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La Russia di Dibba e le scimmiette bianche


Antonio Indelli, giovanissimo e talentuoso storico, inizia oggi la sua collaborazione a
periscopio. Devo dire che, quando ci incontriamo, de visu o da remoto, 8 volte su 10 non ci troviamo d’accordo. Anche per questo tengo particolarmente ad avere la sua voce nel coro polifonico di questo quotidiano. Siamo d’accordo, ad esempio, sulla condanna a Putin e al suo regime, mentre litighiamo sulla Nato e le sue scelte espansionistiche (che lui difende e io trovo sbagliate e pericolose), sull’invio di armi all’Ucraina (lui favorevole, io contrario) e in generale sul giudizio sulla genesi e gli sviluppi della guerra in Donbass.  Nel caso presente, nel mirino di Indelli c’è il tour ‘giornalistico’ (si fa per dire) in Russia di Alessandro Di Battista, il quale Dibba (così il suo popolo ama chiamarlo) esce letteralmente sbriciolato dalla documentata analisi e dall’ironia di Indelli. Ho controllato, su Facebook Dibba ha superato 1,5 milioni di followers; spesso sposa cause nobilissime, ma la sua ignoranza unita a un tot di mala fede (complice Travaglio e il suo il Fatto quotidiano) gli fanno dire una montagna di castronerie. Giusto quindi ‘castigarlo’. Anche se ad Antonio, tanto per litigare, contesterò che “sparare su Dibba é come sparare sulla Croce Rossa”. Buona lettura.
Effe Emme

I noti dispacci dalla Russia di Alessandro Di Battista c’entrano con le trappole per turisti cinesi?
Per capire ciò che intendo è necessario introdurre il concetto di “white monkey” (scimmietta bianca). Si tratta di una pratica di marketing diffusa in Cina da decenni, che prevede l’ingaggio di un ‘bianco’ a fini pubblicitari.
Una sua declinazione comune consiste nell’invitare un influencer occidentale (la ‘white monkey’, preferibilmente un blogger di viaggi) per un tour indimenticabile in una particolare località, secondo una tabella di marcia serratissima che prevede attività ricreative (balletti, sport bizzarri, visite a lunapark…), gastronomiche e culturali (tra cui la partecipazione a conversazioni e cene con i locali, meglio se con minoranze dai costumi pittoreschi, tutti ovviamente istruiti a dovere). L’influencer di turno paga poco o nulla (anzi, spesso è pagato a sua volta): tutto ciò che deve fare è rispettare la tabella di marcia, fare quello che gli è detto e sprizzare da tutti i social felicità e stupore di fronte alle meraviglie locali.

Il gioco è il seguente: da una parte, attirare il ricco turismo occidentale e promuovere all’estero la propria immagine, dall’altra attirare il turismo interno, che considera di particolare prestigio ciò che è gradito ai ‘bianchi’” (i ‘neri’ invece sono spesso sgraditi in Cina).

La formula ha avuto un successo tale da attirare l’attenzione del governo cinese, che prontamente ha deciso di farla sua. In particolare nello Xinjiang, pittoresca patria degli Uyghuri. Ivi si è recato sotto la ferrea sorveglianza degli agenti in borghese un profluvio di influencer occidentali che, visitando sempre gli stessi luoghi turistici secondo le medesime tappe e con annessa la stessa cena presso la medesima ridente famigliola locale, dimostravano al loro seguito adorante come i ristoranti fossero sempre aperti, le persone felici e il governo cinese non vi stesse assolutamente attuando un genocidio.
Ovviamente, le prove schiaccianti che testimoniavano e testimoniano ben altro (raccolte in buona parte da eroici attivisti cinesi con ovvi e notevoli rischi personali) erano tacciate di essere “falsità sinofobe dell’Occidente ignorante e cattivo”.

Per quanto tale iniziativa a dir poco grottesca non sembri aver sortito gli effetti sperati sui governi occidentali, ciò non ha impedito a Bashar al-Assad di importarla in Siria, come documentato da un recente report di Al-Jazeera che vi invito a vedere.

Veniamo dunque al nostro Dibba. Il quale, come è noto, da ormai un mese gira la Russia cercando di mostrarci ‘l’altra parte’ (#laltraparte).
Concretamente, posta su instagram, su tiktok, twitter e  facebook, su youtube ci comunica le sue impressioni (il suo ‘diario’) e risponde ai commenti (con occasionale uscita sulla politica italiana), mentre invia i suoi reportage al Fatto Quotidiano e raccoglie materiale per i documentari che saranno pubblicato su TVLoft, di proprietà del Fatto medesimo.

il risultato è quello che ci aspetteremmo da Di Battista, improvvisatissimo reporter allo sbaraglio: banalità per turisti e luoghi comuni sulla politica russa, che dimostrano gravissime lacune nell’ambito (si veda il commento a un suo video da parte di Marta Ottaviani, che invece la Russia la conosce sul serio).
Si badi, ciò non significa che non sappia nulla di Russia, ma che l’immagine che l’appassionato Di Battista ne ha è mitica, fortemente parziale e superficiale. Dibba non sarà putiniano, ma è sicuramente estremamente filorusso. È per l’allontanamento e la condanna dall’America (e perché no, l’Europa) e la comprensione e la vicinanza alla Russia. Sostiene che Putin strangoli l’opposizione, ma che sia ciò che la stragrande maggioranza dei russi vuole (sulla base del fatto che “pochissimi gli dicono il contrario”; non spiega poi come mai allora strangoli l’opposizione), poiché ha risollevato, riequilibrato e reso forte il paese dopo il caos dell’era Eltsin (vecchio cavallo di battaglia del regime, non serviva andare in Russia per sentire queste cose; ovviamente Dibba non mette minimamente in discussione tale narrazione, né a dire il vero la grandissima parte della narrazione del regime russo, presunto colpo di Stato in Ucraina compreso).

Tralasciamo la validità dei giudizi sulle “sanzioni che non funzionano” (smentito dagli stessi organi ufficiali del Cremlino) e sullo “sfondamento in Donbass” (arenatosi di lì a breve). Non stupisce che ripeta senza riportare un solo dato “quel che sente in giro”, senza dire cosa dicano gli organi di propaganda russi o  come e perché tali opinioni si siano formate, o dare adeguato conto del contesto al di là di basilari notazioni storiche (perlopiù manualistiche).
Gli intervistati, di nessuno dei quali è riportato il cognome, non sono verificabili, e non paiono pressoché mai contraddire il quadro già pensato e più volte espresso da Dibba, che trascrive di solito poche frasi isolate per intervista. Gli elementi da cui trae le conclusioni non possono che essere impressionistici. Così le sanzioni non funzionano perché le burrate autarchiche vanno a gonfie vele mentre la Russia commercia coi fantomatici BRICS , e dove invece funzionano alimentano il patriottismo (non riporta ovviamente la fonte, né come fosse la situazione prima della guerra, né cosa ne pensino gli oppositori a Putin più in vista e seguiti). Degli ucraini si insiste sulla percezione che li vede come nazisti che bombardano e hanno compiuto atrocità che sono alla base della guerra perché i profughi che gli han lasciato intervistare glielo han detto.

Non fa mai una domanda scomoda. Nulla sulla corruzione dilagante o sul processo a Navalny. Nulla sulla chiusura dei giornali. Nulla sui campi di filtrazione, eredità della guerra Cecena, attraverso i quali passano gli Ucraini che vengono deportati in massa in Siberia. Nulla sui bombardamenti dei civili e la distruzione delle città. Nulla sulle perdite e sui coscritti, mandati a morire in condizioni disumane malgrado il governo russo affermasse di non averne mandati affatto. Nulla sulla Wagner, palese eppure illegale, o sui crimini di guerra. Chiede (e a quanto pare, talvolta ripete) ai suoi interlocutori solo le cose che già sosteneva e si sostengono diffusamente in Italia, e che dunque non si capisce perché sia dovuto andare in Russia per riscoprirle, tanto più dato che già l’agenzia TASS (di fatto fonte quantomeno secondaria del Nostro) dice più o meno le stesse cose.

Le fonti riportate esplicitamente con coerente cherry picking, del resto, sono perlopiù giornali della stampa generalista (con ovvio plauso al Fatto Quotidiano e a Travaglio, il ché dovrebbe farci riflettere), Barbero, e almeno in un caso il Papa, di chiara risonanza presso il pubblico italiano.

Più interessanti sono le informazioni accidentali. Un esempio è quando si reca in gita in un campo profughi presso Belgorod, ove è seguito da vicino dal responsabile del campo “che sembra un militare più che un operatore sociale”, il quale tenta insistentemente di fargli il lavaggio del cervello sulla giustizia della ben nota ”Operazione Speciale” contro il nazismo ucraino. Si tratta di un raro caso di dissenso da parte del Nostro, che tuttavia è incapace di riconoscere le palesi falsità espresse dal suo interlocutore sulla mancata presenza di militari a Belgorod (centro logistico importantissimo per le offensive su Kharkiv e nel Donbass) o di commentare l’identificazione dei nazisti con gli europei.

La scimmietta bianca Dibba ci racconta dalla Russia cose che sono già diffuse in lungo e in largo nei media italiani, impegnato a dare conferma alle proprie opinioni, piuttosto che a riportare qualcosa di nuovo. Sorgono allora diverse domande. Chi organizza il viaggio di Alessandro Di Battista? Chi gli fa da guida e da interprete? Chi è di preciso la gente che incontra e lo ospita? Chi è che viaggia con lui e che talvolta compare nelle foto? Chi gestisce e inoltra i contatti?

Nonostante tutto ciò che condivide sui social, del viaggio di Dibba sappiamo in realtà assai meno di quanto vorremmo.
Nulla di grave per un privato cittadino, ma Di Battista è un personaggio pubblico che esercita influenza nella politica italiana, tanto più in questo momento e ancor più con l’enorme visibilità che questi “dispacci” gli danno.

In conclusione, è Alessandro Di Battista la white monkey più amata d’Italia?
Ciascuno lo giudichi in cuor suo. Se anche lo fosse, credo che sarebbe una white monkey straordinariamente sincera e “innocente”. Dibba riporta palate di propaganda russa perché ci crede, non perché ne tragga un diretto vantaggio (indirettamente sì, vista la recente visibilità), e voglio credere che si sforzi di essere distaccato, ma le sue simpatie e convinzioni glielo rendano manifestamente impossibile.
Non desidero infierire oltre su un uomo che probabilmente non si rende conto di quello che fa davvero, in fin dei conti è una vittima della disinformazione anche lui, e va detto che comunque risulta simpatico per il suo temperamento sornione, ironico e travolgente (cosa che però lo rende potenzialmente assai pericoloso).
Di certo Di Battista non riceve supporto e sovraesposizione dai russi, ma dal Fatto Quotidiano, il cui direttore ha deciso promuovere i post di Dibbaloqui in ogni modo possibile dando ad essi la dignità di “notizia”, nel tentativo forse di eterodirigere qualcosa della fumosa e rissosa ex entità politica che sostiene e difende a spada tratta (e di far due soldi dopo i minimi storici toccati dal suo giornale). Così Marco Travaglio procede con testardaggine su una via discendente segnata da traduzioni dall’inglese volutamente sbagliate, telefonate inventate, distorsioni e opposizioni per partito preso e promozione di propagandisti impresentabili. È solo naturale che in molti già l’abbiano abbandonato, esattamente come accaduto al suo coccolato protegé, il professor avvocato Giuseppe Conte.

PRESTO DI MATTINA
Identità narrabili

Identità nascoste.

«”La gente, chi dice che io sia?. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti”. Ed egli domandava loro: “Ma voi, chi dite che io sia?” Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo (Messia)”. E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno.» (Mc 8,27).

La buona notizia di Gesù, il segreto nascosto nella sua identità, ciò che il suo nome rivela e cela allo stesso tempo, strada facendo nell’intreccio e nel dispiegarsi della vita, viene alla luce poco alla volta nelle narrazioni dei vangeli, nel manifestarsi del suo agire, di un fare continuamente in relazione alle persone che incontrava.

È il principiarsi, l’accadere di una storia narrante e sempre di nuovo narrata, in cammino e facentesi nell’intreccio con altre storie, di cui forma la trama, il disegno delle libertà, in un ri-gioco narrante.

Ogni volta, ogni incontro, un giorno dopo l’altro, è qualcosa della sua identità che affiora per nascondersi subito dopo, perché la ricerca del “chi sia lui” non si fermi, ma continui oltre, persino quando è lui stesso a dire di sé e della sua missione di essere il “Figlio dell’uomo“, ispirandosi alla figura nella visione del profeta Ezechiele. Identità questa ad un tempo solidale con noi in umanità e con Colui che lo ha mandato a fare grazia, a inaugurare il tempo ultimo della grazia che va scoprendo, vivendo tra la gente.

L’altro, lo Spirito del Signore, l’ispiratore delle storie di Dio tra gli uomini, sceso di nuovo su Gesù nella sinagoga di Cafarnao, come al battesimo, gli rivelò la sua identità filiale, di unigenito così ora, nelle scritture aperte, gli racconta le storie che lo hanno preceduto, l’identità nascosta in quella sua storia nuova di umanità, iniziata a Betlemme e disvelata in un nuovo capitolo a Cafarnao: «Lo Spirito mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 11,18).

Il segreto del suo bel nome si saprà solo alla fine nel vangelo narrante di Marco: un nome fatto di diversi nomi susseguenti fino all’ultimo (‘titoli cristologici’ li chiamano i biblisti; come sementi dolcissime nell’unica melagrana cristologica – penso io – del bel nome di ‘Gesù’).

Altrettante identità nascoste scopriranno i suoi discepoli interrogando le scritture alla luce dello Spirito del crocifisso-risorto, dopo la Pasqua, iniziando proprio dalla confessione di Pietro, nel versetto citato sopra.

Egli vorrebbe fermarsi a quello che ha scoperto: il ‘Messia vittorioso’, perché dell’altra identità quella di ‘Figlio dell’uomo’ – che rivela il modo di Gesù di attuare la sua messianicità nella forma del ‘Servo sofferente di Jahvé’ preconizzato nei canti di Isaia – proprio non ne voleva sapere, né lui né gli altri, perché rivelativa di debolezza, dolore, rifiuto, consegna di sé, accettazione di un ingiusto destino. Non era ancora pronto a narrare di Gesù: «il Giusto mio servo giustificherà molti e si addosserà la loro iniquità» (Is, 53, 11).

Il suo buon nome si manifesterà solo alla fine, dopo aver percorso l’itineranza esistenziale, storica e narrativa dei canti del Servo di Jahvé inscritte nelle vicende del suo popolo e degli altri popoli. Il nome, tenuto nascosto come un segreto in quello messianico di Cristo, sarà pronunciato con fede proprio da un pagano, il centurione romano, di fronte alla morte di quel giusto: in quella desolazione egli confesserà anche a noi la sconcertante verità nascosta in quel condannato crocifisso: «Vere hic homo Filius Dei erat» (Mc 15, 39).

Il segreto dell’identità di Gesù si esprime anche per noi facendosi strada attraverso un divenire che è insieme esistenziale e narrativo. Il vangelo ci fa essere parte di ciò che esprime attraverso la sua storia narrante. Ci fa entrare nelle vicende della “buona notizia di Gesù” e così dà forma anche alla nostra identità attraverso la sua identità, che è al tempo stesso ereditata e già scritta nel passato, ma ancora da creare nel tempo a venire.

Scrive Giovanni in una lettera: «Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1Gv 3,2).

Il «lieto fine è nascosto» direbbe Margaret Atwood [Qui], la scrittrice canadese di narrativa sociale e di racconti anche per bambini; così l’identità di ciascuno è nascosta anche a lui stesso: essa si rivela nelle storie che ci verranno raccontate e in quelle che narreremo strada facendo.

Realizzare l’identità significa così esprimere ciò che di irrepetibile è nascosto nella propria umanità, il cui tragitto è paragonabile al dispiegarsi di una narrazione. Senza la narrazione essa rimane indecifrabile: il racconto è il modo di rispondere alla domanda “chi sono”.

