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Omaggio a Lina Wertmuller … ricordando Mariangela Melato

 

Arcangela Felice Assunta Wertmuller von Elgg Espanol, nota come Lina Wertmuller, nata da una famiglia di antiche origini svizzere, una donna forte, curiosa, rivoluzionaria, caparbia, diretta, in parole povere una Grande Donna, simbolo di emancipazione e genio artistico.
Genio creativo che ha segnato la strada del cinema anche al femminile. Libera e femminista a modo suo, era solita dire: “Mi sono sempre fatta rispettare, volevo fosse così per tutte”. Raccontava di essere stata una studentessa ribelle e poco incline alla condotta, indole che la portò ad essere cacciata da ben 11 scuole prima di iniziare gli studi teatrali all’età di 17 anni.
La morte non la spaventava, ed era solita affermare nelle interviste: “Un giorno o l’altro morirò e non mi preoccupo. Mal che vada mi farò un gran bel sonno. Se in paradiso si dovesse stare da soli, preferisco non andarci”.
Determinante, nella sua vita artistica, per sua stessa ammissione, fu, nella sua fase iniziale, la collaborazione con Federico Fellini nella Dolce Vita e in Otto e mezzo.
In seguito il suo cinema si mostrerà ribelle, provocatorio, vivo, brillante, spesso immerso negli squilibri della società, ironico, allegro, imprevedibile e anarchico. A questo proposito mi è d’obbligo ricordare il Film d’Amore e d’Anarchia, ovvero “Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…” (1973). La Wertmuller racconta che: “La storia mi era venuta in mente leggendo le notizie sulla stampa dei primi terroristi. Ragazzi e ragazze che pagavano con la vita le loro idee. Se ne parlava paragonandoli ai criminali ma io volevo capire meglio. Mi misi a studiare la storia dell’anarchia. Le storie degli anarchici italiani mi fecero conoscere l’antica radice che l’anarchia ha avuto in Spagna e nel nostro Paese, in particolare in alcune regioni, come Puglia e Toscana. Così nacque la storia di Tunin, contadino lombardo-veneto, innamorato delle idee di un vecchio anarchico ascoltate fin da bambino davanti al focolare, “gli uomini tutti uguali e liberi, come Dio ci ha creato”. Quando vede il suo vecchio amico anarchico ucciso con quattro schioppettate dai carabinieri, decide di sostituirsi a lui e di andare ad uccidere Mussolini.
L’anno dopo (1974) un altro capolavoro di successo, ‘Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto’, dove si intrecciano, tra Mariangela Melato e Giancarlo Giannini, protagonisti di alcuni tra i film centrali della Wertmuller, un doppio conflitto di cui alla fine è difficile stabilire il vincitore: la lotta di classe e la guerra tra i sessi; il marinaio comunista e la donna in carriera, dirigente aziendale, che il destino fa ritrovare naufraghi su un gommone e in seguito su un’isoletta deserta, dove i loro mondi si scontrano e diventano battaglia, guerra, e alla fine amore.
E’ doveroso citare un altro capolavoro, ‘Pasqualino Settebellezze’, una visione catastrofica totale della sovrappopolazione. Di seguito la regista affermerà: “Mi fa piacere che le mie storie siano amate da milioni di persone perché fanno piangere, ridere e commuovere. E poi, questo film, mi ha fatto entrare nel Guinness dei primati”. Con quattro candidature all’Oscar, Lina fu la prima donna ad essere candidata come miglior regista.
Lina Wertmuller, in questi giorni ha raggiunto la sua adorata attrice e amica Mariangela Melato, scomparsa nel 2013 a soli 71 anni. Si conobbero negli anni ’70 grazie allo scenografo Enrico Job, marito di Lina. Riguardo a quel primo incontro, la regista afferma: “La giovane Melato mi piacque immediatamente per la sua bellezza e per il talento, grande attrice dalla rara intelligenza”. Mariangela, un’attrice indimenticabile ed elegantissima, capace di passare con disinvoltura attraverso tutti i personaggi, da quelli comici a quelli tragici.
Due donne indimenticabili Lina e Mariangela, che hanno saputo raccontare e interpretare con ironia i conflitti sociali, i sentimenti e i temi caldi del nostro Paese, passato e presente.

C’era una volta Supergulp
La storia di Guido De Maria, l’inventore dei fumetti in tv

Erano gli anni ’70, i fumetti arrivavano in tv.
Riviviamo quei meravigliosi momenti col papà di Supergulp Guido De Maria, disegnatore, umorista e regista pubblicitario e televisivo.

Ritengo doveroso rivolgere la mia attenzione a questo importante regista pubblicitario, nonché umorista, disegnatore e sceneggiatore, che ha prodotto centinaia di caroselli e spot pubblicitari per la Rai e noto come il papà di Supergulp. Negli anni ’70 i fumetti debuttano sul teleschermo con Gulp. Guido De Maria ne è coautore con Gaverni e ne cura anche la regia. Il grande successo dei fumetti in TV è dovuta alla sua intuizione che codifica un vero e proprio linguaggio del telefumetto; nasce così il famoso personaggio di Nick Carter, il detective di Bonvi e De Maria, il vero mattatore di Gulp, che De Maria produce e dirige per la Rai.

E chi non ricorda Giumbolo, creato sempre da De Maria per Supergulp, simpatico personaggio che cantava la sigla finale della trasmissione dei fumetti in tv, o Salomone, il pirata pacioccone dello spot per l’Amarena Fabbri, o la serie dei Brutos? E come dimenticarsi di Franco e Ciccio per lo spot della cera Grey, o del carosello della camicia coi baffi con Maurizio Costanzo?
De Maria è rimasto sempre attivo realizzando, proprio in questi giorni di emergenza del coronavirus, ExtraGulp! i fumetti sul web, un nuovo blog dedicato al mondo dei comics, omaggio a Supergulp dove il nostro infaticabile regista afferma: “In questi giorni inediti di pandemia mondiale ed emergenza sanitaria, in cui dobbiamo stare tutti in casa, ci è venuta la voglia di ripartire dalle belle cose di una volta, i bei ricordi che fanno piacere all’anima”.

Non solo questo, ma anche un altro imperdibile e invitante appuntamento ci attende nella mostra Anni molto animati, il fumetto italiano ai Musei Civici di Modena fino al 17 maggio 2020 (appena il Museo potrà riprendere dopo la pausa per coronavirus), che spazia dai caroselli di Paul Campani a quelli di Guido De Maria, da Supergulp di Bonvi e De Maria a Comix di Beppe Cottafi e De Maria.
Guido De Maria è nato nel 1932 a Lama Mocogno (Modena), comune sull’appennino modenese, dove è stato insignito della cittadinanza onoraria. Il nostro primo incontro , nel 2011, avvenne in occasione di una sua mostra a Carpi presso la Biblioteca Multimediale e fu proprio in quell’occasione che gli dedicai una mia prima recensione.
De Maria ha un suo posto onorevole nella storia non solo del fumetto, ma dell’arte dell’umorismo in genere, un posto che gli è dovuto per la sua originalità che ancora oggi ha il potere di piacere e di insegnare qualcosa.
Le sue figurazioni, o creature, sapienti e profonde, trasportano l’animo dello spettatore in quella sfera gioiosa che è propria della poesia creativa.
La vivacità ed alcuni caratteri della sua arte, quelli precisamente che fanno di essa qualcosa di eccezionale e unico, la rendono uno strumento davvero potente e importante.
Io vedo in lui, come molti altri avevano visto prima di me , il perfetto e genuino discendente di quella razza di illustratori, vignettisti e fumettisti, famosa per la sua felice spontaneità di visione e di espressione di un mondo tutto malizioso ed infantile, un artista completo in ogni sua sfumatura.

BORDO PAGINA
Serata in ricordo di Vitaliano Teti, regista e videomaker: intervista ad Alberto Squarcia

Martedì 5 dicembre alle ore 21,00 al Cinema Boldini di Ferrara, proiezione del film ”Inseguendo il cinema che spacca i cuori” in omaggio al regista e fondatore della Ffc Vitaliano Teti, scomparso a maggio di quest’anno.
Intervista ad Alberto Squarcia, Presidente Ferrara Film Commission, curatore dell’evento.

