento a partire dal quale ha preso forma una forte necessità di mutamento in risposta alla crisi. Volontà che prende vita dalla condivisione di un immaginario collettivo verso la creazione di un futuro migliore.
Sisma.12 è un comitato nato già nell’estate, durante assemblee nei campi autogestiti del cratere, cioè creati e organizzati direttamente dalla popolazione, da quei cittadini che si rifiutavano di servirsi di quelli gestiti della protezione civile. Nell’ottobre del 2012 si è dato uno statuto, descrivendosi come apartitico, trasversale e territoriale, infatti racchiudeva diverse provenienze politiche – dal Movimento cinque stelle al Pd ai Verdi – comunque tutte facenti riferimento alla galassia della ‘sinistra storica’ novecentesca. L’apice delle sue attività è stato il 2013. Poi c’è stato un tentativo di istituzionalizzazione: si è tentata la candidatura alle ultime regionali attraverso una lista civica autonoma. Questo però ha dato origine a critiche all’interno dello stesso comitato. Ora chi è rimasto nel Comitato lavora anche su altre battaglie, come per esempio quella per il referendum contro le trivelle o la campagna Stop Ttip. Inoltre hanno cercato di creare una rete con alcuni comitati nati dopo il sisma nel Centro Italia e insieme a queste realtà, proprio partendo dall’analisi dell’esperienza nel mio volume, stanno cercando di migliorare le loro pratiche.

In conclusione, gli eventi disastrosi e le calamità possono avere un potenziale generativo e creare nuovi modelli di (r)esistenze?
Partendo dal caso specifico, ho cercato di dimostrare che gli eventi calamitosi, oltre a possedere un devastante potere di disintegrazione fisica e socio-culturale, si possano presentare come dei momenti dai quali gli esseri umani, superato lo shock iniziale, producono nuove modalità di esistere socialmente, politicamente, culturalmente, ovvero modalità di ri-esserci nel mondo che nascono e si costruiscono dalle macerie, dall’incipit all’azione che la violenza dell’evento determina.

Nel suo libro lei usa il metodo etnografico. Ci può spiegare cosa significa in termini di ricerca sul campo e quali sono i vantaggi, rispetto ad altri tipi di studi?
Questa domanda tormenta gli antropologi da almeno quant’anni. Le dirò, l’opinione (modesta e personale) che io mi sono fatta finora. Fare etnografia significa prima di tutto ascoltare, osservare ed interpretare esperienze utili alla comprensione della realtà. Per questo motivo l’etnografia è, prima di tutto, un’impresa pratica. Sono convinta che malgrado storicamente l’etnografia sia stata accusata di aver prodotto un sapere strumentale al dominio – pensiamo al prezioso materiale prodotto da etnografi ed antropologi durante il colonialismo – a maggior ragione oggi più che mai l’utilizzo di questa metodologia deve essere in grado di produrre un sapere che stimoli una critica della società che parta dalle esperienze di chi ne vive contraddizioni e ingiustizie. Solo così l’etnografia può contribuire all’elaborazione di traiettorie di cambiamento e rinnovamento che giovino al miglioramento di quella stessa società.

L’INTERVISTA
Vicenza, il Comune vuole chiudere il cimitero ebraico. Piovono proteste. Il sindaco: “Mai avuto tali intenzioni”

“Lasciate in pace i miei morti che io non disturbo i vostri. Questo cimitero deve vivere perché è tutto ciò che rimane in città delle nostre radici”. Queste sono le parole della vicentina Paola Farina, di religione ebraica, nei confronti dell’amministrazione comunale di Vicenza che propone lo smantellamento dell’ex cimitero ebraico. Con questa proposta si intende cancellare la memoria ebraica della città. Su invito della stessa Paola, stanno giungendo lettere di sdegno e proteste al sindaco, da ogni parte d’Italia e dall’estero.

Perché questa proposta di smantellamento dell’ex cimitero ebraico nella tua città, Vicenza?
E’ ciclico, Laura, da quando avevo vent’anni… ogni dieci anni arriva il genio di turno. Il Cimitero è in stato di abbandono, questo è vero, ma verso fine anni Novanta il Comune rifiutò una sepoltura, quella della signora Lattes, che venne poi sepolta a Ferrara. Il Cimitero si trova a ridosso delle Mura della città: taglia via i perimetri di cemento, perché non si può costruire a ridosso. Un parco giochi o un’altra destinazione aprono i portoni per una cementificazione di massa.

A Vicenza esiste ancora una Comunità ebraica?
No, a Vicenza non c’è una Comunità Ebraica e quella che c’era prima della guerra era molto spartana, credo sia l’unico cimitero ebraico dove un marito si è portato con sé la moglie non ebrea e dove un ex ebreo si è fatto mettere una croce. Le tombe hanno raffigurato le immagini dei defunti: rarissimo e del tutto fuori dalle regole. Per questo mi piacciono le mie radici, perché atipiche: io sono parente di pari grado di un rabbino e di un santo. Sono cresciuta tra mille contraddizioni e mille sfaccettature, ho avuto un’adolescenza difficilissima e molto sofferta per questo, ma ora da diversamente giovane sono ricca di cultura, di ironia e di versatilità, pur rimanendo molto ancorata alle mie radici ebraiche. Non ci sono dubbi che la Comunità di Vicenza sia stata importante e fosse ben inserita nel contesto, perché l’appezzamento di terreno è piuttosto grande, forse si sperava in una crescita, ma sia il clero, sia la deportazione hanno contribuito ad annientare una cultura e una religione. Però mi ricordo ancora alcune vecchie signore che incontravo da bambina con mia nonna al Caffè la Triestina e poi di un pellicciaio Diamantish che era un ex internato dalla Jugoslavia e che poi andò in America.

L’atteggiamento dell’amministrazione comunale, compreso il sindaco?
Per il momento silenzio assoluto. So che in questo periodo godo di grandi antipatie, accadde così anche nel 2004 quando usai la stessa strategia con il sindaco Enrico Hullwech (FI). Non credo che il sindaco Achille Variati (Pd-Lista Civica) sia una persona con sentimenti antisemiti, penso invece che si sia scelto collaboratori sbagliati. Del resto chi vuole piacere a tutti non è esente da simili errori.

E’ vero che stanno giungendo al sindaco, da ogni parte, numerose lettere di sdegno e protesta, dopo il tuo appello?
Parecchie, in copia a me una quarantina, ma il mio obiettivo era 100 (però sono disordinata, potrebbero essercene altre che non ho spostato). Mi sono piaciute tutte, anche quelle di poche parole, il mio obiettivo era sensibilizzare le persone alla Memoria della presenza ebraica a Vicenza. Hamos Guetta ha scritto in un italiano arcaico: “Signor Sindaco Variati. Non un cimitero ma un vero monumento storico, guai a toccarlo, noi ebrei tripolini che abbiamo visto distrutto il nostro cimitero a Tripoli (Libia) ed abbiamo seguito la serie di disgrazie succedute al popolo Libico. Dobbiamo salvare Vicenza da tali disgrazie. Distruggere un cimitero ebraico secondo la ghemara attrae sul luogo e sugli autori disgrazie. Scusate il tono che può sembrare una minaccia, ma è ciò che è scritto ed avvenuto altrove sempre. Ho saputo da Paola Farina dell’intento di adibire a parco giochi il Cimitero Israelitico. Io sono stato con Paola ed ho visto quel cimitero. Salvate il cimitero e con esso l’anima di Vicenza e della sua gente”.
E quella di una ex vicentina, ormai israeliana da tantissimi anni: “egregio signor sindaco Variati, non capisco con che diritto lei abbia deciso di distruggere le tombe ebraiche di Vicenza. Ha lo stesso diritto che ha l’Isis di distruggere Palmira. Le tombe ebraiche sono a perpetuità, non possono essere spostate. Può togliere invece tutte quelle degli intrusi che sono stati messi lì, mi sembra soldati tedeschi e la pacchianeria fatta da una famiglia di convertiti e fare lì il suo parco giochi. Certo il cimitero ebraico di Vicenza non è bello come quello del Lido di Venezia o di Praga, ma può essere restaurato e valorizzato. I cimiteri sono un luogo di riposo e meditazione e possono diventare anche meta di visite, come il Père Lachaise a Parigi, i parigini non si sognerebbero certo di distruggerlo. Distruggere le cose antiche è facile, peccato che non si possano ricostruire. Cordialmente una ex-vicentina. Carla Valpiana”.
E quello della mia amica Penina Meghnagi Salomon dalla California: “No al furto delle radici ebraiche di Vicenza. Sei un Tikun per noi anche questa volta. Mi unisco a Paola. Sei benedetta. Chiedi qualsiasi dichiarazione e firmerò sempre. Questo più di tutti perché ha detto che sono benedetta, ma onestamente non ci sono parole che possano valere l’una sull’altra, tutte le mail sono state una manifestazione di affetto e di solidarietà. Noi siamo una grande famiglia, noi Ebrei e quelli che la pensano come noi anche se di religione diversa.

Come pensi che evolverà questa situazione?
Devo rispondere da persona educata? Ci provo. Sarebbe ora che i “politicicantesi” prima di parlare studiassero. Il Cimitero non potrà venire smantellato: il 27 febbraio 1987, il Presidente del Consiglio, Bettino Craxi e la Presidente dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane, Tullia Zevi firmarono un accordo, trasformato in Legge 8 marzo 1989, n. 101 (modificata) Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione delle Comunità ebraiche italiane.
Articolo 16, punto 3: “Le sepolture nei cimiteri delle Comunità e nei reparti ebraici dei cimiteri comunali sono perpetue in conformità della legge e della tradizione ebraiche“.

