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Storie in pellicola /
Al via il set della nuova serie tv La Lunga Notte

 

Sono in corso a Roma, le riprese della nuova serie, in sei episodi, La lunga notte, interpretata da Alessio Boni per la regia di Giacomo Campiotti (noto al pubblico per Braccialetti rossi, Bianca come il latte, rossa come il sangue, Chiara Lubich – L’amore vince tutto, anch’esso ambientato nel 1943, e La sposa), una coproduzione Rai FictionÈliseo entertainment di Luca Barbareschi.

Accanto ad Alessio Boni, Duccio Camerini, Ana Caterina Morariu, Aurora Ruffino (che ha già lavorato con Campiotti in Bianca come il latte, rossa come il sangue e in Braccialetti rossi), Flavio Parenti, Marco Foschi, Lucrezia Guidone, Martina Stella, Luigi Diberti e Giuseppe Antignati. Poche le notizie che trapelano…

Martina Stella, foto CDA Studio Di Nardo
Flavio Parenti, foto CDA Studio Di Nardo
Alessio Boni, foto CDA Studio Di Nardo

Sceneggiata da Franco Bernini, Bernardo Pellegrini, con la consulenza alla sceneggiatura dello stesso regista e la consulenza storica di Pasquale Chessa, la serie narra le tre settimane precedenti la notte tra il 24 e il 25 luglio 1943 in cui si svolse l’ultima riunione del Gran Consiglio del Fascismo, organo supremo presieduto da Benito Mussolini, che sancì la fine del regime fascista, con 19 voti favorevoli, 7 contrari e 1 astenuto.

LA LUNGA NOTTE, ep.4 foto Di Benedetto

Saranno quindici le settimane di ripresa dedicata alla narrazione dei fatti che condussero a quel momento fatale, raccontando la Storia unitamente alle storie di uomini e donne che agirono da protagonisti e misero in gioco il loro destino personale oltre a quello del Paese.

Molte splendide location della Capitale si avvicenderanno con luoghi altrettanto evocativi nell’hinterland romano e si fonderanno con i costumi e auto d’epoca per richiamare con potenza narrativa i tormenti di Dino Antonio Giuseppe Grandi, Presidente della Camera dei fasci che decise di opporsi alle scelte di Mussolini in maniera legittima, convocando il Gran Consiglio, per rimettere il Paese nelle mani dei Savoia. Accanto alle sue vicende, quelle della famiglia Reale, di Edda e Galeazzo Ciano e di Claretta Petacci.

Perché, come ha indicato in un’intervista, Giacomo Campiotti, che ha avuto come maestro il grande Mario Monicelli, di cui è stato assistente e poi aiuto regista in Il marchese del Grillo (1981), Speriamo che sia femmina (1985) e I picari (1987), da regista ama raccontare storie di valore e aprire varchi.

Foto in evidenza Di Benedetto, ufficio stampa Eliseo entertainment

Il mio Gramsci

 

L’occasione per questo atto d’amore mi è stata offerta dal mio amico e collega Giuseppe Quattrini e dal Liceo Ariosto di Ferrara, dove sono state organizzate ‘le giornate della Filosofia’ dedicate a varie tematiche e approcci al pensiero contemporaneo. Nel corso della conferenza ho potuto parlare del mio amore per Antonio Gramsci: da dove nasce, perché, chi è Antonio Gramsci oggi?

Il mio Gramsci è il frutto sempre fresco di una passione sorta grazie alla mia maestra delle elementari. Era lei che nella Bologna dei primi anni Settanta, ogni sabato ci leggeva Garcia Lorca, Lee Masters e le Lettere dal carcere di Gramsci. Da allora, ho continuato a leggerlo e rileggerlo, persino all’esame di maturità, scelsi il tema di storia su Gramsci e la questione meridionale. Divenuto professore di filosofia e storia in Sardegna ho avuto occasione di partecipare a un convegno internazionale a Cagliari, a cura dell’Istituto Gramsci nel sessantesimo anniversario della morte. Era il 1997.

Letto, studiato, amato in tutto il mondo, Gramsci in Italia si studia poco e male, neppure lo si veicola tra i giovani. Perché era comunista? Una volta crollata l’URSS, abbiamo buttato via il bambino e l’acqua sporca? Forse. O forse perché Gramsci parla alla coscienza critica degli italiani di oggi; una coscienza affievolita, apolitica, che si vergogna di essere stata comunista.

Ha una concezione della dialettica come dialogo, vaso comunicante e di reciprocità tra struttura e sovrastruttura che consente di comprendere come il ‘900 sia stato il “secolo americano”. Reinventa il concetto di egemonia non come comando, ma come percorso verso il consenso e una via nazionale per l’Italia post fascista e quindi democratica.

E chi ha il compito di costruire il consenso, l’egemonia? Gli intellettuali critici organici, capaci di rivolgersi alle masse. Non certo gli intellettuali chierici, servili dei Signori prima e dei Padroni poi. Gli intellettuali che pure dichiarano di essere di sinistra ma che disprezzano il popolo e la cultura popolare. Quelli che preferiscono frequentare i salotti televisivi e benpensanti per promuovere se stessi e i propri libri, nel più acclarato impulso narcisistico.

Il mio Gramsci ha capito che il Nord ha colonizzato il Sud con la collaborazione dei ceti intellettuali e agrari meridionali in Italia, non senza un appoggio esterno all’Italia. Mentre il blocco industriale del Nord è legato agli interessi semifeudali e mafiosi del Sud. Per questo la questione meridionale resta perennemente all’ordine del giorno, senza una vera azione governativa di contrasto all’emigrazione, all’abbandono degli studi, al vivere di lavoretti in nero, alla disoccupazione femminile etc. etc.

Il ‘mio Gramsci’ aveva ben chiaro lo stretto rapporto tra politica e cultura e quindi aveva compreso come il Fascismo fosse una delle tante rivoluzioni passive che hanno segnato la penisola italica prima e l’Italia unita poi. Riprendendo il pensiero di Cuoco ciò significa che l’Italia ha subito quasi sempre delle Restaurazioni mascherate da Rivoluzioni nelle quali le masse non hanno avuto veramente un ruolo se non la subalternità. Ma cosa rende i subalterni dei subalterni?

La propaganda, l’ideologia, il consenso tutte operazioni culturali messe in atto dal potere dei partiti e dai loro intellettuali di riferimento che illudono i subalterni. Cosi fu per il Fascismo con la piccola borghesia che appoggiò Mussolini, credendo di fare la storia e invece ne fu totale strumento di bieco conformismo: agente bianco della controrivoluzione diceva Gramsci. E oggi che il quinto stato vota a destra? E i partiti di sinistra trovano consenso nella borghesia?

Occorre sempre tenere presente che struttura e sovrastruttura si influenzano e che i ceti meno abbienti trovano la loro voce nella propaganda egemonica della destra reazionaria e populista. Sovranista e nazionalista se non regionalista, secondo una retorica che tende all’egemonia del denaro e del conformismo. Se non dell’indifferenza.

Io odio gli indifferenti – scrisse Antonio Gramsci – essi sono la gramigna della coscienza collettiva. Oggi direbbe che la sinistra ha abdicato al suo compito, ingurgitata dall’ennesima operazione trasformista, portandola ad essere il salvacondotto della buona borghesia. Incapace di parlare agli operai, agli emigrati, alle vittime del caporalato, frequentatrice di banche e banchieri, più che di precari e giovani disoccupati.

