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Il grido dei Vichinghi

“We come from the land of the ice and snow,
from the midnight sun where the hot springs blow.
Hammer of the Gods will drive our ships
to new lands to fight the horde
singing and crying: Valhalla I am coming.”

Con questi versi si apre Led Zeppelin III, terzo album registrato in studio dalla leggendaria rock band. Il disco fu registrato nel 1970 in una località sperduta del Galles, in un’antica residenza immersa nella natura incontrastata e totalmente priva di elettricità e riscaldamento durante un periodo di distacco dai ritmi frenetici imposti dal successo. Ciò che ne uscì fu un disco completamente diverso dai due precedenti, quasi interamente acustico verso un genere tendente al west-coast. Ma Immigrant song è l’eccezione che conferma la regola.

“On we sweep with,
with threshing oar.
Our only goal will be the western shore.”

Il brano su cui oggi molti tenterebbero forzatissime attualizzazioni è in realtà un canto di guerra che narra delle imprese dei vichinghi con riferimenti alle mitologie nordiche.

“How soft your fields so green.
Can whisper tales of gore of how we calmed
the tides of war. We are your over lords.”

Un fulmine di adrenalina da meno di due minuti e mezzo, destinato ad influenzare sia per sonorità che per tematiche diversi gruppi heavy metal, fra cui Iron Maiden e Manowar. Il ritmo martellante ed il riff continuo di chitarra, oltre al caratteristico “grido di battaglia” hanno reso Immigrant song una delle principali icone degli Zeppelin.

“So now you better stop and rebuild all your ruins.
For peace and trust can win the day despite of all
your losing.”

Immigrant song (Led Zeppelin, 1970):

C’era una volta il vento della pace

19″I follow the Moskva
down to Gorky Park
listening to the wind of change.
An August summer night,
soldiers passing by
listening to the wind of change.”

Siamo nel 1989, la Guerra Fredda termina con la caduta del Muro di Berlino quando il gruppo hard rock tedesco Scorpions è all’apice del successo. Il leader e lead localist Klaus Meine, ispirato dagli stravolgimenti politici dell’epoca, compone i versi di una ballad destinata a segnare la storia del rock: Wind of change.

“The world is closing in,
and did you ever think
that we could be so close, like brothers.
The future’s in the air
I can feel it everywhere
blowing with the wind of change.”

Non è un caso che siano stati gli Scorpions a scrivere un brano destinato a diventare icona di quel momento storico. D’altra parte furono loro una delle prime band in assoluto a spingersi ancora in piena Guerra Fredda al di là della Cortina di Ferro e, ironia della sorte, proprio durante un soggiorno a Mosca per un Tour nell’89 fu scritta Wind of change: «Durante il nostro soggiorno a Mosca si sentiva una nuova energia nei giovani sovietici, volevano essere parte del resto del mondo, e questo mi ha motivato a comporre la canzone nel settembre di quell’anno», così Meine in una recente intervista.

“Take me to the magic of the moment
on a glory night
where the children of tomorrow dream away
in the wind of change.”

Come molte altre hit, Wind of change fu tradotta in altre lingue, fra cui il Russo. Proprio in Russia, l’anno precedente durante un concerto, Klaus Meine si rivolse al pubblico dicendo: «Noi tedeschi prima siamo venuti qui con i carri armati, ora con le chitarre elettriche, questa è la nuova Germania!».

“Walking down the street,
distant memories
are buried in the past forever.”

La versione studio della canzone è inserita nell’album Crazy World, uscito due anni dopo, ed è considerata uno dei simboli della riunificazione tedesca, oltre che inno alla pace ed alla speranza. Wind of change è la canzone più venduta di tutti i tempi in Germania. Pochi altri artisti nella storia della musica moderna sono riusciti a scrivere canzoni così rilevanti a livello storico e sociale.

Wind of change (Scorpions, 1989):

Perdersi nel bosco

Vorrei lasciarmi andare, libero da obblighi, da orari, impegni e scocciatori vari. Vorrei fuggire lontano da tutto e da tutti. Vorrei andarmene nel bosco, dove i desideri si mescolano alle paure.
L’aria è povera e viziata in questo limbo soffocante di vita sovraffollata, meglio respirare a pieni polmoni nella frescura della notte, nel profumo del muschio e delle felci, come il lupo sulle tracce dei suoi fratelli, fiero e guardingo, senza certezze e altre gabbie!
Chiudo gli occhi per l’ennesima volta, per l’ennesimo sogno, così l’oscurità mi avvolge rassicurante, poi sconcertante, inquietante…
Non trovo rifugio, solo un misterioso paese dei balocchi dove gnomi e folletti vivono la notte incuranti del sottoscritto.
No, non sono un lupo, sono solo un intruso, un ingombro invisibile in un mondo che non m’appartiene e mi scaccia.
La realtà del risveglio è la mia condanna!