Mercoledì, il sindaco di Vicenza, Achille Variati, tramite un comunicato stampa e una telefonata privata alla stessa Paola Farina, ha rassicurato riguardo le sorti del Cimitero Ebraico di Vicenza: “Voglio assolutamente tranquillizzare Paola Farina, la comunità ebraica di Vicenza e Verona, la presidente provinciale di Italia Nostra e tutti i firmatari della lettera in cui si ipotizza che il Comune voglia trasformare in parco il cimitero ebraico, che noi non abbiamo in nessun modo avuto simili intenzioni. Smantellare quel cimitero sarebbe un oltraggio”.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Vichinga forte e fiera… senza paura

“Oggi mi sento una vichinga”. È talmente rapido il modo in cui T. mi scrive della sua malattia, un cancro al seno diagnosticato qualche mese prima, che vuole subito farmi capire che il peggio è passato e le importa solo dirmi come sta adesso.
Mollo i panni sul letto, mi siedo sulle scale e rileggo. Non a lei, penso, non alla nostra età. Faccio fatica a mettere insieme i messaggi e realizzare che quella mia amica, coetanea, moglie e madre, è stata operata d’urgenza, le hanno tolto entrambi i seni e me lo sta dicendo con la fierezza di chi ha fatto qualcosa di grande. Qualcosa che a me sembra immenso. Non so rispondere, lei lo sa che chi riceve la notizia non ha parole. E, infatti, l’accenno alla malattia è breve, un inciso fra altre cose che mi racconta, l’importante è il traguardo tagliato, è dirmi oggi sto bene e “sono più forte di prima”, è vedersi nuova.
T. non si lagna, T. sorride, lo sento anche se non la vedo, lo capisco da come scrive che ha scavalcato la paura dopo averla guardata in faccia. “Mica paura per noi, sai, ma per chi ci sta a fianco”, T. è talmente oltre che ha messo da parte la paura di perdere, non poteva permetterselo.
Non si è nemmeno concessa di seminare il panico tra gli amici, di rendere quella bestia più protagonista della sua vita di quanto non fosse lei stessa. Ha combattuto un testa a testa, perchè questo è il cancro, ce l’hai dentro. E T., la bestia, l’ha domata e sconfitta.
Il male è diventato un ricordo funzionale a un’urgenza di vita, perchè a T. interessa il bello, il nuovo che è diventata, la coscienza che la malattia non ha preso il suo posto mai.
T, oggi, continua a preferire parlare con entusiasmo di guarigione piuttosto che di menomazione o di quello che solo lei può sapere le avrà intasato la testa in certe notti.
Si è fatta sera tardi, T. mi prende ancora in giro per un paio di scarpe che portavo a sedici anni e amavo tantissimo, ma a lei non piacevano. Non stiamo fingendo di parlare d’altro, vogliamo proprio ridere di noi.
“…Però pretendo la rivincita” mi scrive prima di salutarmi.
“Dimmi dimmi”
“Due bocce enormi”.

Riccarda Dalbuoni

Potete inviare le vostre lettere a: parliamone.rddv@gmail.com

DIALOGHI
Diario di un soldato: l’Afghanistan visto da un italiano/1

(Pubblicato il 29 marzo 2016)

La prima volta che l’ho visto è stato nel 2005. Gianni era in divisa blu con tanto di berretto, gradi e stellette. Se ne stava nel giardino dietro la villetta appena costruita a fianco a casa mia a parlottare con un tizio tutto accaldato che ascoltava in silenzio e si asciugava con un fazzoletto la fronte imperlata di sudore. Il tizio era sicuramente un giardiniere perché aveva appena parcheggiato una carriola carica di torba. Li osservavo dal mio terrazzo, erano a pochi passi da me, ci dividevano solo un muretto e una siepe. La scena me la ricordo bene perché mi è rimasta impressa la divisa da ufficiale, un genere d’abbigliamento che non si vede tutti i giorni.

“Dev’essere un pilota d’aereo” ho detto quella volta a mia moglie, “Un comandante” ha suggerito lei. C’eravamo andati vicini, anche se entrambi pensavamo a un pilota di linea.
Dopo qualche tempo ci siamo presentati, io, lui e le nostre rispettive mogli, e abbiamo scoperto che in effetti è un ufficiale dell’Aeronautica Militare e che lavora alla base di Poggio Renatico (quella del radar per intenderci): ha fatto il pilota d’elicottero e, diventato colonnello, è passato a incarichi più sedentari. Si sono trasferiti accanto a noi da poco e stanno finendo di sistemare casa e giardino.
Gianni è di Roma, dopo tre anni trascorsi a Tampa in Florida è tornato in Italia per stabilirsi proprio a Ferrara, città in cui vive ormai da una decina d’anni assieme a sua moglie Terese, una simpatica ragazza svedese (ovviamente alta, bionda e con gli occhi azzurri) che parla un italiano perfetto più altre quattro lingue. Decisamente una coppia interessante direi!

Nel frattempo siamo diventati buoni vicini, spesso ci si vede al parco a far correre e giocare i nostri cani e qualche domenica mattina ci si incontra in una pasticceria poco distante a fare due chiacchiere davanti a un cappuccino e una pasta. Gianni non dice molto del suo lavoro e io, del resto, non gli ho mai chiesto nulla al riguardo.
Poi, un anno fa, mi accorgo della sua assenza: ci metto un paio di mesi a rendermene conto, ma nei soliti posti dove regolarmente ci incontravamo, al parco, al supermercato, o più semplicemente affacciandoci dai nostri giardini, di Gianni nemmeno l’ombra. Fin da subito mi faccio prendere dal dubbio: che gli sia successo qualcosa? Che faccio se vedo Terese, glielo chiedo?
Ci pensa Cristina, mia moglie, a togliermi dall’imbarazzo: un giorno la incontra e si fa raccontare tutta la storia. Così veniamo a sapere che a gennaio 2015 Gianni è partito per l’Afghanistan e che dovrà starci per un bel po’. Intendiamoci, la notizia non ci ha rassicurato granché: tuttora in Afghanistan, nonostante i giornali non ne parlino, la situazione non è proprio tranquilla. Ogni tanto qualcuno spara, qualcun altro fa esplodere una bomba. In quel territorio, anche se la guerra aperta è ufficialmente cessata, rimane sempre l’ombra costante di una ripresa degli scontri armati. Una parte del paese, quella più impervia delle montagne del nord, è ancora saldamente controllata dai talebani, che, come sappiamo, sono maestri nella guerriglia e non hanno mai dato segnali di resa al nuovo corso democratico imposto dalla comunità internazionale.
Tuttavia Terese, con il pragmatismo tipico dei nordici, minimizza dicendo che quella di Gianni non è una missione di guerra. “È stato mandato là per gestire i lavori di ricostruzione. Adesso i militari internazionali sono solo un supporto logistico, non sono chiamati a combattere…” sostiene. Poi, quasi con pudore, aggiunge: “Certo non posso dire di essere tranquilla, ogni giorno controllo le notizie. Non è facile saperlo laggiù, ma lo devo accettare… è il suo lavoro!”
Poi finalmente, circa un paio di mesi fa, Gianni ha concluso il suo mandato ed è tornato a casa, si spera definitivamente. Al suo rientro, ci siamo rivisti quasi subito e io non ho potuto fare a meno di chiedergli se voleva raccontarmi qualcosa della sua esperienza. Lui ha accettato volentieri.
Così, dopo essermi preparato una lista di domande da sottoporgli, mi sono recato un pomeriggio a casa sua armato di taccuino e registratore ad ascoltare questa sua avventura in terra straniera durata circa un anno.

Com’è iniziato tutto? Voglio dire: come hai ricevuto l’incarico?
Circa un anno e mezzo fa, a luglio del 2014, ricevo una telefonata da un collega di Roma. Mi chiede se ho problemi ad andare laggiù a ricoprire l’incarico di coordinatore dello Stato Maggiore per uno dei Comandi Nato. Il luogo è Kabul e dovrei iniziare dal primo gennaio del 2015. Ovviamente la domanda presuppone che se non ho impedimenti pratici seri la risposta sia affermativa, del resto sono un militare, ho le stellette, per cui non ci sono dubbi che il mio dovere sia quello di accettare. Così rispondo ʻok, fammi sapere di che si trattaʼ. Dopo qualche tempo, una volta decisa la mia candidatura, ricevo istruzioni per l’addestramento alla missione, che nel mio caso è iniziato a settembre di quell’anno.

Base Aeronautica di Poggio Renatico
Base Aeronautica di Poggio Renatico

Di che genere di addestramento si è trattato?
Beh, a parte la solita preparazione di base a cui ogni militare di carriera viene sottoposto, nel caso specifico sono stato chiamato a fare una serie di corsi d’addestramento per l’uso di tutti quei mezzi e quelle apparecchiature che avrei trovato laggiù. Voglio dire, mi è stato insegnato per esempio come operare all’interno di un veicolo corazzato, a guidare i nostri quattro per quattro fuoristrada, poi un ulteriore ripasso sull’uso delle armi corte e lunghe. Un’attenzione particolare alle istruzioni per l’autoprotezione e il corretto utilizzo dell’equipaggiamento tattico.
Questo per quanto riguarda l’addestramento prettamente militare. C’è poi tutto l’aspetto dell’apprendimento culturale che riguarda il luogo delle operazioni, cioè i costumi, l’economia, la religione, eccetera. Il tutto è durato circa tre settimane, che frazionate nel tempo, mi ha fatto arrivare a finire la preparazione per dicembre.

Sbaglio o hai fatto un addestramento simile a quello di un soldato semplice?
In effetti è vero. Tutti quelli che vengono scelti per la missione devono conseguire lo stesso tipo di addestramento, in modo che ogni uomo, dagli ufficiali alla truppa, sia pronto ad affrontare ogni tipo di situazione, dalla routine quotidiana agli imprevisti, fino alle emergenze. È anche vero che in missioni del genere partono solo professionisti già provvisti di una solida esperienza, e si tratta di ufficiali e sottufficiali.

Immagino che, come colonnello con un incarico di alto profilo, il tuo addestramento non si limitasse a questo.
Dunque, le mie istruzioni operative riguardavano principalmente il comando e la gestione del personale, in termini militari il mio ruolo era quello di ʻchief of staffʼ. Comunque questo tipo di missioni, all’estero intendo, seguono delle procedure di apprendimento standard e poi una specializzazione ad hoc a seconda della destinazione e dei ruoli che si devono ricoprire. Faccio degli esempi: durante la preparazione ci sono sessioni specifiche dedicate ai vari teatri di pertinenza, cioè il Libano, l’Iraq o, come appunto nel mio caso, l’Afghanistan, e tutto questo sia in ambito Onu che Nato.

E questi corsi dove si fanno?
Il mio era un corso in ambito Nato ed era diviso in due parti. La parte italiana l’ho fatta qui a Poggio Renatico e su a Villa Franca, dove c’è uno stormo specializzato in operazioni ʻfuori areaʼ, fuori dai confini nazionali per intenderci. E queste sono state le tre settimane di addestramento standard di cui ti ho accennato prima. Poi c’è stata la parte internazionale di una decina di giorni che ho fatto presso il Comando Supremo Nato a Mons vicino a Bruxelles e presso il comando Operativo di Brunssum in Olanda. Lì ho ricevuto le istruzioni operative specifiche per la missione, cioè obiettivi, organizzazione, tempi, eccetera. Infine, a dicembre, sono stato mandato a Kabul una settimana per un primo ambientamento, sono tornato in Italia a trascorrere le feste di Natale. Poi, il 17 gennaio, era un sabato mattina, sono partito per la missione.