Caro Antonio quanto sono stati belli e sofferenti i tuoi amori! Tu che lavavi i piatti, unico uomo a farlo alle riunioni di partito. Le donne a cominciare da mamma Peppina ti hanno accompagnato e tua sorella Teresina, Giulia la madre dei tuoi due bambini, Tatiana sua sorella (vicina a te in carcere) ti portava il meglio possibile. Amore e rivoluzione. Cuore e pensiero. Sono strettamente connessi. Quando la tua vita è volata via di notte, Tania ti ha accompagnato alla grigia tomba nel cimitero, dove giaci coi fiori spenti dall’arido silenzio della memoria dei più.

 

 

 

 

Le grandi bugie e l’annullamento delle verità storiche

La falce e il martello come la croce uncinata, come il fascio littorio, come la croce celtica. Marx come Hitler, entrambi tedeschi, Gramsci come Mussolini, entrambi italiani.
Fatico a scrivere e commentare ciò che combatto dalla quinta elementare, l’omologazione, la grande bugia, l’annullamento della verità storica.
Credo di averlo detto e scritto, dagli anni dell’infanzia e della prima adolescenza, dai banchi della Ercole Mosti, e dall’ultima fila della Giuseppe Garibaldi, Stalin fu un dittatore, la sua presa del potere post Lenin, non portò alla dittatura del proletariato, ma alla dittatura dell’apparato, al culto della personalità, quella fu dittatura, non comunismo.
Senza Stalin però e senza i 23.000.000 (ventitrè milioni) di morti sovietici, rileggete il numero e scanditelo a voce alta, la storia d’Europa sarebbe diversa, si marcerebbe col passo dell’oca e al posto di “Bella ciao”, si fischietterebbe “faccetta nera”.
Il democratico e intellegibile parlamento Europeo, coi voti pure di sedicenti esponenti di sinistra, ha voluto equiparare Nazismo/Fascismo al Comunismo. Perché? Perché la storia deve essere interpretata, e non studiata?
La falce ed il martello rappresentano le forze del lavoro, gli operai ed i contadini del mondo intero, senza confini e senza frontiere, la croce uncinata rappresenta la pura e bionda razza ariana, il fascio littorio rappresenta i latifondisti e la ricca borghesia italiana degli anni venti, i padroni del vapore, quelli che si nascondevano dietro al privilegio, non il popolo, carne da cannone. Mussolini entrò in guerra “ per portare qualche migliaio di morti al tavolo delle trattative”.
Lo scellerato patto Ribbentrop / Molotov, fu davvero molto diverso dall’immobilismo decennale delle forze occidentali nei confronti di Mussolini prima, Franco poi, ed Hitler dopo?
Ora, elencare i filosofi, pensatori, intellettuali e martiri comunisti e paragonarli a Goebbels, Himmler, Heydrich, Eicke ed altri topi di fogna simili è offensivo e vomitevole, ed infatti, io non lo farò.
Altersì, paragonare il Manifesto, il Capitale, i quaderni del carcere, Canto General, ed altri mille testi filosofici, economici, poetici al Mein Kampf è pura follia.
Citare i pensatori del passato, non comunisti, come Thomas Mann e riportare cosa pensavano della differenza tra Comunismo e Nazismo è come gettare perle ai porci.
Quindi, sinteticamente, voi rappresentanti dei popoli europei attuali, voi revisionisti e ‘pansisti’ imperanti, fate pure i vostri nauseabondi paragoni, (fascista è chi il fascista fa, semi cit.), io sto dalla parte delle Brigate Garibaldi, sto dalla Parte del Partito Comunista d’Italia, dalla parte del Partito Socialista di Giolitti, sto dalla parte dei martiri, sono in cella con Gramsci, muoio in povertà in un sobborgo di Londra con Marx.
Scappo braccato dai neri avvoltoi del regime, come Pablo Neruda, difendo il mio popolo fino alla fine, dalle stanze della Moneda, come Salvador Allende, giaccio su un tavolaccio di legno, all’interno di una lavanderia, con gli occhi aperti diventatimi improvvisamente azzurri, con il Che, parlo ai microfoni della mia radio, contro i baroni di Mafiopoli, come Peppino Impastato, esalo l’ultimo pensiero dal palco di Padova… strada per strada, casa per casa… come Enrico Berlinguer.
Se poi ai simboli, si vogliono associare i morti, entriamo in una diatriba infinita, una contabilità dell’orrore che non esime, anzi vede primi in classifica i simboli religiosi, ma a nessuno viene in mente di paragonare tutte le religioni al Nazi-fascismo, perché?
I morti sono lì, basta solo andare a ricontarli.

Ecco, questo ero, questo sono e questo sarò, incriminatemi, incatenatemi, mettetemi alla gogna, io sono Comunista, alzo il pugno, sventolo la bandiera rossa, la falce e il martello sono tatuate nel mio cuore. Voi omologatevi pure, ma io non sarò mai come volete voi.

OSSERVATORIO POLITICO
Attualità indigesta condita da insulti e rancore

1 – Dal 26 maggio Predappio è amministrata dalla destra. Il nuovo sindaco, Roberto Canali, ha promesso in campagna elettorale che si sarebbe impegnato per tenere sempre aperta la cripta dove è sepolto Benito Mussolini. In paese, i ristoratori e gli esercenti si sono spesso lamentati perché senza l’afflusso dei seguaci del duce gli affari calano. E il neo-sindaco vuole risolvere il problema perché “la tomba di Mussolini è un volano per il turismo”. Insomma, rendere omaggio a un dittatore che ha tolto la libertà per vent’anni, imprigionato e fatto assassinare i suoi oppositori, inventato un colonialismo predatorio e criminale, varato le leggi anti-ebraiche, responsabile della morte di decine di milioni di persone per la disastrosa guerra mondiale causata insieme al suo alleato nazista, alleato di Hitler con cui collaborò per mandare nei campi di sterminio gli ebrei italiani… può rilanciare il turismo.

2 – Su facebook Eliana Frontini, insegnante di Storia dell’arte di Novara, ha così commentato l’assassinio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega: “Uno di meno, e chiaramente con uno sguardo poco intelligente, non ne sentiremo la mancanza”. Si può comporre una raggelante antologia di frasi barbare scritte da chi ha usato il sacrificio di un coraggioso servitore dello Stato per seminare odio nella rete. Insieme alla ‘riforma intellettuale e morale’ della società civile di cui parlava Gramsci sarà bene trovare il modo di punire penalmente chi scambia la libertà di espressione con la licenza di offendere. Bene hanno fatto Stefania Soriani (Rifondazione comunista) e Marzia Marchi (ambientalista) a denunciare e querelare chi le ha pesantemente offese su Fb e Instagram.

3 – Sui quotidiani locali è uscita una lettera aperta di don Domenico Bedin al vicesindaco Nicola Lodi. Precisa, puntuta, condivisibile. Fra l’altro contiene un’informazione che penso sia risultata nuova per molti ferraresi: “Carissimo vicesindaco, tu forse non ricordi, ma anche tu sei stato vittima di picchettaggi e manifestazioni contro l’accoglienza. Quando tu, la tua fidanzata di allora e un’altra attuale assessore con la sua famiglia eravate ospiti di Viale K (insieme a tanti altri migranti e poveri), il comitato ‘mille firme’ supportato dal senatore Balboni faceva sit-in di fronte la parrocchia di Krasnodar. Sono contento di non aver ceduto di un millimetro allora, anche perché ora fate parte della giunta con il figlio di Balboni. E’ un peccato morire: la realtà supera di gran lunga la fantasia!”. Oplà! Ecco illuminata una delle tante facce di Naomo che ama così tanto apparire come un cavaliere senza macchia. La rivelazione è stata così efficace che il vicesindaco ha fatto subito scattare una minaccia di rappresaglia contro don Bedin come nella peggiore tradizione della destra.

