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Nobel agli infermieri, una pausa per fumare

Lo svedese Alfred Nobel lavorava nella fabbrica di armi di suo padre. Giocava al piccolo chimico, fino a che, nel 1864, un’esplosione mortale uccise accidentalmente suo fratello minore. Profondamente colpito, Nobel studiò un modo per creare un esplosivo più sicuro: la dinamite. Alfred Nobel usò la fortuna accumulata per ideare i premi Nobel, che divennero famosi perché avrebbero rappresentato, da allora in poi, le assegnazioni dei più grandi successi in tutto il mondo.

Il fatto che l’inventore della dinamite dia il nome al più famoso premio per la pace contiene già una affascinante contraddizione. Forse è per questo vizio d’origine che ha potuto essere assegnato anche a Henry Kissinger. Scopriamo oggi che i medici e infermieri italiani sono candidati a prendere il Nobel per la Pace 2020 per l’abnegazione dimostrata nella crisi da Covid-19. Potrebbe essere il gancio per esigere un aumento, anche se somiglia più alla medaglia per non rompere i coglioni.

“L’unica cosa utile da sapere di una premiazione è quando ci sarà una pausa per fumare”.

Stephen Daldry

SCHEI
Yes we can? No, we can’t: il mito della meritocrazia

Yes, we can è stato un cavallo di battaglia della retorica progressista che ha poderosamente accompagnato l’ascesa di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti. Intendiamoci, non ho la minima intenzione di accostare la sua figura, le sue idee e il suo tipo di comunicazione al profilo di Donald Duck Trump. Parto però da quel messaggio  pieno di fiducia nelle proprie possibilità che ha rappresentato la parola d’ordine della campagna di raccolta del consenso dell’avvocato di colore, partito da una vecchia Fiat Ritmo ed arrivato ad occupare per due mandati la poltrona della Casa Bianca, e che conosce ora il curioso contrappasso privato della depressione di Michelle Obama. Poi leggo un paio di articoli di Vittorio Pelligra, professore sardo di politica economica, che su Ilsole24ore affronta il tema della meritocrazia da una prospettiva anticonformista, e non posso fare a meno di guardarmi intorno. Intorno è pieno di persone e di vicende che smentiscono il racconto ottimista sulla possibilità di farcela con le proprie forze.

Mi guardo intorno e trovo, nell’analisi dal meritorio taglio divulgativo del professor Pelligra, la desolata conferma della ragione di tante storie di difficoltà sociale ed esistenziale che non trovano riscatto. Un ingegnere civile senegalese che fa l’ambulante tutta la vita, vendendo collanine ed elefantini portafortuna; un professore di inglese nigeriano che vende, da decenni, fazzoletti da naso agli avventori dei bar del centro; un professore di fisica siriano che svuota cestini della spazzatura per una ditta di pulizie. Sono esempi didascalici dell’irragionevole euforia contenuta nel messaggio “volere è potere”, pur nell’accezione politicamente corretta e screziata di lotta collettiva dello storytelling obamiano (e prima blairiano e poi renziano). Tuttavia, conosco l’obiezione. Questi sono esempi orizzontali, troppo schematici, sporcati dalla nazionalità di provenienza del venditore di accendini di turno. Potevano stare a casa loro, dove credevano di venire a stare, cosa pensavano di trovare?

Passiamo allora agli italiani. Prima gli italiani. Gli esempi verticali, in effetti, sono molto più interessanti. Un sociologo padano purosangue che deposita buste nelle buchette della posta di un paesello sull’Appennino; un laureato in filosofia che consegna pasti a domicilio in bicicletta; un dottore in archeologia che vende polizze assicurative ed è pagato a provvigione. Verticali perché? Perchè riguardano la popolazione indigena, e in questi casi per il blocco dell’ascensore sociale, che può durare tutta la vita lavorativa, non si può accampare la scusante della nazionalità, dell’ essere nati nella parte sfigata del mondo, dell’andare a cercare fortuna altrove che può incorporare il rischio di non trovarla mai. No. Qui parliamo di italiani scolarizzati. Ormai anche una laurea in discipline economiche o giuridiche non garantisce più uno sbocco coerente, nonostante la nostra sia la società del “pensiero calcolante” per dirla con Galimberti (e ancora prima Heidegger) e preferisca quindi chi si è specializzato nello studio del saper calcolare qualcosa.

Il mito della meritocrazia ha prosperato soprattutto a sinistra. L’art.3 della Costituzione italiana, al secondo comma, recita: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E’ il principio di uguaglianza sostanziale, estensione del principio di uguaglianza formale: se non hai pari condizioni di partenza, non hai pari opportunità. Però – dice la Costituzione – la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali per diminuire il divario di condizioni di partenza e quindi trasformare le dispari opportunità in occasioni pari per tutti. Dice anche un’altra cosa bellissima, all’art.34: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eccola lì la parolina magica: il merito. Anche se sei privo di mezzi puoi arrivare in vetta, se te lo meriti.

Come fai a meritartelo? Una buona definizione del “merito” potrebbe essere: una combinazione di capacità e impegno. Se sono capace ed intelligente ma non mi faccio “il mazzo”, andrà più avanti di me qualcuno che se lo è fatto. Se mi impegno molto ma le mie capacità non sono eccezionali, farà più strada di me qualcuno che fatica come me, ma è più bravo. Sembra un discorso semplice, e anche giusto. In realtà il negativo di questa fotografia ha un contenuto socialmente e psicologicamente crudele: se, nonostante io pensi di essermi fatto il mazzo e di avere talento, il mondo non si accorge di me e mi lascia al palo, la colpa è mia. Sono un fallito. Ecco che il teorema meritocratico, che sembra in superficie equanime e “di sinistra”, diventa spietato quando una persona, nonostante ce la metta tutta, non “arriva”.