Scrive il filosofo e accademico canadese Charles Taylor [Qui], che «noi non possiamo fare a meno di concepire la nostra vita in termini narrativi, come una ricerca… L’immagine che ho di me stesso è quella di un essere che si muove e diviene, fenomeno che, per sua natura, non può essere istantaneo.
Ciò significa non solo che ho bisogno di tempo e di molte traversie per sceverare ciò che, nel mio carattere, nel mio temperamento e nei miei desideri, è relativamente fisso e stabile da ciò che è, invece, variabile e mutevole; ma anche che, come essere che si muove e diviene, io posso conoscere me stesso solo per il tramite dei miei progressi e dei miei regressi, delle mie vittorie e delle mie sconfitte. La mia immagine di me stesso necessariamente ha uno spessore temporale e una struttura narrativa» (Radici dell’io. La costruzione dell’identità moderna, Milano 1993, 73; 71).

L’altro narrante svela noi a noi stessi. Ulisse si commuove pur conoscendo le sue origini per il canto dell’aedo Demodoco che, alla corte dei Feaci, canta la sua storia e le sue imprese e così egli riconosce se stesso, in un modo nuovo e singolare, tanto che a quel racconto egli si commuove profondamente e piange.

Nell’assemblea domenicale, mi piace pensarlo, Gesù stesso, presente e vivo nel suo Spirito e nel suo corpo che sono le scritture, il pane eucaristico e anche noi che siamo membra del suo corpo spirituale, sentendo di nuovo raccontare da noi, raccolti attorno a lui, la sua vita e quella dei suoi discepoli e udendo di nuovo sentirsi chiamare Figlio dell’uomo, Figlio di Dio, Servo e Messia sofferente, Gesù Signore e Maestro non credete che non si commuoverà ancora oggi allo stesso modo in cui provò compassione davanti alle folle stanche e sfinite come pecore senza pastore o presso il sepolcro di Lazzaro?

Nella liturgia e ogni volta che si legge il vangelo è un accrescimento di identità narrativa per i credenti e per la chiesa; una nuova tappa nella coscienza di sé, un’apertura del già, verso il non ancora “di chi saremo”.

Pure la Chiesa assume un’identità in progress, narrativa. Se resta aperta all’appello dell’altro scoprirà sempre più se stessa, la sua vocazione iniziale, e potrà continuare ad interrogarsi come ha fatto Papa Paolo VI al Concilio quando disse: “Chiesa che dici di te stessa, chi sei? Saprà così comprendersi confrontandosi con l’identità del suo Signore ogni volta che lo incontrerà affamato e gli darà da mangiare, malato e in carcere e si recherà a visitarlo, straniero e lo ospiterà”.

Nell’ultima enciclica, Fratelli tutti, Papa Francesco ricorre alla parabola del Samaritano: «un estraneo sulla strada: … Uno si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato una cosa su cui in questo mondo frettoloso lesiniamo tanto: gli ha dato il proprio tempo. È stato capace di mettere tutto da parte davanti a quel ferito, e senza conoscerlo lo ha considerato degno di ricevere il dono del suo tempo. Con chi ti identifichi? Questa domanda è dura, diretta e decisiva. A quale di loro assomigli? … La narrazione è semplice e lineare, ma contiene tutta la dinamica della lotta interiore che avviene nell’elaborazione della nostra identità, in ogni esistenza proiettata sulla via per realizzare la fraternità umana. Una volta incamminati, ci scontriamo, immancabilmente, con l’uomo ferito. Oggi, e sempre di più, ci sono persone ferite. L’inclusione o l’esclusione di chi soffre lungo la strada definisce tutti i progetti economici, politici, sociali e religiosi». Inclusione o esclusione danno forma anche alle nostre identità.

E in un omelia sulla formazione dei presbiteri del 2008, quando era ancora in Argentina, Francesco disse: «La nostra identità… non è fatta per mantenere un integrismo sdegnoso e conservativo, ma tutto il contrario: la Chiesa custodisce l’integrità del dono per essere in grado di darlo e comunicarlo intero a tutti gli uomini nel corso di tutte le generazioni. Non è identità autoreferenziale, ma identità d’amore che ci spinge verso la periferia, consapevolezza di ciò che siamo per grazia, identità che riferisce tutto a Cristo. Identità inviata, identità in missione», (Nei tuoi occhi è la mia parola, Milano 2016, 608).

L’identità del samaritano resta nascosta finché non è chiamata fuori dall’incontro con l’umanità dell’altro: è il suo agire che la rivela a lui stesso e a noi; essa ci dice chi egli sia e la qualità dell’umano in lui fatto di compassione e responsabilità, essa si manifesta attraverso il dispiegarsi del racconto fino alla locanda con la promessa di ritornare.

L’identità e la storia restano così aperte verso un’ulteriorità narrativa ed esistenziale che possono prolungarsi e continuare anche attraverso e dentro le nostre storie di oggi. Chiuse invece le identità degli altri due, il levita e il sacerdote, esse rimangono congelate, fossilizzate nel ruolo fatto valere e posto al di sopra della coscienza stessa di umanità; è il personaggio e non la persona a dettare l’agenda delle priorità e dei valori facendo così regredire l’identità, privata dei legami, nel nulla dell’irrelazione e determinando l’immediata uscita di scena dei personaggi.

Se il ruolo, la funzione anche ecclesiale, prevalgono e prendono il sopravvento sul cammino della persona che è essenzialmente relazionale, in cerca della sua identità nell’incontro dialogico con gli altri, allora questa si chiude su se stessa, viene fissata a quel dato momento e quasi sempre rinsecchisce irrigidita.

Così l’identità germinale sarà come una gemma bruciata dal gelo o l’incipit di una storia, di un libro chiuso prima che si arrivi alla fine. L’identità vocazionale di ciascuno è itinerante ed insieme claudicante. Non si giunge alla fine senza l’altro, come una storia senza racconto. È dunque esistenzialmente identità narrativa, in cerca del suo narratore e del suo nome, della sua posizione tra tanti personaggi e altri nomi che gli rivelano il suo: chi egli sia.

L’immagine usata da Paul Ricoeur [Qui] per dire una tale identità è quella della promessa fatta, che rimane anche quando mutano le situazioni e gli avvenimenti; si resta fedele a quanto promesso anche nei cambiamenti. «Mantenere una promessa, infatti, significa in qualche modo sfidare i mutamenti del tempo e opporre un diniego al cambiamento. Promettendo, la persona in qualche modo si “distende” nel tempo e mantenendo la promessa crea una continuità con se stessa nonostante i possibili mutamenti nel tempo. In questo senso, a differenza del carattere, si tratta di una permanenza mantenuta attivamente: Quand’anche il mio desiderio cambiasse, quand’anche io dovessi cambiare opinione o inclinazione, “manterrò”», (Sé come un altro, Milano 1993, 213).

Come in una narrazione noi interagiamo in una trama e sfondo stabili, oltre ogni cambiamento di scenario, di accadimenti positivi o negativi, gioiosi o dolorosi, vittorie e sconfitte. Bivi della vita segnati da ciò che ci rende unici e irripetibili, come quando diciamo “io ti prometto”, “ti perdono”, “ti amo”.

Nonostante situazioni ed eventi, e malgrado io stesso sia sottoposto a mutazioni e cambiamenti nel tempo, resto e mi mantengo identico pur nel diversificarsi delle relazioni e degli eventi. Tale identità risulta così insostituibile, ma non nel senso che io non possa essere sostituito, bensì per il fatto che nessun altro può vivere per me, promettere al posto mio, né può nascere, amare, morire per me.

Si scopre la propria identità proprio come si nasce, si promette, si ama sempre in relazione a qualcun altro che narra il nascere il promettere, l’amare: “Chi mi vede, mi racconta”.

«Lo statuto relazionale dell’identità postula infatti sempre l’altro come necessario: sia questo altro impersonato da una pluralità di spettatori che colgono gli atti che lo manifestano, sia esso impersonato da colui che narra la storia di vita risultata dagli atti medesimi. Al contrario dello spettatore, il narratore tuttavia non è presente agli accadimenti e ha perciò su di essi, come lo storico, uno “sguardo retrospettivo”. Egli conosce meglio degli altri ciò che è accaduto proprio perché non partecipa direttamente al contesto delle azioni da cui è risultata la storia…. Se ognuno è chi nacque, sin dall’inizio e con una promessa di unità che la storia eredita da quell’inizio, nessun racconto di una storia di vita può infatti tralasciare quest’inizio da cui la storia medesima è cominciata. Il racconto del suo inizio, il racconto della sua nascita, non può tuttavia che venire all’esistente nella forma della narrazione altrui», (Adriana Cavarero [Qui], Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Milano 1997, 38; 55).

Questo inciso testuale mi rammenta una poesia armoniosa di Vivian Lamarque [Qui]:
«Se sul treno ti siedi
al contrario, con la testa
girata di là,
vedi meno la vita che viene,
vedi meglio la vita che va
».

Da un rimando all’altro, alla fine, un breve racconto che ci rimetta di nuovo per strada, alla ricerca di identità ancora nascoste e riapra una storia che sembrava finita e una pace che si era smarrita:

«Rabbi Zusia, viaggiava molto spesso in incognito, come un mendicante; una volta capitò in una locanda e uno sconosciuto dall’aspetto ricco lo prese per uno straccione e lo trattò, molto male con disprezzo. Più tardi però nella sinagoga venne a conoscenza della sua identità e si mise a urlare i suoi rimorsi e a correre dietro Zusia dicendo: “Perdonatemi, Rabbi, altrimenti non ritroverò mai più il sonno né la pace”. Allora Rabbi Zusia gli sorrise scuotendo la testa: “Perché chiedi a Zusia di perdonarti? Non gli hai fatto niente! Non è Zusia che hai offeso ma un povero mendicante; va’ e chiedi dunque ai mendicanti, ovunque tu vada, di perdonarti”».

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

PRESTO DI MATTINA
Come nasce una storia

 

Come nasce una storia? Quale la sua origine, l’ambito del suo germinare, il suo milieu? Quale la ministerialità educante della narrazione, il suo compito pedagogico?
Proviamo a percorrere un sentiero.
Con l’espressione “le blanc des origines”, Pierre Teilhard de Chardin intese designare il concentrato intimo, nel tempo e nello spazio, dell’esperienza originaria del fenomeno umano, nel suo evolversi e divenire. Lo fece a partire da un immensamente piccolo, verso un infinitamente grande, attraverso l’infinitamente complesso: perché «è nella complessità che la coscienza appare» (Lettres Intimes, 11.7.1941 340), come processo di ‘riflessione’ che sale in modo irreversibile. Lo sviluppo evolutivo, non diversamente dal divenire narrativo delle storie, si sostanzia in un processo di complessità-coscienza, un divenire, il cui inizio è puntiforme, ma poi procede attraverso un’articolazione vieppiù differenziata, che si moltiplica, e torna a convergere attraverso passaggi, soglie, punti di maturazione concatenati, sempre più compositi.

Come da un solo fotogramma prende vita un film, così da una parola, un simbolo o un’immagine nascono un planetario testuale, una biblioteca. È un analogo gioco combinatorio, capace di generare lungo la narrazione sempre qualcosa di nuovo: un novum di continuità pur nella diversificazione, all’interno del fenomeno spirituale, sempre in formazione e accrescimento verso una più grande coscienza.

Per dirla con semplicità, le grandi cose cominciano sempre da un piccolo granello, finanche da ciò che appare effimero, impalpabile. Forse per questo Teilhard de Chardin parla del “bianco delle origini”, per ricordarci che l’inizio di tutte le nuove specie è invisibile e introvabile dalla ricerca scientifica. Le fonti restano nascoste, irrintracciabili e troppo piccole per lasciare il segno del loro concepimento. Si potrà allora rispondere alla domanda dell’inizio: le storie, i racconti come la vita cominciano in umiltà, l’umiltà di fronte all’altro: umiltà d’amore. Questo è il luogo della loro nascita. E nel loro dispiegarsi attraverso la narrazione, esse portano con sé la memoria di questa origine, sperimentandola ad un tempo come un perdita e un ritrovamento, come matrice rigenerativa al modo del lievito madre.

Ne La nostalgia del Fronte – descritta da Teilhard in un saggio del 1917 – viene rappresentato simbolicamente questo processo di trasformazione. La linea del fronte che è esperienza di perdita, di disfacimento, di scontro e di morte, diventa ai suoi occhi il “fronte dell’onda” che avanza, il fronte umano che non viene fermato neppure dall’entropia delle guerre, ma va oltre e avanza dopo ogni perdita e ricaduta, per poi riemergere come una nuova linea dell’onda. Così accade anche alle parole originarie, sepolte da quelle venute dopo, e poi riemerse in una nuova, ulteriore diversa nascita.

«Quando ho cominciato a scrivere storie – scrive Italo Calvino – l’unica cosa di cui ero sicuro era che all’origine d’ogni mio racconto c’era un’immagine visuale. Un’immagine che per qualche ragione mi si presenta come carica di significato, anche se non saprei formulare questo significato in termini discorsivi o concettuali. Appena l’immagine è diventata abbastanza netta nella mia mente, mi metto a svilupparla in una storia, o meglio, sono le immagini stesse che sviluppano le loro potenzialità implicite, il racconto che esse portano dentro di sé. Attorno a ogni immagine ne nascono delle altre, si forma un campo di analogie, di simmetrie, di contrapposizioni. … Sarà [poi] la scrittura a guidare il racconto». Narrare allora non è appena uno strumento di conoscenza per se stessi, ma ambito di relazione fuori di sé; un superarsi immedesimandosi nelle storie d’altri per maturare la coscienza della responsabilità e del servizio che è esperienza di trascendenza: «ho sempre cercato nella immaginazione un mezzo per raggiungere una conoscenza extraindividuale, extrasoggettiva… si tratta di processi che anche se non partono dal cielo, esorbitano dalle nostre intenzioni e dal nostro controllo, assumendo rispetto all’individuo una sorta di trascendenza», (Lezioni americane, Milano 1988, 88-89 e 86-87).

Così l’istanza etica nella narrazione non resta fuori dalle storie; non è un optional; è traccia dell’altro, filo rosso che invoca responsabilità; evocativa a sua volta di una trascendenza non solo umana. La stessa che indusse Ulisse a ripartire da Itaca, come gli aveva profetizzato Tiresia con il remo in spalla, verso una nuova odissea, altri mari da navigare, ancora genti da conoscere. Ma rivelativa di una trascendenza altrove, è anche quella che si rivelò ad Abramo per interpellarlo. E di qui subito una storia narrante; storia di un popolo in cammino in compagnia di un libro raccontato e letto sempre di nuovo.

La seduzione con cui Yhwh, il Dio pastore, attira a sé, avviene attraverso la narrazione: «la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore», racconta Osea il profeta innamorato. Yhwh ama le storie degli uomini e in esse tesse anche la sua. Sono storie che educano all’ascolto, che mettono in cammino, lasciando il già noto verso un dove che s’ignora. Sono racconti che narrano di un dono, quello della Parola, e di Agape da cui prende forma la gratuità. Ma non è così anche per le storie? Non si sparpagliano per il mondo senza ricevere compenso alcuno, lasciandosi portare di voce in voce, di pagina in pagina in libertà? Esse non temono i confini né i doganieri, circumnavigano la terra; si lasciano trasportare dalle nubi, dalle onde del mare, attraversano deserti, foreste, montagne e pianure da un continente all’altro prima di giungere a noi.

I racconti dei vangeli, credo, assomigliano a corsi sotterranei che percorrono le storie, parole come perle di mare, nascoste nel sottosuolo. Se si fa silenzio credo che le si odi dire: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,7-8): «un’eco di memoria, come quel buio murmure di mare», direbbe Quasimodo.
Nelle storie si mette in atto un processo di strutturazione della realtà «la narrazione organizza e dà forma alla nostra esperienza».
L’esperienza del narrare, come pure l’esperienza spirituale e quella mistica, non sono un’evasione dal reale; non portano fuori dalla vita ma si sprofondano in essa.

Le parole e i racconti si distanziano e si avvicinano, si differenziano e si uniscono di nuovo, dando forma a un organismo narrativo, un «fabulario arcobaleno» di incontri che cambiano il mondo ed anche noi. Le storie – direbbe Teilhard pure lui narratore di storie – sono potenza spirituale della materia, linfa che sale nell’albero della vita e dunque vanno comprese come generative di un ambiente, strutturantesi e intellegibili con esso. Due suoi testi titolano proprio: Milieu divin e Milieu mystique, quest’ultimo in stile narrativo: «Un suono purissimo si è alzato nel silenzio; un’iride limpida si è diffusa nel cristallo; una luce è passata in fondo agli occhi che amo… Erano tre cose piccole e brevi: un canto, un raggio, uno sguardo… Perciò ho creduto dapprima che entrassero in me per rimanervi e perdersi. Invece, sono state esse a catturarmi e a rapirmi».