Alberto, il 5 dicembre il primo ricordo ufficiale in memoria di Vitaliano Teti, un approfondimento della serata?
Vitaliano Teti è stato al mio fianco non solo per la più recente Ferrara Film Commission, ma negli anni della gestione della Porta degli Angeli. Eravamo 6 associazioni riuniti in una Rta (Rete Temporanea di Associazioni). Sono stati anni belli e intensi nei quali abbiamo presentato complessivamente 58 mostre d’arte con performance, danza, video arte, musica e teatro.
Una bella esperienza che si è interrotta quando i rapporti con alcune associazioni della Rta si sono logorati e quando, finito il mandato, la Porta degli Angeli è passata dalla Circoscrizione al Comune.
Dopo un periodo di “meditazione” ho pensato che a Ferrara mancava una associazione libera e indipendente che si occupasse di cinema e dato che il vero amore di Vitaliano era l’arte del cinema, il cinema d’autore e la video arte, ha subito aderito al mio progetto. Vitaliano Teti insegnava infatti video arte e tecniche di comunicazione all’Università di Ferrara e presiedeva un’ associazione che si chiama “Ferrara Video & Arte”.
Abbiamo fondato quindi tre anni fa insieme ad altri soci fondatori la Ferrara Film Commission.
Vitaliano ha combattuto a lungo contro la grave malattia che lo aveva colpito; nel frattempo non ha mai smesso di creare, pensare e realizzare cinema e il suo ultimo prodotto insieme al fraterno amico Alessandro Raimondi è stato proprio il docu-film che andremo a presentare il 5 dicembre al cinema Boldini: Inseguendo il cinema che spacca i cuori.
Un film che nasce da una intervista a Gabriele Caveduri che ha percorso in prima persona tutte le vicende del cinema e delle sue sale a Ferrara. Racconta la propria vita di cinefilo iniziata negli anni ’70 alla Sala Estense con l’Arci, fino alla gestione del mitico cinema Manzoni in via Mortara. Una vita per il cinema indipendente intercalata con viaggi anche curiosi e divertenti ai grandi festival come Cannes e Venezia; conoscenze di grandi star del cinema e rassegne importanti a Ferrara che hanno segnato la fantasia e la cultura di chi era giovane in quegli anni, si intercalano nel film, che merita essere visto perché racconta la nostra città, il cinema e il declino delle piccole sale…..un’alchimia che è adattabile a qualsiasi città della provincia italiana.
Massimo Maisto, vice Sindaco e assessore alla Cultura di Ferrara con Paolo Micalizzi, noto critico cinematografico e Presidente onorario della Ffc, Anna Teti, sorella di Vitaliano, Alessandro Raimondi co-regista e per ultimo Gabriele Caveduri, ci introdurranno al film e a come è stato realizzato. Il ricordo di Vitaliano, che ci ha lasciato a maggio, si farà più intenso con la proiezione extra di un breve corto in cui lo si può ammirare nei suoi momenti migliori e felici.
Il grande progetto di Vitaliano Teti fu un festival di Video Arte “The Scientist”, arrivato alla sua VIII edizione dal 2007 al 2015).
La Ferrara Film Commission sarà lieta di collaborare con le persone che hanno realizzato con Vitaliano il festival “The Scientist”. Pensiamo che il festival di video arte ideato da Vitaliano debba continuare, o con noi o senza di noi ….Vitaliano lo voleva e la Video Arte che lui amava, praticava e insegnava ha visto in lui, come pochi altri in città, un sostenitore e un divulgatore.
Abbiamo saputo durante la conferenza stampa che si è tenuta in Comune, che l’Università di Ferrara dedicherà a Vitaliano Teti la bellissima aula piena di computer e di tecnologia dove lui insegnava ai giovani e futuri registi e tecnici della comunicazione come realizzare corti, documentari e film e dove trasmetteva con passione e amore la sua conoscenza.

info
Vitaliano Teti biografia
The Scientist Video Festival Internazionale

CAPO NERD
1960-1964, quando il Gotico divenne Pulp

Quasi un anno fa, nell’aprile del 2016, Roger Corman ha compiuto novant’anni.
Di questi novant’anni, una settantina li ha vissuti all’insegna della passione per il cinema. Passione diventata nel frattempo un lavoro ricco di soddisfazioni, l’ultima delle quali è certamente il conferimento dell’Oscar alla carriera del 2010.

Roger Corman

In Italia, Roger Corman non è mai stato annoverato tra i nomi celebri della cinematografia internazionale, eppure la sua mole di lavoro e il suo contributo alla settima arte hanno pochi eguali nel mondo. Degli oltre trecento film, tra quelli diretti, prodotti e distribuiti, l’opera che più gli ha garantito fama e risalto internazionale rimane il ciclo delle sette pellicole ispirate ai racconti di Edgar Allan Poe e girate a tempo record nell’arco di cinque anni, tra il 1960 e il 1964.
Ma se Corman è stato ed è un personaggio di successo, considerato da tutti gli addetti ai lavori uno dei grandi maestri ancora viventi del cinema del secondo novecento, la parabola di Edgar Allan Poe, mirabile fonte d’ispirazione per questo ciclo di film, è stata quanto di più tragico e fallimentare si possa immaginare.

Edgar Allan Poe

Edgar Allan Poe, la cui spiccata sensibilità è stata messa a dura prova dalle tante e tristi vicende che hanno accompagnato la sua pur breve vita, oggi rappresenta indubbiamente uno dei maestri della letteratura mondiale. Ma forse è proprio grazie alla sua storia travagliata che il valore della sua opera è risultato tanto elevato e inossidabile nel tempo. Certo, quello attribuito allo scrittore di Boston è stato un riconoscimento tardivo che non è servito a facilitarne un’esistenza sempre vissuta al limite della povertà. È tuttavia servito a farlo diventare il principale punto di riferimento del cinema di genere, fin dal suo timido esordio nei primi anni del Novecento. Se oggi i film dell’orrore sono quelli che sono lo dobbiamo a Poe, se abbiamo conosciuto personaggi come Sherlock Holmes, Hercule Poirot, Maigret, Nero Wolfe e tanti altri, protagonisti amatissimi di innumerevoli romanzi e film, lo dobbiamo all’Auguste Dupin di Poe. Possiamo tranquillamente affermare che il genio letterario di Poe è stato più utile al Novecento che al suo secolo d’appartenenza.

Analogamente, l’apporto di Roger Corman nel cinema non è stato da meno. Corman ha rappresentato un modello per tutti quelli che sono venuti dopo. Registi come Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Peter Bogdanovich, James Cameron, Joe Dante, si sono formati presso la sua factory. Ma anche attori emergenti come Jack Nicholson, Peter Fonda, Dennis Hopper, Charles Bronson, tutti destinati a diventare star indiscusse, hanno recitato da semisconosciuti nelle sue produzioni a basso costo. Forse, uno dei meriti maggiori di Corman è stato proprio quello di aver fatto finalmente conoscere al pubblico di massa l’opera di Poe, opera dalle atmosfere tetre e crepuscolari, confinata fino a quel momento nell’empireo della grande letteratura anglosassone, materia di studio di programmi scolastici e accademici. Il grande successo del ciclo dedicato a Poe potrebbe essere paragonato a ciò che è stato in tempi più recenti il fenomeno legato alla saga tolkeniana diretta da Peter Jackson: la riscoperta di un grande classico della letteratura e un notevole ritorno economico per l’industria cinematografica.
Il paragone apparirà senz’altro azzardato, considerata la disparità di mezzi economici e tecnici tra il ciclo di Corman e la trilogia di Jackson. Ma è pur vero che il genio di Corman è stato proprio quello di realizzare piccoli capolavori con budget ridotti, lontano dall’opulenza delle majors hollywoodiane. Un po’ come Edgar Allan Poe è riuscito a scrivere i suoi capolavori da semisconosciuto, pagato una miseria dagli editori dell’epoca.
Ebbene, con tali premesse, abbiamo la certezza che entrambi, pur appartenendo a epoche e ambiti artistici differenti, hanno rappresentato allo stesso modo un modello e un esempio da imitare, qualcosa di unico e tuttora ineguagliato.

NOTA A MARGINE
Pasolini, 40 anni di ombre su un delitto utile

La notte fra il 1 e il 2 novembre 1975 moriva a Ostia, vicino Roma, Pier Paolo Pasolini, scrittore, poeta, regista, studioso della società italiana, intellettuale. Pasolini fu ucciso deliberatamente, prima ridotto ad un “grumo di sangue” (come definì lo stato del cadavere un medico legale) e poi finito con un passaggio della sua stessa auto sul corpo agonizzante. Il 26 aprile 1976 ad essere condannato per l’omicidio di Pasolini fu Pino Pelosi, detto Pino la Rana, 17 anni e qualche precedente per furto. Reo confesso. Il giovane, processato al Tribunale dei minori perché non ancora diciottenne, sconterà nove anni, sette mesi e dieci giorni “Per per atti osceni, furto aggravato e omicidio volontario nella persona di Pasolini Pier Paolo – lesse il giudice Carlo Moro, fratello del presidente della Democrazia cristiana Aldo -. Ritiene il collegio che dagli atti emerga in modo imponente la prova che quella notte all’idroscalo il Pelosi non era solo”. Ma nessun altro fu identificabile, quindi il processo di primo grado si chiuse e la difesa ricorse in appello e in Cassazione. Qui ‘la Rana’ venne sollevato dalla condanna di atti osceni e furto aggravato, mentre gli fu confermata la condanna per omicidio. Venne inoltre decretato che quella notte all’Idroscalo di Ostia ci fosse solo lui in compagnia di Pasolini. La vicenda passò sotto le forche caudine dell’opinione pubblica come un delitto maturato nell’ambiente della prostituzione omosessuale.