Quartier Generale Nato di Mons
Quartier Generale Nato di Mons

Raccontami un po’ del viaggio e dell’arrivo. Che impatto hai avuto?
Sono partito con un volo militare da Roma, ero con dei miei colleghi che mi hanno scortato dalla base di Poggio Renatico fino a Pratica di Mare dove mi sono imbarcato su un Boeing 767 militare. Oltre ai normali bagagli, avevo con me l’equipaggiamento tattico personale che in questi casi è obbligatorio portare: armi, munizioni, elmetto, mimetica, maschera anti-NBC, eccetera… quindi parecchia roba sensibile. E sono stato scortato proprio per ragioni di sicurezza. Da Roma poi abbiamo fatto scalo ad Abu Dhabi, che è praticamente il nostro centro internazionale di smistamento dei voli nei teatri operativi. Lì ci attendeva un C-130 che ci ha portato dritti fino a Kabul. Diciamo che in tutto ci sono voluti un giorno e mezzo: sono partito la mattina presto del 17 e ho messo piede in Afghanistan nel tardo pomeriggio del 18.

Da qui è iniziata la tua missione…
Esatto. Prima mi avevi chiesto che impatto ho avuto laggiù. Per la verità l’impatto vero l’ho avuto già a dicembre, quando sono andato là per la prima volta. Arrivi in un luogo distante qualche migliaio di chilometri, ma ti rendi conto che la distanza è molta di più: è come un vero e proprio salto spazio temporale! Dall’Europa all’Afghanistan, metti piede in un mondo radicalmente diverso, la sensazione è di straniamento… sì, lo chiamerei proprio così.

Un Boeing dell’Aeronautica Militare
Un Boeing dell’Aeronautica Militare

Spiegati meglio.
Voglio dire che durante il viaggio ci pensi: pensi a quello che troverai, alle prime cose che dovrai fare, ti organizzi mentalmente. Nel frattempo parli coi tuoi colleghi, ti prepari, avviene una vera e propria trasformazione: alla partenza sei con la tua divisa blu normalissima; all’arrivo a Kabul invece sei già in mimetica con anfibi, armi, giubbotto antiproiettile, elmetto e zaino in spalla. Cominci a sottoporti a tutta una serie di misure precauzionali e ti rendi anche conto che dovrai farlo, vestirti in questo modo, ogni giorno e per i tutti i mesi che dovrai stare lì! Entri in un mondo che fino al giorno prima hai visto solo in tv o nei giornali, e per motivi tutt’altro che piacevoli, drammatici direi. Spesso poi, noi in Occidente percepiamo le cose viste nei telegiornali, soprattutto quelle più lontane dalla nostra realtà di tutti i giorni, quasi come fossero dei film. Come se i morti e le bombe fossero irreali, non ci appartenessero. Quando poi ti trovi in quei posti, ne respiri l’aria, t’immergi in quel clima, cominci a sentire e vedere fisicamente quel mondo, senza necessariamente che debba capitarti chissà che, ti accorgi di colpo quanto sia tremendamente reale.”

Quindi giravi con giubbotto antiproiettile e armi tutto il giorno?
Guarda, io sono sbarcato all’aeroporto di Kabul che è sia militare che civile. L’aeroporto poi è collegato alla grande base militare in cui sono stanziati i comandi americani e Nato. Io dovevo lavorare e vivere all’interno di quella realtà. Si tratta di un impianto protetto da una serie di barriere – muri in cemento armato e reticolati – che di fatto isolano la base dall’esterno in maniera pressoché totale. La questione sta nel fatto che, anche all’interno della base, si rimane potenziali bersagli da attacchi esterni e non solo.

L’Aeroporto Internazionale di Kabul
L’Aeroporto Internazionale di Kabul

Cosa vuoi dire con ʻesterni e non soloʼ?
Intendo dire che, per esempio, sono stati frequenti gli attacchi dall’esterno a colpi di lanciarazzi e kalashnikov, in pratica alcuni combattenti talebani si sono spinti in missioni suicide nei pressi della base, a volte facendosi esplodere e a volte con vere e proprie azioni di guerriglia armata. Con attacchi del genere le barriere perimetrali sono senz’altro fondamentali, ma specie nel caso di utilizzo di razzi non garantiscono la piena sicurezza: per noi che alloggiavamo nel perimetro della base, quando si era sotto attacco, l’unica cosa da fare era ripararsi nei bunker. Però, in passato, è capitato pure che qualche soldato afghano abbia sparato a soldati americani proprio dentro la base stessa, questo fenomeno in gergo militare si chiama ʻgreen on blueʼ.”

Cavolo, addirittura!
Può capitare. Green e blue sono i colori in codice delle forze alleate, green per i soldati afghani e blue per quelli delle forze internazionali, poi c’è il red per i nemici. Si lavora a stretto contatto con i militari afghani e purtroppo sono successi episodi di attacchi suicidi commessi da alcuni di loro. I motivi possono essere vari: è capitato che qualcuno sia stato costretto perché la famiglia era stata minacciata o addirittura rapita, oppure che fosse stato pagato. La miseria è diffusa anche tra i militari, e la promessa di sistemare economicamente la propria famiglia può indurli a gesti estremi. Ma c’è anche l’eventualità assai probabile che qualcuno agisca mosso da motivi ideologici e religiosi.

Ma poi com’è finita col soldato afghano?
Non alludevo a un caso isolato, purtroppo di episodi ce ne sono stati parecchi: il ʻgreen on blueʼ è diventata una vera e propria minaccia da non sottovalutare. È successo proprio di recente che, nella base afghana in prossimità del mio comando, un militare afghano abbia aperto improvvisamente il fuoco contro tre contractor americani che stavano lavorando in un hangar, ne ha uccisi due, ferendo gravemente il terzo, prima di essere ucciso a sua volta da una guardia americana. Ma ricordo anche che tempo fa un soldato afghano ha sparato contro un gruppo di soldati americani facendo una vera strage e riuscendo poi a fuggire: fu nel 2012 mi pare, entrò con un M16 in un edificio dove era in corso un briefing, uccise nove militari americani e si allontanò facendo perdere le sue tracce. Di solito continuano a sparare finché non vengono uccisi o catturati, ma quella volta l’attentatore se la cavò. Adesso te ne ho raccontati due, ma ti assicuro che ce ne sono stati molti di più.

Parlami un po’ di questa base, dove si trova esattamente?
Come puoi immaginare, la base è abbastanza grande e, come dicevo, è collegata all’aeroporto. Rispetto alla città di Kabul si trova a nord, circa quattro, cinque chilometri, non di più. Adiacente alla nostra base internazionale c’è poi un’area presieduta dalle forze dell’esercito afghano. Tutto il complesso è considerato un target da proteggere e, in effetti, è ben difeso. I problemi nascono quando ci si deve spostare all’esterno, anche trasferimenti di personale di pochi chilometri comportano l’uso delle massime precauzioni possibili: scorte armate, mezzi blindati, percorsi monitorati. Spesso ci si sposta in elicottero. Per esempio, per trasferirsi dalla base alla ʻgreen zoneʼ nel centro della città.

Cos’è la ‘green zone’?
La ʻgreen zoneʼ è in pratica la zona più protetta della città, una sorta di cittadella in cui sono concentrati gli edifici governativi, le ambasciate, i centri di comando internazionali. Tra la nostra base e la ʻgreen zoneʼ avviene un traffico giornaliero di personale civile e militare che, appunto, rappresenta un rischio costante sia come bersaglio diretto che indiretto. Diretto se l’oggetto di un eventuale attacco è il convoglio stesso, indiretto nel caso che il convoglio sia coinvolto in un attentato commesso ai danni della popolazione.

Strada affollata nel centro di Kabul
Strada affollata nel centro di Kabul

E succede spesso?
È successo e succede. La cosa triste è che a Kabul quella degli attentati è diventata una realtà che rasenta la normalità.

Te l’ho chiesto perché ultimamente non si parla molto di Afghanistan. Le notizie di tv e giornali sono monopolizzate da ciò che sta avvenendo in Siria, in Libia e nel Mediterraneo. La percezione di uno spettatore come posso essere io è che se dai media non arriva nulla è perché non accade nulla, ma immagino che non sia affatto così.
Non saprei. Immagino che ciò che è avvenuto e sta avvenendo vicino ai nostri confini desti molta preoccupazione nell’opinione pubblica e che per questo i media cerchino di informare soprattutto su ciò che accade in quei territori. Io ti posso dire che ricevo quotidianamente la rassegna stampa con i bollettini del Ministero della Difesa: certamente ciò che adesso sta avvenendo sull’altra sponda del Mediterraneo tiene banco, ma ti assicuro che in Afghanistan e a Kabul gli attentati con morti e feriti, soprattutto tra la popolazione civile, sono tuttora all’ordine del giorno.

Eppure ho letto che si stanno costruendo scuole, ospedali…
Certamente. La presenza del personale internazionale riguarda proprio queste cose: la ricostruzione del paese, con gli ospedali, le scuole, le infrastrutture. Si lavora a stretto contatto con gli afghani. C’è molto personale civile oltre a quello militare: ci sono ingegneri, medici, aziende private – i cosiddetti contractors, che non sono soltanto quelli che svolgono servizi di polizia o vigilanza privata, ma possono riguardare anche lavori di progettazione, supporto e consulenza in svariati settori al di fuori del contesto militare – e ovviamente le stesse imprese afghane. Sono tutti impegnati a ricostruire un paese la cui organizzazione sociale era stata quasi completamente azzerata prima da una guerra civile trentennale e poi dall’occupazione dei talebani. A Kabul ci sono parecchi cantieri aperti, purtroppo si lavora sotto la costante minaccia di ritorsioni da parte di cellule talebane, che in una città come quella possono nascondersi facilmente. La presenza militare serve proprio per questo: per scongiurare l’intensificarsi di azioni terroristiche. Lo fa, ma non può evitarle del tutto.

Ma cosa potrebbe succedere se, per esempio, domani la presenza militare internazionale dovesse cessare?
Non si può dire con certezza cosa succederebbe, credo comunque niente di buono. Probabilmente un ritorno alla guerra civile. Una parte del paese è ancora nelle mani dei talebani, quella più impervia, la cosiddetta zona tribale. I talebani non sono stati sconfitti, si sono soltanto ritirati, e questo grazie all’azione della forza militare internazionale. Il governo del presidente eletto e l’esercito nazionale afghano stanno tuttora cercando di contrastare le sacche di resistenza talebane sparse nel paese, ma senza grossi risultati finora. La nostra presenza, oltre a fare da deterrente contro un’eventuale ripresa dell’offensiva talebana, serve essenzialmente per supervisionare la ricostruzione, cioè per dare assistenza e consulenza tecnica ai vari progetti in corso. Aggiungo inoltre che un ruolo importante per noi è anche quello di istruire e addestrare l’esercito afghano, riorganizzarlo, dargli la giusta preparazione secondo i moderni criteri internazionali, per esempio: spiegare le regole d’ingaggio sia nelle operazioni militari che in quelle di polizia; elencare le procedure e i regolamenti internazionali; soprattutto, insegnare il rispetto per i diritti umani dei prigionieri. In sostanza, pure all’interno di una legislazione che rimane quella propria dello stato afghano, si cerca di dare una professionalità tecnica, ma anche etica a un esercito regolare che si è rifondato relativamente da pochi anni. Quindi, ripeto, molta attenzione alla Convenzione di Ginevra, al regolamento internazionale in materia di diritti civili e umani, eccetera.