Farnè, Predappio e la censura

Da: Daniele Vecchi

Trovo assai grave l’atteggiamento censorio che ha colpito Antonio Farnè, già presidente dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna, che è stato di fatto costretto a dimettersi per aver autorizzato la trasmissione di un servizio che mostrava ciò che accade a Predappio in occasione dell’anniversario della morte di Mussolini.
Bene ha fatto il sindaco PD di Predappio a difendere Farnè, dicendo che ha semplicemente mostrato ciò che accade tutti gli anni.
E mi complimento con Enrico Mentana che lo ha difeso.
A proposito del “dem” renziano Michele Anzaldi,che ha sollevato il caso, Giorgio Frassineti, primo cittadino di Predappio, ha detto:
” E’ facile fare il deputato Pd e dire che fa schifo. Ma dov’era in questi anni?
Che tristezza vedere come tutto si strumentalizza a fini elettorali. E mostrare come trofeo la testa di un giornalista, colpevole soltanto di aver mostrato la nuda realtà.

Fisiognomica e filologia: ‘Me ne frego’

Riguardo con stupore le foto del balcone che scatenano l’applauso della folla sotto raccolta, e mentre Di Maio alza la mano nel gesto di vittoria, ecco che la memoria involontaria scatta non tanto perché, è ovvio, di trionfi annunciati sotto il balcone è assai prodigo il Novecento ma perché scenografia, luci, impostazioni rimandano a certi attori e tecniche del cinema espressionista con impressionante coincidenza. Così il vice-ministro è la copia perfetta di un grande attore cinematografico la cui carriera è indissolubilmente legata alla nascita del filone dei film horror: Bela Lugosi la cui vita scopro ha molti punti di contatto con quella del vice-ministro. Ecco alcune informazioni:

“Bela Lugosi, pseudonimo di Béla Ferenc Dezső Blaskó (Lugoj, 20 ottobre 1882 – Los Angeles, 16 agosto 1956), è stato un attore ungherese, inizialmente attivo anche come sindacalista. È rimasto celebre per le sue interpretazioni nei film horror, prima fra tutte quella del personaggio di Dracula. Ha recitato in piccole parti teatrali in patria prima di prendere parte al suo primo film nel 1917, ma dovette lasciare il suo paese a seguito della fallita rivoluzione sovietica ungherese del 1919”.

Sappiamo, sappiamo: la Storia non si ripete ma crea impressionanti contatti tra il passato e il presente. Vedere dunque il ghigno di Lugosi e l’inquadratura del politico sul balcone fa una certa impressione, così come sapere che la carriera dell’attore comincia come sindacalista. In più, la sua fama venne presto offuscata da Boris Karloff, insuperato attore inglese che gli contese e alla fine vinse il ruolo di Frankenstein (ogni riferimento alla realtà attuale NON è casuale ma voluto).

D’altra parte le preoccupate note del presidente Mattarella sulla tenuta dei conti e sul rapporto con l’UE provocano in Matteo Salvini una vibrata reazione che si esprime in questa frase: “La Carta non impedisce un cambio di rotta. Mattarella stia tranquillo. Dell’Europa me ne frego“. E nel contesto della giornata mondiale del sordo, così il ministro dell’Interno replica al rischio di una bocciatura della manovra: “Abbiamo fatto una manovra che investe soldi per chi di soldi non ne vede da molti anni: giovani, pensionati, le pensioni di invalidità. E se a Bruxelles mi dicono che non lo posso fare me ne frego e lo faccio lo stesso”.

Ma una parola evidentemente imbarazzante (non per lui) le cui origini sono di natura dannunzian-mussoliniana e che Berlusconi che se ne servì nel 2018 per replicare a chi gli domandava se fosse in ambasce per la decisione di Strasburgo sul suo ricorso (poi ritirato), vale una piccola indagine filologica che s’accoppia per me alla lettura di un libro fondamentale che sta avendo, per fortuna, un successo di pubblico impressionante: M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati (Bompiani 2018) che, uscito agli inizi di settembre, sta già esaurendo la seconda edizione. Sappiamo quanto l’innovazione linguistica in età mussoliniana andasse di pari passo con il rifiuto dell’altro, dello straniero, e quindi fosse ineluttabilmente legato all’ignobile giornale che diffuse nel tempo il concetto della difesa della razza (encomiabile da questo punto di vista, specie nel corredo iconografico, il numero dell’Espresso uscito il 30 settembre che ripercorre il terribile tema nella propaganda mussoliniana). Che si sia poco attenti alle traduzioni e quindi nel recepire una fake news è ormai consuetudine; come quella che riguarda la frase del presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker che, in polemica con l’allora premier Matteo Renzi, usò le parole “je m’en fous”: “La traduzione che andò per la maggiore fu “me ne frego”, con inevitabile coda di polemiche, anche se in francese il senso è tra “non m’importa” e il triviale “me ne fotto”.

Nella volontà di “nazionalizzare” il linguaggio voluta dal Duce e di quanti impressionanti neologismi la lingua italiana si appropriò che oggi suscitano ilarità se non perplessità, il me ne frego ha illustri radici. Fu coniato da d’Annunzio che (come riporta la Treccani): “Un motto “crudo” come lo definì lo stesso poeta, […]. Il motto apparve per la prima volta nei manifesti lanciati dagli aviatori del Carnaro su Trieste. Il motto era ricamato in oro al centro del gagliardetto azzurro fiumani (un gagliardetto che riporta “me ne frego” è presente al Vittoriale degli italiani di Gardone, nella dei legionari sezione “schifamondo. […]Trae origine dalla scritta che un soldato ferito si fece apporre sulle bende, come segno di abnegazione totale alla Patria”.

Accertate dunque le origini dannunziane del motto, quest’ultimo si diffuse presto tra gli squadristi e tra gli Arditi che nell’immediato dopo guerra sembravano divenire una mina vagante e che Mussolini usò per crearsi quel seguito di elettori che la defezione dei socialisti gli aveva fatto mancare, come spiega in modo straordinario il libro di Scurati. Il motto dunque si ripete nell’inno che accompagna le imprese dei fascista di cui diamo qui una strofe:

“Questa nostra bella Italia
non sia usbergo al traditore
e soltanto il tricolore
arra sia di civiltà
Per d’Annunzio e Mussolini
eia, eia, eia
alalà! …

Me ne frego,
me ne frego,
me ne frego è il nostro motto,
me ne frego di morire
per la santa libertà!…”

Con questo intendo dire che Salvini è un fascista? No certo ma che non sappia misurare le parole e non ne conosca l’origine è sicuramente accertato.

Per riprendere a proposito di impressionanti contatti il tema affrontato da Bassani e riproposto da Vancini nel film La lunga notte del ’43 leggo il rapporto esibito da Scurati dell’ispettore di pubblica sicurezza Gasti che nel 1919 scrive: “Benito Mussolini è di forte costituzione fisica sebbene sia affetto da sifilide. Questa malattia particolarmente vergognosa secondo il senso comune ma che il Duce riscatta con le sue avventure amorose è quella che affligge il farmacista Barillari nel racconto bassaniano. Una malattia procuratagli dall’imposizione di Sciagura a frequentare le case di tolleranza tra un’impresa squadristica e l’altra e che procurerà l’atteggiamento di Barillari a non più giudicare ma ad osservare. La sifilide per lui non sarà più segno di virilità.