A 40 anni da quell’omicidio molte restano le zone d’ombra. Più di qualcosa è stato omesso, manomesso, manipolato, il sospetto nacque immediatamente negli amici di Pasolini, in chi lo conosceva bene e nei giornalisti, che riscontrarono incongruenze nelle indagini, nelle modalità stesse di investigazione.
I perché, i dubbi si rincorsero per anni, le ipotesi avanzate furono diverse, le richieste di riaprire il caso molteplici e circostanziate ma non portarono luce sulla vicenda. Fino al maggio del 2005, quando Pelosi ormai adulto e libero, si lasciò intervistare dalla giornalista di Rai3, Franca Leusini. Nel programma Ombre sul Giallo l’uomo rivelò di non essere lui l’assassino di Pasolini, ma che ad ucciderlo erano stati tre uomini, che avevano aggredito anche lui, lasciandolo poi andare via minacciandolo di morte e ripercussioni sulla famiglia se avesse aperto bocca. A prescindere dalle contraddizioni nelle parole dello stesso Pelosi, la sua dichiarazione cambiò la prospettiva di quell’efferato omicidio, le ipotesi diverse su quello che era stato ripresero forma e si avvicinarono sempre di più ad una fanghiglia di politica, potere, interessi dalle quali però non saranno mai portate alla luce, per diventare fatti. Nel maggio 2014, dopo l’ennesima richiesta di riaprire il caso per indagare sulla provenienza delle macchie di sangue trovate sul maglione rinvenuto nell’auto di Pasolini, il gip di Roma, Maria Agrimi, ha archiviato l’ultima inchiesta sulla morte dello scrittore e regista, accogliendo la richiesta sollecitata dalla Procura.

Ma se non è stato Pino Pelosi a uccidere Pasolini, chi è stato? Perché? Per chi e cosa tutte le ipotesi alternative sono state via via fatte sfumare?
Se volessimo credere all’ipotesi del delitto politico verso il “frocio Pasolini” cosa potrebbe rivelarci l’assassino misterioso? Erano gli anni Settanta e la politica era quella delle stragi, del terrorismo, della violenza che insanguinava le strade. L’odio verso Pasolini, l’intellettuale di sinistra, si realizzò con una strategia minima: lo seguirono, lo tirarono fuori dall’auto e lo massacrarono di botte. Peluso era uno della borgata, fece da gancio e si assunse la colpa.
Ma esiste anche una pista politica che inquadra l’omicidio Pasolini in un quadro più ampio e complesso, che apre la porta a ipotesi diverse. Un secondo ipotetico assassino/mandante potrebbe rivelare che nello scenario delle stragi, del terrorismo, della violenza diffusa che insanguinava le strade degli anni Settanta,  Pasolini era una mina vagante, un’intellettuale acuto: nel corso delle ricerche per i suoi romanzi andava a scavare in questioni nelle quali non si sarebbe dovuto immischiare. Sapeva dove guardare e a chi chiedere. Nello scrivere il romanzo ‘Petrolio’, uscito postumo nel 1992, molti anni dopo la sua morte, Pasolini raccontava delle relazioni fra la politica democristiana, aziende e capi d’azienda che non si sarebbero dovuti toccare e invece lui aveva messo le mani su appunti, relazioni, testi che aprivano le porte ad interpretazioni scottanti al ruolo del successore di Mattei, il rapimento del giornalista Mauro De Mauro fino al progetto di costruzione del metanodotto fra l’Africa e la Sicilia. Come avesse fatto a rimettere in fila tutte le informazioni intuendo la portata delle tessere mancanti del puzzle lo capisce solo chi va a visitare il Gabinetto scientifico e letterario Viesseux di Firenze, dove sono conservati i documenti e gli appunti che gli sarebbero serviti alla stesura di Petrolio e i materiali che Pasolini andava consultando, incluso – ora – il manoscritto originale del romanzo. Pasolini era scomodo, nel giro di poche ore gli fu tolta la parola, nel giro di pochi giorni – con il caso chiuso come omicidio a sfondo sessuale e lui denigrato e ridotto a caricatura – smise anche di essere scomodo.

Ma non è tutto, le ipotesi si possono accavallare, a volte combaciano in alcuni angoli. Come anticipato, dopo pochi giorni dalla sua morte gli amici di Pasolini cominciarono a raccogliere testimonianze e informazioni per capire cosa fosse successo. Sergio Citti, fra i più legati al regista e suo aiuto in alcuni film, andò all’idroscalo dove raccolse testimonianze e girò filmati sul luogo del delitto. Nel 1975 però il materiale da lui prodotto non fu messo agli atti dalla magistratura, né Citti fu mai sentito. Avrebbe potuto raccontare che pochi giorni prima dell’omicidio erano state rubate le pizze del film ‘Salò o le 120 giornate di Sodoma’ dagli stabilimenti della Technicolor, assieme ad altro materiale video. Pasolini rimediò, utilizzando in montaggio altre sequenze e la cosa sembrò finire lì. Invece Citti viene contattato da Sergio Placidi, suo conoscente, che gli spiegò che a rubare le bobine era stato un gruppo di ragazzi che frequentavano un bar nella zona di via Lanciani, che si rivelerà essere il bar frequentato da Pino Pelosi, e che questi chiedevano un riscatto cospicuo per la restituzione del filmato. Il produttore del film, Alberto Grimaldi non volle versare la cifra milionaria richiesta e quindi la trattativa si chiuse senza scambio, salvo che pochi giorni prima del 2 novembre Pasolini fu contattato perché i ladruncoli, a loro dire, avevano capito che fra le pellicole rubate c’erano le sue e volevano restituirgliele. Ecco che ricomparve ‘la Rana’, che incontrò Pasolini per restituirgli il materiale. A questo punto, possiamo ipotizzare un terzo scenario: quando giunse all’appuntamento Pasolini era diffidente, non voleva far salire i ragazzi in auto, qualcuno gli si voleva anche proporre come attore nel suo prossimo film. Fece salire Pino Pelosi, che però disse di non avere lui le pizze rubate e quindi dovette chiamare al telefono per avvisare qualcuno che sarebbero andati a recuperarle, ed ebbe istruzioni di recarsi dopo mezzanotte ad Acilia (o anche a Dragona o Vitinia, località vicine). Siccome era presto, Pasolini portò il ragazzo che non aveva ancora cenato al ‘Biondo Tevere’, dove il regista non mangiò niente perché aveva già cenato con l’amico attore Ninetto Davoli. Finita la cena, lui e Pino presero la via Ostiense (e non la via del Mare come si sarebbe dovuto fare per andare a Ostia). Quando arrivarono al luogo dell’appuntamento furono raggiunti dai complici, Pasolini venne sequestrato e lo portato fino all’idroscalo. La fine è nota. Perché? Ordini dall’alto, hanno pensato in tanti, eseguiti da un gruppo di sbandati per compiacere qualcuno.

Ipotesi, sospetti, dubbi, misteri: l’omicidio Pasolini resta una pagina oscura della storia contemporanea del Paese. Ci troviamo invischiati in una melma di reticenza anche a 40 anni dal suo omicidio.
Resta alta la testimonianza di Pier Paolo Pasolini: la sua arte non conosce i limiti della cronaca, è quanto mai attuale. Grida della condizione umana di chi vive ai margini del potere, di chi ne è sopraffatto, anche di chi lo vorrebbe sovvertire e invece magari inconsapevolmente ne asseconda il gioco. Con la sua intensa, cruda poetica delle immagini e dei suoi testi, Pasolini racconta i vizi della società italiana, le sue pochezze, la corruttibilità di tutta l’umana carne; e resta sempre baluardo nel presente di una società che si definisce moderna e progressista ma non sa fare i conti con la propria storia.

IMMAGINARIO
Michelangelo rivive.
La foto di oggi…

“Pianura incantata: nel respiro di Michelangelo”. E’ il titolo dell’immagine di Flavia Franceschini – artista e fotografa ferrarese – che qui racconta la città nel suo aspetto evanescente e nebbioso più caro al regista Michelangelo Antonioni, nato a Ferrara in questo stesso giorno, il 29 settembre 1912. Un augurio michelangiolesco, oggi, per celebrare questi 113 anni con uno sguardo immaginifico.

La fotografia fa parte di una serie di immagini proposte in video e su stampa. Sono state esposte alla galleria Carbone per evocare la poetica dell’autore di “Blow up” e “Al di là delle nuvole” andando a cercare le tracce nell’aria e nei luoghi della pianura ferrarese che segnano in maniera ricorrente i suoi film.