Gianni insieme a colleghi afghani e americani ad un convegno
Gianni insieme a colleghi afghani e americani ad un convegno

Però c’è qualcosa che non ho ancora capito: finora mi hai parlato di Nato. Ma l’intervento in Afghanistan non rientrava sotto l’egida dell’Onu?
Dunque, cerco di semplificare la cosa: c’è stato un mandato Onu fino al 2014, che aveva previsto l’impegno della Nato con la missione ʻIsafʼ. In sostanza si  trattava di quello che è stato l’intervento militare a sostegno del governo afghano nella guerra ai talebani, quindi direttamente impegnato nei combattimenti. Dopodiché, il presidente afghano ha espressamente chiesto alla coalizione internazionale un prolungamento degli aiuti. La Nato ha aderito alle richieste di Kabul approvando la missione chiamata ʻSostegno Risolutoʼ, tradotta in italiano, che poi è quella che ha riguardato il sottoscritto. Questa nuova missione, che è appunto iniziata nel 2015, è gestita dalla Nato e prevede unicamente gli interventi che ti ho appena spiegato. Teoricamente non contempla azioni di combattimento se non in caso di pericolo imminente nei confronti della coalizione stessa, che è formata per metà da americani e per metà da europei!

CONTINUA

[leggi la seconda parte dell’intervista]

Allarme terremoto: il segreto è l’allarme sismico precoce

Il Giappone rappresenta una delle aree con maggiore pericolosità sismica delle Terra: il 20% dei terremoti che vi si verificano ha magnitudo 6.0 o maggiore. È attraverso esperienze dolorose che il paese del Sol Levante ha imparato le strategie per limitare i danni, gli infortuni e le morti. Le strategie non sono solamente incentrate sul miglioramento delle pratiche costruttive, ma anche su una rete di allerta precoce.

Questo sistema si basa sull’analisi lampo del sisma in via di sviluppo, che stabilisce la sua posizione e la forza. Gli avvisi vengono poi trasmessi via radio in modo da preavvisare la popolazione entro pochi secondi (circa 15!): 10 secondi sono sufficienti per proteggersi sotto un tavolo o aprire le porte di sicurezza.
Il 14 ed il 16 Aprile 2016 ci sono stati due terremoti rispettivamente di magnitudo 6.5 e 7.3 nelle prefetture di Kumamoto ed Oita, nel Kyushu. Il primo terremoto è avvenuto alle ore 21:26 mentre il secondo terremoto è avvenuto alle ore 01:25 della mattina, quando la popolazione stava dormendo. Negli ultimi 10 giorni ci sono state più di 850 eventi di assestamento. Millesettecento abitazioni sono state distrutte, più di 200.000 abitazioni sono senza elettricità e 380.000 case senza servizi idrici. Secondo le stime della prefettura, 91.760 persone hanno cercato rifugio nei 686 centri di accoglienza.
La maggior parte dei morti è stata causata da crolli di vecchie case nella città di Mashiki, circa 3.000 sono le persone ferite e 44.000 sfollati.

Fino a ora nel 2016 ci sono stati tre terremoti potentissimi (in ordine di magnitudo): Ecuador (16 aprile) con magnitudo 7.8 ed epicentro a 19.2 km, Kumamoto (15 aprile) con magnitudo 7.1 a 11 km e Taiwan (6 febbraio) con magnitudo 6.4 con epicentro a 23 km (fonte en.wikipedia).
Confrontando i decessi a seguito del terremoto, la triste classifica vede in testa l’Ecuador con 655 morti, poi Taiwan con 117 morti ed infine Kumamoto con 39 morti. Tuttavia, il terremoto con epicentro più superficiale, e quindi con onde sismiche più energetiche e deleterie per i fabbricati, è proprio quello di Kumamoto (a 11 km). È purtroppo molto semplice comprendere che, benché il Giappone sia ad elevatissimo rischio sismico, il sistema di allarme precoce e lo stile costruttivo degli edifici hanno ridotto notevolmente l’impatto sulla popolazione di importanti eventi sismici.

Il ricordo dei danni creati dal terremoto dell’Emilia del 2012 (magnitudo 5.86) è già passato: è già diventata memoria, benché le evidenze non siano cambiate. Gli stucchi hanno coperto le crepe, ma non hanno risolto l’inadeguatezza del metodo costruttivo delle nuove costruzioni, la messa in sicurezza di quelle recenti e la tutela di quelle antiche. Comprendo le problematiche politiche per ottenere fondi speciali per mettere in sicurezza il patrimonio artistico. Non capisco invece perché già da ora non si costruisca con regole anti-sismiche e le si applichino agli edifici pubblici in essere (le scuole).

A quando un sistema di allarme precoce almeno negli ospedali, nelle scuole e nei supermercati?
A quando un sistema che invii ai cellulari l’allarme sismico?

Diario di un soldato: la vita quotidiana in una base dell’Afghanistan/2

SEGUE. Ecco la seconda parte della testimonianza di Gianni, ufficiale dell’Areonautica tornato di recente da una missione in Afghanistan.

Tornando alla quotidianità… Quindi, tutte le volte che dovevi spostarti fuori dalla base, lo facevi in elicottero?
Diciamo che personalmente non uscivo dalla base Nato tutti i giorni. Comunque sì, le volte che l’ho fatto ho usato l’elicottero! Poi, quando mi trasferivo per ragioni di servizio da Kabul a Kandahar o Herat, lo facevo ovviamente in aereo. Però, per farti capire meglio la situazione, ti posso dire che, per esempio, quando ci si doveva spostare all’interno della stessa base militare afghana a tagliarsi i capelli o allo spaccio, lo si doveva fare armati, col giubbotto antiproiettile e sempre a bordo di mezzi blindati. Questo nell’eventualità che qualche soldato afghano potesse spararci contro, appunto per i motivi che ti ho detto prima.

Ma, a parte le precauzioni continue, hai qualche ricordo di momenti di particolare stress, di una situazione di forte pericolo che hai corso?
Beh, minacce dirette alla mia persona non ne ho mai subite, in questo senso sono stato fortunato! Se invece parliamo di situazioni di pericolo direi di sì. Capitò proprio appena un paio di giorni dopo il mio arrivo a Kabul: erano poco più delle cinque del mattino e il container nel quale dormivo venne scosso dallo spostamento d’aria causato dall’esplosione di un camion imbottito d’esplosivo e fatto saltare vicino alla recinzione esterna della base. Fortunatamente quella volta, a parte i danni alle infrastrutture, vi furono solo feriti lievi, ma all’interno della base scattarono le sirene dell’allarme e fummo tutti costretti a vestirci in pochi secondi e a correre nei bunker dove rimanemmo un’ora ad attendere il cessato pericolo. Considero quell’episodio come il mio ʻbenvenuto nella nuova dimensioneʼ. Qualche tempo dopo ci fu un attacco alla base in piena regola: un attentatore suicida si fece esplodere davanti al cancello d’ingresso, aprendo la strada ad un commando di talebani che iniziarono a sparare e a lanciare ordigni all’interno della base. Anche un secondo attentatore, pochi secondi dopo, si fece saltare in aria per aprire un altro varco tra le nostre difese. Il conflitto a fuoco durò una mezz’ora circa e si concluse con la morte di tutti gli attentatori e di un soldato americano di guardia all’ingresso. Anche quella volta dovetti riparare nel bunker con gli altri e ricordo che sentii distintamente gli spari e le esplosioni.

 Gianni in posa con due militari delle forze speciali Usa

Gianni in posa con due militari delle forze speciali Usa

Ma che scopo hanno questi attacchi?
Non hanno nessuno scopo tattico militare. L’unico intento è creare scompiglio, mantenere un clima di tensione costante, demoralizzare il nemico e soprattutto la gente, minarne la fiducia. In qualche modo far traballare la credibilità della coalizione, portando la gente a identificare la minaccia continua degli attentati con la presenza delle forze internazionali sul proprio territorio. Considera che la stragrande maggioranza delle vittime di questi attentati sono civili. A confronto gli attacchi alle basi e ai convogli militari sono numericamente assai più bassi. Le autobomba e i kamikaze si fanno saltare in aria nelle strade affollate, ai mercati, tra le vie più trafficate della città, cioè laddove la gente è più indifesa.

Fortuna che voi nella base avevate i bunker…
Certamente. Mi chiedevi com’è fatta la base. Considera che io ero il terzo in comando e il mio ufficio era un metro e mezzo per tre all’interno di un vecchio hangar. In sostanza la base era un complesso di hangar riadattati a magazzini e uffici, di fianco ai quali c’erano dei container che poi erano i nostri alloggi. Il bunker che ti ho detto era in realtà un tunnel in cemento armato collocato al centro della base e protetto tutt’intorno da una sorta di terrapieno. Avevamo la mensa, la palestra, spazi di ritrovo: tutti ambienti rigorosamente spartani e quasi tutti ricavati da strutture prefabbricate.

Dimmi dell’esterno… com’era l’ambiente oltre le mura della base?
Approssimativamente la nostra base avrà avuto una superficie non superiore a quattro o cinque ettari, era un quadrato di circa duecento metri per lato o poco più, ed eravamo protetti da muri di cemento alti quattro metri. Tutt’intorno c’era la zona militare presidiata dall’esercito afghano. Quando uscivo dal mio alloggio avevo di fronte il muro, oltre il quale potevo scorgere solo le cime delle montagne in lontananza, sono montagne alte anche quattromila metri. Kabul si trova su un altopiano a milleottocento metri circondato appunto da catene montuose. Il clima poi è secco e d’inverno fa molto freddo, ma è un freddo asciutto e non dà fastidio come qua. Personalmente non avevo la possibilità di uscire e visitare i dintorni al di fuori dell’area militare – tra l’altro non era affatto consigliabile per noi – però posso dire cosa si intravvedeva quando ci si alzava in volo a bordo dell’elicottero. Come ti ho detto, rispetto alla città ci trovavamo a nord, oltre l’aeroporto. il paesaggio è esattamente come nelle foto: spoglio e arido, le colline e le montagne tutt’attorno sono pressoché prive di vegetazione e le case alla periferia di Kabul sembrano sparse a casaccio, tutte uguali, grigie, coi tetti a terrazza. Per riassumere un po’, potrei dirti che ricordo principalmente tre cose: il cemento degli edifici, il metallo dei veicoli e la polvere che ricopriva tutto il resto all’esterno della base.