In Inghilterra Michael Young, scrittore, economista, progressista, lo aveva capito già nel 1958, anno di pubblicazione del suo romanzo “The rise of the meritocracy” (L’avvento della meritocrazia): la nuova società basata sul merito, frutto di una rivolta contro il sistema di istruzione classista britannico, nel suo libro finiva per accentuare le differenze anzichè annullarle. Il messaggio del romanzo non fu compreso, anzi fu equivocato, tanto che nel 2001 Young approfittò dell’ospitalità del Guardian per chiarire che chi aveva letto il suo romanzo in chiave ottimistica non aveva capito niente, perchè la società basata sul merito condannava all’emarginazione economica e sociale, anzi esistenziale, i “non meritevoli”.

Cosa c’è di sbagliato quindi nella meritocrazia? Le assunzioni di base. Cito testualmente il pezzo di Pelligra perchè lo dice benissimo: “Al fondo (la meritocrazia) si basa su due assunzioni, verosimili, ma false entrambe: la prima, che i meriti individuali siano evidenti, facili da identificare, classificare – tu più, tu meno – e da ricompensare. La seconda, falsa anch’essa, che il mercato, e, più in generale, la logica della competizione, sia il meccanismo più efficace nel riconoscere e premiare tali meriti”. La prima assunzione è falsa perchè la classificazione del merito si fonda su un criterio meramente “quantitativo”: quanti prodotti vendo, quanti risultati oggettivi porto. Sotto questo profilo è paradigmatico il caso dei carabinieri della caserma di Piacenza, premiati per il numero di arresti compiuti, salvo poi scoprire che questi arresti si basavano su un giro di minacce e confessioni estorte di cui la caserma costituiva la cupola. La seconda assunzione è ugualmente falsa: la logica della competizione infatti non è neutrale, perchè dipende sempre quale deve essere il traguardo di questa competizione. Se il traguardo è un valore deteriore, torniamo al punto di partenza.

Tra l’altro, in una società che non si è impegnata per inverare l’art.3 della Costituzione, e che di ostacoli economici e sociali ne ha rimossi pochi, mitizzare il merito finisce per far apparire chi lo celebra come classista, e per consegnare alla destra le moltitudini di persone che proprio questo miscuglio di mercato quantitativo e diseguaglianze di partenza ha reso scarti sociali, esclusi da posizioni di potere o privilegio o semplice dignità, pieni di rancore e risentimento proprio verso coloro che storicamente li dovrebbero rappresentare, e che invece ne certificano la (giusta, secondo un criterio meritocratico) emarginazione.

Forse qualcuno ha pensato che la meritocrazia fosse l’alternativa all’aristocrazia. Ma ancora oggi, chi ha accesso alle università migliori? Ancora oggi, chi riesce ad occupare i posti migliori? Ancora oggi, quale è il peso delle relazioni familiari, che ognuno di noi eredita come un patrimonio genetico? Sono tali e tante le variabili che sporcano il percorso, che drogano la corsa, che mitizzare la meritocrazia diventa un travestimento della riproduzione familistica della classe dirigente. Mi è impossibile non tornare a citare il prof. Pelligra: “Il problema, allora, non nasce quando desideriamo che la persona più capace diventi il neurochirurgo che vorremmo ci operasse nel caso ne avessimo bisogno, ma quando l’ideologia meritocratica rende più probabile, per il figlio di quel chirurgo, diventare quello stesso neurochirurgo per qualcun altro e quando questo, di conseguenza, rende più difficile ai figli di altri, indipendentemente dalle loro capacità, provare a diventare quello stesso chirurgo e, che, infine, questi privilegi ereditari vengano giustificati sulla base dei concetti di merito e demerito.”

Portando alle estreme conseguenze questo mito e rivestendolo di una “moralità” paracalvinista, che cosa ce ne facciamo dello Stato Sociale?  I capaci e meritevoli sono quelli che le cure e l’istruzione se li possono permettere, perchè gli schei che guadagnano sono il giusto premio per i loro sforzi e talenti. Gli altri, che si arrangino. In fondo, non se lo sono meritato. Bella idea di sinistra, non c’è che dire.

A questo punto si aprirebbe un fronte formidabile, per chi avesse la voglia di combattere. Cambiare il paradigma del merito. Rendere meritevole il lavoro di chi accresce il benessere collettivo, di una comunità che non sia la propria famiglia, il proprio azionista, il proprio amministratore delegato. Premiare coloro il cui lavoro porta un miglioramento sociale, collettivo, quando oggi il premio va a chi porta un plusvalore privato, individuale, riservato a pochi. Essere capace di far guadagnare, col proprio lavoro, dieci milioni di euro ad un CEO, non dovrebbe essere premiato quanto essere capace, col proprio lavoro, di alleviare le sofferenze degli anziani e dei malati di tutta una comunità. Invece attualmente è proprio il contrario: chi alimenta un profitto smisurato destinato a pochi viene “premiato”, chi contribuisce al benessere collettivo viene ignorato o addirittura bastonato (pensiamo ai lavoratori della sanità e della cura dei fragili). La sostituzione del premio al valore di mercato con il premio al valore sociale del proprio lavoro è una sfida che dovrebbe essere in cima all’agenda di chiunque affermi di lavorare per il progresso sociale.