OGGI – IMMAGINARIO RICORRENZE

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Pianura incantata nel respiro di Michelangelo (fotografia di Flavia Franceschini)

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

LA VISITA VIRTUALE
Nella casa-teatro moscovita del grande Stanislavskij

da MOSCA – Tutto è nato da una piacevolissima chiacchierata con l’attore e regista ferrarese Massimo Malucelli, durante un’ intervista a proposito del Festival del teatro e della sua Scuola di teatro Fone’. In quella circostanza ci parlò con grande ammirazione del metodo Stanislavskij e di quanto fosse stato importante per la sua formazione [leggi]. Affascinati da tutto questo, abbiamo deciso di visitare la sua casa a Mosca. Curiosi camminatori, come sempre.

Stanislavskij fu infatti attore, regista, scrittore e teorico teatrale, noto per essere l’ideatore dell’omonimo celebre metodo, che si basa sull’approfondimento psicologico del personaggio e sulla ricerca di affinità tra il mondo interiore del personaggio stesso e quello dell’attore, sull’esternazione delle emozioni attraverso la loro interpretazione e intima rielaborazione.
Konstantin Sergeevic Stanislavskij nasce a Mosca il 5 gennaio 1863 e qui muore il 7 agosto 1938, secondogenito di dieci figli di una famiglia di ricchi e illuminati imprenditori, gli Alekseev (nome cambiato in Stanislavskij nel 1884). Nel suo alquanto aristocratico ambiente d’origine, il teatro non era considerato un’attività di cui andare fieri. La nonna materna, Maria Varley, era stata un’attrice, arrivata in Russia durante una tournée con una compagnia francese. Tuttavia, la passione per il teatro segnò tutta la sua vita, fin dall’infanzia, caratterizzata da serate al circo, teatro di marionette, opera italiana, balletto classico.

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Entrata della casa di Stanislavsky

Eccoci arrivati, allora, in Leontevskij pereulok numero 6, nell’elegante zona di Tverskaja, pronti a salire al primo piano di una casa del XVIII secolo, dove Stanislavskij ha vissuto dal 1920 fino alla morte. La signora Ines-Irina mi accompagna nella visita. Ines, battezzata Irina perché all’epoca non si potevano portare nomi stranieri, ha fatto la guida a Mosca per oltre 40 anni e ora arrotonda la magra pensione lavorando qui due o tre giorni alla settimana. Sa tutto, non solo di questo luogo incantevole, ma anche della storia di Stanislavskij e del suo Teatro delle Arti, che mi invita a visitare. Ci vede poco. Ha una giovane figlia poliglotta che lavora in Canada, capisco il suo russo a fatica ma la seguo, con lei attraverso le stanze quasi accompagnata da una leggera, amorevole, attenta, gentile e colta fatina.
Le ampie finestre bianche all’entrata che danno su un bel giardino alberato accolgono, nel loro mezzo, come un tenero abbraccio, una statua dell’artista. La penombra invita a pensare, a rilassarsi, a lasciarsi andare, si sentono le note delicate di una musica che non c’è. Le parole che si leggono in un pannello all’ingresso, ricordano l’importanza di conoscere se stessi e la propria anima e come il successo sia solo caducità.

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Sala blu

Partiamo dalla prima stanza, la sala blu, dove iniziava il giorno lavorativo. Sul tavolo di marmo all’entrata, tra le due colonne, vi è un registro che gli attori dello studio firmavano all’arrivo. Qui essi attendevano l’inizio della prove teatrali e tornavano durante le pause. La sera, quando si tenevano concerti nella contigua sala Onegin, la sala blu serviva da foyer del teatro per gli spettatori in pausa durante gli intervalli. Tra coloro che frequentavano queste stanze vi erano attori del Teatro delle Arti di Mosca come Ivan Moskin, Iecnid Leonidov, Mikhail Tarkhanov, Angelina Stepanova e loris Livanov o drammaturghi come Vsevolod Ivanov, Valentin Katayev e Mikhail Bulgakov. Si arrivava, il direttore di scena premeva il bottone dietro la porta dorata, e pochi minuti dopo, la governante di casa Stanislavsky, Natalya Gavrilovna, faceva capolino dalla porta d’entrata, con la sua testa argentata, per poi sparire e dare indicazioni secche e precise dalla stanza-studio del maestro.

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Sala Onegin

Affascinati e avvolti da quest’atmosfera magica, passiamo quindi nella sala Onegin. Una bianca porta imponente dalle maniglie dorate ci introduce in una stanza con immense colonne, utilizzata come sala da ballo dai precedenti proprietari. Dopo l’arrivo di Stanislavskij, la stanza fu usata come luogo di prove di spettacoli teatrali: qui, nel maggio 1922, Pyotr Chaikovsky presentò la prima di Eugene Onegin, poi andato in scena, il 15 giugno 1922, al teatro Bol’šoj (in questo tempio dell’arte e della danza, l’artista aveva creato, dal 1918 al 1922, uno Studio operistico, con lo scopo di insegnare ai cantanti come muoversi in scena). A qui era approdato dopo tanti altri eventi importanti, come l’inaugurazione, nel 1877, del teatrino di Ljubimovka, nella casa di campagna che aveva dato vita al “Circolo Alekseev” (nel quale, in vari ruoli, era impegnata tutta la famiglia), la creazione della Società di arte e di letteratura, nel 1888, con Aleksandr Fedotov, la svolta del 1897, quando, in un memorabile incontro con Vladimir Nemirovic-Dancenko, noto critico teatrale e affermato drammaturgo, aveva preso corpo il progetto del Teatro d’Arte di Mosca. E tanto altro. Solo alcune note, infatti, perché questa è una storia ricca e articolata, da conoscere e approfondire, con tempo, attenzione, dedizione, cura e precisione.
Ma torniamo alla sala Onegin. Qui ci possiamo immaginare tutti quegli attori eleganti, le loro prove e vedere la maestosa sedia in pelle dove il maestro si sedeva a osservarli e guidarli. Opere teatrali e concerti qui non appartengono solo al passato, ma anche al presente: infatti d’inverno, nei giorni di festa, quando fuori nevica e fa freddo, l’antico candeliere s’illumina, il palco prende vita, le note del pianoforte aleggiano nell’aria, la sala blu funge da foyer, l’ambiente si riscalda.

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Sala rossa

Siamo pronti, allora, per la sala rossa. Decorata dall’artista di San Pietroburgo Vasily Dmitrievich Polenov, nel 1885, in essa si trovano un pomposo stile gotico e enormi finestre: qui si facevano lezioni, ripetizioni e prove oltre che cambi costumi degli attori che recitavano nella sala Onegin. Gli arredi sono importanti e la sala ospita una grande sedia di legno a forma di trono ordinata da Stanislavskij, oltre che testi musicali e libretti di opere teatrali, gelosamente e attentamente custoditi negli scaffali. Viene voglia di sfogliare tutti quei libri, di avventurarsi fra le lettere di una calligrafia curata e piccola.

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Lo studio

La camera da letto dell’artista accoglieva i suoi lavori, i suoi studi e il suo riposo. Inizialmente studio, venne trasformata in camera da letto quando Stanislavskij si ammalò, nel 1928. Durante gli ultimi anni di vita non poteva recitare ma continuò comunque a lavorare come direttore di teatro e insegnante. La maggior parte del suo tempo però la dedicò alla stesura del suo libro sullo sviluppo creativo dell’attore, che diventò la base dei principi noti, più tardi, come metodo Stanislavskij. Vi lavorava di giorno nel suo studio, a teatro, durante i viaggi in treno, una camminata. Nella sua camera ci sono manoscritti, taccuini, libriccini, carte dove annotava tutto, meticolosamente. Fra gli oggetti originali esposti si possono ammirare una copia della maschera di Beethoven fatta quando il musicista era ancora vivo (e utilizzata da Stanislavsky durante la produzione di Michael Kramer di Gerhard Hauptmann nel 1901), un suo busto-ritratto opera di N.A. Andreyev, un vaso blu Wedgwood, regalo di Isadora Duncan, un ritratto di A.A. Stakhovich, l’attore del Teatro delle Arti, fatto dall’amico intimo Valentin Serov, un antico fonografo Edison, bauli per contenere i colorati costumi da teatro. Una stanza dei miracoli.