Madeleine Barthélemy-Madaule (1911-2001) una studiosa del suo pensiero riconosce al termine milieu un triplice significato. Il primo è quello che richiama l’idea di un ambiente (ciò in cui): l’orizzonte, il luogo e la struttura del formarsi dell’esperienza come polarità dialettica e convergente. Ambiente nel secondo significato si riferire invece a un mezzo (ciò per cui): un legame oppure un’apertura dialettica che fa comunicare l’Assoluto con il creato, il dentro e il fuori, l’in alto e l’in avanti. Un terzo significato, infine, riconosce nel termine milieu un punto (un centro di): la convergenza delle polarità, l’evento dell’incontro, l’attimo del presente in cui si dà la totalità. Anche per le storie il milieu è il limite estremo di ciò che si prova e di ciò che si fa, il punto più profondo della coscienza, dove questa comunica con l’Assoluto e con sé stessa e comprende con il suo sguardo le terre dell’alterità e di tutto il cosmo.

Queste mie domande e riflessioni sono nate da un dono di amicizia di Anita Gramigna. I suoi due ultimi libri: Fabulario arcobaleno. Educazione interculturale con i piccoli e Come nascono le storie. Pedagogia narrativa per i più piccoli sono stati un invito a lasciare la panchina, a rimettermi in gioco come in una partita amichevole. Il suo è stato un assist che non potevo perdere, proprio davanti alla porta; gli altri giocatori li aveva già dribblati tutti lei. Anita Gramigna dirige il laboratorio di epistemologia della Formazione presso la nostra università, insegna pedagogia generale e metodologia della ricerca. Con questi due studi ha inteso narrarci un aspetto della sua ricerca pedagogica interculturale che, condotta attraverso l’analisi e la narrazione di storie incipienti, balbettii infantili, piccoli dialoghi e racconti di altri continenti, rivela la forza educativa ed etica “del linguaggio al suo sorgere”. Una risorsa anche, tanto per i piccoli che nascono alla parola per la prima volta, come per gli adulti che li ascoltano e li assecondano, meravigliandosi di rinascere anche loro a quelle parole germinali. Qui è narrato come nascono le storie e come esse educhino alla interculturalità, intesa come riconoscimento dell’altro e dei suoi valori, della ricchezza che può venire dalla diversità che immunizza dalla pretesa di assolutizzare le proprie idee e valori. Intercultura ha un valenza progettuale, dice il comune impegno per un incontro attivo tra soggetti di estrazioni differenti ma dialoganti, per trasformare e lasciarsi trasformare cercando soluzioni ai problemi che sorgono nel nostro mondo diventato multiculturale e dunque bisognoso di convivere pacificamente.

«Quando nasce una storia prende vita un processo di rappresentazione interiore che contempla elementi cognitivi, emozionali e culturali, come sono gli artefatti linguistici. Quando nasce una storia si accende l’immaginazione interpretante». Pure lei ricorda un testo di Italo Calvino estratto dalle Lezioni americane: “l’immaginazione è un repertorio del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è né è stato né forse sarà ma che avrebbe potuto essere”. Sottolinea che le storie nascenti si esprimono nella forma di un gioco-narrazione, che non è solo oggetto di riflessione ma una tecnica di gioco generativo, di gratuità che educa al dono.

«Il gioco-narrare è azione gratuita, libera dal persegui mento di scopi diretti: in questo senso, è libero, pur possedendo regole rigorose. È libero perché può disancorarsi dalla realtà, magari proprio per fornirne una versione surreale e risponde solo al desiderio di giocare con le parole, (ivi 36)…L’aurora del pre-linguaggio può divenire l’occasione per il pensiero adulto di rinunciare, almeno per il tempo breve di un gioco, alla propria esaustiva sovranità sull’attribuzione di senso alle cose. …il meraviglioso parla a ciascuno di noi infatti, può leggersi a tanti livelli, come è nella natura metaforica della narrazione e, naturalmente, del gioco… La bellezza delle immagini che fioriscono nelle gioco-storie, del ritmo ludico che lì si esprime, della musicalità delle parole, dell’assurdità delle metafore, si dà con un sentimento di dono». (ivi, 11-12; 30-31).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

RITORNO A SCUOLA
È il tempo dell’accoglienza, della narrazione, della rimodulazione

Si torna a scuola. Ma che scuola è quella che sta riaprendo in queste settimane di settembre?
È la scuola che improvvisamente per mesi è venuta a mancare non si sa bene se più alle famiglie che ai ragazzi, è la scuola del compagno che ieri era di banco e che ora è da tenere a distanza sociale. La scuola della ricreazione monoposto, la scuola asettica delle mascherine, dei guanti e degli igienizzanti. La scuola delle prescrizioni, che si moltiplicano come non mai prima.
E perché dovremmo chiamare tutto questo ‘scuola’? Solo perché la scenografia è quella di sempre: l’aula, la cattedra, il banco, i compiti, le lezioni e le interrogazioni, gli orari, gli ingressi e le uscite.

Pareva cresciuta negli anni la domanda sociale di una scuola che, oltre ad istruire, recuperasse il suo ruolo di fucina dell’educazione. Nei suoi curricoli si sono andate moltiplicando le educazioni di ogni genere, addirittura spesso le è stato chiesto di svolgere una funzione di supplenza nei confronti delle famiglie e dei genitori in crisi di ruolo e di capacità educativa.

Ora che dell’educazione ce ne sarebbe bisogno come non mai, pare che l’emergenza sanitaria l’abbia cancellata dall’orizzonte. Ce lo ricorda Umberto Galimberti che ‘educare’ significa prendersi cura della dimensione emotivo-sentimentale dei nostri ragazzi, aiutarli a passare dalla pulsione all’emozione. La mente non si apre se prima non si è aperto il cuore, scrive il filosofo.
Non c’è solo, pertanto, l’attenzione sanitaria da allertare, c’è quella verso l’interiorità di ogni bambina e di ogni bambino, di ciascuna ragazza e di ciascun ragazzo. Come tanti mesi lontani dalla scuola li hanno cambiati. Quali segni ha lasciato la lunga convivenza in famiglia, quanto hanno appagato il loro bisogno di affetto le cure e le attenzioni ricevute, che significato ha assunto il condividere in modo più partecipato da genitori, fratelli e famigliari il frequentare la scuola sia pure a distanza. Tutti sappiamo che c’è anche il rovescio della medaglia e che per quanti la scuola era l’unico spazio di liberazione, il lockdown può aver costituito la condanna a vivere una dimensione famigliare frustrante, di privazione, quando non conflittuale, se non pericolosa. Ci sono, dunque, anche cicatrici da rimarginare, che hanno bisogno del balsamo della comunità ritrovata.

Ecco, la scuola come luogo in cui c’è sempre qualcuno che si prende cura di te, che ti accoglie in modo disinteressato e si pone a tua disposizione. La scuola del respiro ampio, la scuola dei tempi lunghi, la scuola dell’ascolto e della confidenza, la scuola della solidarietà degli insegnanti e dei compagni, il luogo dove condividere emozioni che sono uniche.
Ciò che andrebbe evitata è la fretta di sedersi alla cattedra e al banco, di riprendere a insegnare per recuperare il tempo perduto, lasciando le vite di prima, le vite del vuoto scolastico, fuori dalle aule.

Il progetto educativo della ripresa avrebbe bisogno di tre passaggi: accoglienza, narrazione, rimodulazione.

Accoglienza per tornare a riconoscersi, per scoprirsi mutati e quanto, per comunicarsi cosa si pensa di aver perduto e che aspettative si nutrono, per pronunciare promesse e rilanciare prospettive. Quali sono i bisogni a cui ciascuno vorrebbe che la ripresa scolastica rispondesse. Riprendere il filo interrotto, da dove ci eravamo lasciati e progettare i prossimi cammini. Parlare di noi e dell’effetto che fa ritrovarsi. Quanto ci sono mancati il gioco e l’aula. Quanto è mancato il calore della stare insieme, del condividere idee, saperi e anche conflitti.

Narrazione di come è stato vissuto il tempo forzato dell’extrascuola, le ansie, i timori, le relazioni, i pensieri maturati. La vita vissuta in famiglia, mesi lontani dai propri compagni, il desiderio di fuga e di ribellione. Esperienze di maggiore armonia o, al contrario, di maggiore attrito con i genitori e gli adulti in generale. La perdita di spazi di autonomia, le rinunce, i social come l’unica finestra aperta sugli altri, la compagnia dei propri device, divenuti gli amici preziosi con cui vincere la gravità del tempo sospeso. La scoperta del guscio con cui ci si è difesi dall’esterno, dalla presenza invadente degli altri in famiglia, il richiudersi in se stessi, la fuga nella lettura, nei film scaricati, negli auricolari che sparano la musica. Scoprire d’essere un’isola e di aver vissuto come in un’isola. La rivelazione a se stessi di se stessi, della compagnia che ci si può fare quando ci si ritrova soli a tu per tu con il proprio io. Maggiore o minore stima di sé, maggiore o minore fiducia nelle proprie risorse e potenzialità. Depressione o resilienza. La narrazione per trovare uno specchio negli altri, riflettersi nelle compagne e nei compagni, in testimoni a cui credere ed affidarsi come gli insegnanti che ti aiutano a parlare delle tue esperienze, a ripercorrerle, non per rimuoverle ma per comprenderle, comprenderle nella mappa della propria storia.

Infine la rimodulazione. Il rapporto con la scuola che non può essere più quello di prima. A scuola i bisogni non sono mai stati uguali e se la scuola di prima li uniformava ora non è più possibile, perché l’emergenza ha portato alla luce una scuola traumatizzata, una scuola ferita, di una ferita che per essere rimarginata ha bisogno della cura di studenti e insegnanti. Rimodulazione significa che la ripresa del cammino deve essere personalizzata, perché non si esce da mesi senza scuola tutti uguali, i pesi portati sono stati differenti, come diverse erano le forze per reggerli. C’è un lavoro di ricomposizione di ciò che per ciascuno si è indebolito o è andato in frantumi, con attenzioni e modalità che inevitabilmente variano per ognuno. Rimodulare il fare didattica tra presenza e distanza, cercando di annullare la lontananza prodotta dall’on-line. Rimodulare la classe in gruppi differenti, non per età ma per necessità educative, per bisogni e tempi di apprendimento sempre più personalizzati. Utilizzare gli incontri in presenza per organizzare il lavoro che si farà a distanza, per evitare la divaricazione tra il dentro e il fuori, per impedire che la distanza si traduca per qualcuno in un accumulo di svantaggi.
Rimodulazione significa flessibilità dei curricoli, degli spazi e degli orari, dell’uso delle figure professionali, docenti, educatori, insegnanti di sostegno, esperti, attori del territorio.
Rimodulazione suggerisce di ripensare il rapporto tra apprendimenti formali e apprendimenti non formali, come riconoscere competenze acquisite non direttamente a scuola, semmai nell’impegno e nello studio individuale. Riconoscere con un sistema di crediti i saperi acquisiti al di fuori della programmazione scolastica. Ibridare il sistema non solo con la didattica a distanza, ma con il riconoscimento delle competenze da ciascuno acquisite per altre vie, non necessariamente formali.

L’eccezionalità della situazione dovrebbe suggerire di predisporre per ogni bambina e bambino, per ogni ragazza e ragazzo un patto formativo, un contratto formativo tra scuola, studente e famiglia in cui definire l’impegno di ciascun soggetto, il percorso di studio, le sue modalità, le tappe e gli obiettivi da raggiungere, in funzione delle necessità individuali. Cosa si impegna a fare la scuola, cosa si impegna a fare la famiglia, cosa mi impegno a fare io. Predisporre il profilo di tutor a cui affidare gruppi di studenti, grandi e piccoli, incaricati di prendersi cura di loro, di seguirne i processi di apprendimento, sostenerli e indirizzarli, da incontrare a scuola nei pomeriggi o da visitare a casa.
Non resta che augurare ai nostri ragazzi e a noi stessi che i mesi di assenza forzata dalle aule non abbiano messo in quarantena anche i cervelli e che il ritorno a scuola offra loro la gradita sorpresa di beneficiare di qualche idea nuova in più, non solo per l’oggi ma anche per il futuro.

Sapersi interrogare apre la strada al futuro

Dopo la pubblicazione, in questa rubrica, dell’articolo Per un’ecologia della parola, Massimo Angelini mi ha onorato col mandarmi in dono un suo libretto di cento pagine sullo stesso tema, pubblicato dalla sua casa editrice Pentàgora di Savona. L’ho trovato prezioso e ne raccomando la lettura.

La sostanza è che ecologia ed etimologia della parola finiscono per combaciare. La parola come ambiente storico sociale che sovrintende allo sviluppo delle funzioni psichiche superiori secondo la lezione vygotskijana. Un ambiente, anche per questo, da tutelare e da riabilitare per ritornare, come scrive Angelini a ‘sguardare’, a rivolgere lo ‘sguardo’ in profondità.

Il sale è il capitolo in cui spiega la differenza tra ‘conoscere’ e ‘sapere’. “Voi siete il sale della terra” sono le parole che Matteo nel Vangelo attribuisce al Cristo, il sale che verrà gettato e calpestato dalla gente se dovesse perdere di sapore. Il sale che rende sterile il terreno, ma non la conoscenza. Sapere, ci ricorda Angelini, viene dal latino sàpere, che deriva da sale e, dunque, significa ‘avere sapore’, perché il sale conferisce sapore alle cose e ne esalta il gusto, mentre senza sale il cibo è insipido. Così la conoscenza che non si traduce in sapere isterilisce, allo stesso modo del sale della parabola evangelica.

Se la conoscenza chiede di apprendere con l’intelletto, la sapienza pretende di gustare in profondità, di ‘assaggiare’. Tutte parole tra loro etimologicamente imparentate. Da sapere non vengono solo parole come ‘assaggiare’ e ‘sapidità’, ma anche ‘sapienza’ e ‘saggezza’. Insomma o si conosce con tutto noi stessi o la conoscenza resta solo un orpello, al massimo fonte di erudizione. Della conoscenza occorre farne esperienza diretta, sensoriale, sapere qualcosa implica che va assaggiato, toccato, esperito, provato, sentito. Del resto ormai ce lo dicono anche le ricerche più recenti delle neuroscienze (è sufficiente leggere Lo strano ordine delle cose di Antonio Damasio), Angelini ci ricorda che si conosce con l’intelletto, ma si ‘sa’ attraverso  l’esperienza dei sensi.

La cosa è bella, perché ci induce a considerare che siamo ‘individui’, vale a dire ‘indivisibili’, che non possiamo essere scissi in spirito e carne, in anima e corpo, che non ci è permesso separare la mente dai sensi, che sono i canali attraverso i quali apprendiamo. Dobbiamo accettarci così, nell’interezza della nostra unità. Per essere noi stessi non abbiamo la necessità di rinunciare alla nostra ‘individualità’, di indossare la maschera che ci nobiliti come ‘persone’ sul palcoscenico della vita quotidiana, per dirla con Erving Goffman.
Può accadere di conoscere tanto, di essere imbevuti di conoscenza e non sapere nulla, perché se la conoscenza non si esperisce nella nostra carne, non si traduce in sapere.

È la questione della presenza fisica a scuola, che è assenza del corpo negli apprendimenti. Si possono passare anni a scuola a conoscere, a conoscere molte nozioni e a leggere molti libri e uscire dalla scuola vuoti di sapere, perché l’ascolto, lo studio, la lettura non sono passati attraverso l’esperienza diretta, non hanno percorso la nostra carne. La parola ‘conoscere’ contiene il greco nous, come l’inglese ‘to know’, conoscere e ‘knowledge’, conoscenza. In greco nous è la mente, l’intelletto: conoscere è apprendere con l’intelletto. Ma apprendere con l’intelletto non significa di per sé ‘sapere’ e, se la conoscenza non muta in saperi, la scuola fallisce il suo compito.

Nella conoscenza l’intelletto sopravanza il corpo che lo ospita, il mediatore della relazione tra la mente e l’ambiente, il luogo delle appercezioni nella molteplicità degli eventi che viviamo. Sapere è l’equilibrio raggiunto tra ciò che sta dentro e ciò che sta fuori di noi, per citare Jean Piaget, fondatore dell’epistemologia genetica, come tutti gli esseri viventi tendiamo all’omeostasi, ed è questa tensione all’equilibrio tra dentro e fuori che è all’origine del sapere.