E la gente?
Devo dire che non ho avuto contatti diretti con la gente del posto. Peraltro i soli afghani con cui ho potuto parlare sono gli ufficiali che ho incontrato in qualche riunione e in un paio di cene. Il mio lavoro era gestire il personale americano della base e i miei rapporti quotidiani erano essenzialmente con gli americani e qualche europeo.

Parlami dei tuoi colleghi stranieri allora! Che differenze hai notato tra voi italiani e loro?
Devo premettere una cosa: nel mio comando ero l’unico italiano presente.Però posso comunque darti le mie impressioni per ciò che ho potuto osservare dei colleghi americani e di quei pochi europei che operavano all’interno della base. Professionalmente parlando, grosse differenze non ne ho viste; più in generale posso dire che gli americani prendono le cose in modo molto più diretto e sbrigativo di noi, e quando dico noi alludo a noi europei. Gli americani sono abituati a prendere decisioni in tempi rapidi e senza troppi preamboli, forse perché le loro regole sono semplici, precise e comprensibili a tutti. Mettici pure il fatto che questa missione la sentono molto a livello emotivo, e questo fin da subito, fin dall’undici settembre. Si avverte un senso di patriottismo in tutto ciò che fanno, se parli con loro di certo non si nascondono: si considerano tuttora in guerra e stanno lì per difendere la libertà del loro paese. Hanno poi il sostegno totale delle loro famiglie: ricevono continuamente messaggi, regali, cibo, qualsiasi cosa. La differenza tra loro e noi europei può essere che noi prendiamo la cosa forse con maggiore pragmatismo, privilegiamo l’aspetto professionale e il senso del dovere verso le istituzioni internazionali a quello puramente patriottico: direi che in qualche modo siamo più riflessivi, ecco. Professionalmente e caratterialmente mi sentivo più affine al mio collega rumeno o a quello danese, probabilmente perché eravamo tra i pochi non americani della base; in questi casi la tendenza è sempre quella di trovare un punto in comune con gli altri, per noi era quello di essere europei!

Morfologia dell’Afghanistan
Morfologia dell’Afghanistan

Però qualche militare afghano hai detto di averlo incontrato…
“Sì, erano ufficiali. Se vuoi sapere che impressione m’hanno fatto quelli con cui ho parlato, ti posso dire che mi sono sembrate persone molto gentili e misurate. Sono consapevoli dell’importanza della nostra presenza nel loro paese. Quello che so è che dove il governo afghano, quello riconosciuto dalla comunità internazionale, è presente non solo come istituzione, ma anche come servizi, cioè con gli ospedali, le scuole, le università, le infrastrutture, le strade, l’acqua, la luce, in sostanza tutte quelle cose che stiamo cercando di far ripartire e di far funzionare, la gente ci guarda con favore. Credo che gli afghani si rendano perfettamente conto dello sforzo economico che la comunità internazionale – soprattutto l’America – ha messo in campo per aiutarli. Ma, come sai, l’Afghanistan è un territorio difficile, ci sono zone del paese quasi impossibili da raggiungere: catene montuose dove non esistono strade, vallate chiuse e inaccessibili in cui si può accedere solo a cavallo di muli. C’è una vasta fetta del territorio afghano, lontana dalle città, che è ed è sempre stata isolata dal resto del mondo: un territorio popolato da comunità tribali che non hanno nessuna percezione dei cambiamenti sociali, e tantomeno dei servizi e delle innovazioni che avvengono nelle città. Di ciò che succede al di fuori dei loro confini sanno poco e niente. In una tale situazione puoi ben capire che le genti di quelle montagne e di quelle vallate sono terreno fertile per i talebani. E lassù c’è un dedalo di nascondigli naturali in cui è impossibile stanarli e tantomeno combatterli.

Le montagne a nord di Kabul
Le montagne a nord di Kabul

Mi pare di capire che avevi buoni rapporti un po’ con tutti…
Direi proprio di sì. Ognuno porta con sé le sue diversità, che poi, se ci pensiamo bene, sommate a quelle altrui, sono un’occasione di arricchimento reciproco. Anche perché alla fine quello che prevale è il rapporto umano che si instaura tra gli individui, tra le persone. Le differenze di nazionalità, di abitudini, di cultura dopo un po’ passano in secondo piano. Si lavora fianco a fianco tutti i giorni, si perseguono obiettivi comuni, ma soprattutto si trascorre tanto tempo con gli altri, si chiacchiera, si gioca e si scherza, si cucina e si mangia tutti assieme. Con alcuni colleghi si è creata una buona amicizia, anche se probabilmente sarà molto difficile rivedersi. Credo poi che un’esperienza come questa, in cui ti trovi a condividere sensazioni forti, momenti spesso drammatici, contribuisca a legare le persone ancor di più.

Un elicottero MI-17 impiegato per il trasporto truppe e materiali
Un elicottero MI-17 impiegato per il trasporto truppe e materiali

Al di là dei momenti di pericolo che hai vissuto, hai qualche altro aneddoto particolare che puoi raccontare?
Ricordo che eravamo a bordo di un C-130 diretto a Kandahar, stavamo andando a incontrare il personale dello stormo americano stanziato in quella base. Ebbene, devo fare una premessa: circa quattro anni fa, proprio in un caso di ʻgreen on blueʼ, un generale americano fu ucciso da un soldato afghano che sparò all’impazzata durante una cerimonia. Da quella volta tutti i generali americani girano con la scorta personale. Insomma, cerco di fartela breve: all’andata eravamo io, alcuni miei colleghi americani del comando di Kabul, personale afghano e, appunto, un generale con la sua scorta. Appena atterriamo a Kandahar ci viene comunicato che dobbiamo imbarcare d’urgenza una dozzina di soldati afghani, alcuni feriti e altri morti in combattimento. In altre parole il nostro volo, che era un normalissimo volo di routine, quasi una gita se vogliamo, viene trasformato di colpo in un volo operativo di trasporto di feriti. E così, da visitatori rilassati, ci troviamo nel giro di pochi minuti a dover piantonare l’aereo armati e agli ordini del generale, a protezione dei feriti e delle sacche con dentro le salme che dobbiamo poi scortare nel viaggio di ritorno a Kabul! Questo solo per dire che laggiù, in ogni momento, devi fare i conti con la realtà, e puoi passare in un attimo dalla spensieratezza al dramma. E anche quest’aspetto della vita che a un europeo apparirebbe senz’altro come qualcosa di schizofrenico, laggiù, dopo un po’, diventa normale routine.

Da ultimo Gianni ti chiedo una riflessione sulla tua esperienza e magari un’opinione sulla situazione attuale in Afghanistan.
Spesso gli americani in una semplice frase riescono a riassumere concetti abbastanza complessi; noi di solito, per esprimere gli stessi pensieri, ci serviamo di pagine e pagine. In sostanza dicono: noi soldati serviamo la patria, ma sono le nostre famiglie che si sacrificano per essa! Personalmente posso dire che decido di partire in missione, di stare lontano da casa tanto tempo con tutte le incognite del caso, sto lì cercando di fare al meglio il mio lavoro. Ma chi paga di più per questa situazione è senz’altro la mia famiglia, nel mio caso Terese. È lei a dover subire maggiormente la mia assenza, che si fa carico di tutto quello che c’è da fare dentro la casa, poi c’è chi ha i figli, chi ha genitori anziani magari malati. Io sto lì, ripeto, lontano migliaia di chilometri, concentrato sul mio lavoro, con la mente lucida e senza distrazioni, ma tutto ciò lo posso fare soltanto se da casa non mi viene fatto sentire il peso di questa mia assenza! Questa cosa è stata un test assai impegnativo per tutti e due: la missione, seppure su diversi fronti, c’è stata da parte di entrambi. E aggiungerei, anche se magari rischio di dire qualcosa di banale, che una volta tornato in Italia sei portato a rivalutare tutto quello che ti circonda con occhio più benevolo, in modo più morbido. Perché è inevitabile fare dei confronti, e alla fine ti rendi conto di quanto sei fortunato a vivere in un quotidiano dove il concetto di sopravvivenza è ormai diventato qualcosa di astratto, di superato. Ebbene, in tante parti del mondo non è così, ma non sta a me spiegarne i perché e tantomeno giudicare! Da militare il mio compito è quello di svolgere un incarico assegnato, che in questo caso specifico riguarda il ʻricostruireʼ, aiutare un paese a risollevarsi e a ripartire. Siamo là per questo motivo, non per combattere, certo siamo preparati a fare anche quello se necessario. Per concludere posso aggiungere che ho visto di persona come in quel paese, pure tra mille difficoltà e contraddizioni, si stanno facendo dei passi nella direzione giusta. Immagino una strada ancora molto lunga da percorrere, probabilmente ci vorranno anni. I pericoli sono ancora tanti, ma il processo di collaborazione e di reciproca fiducia che si è avviato mi fa ben sperare.

S’è fatto tardi e non ho altre domande, così mi congedo da Gianni e Terese con la promessa di risentirci nei giorni successivi.

Qualcuno ha detto che non sono i soldati a iniziare le guerre, ma gli uomini. Casomai i soldati servono a farle finire. Personalmente ho sempre creduto che i bravi soldati detestino le guerre, esattamente come i bravi pompieri detestano gli incendi. Ho ragione di credere che Gianni sia veramente un bravo soldato, soprattutto per il fatto che a guardarlo vestito in abiti civili non abbia affatto l’aria di essere un soldato, ma tutt’altro.
È pur vero che gli incendi non si spengono a parole, occorre qualcuno che abbia il coraggio di indossare maschera, guanti e stivali per andare a domarli. Il fuoco, così come la guerra, può bruciare e uccidere, ma per fortuna non c’è solo il fuoco: ci sono anche paesi da ricostruire o gattini da salvare… Soldati e pompieri esistono anche per questo.

IL FATTO
Retromarcia del Comune, “la casa terremotata è agibile”. Ma il perito: “Può crollare”

Da tre anni vivono in un appartamento in affitto. La loro casa, colpita dal terremoto, è stata dichiarata inagibile con ordinanza comunale e classificata a grado di rischio E, il più alto. Ma un paio di mesi fa il Comune di Vigarano è ritornato sui suoi passi e il sindaco Barbara Paron ha emesso una nuova ordinanza, stavolta di revoca della precedente, collocando l’abitazione in classe A (nessun danno e rischio) e autorizzando la famiglia, composta da padre, madre e due figli, uno dei quali minorenne, a rientrare come se nulla fosse accaduto.
In mezzo però ci sono stati tre lunghi anni di abbandono dalla residenza e soprattutto la paura di tornarci a vivere. Perché tutti i tecnici e i periti consultati dalla famiglia Zaniboni certificano che la struttura è gravemente danneggiata e inagibile e una nuova scossa potrebbe essere fatale e porre a repentaglio la vita degli occupanti. Metterla in sicurezza e riparare i danni del sisma ha costi esorbitanti, nell’ordine di centinaia di migliaia di euro.