L’accoglienza vista da un treno di infima classe

Domenica, dopo avere concluso una due giorni di lavoro particolarmente impegnativa me ne stavo tornando a casa in treno regionale e, approfittando della calma, stavo mettendo ordine nei vari materiali raccolti. Alla seconda fermata sale un numeroso gruppo di giovani africani un po’ rumorosi come nel loro costume, ma nel complesso compagni di viaggio come altri. Noto quelli che si posizionano vicino a me, tutti giovani, ben curati, con jeans stracciati come il faut, braga bassa, scarpe da ginnastica non dozzinali, pendagli e cappellini; tutti corredati di cuffie e smartphone.

Continuavo il mio lavoro assorto con il biglietto ben visibile nel taschino della giacca quando passa il controllore, una ragazza giovane e minuta; si ferma; io esibisco il mio documento di viaggio e lei con fare un po’ impacciato mi dice: “Mi vergogno moltissimo a chiederle il biglietto”; un po’ stupito le chiedo come mai e lei: “Il vagone è pieno di extracomunitari (beh, me ne sono accorto!) e lei è l’unico che ha il biglietto”. Resto francamente interdetto, capisco il suo imbarazzo e le chiedo cosa ci sta a fare la polizia, che su queste cose dovrebbe vigilare.
Finisco il lavoro, chiudo il computer e decido di postare la cosa su Twitter.

Tweet 1Controllore: “mi vergogno a chiederle il biglietto…” Perché? “La carrozza è piena di africani tutti senza biglietto. Lei è l’unico che paga”

Quindi, da bravo sociologo, aggancio uno dei ragazzi che mi pare sveglio e gli faccio una mini intervista, tentando prima con l’italiano e poi con l’inglese. Da dove vieni e venite? Nigeria. Da quanto siete in Italia? Un anno circa. Come mai non pagate il biglietto? Noi, no work no money, mi risponde con un gran sorriso. Proseguo per entrare nel vivo, ben intenzionato a capire come sono arrivati, dove vivono, come passano il tempo e dove trovano i soldi per vestiti, scarpe, cuffie e smartphone. La cosa sembra funzionare ma di li a poco, un agitazione crescente che si diffonde nella carrozza mi indica che non riuscirò a perseguire il mio obiettivo. Il treno infatti rallenta: uno dei giovani in mezzo al corridoio inizia a saltellare e a sbracciarsi gracchiando a mo’ di rap: “no lavoro no soldi, no lavoro no soldi, no lavoro no soldi”.

Tweet 2Tutti i viaggiatori abusivi africani sono ben vestiti e con smartphone. Ne interrogo uno: “In Italy da 1 year, from Nigeria, No work, no money”

I ragazzi trottano in varie direzioni e si fiondano frettolosamente giù dal treno ormai giunto al capolinea. Scendo e vedo il controllore che indica a due poliziotti quelli in fuga, mentre quattro di loro vengono pacatamente fermati. Esco dalla stazione e, due minuti dopo, li vedo già in piazza che sciamano a piccoli gruppi verso gli autobus in attesa, tutti euforici e contenti.

Tweet 3“Giunti a Piacenza i baldi giovanotti africani si danno a giocosa fuga. 4 fermati dalla Polfer li vedo in Piazza 2 minuti dopo”

Dal bip dell’iphone sento che ci sono messaggi in arrivo e mi accorgo che i miei tweet hanno scatenato l’inferno. Chi s’indigna, chi s’incazza, chi porta altre esperienze personali, chi non risparmia qualche battuta pesante. Purtroppo realizzo di aver postato senza collegare i tweet con un hashtag e la storia che volevo raccontare è frammentata in tre blocchi separati. Comunque ecco qualche risposta che mi arriva via Facebook:

Commento Fb 1“Sarebbe bene ascoltare la voce di questi viaggiatori abusivi africani come tu li hai definiti, sarebbe ancora meglio porgli domande dirette e capire perché non hanno lavoro e basta con la solita propaganda populista e razzista che loro tolgono il lavoro a noi”

Commento Fb 2“[…] questa non è accoglienza, ma piuttosto è semmai mancanza di organizzazione e controllo da parte delle autorità, queste persone vivono in Italia ma non appartengono al sistema quindi non seguono e non conoscono le regole, davanti ad una massa così prorompente la popolazione autoctona non può avere responsabilità”

Un altro post di commento propone un’esperienza personale diretta decisamente fastidiosa ed inquietante:

Commento Fb 3“Su certe tratte o i controllori hanno il supporto della polfer e fanno applicare il regolamento oppure fa bene il controllore a evitare. […] A me, una volta, è capitato ben di peggio. Era pieno di extracomunitari senza biglietto a cui il controllore non ha fatto nulla, è arrivato a un signore anziano davanti a me, che aveva il biglietto regolarmente, ma si era dimenticato di obliterarlo. Il controllore pretendeva che il signore pagasse 5 euro di multa per mancata obliterazione. A quel punto c’è stata una vera insurrezione popolare, delle persone in regola che si sono opposte fermamente. Con che coraggio poteva pretendere i 5 euro da un vecchietto, che comunque aveva pagato il biglietto, quando ci saranno state almeno 20 persone in quella carrozza senza biglietto?”