Spesso si sente parlare in maniera sprovveduta di ‘competenze’. Spaventa il passaggio dalla scuola della conoscenza, quella delle nozioni, alla scuola delle competenze, come se le competenze fossero la traduzione utilitaristica della conoscenza, anticamera dello sfruttamento di uomini e donne. Eppure la ‘competenza’ è la chiave del percorso dalla ‘conoscenza’ al ‘sapere’, attraversando le praterie della ricerca, è dunque libertà.
‘Competenza’ discende dal latino petere, chiedere, domandare, preceduto dal prefisso cum. Chiedere insieme, interrogarsi insieme, per poter camminare uno accanto all’altro, per andare verso un medesimo punto.

Mai c’è stato un tempo in cui la ‘competenza’, il sapersi interrogare insieme, per procedere uniti fosse indispensabile come ora nel nostro. Invece è proprio la competenza che spaventa, che viene osteggiata, mentre l’ignoranza trionfa. Cum-petere significa saper chiedere, sapersi interrogare, essere capaci di formulare le domande giuste, ed è questa la sfida della nostra epoca, se vogliamo incamminarci alla ricerca delle ‘giuste’ risposte, che non è detto, popperianamente, che siano quelle vere.

Chi non è competente è ‘ignaro’, dal latino gnarus che significa esperto, pratico, preceduto dal prefisso privativo in. ‘Ignaro’ è chi non conosce e per questo non può che ‘ignorare’ le domande da formulare, non sa interrogarsi per poter procedere verso il sapere. Il nostro tempo brulica di risposte quanto è avaro di domande e la nostra scuola non è meno responsabile. Ma gnarus per i latini ha un’altra peculiarità, quella di essere affine a ‘narrare’. È gnarus  chi è consapevole in quanto ha fatto esperienza e di quella esperienza è divenuto ‘gnarus’ , è divenuto il narratore, perché se non c’è l’esperienza non c’è neppure la narrazione. Non possiamo narrare i saperi se quei saperi non appartengono alla nostra esperienza, se cioè di quei saperi non siamo esperti.

Sono le scuole i luoghi deputati ai saperi degli esperti, a narrare lo scibile umano, non per tramandarne la memoria e neppure per erudite citazioni, ma per divenire a nostra volta i protagonisti di questa narrazione.

DIARIO IN PUBBLICO
O bli-bli o bla-bla… Il racconto e la politica

Imperversa tra i protagonisti (invariabilmente gli stessi) dei nostri talk show televisivi il termine ‘racconto’ della e nella politica che viene declinato associandolo al tratto fisiognomico caratteriale del ‘raccontatori’ tra i quali si distinguono il Marco Travaglio dal sorriso sprezzante – pericolosissimo – l’arruffio della barba di Marco Damilano da cui esce una valanga di racconti – a volte contraddittori – la testa d’uovo (letteralmente) di De Angelis, la rada barbuzza bionda di Giannini, il pelo bianco di Beppe Severgnini e la bocca spalancata di Antonio Polito, tanto per citare i più assidui inquadrati tra i tacchi 45 cm della Gruber e le sue giacchette perfette, tra le spille di Barbara Palombelli e le improbabili mises di Bianca Berlinguer. Tutti con alle spalle i sorrisi minacciosi e carnosi di Maurizio Belpietro e la versione Crozza di Alessandro Sallusti. Zoro frattanto tenta di ‘raccontare’ in modo diverso, ma purtroppo la nuova versione dura lo spazio della trasmissione.

Informiamoci allora su cosa significa la parola racconto e affidiamoci alla Treccani:

Raccónto s. m. [der. di raccontare]

1. Relazione, esposizione di fatti o discorsi, specie se fatta a voce o senza particolare cura, oppure se relativa ad avvenimenti privati (si distingue perciò da narrazione come raccontare da narrare, ed è diverso anche da resoconto, più ufficiale e tecnico)

2. Componimento letterario di carattere narrativo, quasi sempre d’invenzione, più breve e meno complesso del romanzo (in quanto dedicato in genere a una sola vicenda e destinato a una lettura ininterrotta) e distinto dalla fiaba perché tende a presentare i fatti come realmente avvenuti (per questi suoi caratteri si identifica sostanzialmente con la novella).

3. Nel linguaggio della critica letteraria (specie nella critica formalistica), è sinonimo di intreccio, contrapposto alla fabula, ed è pertanto usato per ogni opera narrativa in versi o in prosa.

Escludiamo per amor di semplificazione la definizione 3 e – pur con qualche riserva – la 2.

Dovrebbe, dunque, il racconto della politica assumere il significato più pregnante di ‘resoconto’ di ciò che la politica fa. Il risultato è: “ciapal”, in ferrarese (“prendilo” in italiano) che nella versione dialettale meglio esprime l’impossibilità dell’azione…

Sembra che al resoconto ormai si assommi anche la seconda definizione del dizionario, in quanto i narratori ufficiali tendono motu proprio a trasformare il resoconto in componimento letterario, che ha per sua caratteristica quella di ‘presentare i fatti come realmente avvenuti.

E’ quello che gli ‘itagliani’ – ormai popolo avvinto alla narrazione – richiedono a gran voce, come insegna loro il gran Maestro, dantescamente parlando, Salvini.

Basta dire ciò che non lede il loro interesse, la loro priorità (prima gli italiani) e tutto può venir raccontato. Chi tra la comunità nazionale non avrebbe sognato di brindare al Papeete tra belle ‘femmine’ che sculettano ‘Fratelli d’Italia’?

Ciò che imperversa nel racconto e la politica è la volontà di narrare ciò che è già avvenuto come fosse una novità e predisporre un futuro perlomeno immaginifico a ciò che già si ‘suppone’ sarà l’andamento delle cose.

La più schifosa presenza della ‘narrazione’ è però ciò che racconta la parte più oscenamente fascio-nazista (sì, ne esistono tanti, e troppi di aderenti a questa orrida ideologia ) all’indirizzo di Liliana Segre. Da catalogare costoro come sub-umani, ma non da confondere con le bestie dotate di ben più alta capacità di comprensione.

Questo dovrebbe indignare i tanti italiani che non sono raggelati dalle interpretazioni narrative. Questo dovrebbe essere il cammino dell’umanità. Ben venga il progetto di Luigi Marattin che dovrebbe rendere legge la conoscenza dell’identità reale di chi usa i social per offendere e anche per esaltare a sproposito.

Il mio sogno odierno? Fare come il grande direttore d’orchestra Daniel Harding che, giunto all’apice della carriera, abbandonerà per un anno il suo lavoro, per volare. Sì. Volare materialmente. Volare quindi anche oltre la musica e riconquistare il diritto alle scelte e all’infinito del volo.

Ma io povero tapino dove volerei? Lo so e lo faccio da sempre: nell’infinito dell’arte e della poesia. Purtroppo chi ci trascina a terra è la necessità-dovere di fare i conti con la ‘narrazione’, la prosa della politica.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Essere di parola

Per capire quanto le parole possano diventare pericolose di questi tempi, invito a leggere l’ultima opera di Giacomo Papi “Il censimento dei radical chic”.
In realtà non sono le parole ad essere pericolose ma le persone che le cacciano e le censurano, le persone che le usano come proiettili per colpire i loro bersagli. Parole che non sono più pronunciate ma sono sparate da twitter bazooka, da post a mitraglia.
Così è facile varcare il confine che separa il lessico dal territorio della babele, usando i dizionari come zavorra per annegare gli intellettuali, fino alla guerra civile, come fine di ogni civiltà.
Perché le civiltà si sono costruite sulle parole che sono la loro narrazione e, se le togli, viene meno la narrazione, e, se non hai una vita da raccontare, significa che non hai una vita da vivere.
Toccare le parole è come iniettare lentamente un virus mortifero di distruzione.
Bisognerebbe leggere contemporaneamente al libro di Papi, che vuole essere una denuncia, insieme amara e ironica, dei nostri tempi, “Le parole che ci salvano” di Eugenio Borgna.
Le parole come scialuppe delle nostre vite, le parole sempre amiche, mai contro, le parole a cui chiedi soccorso e rifugio. Le parole da cui pretendi che ti consentano di ragionare e di capire. Le parole per stare in armonia anziché sentirsi sempre assediati sugli spalti delle nostre esistenze.
La parola è materia pregiata come il nostro plasma e le nostre cellule. Chi ci toglie le parole ci priva della nostra sostanza, e fare un uso da guerra delle parole è come ferire la nostra essenza, il cuore e il cervello di cui ci siamo dotati.
Se si aggrediscono le regole, i significati e le sintassi le parole non servono più per descrivere, raccontare e raccontarsi. La nostra identità di donne e di uomini non ha più il lessico che le consente di esistere e di rappresentarsi. La parola imbracciata per combattere anziché per esprimere. Una protesi dell’essere umano per delegittimare l’altro e abbatterlo, per andare allo scontro anziché all’incontro, per separare anziché unire. Le parole per agitare le emozioni anziché esporre le ragioni. Le parole come gesto anziché come significato. La parola per usarti anziché per parlarti. Le parole per suscitare angosce anziché speranze.
Dovremmo renderci conto di tutto questo, di cosa stiamo vivendo. Verrebbe voglia di sentire il silenzio, che tutti si accorgessero dell’enorme confusione che sta crescendo, del rumore che pericolosamente stiamo nutrendo dentro.
È che tutti siamo impastati delle parole dell’altro. Senza le parole dell’altro non saremmo mai nati, cresciuti, divenuti quello che noi siamo con le parole che abbiamo ascoltato e portato dentro. Dalle parole di nostra madre e di nostro padre, quelle apprese a scuola e quelle degli adulti che ci hanno fatto da testimoni. Quelle delle poesie, dei romanzi e dei libri di scienze, quelle del cinematografo, delle televisioni e delle canzoni. Che straordinari portatori sani di parole siamo, ciascuno di noi! Non lasciamo che le parole ci possano ingannare e tradire. Rovistiamo tra le parole che ci portiamo dentro, quelle che ci sono più care, quelle che fanno da attaccapanni alla nostra vita, le parole memorie, le parole taciute, le parole che hanno continuato a lavorare nel silenzio accumulato dal tempo.
Non lasciamo la licenza di parola a chi la parola la usa per incantare o per sparare. La parola non ammalia, la parola significa, la parola non esplode, implode dentro di noi con le altre parole che ci portiamo. La parola richiede d’essere profonda e non superficiale, di andare a fondo nelle coscienze e di non restare a galla. Una parola non vale l’altra, una parola non è uno vale uno.
Le parole nascono dalla narrazione delle donne e degli uomini che si sono avvicendati nel tempo. C’è il rischio che a consumarsi, ad essere cancellate siano le parole a cui non seguono i fatti. A tradire non sono mai le parole ma le azioni. Non si possono perseguitare le parole perché le azioni non corrispondono alle promesse e alle aspettative. Perché i fatti non supportano la veridicità delle frasi in cui viaggiano desideri, promesse, pentimenti o intenzioni.
Se ci lasciamo abbagliare dalle parole non è colpa delle parole, ma di chi ne fa uso e delle nostre menti. Dovremmo apprendere a difendere le parole dai sequestratori di significati, dagli affabulatori, funamboli delle proposizioni, dagli equilibristi della logica, dai bulldozer dei territori semantici, impedire che se ne faccia strame da dare in pasto al popolo bue.
La narrazione, il racconto non vengono mai prima, seguono sempre, vengono dopo, le parole dovremmo saperle tenere per il poi, il poi del pensiero come delle azioni.
“Essere di parola” dà valore al significato della parola e al significato d’essere noi stessi. Attribuisce ad entrambi un senso e un valore senza ambiguità. La parola è la persona e identifica la sua umanità. Se la parola si fa inganno e offesa, si fa vuoto orpello, nessuno è più di parola, nessuno più è donna o uomo degno di fede, e questa è la china verso la quale il sequestro delle parole ci sta tutti precipitando e ad essere seriamente a repentaglio è la nostra civiltà.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Esercizi di stile

Credo che il sesto senso sia il senso d’esserci, il senso del proprio corpo, la consapevolezza d’esistere, la somma di tutti gli altri cinque sensi produce il sesto: sentire d’essere.
A volte la confusione, la concitazione, il precipitare del tempo che ci sta addosso, che ci incalza, non consente di compiere una sosta per accorgerci che ci siamo: che noi siamo noi. Sembra che la narrazione debba correre passandoci sopra e che mai si possa posare il copione per ragionare sulla parte che si sta impersonando. Il mondo ti viene addosso e neppure ti puoi scansare. Non amo l’apologia della lumaca, neppure le testuggini secolari, preferisco l’andante con moto al lentissimo, ma la mia parte nella vita la voglio studiare e soprattutto capire.
Non credo neppure alla retorica della libertà, perché sulle libertà fondamentali che stanno al principio e alla fine della propria esistenza nessuno di noi ha potuto e potrà decidere, e sono queste che nel bene e nel male condizionano tutta la partita.
Non so se memoria e tempo siano la stessa cosa, considerato che la memoria è il prolungamento del tempo nel tempo, ma certo la chiave di tutto non può che risiedere qui. E quando vivi che memoria e tempo non ti tornano è un bel guaio.
A conclusione del Fedro, a proposito di logografia, l’arte di scrivere i discorsi, Platone fa raccontare a Socrate la presentazione della tecnica della scrittura da parte del suo inventore, il dio Theuth, al re dell’Egitto Thamus.
“Questo insegnamento, o re”, disse Theuth, “renderà gli Egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, perché è stato inventato quale rimedio per la memoria e la sapienza”.
Thamus non condivide l’entusiasmo del dio e replica: “Così tu ora, come padre della scrittura, per benevolenza hai detto il contrario del suo potere. Essa infatti procurerà l’oblio nelle anime di coloro che l’apprendono per mancanza di esercizio della memoria” .
Chi sa cosa penserebbe Thamus se potesse conoscere il seguito della storia? Certo i sostenitori dell’importanza di esercitare la memoria hanno qui un illustre precursore.
Della memoria bisogna essere gelosi, la memoria è un bene prezioso. Perché la memoria è l’essenza dell’essere che è stato, è l’unica a cui possiamo affidare la consistenza del nostro sesto senso.
Il perdere la memoria, il dramma di tanti anziani della nostra epoca, penso che sia riassumibile in questo, smarrire il proprio sesto senso, il senso di sé.
Il fatto è che non sono solo i nostri anziani a precipitare nella buca dell’oblio, il difetto di memoria è sempre più un limite dei nostri tempi, che pure pullulano di archivi e banche dati, ma le memorie della mente sono sempre meno, perché le onde dell’informazione entrano in cortocircuito, per un eccesso di frequenze e noi rischiamo di smarrire sempre più il nostro sesto senso, il senso di noi stessi.
Come si fanno i nodi al fazzoletto per ricordare, noi li abbiamo fatti al calendario istituendo le giornate della memoria, senza renderci conto che la memoria di un giorno altro non è che un ossimoro. Fino a scoprire che le memorie non sono tutte uguali e a inventare il museo della memoria, come la memoria si potesse mettere in bacheca, più scostata da noi. Così succede che le memorie si confondono o si finisce per scordarle.
Eppure le memorie sono i legami, i vincoli tra noi. Cos’è la vita senza collegamenti, senza ormeggi nel tempo? La nostra memoria è la nostra coerenza, la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire. Senza di essa non siamo nulla, scrive Oliver Sacks. Sempre più assomigliamo a quel suo paziente che scambiò la moglie per un cappello, anche noi disturbati dalla paragnosia, dall’incapacità di riconoscere i volti che l’umanità assume intorno a noi.
Avremmo bisogno di compiere esercizi di stile, trovare varianti alle trame della nostra narrazione, perché la vita non è questa e neanche quell’altra, è inevitabilmente solo quella che scegliamo e di quella portiamo la responsabilità.
Prima di decidere dovremmo sempre prefigurarci altre narrazioni. Non sono più i sì o i no a cui possiamo affidare la nostra storia e la memoria che indissolubile l’accompagna, i nostri giorni, le nostre azioni, le nostre complicità.
Il sesto senso quello dell’essere è sempre trama, è sempre narrazione. Dovremmo provare a narrarcelo tutte le volte nelle sue 99 variazioni come fa Queneau. Ci aiuterebbe di fronte allo smarrimento e al disorientamento a colmare il grande vuoto del non sapere cosa accade. La narrazione dei migranti, la narrazione delle vite dei nostri giovani, la narrazione del nostro paese, le narrazioni che sono già state.
Esercizi di stile significa ritornare alla memoria e riscriverla, come sarebbe andata la storia se non avessimo scelto, per fare un esempio, la persecuzione degli ebrei, se non avessimo scelto le foibe, se non avessimo scelto di chiudere i porti.
“L’uomo nell’alto castello”, i mondi paralleli esistono solo nella fantascienza, ma imparare a riscrivere un’altra realtà è più educativo del solo ricordare, ci richiamerebbe alle nostre responsabilità e gli esercizi di memoria da ricordi si trasformerebbero in azioni, nelle azioni che sono state e forse meglio ci vaccineremmo tutti dalla coazione a ripetere i nostri errori.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Alla deriva del sapere