Come concludere? Mi sembra ovvio. L’attenzione della ‘ggente’ alle imprese dei due dioscuri giallo-verdi andrebbe ‘monitorata’ con un poco di Storia ma purtroppo sembra che questa fondamentale capacità dell’uomo di stabilire una connessione tra passato e futuro e leggerla nel presente sia la grande assente nell’impresa politica non solo italiana ma mondiale.

MEMORABILE
Italo Balbo e Nello Quilici. Le leggi razziali

In ‘Italo balbo e Nello Quilici. Le leggi razziali’ dello storico Alessandro Roveri, edito in formato ebook da Tiemme Edizioni Digitali (www.tiemme.onweb.it) e dedicato agli anni Trenta del Novecento, al lettore sono presentati uomini ed eventi di grande rilevanza nazionale: il “migliore” Italo Balbo, ostile all’antisemitismo e all’alleanza italo-tedesca di Mussolini; il fallito tentativo di Mussolini di mettere Nello Quilici contro l’amico Balbo, nonostante l’obbligo, imposto al primo, di esaltare le leggi razziali; l’amicizia tra il fascista Quilici e l’antifascista Francesco Viviani, martire della Resistenza; la “grande illusione” del fascismo di sinistra, capeggiato dal tresigallese (Tresigallo, FE) Edmondo Rossoni.

MEMORABILE
Mussolini, da socialista a fascista

Il Mussolini protagonista di queste pagine è il vecchio compagno di battaglie socialiste dell’autore Paolo Valera, da questi smascherato nel suo trasformismo, sezionato e proposto nelle contraddizioni di un carattere sovente subdolo e dagli umori contorti. Ritenuto pericoloso dalla censura fascista, il libro fu sequestrato e fatto scomparire per molti anni dalla circolazione. ‘Mussolini. Da socialista a fascista’ è una nuova rara e preziosa pubblicazione, in formato ebook, di Tiemme Edizioni Digitali (www.tiemme.onweb.it), disponibili in tutte le librerie del web.

MEMORABILE
Italo Balbo, una vita ribelle

Ci pensa Tiemme Edizioni (www.tiemme.onweb.it) a rendere finalmente disponibile in versione ebook uno studio completo ed esaustivo su una delle più controverse figure ferraresi del Novecento, con la pubblicazione di ‘Italo Balbo. Una vita ribelle’ (già reperibile su Amazon), di Learco Maietti e Riccardo Roversi. Chi era il vero Italo Balbo? A distanza di tanti anni dalla sua morte, tragica e insieme beffarda nonché ancora avvolta nel mistero, questo libro riporta scrupolosamente e meticolosamente l’autentica storia del ferrarese di Quartesana, i caratteri della sua evoluzione politica e maturazione umana. Da ras squadrista a ministro dell’Aeronautica, da devoto a Mussolini a fomentatore di un suo rovesciamento, da Maresciallo dell’Aria a Governatore della Libia. Un personaggio popolare e discusso, contraddittorio e imprevedibile, scomodo e temuto, amato e odiato. Con una nota di apertura di Roberto Guerra e in appendice il famoso Dialogo immaginario con Italo Balbo.

Nato a Ferrara e laureato in Sociologia, Learco Maietti (1936-2005) ha trascorso una vita nel mondo bancario. Dopo la plaquette Il Ferrarese di Quartesana e i suoi tempi, ha pubblicato Italo Balbo. Un uomo scomodo (due edizioni: 2000 e 2016).
Riccardo Roversi è nato a Ferrara, dove si è laureato in Lettere e vive tuttora. Giornalista, ha pubblicato numerosi libri: poesia, teatro, saggistica, narrativa. La sua bibliografia è consultabile nel sito: www.riccardoroversi.onweb.it.

BORDO PAGINA
Gramsci e il Futurismo Sociale: una storia indicibile?