There There (Radiohead, 2003)

Giovanni stai buono!… Inno al sogno americano

«Se volete chiamare il Rock’n’Roll in un altro modo, chiamatelo Chuck Berry», così diceva John Lennon riguardo al recentemente scomparso genio della musica.
Chuck Berry fu il primo vero Rock’n’Roller e con hit quali Maybelline, Rock’n’Roll Music, Roll Over Beethoven e l’indimenticabile Johnny B. Goode aprì le porte alla generazione dei giganti, quella di Elvis Preasley, dei Beatles e dei Rolling Stones.

“Deep down in Louisiana close to New Orleans
way back up in the woods among the evergreens
there stood a log cabin made of earth and wood
where lived a country boy named Johnny B. Goode
who never ever learned to read or write so well
but he could play a guitar just like a-ringing a bell.”

Johonny B. Goode è una canzone autobiografica che narra la storia di un ragazzo povero, che vive in una casetta di legno a New Orleans. Privo di denaro e di istruzione, costui ha il dono del talento musicale. Nonostante la sua timidezza è incitato dalla madre a perseguire il sogno della musica.

“Go go! Go Johnny go!
Go! Go Johnny go!
Go! Go Johnny go!
Johnny B. Goode!”

Il ragazzo protagonista, oltre a raffigurare Chuck Berry (che fra l’altro era nato in Goode Avenue, nel Missouri), è metafora del Sogno Americano, del self made man, l’uomo che diventa qualcuno di importante partendo da zero, disegnando il proprio destino e compiendolo tramite i propri sacrifici. Proprio questo è ciò che aveva fatto Chuck Berry:

“He used to carry his guitar in a gunny sack
go sit beneath the tree by the railroad track.
Oh, the engineer would see him sittin’ in the shade
strummin’ with the rhythm that the drivers made
the people passing by, they would stop and say
“Oh my, but that little country boy could play.”

Chuck Berry aveva passato settanta dei suoi novant’anni in musica, suonando con musicisti bianchi e neri, più vecchi e più giovani di lui e, caso più unico che raro, fu riportato al successo dalla stessa generazione che negli anni ’60 aveva preso il suo posto. Con il suo carattere schivo e irrequieto, Chuck rimarrà un’icona della musica intesa come linguaggio universale.

“His mother told him, “Someday you will be a man,
and you will be the leader of a big ol’ band
many people comin’ from miles around
to hear you play your music when the sun go down.
Maybe someday your name’ll be in lights
sayin’ ‘Johnny B. Goode tonight!'”

Johnny B. Goode (Chuck Berry, 1958):