A qualcuno che sostiene che i poveretti scappano dalla guerra un commentatore così replica:

Commento Fb 4“Scappare dalla guerra? Ricordo che si scappava dalle guerre quando c’era un invasore straniero troppo potente che schiacciava interi popoli… vedi i profughi delle invasioni naziste! Ma quando “guerra” significa guerra civile, ricordo che si restava e si combatteva per il futuro del proprio paese! Casomai si mettevano in salvo donne e bambini facendo partire quelli… ma vedo che la stragrande maggioranza di questi “rifugiati” è composta da giovani maschi, in teoria, perfettamente in grado di combattere! C’è qualcosa che non mi torna!”

Trascuro il resto della conversazione virtuale per trarre qualche considerazione operativa dalla mia piccola e, tutto sommato, divertente avventura, che ho avuto modo di condividere con altre persone.
Vi è innanzitutto una gran differenza tra polemizzare sui social ed essere presenti in prima persona, con tutti i timori, le paure e i sentimenti che questa presenza comporta. E’ proprio questo vissuto tangibile, che può essere sperimentato, solo dagli attori protagonisti, che non viene più riconosciuto come pertinente nel mare dell’informazione digitalizzata; tuttavia è proprio questo il livello della vita quotidiana dove sempre più spesso le persone comuni esperiscono soggettivamente l’impatto straniante generato dalla presenza massiccia di persone differenti, che spesso non seguono le regole comuni e di cui non comprendono né lingua né comportamenti.
Tutto questo non sarebbe certo fonte di tensione se i migranti di altra etnia e cultura fossero micro minoranze distribuite e assolutamente desiderose di integrarsi attraverso il lavoro: chi gira l’Italia sa però che vi sono luoghi, tratte di trasporto pubblico, giardini, interi quartieri, dove sempre più spesso l’abitante autoctono si trova esso stesso in qualità di timoroso estraneo.
Situazioni dove i cittadini italiani passano con la testa bassa, covando rancore, reprimendo la rabbia, con la paura incollata addosso; vie, piazze e giardini, che le donne evitano o che attraversano con gli occhi bassi per non incontrare lo sguardo di qualche giovanotto che potrebbe fraintendere.
Osservando questi luoghi – come la carrozza ferroviaria teatro di questa descrizione – si ha la netta sensazione che l’accoglienza, l’integrazione, l’aiuto, siano solo una vuota rappresentazione retorica da esibire nei salotti della politica mediatizzata e, che poi, alla prova dei fatti, chi si trova col problema sotto casa, lo debba semplicemente subire in silenzio.
Dunque, intorno ad un comportamento piuttosto banale di un gruppo specifico – non pagare il biglietto e non subire per questo alcuna forma di sanzione – si addensa una fitta costellazione di altri comportamenti – non avere un lavoro ma possedere ed esibire i segni della società dei consumi, bighellonare negli orari in cui la gente lavora – che alimentano sospetti e pregiudizi che rischiano di ricadere anche su quei migranti operosi che attraverso il lavoro costruiscono la loro integrazione.
Ma più ancora – di fronte al racconto di questa storia banale – intristisce il sentire la rabbia, la sofferenza vera e disperata di quegli italiani che, caduti in povertà per causa della crisi, si sentono discriminati, abbandonati da uno stato corrotto, feroce nella sua protervia burocratica e, allo stesso tempo, incapace di far rispettare ai nuovi venuti, per la cui accoglienza investe miliardi di euro, le più elementari regole della vita civile.

Finanza ed etica, più che la retorica contano equità e responsabilità

(Pubblicato il 7 maggio 2015)

Finanza etica, abbiamo provato a parlarne nel più recente degli incontri del ciclo ‘Chiavi di lettura’ organizzati da Ferraraitalia, lunedì 20 aprile in biblioteca Ariostea, convinti che fosse e sia possibile creare valore tra due termini solo in apparenza conflittuali tra loro. Il tema è complesso e incrocia due concetti difficili: finanza ed etica. I richiami concettuali sono molteplici, in primo luogo redditività, ricchezza, interessi, debiti, denaro, in secondo luogo responsabilità sociale, diritti, solidarietà, bene comune, morale. Insieme però richiamano valori, equità, capitale sociale, crescita, sostenibilità e molto altro.
Si sente parlare di finanza etica, si sente dire che le banche hanno smesso di fare le banche. Ma cosa si intende per finanza etica? E cosa dovrebbero fare le banche? I cittadini e le imprese hanno spesso necessità di ricevere sostegni finanziari: un mutuo, un prestito, un’anticipazione, oppure cercano opportunità di investimento o adeguata valorizzazione ai loro risparmi. Le risposte che ricevono sono spesso insoddisfacenti, perché inadeguate alle aspettative o troppo esose.
I quesiti che possono sorgere sono infiniti: il modello imprenditoriale della banca è ancora adeguato agli assetti dell’economia e della società? è possibile un ruolo pubblico da parte della finanza? quanto può influire la funzione di regolazione e controllo di Banca d’Italia, Consob, Antitrust, ministero dell’Economia, Banca centrale europea, Autorità bancaria europea?
Di etica c’è davvero bisogno e l’esperienza di ciascuno conferma la distanza siderale fra le logiche affaristiche degli operatori di mercato e i bisogni dei cittadini ai quali, in teoria, la finanza e l’economia dovrebbero fornire soccorso. Alcune istituzioni no-profit si ritrovano a dovere promuovere le proprie finalità etiche in un contesto di finanza tradizionale e perdono la loro capacità di essere fondamentali agenti di supporto al cambiamento. Per questo sono sorte alcune realtà importanti a partire da Banca Etica e da alcune fondazioni, tra cui Unipolis che ha partecipato al dibattito. Però separare i buoni che propongono la finanza etica e i cattivi che sono interessati solo a fare affari è un modo sbagliato di ragionare. Ci sono anche banche che hanno nel loro operato elementi di solidarietà, a partire dai crediti cooperativi.
L’impresa eticamente orientata deve soddisfare le esigenze delle persone, della società, ma anche di se stessa e dei propri interessi. Deve allora crescere un processo di informazione sociale e di assistenza finanziaria che ostacoli pensieri di sfruttamento e di incapacità. Evitiamo allora la retorica e proviamo a supportare chi è in difficoltà prima che entri in crisi. Serve responsabilità ed equità. Si deve rafforzare una sana capacità all’economia critica e si deve consolidare l’educazione alla corretta finanza. Si può fare? Ne abbiamo parlato e lo proponiamo.