Gramsci captò lo spirito almeno rivoluzionario del futurismo storico originario e di Marinetti in particolare: ma la storia da rifare oggi appare quantomeno indicibile, molto complessa, oltre al discorso topico futurismo, s’infrange tutt’oggi nel negazionismo da “Sinistra” post 1944 (la morte di Marinetti e la fine del futurismo storico propriamente detto, ma non del futurismo…) per l’equazione sciagurata e mistificatoria Futurismo Fascismo; i files incompiuti di Gramsci captavano anche clamorosamente il modernismo fascista (nel male e nel bene) solo recentemente disvelato dai vari De Felice, Emilio Gentile.
Non a caso il tutto sullo sfondo di un Gramsci mediatico ante litteram, già oltre la dicotomia ideologica apocalittici e integrati poi ben nota – pur eccellente – di Umberto Eco, forse il miglior Gramsci in assoluto, capace di articolazioni e attraversamenti dialettici poi perduti spesso nella storia culturale della “sinistra” stessa in Italia e … tutt’oggi, persino fino alle news attuali di Matteo Renzi e lo stesso Beppe Grillo, per non parlare degli stessi Marco Pannella, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi.
Emergono dinamiche non negoziabili con i pur – in certo senso – interlocutori, un Socialismo semi-utopico assolutamente inedito, perturbante, subito, se anche solo articolato in termini puramente speculativi degno secondo la solita vulgata di qualche Siberia virtuale, certamente dei ben noti copioni, noti in Italia dopo la mezza farsa di Tangentopoli eccetera.
Sia ben chiaro, a scanso di equivoci: qua non si discutono alcune verità storiche: tuttavia tempo di revisionismi critici (Dna degli storici!) sul Mussolini socialista anche se, almeno dalle leggi razziali, mero reazionario e totalitario; sul Craxi già postmoderno, sebbene espressione della crisi politica italiana (ma generale, eventualmente anche per estensioni illegali) esplosa con Tangentopoli stessa; sul Berlusconi liberale cibernetico, nonostante e certamente – nei fatti – uomo di stato molto deludente (ma non per questioni private o per altro ventennio di probabile persecuzione giudiziaria ideologica…).
Va da sé certa storia indicibile del Socialismo italiano mai nato, attraversa dinamiche del genere. Alla luce del comunismo internazionale, piaccia o meno, esattamente totalitario antidemocratico e criminale come il nazionalsocialismo, la stessa eccezione italiana positiva del PCI fino a Berlinguer, almeno parzialmente fondamentale in Italia, sia concettualmente con il Gramsci possibile, sia per la Resistenza e la liberazione dal nazifascismo, sia per certo modernismo sociale vincente a favore del popolo italiano, non solo degli operai, nel secondo dopoguerra, va ormai riletta nello stesso solco virtuale del Socialismo progressista mai nato in Italia, figure scomode o meno, di ieri e di oggi.: Il Pci, stesso… quel che la Storia nei fatti verosimili legittima di downloadare oggi.
E la sequenza appare sconcertante ma verosimile: Mussolini fu il primo grande leader socialista, ruppe come noto nella prima guerra mondiale, il primissimo fascismo (vedi programma di San Sepolcro, ma in certa misura fu tale fino alle leggi razziali) files da più punti di vista sottovalutati, non ultimo la nascente rivoluzione mediatica – McLuhan stesso in certo senso docert, decenni dopo… (ma in America lo capirono persino negli anni 30!): Mussolini era anche Socialista e rivoluzionario.
Se ne accorse, come già accennato, persino Lenin che riteneva nel compagno futuro duce, l’unica figura rivoluzionaria politica in Italia ancora nel 1919! E s’incazzò praticamente con i socialcomunisti stessi.
Ebbene storicamente (ovviamente anche legittimo ma anche solo ideologico e già stile soviet…) l’ambivalenza letteralmente psicanalitica esplosa già con la rottura di Mussolini con il Partito Socialista da parte della “Sinistra” attraversa come un copione tutta la storia della Sinistra stessa italiana. Certo mito ancora forte in Italia, fascismo-antifascismo risale a quella faglia… e le scosse puntualmente non solo con il Comunismo sovietico diventarono Dialettica malata alla luce del Sole.
Persino con l’era Berlinguer… ogni nuova emersione di dinamiche politiche critiche da sinistra (almeno nominalmente ma non solo) al Partito… : Pannella era fascista, Craxi era fascista, persino Berlusconi era (ed è..) fascista (pur nel solco di Craxi … il premier del preteso da taluni secondo ventennio).
Con le novità di Matteo Renzi e Beppe Grillo, il ritornello sempre lo stesso, Renzi anche come Premier come la cronaca live ha registrato esplicitamente. Tutti fascisti quelli che rompono il Novecento ideologico a una dimensione in Italia, anche Renzi … Tutti demagogici tutti populisti tutti attentatori della Costituzione! Togliatti con la famosa amnistia ai fascisti nell’immediato secondo dopoguerra era più avanti di tanta intellighenzia “rossa” recente e attuale!
E guarda caso, fin dal primo Mussolini fascista di sinistra… altra costante insopportabile per certa Intellighenzia organica ieri, liquida ma nostalgica (nelle sinapsi se non nelle parole ovviamente rimodulate) oggi. La denuncia del collettivismo comunista, dell’essenza totalitaria del Comunismo! La priorità di una via Italiana sul serio, non Ogm soviet o postsoviet, del Socialismo o del Modernismo o del Progressismo, persino oggi dell’Ecoprogressismo potenziale post Web.
Ribadendo che tali files alla dinamite di cui sopra hanno oggi mero valore segnico e simbolico, ma fondamentale, per ben altri registri di sistema, sistemi operativi, tutti da esplorare e inventare, Matteo Renzi stesso e certa anti/Post politica post Internet, i primi come dire uploading in tal senso, riassumiamo, aggiungendo che Gramsci stesso, nella sua analisi allo stato nascente del futurismo, del primo fascismo, della prima ondata dei Media, captava ante litteram tale wireless marconiano….
E che scriverebbe oggi, cronaca live, Gramsci, in particolare su Matteo Renzi, Beppe Grillo, la Internet revolution, appena ieri la Pop Art e la rock pop revolution o la generazione delle discoteche e perrsino dei rave? Quel che oggi certa parasinistra intellettuale ancora liquida con epiteti antifascisti o radical chic, demagogia, populismo, certamente Gramsci , constatando milioni magari di italiani e lavoratori disoccupati difesi da certe caste d’oro o argento paladine del popolo, esplorerebbe certe dinamiche con analisi sorprendenti, complesse e critiche, ma non esorcistiche o peggio ostili inquisitorie.
Se i lavoratori e il popolo vivono e esprimono certi scenari, è il Partito, anche se liquido e postmodernissimo, che deve captare, capire, decifrare al passo con in nuovi bisogni (e sogni) che si manifestano! Gramsci amerebbe Andy Warhol e i Beatles e i Rolling Stones e i Pink Flooyd e David Bowie, (non l’acido lisergico del 68/77 degenerati, né i lifting cerebrali degl Intellettuali di Capalbio e di molti Istituti Gramsci!) E amerebbe la Internet Generation e la rivoluzione del Web…
Nuova Cultura popolare planetaria, una versione finalmente democratica almeno potenzialmente del fallimento de..l’Internazionale! Certamente, Natta… D’Alema, Veltroni, Prodi ecc, li getterebbe volentieri nel Mare di Sardegna! Matteo Renzi rottamatore gli piacerebbe e anche Grillo gli sarebbe come minimo simpatico… Non ultimo, raffinato intellettuale, pur amando anche la News epocale ambientalista ed ecologica… sorriderebbe violentemente verso certi teorici della Decrescita Felice, certi gesuiti “rossi” che sputano sempre sull’orrido consumismo (magari con gli Smartphone ultmo modello già prenotato!). La parola consumismo ricorda comunismo, una utopia fallita.
…Sempre meglio la pancia piena e gli scaffali dei supermercati e il sogno dell’abbondanza che presuppone oggi – concluderebbe Gramsci – anche il principio di precauzione ma nuovamente il Motore a energia solare del Progresso e del Futuro, in un tecnomondo con miliardi di esseri umani. E’ fallito il comunismo, ma non il progressismo, il socialismo mai venuto alla luce (non quello dei suoi tempi che sfociò nella svolta di Livorno). Il Netsocialismo?
Da Gramsci 2017…dell’autore (Armando editore, Roma, eBook 2014)

Info:
Ebook: http://www.armando.it/gramsci-2017
Recensione aprile 2017: http://www.cityandcity.it/tutti-gli-ismi-gramsci/
Convegno Ales Oristano Futurismo Neofuturismo 2013 Biblioteca Gramsciana: http://www.luukmagazine.com/gramsci-e-marinetti-un-inedito-dialogo/

Leggi razziali, il coraggio di votare no e le scomode verità

da Mario Bergamini

A proposito delle recenti polemiche collegate all’Olocausto e al comportamento degli Italiani, mi pare giusto ricordare che, ad esempio, gli ebrei francesi facevano di tutto (e non a caso) per raggiungere il territorio controllato dai nostri militari fino all’armistizio (8 settembre 1943). E quando furono votate le leggi razziali, al Senato (1938) vi fu anche chi ebbe il coraggio di votare no. Fra essi il Generale Guglielmo Pecori Giraldi, che sarebbe il caso di ricordare nel centenario della prima guerra mondiale vista la sua vittoriosa strategia sul Monte Grappa.
Circa i campi di internamento italiani a cui furono destinati gli ebrei mi permetto di aggiungere che il trattamento loro riservato fu umano (come risulta da numerose testimonianze) e che si rivelò anche provvidenziale. Come ha dichiarato, proprio a Ferrara, Israel Corrado Debenedetti (nel corso del convegno sugli ebrei italiani e il sionismo, promosso dal Meis e svoltosi nel dicembre scorso) quei campi si rivelarono una salvezza per gli ebrei colà ospitati (“Mussolini ha salvato circa tremila ebrei durante la seconda guerra mondiale”, un’affermazione, la sua, riportata da la Nuova Ferrara).
Ferma restando la più totale condanna per le leggi razziali, per ogni forma di razzismo e per ogni genocidio (anche quello degli Armeni, spesso negletto perché dà fastidio ai Turchi) mi sembra giusto ricordare quanto affermato non da uno storico negazionista ma da un qualificato esponente (per giunta ferrarese) della comunità ebraica come Israel Corrado Debenedetti, che non ha avuto timore di sfatare un luogo comune con un’affermazione “politicamente non corretta”.
Credo che la verità vada detta sempre, anche quando può dare fastidio o mettere in dubbio certezze consolidate.