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Sala da pranzo

Ma proseguiamo. Alle pareti della sala da pranzo sono appesi i ritratti di famiglia, dipinti da un pittore sconosciuto di fine XVIII – inizi XIX secolo. Spiccano il bisnonno, Semyon Alekseyevitch Alekseyev, fondatore di una fabbrica d filati, la bisnonna Vera Mikhailovna Alekseyeva. Le fotografie sopra il sofà sono del nonno Vladimir Semyonovich Alekseyev e dell’attrice francese Marie Varleif, la nonna materna. Vi sono poi il padre Sergei Vladimirovich Alekseyev e la madre Elizaveta Vasilyevna Alekseyeva. Libri e giornali sono esposti, a testimonianza della buona educazione dei genitori, che conoscevano, oltre al russo, il tedesco e il francese ed erano interessati alla storia della letteratura, alla geografia, alla musica e al teatro. A chiudere l’interessante visita, la camera della moglie Maria Petrovna Perevostchikova, attrice nota come Maria Lilina. Qui si possono ammirare il suo tavolo da toilette, i sui oggetti delicati oltre che fotografie del matrimonio, a Lyubimovka (vicino Mosca) il 5 luglio 1889, e dei figli Kira e Igor. Vicino alla finestra vi è una foto della madre, Olga. Pizzi, lenzuola bianche ricamate, tutto porta indietro, ad altri romantici tempi.
Passeggiare per case come questa, fa venir voglia di tornare a teatro, di perdersi nelle scene, di leggere libri su questo famoso sistema. Un vero invito a teatro. Che cogliamo e rilanciamo. Buon viaggio.

Galleria fotografica, clicca sulle immagini per ingrandirle.

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Studio, macchina da scrivere
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Studio, bauli da teatro
Studio, fonografo Edison
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Stanza di Lilina
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Sala Onegin, il lampadario
Soffitto della Sala rossa
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Studio, lampadario

Fotografie di Simonetta Sandri

Beppe Gandini, stregato dal palco: “Io, dalla sala Estense a Julia Roberts con il cuore alla Spal”

RADICI – “Pur non essendo un bambino particolarmente intellettuale, a otto anni andai a vedere al Teatro Comunale di Ferrara uno spettacolo di Tadeusz Kantor che si intitolava “Crepino gli artisti!”. Cosa avrò capito… non lo so; so solo che ebbi un impatto emotivo tale che per la prima volta capii che esisteva un bel luogo che si chiamava teatro, in cui succedevano tutte quelle cose che mi avevano incantato.” Così Giuseppe Gandini attore ferrarese oggi affermato ricorda la sua prima volta dinanzi a un palcoscenico. Il polacco Kantor, uno dei più grandi drammaturghi del Novecento, era un originale, un personaggio unico che unico è rimasto, senza eredi. Ma con un piccolo ammiratore ferrarese.
La magia di quel momento a occhi spalancati si rinnova a sedici. Questa volta in scena c’è Vittorio Gassman che recita un monologo, una raccolta di vari scritti di Luigi Pirandello. “Uscito dallo spettacolo mi dissi che volevo fare l’attore, e non ho più cambiato idea”.

Dopo avere praticato “in maniera fallimentare pressoché ogni tipo di sport”, approda al teatro per divertimento e per gioco, fino a capire che non sono campi da gioco e spogliatoi a interessarlo, ma l’impatto emotivo. ‘Chacun son metier’. Ci sono i camerini di un teatro, altrettanto nascosti e pieni di attesa, di inizio; non un punteggio finale ma un solo battito di mani, l’attesa non di un fischio d’inizio ma di due tende pesanti e rosse che si aprono e si chiudono per fare spazio ai gradini di una storia, e di un originale come Kantor a raccontarla. Per capire finalmente il posto a cui appartenesse e la porta a cui bussare davvero, accompagnato dall’incontro con Marco Felloni, regista e intellettuale ferrarese. “Quello è stato l’incontro della vita. Lui era alla ricerca di gente che recitasse, io in cerca di recitazione. Mi ha dato la possibilità di recitare in tanti spettacoli, di sperimentare, regalandomi la consapevolezza del lavoro dell’attore che poi ti porta a tentare di intraprendere il mestiere a livello professionale. Ha avuto un ruolo educativo fondamentale che ha permesso a me di procedere oltre i binari, e in generale per chiunque desiderasse avvicinarsi al teatro, formando persone con cognizione di causa. Un maestro sotto ogni punto di vista, per me e per tanti altri ventenni che avevano voglia di fare teatro e non sapevano come.”

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Gandini in una scena del film ‘Mangia, prega, ama’

DON CHISCIOTTE – “I ruoli che mi vengono affidati grazie al provino solitamente sono derivati di un prototipo originale, quale l’amico del protagonista; spesso simpatico, buffo, rassicurante.” Un archetipo video di casa, di focolare caldo e rassicurante. Dopo il diploma alla scuola d’arte Teatro Etoile, si affaccia al cinema come regista: il suo cortometraggio “Il mito della realtà” vince il Nastro d’argento nel 1995. Poi arriva l’esordio come attore con “Viola bacia tutti” (1998) di Giovanni Veronesi e, nello stesso anno, “La cena” di Ettore Scola, che gli vale un nuovo Nastro d’argento come miglior attore non protagonista, a “Mangia prega ama” (2010) di Ryan Murphy vicino alla diva Julia Roberts, e ruoli analoghi anche in televisione, “Positano”, “L’ispettore Coliandro”, “Gino Bartali”.

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Gandini in una scena dal film ‘Febbre da fieno’

Con alcune eccezioni che rivelano le altre facce del dado. Come il ruolo di Benna di “Fortezza Bastiani” (2000) di Michele Mellara e Alessandro Rossi, il ruolo a cui più di ogni altro è legato intimamente. Un appartamento spagnolo alla bolognese, una fortezza ermetica di Dino Buzzati con quattro eterni universitari tra cui lui, Benna, studente di giurisprudenza mantenuto dal padre che tenta di togliersi la pelle di recidivo dell’istruzione perenne e diventare finalmente “grande”. E un altro che ne è agli antipodi: Stefano, protagonista di “Febbre da fieno” (2011) di Laura Lucchetti alla sua opera prima, miglior film al Metropolitan Film Festival di New York: il proprietario di oggetti vintage, il raffinato Stefano dall’animo sognatore, perso nel suo mondo di modernariato, quella seconda opportunità che si dà alle cose e che oggi è così nostalgica per le persone, che forse non hanno mai davvero una Grande Occasione, costantemente tirando a campare. Stefano annaspa tra rifiuto della burocrazia e paura di crescere – “due elementi che ho imparato a gestire in quanto fanno parte delle vita di tutti i giorni, pur non amando il primo e accettando serenamente il secondo, che mi ha regalato quattro anni fa la mia personale grande bellezza.” Un mestiere in cui è sottile il confine tra leggerezza e malinconia, come quello tra un gioco che finisce dove comincia il mestiere stesso; come quello di un’occasione mancata.

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Locandina dello spettacolo ‘Il cuore a Ovest’

RITRATTI – A Giuseppe piace mettere in gioco, e in scena, le proprie passioni, che vanno oltre il cinema, la televisione e il teatro. “Abbiamo cominciato nel 2002 – racconta – con il tema della politica, nello spettacolo “La tombola” ambientato nello stand della tombola di una Festa dell’unità, poi è stato il turno della Spal (“Il cuore a Ovest”) nel 2009, a cui ha fatto seguito “L’Italia siamo noi” sulla storia del nostro Paese nel 2011 in occasione del 150esimo anniversario dell’unità d’Italia, e infine “Eyes Wine Shot” sul tema del vino, attualmente in tournée tra enoteche e teatri italiani. Quel confine tra delicatezza e malinconia che calza come un guanto al suo ultimo spettacolo-concerto, “Guccio!”, andato in scena in prima nazionale il 24 gennaio al Teatro De Micheli di Copparo, il quinto di questa serie di spettacoli dedicati alle passioni.

“Hai mai visto un concerto di Guccini?” mi chiede Giuseppe Gandini. “Io ne ho visti 40. L’idea di mettere in piedi uno spettacolo che avesse come perno una storia incentrata su un suo concerto è nata insieme a Roberto Manuzzi, storico musicista della band del cantautore emiliano, che era nel pubblico durante lo spettacolo dedicato al vino. Concordammo sul fatto che la direzione musicale da seguire a fronte di un progetto incentrato su un concerto di Francesco Guccini non era quella di una tribute band, né quello di uno spettacolo di prosa. Volevamo unire questi due generi senza realmente fare nessuno dei due. Ne è scaturito uno spettacolo-concerto, che racconta tutto quello che non succede tra un ragazzo e una ragazza in un brevissimo lasso di tempo negli anni Novanta, durante l’università. Lo scorrere dalla loro conoscenza tra loro è intercalato da canzoni in accordo non didascalico, ma evocativo rispetto all’atmosfera, in modo tale da scandire le varie fasi della storia.”