Qui sotto gli audio relativi alla conferenza “I soldi sono un problema”, riflessione sulla finanza etica svolta lunedì 20 aprile 2015 alla sala Agnelli della biblioteca comunale Ariostea, nell’ambito del ciclo di incontri “Chiavi di lettura, opinioni a confronto sull’attualità” organizzato da Ferraraitalia.

1. Andrea Cirelli, Ferraraitalia

2. Demetrio Pedace, Cassa padana

3. Simone Grillo, Banca etica

4. Valter Dondi, fondazione Unipolis

5. Lucio Poma, Università di Ferrara

 

ALTRI CONTRIBUTI SUL TEMA PUBBLICATI DA FERRARAITALIA [leggi]

 

Ed ecco la galleria fotografica dell’incontro

L’INTERVENTO
Abbiamo perso

da: Elias Becciu

Niente, lo devo davvero dire, a costo di risultare prolisso. ABBIAMO PERSO
Abbiamo perso come cattolici, abbiamo perso come politici, abbiamo perso come società, abbiamo perso come individui.
Abbiamo perso come cattolici, non vinto, perso su tutta la linea. Perché ci siamo trincerati dietro qualche trucco di retorica, un paio di fallace argomentative, mescolando tutto con un paio di carriolate di sano allarmismo psico-sociale, per portare a casa cosa poi? la “perdente” convinzione che imporre differenze tra realtà sociali sia equivalente a formare ad un determinato valore una società, e che quello che gli altri non possono avere rafforzi il senso di ciò che noi abbiamo… da cattolico non trovo dove sia in tutto questo il valore del mio sacramento e non sento che sia più forte il senso del “mio” matrimonio oggi, né avverto particolare sollievo per il pericolo scampato dalla mia famiglia, e non credo che intorno a me oggi questo mio valore sia diventato più forte, anzi.
Abbiamo perso come politici perché qualunque sia stato il risultato siamo entrati in un dibattito che si muove attraverso gli ambiti più preziosi delle nostre vite con la delicatezza con cui mio figlio devasta tranquillamente le sue costruzioni di gomma: con la serena ingenuità di chi crede non ci saranno particolari conseguenze sulle cose che lo riguardano e a cui tiene. Peccato che qui non maneggiassimo morbidi cubi di silicone… Abbiamo perso perchè abbiamo tirato muri così alti e solchi così profondi tra le chiacchiere e la realtà che ci sarà da lavorare il triplo e spalmare quintali di pomata sulle piaghe che abbiamo aperto. Abbiamo perso come società e come adulti perchè fatta la tara di tutte le storie che abbiamo vomitato in giro, una volta guardato dentro noi stessi, io lo so che alla fine dietro tutto il punto è che permane la pericolosa, tacita equazione omosessuale=pervertito con l’annesso corollario =pedofilo. Perchè questo è il punto: “difendiamo i nostri bambini” da questi pervertiti, che vedrai che alla fine vogliono i bambini per abusare di loro. Ed è questo schifo che è il vero fallimento, che rivela tutta l’ottusità e miopia di noi, adulti, cattolici e cittadini. Che abbiamo lottato con le unghie e con i denti, barcamenandoci tra studi di psicologia su “effetti nei bambini cresciuti con coppie omogenitoriali” e generatori automatici di emendamenti soltanto perché abbiamo paura. Abbiamo perso amici, tutti, nella giornata della fiera della vittoria dell’amore abbiamo veramente fatto pena. Domani ricominceremo, sperando solo di non combinare di peggio.

L’OPINIONE
“Je suis Paris”. Io invece no

“Je suis Paris” come espressione attaccata sulla giacca o declamata a voce alta: “Resistere, resistere, resistere contro il terrorismo”. Sono espressioni giuste e apprezzabili ma anche troppo facili e passive, simboliche. Personalmente non sono un parigino e nemmeno parlo una parola francese. Sono un cittadino di Monaco ( e da un pezzo anche di Ferrara ). Devo resistere nella mia vita concreta dove vivo e dove sono radicato contro le barbarie di ogni tipo, la distruzione dello Stato di diritto , la corruzione diffuso.
Oggi non si puo parlare o scrivere solo sulla cultura dentro la mura di Codigoro, di Ferrara, di Monaco nemmeno d’Europa. Dobbiamo aprire le finestre delle nostre case talvolta soffocanti e piene di polvere culturale, ma piene anche di una storia civile, umana fatta di grandi valori per quale si deve “resistere, resistere, resistere”.
Ma non dobbiamo solo difendere il nostro gran tesoro di cultura, d’arte, di valori democratici. Dobbiamo anche aprire le nostre finestre per nuovi orizzonti culturali. In questi tempi di “cash & carry“ e dell’elogio della irresponsabilità come virtù ci mancano uomini che rappresentano altri valori di vita.
Come ha scritto una volta Claudio Magris, “valori freddi, i quali stabiliscono condizioni di partenza uguali per tutti, permettono a ognuno di coltivare i propri valori caldi, di inseguire la propria passione”. Difendere i “valori freddi” della civiltà e della democrazia in un modo non retorico e clamoroso contro l’inciviltà e disumanità. Ogni atto terribile e crudele come quell’attentato di Parigi due settimane fa crea subito una valanga di frasi retoriche, piene di un pathos vuoto, che servono a nulla, tranne che ad appagare il proprio narcisismo e la vanità di presentarsi come un uomo civile.
Ma mi pare più serio e sobrio ricordare una bella frase di Primo Levi, scritta avendo un’esperienza davvero terribile sulle spalle. “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”