Più che comprensibile, dunque, lo sconcerto, l’avvilimento e la rabbia dei proprietari. I quali hanno tentato in ogni modo di spiegare le proprie ragioni. Ma in Municipio continuano a sbattere contro una stessa risposta, sempre la stessa, un diniego senza appello. Così si sono rivolti al Tar, al Prefetto, al Difensore civico e a qualificati periti. Fra questi  l’architetto Stefano Gatti, che opera anche come consulente del Tribunale di Perugia. Interpellato per la sua riconosciuta autorevolezza, in 72 pagine di perizia giurata conferma i danni strutturali e i conseguenti rischi e legittima la richiesta formulata dai signori Zaniboni, che attendono un contributo per provvedere al ripristino delle condizioni di agibilità. Ciò che afferma coincide sostanzialmente con il contenuto della relazione dei tecnici incaricati dalla protezione civile che hanno compilato la famigerata scheda Aedes confermata anche dai tecnici incaricati dai proprietari. Tutto quadra, insomma; salvo che ora il Comune, a tre anni di distanza, ha cambiato idea ed è tornato sui propri passi ricusando ciò che per primo aveva certificato dopo il terremoto.

“Ricordo quella notte con sgomento – racconta la signora Gloria. Già nel pomeriggio l’orologio a pendolo si era fermato due volte: si tratta di meccanismi molto sensibili e questo strano fatto – mai accaduto prima – mi aveva inquietata, mi era parso presagio di qualcosa la cui drammaticità però certo non potevo immaginare. La notte ho avvertito quel boato spaventoso avvicinarsi e immediatamente sono corsa nella stanza dei miei figli, li ho abbracciati stretti mentre sentivo cadere su di noi la sabbia dalle tavelle del soffitto. Non credevo saremmo sopravvissuti…”.

Le tracce della violenza del sisma sono visibili anche nel giardino che cinge la casa, a ridosso della ciclabile del Burana. Il cappello di un camino in pietra si è staccato dal basamento e ha fatto un giro di novanta gradi su se stesso. Evidenti crepe passanti hanno tagliato la base di numerose colonne che sorreggono il tetto e non c’è stanza del fabbricato che non porti il marchio della violenza subita. Fa impressione vedere l’ abitazione abbandonata a se stessa, due volte vittima di una sorte malevola, muta testimone di una situazione grottesca e paradossale, che la famiglia Zaniboni sta vivendo come un nuovo terremoto esistenziale.

“Proviamo un miscuglio di sconcerto e ribrezzo passando per le strade del nostro paese quando osserviamo che stalle e fienili fatiscenti e inutilizzati prima della scossa ora sono stati totalmente ricostruiti grazie ai contributi per il sisma.  Non capiamo sulla base di quale criterio si siano utilizzati i fondi pubblici, visto che a noi viene negata la possibilità di rientrare in sicurezza nella nostra abitazione, compromessa proprio dal terremoto” commentano amaramente i proprietari.
Il nostro immobile oltretutto, ristrutturato fra il 1995 e il 1998, era in perfette condizioni. A questo punto, esasperata, la famiglia Zaniboni rivolge a noi e – ancora una volta – a se stessa tutti gli interrogativi che la tormenta. Perché ben quattro tecnici della protezione civile hanno stimato il danno pericoloso al punto da dichiarare la casa inagibile? Perché tutti i tecnici ai quali l’hanno fatta vedere (ben nove, tra ingegneri e architetti) l’hanno considerata compromessa dal punto di vista strutturale e per questo bisognosa di un indispensabile intervento di messa in sicurezza?”.

A questi rovelli se ne aggiungono altri, relativi alle recenti decisioni assunte dal sindaco che, sconfessando le precedenti ordinanze, ha dichiarato la piena agibilità della casa. “Perché – si domandano ancora i proprietari – se il criterio adottato dai nostri amministratori è di far rientrare i terremotati nelle proprie case ‘in sicurezza’ per noi questa cautela non vale e ci viene beffardamente risposto che il rientro in casa che il Comune ora ci consente ‘è una facoltà e non un obbligo’?”.

L’ impresa 3M Costruzioni – a cui la famiglia Zaniboni si è rivolta per chiudere le tante crepe e provvedere a un ripristino di minima – si è addirittura rifiutata di intervenire, confermando che il fabbricato è compromesso strutturalmente e l’impresario non avrebbe svolto il lavoro per non assumersi responsabilità su quel che potrebbe capitare in futuro…

“Ma tutto questo ai responsabili del Comune evidentemente non interessa – concludono sconsolati -. Tanto se la casa dovesse un giorno crollare a seguito di altre scosse e in conseguenza al fatto di non essere stata messa in sicurezza, peggio per chi ci rimane sotto… Tanto nessuno ha mai colpa di niente”.

La frustrazione, però, non ha generato inerzia. La famiglia Zaniboni sta combattendo con determinazione la partita per vedere riconosciuti i propri diritti. Ha fatto ricorso al Tar, si è rivolta al Prefetto, al Difensore Civico e non è intenzionata a fermarsi.
“Siamo anche pronti a mettere persa la casa, ma vogliamo batterci con tutti gli strumenti e le nostre forze contro chi, con il proprio comportamento, atti e decisioni, sta mettendo a repentaglio la nostra vita. Lo facciamo per i nostri figli, affinché almeno loro possano credere negli ideali e nelle istituzioni. Vogliamo ottenere un ripristino della legalità che in tutta questa vicenda è stata arbitrariamente travisata e negata.
Per questo motivo abbiamo deciso di rendere pubblica la nostra storia, magari simile a tante altre. Vogliamo far sentire la nostra voce pensando  possa rappresentare anche coloro che per mancanza di coraggio, forza, determinazione oppure per sfiducia non hanno potuto o voluto parlare e lottare”.

“Alimentarsi di beni culturali, energia per il cervello”. Aperta la ‘cucina’ al salone del Restauro

“Nutrire il pianeta, energia per la vita”, questo è lo slogan di Expo 2015 che ha appena aperto le proprie porte a Milano. Marcello Balzani – professore del dipartimento di Architettura dell’ateneo ferrarese e responsabile scientifico del Teknehub di Ferrara – ha coniato per noi lo slogan “Alimentarsi di beni culturali, energia per il cervello”: ecco così spiegato il patrocinio di Expo alla XXII edizione di “Restauro. Salone dell’arte del restauro e della conservazione dei beni culturali e ambientali”, che si svolge a Ferrara Fiere fino al 9 maggio.

salone-restauro“Centocinquantaquattro fra convegni, seminari e incontri in 4 giorni”, “uno dei rarissimi casi di connubio tra parte espositiva e parte convegnistica”, così descrive “Restauro” l’architetto Carlo Amadori di Acropoli srl, il capo progetto della manifestazione. Quest’anno il consueto appuntamento con il mondo del restauro e della conservazione dei beni culturali e ambientali a Ferrara apre le proprie porte al pubblico più tardi rispetto al solito proprio in ragione dell’importante riconoscimento arrivato dalla manifestazione milanese: “Abbiamo colto questa occasione per poter avere un aumento di internazionalizzazione”, spiega Amadori.

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Lo scalone monumentale in stato di degrado del convento di Santa Maria in Vado

Il patrocinio di Expo si affianca così al sostegno che “Restauro” fin dall’inizio riceve dal Mibact, anzi quest’anno l’economia della cultura, da sempre “il nostro orientamento e il nostro programma, viene a coincidere con la linea assunta dal ministero per i Beni e le attività culturali e il turismo”, sottolinea Amadori. Proprio la riforma attuata dal Mibact troverà a “Restauro” numerosi momenti di approfondimento. Altro tema molto sentito, questa volta per quanto riguarda l’Emilia Romagna, è la ricostruzione post-sisma, a cui “Restauro” rivolge fin dal 2013 una doverosa attenzione. “Stiamo entrando nella fase di ricostruzione e rivitalizzazione dei centri storici colpiti – ci spiega l’architetto – e “Restauro” è l’occasione per fare il punto della situazione soprattutto su quest’ultimo tema che è fondamentale, dopo la prima fase della messa in sicurezza”. Per questo “ci sarà un padiglione intero dedicato al post-terremoto con una mostra specifica chiamata “Terreferme. Emilia 2012: il patrimonio culturale oltre il sisma”, curata dal segretariato regionale per l’Emilia-Romagna: la narrazione di ciò che è stato fatto e di come sono state rese più efficienti le procedure di intervento per la salvaguardia del patrimonio culturale, ma soprattutto un racconto rivolto al futuro perché la condivisione della conoscenza è lo strumento più forte per la tutela del patrimonio culturale.
Al termine della nostra conversazione non potevamo non chiedere all’architetto perché all’inizio di questa avventura, che ha portato il Salone del restauro a diventare un’eccellenza a livello nazionale e internazionale, la scelta è caduta su Ferrara. “Il primo anno tutto è partito da un’iniziativa coordinata da me e dall’Istituto dei beni culturali della Regione Emilia Romagna. Abbiamo chiesto alla Regione quale poteva essere la sede ideale per il tema che volevamo trattare e da subito l’indicazione è stata Ferrara, che in quel periodo aveva tra l’altro appena terminato il nuovo quartiere fieristico su progetto di Vittorio Gregotti. Da allora siamo rimasti anche in forza dell’importanza via via data dalla città al ruolo dei beni culturali: Ferrara è stata dichiarata patrimonio dell’Unesco non solo per il centro storico, ma anche per il territorio circostante e ha un’attività culturale di tutto rispetto. Non si può poi dimenticare l’importante presenza della facoltà di Architettura e del Teknehub, che sono partner fondamentali della manifestazione”.
Proprio con il professor Balzani, responsabile scientifico del Teknehub, abbiamo parlato di due degli appuntamenti più importanti di questa edizione: Smart museum e Inception, candidato in uno dei rami di finanziamento del programma quadro europeo Horizon 2020 e ammesso al finanziamento dalla Commissione.