Nine lives, it ain’t over/nine lives, live for ten

Sono giorni, mesi, anni ormai, che la musica rock cade a pezzi ma soprattutto: perde i pezzi.
Perde così tanti pezzi che anche mia madre nei giorni scorsi me l’ha fatto notare.
Io ho sempre sentito che la morte di Lemmy, dopo il natale di qualche anno fa, abbia davvero scoperchiato un nerissimo vaso di pandora.
Dopo di lui – lui di cui si diceva che sarebbe sopravvissuto a un eventuale olocausto nucleare con la sola compagnia degli scarafaggi – Pam!
Bowie, Dale “Buffin” Griffin dei Mott The Hoople dopo qualche giorno, Prince e un’altra caterva di gente più o meno famosa e famosissima poi Overend Watts dei Mott The Hoople e Chuck Berry quest’anno più un’altra caterva di gente più o meno famosa o famosissima e poi, sorpresona, ultimo, Chris Cornell l’altra settimana.
Qualcun’altro mi ha fatto notare che forse, ormai, la musica rock è roba da museo.
Ovviamente non ci voglio credere ma in realtà mi sforzo di non crederci.
Ovviamente è anche una questione, purtroppo, meramente fisiologica.
Questo brutto mondo va avanti, noi siamo solo delle scoreggine nello spazio e le rockstar, anche se provviste di un luccicosissimo mantello, sono proprio come noi: scoreggine nello spazio.
Triste ma è così.
Ancora più triste: stiamo invecchiando tutti.
Però: chi se ne frega.
La cosiddetta musica rock ha sempre una cosa dalla sua: quel bellissimo vitalismo cosmico di stile “toh un bel dito medio e dimmi se in frigo ci sono almeno due birre”.
Segue ruttone più scoreggina che vorrebbe andare nello spazio, giustamente.
È per questo che, più o meno da quand’è morto Lemmy, ho sentito un bisogno davvero fisico di ributtarmi bellamente, quasi esclusivamente, nella cosiddetta musica rock.
Doveva succedere.
Dopo anni persi ad ascoltare vecchi bluesman fingerpicker, folkettari riscoperti, arpeggiatori vari, terzomondismi più o meno occulti ma sempre e comunque di dubbio gusto e – bene o male – con quel certo non so che che fa quel certo effetto “da aperitivo” o “da pianobar” o comunque “da ristorazione” mi son detto: ma che due maroni.
Ma è questo che voglio io dalla vita?
Ma no.
Potrei morire domani anch’io, perché come ho detto prima, anch’io, proprio come quelle rockstar, purtroppo o per fortuna, sono una scoreggina nello spazio.
E me ne fregio (cit.), se posso dire la mia.
In più – sempre se posso dire la mia – dopo un po’, mi stavo davvero annoiando.
E sono tornato dove sto bene.
In quest’epoca di disprezzo totale per un qualunque tentativo, una qualunque aura di classicità, ho finito per esplorare persino la musica classica ma soprattutto: sono tornato ai grandi classici.
Chuck Berry, Buddy Holly, Beatles, Doors, R.E.M., Nirvana, i mai dimenticati Stooges ma anche cose un po’ meno apprezzate dalla morale comune come quei grandiosi pagliacci dei Kiss e quei geni ingiustamente sottovalutati degli Aerosmith.
Perché sono un ragazzo di campagna, sempliciotto, forse anche immaturo.
Poi oh, le avevo pensate tutte, mi stavo anche sentendo un po’ precocemente invecchiato e ho capito perché.
Il perché era davanti al mio naso ed era davvero lampante: avevo trascurato le doverose coccole a una certa fetta del mio corrado genetico (cit.) ovvero la cosiddetta musica rock.
Ovvero: quella cosa che ultimamente, complice anche lo scarso ricambio generazionale e certe paturnie borghesoidi derivanti da questa deriva hipster sostenibile sulla carta ma insostenibile sul groppone, viene comunemente bollata – con un certo snobismo – come Ruooock.
E allora via, “toh un bel dito medio e dimmi se in frigo ci sono almeno due birre”, segue un bel ruttone, scoreggina se c’è – e se c’è non vedo proprio il motivo per trattenerla – e soprattutto: alza un po’.
Quindi se giovani e vecchi stanno morendo io, di nuovo, me ne frego e me ne fregio.
Nel frattempo preparo anche la Resistenza, così, quando il tempo me lo concede provo a fare umilmente la mia parte.
Mi attacco alla chitarra e/o al basso e butto giù le mie umili idee perché da quando ho 15 anni lo devo e lo voglio fare.
E poi non mi voglio proprio rassegnare né su di me e né sul resto del mondo.
Non ce la faccio proprio.
Potranno e potremo morire tutti ma – se posso citare il Carducci, Joe, quello americano – “l’interazione in tempo reale fra una o più chitarre, un basso, una batteria e quello che volete” resterà sempre qualcosa di insostituibile e (almeno per me) la botta più pesa somministrabile al mio esile ma bendisposto corpicino.
Che muoia chi vuole, ma, come disse un altro Corrado, anche lui genetico, a modo suo: non finisce qui.

Nine Lives (Aerosmith, 1997):

Tutto è magnifico

Dall’alba d’un sol nascente al tramonto d’un sol morente il mondo vive e sopravvive. Vive da sempre fino a quando vorrà, sopravvive ai capricci di fragili spettri, effimeri e invadenti, irrispettosi e irriconoscenti. Lo cammino da sempre, da che ho memoria. E sempre m’appare fragile, in bilico, sporgente dal ciglio del burrone.

Vorrei che fosse diverso, più grande di ciò che è. Ma è solo il mio sguardo che non arriva abbastanza lontano, non ce la fa, e si consola come può.

La luce, il calore, le vibrazioni, tutto serve. Non gettare, non abbandonare, non offendere, non svilire, non maltrattare, perché tutto serve.

Dalle cattedrali ai minareti, dalle piramidi alle astronavi, dai vulcani ai ghiacciai, dalle vette agli abissi. Tutto è magnifico, magico, normale, reale, surreale.

Scienza e religione, caos e ragione, quiete e dannazione. Fino a quando tutto questo sarà a mia disposizione? Fino a quando i miei sensi potranno funzionare?

Non nascondere, non coprire, non soffocare. Non chiudere gli occhi, il sole illumina tutto perché tu possa vedere. Si può anche cadere, morire, lasciare tutto per sempre. Farlo con leggerezza, come la foglia che lascia l’albero e muore, facendosi trasportare dal vento e viaggiare per miglia e miglia tra montagne e vallate, e scomparire sopra le nuvole, verso altri universi…
È magnifico!