RIFLETTENDO
Crisi greca: tra vendetta punitiva e enfasi retorica

Nella vita, sarà capitato a tutti di notarlo, certe parti in commedia sono più agevoli di altre, ci si cala in un attimo e con grande con facilità nel personaggio con la recitazione che immediatamente esce fluida e naturale, quasi senza bisogno di leggere il copione. Altre invece sono tremendamente più difficili e si preferirebbe lasciarle ad altri. D’altra parte siamo un popolo di commedianti e da noi la recita a soggetto è un elemento caratterizzante dell’identità nazionale, tant’è che neanche i grandi attori la disdegnano quando capita, in cui ognuno oltre a quello che pensa di questo o di quell’argomento mette in mostra se stesso, per quello che è o, soprattutto, vorrebbe essere. I personaggi sono più o meno quelli classici: il tipo sempre pronto a menare le mani, il presuntuoso Balanzone di turno, i servi più o meno sciocchi, i cavalieri senza paura e senza macchia. Nel dibattito andato in scena nei social network sulla crisi greca, tema per sua natura carico di suggestioni, li abbiamo visti tutti: schierati sia da una parte che dall’altra, ognuno vestendo i panni della propria maschera, ingaggiare lotte senza quartiere ed esclusione di colpi coi nemici.
Alcuni ruoli si addicono a ciascuno di noi meglio di altri: in questo caso sparare ad alzo zero contro l’egoismo cieco dei più ricchi, la rapacità dei banchieri e la grettezza e la scarsa lungimiranza dei politici, descrivendo a tinte forti le condizioni di disagio in cui vive una parte del popolo greco, è una parte in cui molti si sono calati; spesso anche a ragione, finché almeno non venivano superati i limiti del buon senso. Perché è fuor di dubbio che le condizioni imposte alla Grecia, forse più ancora nella forma che non nella sostanza, hanno in sé una valenza punitiva del tutto ingiustificata, che va persino oltre la logica spietata degli affari: una sorta di vendetta compiaciuta da parte delle formiche operose sulle cicale irriverenti e scialacquatrici.
C’è tuttavia nel repertorio della nostra commedia anche la figura del bastian contrario, colui cioè che spesso per solo puntiglio, ma altre volte con piena ragione (almeno così capita nelle storie), contrasta il punto di vista prevalente e ne mette in luce le contraddizioni. Devo dire che da un po’ trovo che quel ruolo mi si addica, più di quello del capitan Fracassa o del Balanzone, che semmai in altre fasi della vita mi hanno attratto maggiormente. Senilità incipiente, dirà qualcuno brandendo una clava e forse non del tutto a torto. Però se è pur da esecrare l’insensibilità delle formiche, oltretutto fin troppo attente a curare i propri interessi, è necessario che anche le cicale ammettano senza infingimenti che con il loro stile di vita non si passa l’inverno. Che le riforme vanno fatte, non solo perché lo chiedono i creditori, ma perché altrimenti non si costruisce una società moderna. Vanno perciò non solo sfamate, ma anche aiutate a mutare le loro abitudini per quel tanto che è necessario a non dover contare in eterno sulla pubblica carità, che è il nome che dopo un po’ assume la solidarietà nei confronti di chi non fa nulla per aiutarsi.
C’è invece chi, forse preso dalla foga e dall’enfasi retorica, è sembrato considerare il sistema greco quasi come un esempio ed un modello virtuoso da difendere di fronte agli attacchi della bieca finanza neoliberista. Un sistema, ricordiamolo, che è la causa principale di una situazione economica insostenibile: debito pubblico alle stelle, pubblica amministrazione inefficiente ed ipertrofica, legislazione fiscale incongrua, welfare e sanità sperequati. Il tutto in un contesto caratterizzato da un’industria quasi inesistente, un’agricoltura spesso arretrata ed un turismo sì sviluppato, ma che grazie alla fiscalità di favore ed all’evasione non contribuisce quanto potrebbe alle casse pubbliche.
E’ però fuor di dubbio che in tutto questo l’Europa ha brillato per la propria assenza, priva com’è di strutture istituzionali in grado di assumere decisioni sulle questioni più importanti. Se il Parlamento europeo non ha avuto modo di esprimersi sulla vicenda greca e se la Commissione ha svolto un semplice ruolo da notaio, ciò non è dovuto ad un golpe messo in atto da Angela Merkel e dal suo luciferino ministro dell’economia, ma al semplice fatto che questi organismi non hanno praticamente alcuna voce in capitolo. Se non si scioglie questo nodo, riprendendo cioè le fila del processo di integrazione politica interrotto dalla bocciatura nel 2005 della bozza di costituzione europea, è ben difficile poter immaginare da parte dei governi europei e, soprattutto, dei partiti che li sostengono comportamenti che non siano condizionati pesantemente dalle loro ripercussioni nella politica interna dei rispettivi Paesi. In una fase come quella attuale che vede una crescita impetuosa un po’ in tutta Europa di movimenti e partiti anti Ue e anti euro e con elezioni alle porte in alcuni paesi era ragionevolmente difficile aspettarsi qualcosa di diverso. Se c’è tuttavia un piccolo risvolto positivo in questa vicenda è che questa necessità sia stata toccata con mano anche da chi fino a ieri riteneva che il mercato e gli accordi di Maastricht fossero sufficienti per governare l’Europa.
Nota a margine. Bisogna smettere di addebitare determinate scelte “ai tedeschi” e non al governo che regge la Germania in questo momento. La differenza non è da poco e sarebbe meglio che, al contrario di quanto è successo in questi giorni, non si manifestassero altri rigurgiti di astio anti-tedesco: rinfocolare l’odio fra i popoli in Europa non credo faccia bene a nessuno. Oltretutto, ci sono milioni di tedeschi che disapprovano il comportamento del loro governo.