DIARIO IN PUBBLICO
La bustina di zucchero, il cioccolatino e i furti delle opera d’arte

Un tempo nella nostra studiosa giovinezza di intellettuali(ni) pronti a storcere la bocca di fronte alla riproducibilità dell’arte nell’epoca tecnica, secondo i dettami del filosofo Benjamin, si usava incartare i cioccolatini con involucri riproducenti opere d’arte famose nel tentativo, poi fallito, di contrastare la moda e la fama di altrettanti celebri cioccolatini che assieme al bacio ti proponevano, e ancora ti propongono, massime, riflessioni, dettami in uno stile oracolare molto simile a quegli oroscopi a cui l’occhio corre seppur distrattamente in ogni tipo di quotidiano. Ma vuoi mettere scartare la raffaellesca ‘Madonna della seggiola’ e mettersi in bocca l’irresistibile scioglievolezza? In ogni caso sia lo scritto che l’immagine riportavano l’opera d’arte a una cartina da cioccolatini. Questa era in fondo l’educazione all’arte e alla scrittura che si voleva proporre. Leggo ora che invece del Tondo Doni di Michelangelo si offre al nostalgico avventore un caffè mussoliniano. A legger le cronache di “Frara” citta dalle 100 meraviglie si scopre che il bar un tempo frequentato poiché amabile momento di riposo dei pelosi e dei loro accompagnatori umani serve un caffè con zucchero contenuto in nostalgiche bustine dove campeggia lui, il dux dalla mascella fiera e dall’occhio proteso verso la conquista del mondo. E’ chiaro che brividi di malessere scorrono lungo il filo della schiena del lettore e un tempo avventore. Meglio, molto meglio una bustina con l’immagine della Primavera di Botticelli! E voglio scialare: anche proposta sotto le sembianze di Julia Roberts che impone la sua matura bellezza all’interno di calze e collants o di profumi francesi implacabilmente presentati da voci angliche che storpiano e spiacevolmente deturpano la dolce fonìa della lingua d’origine del prodotto. Così all’imperator fati, al muscoloso e pensoso conducator della nostra stirpe resta l’onore di una cartina da caffè dove il messaggio svanisce e si consuma nei brevi attimi dello strappo fatale e del lento girar del cucchiaino nella tazza. In tal modo da velleitarie nostalgie verso una fede feroce l’immagine fa ripiombare il dux in un tempo, per fortuna, decisamente sorpassato e reso inutile come inutile appare la cartina strappata.

Ben altra sorte attende invece le opere d’arte.

E si faccia attenzione alla modalità con cui 17 straordinarie opere d’arte, il meglio della collezione del Museo di Castelvecchio di Verona vengono sottratte al mondo con una banalissima e semplicissima incursione di tre uomini armati che non fanno fatica ad aver ragione di un solo guardiano che in quel momento si trovava nel grande museo vuoto e in procinto di chiudere.

Le reazioni di Tomaso Montanari su “la Repubblica” ben sottolineano come la responsabilità di quel facile furto non sia dovuta solo alla scarsità del personale ma a quella incuria, leggerezza, indifferenza verso il nostro patrimonio culturale e la sua conservazione. Qualunque sia stata la motivazione per cui si è così facilmente violato il principio primo della tutela e della conservazione delle opere d’arte questa gravissima scorreria inficia e mina dall’interno il tentativo del ministro Franceschini di rilanciare funzione e scopo del museo. Come scrive Montanari “non è possibile che Castelvecchio fosse difeso da una singola guardia giurata, come l’ultimo dei supermercati”. E come mi diceva Salvatore Settis riferendomi una conversazione avuta col ministro Franceschini in Persia, la cura per quanto necessaria è troppo violenta rispetto alla situazione del nostro patrimonio culturale affidato a musei fatiscenti (e si pensi al freddo e al caldo a cui sono sottoposti i delicatissimi quadri come ben ci ha insegnato la condizione della Pinacoteca ferrarese il cui stato francamente ci preoccupa dopo la vampata di calore ben presto estinta da altre notizie certo più gravi ma sul piano culturale certamente meno urgenti).

Se si è notato, solo dopo 48 ore la notizia è rimbalzata sulla stampa e sui media ma sempre defilata e presentata come un grave incidente procurato “su commissione” da qualche fantomatico miliardario che vuole godersi nel caveau di qualche banca compiacente quei capolavori o da una banda di ladri che chiederanno un riscatto. E quasi a livello fantascientifico -ma in questi tempi malvagi pur possibile- la notizia del furto interrompe la consegna del premio dato a due donne che hanno parte preponderante seppur non necessariamente collegate alla esecuzione di furto così anomalo: Barbara Serra conduttrice del canale di al-Jazeera e Paola Marini direttrice del Museo di Castelvecchio. Sarà sicuramente una coincidenza ma quanto di simbolicamente importante può rivelarsi presso un pubblico così teso e preoccupato per i fatti mostruosi che stanno avvenendo a Parigi, a Bruxelles e nelle altre capitali europee? Ripeto solo un caso, ma quanto di simbolico in questo caso. Così Montanari ha gioco facile nel mettere in evidenza un punto fondamentale. Il nostro patrimonio è un museo diffuso ben superiore ai 20 supermusei individuati dalla riforma Franceschini tuttavia “è completamente indifeso, reso vulnerabile da decenni di tagli selvaggi ai bilanci della cultura e degli enti locali”. La legislazione poi è totalmente inadeguata a questo tipo di reato che, Montanari ricorda, il giurista Paolo Maddalena definisce “disastro culturale” Scrive ancora l’amico Montanari: “Oggi, come oggi, se rubo un Mantegna è come se rubassi una bicicletta e i ladri di Castelvecchio rischiano per le modalità del reato (rapina a mano armata), ma non per l’oggetto straordinario di quel reato.”

E’ scontato dire che in tempi così calamitosi necessariamente passa sotto silenzio presso gli “itagliani” la ferita mortale che viene inflitta ancora una volta alla bellezza che è verità, alla negazione della Storia in nome di un’economia che sempre di più diventa una ringhiosa protagonista di necessità che sempre più dimostrano il lento e irrisolvibile scivolamento della nostra idea illuminista dei valori.

Così su un’opera immensa come la Madonna della quaglia di Pisanello si stende l’oscurità limacciosa che riporta la sua straordinaria carica d’interpretazione del mondo in cui ci è necessario vivere ad un unico valore venale. Quell’opera ha un prezzo e solo a prezzo la si giudica.

Allora se questa è la logica non mi sento più umano ma uno Charlot qualsiasi stritolato dagli ingranaggi della macchina economica come, appunto, il titolo del film ne proclama la sua attualità: Tempi moderni.

L’OPINIONE
Renzi e il fascismo

di Edoardo Nannetti

Renzi, pur di seguire la sua verve comunicativa in pillole, produce affermazioni estremamente pericolose.
In un comizio elettorale, per difendere il suo Italicum e criticare Brunetta che aveva evocato una somiglianza col fascismo, Renzi ha affermato: “voglio dire che quando si scomoda il fascismo bisogna dire che si uccidevano le persone per le loro idee; parlando di fascismo si profana la memoria di chi è morto; non si deve scherzare su queste cose!”. Sarebbe utile trasmettere per iscritto la violenza con cui sono state pronunciate queste parole (Tg1 ore 20 del 8-5-15), che a qualcuno possono apparire ovvie ma che, come si vedrà, sono estremamente pericolose.
A prescindere dalla natura fascista o meno dell’italicum (è però incontestabile la sua somiglianza con il premio di maggioranza voluto da Mussolini nel 1924 con la legge Acerbo), è evidente che il fascismo non è tale solo per l’uccisione di dissidenti, ma è un processo verso un sistema progressivamente dittatoriale, di eliminazione graduale ma inesorabile delle libertà democratiche, di assegnazione del potere a chi non rappresenta la maggioranza dei cittadini, di compressione delle libertà sindacali fino alla loro eliminazione e, corollario di questa volontà di potenza, anche il carcere il confino o l’uccisione per i dissidenti. E’ anche evidente che fascismo, in Italia, è sinonimo di dittatura.