Il sapere non sta attraversando un buon momento. Gli apprendisti stregoni si moltiplicano. Quasi che il sapere anziché renderci liberi ci trasformi in vittime della sua tirannia.
Che il momento non sia favorevole al sapere, ci aveva già avvertito Tom Nichols con il suo ‘La conoscenza e i suoi nemici’, riecheggiando ‘La società aperta e i suoi nemici’ di Karl Popper. Perché ciò a cui si guarda con sospetto e con resistenza sono sempre i passi che si fanno verso il cambiamento, verso il futuro che ti porta via quello che avevi prima.
È lo stesso meccanismo del sapere che ti priva dell’ignoranza e, a volte, ti accorgi che sarebbe stato molto più comodo non sapere. Non possiamo più tornare alla presunta ingenuità e bellezza della società chiusa, il nostro sogno del cielo non può essere realizzato sulla terra. Platone ci ha fregato.
Diffidare del sapere ha fatto sempre bene alla narrazione umana che non avrebbe potuto progredire senza interrogarsi del proprio sapere, ma a sapere bisogna contrapporre sapere e non congetture.
È la società chiusa che nega che il sapere accumulato dalla tradizione possa essere falsificato. O si possa anche solo pensare di metterlo in questione, sono le sette, le chiese e le confraternite, che non ammettono altro al di fuori di sé. Come il populismo e il sovranismo, propri delle società chiuse, nemiche delle società aperte.
Ma se possiamo dubitare e mettere in discussione la scienza, lo dobbiamo alla ragione cartesiana e illuminista, alla fiducia nella razionalità dell’uomo che ha portato la società occidentale a diventare per prima una società aperta, una società che ha reso libere le facoltà critiche della persona.
Sono le nostre capacità di usare la ragione che ci hanno consentito di progredire mettendo in discussione i nostri saperi. Ma la ragione dell’uomo ha bisogno di fatti, non di opinioni, della ricerca e della scoperta, per riprendere altre strade ancora verso la ricerca e la scoperta di altri saperi, non di sentenze e tanto meno di pregiudizi.
Quando veniamo al mondo compiamo l’ingresso nella cultura del nostro tempo per partecipare alla sua narrazione e diventarne a nostra volta gli autori. È a scuola che apprendiamo a leggerne e a scriverne le pagine. Per questo nessuno può appropriarsi della scuola, perché quella narrazione appartiene a tutta l’umanità che l’ha composta e che continua a comporla dai vari luoghi del pianeta.
Quando si teme il sapere, i primi sintomi vengono dalle scuole. È la narrazione collettiva a correre i maggiori pericoli.
I sacerdoti della società chiusa si muovono con le loro liturgie e i loro anatemi. La nuova eresia che non deve entrare tra la narrazione dei saperi delle nostre scuole è oggi la teoria gender.
Il ministro gialloverde, titolare del Miur, ha decretato con circolare a tutte le istituzioni scolastiche che di “gender” nelle scuole non si deve parlare senza il consenso delle famiglie, come non è possibile realizzare altri progetti, al di fuori delle discipline canoniche, se non c’è il benestare delle famiglie. Il diritto al sapere, dunque, appaltato e sequestrato dalle famiglie.
La scuola non più il luogo della narrazione collettiva, il luogo dell’ingresso nella cultura, il luogo della negoziazione dei significati, ma luogo di sudditanza e di manipolazione, asservito a un culto reazionario della famiglia, conservatore e ignorante. La scuola come luogo della democrazia e dei saperi contingentati.

Il luogo dell’ipocrisia imposta come diritto dei genitori di tenere in ostaggio le menti dei figli, nel luogo dove i saperi devono essere aperti, nel luogo in cui ricevere le risposte alle domande, che non possono certo celare i loro interrogativi solo perché i genitori non vogliono.
La paura del sapere striscia in modo allarmante e soffia alle porte e alle finestre delle nostre scuole. Una riforma non detta si fa strada e da tempo attendeva il suo apprendista stregone. Alcune parole già iniziano a sguizzare nell’aria per familiarizzare con le orecchie delle persone. E allora ecco la “regionalizzazione”, l’apprendimento per “argomenti” anziché per “discipline”. Tutto un repertorio con l’intento non dichiarato di ridurre le scuole a misura della propria società chiusa, del no ai saperi che non siano quelli delle proprie tradizioni, delle proprie certezze e differenze.
Non più la scuola pluriculturale per una società aperta. Ma una scuola sovranista, monoculturale, per una società chiusa.
Non più la scuola della grande narrazione comune a tutta l’umanità, per questo comunità di destino, per questo comunità dell’incontro con l’altro. Il luogo in cui la narrazione dei saperi consente a generazioni di bambine e di bambini, di ragazze e di ragazzi di ricercare la risposta a Chi sono io? Chi sei tu?
Una scuola che ora, in nome delle regionalizzazione, in realtà aspirerebbe a difendersi dai corpi estranei, che siano saperi nuovi e vecchi, docenti o discenti di altri terre geografiche e culturali.
La deriva dei saperi comporta la deriva della cultura e delle conquiste democratiche, motivo per cui i saperi e i loro luoghi sono i primi ad essere presi di mira dal populismo e dal sovranismo delle società chiuse. Restare vigili è il nostro dovere.

DIARIO IN PUBBLICO
Parole alla moda

La scena degna di un burlesque anni Venti dell’eurodeputato Ciocca che sigla il proprio dissenso per la bocciatura del programma letta da Moscovici levandosi la scarpa – rigorosamente made in Italy – e bollando i fogli della ‘condanna’ al grido “this is shit”. Questa frase viene all’unisono tradotta da tutti i commentatori come “questa è cacca”. La regressione al livello infantile dell’espulsione delle feci come “cacca”, invece del più corretto “merda”, la dice lunga sull’universo culturale dei rappresentanti del nostro governo. La diminutio renderebbe più grazioso e meno invadente il termine. Rivolgersi alla parola infantile potrebbe – lo spero ma ne dubito – mettere in luce quell’aspetto ludico e innocente che il gesto sottintende forse involontariamente, forse falsamente. Ci sarebbe poi un altro gioco linguistico che renderebbe ancor più imbarazzante il gesto: l’assonanza Ciocca-cacca.
Ben più pesanti le parole che hanno determinato la condanna nel processo Cucchi dei presunti responsabili del pestaggio o di quelle del processo Aldovrandi. Il ‘filologo’ che ha chiaramente esaminato parole che hanno prodotto azioni condannabili è l’avvocato Fabio Anselmo di origine ferrarese. Bravo!

Altre parole alla moda sono ‘narrazione’ e ‘racconto’ che rimandano a un presunto aspetto letterario di un semplicissimo fatto quasi sempre politico sociale ed economico. Qui la difesa delle lettere mi spinge a un indignazione che nasce dalla conoscenza specifica dei termini suddetti entrambi dominio delle arti parallele. Michelangelo può fare una ‘narrazione’ di letture bibliche nel soffitto della Sistina. Io posso leggere un racconto di Cesare Pavese, ma mi rifiuto di leggere o sentire il ‘racconto’ o la ‘narrazione’ del salvataggio di Alitalia o di ciò che il presidente Conte dice o secondo la nuova moda ‘racconta’ a Mosca al compare Putin.
Così, resi tremebondi da catastrofi annunciate, pronunciamo (anch’io helas!) parole come ‘spread’, ‘mission’, ‘endorsement’, anche se ‘girata’ o ‘trasferimento’ mi sembrerebbero voci più appetibili-capibili.
E affoghiamo in noie tremende rese appena sopportabili dalla chiusura delle ‘sagre’ mentre ci attendiamo – e pour cause – mirabilia dalla tre giorni di ‘Ad alta voce‘, quest’anno intitolata ‘Origini. Parole che trasformano’. Di che ‘origini’ s’intende parlare nei numerosissimi inviti? Quello che mi attira di più è ‘Le origini della vita’, se non altro perché ci sarà la mia amatissima Lia Levi; invece quello che sospetto di più è ‘Il viaggio nelle parole’, in quanto famosi relatori parleranno dell’evoluzione del linguaggio nell’era digitale dove almeno tre parole m’insospettiscono ‘era’ ‘evoluzione’ ‘digitale’. ‘Evoluzione’ o ‘involuzione’ o meglio ancora ‘cambiamento’? Ma a tutto dovrò rinunciare poiché in quel mattino dovrò essere al cimitero ebraico per rispondere davanti alla tomba di Giorgio Bassani alle domande che mi porrà il conduttore del filmato prodotto dalla figlia del grande scultore Dani Karavan che sarà presente all’inaugurazione della mostra a lui dedicata al Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah-Meis il 30 ottobre.

E veniamo alle parole più brutte, quelle pronunciate dal comico nazionale Beppe Grillo nella sua performance da attore consumato (occhi in fuori, barbetta tremolante, voce strozzata) nella kermesse romana dei 5stelle al Circo Massimo: “Chi siamo? Siamo pieni di malattie nevrotiche, siamo pieni di autistici, l’autismo è la malattia del secolo”. “L’autismo non lo riconosci, per esempio è la sindrome di Asperger, c’è pieno di questi filosofi in televisione che hanno la sindrome di Asperger. Che è quella sindrome di quelli che parlano in quel modo e non capiscono che l’altro non sta capendo. E vanno avanti e fanno magari esempi che non c’entrano un cazzo con quello che sta dicendo […] Hanno quel tono sempre uguale. C’è pieno di psicopatici…”. “Chi siamo? Siamo pieni di malattie nevrotiche, siamo pieni di autistici, l’autismo è la malattia del secolo”. Idiozie urlate e condite dalle sacrosante proteste di tanti parenti, amici o persone ‘normali’ indignate da un così disgustoso linguaggio.
Secondo il dialetto ferrarese, per non dire italianamente “ma và a c…re”, si potrebbe commentare “ma fat na ca’ ad giazz” e qui si capisce che sono alle prese con il dialetto per scopi a mio parere ben più nobili ovvero filologici di quello del disumano attore! Ciò che il capetto urla sembra sia stato condannato anche dai suoi 5stelle (o da parte di essi): meno male.
Mi consolo perché la mia canina Lilla – e non il mio ‘pet’! – ha compiuto felicemente gli anni. A lei ho rivolto parole confortanti e amorose ricambiate da un frenetico scodinzolìo e da un’allegra pipì mollata in cucina.

DIARIO IN PUBBLICO
La Storia e l’eterno presente

Non si diventa uomini se non si conosce ciò che è successo prima
Questo è il commento che la senatrice Liliana Segre pone al centro dell’articolo uscito su ‘La Repubblica’ a proposito della ventilata abolizione dell’esame di storia alla prova di maturità. La senatrice dichiara che lotterà per cambiare la proposta: “Togliere la traccia di storia dall’esame di maturità è un modo per cancellare la memoria, per dimenticare”.
Claudio Gamba, storico d’arte all’Università di Sassari, scrive sul suo blog: “Oggi più che mai rivendico il ruolo centrale, imprescindibile, della storia. Una materia sempre più emarginata e che è stata perfino eliminata dai temi di maturità, invece tutto è storia: l’arte è la storia dell’arte, la letteratura è la storia della letteratura, la filosofia è la storia della filosofia, la scienza è la storia della scienza, la matematica è la storia della matematica. La storia è la consapevolezza critica della relatività dei problemi. Senza la storia la conoscenza diventa dogma e il dogma giustifica ogni abuso di potere e il potere diventa repressione”.
Nel tempo, specie nel secolo scorso, gli attacchi alla storia furono numerosi, ma comunque legati a un indirizzo critico che aveva le sue basi ermeneutiche e le sue giustificazioni. La mia evoluzione critica nasce nel segno della storia e non per nulla i miei maestri furono insigni rappresentanti della storicismo: Claudio Varese e Walter Binni, con il quale mi sono laureato. La differenza con altri insegnamenti si notava anche nella stessa dizione delle materie insegnate. A Firenze, per esempio, nel mitico Magistero c’era “storia della letteratura italiana” a Lettere invece “letteratura italiana”. E cosi per tante materie. Nel pieno della contestazione del Sessantotto, che vissi come giovane assistente, il termine ‘Storia’, pur subendo attacchi notevoli e pur venendo sconfessata dall’avanzare impetuoso della semiologia e della critica francese, era comunque accertato. Eccome! Perfino Gianfranco Contini si proclamava allievo di Croce, il teorizzatore dello storicismo.

Un filosofo all’avanguardia cresciuto nella scuola milanese di Banfi come Giulio Preti, che fu mio maestro e collega all’Università, riflettendo anche sul concetto di storia prese posizione contro la rivoluzione del Sessantotto e come attesta l’ottima voce dell’Enciclopedia Treccani a lui dedicata così scrisse: “La riflessione sul valore costituì l’asse portante attorno cui ruotò il pensiero dell’ultimo Preti. Non erano soltanto ragioni di tipo filosofico che lo condussero a scrivere e dedicare corsi universitari al tema del valore. Agirono anche motivi politici e culturali. Preti guardò con preoccupazione alla democrazia di massa e si oppose con forza a quello che giudicava essere l’irrazionalismo della contestazione studentesca. Riferendosi a Max Scheler, ne riprese la categoria di “risentimento” per indicare il desiderio di sovvertire i valori della civiltà occidentale che vedeva in atto in molti ambiti della società contemporanea”. In questo modo la riflessione sulla storia da contesti assai diversi contagia intellettuali di chiara fama. Solo per rimanere nel campo degli scrittori, basti pensare a Pasolini e alla Morante. Se dunque ora in nome dei suggerimenti del ‘popolo’ il ministro attacca direttamente la storia per il presente sempre attualizzato, si capisce la reazione della Segre all’abolizione di quella interpretazione del mondo che si chiama ‘Storia’ e che portò – per citare un altro maestro e amico – a chiamare il suo libro più importante ‘L’antichità come futuro’: Rosario Assunto.

Ma è inutile riempirsi la bocca con le ragioni che ogni buon studioso porta in nome della storia; venendo agli obblighi che la scuola ha verso i discenti sembra perfino ovvio che la vicenda delle ‘imprese’ compiute da popoli o futuri popoli che si danno lo statuto di nazione non può prescindere dall’essere storicizzata. Un filosofo come Adorno – che pochi giorni fa è stato esaminato in un interessantissimo libro, ‘Costellazione Adorno’, presentato presso Ibs, e scritto da un docente che insegna nelle scuole cittadine Roberto Sega con il commento di validissimi studiosi quali Claudio Cazzola, Girolamo De Michele e Mario Quaranta, anch’essi provenienti dall’insegnamento – ha sentito la necessità di ritornare alla storia, lui che come si sa, scrisse che dopo Auschwitz era impossibile ‘raccontare’.
Un altro termine ambiguo è ormai adottato nel tempo odierno in cui il governo e la politica scelgono l’eterno presente. Questo è ‘narrazione’. Narrare significa storicizzare. Ma cosa? Ciò che si esaurisce nel momento stesso in cui viene agìto? Si procede così mentre l’Italia si scontra con l’Europa, mentre il ‘fatto’ assorbe tutto il tempo e lo spazio ingoiandolo e sostituendolo per mancanza di prospettiva storica nella ‘news’ molto spesso diventa ‘fake news’.
E’ questo che vogliamo tramandare? Già un verbo simile induce alla ed è soggetto della Storia E’ veramente questo che gli studenti vogliono? Abolire la Storia per vivere in un tempo dimenticato e da dimenticare? Senza ricordi?
Solo per queste semplicissime domande diventa impegno civile ed etico schierarsi dalla parte di Liliana Segre e della sua protesta.