Oltre la retorica dell’8 marzo

I discorsi sull’8 marzo mi sono sembrati quest’anno un po’ meno retorici. Il filo comune mi pare il riconoscimento che le disuguaglianze non risiedono sul piano dei diritti formali, bensì su quello, opaco e apparentemente inossidabile, della vita quotidiana. Un richiamo al fatto che il superamento di discriminazioni non si limita ad una formale questione giuridica, ma richiede un lento processo di cambiamento sociale. Il dato che mi ha colpito di più riguarda le persistenti differenze nelle performance scolastiche, i migliori risultati delle ragazze in termini di titoli e di rendimenti scolastici (le ragazze sono più puntuali e dedicano tre ore in più alla settimana ai compiti) e la minore attitudine delle ragazze verso la matematica e le materie scientifiche (il divario è calcolato in circa tre mesi). Le ragazze leggono di più narrativa, i ragazzi preferiscono i quotidiani, i ragazzi giocano molto di più ai videogiochi. Sembrano delinearsi spazi di vita differenti, scenari di lavoro e interessi orientati verso luoghi separati: da una parte la scienza, la tecnologia e l’attualità e, dall’altra, le materie umanistiche e la letteratura.
Le attese e i modelli sociali condizionano gli orientamenti, visto che i dati sono diversi nei Paesi europei. Il tema della differenza parte ancora dalla scuola, quindi, quanto meno rispetto al mondo del lavoro. Alcune differenze vengono socialmente trasmesse e contribuiscono a perpetuare disuguaglianze.
L’approccio inclusivo è profondamente cambiato, l’attenzione si sposta sui processi reali, sulla vita quotidiana e i comportamenti. Su questo piano le riflessioni non sono confortanti. Resta una persistente disparità nel peso delle responsabilità domestiche tra uomini e donne, nel senso che sono queste ultime, anche nelle giovani coppie, a sopportare il maggiore onere di responsabilità. Questa differente fatica si riflette inevitabilmente dello spazio mentale e pratico dedicato all’investimento professionale. Storia nota si dirà, inoltre i cambiamenti sono sempre graduali e lenti.
Ma talvolta mi sorge il dubbio che le giovani donne oggi considerino le differenze in un certo senso naturali. Un dato contenuto nell’ultimo rapporto presentato dal Censis indica che il genere non è più un riferimento identitario. In una tabella che riporta le “opinioni sui fattori su cui si fonda l’identità, il 53% risponde l’educazione ricevuta, il 45% risponde la cultura e la stessa percentuale ottiene il carattere personale, mentre il 35% indica gli interessi e le passioni come fattore distintivo: questo ultimo dato vede una differenza rilevante per età, infatti supera il 50% tra i più giovani. La lista dei fattori è lunga e comprende, con valori decrescenti, il territorio in cui si è nati, la famiglia di origine, il lavoro, la nazionalità, il territorio in cui si vive. All’ultimo posto vediamo il reddito, considerato un fattore su cui si fonda l’identità solo dal 3,4% degli italiani. Al penultimo posto il genere, vale a dire l’essere maschio o femmina, con pesi diversi tra maschi (il cui 3% considera il genere rilevante) e le femmine (tra le quali l’8% lo considera tra i fattori di identità). Si tratta di percentuali molto basse, bassissime tra i millenials (3% medio).
Potremmo immaginare che i più giovani considerano il problema delle differenze di genere inesistente? Oppure cambia la prospettiva da cui lo si guarda e, semplicemente, l’essere maschio o femmina non viene più vissuto come elemento distintivo del sé?

Maura Franchi – Laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi. Studia i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@gmail.com

NOTA A MARGINE
A Ferrara, tre linguaggi per proiettare la memoria nel futuro

Da alcuni anni si è avviata, fra gli storiografi e non solo, una riflessione sulle problematiche poste oggi dalla memoria della Shoah e sulla Giornata della memoria, sulle sue finalità originali e sulle forme che poi ha assunto. Si possono citare “L’eredità di Auschwitz. Come ricordare?” di Georges Bensoussan, oppure “Dopo l’ultimo testimone” di David Bidussa e “Memoria della Shoah: dopo i testimoni”‬ curato da Saul Meghnagi, fino ad arrivare al pamphlet “Contro il giorno della memoria” di Elena Loewenthal.

linguaggi-memorialinguaggi-memoriaA essere criticato è il quadro retorico e celebrativo nel quale vengono spesso relegate le attività istituzionali presenti nel calendario della Giornata della memoria, poco avvertite nella coscienza della popolazione: già quattro anni fa Bidussa, in un intervento su Repubblica, parlava di “sovraesposizione”, di “un sovraccarico di celebrazioni, con gli storici mangiati dalla tv, che banalizza e mitizza nello stesso tempo”. Per sottrarre la memoria della Shoah a questa retorica che la paralizza all’interno del cosiddetto ‘dovere di memoria’ è al contrario necessario fare ricerca, informazione e cultura, e aumentare gli sforzi sull’educazione, in modo da instillare i semi di riflessioni che si svilupperanno nel tempo e in modo duraturo, piuttosto che suscitare emozioni superficiali e momentanee.