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Restauro conservativo della ‘Madonna del cardellino’ di Raffaello Sanzio (150)

Partendo dalla riforma del ministero, “che sta mettendo al centro il tema del museo e una politica di riconfigurazione dei ruoli museali, abbiamo individuato questo tema trasversale dello Smart museum: “una sorta di logo per varie iniziative per comprendere la problematica museo a 360°, non solo a livello nazionale, ma anche europeo e internazionale”. Uno degli aspetti più interessanti, secondo quanto ci spiega Balzani, è che la prospettiva si allarga al sistema museo: “dalla politica conservativa alle possibilità di sviluppo nel e per il territorio”. Il tutto con l’obiettivo di uscire dal luogo comune per molti italiani che il museo sia solamente “un edificio”, una specie di “zoo dei beni culturali”, dove si ammirano per esempio quadri e pale d’altare fuori dalla loro collocazione originale e quindi, per forza di cose, risemantizzati: il museo è “un’idea”, che entra in relazione “con lo spazio, con il territorio” e, non ultimo, con la comunità e con essi può e deve trovare “intersezioni”, per esempio con il turismo e con le industrie dell’artigianato artistico, mettendo insomma “a sistema lo straordinario patrimonio artistico e culturale diffuso italiano”.

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Marcello Balzani

A questo punto Balzani rientra nel suo ruolo di professore e ci domanda: “Perché l’Italia ha un patrimonio culturale così imponente?” “La risposta che non si dà mai, ma anche la più indiscutibile, è che li abbiamo conservati e protetti, altrove li hanno abbandonati, persi, distrutti. L’Italia da almeno 200 anni percorre la strada della conservazione”, ora la nuova grande scommessa è “mettersi insieme agli altri, uscire dai confini italiani e sforzarsi di creare rapporti internazionali. Il Salone del restauro di Ferrara rappresenta un’occasione in questo senso perché crediamo che non si può essere bravi da soli, si è più bravi insieme agli altri”.
Arriviamo così a Inception. “Inclusive cultural heritage in Europe through 3D semantic model”, questo è il suo nome per esteso, si è classificato primo su 87 partecipanti alla call di Horizon 2020 per le tecnologie applicate ai beni culturali. Verrà sviluppato da un consorzio di quattordici partner provenienti da dieci paesi europei, guidato però dal Dipartimento di architettura dell’Università di Ferrara. Per questo, per Balzani, è l’“occasione per dire che gli italiani sono bravi, perché vincere una call europea non è una cosa banale: abbiamo lavorato intensamente e fatto un progetto di grande serietà. Il messaggio positivo da lanciare è: mettendoci insieme e facendo squadra possiamo vincere”.

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Elaborazione in 3D della Piazza dei Miracoli a Pisa

Tra le principali innovazioni proposte: le metodologie innovative per la realizzazione di modelli 3D e lo sviluppo di una piattaforma open standard per contenere, implementare e condividere i modelli digitali. Il progetto risponde al tema dei “contenuti” che si trovano sul web a proposito dei beni culturali, che “spesso sulla rete sono banalizzati e diventano strumenti di consumo per poi fare altro”. Per quanto riguarda la tecnologia con Inception “abbiamo spostato l’attenzione dall’idea del bene culturale come oggetto allo spazio in cui si ritrovano le persone: ci siamo detti analizziamo anche lo spazio dei beni culturali e lo spazio come bene culturale in se stesso. Pensandoci bene è un’interpretazione molto italiana: l’Italia è piena di grandi spazi d’arte non solo di grandi opere d’arte, viviamo in centri storici e vicino ad aree archeologiche, siamo sempre immersi in una qualità del paesaggio che unica al mondo”.
Tutto ciò avendo sempre in mente “un approccio inclusivo ai beni culturali”: “quando i cittadini si avvicinano alle piattaforme web affrontando il tema dei beni culturali si devono ritrovare”, in altre parole bisogna superare la dinamica dualistica banalizzazione-iperspecializzazione. “Dobbiamo trovare i significati corretti per definire i contenuti dei beni culturali”: “la cultura è sempre una scelta che non deve essere contaminata dalla superficializzazione del sistema attuale dell’on-line”. “Inception – conclude Balzani – può essere una grande opportunità per far emergere questi temi e risolverli attraverso la tecnologia stessa, orientata finalmente a dare un significato e un contenuto” che devono essere spiegati, capiti, condivisi e utilizzati, uscendo dalla logica degli effetti speciali e da “un rapporto di consumo a basso livello di interazione formativa”.
A “Restauro” saranno presentati, come da tradizione, numerosi casi di restauri eccellenti: lo stato di avanzamento del progetto di risanamento della Domus Aurea sotto la guida della Soprintendenza archeologica di Roma e il progetto di illuminazione a led della Cappella Sistina a cura del professor Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, sono solo due esempi. A questi bisogna aggiungere la delegazione scientifica costituita in collaborazione con il Louvre di Parigi, che porterà a Ferrara la presentazione ufficiale del progetto internazionaleLa città dei musei. Le città della ricerca”, promosso dal Mibact e coordinato da Letizia Caselli. Infine l’importante appuntamento con Icom (International council of museums) in vista della 24° Conferenza generale, che si terrà a Milano nel luglio 2016 e tratterà il tema del rapporto tra musei e paesaggi culturali.
Proprio in ragione della grande attenzione riservata in questa edizione 2015 al tema del museo e del suo rapporto con il territorio e la comunità, a “Restauro” non poteva mancare l’Anmli – Associazione nazionale dei musei di enti locali e Istituzionali. Sono circa tremila in tutta Italia, molto diversificati fra loro, “rappresentano l’ossatura del sistema museale italiano”, come sottolinea Anna Maria Visser, presidente dell’Associazione fino al 2006, e in ragione di questa loro diffusione capillare “hanno un fortissimo legame con il territorio, le città e le comunità, di cui sono espressione e specchio”. In altre parole il loro è un “ruolo importante, ma allo stesso tempo delicato e mutevole perché svolgono una funzione di cerniera fra diversi aspetti e istanze”.
Il convegno AnmliMuseo e comunità”, che si svolgerà nel pomeriggio di venerdì 8 maggio, arriva in un “momento molto delicato di trasformazione perché la riforma del Mibact ormai sta per partire. “Ponendo al centro i musei, anche con i poli museali regionali – spiega la professoressa Visser – offre la possibilità di integrare le realtà museali sul territorio con un mandato forte per una gestione sinergica”: insomma “può essere la chiave di volta per cercare di porre fine alla separatezza che è esistita fino ad ora”.

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Anna Maria Visser

Lo scopo dei vari interventi sarà fornire spunti di riflessione sulla partecipazione degli utenti, soprattutto quelli più prossimi ai musei, “non solo in termini di audience e turismo, ma in un’ottica più ampia di fruizione critica”. Verranno anche portati esempi concreti di musei chesono usciti dalle proprie mura, andando a cercare il territorio”: la loro “capacità di innovazione” risiede nella ricerca di “fruizione partecipata e costruzione di nuovi significati e appartenenze”. “In fondo non è che il ritorno al “museo civico” nel senso proprio di questa espressione”, conclude Anna Maria Visser.
Come avrete capito a “Restauro” il cibo per la mente a disposizione è veramente molto, al pubblico rimane la scelta se assaggiare un po’ di tutto o scegliere oculatamente alcune prelibatezze.

Il programma della manifestazione in continuo aggiornamento è consultabile al sito [vedi].

A due anni dal terremoto, il bilancio di Patrizio Bianchi: “La scuola è rinata”

di Riccardo Rimondi

“Il 29 maggio avevo detto che avremmo regolarmente cominciato l’anno scolastico il 17 settembre, e quando l’ho detto stavo piangendo. A due anni di distanza, devo dire che è andata bene”. Patrizio Bianchi, ferrarese, assessore regionale a Scuola, formazione, università, non ha dubbi: la ricostruzione del tessuto scolastico, messo in ginocchio dalle scosse che il 20 e il 29 maggio 2012 hanno colpito la Bassa emiliana, merita una promozione a pieni voti. “Il nostro punto di forza è stato l’averlo fatto insieme. Il commissario non era inviato dall’esterno ma era un rappresentante della comunità (Errani, ndr), i sindaci sono stati fantastici e lo è stata la struttura tecnica inviata dalle altre Regioni. E anche le imprese ci hanno aiutati, sia materialmente sia mostrando di volere restare”. Dopo ventiquattro mesi e oltre quattrocento scuole rimesse in piedi, l’assessore regionale alla scuola è convinto che questo terremoto sia stato, per l’edilizia scolastica, una lezione da ricordare per il futuro: “Basta edifici storici, dobbiamo ripensare il nostro patrimonio scolastico. Il sisma ci ha insegnato come devono essere costruiti gli edifici: su un piano, con materiali leggeri e antisismici, predisposti al fotovoltaico e in grado di consumare meno energia di quella che producono”.

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Il ferrarese Patrizio Bianchi, ex rettore di Unife, è assessore regionale a Scuola, formazione, università e ricerca, lavoro

Assessore, due anni fa il terremoto danneggiava 450 edifici scolastici, colpendo 70 mila studenti. A due anni di distanza, qual è il bilancio?
Quando abbiamo fatto la prima verifica, il 28 maggio, gli edifici danneggiati erano 100. Il giorno dopo, con la seconda, siamo arrivati a 450. L’area coinvolgeva circa 70 mila studenti, e 18 mila avevano le scuole del tutto inagibili. Fin da subito abbiamo fatto una verifica in tutti gli edifici: entro luglio avevamo verificato gli oltre 600 nel cratere, entro settembre abbiamo controllato tutti quelli della Regione. I ragazzi hanno iniziato tutti la scuola il 17 settembre. A fine anno erano tutti al caldo, dentro edifici temporanei di lunga durata o dentro i moduli. Abbiamo deciso di fare una trentina di moduli temporanei dove le scuole erano state danneggiate ma potevano essere recuperate. Dove abbiamo fatto quelli di lunga durata, abbiamo quasi dappertutto ampliato le strutture con biblioteche, palestre, territori. Abbiamo tenuto i moduli temporanei del Calvi-Morandi di Finale e del Galilei di Mirandola, perché nel frattempo la Provincia stava ristrutturando le scuole originarie, che sono in cemento armato e richiedevano più tempo delle altre per essere messe a posto. In ogni caso, il ripristino dovrebbe avvenire entro il 30 settembre. A Finale abbiamo costruito anche dei laboratori, dove stiamo sviluppando dei progetti di creazione d’impresa. Tutte le scuole sono state cablate, quindi abbiamo messo lavagne multimediali in tutte le aule.

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Un asilo riattrezzato dopo il sisma

Quante scuole sono quelle in cui bisogna intervenire?
Tolti i casi di Finale e Mirandola, che sono di competenza della Provincia, noi abbiamo finito le scuole l’anno scorso. Nell’ultimo anno, abbiamo fatto solo lavori di ampliamento. Dato che all’inizio dell’anno scolastico avevamo fatto solo le aule, abbiamo aggiunto le biblioteche, le palestre, i laboratori e le mense. Avendo costruito le scuole per moduli, abbiamo solo dovuto aggiungere i “pezzi” di cui c’era bisogno.