L’amica geniale

di Francesca Ambrosecchia

Questa settimana ho iniziato a leggere il terzo libro del ciclo di romanzi di Elena Ferrante “L’amica geniale”. Trovandomi a più di metà della vicenda, posso dire di conoscere ormai bene le due protagoniste femminili e il contesto nel quale crescono e nel quale a mano a mano la loro vita prende forma.
Una lettura avvincente riguardante un’amicizia che viene influenzata da dinamiche personali, accadimenti legati a personaggi secondari e dal destino. Due personalità così diverse eppure così dipendenti l’una dall’altra, tanto che in alcuni momenti ti senti vicina a una delle due e poi più affine all’altra. La narrazione si intreccia e diventa sempre più ricca di dettagli, sempre più coinvolgente: è la storia di un rapporto fatto di mille sfumature quello di Elena e Lila, un rapporto di sentimenti contrastanti, che attraversa una vita.
Può un’amicizia durare per sempre ed essere così determinante nella propria esistenza, sia nel bene che nel male? Senza dubbio l’opera della Ferrante ci porta a interrogarci anche su questo.

“Tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine”
Elena Ferrante

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
I fari sulla scena collettiva si sono spenti

Sembra che abbiamo rinunciato all’uomo. Non ci sono più uomini nuovi all’orizzonte. Tramontati quelli di ispirazione marxiana e i cristiani di Paolo di Tarso, il nostro futuro promette ominazioni per clonazione e la robotica dal volto umano. Ma l’uomo come orizzonte è scomparso insieme alle utopie per lasciare spazio alle distopie delle war stars.
Non sappiamo più allevare, non sappiamo più crescere, le culle sono vuote perché preferiamo tenerci distanti da queste incombenze.
I giovani si ribellano ai loro formatori e gli educatori, genitori e insegnanti, tra loro si fanno battaglia. L’educazione è divenuto un recinto in cui le individualità ci stanno troppo strette e sempre meno sono coloro disposti ad essere piegati, a farsi plasmare. Neppure l’educazione come partecipazione alla cultura della propria comunità funziona più. Si tenta di intervenire sugli attori: studenti, insegnanti, genitori, senza rendersi conto che il copione è cambiato, ma quello nuovo non è ancora stato scritto. Non sono ancora trascorse sufficienti stagioni per poterlo riscrivere.
Sembra quasi che manchi una vita migliore da desiderare, che la storia debba proseguire senza “storia”, una registrazione notarile di esistenze senza una vita da vivere.
Chi ha compiuto il furto dell’uomo, chi ha sottratto l’uomo a se stesso? Ridateci il disegno di un futuro da desiderare, perché noi non sappiamo più dipingerlo.
Cultura, saperi e conoscenza vanno ripresi in mano perché abbiamo bisogno di tornare a narrare, di imparare a narrare la narrazione ai giovani che devono continuare a scriverla. Qui più nessuno narra e più nessuno scrive. I fari sulla scena collettiva si sono spenti, a fare gli attori sul palcoscenico della vita siamo rimasti soli.
Abbiamo dimenticato l’anima, non quella da dare a dio, ma quella dovuta agli uomini, a quelli come noi, ai nostri simili. L’anima che anima lo stare insieme, il condividere, la lotta per un progetto, l’impegno per un avvenire.
Individualità a contratto per un mondo senza visioni perché non abbiamo una visione del mondo. Non ci restava che contrattare il futuro, perché improvvisamente ci siamo resi conto di vivere senza futuro, senza le idee, i saperi, le conoscenze, le ricerche, l’impegno necessari a poter immaginare e crescere un futuro. Ed allora finisce che il futuro si contratta ad un tavolo di governo e si vota in rete.
Siamo rimasti soli con l’autosufficienza della nostra ignoranza. Non abbiamo coltivato la persona, non abbiamo nutrito la cittadinanza con la cura dei saperi necessari a crescere generazioni colte, consapevoli, capaci di maturare nel difficile percorso dello stare insieme, soprattutto quando nuovi compagni di viaggio, sconosciuti, venuti da un altrove, chiedono di affiancarsi al nostro cammino. Nell’ignoranza le culture si temono e diffidano l’una dell’altra.
Si può rinascere dal basso se abbiamo l’idea di un uomo nuovo che non è quello che ora siamo, ma che potremmo essere. “Sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo”, scriveva Salvatore Quasimodo, il problema è ancora qui, e si misura nei passi che abbiamo compiuto nella nostra umanizzazione. È questa la sfida e la scommessa che rimangono aperte.
Dov’è il testimone della nostra vita, del nostro essere umani da lasciare ai giovani, da trasmettere alle nuove generazioni? Non è che non sappiamo, è proprio che non ce l’abbiamo. E allora perché stupirsi che il nostro sistema di formazione non funziona più. Gli manca il modello a cui aspirare, il testimone da imitare.
Il futuro non fa paura se il futuro ritorna a promettere. Ma la promessa bisogna costruirla e non può che essere la promessa della civiltà dello stare e del crescere insieme in una società e in un mondo aperti. Prendersi cura del crescere e dello stare insieme come condizione per disegnare orizzonti e futuri per cui valga la pena di vivere. È questo l’uomo nuovo di una nuova umanizzazione, l’uomo che si fa umanità con i suoi simili per vivere insieme quest’unica e comune avventura terrena. Le politiche per la natalità stanno tutte qui, in un futuro di cui non si abbia timore ma per il quale valga la pena crescere e impegnarsi.
È un problema che passa attraverso la rifondazione delle nostre scuole capaci di restituire l’uomo intero a se stesso, aprirlo alla cultura della umanizzazione per umanizzare la narrazione della vita.
Si può rinascere dal basso perché niente meglio delle nostre città può divenire la culla capace di crescere ed allevare con cura l’uomo nuovo di un nuovo orizzonte umano.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Senza trama

La narrazione non è una narrazione, non ci sono protagonisti, non c’è una trama. Ti elencano solo oggetti magici che promettono di cambiarti la vita. Quale non si sa, perché nessuno è più in grado di prospettartene una da vivere. Qualcuno propone delle sequenze, ma mai tutto il film.
È la narrazione di questa campagna elettorale senza storia e senza indice. Neppure la sovracopertina. C’è solo il prezzo che pagheremo noi e il paese.
Uno va alla ricerca del futuro e non lo trova, non trova l’uomo, la sua intelligenza, la sua voglia di vivere, di sfidare il tempo, la generosità e il coraggio delle idee. Solo rumori di fondo, rancori, astio, disprezzo e presunzione.
Non c’è nessuna cittadinanza né della politica né delle persone in questa campagna elettorale. Un paese che ha bisogno di interrogarsi, di risollevarsi, di energia, di spinta e di entusiasmo, anche su questo hanno spento la luce.
Siamo tutti cittadini al governo della democrazia diretta solo da un click del mouse, seduti nelle nostre solitudini davanti al desk di un computer. Gli infatuati del movimento che promette le stelle si rendono conto di questo? Del vuoto umano, del vuoto di pensieri, di idee illuminanti, di creatività, di invenzioni, di confronti aperti che si sta crescendo in questo paese e che si vorrebbe crescere in prospettiva?
L’Europa spaventa perché è uno scenario di apertura, uno scenario impegnativo di itinerari di idee da percorrere e riempire. L’Europa spaventa perché le idee non ci sono, non ce le abbiamo, non ce le ha il paese.
A questa campagna elettorale manca la cultura, non quella del nostro patrimonio di beni e di istituzioni, la cultura del paese, la cultura di cui ha bisogno il paese.
I nostri intellettuali, le nostre università, le nostre istituzioni culturali, non ci aiutano più a crescere, ad esercitare l’intelligenza, a produrre pensieri, non ci aiutano a conoscere cosa si muove alle frontiere della conoscenza dove si formano i saperi. Non ci aiutano ad avere la cultura per pensare al domani, per traguardare il presente.
Questa non è la società della conoscenza fondata sulle risorse umane come capitale per sé e per gli altri. Le risorse umane, giovani e meno giovani, non ci sono in questa campagna elettorale.
Nessuno dice come ognuno di noi può contribuire attivamente per il futuro del paese e cosa possono fare le conoscenze, la ricerca, la creatività, perché il futuro del paese non c’è, nessuno è in grado di pensarlo.
E questa è la maggiore mortificazione nostra, della nostra intelligenza e della cultura. Trattati come ingombranti utenti da amministrare, non come la risorsa preziosa su cui puntare per rilanciare città e sistema paese.
Non si è cittadini perché si fanno le parlamentarie o si può esprimere una preferenza su una scheda elettorale, ma perché la cultura per pensare e per decidere gira e appartiene a tutti. Perché ognuno è responsabile della propria crescita culturale, è responsabile di combattere la propria ignoranza, perché i saperi sono sempre più accessibili a tutti e perché la conoscenza è ormai divenuta da tempo l’ingrediente fondamentale di ogni cittadinanza democratica come l’aria che si respira. Perché politica vuol dire crescere comunità colte, pensanti, dove le intelligenze si nutrono, si diffondono e contribuiscono ad affrontare le sfide sempre nuove della vita e del futuro.
Pare, invece, che ci sia sulla cultura e gli intellettuali il coprifuoco, l’oscuramento, così spuntano le mediocrità, così mediocri da credersi capaci di governare questo paese, senza nutrire nessuna visione che sia un panorama di futuro da crescere nelle sfide e nelle novità, nell’invenzione del nuovo da perseguire. Flat tax, reddito di cittadinanza, respingimenti, Europa sì e no. È questa l’afasia a cui siamo condannati.
Di fronte alla povertà degli orizzonti che le forze politiche riescono a disegnare, alla fine ci si ritrae nell’astensionismo, perché non c’è una narrazione che sia in grado di appassionare.
Perché sei cittadino se sai qual è il tuo ruolo in un progetto di futuro per il quale valga la pena essere coinvolti. La politica non è la retorica dell’uno vale uno, ma assemblare quel tutto che messo insieme è di più della somma delle singole parti.
A noi, invece, si chiede un voto e poi di lasciar fare a loro. Non è più così, perché ormai è tempo che nessuno può più chiamarsi fuori. Il bene comune, oggetto d’ogni governo, è bene di tutti e la rivoluzione politica vera non è che è politico solo chi fa politica, ma che ogni singolo cittadino, in una democrazia matura e colta come la nostra, è politicamente responsabile per la sua parte nella gestione del quotidiano, nel suo lavoro, nella cura di sé e della sua formazione.
Questa è la democrazia diretta, non quella pentastellata. È che la responsabilità di cittadinanza non si delega, ognuno di noi ha la sua e di questa deve rispondere. Con il voto sulla scheda elettorale non si delegano le proprie responsabilità, si affidano solo compiti.

La nuova centralità del lavoro

di Grazia Baroni

Il concetto di lavoro è uno di quelli che sarebbe assolutamente necessario riformulare per adeguare la narrazione sociale all’evoluzione storica che l’umanità ha compiuto nel mondo occidentale, specificatamente nelle democrazie europee degli ultimi settant’anni, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
La pace ha permesso a tutti i campi della ricerca, dalla fisica alla medicina, dalle scienze della terra alle scienze umane, di raggiungere un’evoluzione tecnologica da fantascienza. Allo stesso tempo la qualità democratica dell’organizzazione degli Stati ha permesso un’evoluzione della coscienza sociale e umana mai raggiunta prima.
L’evoluzione scientifica e umanistica della società occidentale è stata talmente rapida e profonda che non è stato possibile adeguare il linguaggio e quindi la sua narrazione. Questo ha creato una discrasia tra la realtà e la sua interpretazione tanto profonda da generare disagio non solo sociale ma spesso anche esistenziale e soggettivo.
Il lavoro rappresenta il luogo in cui questa evoluzione si concretizza ed è per questo che è proprio il concetto di lavoro che più urgentemente dev’essere riqualificato e ridefinito perché possa corrispondere di più alla coscienza umana e sociale fin qui maturata.

Con la prima rivoluzione industriale l’essere umano capisce che può emanciparsi dalla natura e dalla servitù della gleba, da lì in poi il lavoro viene concepito come la capacità di trasformare, attraverso l’ausilio delle macchine, la fatica in merce. Con la seconda rivoluzione industriale il lavoratore comprende di poter cambiare il suo stato sociale attraverso l’acquisizione di quei beni che gli permettano di liberare il proprio tempo dallo stato di necessità per poter finalmente godere del benessere acquisito.
Ebbene, il concetto classico del lavoro, frutto delle due rivoluzioni industriali e base di tutta l’analisi marxista, il lavoro considerato come merce di scambio che ha portato, è vero, all’emancipazione di ampi strati della società, deve oggi essere superato. Questo perché l’informatizzazione e la robotizzazione hanno messo in evidenza che questo modello di lavoro era ed è meccanico, non umano.
Il processo di informatizzazione dell’industria sta via via eliminando la necessità della presenza umana nella produzione dei beni, beni destinati peraltro a ridurre sempre di più la quotidiana fatica della sopravvivenza.
Nella catena produttiva il lavoro umano viene progressivamente svalutato dalla concorrenza delle macchine che hanno costi assolutamente irrisori. Il lavoro umano non può più essere equiparato alla produzione di merce, deve altresì essere riconosciuto come espressione della personale creatività e della soggettiva volontà di uscire dalla ripetitività e di trasformare il mondo, migliorandolo.

Il lavoro dovrebbe riconoscersi essenzialmente nella creatività umana e non nel consumo – ciò che consuma per definizione non sviluppa – soprattutto perchè la quantità di beni necessari a soddisfare i bisogni di un’umanità in continua espansione non è sostenibile a livello globale, visto anche le risorse limitate del nostro pianeta.
Le materie prime rinnovabili poi necessitano comunque di un processo di trasformazione più lento che solo un uso intelligente e oculato può garantire. Modificare la qualità della produzione richiede una ricerca di strategie, strumenti e forme innovative che consentano ai nuovi beni di durare nel tempo, oggi invece la strategia dominante è quella dello spreco di risorse e dell’invecchiamento precoce del prodotto per obsolescenza.
L’evoluzione della coscienza di sé ha fatto sì che l’essere umano non si riconosca più solo nel possesso di beni, essa richiede caratteristiche di finalità, prospettive e relazione, insomma una qualità della vita adeguata alle sue aspirazioni sia per le attuali che per le future generazioni.