E’ evidente che una legge elettorale che assegna arbitrariamente il 53% dei seggi ad un partito che abbia anche solo il 25% dei votanti (può accadere nel ballottaggio e si parla di votanti, neppure degli elettori, che ormai si astengono in massa sentendosi traditi da questa pseudo-democrazia), viola il principio costituzionale di uguaglianza del voto fra i cittadini, regalando la maggioranza assoluta a chi non ce l’ha; inoltre consente a quel partito, da solo, di eleggere il Presidente della Repubblica, votare riforme costituzionali, nominare membri della Corte Costituzionale eccetera (cioè di scegliersi i controllori istituzionali del suo operato). Questa legge prepara la dittatura. Il fascismo preparò così la propria. Il fascismo controllò anche gradualmente l’informazione: Renzi vuole sottomettere la Rai al potere diretto del governo (vedi la ‘riforma’della Rai da lui proposta).

La frase di Renzi però è grave perché sottende un principio grave: finché non si ammazzano i dissidenti non c’è dittatura, non si può evocare il fascismo; la democrazia è solo questa assenza di morti o , al massimo, la possibilità di parola (col tuo vicino di casa?). Dobbiamo essere contenti che non ci ammazza; prima di denunciare il rischio di dittatura dobbiamo aspettare almeno il carcere o il confino (ma anche questo non è ancora uccidere i dissidenti, quindi c’è ancora del margine).

Quella di Renzi è una di quelle frasi che, proposte con una falsa autoevidenza, si affermano acriticamente nel senso comune come vere e che svuotano, proprio loro, il senso delle parole e della democrazia che è qualcosa di più del diritto di non essere ammazzati per le proprie idee. Sono frasi pericolose perché preparano la dittatura anche cercando di plasmare il senso comune in modo distorto.
Renzi su un punto ha ragione: non si scherza su queste cose! Lui per primo dovrebbe smettere di scherzare e dovrebbe chiedere scusa per questa frase vergognosa.
Così scriveva già nel 1945 Don Primo Mazzolari: “Il ‘virus’ fascista , che può far degenerare di nuovo la democrazia, è purtroppo latente in molti animi e ci può far riportare alla dittatura, ‘curia et populo plaudente’”

L’OPINIONE
La Lega e il linguaggio dopo Auschwitz

Ho letto la cronaca della manifestazione della Lega a Roma. Un corteo composto di presenze inquietanti: croci celtiche, striscioni con il volto di Mussolini, Casa Pound. Le frasi pronunciate da Salvini: violente, intolleranti, volgari. L’isteria dell’on. Melloni in rappresentanza dei “Fratelli d’Italia”, altra sigla di nostalgici di una destra aggressiva e anti-europea. Sì, perché non bisogna dimenticare che la peggiore destra italiana ha le sue radici nella coppia Mussolini-Hitler che scatenò una guerra mondiale contro le democrazie e contro l’Europa. Se possedessero un minimo di pudore e di senso della storia tragica del novecento, i leghisti e i “Fratelli d’Italia” modererebbero il linguaggio da crociata contro l’euro e contro l’Unione Europea.
Ma vorrei tornare al tema del linguaggio. Chiedo soccorso ad una delle nostre più capaci filosofe: Donatella Di Cesare. Cito da un suo libro importante: “Bisogna pensare il linguaggio a partire da Auschwitz, dopo Auschwitz. Si potrebbe chiedere: che cosa c’entra Auschwitz? E’ a partire da ‘quello che è accaduto’, e dopo ‘quello che è accaduto’; è da quella situazione-limite, dove il limite della ‘conditio humana’ è divenuto centro della ‘conditio inhumana’, e l’eccezione si è fatta regola, che è indispensabile ripensare il linguaggio, riflettere responsabilmente sul parlare e sul comprendere. Ogni questione di linguaggio e di uso delle parole è sempre questione eminentemente morale e politica.” ( “Utopia del comprendere” Il Melangolo). Dedico questa riflessione ai disinvolti dirigenti della Lega che, per una miserabile manciata di voti, intossicano le menti dei loro seguaci con veleni razzisti e slogan violenti che possono creare solo guai.
Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

L’ultima stagione del nostro scontento

Alla luce dei nuovi naufragi del sistema politico e degli scandali che animano questo tramonto della democrazia ripasso mentalmente la tormentata vicenda di 154 anni di unità nazionale, tenendo fermo il 1860 come inizio del processo. E sfilano, lividi di scandalo e di perversa attitudine al male, i protagonisti, infimi moralmente, della nostra storia. I Savoia, Mussolini, qualche presidente della Repubblica, i responsabili di Tangentopoli, Berlusconi e Scajola e Greganti, poi la nuova trionfante stagione dei mestatori dello scandalo Expo che hanno nel nome il segno di un destino, i fratelli Magnoni (la nonna ci insultava quando mio fratello ed io saccheggiavamo la dispensa al grido di “Magnun”!) che incautamente hanno lasciato nel nome la loro specificità.
Bene fecero, ai tempi loro, i fratelli Falsetti che da umili corniciai pratesi hanno costruito una delle più potenti gallerie d’arte cambiandosi però il cognome in Farsetti! Accanto, il livore e la violenza di Genny ‘a carogna, di “Gastone” o del femminicida di Firenze. Ma sembra non bastare. Si chiede fiducia per le istituzioni, s’invocano “le magnifiche sorti e progressive” per ridare fiato alla politica con la frase non so se più incosciente o compiaciuta del Matteo nazionale che chiede alla politica di stare alla finestra in silenzio finché la magistratura abbia eseguito il suo compito.

Mi domando: quale Paese del cosiddetto Occidente ha sopportato e supportato e ha scelto, nella maggior parte dei casi, la deviazione dall’etica, la frode, la violenza come metodo di governo, come in Italia? Centocinquantaquattro anni di unità nazionale la maggior parte dei quali trascorsi a scegliere il peggio. E non mi pare di mancare di fiducia nell’ottimismo della ragione. Semmai lo sposterei su un carico di fiducia nel sentimento. E penso ai bambini. Studi seri hanno dimostrato che la fanciullezza con il suo carico di egoismo e autoreferenzialità, con la mancata conoscenza del limite è la meno adatta a sviluppare il concetto di giustizia e di democrazia se non fossero, quest’ultime, affidate all’educazione e alla famiglia. Dall’altra parte la fragilità dei cuccioli umani rende questi compiti il vertice della responsabilità verso se stessi e verso gli altri. Non sapremo se da quei visi, da quelle menti, da quelle persone sbocceranno Einstein, Marguerite Yourcenar, Picasso oppure il mostro di Firenze o Pol Pot o qualche dittatore. O più semplicemente persone “normali” Ecco il punto.
Qual è il senso e il significato di “normalità”. Cos’è per il comune sentire la “normalità”? Lavorare con impegno durante la settimana per poi esprimersi in curve sud della violenza? Rispettare le leggi e nello stesso tempo essere indifferente alle tragedie degli altri? Comportarsi come in una riunione di condominio che nella mia, per fortuna brevissima esperienza, è il luogo specifico della banalità dell’egoismo? Si risponde di solito a questi interrogativi contrapponendovi il concetto di “eroismo”. Ma l’eroismo è di sua natura eccezione e non normalità. A meno che non si dia finalmente credito all’eroismo della normalità linfa e nutrimento della crescita della civile convivenza e quindi della possibilità di attuare la democrazia. Ma finché si irride o si truffa questa esigenza non saremo mai nazione, Stato, popolo.