Ho ritrovato queste caratteristiche in tre iniziative ferraresi svoltesi domenica scorsa proprio in occasione della Giornata della memoria 2015: la mostra “Le radici del futuro. Tracce, parole, segni”, l’intervento di Luciana Roccas Sacerdoti sui “Giusti fra le nazioni” e lo spettacolo teatrale “Micol e le altre” al Teatro Off.

linguaggi-memorialinguaggi-memoria“Le radici del futuro”, organizzata dal Liceo Artistico Dosso Dossi in collaborazione con il Meis e l’Istituto di storia contemporanea di Ferrara e allestita nella sala dell’Imbarcadero 1 del Castello, è il punto di approdo di un progetto educativo sulla memoria che ha voluto uscire dalla dimensione statica del ricordo fine a se stesso, tentando di trasformarlo in un punto di partenza per interrogarsi sul domani che si desidera creare: “Custodire la memoria per costruire il futuro”, come recita il sottotitolo.

linguaggi-memorialinguaggi-memoriaUn interrogativo ancora più importante se a porlo, agli altri ma soprattutto a se stessi, sono i ragazzi, cioè gli adulti di domani. “Ricorda ed avanza nella vita”, ammonisce il verso finale dell’elaborato vincitore del primo premio, svettante sopra l’opera vincitrice “Il cammino della storia”.
Un altro motivo dell’importanza di questo progetto è la partecipazione attiva dei ragazzi al processo educativo attraverso l’ideazione di un laboratorio didattico per i colleghi più giovani delle scuole medie. Il risultato di questo laboratorio è un’installazione di lanterne: una per ciascun deportato ferrarese ad Auschwitz, perché i nomi diventino infine presenze.

linguaggi-memorialinguaggi-memoriaDi responsabilità personale e di individualità fuori dai grandi numeri si è parlato nell’incontro del pomeriggio al Centro sociale ricreativo del Doro, dove Luciana Roccas Sacerdoti ha raccontato alcune storie di “Giusti fra le nazioni”: non necessariamente eroi, né persone moralmente integerrime – basta pensare a Oscar Schindler – ma “persone capaci di fare del bene in uno dei momenti più bui dell’umanità”. Il Tribunale del Bene – così viene chiamata la commissione di 35 fra storici, sopravvissuti e magistrati, che opera all’interno dell’istituzione memoriale dello Yad Vashem – ha iniziato a operare nel 1963 e da allora ha valutato e valuta istanze sempre portate da sopravvissuti o da loro discendenti: nessuno di coloro che sono stati dichiarati Giusti “si è mai fatto avanti di sua iniziativa”. I motivi di tale ritrosia sono diversi, ma molti di fronte alla domanda “Perché avete aiutato gli ebrei?”, hanno risposto con quella che Grossman ha chiamato “bontà insensata”: “ho fatto il mio dovere, ho fatto ciò che andava fatto”.

linguaggi-memorialinguaggi-memoriaHanno cioè chiamato in causa la propria coscienza. Se la memoria del male si è finora dimostrata inutile, può la memoria del bene sortire maggiori risultati? È l’interrogativo con cui Luciana Roccas Sacerdoti ha lasciato il pubblico: può la memoria delle vicende di questi uomini e donne, a volte interi villaggi o popolazioni, come in Danimarca o Bulgaria, diventare l’esempio concreto per le generazioni di oggi e di domani che è fondamentale esercitare sempre la propria coscienza critica e la propria responsabilità personale? Questo è il motivo per cui anche in questo intervento non c’è retorica, anche se molti potranno pensare l’esatto contrario.

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Roberta Pazi interpreta Gemma Brondi, Clelia Trotti e Lida Mantovani
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Diana Höbel interpreta Micol

Infine lo spettacolo “Micol e le altre” a FerraraOff. Grazie a Roberta Pazi, Diana Höbel, Marco Sgarbi, Giulio Costa, sono le individualità dei personaggi femminili dell’universo bassaniano a essere portati alla presenza del pubblico: Gemma Brondi, Clelia Trotti e Lida Mantovani. Su tutte l’unica protagonista di origine ebraica: Micol Finzi Contini, che funge da collegamento fra i diversi quadri narrativi. Anzi, le sue forse sono le incursioni di una presenza che continua a farsi sentire nonostante la volontà dell’autore: spostandosi dentro e fuori il campo da tennis che mano a mano viene costruito sul palco sembra interagire con Giulio Costa-Giorgio, ma nello stesso tempo non gli dà nessun peso, è l’unica sulla quale egli non ha il controllo. Nello spettacolo, come nelle opere di Bassani, non c’è retorica c’è solo la vita narrata da un poeta.

Le immagini della mostra e dello spettacolo sono di Federica Pezzoli.

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