Note sull’autrice
Gazia Baroni, nata a Torino il 25 febbraio del 1951. Ha ottenuto il diploma di liceo artistico e l’abilitazione all’insegnamento. Laureata in architettura, ha insegnato disegno e storia dell’arte nella scuola superiore di secondo grado. Ha partecipato alla fondazione della cooperativa Centro Ricerche di Sviluppo del Territorio (Crst) e collaborato ad alcuni lavori del Centro Lavoro Integrato sul Territorio (Celit). Socia e collaboratrice del Centro Culturale e Associazione Familiare Nova Cana.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La gaia scuola

Ebbene anche quest’anno è arrivato il primo giorno di scuola. Tutti ad augurare un buon anno scolastico alle nuove generazioni.
Dopo un’estate rovente con i figli da sistemare perché le scuole sono chiuse, finalmente ce li siamo tolti d’intorno, riconsegnati nelle mani dei loro sorveglianti, rinchiusi per nove mesi nelle scatole che abbiamo predisposto giusto per loro: le aule, le classi, le scuole sparse nei tanti angoli della città a non interferire con la vita degli adulti che hanno ben altro da fare.
La scuola è sempre questa qui, uguale da secoli. Per i nostri “tesori” non abbiamo saputo inventarci di meglio che metterli a crescere in scatola.
Qualcuno ci ha provato a rompere le scatole a liberare l’infanzia e l’adolescenza, ma è sempre stato considerato strano, singolare, un descolarizzatore da isolare, se mai anche da celebrare, ma sempre con la sicurezza gattopardesca di cambiare per non cambiare nulla.
Già usare lo smartphone a scuola, una protesi della vita delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, fa discutere e ad alcuni pare pure scandaloso, figuriamoci liberarci delle scatole dove con cura li abbiamo ordinati come in un archivio per età anagrafiche.
Eppure il sapere che dovremmo trasmettergli dalla cattedra ai banchi non sta mica nelle scuole, sta decisamente fuori dagli edifici scolastici, sparso per i tanti luoghi della città dai musei alle biblioteche, dagli archivi ai teatri, nelle architetture e nei monumenti, nella vita e nelle esperienze delle persone che potrebbero condividere le tante cose che sanno.
Ma anche quel sapere l’abbiamo catturato, pressato e confezionato nelle nozioni, nei libri di testo, nelle LIM e nei tablet. Tutto per istruirli ed educarli con dosi di sapere artefatto, precotto e predigerito. Impresa difficile dentro quelle scatole portare bambini e adolescenti a scoprire l’avventura del sapere, il piacere del sapere fino ad amarlo e desiderarlo quasi come un oggetto erotico per dirla con Massimo Recalcati.
Viviamo nella società della conoscenza e, strano a dirsi, ai nostri ragazzi la conoscenza gliela forniamo fuori della società, il più lontano possibile dai suoi rumori e interferenze.
Educare, formare, istruire tra gli adulti, anziché separati e lontani da loro, pare qualcosa che sa di addestramento proprio delle società primitive non di una scuola invenzione degli stati moderni.
E allora classi chiuse, perimetri delineati in modo ferreo, zaini, compiti, un’altra vita dalla vita che sta fuori nella società della conoscenza, nella società dell’istruzione continua dalla nascita alla tomba, tutto un altro mondo dal mondo di tutti i giorni.
La gaia scuola un ossimoro sacrilego.
Sarebbe bello se anche nella nostra città amministratori, insegnanti, genitori, dirigenti scolastici celebrassero l’inizio del nuovo anno scolastico trovando il tempo di leggere un libretto, poco più di un centinaio di pagine, “La gaia educazione”. L’ha scritto Paolo Mottana, professore di filosofia dell’educazione all’università di Milano Bicocca, e tra i fondatori del progetto “Tutta un’altra scuola”.
Un’utopia? No, un’eutopia, spiega Mottana. La scuola come luogo buono e giusto, una sorta di tana, di base dove ci si rifugia a organizzare le proprie avventure, le incursioni in città, fuori nella società della conoscenza a scoprire cosa offre o come poter interagire lungo la strada che porta a conquistare il sapere. Per Mottana si tratta di invadere il territorio di esperienze, partendo dalla scuola-tana dove ci si trova la mattina per decidere dove andare, quali esperienze compiere, quali progetti mettere in cantiere. Non per fare cose astratte, ma per fare qualcosa di coinvolgente e partecipativo.
Far cadere le mura dove abbiamo rinchiuso bambini, ragazzi e insegnanti per fare educazione diffusa, educazione che invada delle loro voci, energie e intelligenze la città, che rompa il silenzio assordante degli adulti.
Significa fare del territorio il centro del progetto educativo, il luogo della crescita, delle avventure che attendono chi si incammina lungo la strada della conoscenza.
La scuola diffusa oltre le aule, diffusa non dalla navigazione con i computer, ma tramite la navigazione per le strade e i luoghi della città.
È uscito un altro libretto che Paolo Mottana ha scritto con Giuseppe Campagnoli, architetto, già dirigente scolastico ed esperto dell’Unesco nel campo dell’educazione e della creatività.
La città educante”, Manifesto dell’educazione diffusa, come oltrepassare la scuola. Una alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale, per rimettere i nostri giovani, piccoli e grandi in circolazione nella società, ma è necessario che scuola e città imparino a dialogare e si alleino per assumere il ruolo educativo in maniera invasiva.
Ma questo richiede anche che la città sia ripensata e questo è compito e responsabilità dei suoi amministratori, sia ripensata come città dell’apprendimento, dove luoghi e strutture urbanistiche siano progettati per essere gli ambienti di apprendimento dei suoi giovani, per essere luoghi di incontro anche con i saperi, esperienze di conoscenza di prima mano capaci di nutrire il desiderio e la passione del sapere. Luoghi pensati per narrare il sapere, nel senso etimologico di ‘gnarus’, vale a dire di rendere esperti, la narrazione come modo per mettere ordine al disordine delle esperienze.
Ragazze e ragazzi, bambine e bambine costituirebbero una nuova linfa da troppo tempo emarginata, mortificata, imprigionata nelle classi, nelle aule, nei banchi.
Non più insegnanti trasmettitori di discipline ma compagni di viaggio, registi, guide, professionisti capaci di agevolare i percorsi di interconnessione dei saperi, di formare all’autonomia e all’autorganizzazione.
Pensare i luoghi della città come luoghi di apprendimento non occasionale, come parte integrante del progetto educativo, come i luoghi di un’idea di scuola aperta, di scuola totale, di scuola globale, dove gli edifici scolastici sono progettati per essere i punti di partenza e di ritorno.
Il sapere è movimento, è ricerca continua, non può amare la staticità delle aule e dei banchi, come del resto i nostri giovani, a queste condizioni, difficilmente possono innamorarsi del sapere e della fatica di studiare.

Né cattivi né primitivi: cronaca della criminalizzazione dei No Tav

Complesso di ‘Nimby’, acronimo che sta per: Not In My Back Yard. Wikipedia lo descrive come “atteggiamento che si riscontra nelle proteste contro opere di interesse pubblico o non, che hanno, o si teme possano avere, effetti negativi sui territori in cui verranno costruite, come ad esempio grandi vie di comunicazione, cave, sviluppi insediativi o industriali, termovalorizzatori, discariche, depositi di sostanze pericolose, centrali elettriche e simili. L’atteggiamento consiste nel riconoscere come necessari, o comunque possibili, gli oggetti del contendere ma, contemporaneamente, nel non volerli nel proprio territorio a causa delle eventuali controindicazioni sull’ambiente locale”.

Naturale dunque che l’etichetta venga pregiudizialmente appiccicata al Movimento No Tav della Val di Susa dai critici di varia estrazione: sono montanari primitivi, nemici del progresso, che protestano perché non riescono a guardare al di là della propria valle. E attraverso questa de-politicizzazione della protesta si tenta, all’inizio, di renderla innocua. Poi però arrivano gli anni 2000, il movimento dà prova di capacità tutt’altro che primitive. Gli attivisti elaborano dati e acquisiscono elementi conoscitivi e quindi costruiscono un sapere differente: “i No Tav hanno ragione perché così dicono i risultati che hanno raggiunto gli studi tecnico-scientifici degli esperti”, una mole di lavori e di conoscenze che difficilmente si ritrova nelle altre esperienza di protesta sociale. Mettono in pratica un modello alternativo di progresso e portano avanti pratiche di partecipazione dal basso, facendosi sostenitori di una visione non convenzionale della democrazia. È quello che è accaduto con l’“acquisto collettivo dei terreni” nei pressi delle aree di cantiere o con la “Libera Repubblica della Maddalena”, il presidio permanente a Chiomonte: da maggio a giugno 2011, quando viene sgomberato dalle forze dell’ordine, è stata “un’esperienza importante di due mesi di autogestione”. E quindi bisogna cambiare strategia, non più il muro di gomma che finge di ignorare la protesta, ma la criminalizzazione e la creazione di un nemico, con la comparsa della categoria del ‘terrorismo’. Cattivi sono personaggi sovversivi, affiliati a gruppi insurrezionalisti variamente nominati – anarchici, black bloc, attivisti dei centri sociali – sempre pronti a fronteggiare lo Stato agendo attraverso forme illegittime: questi ‘professionisti della violenza’ sarebbero stati in grado di trascinare nelle loro modalità d’azione i valligiani più primitivi. Se non fosse che anche questa seconda narrazione viene neutralizzata, attraverso “la conoscenza reciproca e i processi di socializzazione e solidarietà” che il movimento mette in atto anche grazie alla sua intergenerazionalità.

A parlare mercoledì pomeriggio nella sala al terzo piano di Palazzo San Crispino – sede della libreria Ibs+Libraccio – è Alessandro Senaldi, autore di ‘Cattivi e primitivi. Il movimento No Tav tra discorso pubblico, controllo e pratiche di sottrazione’ (Ombre Corte, 2016), scritto nella doppia veste di ricercatore sociale e di militante, già nel Laboratorio Crash di Bologna e ora per lo più nella galassia dei movimenti per la casa. Sì perché per descrivere e analizzare un conflitto che dura ormai da più di venticinque anni l’autore adotta un approccio etnografico ed esplicitamente militante, facendo ricorso alla propria esperienza di attivista. “Ci sono due verità – continua Senaldi – quelli che considerano la Tav un’opera necessaria e i No Tav che sono contrari”. “Ho voluto dare spazio ai senza voce”, racconta il ricercatore, attraverso l’osservazione diretta, o meglio “partecipante”, delle forme organizzative e delle azioni del movimento e “una trentina di interviste”, che senza quella partecipazione e quindi la creazione di un rapporto di fiducia con gli attivisti sarebbero state difficili da realizzare. Insomma non aspettatevi un saggio accademico asettico e ‘politically correct’, ma un vero e proprio contro-discorso e una contro-narrazione dal punto di vista dei cattivi e primitivi montanari.

Il testo poi analizza anche “i processi di criminalizzazione e le tecniche di controllo”, quello che Foucault avrebbe chiamato “disciplinamento”, come spiega Senaldi, attraverso i quali i mezzi d’informazione e gli attori riconducibili a quella che l’autore nel testo definisce “compagine istituzionale” o “statale” (forze dell’ordine e magistratura) provano a screditare e delegittimare la mobilitazione valsusina. Ne risulta una narrazione della “dinamica fra il livello repressivo, le forme di resistenza messe in atto dal movimento e il cambiamento che tutto ciò comporta”.
A questo proposito Alessandro Senaldi parla di “diritto alla resistenza” e di “azioni radicali”: “non è lo stesso tipo di violenza di una rissa al bar, la violenza politica è diversa proprio perché c’è quell’aggettivo, ‘politica’. Proprio per questo si tenta di depoliticizzare il gesto in modo che rimanga solo la violenza”. E come attivista aggiunge che la sfida dei movimenti sociali è “riuscire a far capire che dietro ad azioni radicali c’è una struttura di valori e una possibilità di alternativa di società”.
Parole che al giorno d’oggi, nel tempo che ci è stato dato in sorte di vivere, ma forse non solo nel presente, impongono una grande consapevolezza della pericolosità dello strumento che si ritiene legittimo usare nell’agone politico e dunque un grande senso di responsabilità: in altre parole se si ammette la violenza come uno degli strumenti della politica, bisogna poi essere pronti ad affrontare le conseguenze delle azioni radicali messe in atto.

Ferrara violenta? Sulla sicurezza dati e percezioni divergono

A Ferrara la violenza è in aumento? Oppure il disagio e i timori che molti in città e in provincia manifestano derivano da ‘percezioni soggettive’ che non hanno però riscontro fattuale? È certo questione di numeri, ma anche di analisi e interpretazione dei dati. A fronte di una diminuzione del tasso di delittuosità di circa il 6,6% sul territorio comunale nel triennio 2013-2015, c’è un aumento dei reati contro il patrimonio e di quelli che danno guadagno economico e causano degrado: furti in abitazione, furti in auto, danneggiamenti, scippi. I furti in abitazione, secondo l’analisi di Andrea Crucianelli, dirigente della Squadra Mobile e Vice Questore Aggiunto di Ferrara, che ha preso in esame gli anni 2005, 2010 e 2015 (nell’evento dello scorso ottobre “Criminalità: analisi ed evoluzione in Italia e nel territorio ferrarese”, ndr) hanno subito una vera e propria impennata: +78% 2015 rispetto al 2010 e +126% nel 2015 rispetto al 2005. Ecco che allora una possibile chiave di lettura dell’aumento del senso di insicurezza dei cittadini ferraresi potrebbe essere la maggiore diffusione della microcriminalità e di episodi di violazione di norme condivise sui comportamenti pubblici, che aumentano il degrado.
Se a questo si sommano le ulteriori complessità del tempo che ci è stato dato in sorte, crisi economica e ondata migratoria, il tasso di delittuosità può diventare il nodo attorno al quale stringere i disagi reali, effettivamente vissuti nella quotidianità, le difficoltà legate alla convivenza e le complessità dell’integrazione sociale delle fasce di popolazione che rimane ai margini della società cittadina.

È però anche una questione di narrazione della vita quotidiana della nostra città: di come si dà una notizia e di cosa fa più notizia. Fa più notizia una maxi rissa in zona Gad o un blitz di tredici ore della polizia nei pressi del Grattacielo, oppure fanno più notizia le cene di quartiere e le iniziative e i progetti attraverso le quali cittadini e istituzioni collaborano per rioccupare e riqualificare i luoghi pubblici, le strade e i giardini comuni?
Ed è forse soprattutto una questione di azioni, da parte delle istituzioni, ma anche da parte dei cittadini e di una comunità che voglia essere veramente tale.
Ecco perché lunedì pomeriggio alla biblioteca Ariostea nell’incontro ‘Ferrara violenta? La criminalità fra realtà e suggestione’ – secondo appuntamento del ciclo ‘Chiavi di lettura’ organizzato da Ferraraitalia – si è parlato di giornali, di parole, di convivenza e di azioni che la mettano in atto concretamente ogni giorno sulla strada.

Sono bastate due semplici ricerche su Google ai ragazzi di Occhio ai MediaAdam, Alì e Siehm – perché diventasse chiara l’associazione fra alcune nazionalità e atti criminosi: se le parole chiave sono “ragazzo nordafricano” oppure “marocchino”, il motore di ricerca in italiano restituisce solo immagini legate a reati oppure foto segnaletiche; provando, invece, a digitare “marocain” sul motore di ricerca in inglese (www.google.co.uk) il risultato sono le immagini più disparate, da profili facebook a foto della fine dell’Ottocento. “I media hanno una parte fondamentale nella società, devono essere responsabili e oggettivi, riportando la nazionalità di chi commette un reato solo se strettamente necessario” hanno affermato i ragazzi di Occhio ai media: “Le notizie vanno riportate senza discriminare e senza buttare benzina sul fuoco”.
E a questo proposito ha voluto intervenire anche il Questore di Ferrara, Antonio Sbordone, presente fra il pubblico della Sala Agnelli: “attribuire nei titoli una nazionalità può far soffrire, lo dico come napoletano. Tuttavia se è un fatto che un cittadino nigeriano ci ha chiamato in occasione di una rapina a un centro commerciale e ci ha dato informazioni utili alle indagini, è un fatto anche che nel Gad lo spaccio di stupefacenti è gestito da nigeriani, mentre quello dei Baluardi è gestito da magrebini. Il fatto è che esistono i buoni e i cattivi, ma non viene dato lo stesso peso alle notizie: bisognerebbe dare maggiore incisività alle notizie positive, per far emergere i buoni a discapito delle cose brutte e negative”.

Massimo Morini, presidente del Comitato Zona Stadio, nato nel 2013 e dal 2015 riconosciuto come associazione di promozione sociale, è cittadino del Gad: “il nostro è un quartiere difficile, il degrado non sta diminuendo. Il grosso lo devono fare le istituzioni e le forze dell’ordine, ma anche i cittadini hanno un ruolo nella riqualificazione del luogo nel quale vivono”. Certo, ha aggiunto Morini, “la prospettiva non è a breve termine e per questo non è facile convincere chi abita nel quartiere”, ma lui ne è certo: “la collaborazione con le istituzioni e con le associazioni di stranieri è il punto di partenza per il cambiamento, per ridurre le distanze e i pregiudizi che noi abbiamo verso altre etnie e le altre etnie hanno verso noi italiani. Oltre alla protesta e alla critica, servono la proposta e la positività”. Ecco allora le biciclettate che li hanno fatti conoscere o il Festival Giardino d’Estate.

“Io ho visto cambiare quel quartiere – ha detto Daniele Lugli, presidente emerito del Movimento Nonviolento ed ex difensore civico della Regione Emilia Romagna – per me era il quartiere della Spal di Mazza, quello dove stava la mia professoressa”. Secondo lui “ogni generazione ha il suo compito da affrontare, oggi va data una risposta nuova, migliore, a problemi nuovi, posti anche da un mondo che bussa alla porta”, purtroppo però “a difficoltà crescenti sono state date risposte calanti”. “Qualcosa si è incrinato nella nostra convivenza, non è solo un problema di immigrazione, ma della disuguaglianza che è penetrata nel nostro paese”. E quello che è “un problema di carattere sociale ed economico non può essere declassato solo a problema di ordine pubblico”, ha concluso Lugli.