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Giuseppe Gandini e Valeria Bruscoli in ‘Guccio!’ al Teatro Micheli di Copparo (Ferrara)

LUI E LEI – “Guccio!” è una non-storia, tra Lui e Lei. Studiano Lettere a Bologna nel 1996, e possono essere identificabili con migliaia di altri Lui e Lei in tutta Italia. Negli anni Settanta, Ottanta, Novanta. Duemila. Lui (interpretato da Giuseppe Gandini) e Lei (Valentina Bruscoli) non hanno niente in comune, tanto che al primo appuntamento è già chiaro come andranno le cose tra di loro. Quei due insieme non andranno mai da nessuna parte, entrambi chiusi dentro al carattere e all’atteggiamento che li rende, rispettivamente, Lui e Lei. Perché al primo appuntamento Lui le confessa orgoglioso – seduti al tavolo di un piccolo locale davanti a birra e patatine – che la porterà a un concerto. Non “un” concerto, si intende: “il” Concerto. Quello scarto tra articolo determinativo e indeterminativo racchiude il suo intero mondo: dentro o fuori, bianco o nero, giusto o sbagliato. Ben poche sfumature e la certezza che Lei apprezzerà quel regalo imprevisto.

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Anche Lei ha un mondo che si tiene ben stretto, in una incrollabile fede di ‘mediocritas’ pop musicale: quando Lui le chiede chi sia il suo cantautore preferito, la sillaba “Ba” basta per annichilirlo (…”e di Battiato nemmeno l’ombra”, tuona sconsolato). Lei accetta reprimendo conati di vomito e impegnandosi a procurarsi un degno travestimento ai suoi pregiudizi pop – abito lungo a fiori e coroncina in testa, residuo bellico degli anni figli dei fiori alla stregua del cantante al cui concerto è stata trascinata. E quello che non accade tra loro due, quella non-storia che riempie il palcoscenico, quei vuoti di azioni che a volte si interrompono a metà, rallentati, non visti; quei non detti ma solo pensati ad alta voce che a volte divertono, altre feriscono, altre ancora commuovono. Quelle storie che non nascono, quei gesti mancati che restano per sempre schiacciati nelle pieghe del tempo, ricordi universitari a cui non si può pensare se non con malinconia e forse rabbia per qualcosa di perso ormai per sempre.

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Francesco Guccini in concerto

L’ULTIMA THULE – Tra Lei e Lui non c’è nessun Altro, ma solo Francesco Guccini. E sarà quello, il Lui a cambiarle davvero la vita. Il suo autentico Lui. Perché dal momento in cui sente il concerto di Guccini – dal momento in cui vive i brani di Guccini, interpretati da sassofono e fisarmonica di Manuzzi, dalla chitarra delicata e vibrante di Antonello D’Urso e dalla magnifica voce del cantautore bolognese Germano Bonaveri, per Lei cambia tutto. Perché ascoltare “La locomotiva” e “Cyrano”, “Il vecchio e il bambino” e “In morte di F.S.”, “L’avvelenata”; sono questi gli strumenti attraverso i quali Lei di fatto evolve, grazie ai quali letteralmente “le succede qualcosa”. “Lei – spiega Gandini – è stupefatta da quello che vede, dalla difficoltà di catalogare Guccini nei soliti, rassicuranti schemi”. Perché è per Lui che “si spensero le luci e cominciò la poesia”, ma è per Lei che “prendono vita persone fisiche solo raccontate, persone reali perché solo immaginate”.

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Il musicista Roberto Manuzzi suona durante lo spettacolo-concerto

Passa il tempo, e Lui non è di molto cambiato. Il pasionario che inneggiava ai concerti di Guccini e non accorgendosi che Lei voleva baciarlo, troppo preso dall’acclamare l’ultima canzone in programma sul palco, è diventato l’incazzoso impiegato di una libreria di Bologna, che si rifiuta di vendere l’ultimo libro di Fabio Volo a un cliente (Filippo Sandon), esattamente come si rifiutava di assecondare i gusti di Lei quando i suoi idoli erano Battisti e Baglioni. Lei radical-chic giornalista rampante, lanciatissima nel mondo delle recensioni musicali, convinta di avere tutto in pugno; lui sinistr/orso incapace, ancora una volta, di considerare i giudizi degli altri. Anche se questa volta non c’è scambio, non c’è la chiave di volta della storia, la sensazione palpabile che resta al termine dello spettacolo – di cui sono richiesti ben due bis – è questa, immobile e irripetibile, splendida nella sua unicità.

E correndo, mi incontrò lungo le scale.
Quasi nulla mi sembrò cambiato in lei.
La tristezza poi ci avvolse come miele.
Per il tempo scivolato su noi due.

Francesco Guccini, “Incontro”

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Schizzo-logo dello spettacolo “Guccio!”

Gli organizzatori sono a lavoro per portare lo spettacolo nei teatri italiani nella stagione invernale 2015/2016. Ogni eventuale data, non appena ufficiale, sarà prontamente comunicata nel sito a cui rimandiamo [vedi“>vedi], da cui è stata tratta la foto in evidenza e la foto di Roberto Manuzzi.
E se vuoi portare lo spettacolo “Guccio!” nella tua città, scrivi a guccioateatro@gmail.com per contattare direttamente gli organizzatori e ricevere ogni informazione a riguardo.

IL RICORDO
L’officina ronconiana degli anni ’70 Ferrara, la capitale della sperimentazione

Eccolo! L’ho ritrovato il programma di sala dell’ “Orfeo ed Euridice” diretto da Riccardo Muti, in apertura del XXXIX Maggio musicale fiorentino. Cinque spettacoli, la prima Venerdì 18 giugno 1976, regia di Luca Ronconi, scene e costumi di Pier Luigi Pizzi. Che vidi tutti e anche le sessioni delle prove!

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Copertina del libretto dell’ ‘Orfeo e Euridice’ di Gluck

Alla notizia della morte del grande regista, Riccardo Muti da Chicago dove dirige il Requiem di Mozart annuncia: “”Questa sera a Chicago dirigerò il Requiem di Mozart e voglio dedicarlo a Luca Ronconi, grande amico e grande uomo di teatro”. E prosegue dichiarando all’Ansa: “E’ il regista con cui ho lavorato di più”, spiega. La prima volta, dice, “fu a Firenze con l’ “Orfeo e Euridice” di Gluck. Erano gli anni Settanta, fu un successo strepitoso, una regia che rivoluzionava il modo di intendere il teatro d’opera. Dopo, tanti registi europei hanno seguito questa sua indicazione”.
In quegli anni, che significarono per me la flaubertiana “éducation sentimentale”, poter essere ammesso nell’officina ronconiana fu una straordinaria occasione di accostarmi alla sperimentazione più raffinata del teatro. Ronconi veniva dall’esperienza dell’Orlando Furioso adattato da Edoardo Sanguineti, realizzato per il Festival dei due Mondi di Spoleto nel 1969 e immediatamente portato a Ferrara in Piazza Municipale.
In quegli anni la nostra città era la capitale della sperimentazione teatrale. Qui approdarono negli anni Sessanta Judith Malina e Julian Beck, fondatori del Living Theatre con “The Bridge”. Qui approdò Carmelo Bene, e Ronconi fino a tempi recentissimi sperimentò spettacoli che hanno fatto la storia del teatro. Tra i più famosi “Il viaggio a Reims” di Rossini e lo stupefacente “Amor nello specchio”, irripetibile in altri luoghi che non fossero stati Corso Ercole d’Este e il Palazzo dei Diamanti, come lui stesso ha dichiarato.

officina-ronconianaofficina-ronconianaTornando all’opera di Gluck, attesissima dal raffinatissimo mondo musicale fiorentino, i ricordi si concretizzano nelle lunghe discussioni durante le prove. Ronconi e Pizzi erano ospiti di Paola Ojetti nella sua affascinante casa di via de’ Bardi a un passo dal Ponte Vecchio. Figlia del grande giornalista Ugo, svolse un’intensa attività come sceneggiatrice di film; le sue conoscenze erano legate a quel mondo culturale che vedeva ancora in Croce l’espressione più alta della cultura. Ricordo che Paola trascrisse una copia meravigliosa dell’epistolario di D’Annnunzio e Barbara Leoni, Barbarella, affidatale da Croce che potei consultare a lungo.
Riccardo Muti ormai era l’enfant prodige della musica, adottato da Firenze dove approdò nel 1969, spessissimo ospite nella villa di Bellosguardo dove ho passato venticinque anni della mia vita e dove s’incontravano i più grandi artisti del tempo: da Slava Richter con cui giovanissimo eseguì un concerto memorabile a David Oistrack, a Eugene Ormandy a cui Riccardo successe nella direzione della Philadelphia Orchestra.
Ci eravamo sposati nello stesso anno e per molto tempo, a settembre, nel giardino dove Foscolo passeggiò e scrisse “Le Grazie”, la nostra ospite festeggiava i nostri matrimoni. In quel momento studiavo il Settecento letterario tra Metastasio e Ranieri de’ Calzabigi e spesso nelle fervide discussioni venivo interpellato.
Al gruppo si associava poi Tirelli “la sarta nera” come veniva chiamato, autore dei meravigliosi costumi dell’opera. E la sera dell’inaugurazione, all’apparire della scena stupenda inventata da Pizzi, con i coristi che commentavano la tragedia come nell’antichità, sistemati in palchetti sul palcoscenico, vestiti con costumi neoclassici o ottocenteschi, venne giù il teatro. Una magia si era compiuta. E poi per le strade di Firenze nel dopo spettacolo, a sperimentare dal vivo quella Bellezza che le pietre di Firenze evocavano in armonia col mondo.