Nella mia lunga carriera di docente nulla ha potuto paragonarsi all’esperienza che ho avuto qualche giorno fa con bambini di terza e di quarta elementare. Mi era sfuggito di mente che in tempi lontanissimi mi ero diplomato maestro e che questa condizione si era rafforzata nell’attenzione alla “didattiha” secondo la gorgia fiorentina a cui m’incitavano i colleghi pedagogisti del Magistero fiorentino. Naturalmente, come si richiede a un critico à la page – come mi ritenevo a causa della mia malattia non curabile: la pavonite – la propensione alla didattica era lontanissima dal mio progetto d’insegnamento. Insegnare – e tenacemente ho perseguito questo che è stato per me il primo comandamento – significava e significa prendere coscienza e consapevolezza del metodo. Solo se ci si rende conto che il progetto e il metodo stanno alla base di qualsiasi curiosità o passione, questa sì era ed è la mia didattica. In questo modo la parola non può essere mistificata così come il pensiero. Sta dicendo Papa Francesco in questo esatto momento la scuola apre la mente alla realtà. Un pensiero che può essere accettato e fatto proprio dalla laicità perché la realtà non è questione di fede ma di conoscenza. Il massimo grado della realtà è quello che viene veicolato dalle forme d’arte e d’espressione del pensiero primo fra tutti la poesia E la realtà e verità e non menzogna come ci hanno contrabbandato coloro che così male hanno preso le redini di questo paese trasformandolo nelle montaliane Stalle d’Augia tra lo strame dell’inganno e del profitto illecito.

L’esperienza con i bambini mi ha profondamente non dico commosso ma rinforzato nell’idea che un’età preziosa come la fanciullezza va preservata instillando loro il senso della bellezza come realtà. Come disvelamento della verità a cui si devono inchinare le miserie umane comprese quelle politiche. E ricordando il bacio sulla mia pelata deposto dai piccoli ascoltatori chiudo infastidito la televisione dove un urlante Grillo istiga alla violenza verbale e al disconoscimento della realtà intesa come metodo ed etica del vivere quotidiano.

partigiano

Il condottiero

Gaetano Collotti era un bel tipo. Ufficiale di polizia, comandava le brigate nere a Trieste durante la guerra. Era un poliziotto pieno di spirito e di belle idee, soprattutto gli piacevano le donne, le partigiane erano il suo boccone preferito, quando ne vedeva una la prendeva, la portava, o se la faceva portare, nel suo ufficio e poi cominciava il giuoco preferito. Il suo giuoco preferito era la tortura: al processo per i crimini nazifascisti commessi alla Risiera di San Sabba a Trieste, una testimone, vecchia partigiana, quindi boccone preferito di Gaetano Collotti, raccontò che l’ufficiale la mise seduta alla sua scrivania, la denudò, poi aprì un cassetto e le face mettere i seni dentro il cassetto, che poi chiuse con forza sì che i capezzoli rimasero schiacciati in mezzo.
Collotti, capo della famigerata “banda Collotti”, terrore di Trieste, che era di stanza nella nota “Villa Triste”, dove si commettevano le più spietate gesta fasciste, venne giustiziato dai partigiani dopo il 25 aprile del 1945, nel suo ufficio, dietro la sua scrivania, teneva come reperto religioso un mazza da baseball, arma che era stata data a un soldato polacco, un uomo enorme, ingaggiato dai tedeschi, al quale era stato affidato il delicato ruolo di boia. Il massacratore stava dietro la porta di una cella al pianterreno della Risiera e aspettava che si aprisse la porta e fosse spinto dentro un prigioniero condannato alla morte, appena la vittima entrava partiva la grande botta del boia, una mazzata terribile in faccia e buona lì: soltanto mesi più tardi furono inaugurate le esecuzioni di massa, oddìo ancora rudimentali, i prigionieri (partigiani, ebrei, slavi) venivano ammassati dentro alcuni camion, con i tendoni ben sigillati e il tubo di scappamento con la proboscide infilata all’interno, poi venivano accesi i motori e pochi minuti dopo i prigionieri venivano estratti cadaveri. Tutti asfissiati.
I testimoni al processo raccontarono che sentivano urla strazianti, i nazifascisti no, non sentivano niente loro, avevano un delicato compito da portare a termine. D’altra parte c’erano ordini precisi in questo senso: nel ’42 il governatore dell’Istria Battisti, figlio dell’eroe, scrisse a Mussolini dicendogli che, per controbattere l’attività partigiana in quella zona c’era soltanto da “eliminare” tutta la popolazione “autoctona” e il duce rispose con un succinto telegramma: “Si proceda” (la lettera e il telegramma sono negli archivi di Stato).
Fu così che nell’isola di Arbe i fascisti rinchiusero quasi cinquemila prigionieri , soprattutto donne, bambini e vecchi, che furono lasciati morire di fame: un eccidio che la nostra storia non ricorda. Ma la nostra storia viene continuamente vagliata, controllata e aggiustata dal potere, sempre di destra. E’ un discorso lungo, lo faremo. Ma, tanto perché non si pensi che queste righe siano dettate da ideologia estremista, è sufficiente raccontare ciò che avvenne durante una festa nazionale nel 1950, quando, a Palermo, lo Stato italiano consegnò ai familiari del palermitano comandante Collotti la medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Così vanno le cose.

mussolini-duce

Il duce resta cittadino onorario di Ravenna col voto del Pd

Il cavalier Benito Mussolini resta cittadino onorario della rossa Ravenna. Nei giorni scorsi la richiesta di cancellazione dell’atto è stata respinta da una commissione del Consiglio comunale. Tutti contrari ad eccezione di Sel, Movimento 5 stelle e della lista civica “Per Ravenna” il cui capogruppo, Alvaro Ancisi, aveva avanzato la proposta, chiedendo di revocare al duce e a due altri esponenti fascisti (il prefetto Eugenio De Carlo e il ministro Stefano Giuriati) il titolo di cittadini onorari, concesso loro durante il Ventennio. Contrario al provvedimento di revoca anche il Pd.

I bene informati riferiscono che la maggioranza temeva una manovra strumentale. Ancisi – vecchio democristiano anticomunista ma, a quanto pare, anche antifascista! – avrebbe in realtà agito con scopi non dichiarati, ordendo un tranello. L’ok alla ‘destituzione’ del duce si sarebbe trasformato, secondo il presunto piano, in una sorta di grimaldello: aperta la breccia la si sarebbe sfruttata per cercare di abbattere figure storiche dell’epopea comunista celebrate nella toponomastica cittadina.

Un’evenienza avversata dal governo cittadino che, per cautelarsi, ha da tempo blindando le attribuzioni con un regolamento comunale che impedisce modifiche a posteriori. Una normativa che si sarebbe dovuta cambiare anche nel caso in cui si fosse approvata la proposta relativa al duce.

Così l’istanza, per evitare ogni imbarazzo futuro, è stata bocciata dalla maggioranza che fa capo al Pd, con la discutibile giustificazione che la cancellazione della cittadinanza a Mussolini sarebbe equivalsa a una “operazione di revisionismo storico”. Insomma, una perniciosa arrampicata sugli specchi dall’effetto paradossale: stavolta per salvare il bambino (il pantheon di famiglia) si tiene anche l’acqua sporca…

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

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