Il prossimo appuntamento con ‘Chiavi di lettura’ in biblioteca Ariostea sarà il 27 marzo con “Moriremo moderati? Il ritorno della Balena Bianca”.

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Viaggio nei meccanismi della narrazione

Quale può essere il valore di una storia ben raccontata? E quali sono i contesti sociali in cui serve saper raccontare? Bruno Vigilio Turra riflette su usi e forme dell’odierna comunicazione sociale

Raccontare storie è un’arte antica quanto l’uomo. Una storia, infatti, è una struttura capace di connettere in un tutto significativo e compatto eventi ed accadimenti, sentimenti ed emozioni, finalità ed obiettivi, cause ed effetti, valori e preferenze. Il racconto – ricordava Roland Barthes – è una delle grandi categorie della conoscenza che utilizziamo per comprendere e ordinare il mondo. Vediamo chiaramente la forza della narrazione nei miti, nelle saghe, nelle leggende e nelle fiabe che hanno accompagnato e orientato lo sviluppo della civiltà; forse se ne colgono ancora vaghe tracce in quelle culture dove sopravvivono cantastorie e griot.

Le neuroscienze dimostrano oggi ciò che era già evidente un tempo: è la struttura stessa del nostro apparato cerebrale a rendere così importante il meccanismo della narrazione. In fondo, cosa si fa quando ci si presenta, si sostiene un colloquio di lavoro, si racconta la propria azienda o la propria vita, si descrive qualche evento importante? Solitamente, si racconta una storia che vuole essere persuasiva e convincente. Dalla capacità di raccontare storie coerenti e affascinanti dipende, spesso, il successo e, a volte, il potere delle persone. Dalle storie che ognuno di noi costruisce e ripete dentro di sé, dipende il tono della conversazione interiore, dalla quale deriva in buona parte la qualità della nostra vita, il significato della nostra biografia, la bontà delle relazioni che stabiliamo con gli altri.
Chi, dunque, sa produrre storie convincenti che entrino nella conversazione collettiva e, soprattutto, diventino parte della conversazione interiore delle persone, ha immediato accesso a una grande fonte di potere poiché, attraverso le storie, ne può influenzare le opinioni e gli atteggiamenti e ne può indirizzare i comportamenti.

Esattamente per questo la narrazione, è diventata l’ultima frontiera del marketing e della comunicazione politica: lo storytelling è oggi il prodotto di punta dell’industria della persuasione che confeziona per noi le storie che dovrebbero dar senso al nostro mondo. Guru del management, eminenze della comunicazione, spin doctor, ne sono i pagatissimi profeti; le tecnologie digitali ne sono lo strumento principale.

Le storie hanno il potere di costruire una realtà e sono diventate – nella nostra epoca narrativa – un sostituto pericoloso dei fatti, degli argomenti razionali e financo dell’argomentazione scientifica, che viene riconosciuta come autorevole e degna di fede solo se inserita all’interno di un adeguato tessuto retorico di tipo narrativo.

Se le antiche narrazioni si presentavano come un dato, le cui origini si perdevano nella notte dei tempi e proprio da questo traevano autorevolezza, lo storytelling compie in verità il percorso inverso: incolla su una “realtà” voluta e costruita da certi attori sociali qui e ora (grandi imprese, governi, Ong, gruppi organizzati), racconti artificiali, narrazioni che sono in grado di orientare flussi di emozioni, portando gli individui a conformarsi con certi modelli e ad accettare standard determinati.

Se l’economia è una conversazione lo storytelling è allora la capacità di rendere questa conversazione ricca, attiva e coinvolgente, anche a prescindere dai contenuti di verità. Ciò che conta è inventare una storia potente, capace di affascinare, che possa essere venduta con profitto: e la fabbrica delle storie non si ferma mai.
Da oltre venti anni anni lo storytelling ha invaso la comunicazione politica; il marketing l’ha poi introdotta nei media, nei telegiornali, nel cosiddetto no profit, nelle aziende, nelle chiese. Una legione di esperti si adopera per costruire storie convincenti che sono diventate il bene da vendere al posto degli oggetti, dei servizi, dei progetti e delle politiche. Così la storia, la narrazione, da elemento di unione e riconoscimento è diventata anche mezzo di propaganda e temibile arma di disinformazione.

Questa situazione pone una questione di fondamentale importanza per la nostra società e per la democrazia: nel mondo della comunicazione globale esiste ancora il contratto narrativo che consente di separare la realtà dalla finzione? E quale potrebbe essere la realtà per milioni di persone che passano buona parte del loro tempo consumando informazione?

Davanti a noi ci sono due appuntamenti importanti che riguardano il referendum sulla Costituzione e l’elezione del presidente americano; ci possono essere mille buone ragioni per scegliere tra un nome e l’altro, tra un sì e un no; ma al di là di ogni argomentazione razionale è molto probabile che vincerà la parte che sarà riuscita a raccontare la “storia migliore”.

IL DOSSIER SETTIMANALE
Attenzione: leggere nuoce gravemente all’ignoranza

“Che cosa vi ha scosso talmente? In che modo la torcia vi è stata strappata di mano?”
“Non lo so. Abbiamo tutto quanto occorre per essere felici, ma non siamo felici. Manca qualche cosa. Mi sono guardato intorno. La sola cosa che abbia visto mancare positivamente sono i libri che io avevo bruciato in questi ultimi dieci o venti anni. E allora ho pensato che i libri forse avrebbero potuto essere utili”.
“Voi siete un romantico irrimediabile” disse Faber. “Sarebbe una cosa buffa, se non fosse tragica. Non sono i libri che vi mancano, ma alcune cose che un tempo erano nei libri. […]
Tre cose ci mancano: numero uno: sapete perché libri come questo siano tanto importanti? Perché hanno sostanza. Che cosa significa in questo caso “sostanza”? Per me significa struttura, tessuto connettivo. Questo libro ha pori, ha caratteristiche sue proprie, è un libro che si potrebbe osservare al microscopio. Trovereste che c’è della vita sotto il vetrino, una vita che scorre come una fiumana in infinita profusione. Maggior numero di pori, maggior numero di particolarità della vita per centimetro quadrato avrete su un foglio di carta, e più sarete “letterario”. Questa è la mia definizione, ad ogni modo. Scoprire le particolarità. Particolarità nuove! I buoni scrittori toccano spesso la vita. I mediocri la sfiorano con una mano fuggevole. I cattivi scrittori la sforzano e l’abbandonano. Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive. Viviamo in un tempo in cui i fiori tentano di vivere sui fiori, invece di nutrirsi di buona pioggia e di fertile limo nero. Perfino i fuochi artificiali, nonostante tutta la loro eleganza, nascono dalla chimica della terra. Eppure, non so come, riusciamo a credere di poterci evolvere nutrendoci di fiori e di giochi pirotecnici, senza concludere il ciclo del ritorno alla realtà. […] Insomma, questa è la prima cosa delle tre che ci mancano. Sostanza, tessuto di elementi vitali”.
“E la seconda?”
“Agio, tempo libero”
“Oh, ma noi abbiamo molte ore libere ogni giorno”
“Ore libere dal lavoro, sì. Ma tempo di pensare? Quando non guidate la macchina a più di cento all’ora, a un massimo in cui non potete più pensare ad altro che al pericolo, allora ve ne state a giocare a carte o sedete in qualche salotto, dove non potete discutere col televisore a quattro pareti. Perché? Il televisore è “reale”, è immediato, ha dimensioni. Vi dice lui quello che dovete pensare, e ve lo dice con voce di tuono. Deve aver ragione, vi dite: sembra talmente che l’abbia!” […]
“Mia moglie dice che i libri non sono “reali””
“E Dio sia lodato per questo. Li si può almeno chiudere, dire: “Aspetta un momento”. Potete farne ciò che volete” […]
“Dove andremo a finire? I libri potranno esserci di aiuto?”
“Soltanto se potremo avere la terza cosa che ci manca. La prima, come ho detto, è sostanza, identificazione della vita. La seconda, agio, tempo di pensare a questa identificazione, di assimilare la vita. La terza: diritto di agire in base a ciò che apprendiamo dall’influenza che le prime due possono esercitare su di noi”.

(Ray Bradbury, Fahrenheit 451)

E’ quasi un paradosso: è vero, i libri possono non essere reali, ma nello stesso tempo sono spesso strumenti per leggere, interpretare e persino assimilare la realtà e la vita, perché immaginare, in fondo, forse non è altro che leggere pagine di una realtà e di una vita futura.
Questa settimana vi proponiamo una selezione di articoli che riguardano i libri, i lettori e gli scrittori. Non solo recensioni per consigliarvi letture estive, ma anche presentazioni di volumi, interviste e racconti, per condividere di nuovo con voi opinioni, punti di vista, riflessioni degli autori e del loro pubblico e dei nostri collaboratori. Proposte di lettura di e su volumi, ma anche della e sulla realtà. La speranza è che, proprio come nel dialogo fra il pompiere incendiario Montag e il vecchio professor Faber, vi fermiate a pensare e abbiate voglia di scoprire nel resto del nostro archivio ciò che è rimasto fuori, per poi agire o scegliere di non farlo in base a ciò che avrete letto.

Proposte di lettura – vedi il sommario

ELOGIO DEL PRESENTE
La crisi della politica e l’ideologia della narrazione

I partiti tradizionali sono in crisi e così la politica che su quel modello si era articolata: ne sono segni evidenti la corruzione, l’immagine di una casta legata a conservazione del potere proprio piuttosto che al bene pubblico, il degrado della democrazia interna. Una larga parte della crisi della politica è opera della politica stessa, che ha accentuato la ricerca del consenso immediato e la difesa di interessi personali, a partire dalla preoccupazione alla propria rielezione.
La crisi della politica ha anche origini nei cambiamenti sociali, nella scomposizione e declino dei gruppi sociali compatti che avevano caratterizzato l’Italia del dopoguerra, nella crisi delle ideologie che sono state a lungo elementi di aggregazione di masse accomunate dalla percezione di un comune destino. Le ideologie, oltre che espressioni di pensieri forti (nel senso di chiusi e divisivi), sono state espressione di blocchi sociali compatti che attorno a esse potevano riconoscersi e alimentare identità altrettanto compatte. La progressiva differenziazione sociale e l’emergere della società degli individui hanno cambiato definitivamente lo scenario, aprendo la possibilità – almeno auspicata – di un confronto più laico e aperto.
Con la crisi della politica e dei partiti che l’hanno interpretata è venuto meno un articolato sistema di rappresentanza – il sistema dei cosiddetti corpi intermedi – così oggi non esiste più una corrispondenza tra gruppi sociali e aree di affiliazione, in sostanza non è più chiaro chi rappresenta chi. I gruppi sociali deboli perdendo i tradizionali canali di rappresentanza, avvertono il venir meno di qualsiasi protezione. Insieme alla protezione viene meno la possibilità di riferimenti identitari. Così, di fronte alla crisi delle ideologie tradizionali (la crisi delle grandi narrazioni, ovvero di visioni del mondo alternative e compatte) riemerge in altre forme l’esigenza di narrazioni che forniscano supporti di senso alla vita quotidiana. Le narrazioni sono sempre importanti in quanto forniscono modelli mentali per interpretare i fatti, aiutano a ricostruire un nesso tra passato e presente, ci permettono di immaginare traiettorie di vita diverse da quelle presenti. Le narrazioni sono, quindi, un costrutto dell’identità, un dispositivo per elaborare criteri di scelta e per ridurre l’incertezza proposta dal mondo intorno a noi.
Le narrazioni a cui la politica fa oggi ampio ricorso – condensate nel pensiero personale del leader –diventano la nuova base dell’appartenenza, ma non sono molto diverse da quelle che condensavano le profonde differenze ideologiche che segnavano la contrapposizione tra cattolici e comunisti negli anni Cinquanta o Sessanta. Le narrazioni odierne restano fortemente divisive, non meno di quanto fossero le ideologie forti, ancorché costruite su fatti e su emozioni più contingenti. Le narrazioni odierne sono l’espressione e lo strumento di battaglie di potere personale giocate su tecniche comunicative piuttosto che su contenuti e programmi. I partiti nella loro semplificata e aggressiva comunicazione quotidiana interpretano la nuova ‘ideologia della narrazione’, offrendo una debole risposta alle frantumazioni identitarie e all’incapacità di elaborare scenari futuri credibili nel lungo periodo. Le forme della comunicazione del magmatico mondo del populismo (termine che uso qui per connotare uno stile prima che aggregazioni politiche) sollecitano appartenenze emozionali piuttosto che adesioni razionali a questa o a quella proposta politica. Ma la democrazia ha bisogno di proposte politiche concrete e di visioni di lungo periodo.

[Mercoledì 4 maggio alle 17,30 alla libreria IBS+Libraccio di Ferrara Maura Franchi e Augusto Schianchi presentano “Democrazia senza” (Diabasis) e discutono con Patrizio Bianchi e Sergio Gessi sulle difficoltà odierne della democrazia]

Maura Franchi vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi presso il Dipartimento di Economia. Studia le scelte di consumo e i mutamenti sociali indotti dalla rete nello spazio pubblico e nella vita quotidiana.
maura.franchi@gmail.com

tutto-narrazione

Se tutto è narrazione

In questo tempo assistiamo ad una particolare enfasi sulla narrazione. Ogni narrazione ci trasporta verso un mondo possibile, vale a dire verso una condizione, almeno in parte diversa da quella quotidiana. Il marketing lo sa e, attraverso la dimensione narrativa, ci porta in mondi ideali, divertenti e buoni. Del resto, “quando due uova sono uguali il consumatore preferisce l’uovo con una storia” per citare il brillante motto contenuto nel libro di A. Granelli e F. Trupia, “Retorica e business. Intuire, ragionare, sedurre nell’era digitale” (Egea, 2014).
Il rapporto tra realtà, desideri e progetti è una questione sempre aperta. Ognuno di noi cerca di continuo un equilibrio tra esigenze di adattamento alla realtà e spinte al cambiamento, in sostanza pratica un proprio equilibrio tra sogno e realtà: senza stabilità e radicamento non è possibile nessuna proiezione verso il nuovo, ma senza una tensione verso un nuovo traguardo, prevale la noia.
A livello sociale il tema dei mondi possibili ha la stessa funzione: può servire a prefigurare un cambiamento o, al contrario, può spostare l’attenzione da un presente preoccupante. La rete espone di continuo la tensione tra realtà e sogno, non a caso nella fase storica in cui è più forte il richiamo alla ineluttabilità delle linee delle macro decisioni che governano il mondo appare più cogente. Si parla di vincoli di bilancio, di risorse limitate, di equilibri instabili che vanno salvaguardati. Insomma intorno a noi il richiamo all’adattamento sembra di gran lunga prevalere. Al tempo stesso, la rete ci propone l’apertura a un mondo possibile, un mondo che si compone dei materiali più vari, a cominciare da quelli del cinema, delle pubblicità, fino a quelli evocati dalle più diverse citazioni di autori più o meno celebri. Siamo portati a mettere in scena vite diverse, magari facendo alle nostre stesse vite un po’ di maquillage, mostrandone gli aspetti più gradevoli, il volto della festa, del viaggio. In rete cerchiamo una discontinuità almeno parziale con il nostro quotidiano. Più in generale, mettiamo in scena un passaggio dalla realtà all’immaginazione.
Anche nei media assistiamo alla stessa dinamica. La forma narrativa ha plasmato ogni notizia trasferendola, almeno parzialmente in un contesto narrativo con l’obiettivo di accrescere l’impatto emozionale. Se il registro è sempre quello dei sentimenti, è molto alta la probabilità che si producano credenze piuttosto che conoscenza, adesioni acritiche piuttosto che riflessione.
La nostra identità si costruisce sempre di più attraverso vite immaginate e rappresentate piuttosto che reali. Abbiamo bisogno di sogni, del resto. L’immaginazione è importante come spinta al cambiamento, ma talvolta è solo un modo per accettare una realtà verso la quale ci si sente impotenti. Forse i sogni trovano uno spazio smisurato quando la realtà consente spazi di azione limitati. Il ruolo dei sogni, delle grandi visioni ha sempre tracciato inattese linee di futuro, ma se i sogni restano inagiti, se non lasciano tracce all’alba, alimentano la frustrazione.

Maura Franchi – Laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing, Marketing del prodotto tipico. I principali temi di ricerca riguardano i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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