Ho incontrato Ronconi altre volte. Per la presentazione del volume da cui Sanguineti estrasse il racconto dell’ “Orlando furioso”, assieme ad Ezio Raimondi al ridotto del Teatro comunale di Ferrara o all’Auditorium del Louvre per il convegno “L’Arioste et les arts” a cui venne dedicata una sezione speciale. Non arrivò ma la sua opera era lì a testimoniare per lui. In una serata organizzata, mi pare, da Ferrara sotto le stelle, una serata di letture dell’Orlando furioso letto da Ottavia Piccolo e Ivano Marescotti e da me condotta, la Piccolo ricordò come anche nella seconda riproposta dell’Orlando avrebbe voluto impersonare Olimpia, cavallo di battaglia della divina Melato. Ma non le fu concesso, così per una sera la giovane Angelica poté leggere le ottave dedicate ad Olimpia.

Ed infine “Amor nello specchio” il risultato sicuramente più magico della lunga carriera ronconiana. Arrampicato lassù nella vertiginosa scala da cui in basso nuvole e palazzi si riflettevano negli specchi che coprivano corso Ercole d’Este e i primi piani dei palazzi fino a raggiungere e congiungersi con il più ariostesco dei palazzi: quello dei Diamanti. E poi a discutere con la Melato mentre la si accompagnava nel residence dove stava a due passi dal Castello. Posso ben dire allora che una volta tanto il ricordo non tradisce e Ferrara come direbbe de Pisis si trasformò nella città delle cento meraviglie.

LA MEMORIA
Sateriale ricorda le pagine ferraresi di Luca Ronconi

Gaetano Sateriale sulla sua pagina Facebook ricorda Luca Ronconi, il grande regista teatrale scomparso sabato, con il quale l’ex sindaco aveva un rapporto speciale. Fu proprio lui infatti a coinvolgerlo nelle celebrazioni dell’anno Lucreziano per una straordinaria produzione teatrale (“Amor nello specchio”) allestita dinanzi al palazzo dei Diamanti con Mariangela Melato come protagonista. E fu ancora Sateriale a riportarlo a Ferrara nel 2008 per la messa in scena di “Odissea doppio ritorno” da Botho Strauss.

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Mariangela Melato durante le prove di ‘Amor nello specchio’ di Luca Ronconi, ambientato dinanzi al palazzo dei Diamanti di Ferrara

“Sono consapevole di avere una dipendenza cronica da Omero: l’Odissea in particolare – confida al suo diario in pubblico l’attuale coordinatore della segreteria generale della Cgil -. Qualche anno dopo ‘Amor nello specchio’, mi venne in mente di proporre a Luca Ronconi di fare un’Odissea, appunto, nel corso dell’anno dedicato al rinascimento ferrarese. A Ronconi venne in mente di fare una ‘Doppia Odissea’ in teatro, su due testi diversi ma in contemporanea: metà in platea metà sul palco, con due pubblici diversi e il sipario tagliafuoco abbassato, tranne per qualche minuto in cui si potevano sbirciare entrambi gli spettacoli. Da un lato c’era l’azione, con eroi e dei impegnati a contrastare e favorire il ritorno di Ulisse, dall’altra si parlava di filosofia dell’Odissea. Ricordo che con Mariangela Melato avevamo cercato di convincere Ronconi a fare interpretare a lei quella parte, ma non ci siamo riusciti”.
“Entrambi gli spettacoli furono interpretati dagli attori studenti della scuola estiva di Ronconi (con costi molto contenuti). La polemica ci fu comunque, a prescindere, come accade spesso nella nostra allegra cittadina. Ricordo che un giornale scrisse: ‘Cosa c’entra l’Odissea con il Rinascimento?’ svelando come l’autore non avesse frequentato molto il tema (anzi, il doppio tema). Alla prima rappresentazione della Doppia Odissea, era presente Gian Aurelio Privitera, un grande traduttore italiano dell’Odissea (per me il più grande in assoluto) del quale considero imperdibile il suo ‘Il ritorno del guerriero'”.

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Luca Ronconi con Mariangela Melato

Così Sateriale s’abbandona al filo dei ricordi che ora uniscono nel rimpianto Luca Ronconi e Mariangela Melato, prematuramente scomparsa un paio d’anni fa. Insieme furono artefici di una vivace stagione culturale della nostra città.

arnoldo foà - ferrara - nascita - anniversario

LA PROPOSTA
In memoria di Arnoldo Foà. E di Florestano Vancini

Dedicare ad Arnoldo Foà la sala della Musica, nel complesso monumentale del chiostro di san Paolo. “Potrebbe essere una buona idea”, riconosce il vicesindaco con delega alla Cultura, Massimo Maisto. Foà era attore, ma anche uomo di impegno civile. E la sala della Musica si è qualificata in questi anni come pubblico spazio di intervento e di confronto. Quindi un vero palcoscenico cittadino, al quale il nome dell’artista ferrarese si potrebbe opportunamente associare.
Foà, attore, regista, scrittore, doppiatore, avrebbe oggi 99 anni. Nato a Ferrara da una famiglia di origine ebraica è stato per questo vittima di discriminazioni razziali in epoca fascista.
Ha recitato a teatro sotto la regia di Visconti, Ronconi, Strehler; al cinema con Blasetti, Welles, Damiani, Scola; alla radio e in tv (celebre la sua interpretazione del Corsaro Nero). Inconfondibile il suo timbro di voce, impagabile l’espressività, il suo sarcasmo e il fine umorismo. Nel 1994, dopo la vittoria di Berlusconi alla elezioni, emigra: “Non sono mai stato comunista – dichiarò alla Stampa – ma mi esiliai alle Seychelles quando ho rivisto i fascisti al governo”. Quattro mogli, quattro figlie, ha vissuto un’esistenza piena.
Il mese scorso, con tutti gli onori, si è celebrato l’anniversario della scomparsa di Claudio Abbado, cui la città di Ferrara ha intestato il proprio teatro. Di Arnoldo Foà, le cui ricorrenze (99 dalla nascita, uno dalla scomparsa) sono entrambe in gennaio, ci si è dimenticati e quelle date sono scivolate nel sostanziale silenzio (Ferraraitalia ha dedicato a Foà il proprio immaginario del 22 gennaio, vedi qua).
“Ho di recente incontrato la vedova di Foà – riferisce Maisto – che mi ha comunicato l’intenzione della famiglia di ricordare l’attore con una mostra itinerante che nel 2016 dovrebbe essere allestita a Roma, Firenze e Ferrara. Hanno foto, locandine, video, reperti sonori, insomma tutto quel che serve per onorare degnamente una figura importante come la sua. Ma ho presente anche un altro grande ferrarese cui è doveroso che la città riservi il proprio tributo. Parlo di Florestano Vancini (il celebre regista scomparso nel 2008 a 82 anni, ndr). Strade significativa da dedicare ormai non ce ne sono più. Quindi bisognerà individuare un luogo o un degno contenitore culturale. Credo che nel 2016, in concomitanza con la mostra per Foà che si sta cercando di realizzare, dovremmo trovare il modo di rendere omaggio a entrambi”.

IMMAGINARIO
Auguri, Michelangelo
La foto di oggi…

Buon compleanno, Michelangelo Antonioni. Regista e sceneggiatore, nasce a Ferrara il 29 settembre 1912. Ha raccontato l’incomunicabilità, il disagio, ma anche la visione che indaga, i misteri nascosti in uno scatto fotografico, lo sguardo che scruta l’invisibile. Con la nebbia di questa pianura che fa capolino a ricordare sempre le sue radici: nella sequenza finale di “Blow up” come nel dileguamento di Anna ne “L’avventura”; nel finale di “L’eclisse” come nella fabbrica in una nuvola di vapore, della nave e del gruppo di amici nella nebbia in “Deserto rosso”.