Il 29 maggio alle due avrebbe mai detto che tre mesi e mezzo dopo sareste riusciti a far ripartire l’anno scolastico ovunque?
Io l’avevo già detto. Il 20 maggio avevamo detto che saremmo ripartiti il 17 settembre, e c’è voluta una bella incoscienza per fare una dichiarazione del genere. Il 29 maggio l’ho ripetuto, e stavolta piangevo. L’ho detto più per volontà che per altro. L’ho detto perché ci contavo. Devo dire che ci è andata bene. Sono stati fantastici i sindaci, è stata fantastica la struttura tecnica che le altre Regioni ci hanno dato. Perché sono stati in tanti ad aiutarci.

Qual è stato il vostro punto di forza?
L’averlo fatto insieme. Non c’era il commissario esterno. Io ho confrontato la nostra situazione con quella che c’era, purtroppo, in Abruzzo. Quando ci sono i terremoti, generalmente viene nominato un commissario esterno e viene sospesa la struttura di rappresentanza civile. Noi abbiamo fatto il contrario: pensavamo che il commissario dovesse essere il presidente della Regione e che il vice, in ogni territorio, dovesse essere il sindaco. Questo ha rafforzato ancor più la comunità. Quando viene un terremoto non si spaccano solo le pietre, si spacca soprattutto la comunità. Quando è venuto il terremoto all’Aquila hanno spostato la gente in posti anonimi, e dopo cinque anni le persone sono rimaste lì. Noi abbiamo deciso di tenere la gente nel suo territorio, in modo che ciascuno avesse come referente il suo sindaco piuttosto che il suo parroco. E poi siamo stati equi: per noi tutte le scuole erano uguali, le abbiamo trattate tutte allo stesso modo. A Mirabello c’erano una scuola parrocchiale e una statale, le abbiamo rifatte insieme e questo ha ricompattato la gente.

Qual è stata la scommessa più grossa che avete vinto?
La cosa più difficile è stata proprio questa, dare a tutte le persone l’idea che stavamo ricominciando, che eravamo sul pezzo, che avevamo appuntamenti fissi e che non potevamo mancarli. Non abbiamo detto “adesso l’emergenza e poi la ricostruzione”, abbiamo fatto vedere che partivamo subito con la ricostruzione.

Cosa non ha funzionato, invece?
Sulla struttura delle scuole, io credo il rapporto continuo con tutta la filiera, dalle autorità statali a quelle locali e alle imprese, abbia funzionato. Temevamo che ci potesse essere una forte pressione della malavita, ma lavorando sulla comunità siamo riusciti a tenerla fuori. Certo, so che ci sono ancora dei problemi con le case e con le imprese, ma noi ci siamo concentrati sulle scuole. Avendo avuto un mandato così preciso su qualcosa che tutti sentivano comune, ci siamo concentrati su quello. Forse l’unico neo è stato il falso allarme di inizio giugno, che però ci ha permesso di mettere in azione tutte le strutture di allarme e di tenere la macchina “in tiro”.

Ultimamente si è parlato molto di collaborazione fra sistema scolastico e impresa. Quanto vi hanno aiutato, se vi hanno aiutato, le imprese nella ricostruzione delle scuole?
Al di là dell’aiuto materiale che molte ci hanno dato donando denaro, strumenti e laboratori, le imprese ci hanno aiutato perché hanno rafforzato la comunità. Hanno fatto vedere che non se ne andavano via. Se dopo il terremoto le multinazionali di Mirandola fossero andate via, sarebbe stato preoccupante. Invece sono rimaste tutte e l’hanno fatto vedere. Tutte dicevano di ripartire dalla scuola, che era il riferimento. E così l’intera comunità ha sentito che nessuno scappava.

Cosa resta da fare?
Stiamo continuando nell’opera di rafforzamento e consolidamento di tutto il patrimonio scolastico della Regione. Stiamo inducendo Comuni e Province a ripensare il loro patrimonio scolastico sulla base di quello che abbiamo imparato in quei giorni. Stiamo trasferendo al governo nazionale tutto quello che abbiamo imparato su come ci si muove in questa fase, come si può costruire.

In pratica, questo terremoto vi è servito per capire come si devono costruire le scuole nuove?
Sì. Noi siamo arrivati con un patrimonio che spesso era fatto di edifici storici. Ora sappiamo che le scuole devono essere fatte con materiali leggeri, assorbenti del rumore, antisismici, in grado – spesso – di consumare meno energia di quella che producono. Sappiamo che gli edifici devono essere predisposti al fotovoltaico, che devono essere cablati, che devono essere su un unico piano con un’uscita sul corridoio e una esterna. Stiamo inducendo i Comuni a tenere gli edifici storici che erano usati come scuole per altri utilizzi, come biblioteche o sedi civiche, e ricostruire il polo scolastico con metodi nuovi. Stiamo aiutando i Comuni a costruire gli altri edifici pubblici danneggiati in quel modo, e stiamo inducendo tutta la Regione a ripensare il proprio patrimonio. Dato che ora c’è un fondo nazionale rivolto ai Comuni, stiamo parlando col sottosegretario Reggi e con le amministrazioni locali per dir loro di fare delle progettazioni tenendo conto di ciò che abbiamo imparato.

[© www.lastefani.it]

Vedi la mappa delle 58 nuove scuole costruite dopo il terremoto

Vedi il video Il battito della comunità, realizzato dalla Regione Emilia Romagna sulla ricostruzione post-sisma 

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‘Focus group’ a Sant’Agostino, gli abitanti inventano la piazza della rinascita dopo il sisma

“Ha scritto che bisogna interrare i cassonetti?”, si raccomanda Stefania Agarossi, dell’oratorio Ghisilieri, “I cassonetti a vista sono il peggior biglietto da visita per una piazza!”.
“Si e poi cosa diranno? Che a Sant’Agostino siamo messi così male che non abbiamo neanche i cassonetti!”, ribatte ironico Stefano Caleffi, dell’associazione Dosso Insieme.
L’occasione è seria, ma le battute non mancano al primo focus-group del processo partecipato per decidere cosa fare della piazza di Sant’Agostino, dove ora ci sono un monumento, due parcheggi e il ground zero del municipio abbattuto dopo il terremoto. Un luogo simbolico, il cuore amministrativo e sociale del paese che è stato privato della sua identità a causa del sisma, e che ora si sta cercando di far rinascere con la collaborazione di tutti gli abitanti, all’interno del progetto ‘Less is more’ finanziato dalla Regione Emilia – Romagna e coordinato da operatori specializzati.
Quello che si è riunito per la prima volta l’altra sera in biblioteca è un gruppo ristretto, frutto di un sorteggio e formato da volontari delle associazioni, commercianti, anziani e agricoltori. Fino a maggio si ritroveranno tutti per proporre e discutere le idee sul futuro del loro centro.
Molti gli spunti già emersi dal primo incontro.
Manca il verde. Manca un’unità tra le due piazze contigue Pertini e Marconi, e tra queste e corso Roma, dall’altra parte della statale. Manca uno spazio in cui fermarsi. Mancano le indicazioni sulle attrazioni del paese. Manca coordinamento tra le attività. Manca uno spazio polifunzionale.
Queste i principali problemi evidenziati. E poi le proposte.
Usare la piazza come volano di sviluppo per le zone limitrofe, incentivando le connessioni con le scuole, il Bosco della Panfilia e il municipio. Fare un parcheggio interrato. Inserire la piazza in un percorso ciclo-turistico per visitare i dintorni. Farla diventare sede attrezzata di eventi. Rafforzare la presenza di negozi per far fronte al dilagare di centri commerciali. Far diventare la piazza un punto di arrivo e di partenza, un luogo di connessione. “Una specie di interporto!” scherza Stefania.
“Smettiamo di chiamarla piazza e iniziamo a chiamarlo spazio, così sarà più facile darle una nuova identità” propone Claudio Petroncini, imprenditore.
“Però lì c’era una piazza, c’è sempre stata”, riflette Mirco Tartari, agricoltore. “Un tempo si andava in piazza per andare in municipio, e ora?”.
E ora bisogna ritrovare un motivo per andare in piazza, per non farla morire, per non lasciare che il deserto che sta avanzando nei paesi abbia il sopravvento.
“E’ appena arrivata una mail al gruppo con un altro progetto!” dice Stefano poco prima che si concluda l’incontro. “E’ il Wwf dell’Alto Ferrarese, anche loro hanno una proposta” conferma Stefania.
La partecipazione crea partecipazione, e gli organizzatori del processo sperano che altre idee arriveranno nei prossimi incontri pubblici.
Uno sarà il prossimo venerdì 7 marzo alle 20,30 presso la biblioteca dove verranno presentate le prime idee e se ne raccoglieranno altre. Un altro sarà sabato 8 marzo, alle 12,30 con un pranzo comunitario al Palareno e una passeggiata per vedere assieme criticità e potenzialità del territorio.

Questo il dettaglio del programma:

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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)
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Sant’Agostino (foto di Stefania Andreotti)

VENERDI’ 7 MARZO 2014 ORE 20.30
INCONTRO PUBBLICO PER CONDIVIDERE I PRIMI RISULTATI
Sala Bonzagni
via Bianchetti – Sant’Agostino (FE)

MORENO PO (Provincia di Ferrara) – Ci racconterà come si è evoluto nel tempo il corso del fiume Reno e come questo abbia determinato il paesaggio del territorio di Sant’Agostino

ELENA MELLONI (Comune di Sant’Agostino) – Un puntuale e funzionale affondo sulle previsioni urbanistiche contenute nel Piano Strutturale Comunale

GRUPPO DI LESS IS MORE – I dati raccolti: esiti del focus group e delle interviste al mondo imprenditoriale, le prime risposte (raccolte tramite le cartoline) alla domanda “cosa ricercano le persone fuori da Sant’Agostino”, l’Atlante delle Associazioni.

Presentazione del GRUPPO DI SUPPORTO al processo partecipato e delle collaborazioni nate attorno al progetto.

SABATO 8 MARZO 2014
PRANZO COMUNITARIO E CAMMINATA DI QUARTIERE
con il gruppo del progetto Less is More

Ore 12.30 – RITROVO AL PALARENO PER PRANZARE INSIEME
La “base” per 80 persone sarà a cura dello staff di progetto con l’aiuto dell’associazione Tuttinsiemepersancarlo, ma chi può è invitato a portare qualcosa da condividere con gli altri.

Ore 14.00 – ESPLORAZIONE GUIDATA DI SPAZI E STRADE
Ritrovo a PIAZZA PERTINI.
Il percorso è alla portata di tutti, ma vestiti e scarpe comode ci aiuteranno a osservare con un occhio diverso quello che crediamo di (ri)conoscere

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