OGGI – IMMAGINARIO CINEMA

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Il regista Michelangelo Antonioni avrebbe oggi 102 anni: è nato a Ferrara il 29 settembre 1912

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

L’INTERVISTA
Da Aldro a Ingrao, news e docufilm le passioni di un reporter atipico

di Valerio Lo Muzio

“Meno male è lunedì”. A pronunciare questa frase può essere solo uno stakanovista oppure un amante del suo lavoro, come Filippo Vendemmiati, giornalista ferrarese, dal 1987 in forza alla Rai Emilia Romagna e da qualche anno regista di documentari, tra cui ‘E’ stato morto un ragazzo’ e ‘Non mi avete convinto’. A dire “Meno male è lunedì” sono però , anche un gruppo di detenuti della Dozza di Bologna, protagonisti del nuovo film di Vendemmiati, la cui uscita è prevista in autunno. Il regista, già premiato in carriera con il David di Donatello, ci apre le porte ad una realtà innovativa in Italia: la palestra del carcere diventa un’azienda specializzata, è il progetto Fid (Fare impresa alla Dozza) nata dall’idea di tre aziende bolognesi (Gd, Ima e Marchesini group). Così, per 13 detenuti è scattata un’assunzione a tempo indeterminato.E grazie ad alcuni operai in pensione che fanno loro da tutor, imparano a produrre componenti meccaniche ad alta tecnologia destinate al packaging.

Ha vissuto un’esperienza inedita durante le riprese del tuo ultimo documentario “Meno male è Lunedì”, non capita a tutti di passare del tempo con i detenuti, cosa le è rimasto dopo questo incontro?
E’ stata un’esperienza umana molto forte, sapevamo che da parte loro c’erano delle paure nel farsi riprendere, e invece poi questa diffidenza si è sciolta e si è creato con loro un rapporto solido, contagioso. Non mi sono trovato di fronte dei detenuti bensì dei colleghi di lavoro in uno spazio di libertà molto particolare che è questa officina all’interno del carcere.

Ha girato un film su Pietro Ingrao, potendo conoscere da vicino un simbolo del Pci. Dietro il personaggio che uomo si è trovato di fronte?
Non avevo mai conosciuto personalmente Pietro Ingrao, è una figura che ho sempre visto da lontano, ho letto i suoi libri, avevo ascoltato i suoi comizi. Ho sempre avuto la percezione di una persona dotata di una grandissima umanità e di una grandissima capacità di ascolto. Durante il nostro incontro, mi ha colpito quanto Ingrao fosse capace di ascoltare, tanto da trasformare l’intervista in un dialogo, voleva sapere se i suoi ragionamenti, le sue parole mi convincevano oppure no. Caratteristica poco comune nei politici di oggi, che parlano e che promettono, ma che purtroppo, ascoltano molto poco. Mi ha stupito trovare di fronte una persona che nonostante l’età, è così attenta ed acuta nei ragionamenti , molto curiosa e piena di dubbi, che non ragiona per sicurezze. Quando gli abbiamo comunicato il titolo del film: “Non mi avete convinto, Pietro Ingrao un eretico”, lui era molto contento, sentirsi definire un eretico per lui è un elemento che da valore al suo pensiero non è un offesa.

Lei ha vinto il premio David di Donatello per “E’ stato morto un ragazzo”, da ferrarese cosa ha significato questo film?
Mi sono limitato a raccontare quello che è successo e quello che la giustizia aveva accertato. Non è un’inchiesta giornalistica, lo considero il racconto di una tragedia in 90 minuti. E’ un lavoro che mi è rimasto molto dentro e che giudico importante per la storia e non per me. Credo di aver dato un piccolo contributo alla dignità di un ragazzo e alla definitiva affermazione della verità, seppur con molti contrasti. Per questo ho rifiutato altre proposte che in qualche modo intendevano proseguire questo tipo di lavoro, su Aldrovandi stesso o su altre vicende analoghe. Mi hanno proposto di ricavarne una sceneggiatura cinematografica, ma il forte livello di coinvolgimento personale su questa storia e il forte rapporto di fiducia reciproca con la famiglia Aldrovandi mi hanno suggerito di evitare questa strada.

Quali sono i prossimi progetti di Filippo Vendemmiati?
Nel mio cassetto ci sono tanti progetti, alcuni in fase di stallo, altri già scritti e in fase più avanzata, ma non sempre i progetti e le idee si realizzano. Siamo in un periodo in cui fare cinema e fare documentari è tremendamente difficile. Avere un’idea, scrivere una sceneggiatura oggi è il problema minore, il problema è poi riuscire a distribuirlo ad ottenere visibilità nei festival del cinema , ad avere contratti con le reti televisive. Un mercato difficilissimo. Il mio prossimo progetto è terminare “Meno male è lunedi” e quindi accompagnarlo in giro per l’Italia e per festival.

Quanto è difficile oggi, con la crisi economica che ha colpito anche il mondo dei media, approfondire certe tematiche e decidere di fermarsi per raccontare una storia?
Le forme di diffusione oggi sono aumentate grazie alla rete, ma questo non corrisponde a fruibilità maggiore, anzi sono convinto che questo flusso di offerta alla fine si traduca in un grande minestrone in cui tutti i settori sono uguali e fai fatica a distinguere le inchieste documentate, che richiedono mesi di lavoro, da altre che spesso si rivelano bufale vere e proprie, c’è un mercato molto inquinato. Per fare un’inchiesta occorrono mezzi, ma soprattutto tempo. La velocità con cui oggi si muove l’informazione televisiva e della carta stampata, è nemica dell’approfondimento e dell’onestà, ma soprattutto è nemica della chiarezza.

Ha dichiarato in un’intervista rilasciata al Blog di Beppe Grillo che il giornalista è “un lavoro che ti piace sempre meno”, perché?
Premetto che non è il mio intento, quello di stabilire delle regole e dare dei giudizi, ci sono giornalisti bravissimi che fanno il loro lavoro con grande serietà, alcuni dei quali perdono anche la vita per questo mestiere. La mia è una critica che deriva dalla mia posizione, sono molti anni che faccio questo mestiere e sono un po’ stanco, delle dinamiche e di come si è trasformato in particolare il giornalismo televisivo.

Provi a spiegarsi meglio, cosa non le va giù?
Le racconto un aneddoto, il film di Aldrovandi è nato anche dall’esigenza di trovare gli strumenti, degli spazi e dei tempi diversi, dal normale lavoro di cronaca, per raccontare una storia che secondo me meritava di essere conosciuta. Un produttore Rai a quel tempo mi disse: “Ma che cosa vuoi che interessi alla gente di una piccola storia successa a Ferrara?”. Si sbagliava clamorosamente, perché il documentario continua ad essere visto, continuano a chiedermi di mandarlo in giro, e da quando è liberamente fruibile su Youtube e su Vimeo, abbiamo avuto tantissime visualizzazioni. Tutto ciò dimostra che non è solo una “piccola storia successa a Ferrara”.

A proposito di Ferrara, che rapporto ha con la sua città natale?
Ho ancora un legame molto forte, è la città dove sono cresciuto, ancora oggi quando qualcuno mi chiede dove abito rispondo a Ferrara, anche se sono 30 anni che vivo a Bologna, ho ancora questo lapsus. Andare a casa per me significa tornare a Ferrara e quando ci vado, ho sentimenti molto contrastanti. La giudico una città di una bellezza straordinaria da un punto di vista architettonico, ma anche una città molto chiusa e molto difficile. Dove molte persone, anche intellettuali di livello, non sono riusciti ad avere i riconoscimenti che meritavano e che han trovato in altre città, penso al mio grande amico recentemente scomparso Stefano Tassinari. Anche nel caso Aldrovandi è una città che ha risposto con una sua verità, l’allora sindaco e le istituzioni, hanno dimostrato di essere civili, più aperti e più attenti di una parte della sua popolazione, che ha vissuto questa storia come pubblicità negativa.

Parliamo di un suo grande amore: il pallone e la Spal, come si vive il calcio in provincia?
Per dirla alla Arrigo Sacchi: “la Spal è la cosa più importante tra le cose meno importanti della mia vita”. Ho una malattia vera nei confronti di questa squadra e di questi colori. Ho saltato solo un anno, subito dopo il fallimento, era davvero troppo per me. Poi non sono riuscito a restarne lontano, e lo scorso anno, ho vissuto con grande patema la promozione in Lega Pro girone unico, giunta all’ultima partita. Amo i campionati minori, se la Spal fosse in serie A, per me sarebbe come rompere un giochino perfetto. Anche se il calcio moderno purtroppo, è arrivato a rovinare anche i campionati minori, assistiamo al cosiddetto calcio spezzatino anche in serie C (sì, so benissimo che si chiama Lega Pro, ma preferisco continuare a chiamarla così) non si sa più quando si gioca: alle 17 del venerdì, o il sabato alle 12, è un affronto, una vigliaccheria nei confronti dei tifosi. La domenica pomeriggio era un momento sacro per vivere lo stadio, è come se il Papa, decidesse che la messa non si fa più la domenica mattina, ma il lunedì. Per giunta alle tre del pomeriggio, è assurdo.

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