Vedere. Pensare, ricordare, sognare, immaginare e inventare. E poi sentire e toccare.
Desiderare.

Tutto questo è magnifico. È la vita che ho conosciuto, e poi…
Poi non so, il bello deve ancora venire.

Magnificent (U2, 2009)

Oui, je suis une Bouchard, je sui le tourdéforse

E così siamo arrivati all’ultima settimana.
Quest’anno inizia in tromba magna (cit.) con Santo Stefano per poi finire con San Silvestro, petardi tutta la settimana.
L’altra settimana un amico mi ha raccontato di quando, sul palco, disse delle “stronzate giovanili” sul Santo Natale e questa cosa mi ha mandato un po’ in palla.
Non ho ancora capito come mi sono sentito, se giovanissimo o vecchissimo – perché più vado avanti con gli anni e più faccio fatica con il temibile dominio delle feste.
Ma mica per Gesù, Gesù è sempre nel mio cuore, lui e il suo carico di ritrattistica, best seller, fan club sparsi per il mondo, mesi di stipendio attesi con fervore per giorni e subito polverizzati in poche ore.
Ma è soprattutto una cosa di Gesù che mi resta sempre nel cuore: quel suo essere così incline all’incazzatura.
Non ce la potrò mai avere con quel Buon Cristo, è impossibile.
Un bambino prodigio con una spiccata tendenza al rompere i maroni che si trasforma poi in teenager che fa preoccupare i genitori che poi si trasorma in uno splendido trentenne che gira per la Palestina con la sua gang facendo incazzare pezzi da 90 come “il popolo eletto” (dal popolo stesso) e “l’impero che non ha mai avuto fine” (cit.) quindi complimentoni.
A tutti, allo splendido trentenne, alla sua gang, al popolo eletto ma un po’ meno all’impero che non ha mai avuto fine.
Insomma, ognuno la può vedere come vuole sulla religione ma quel tipo lì aveva senz’altro dei numeri.
In più continua a generare complotti e altre robe varie a distanza di anni, ce n’è proprio per tutti.
Uno non può neanche dire “se non ci fosse bisognerebbe inventarlo” perché stai sicuro che si alza in piedi un altro che ti risponde “ma infatti l’hanno inventato blah blah blah l’ho letto non su un libro ma su più libri”.
Proprio come quel tipo che si alzò in piedi blaterando quando quel mio amico disse le sue “stronzate giovanili” sul Sant.mo Natale.
Poi il nostro uomo generato e non creato ha generato tutti questi qua con la “S” prima del nome quindi il dibattito è garantito al limone.
E infatti a anche qua si potrebbe alzare in piedi un tipo – probabilmente lo stesso di prima – che parte con la filippica sui santi.
Ma cosa posso fare io?
Niente.
Ci siamo dentro tutti, persino gli atei perché poi si alzerà pure il tipo che te la mena con “le radici pagane delle feste” come un Marcello Pera al contrario.
Ed è qui che casca l’asino, cioè io: pera.
Questi sono i giorni in cui penso e penso e mi convinco sempre di più che forse ha ragione quel proverbio là, “una pera al giorno toglie il medico di torno”.
Via, a letto e buone feste a tutti, io dormo.
Ma purtroppo quella roba è illegale, costosa e fa male quindi non ne vale la pena, prevale il buon senso e uno si sottomette per forza a questo tour de force che per me diventa in realtà un “turd-de-forse”.
Domande di qua, domande di là, vieni qua, vieni là e la mia risposta è sempre un vago, indolente, anche sbadigliato “forse”.
E come direbbe qualcuno sì, “I am a turd”, e me ne vanto.
Ma sono trent’anni che non me ne salto una di ‘ste menate quindi forse non sono così stronzo.
Il mondo civilizzato anzi, “il mondo libero” chiede questo biglietto e tutti rispondiamo come Totò.
Quindi anche quest’anno eccoci qua col nostro bel biglietto per una settimana di fuoco che presto si trasformerà nella prima domenica di un anno nuovo di zecca.
Francamente non capisco ma condivido e allora condividerò con chi sta leggendo questo pezzo che forse – a parte il chiarissimo titolo e la menata su San Silvestro – non capisco fino in fondo.
Ma condivido di brutto, soprattutto quel “AAAAWWWW YEAAAAAAAHHHH” che parte senza motivo dopo soli dieci secondi.
Quella è proprio una cosa che condivido dal profondo del cuore.
E quindi più o meno dal cuore: buone feste.
Possiate Voi gestirvele meglio di come riesco io.
blue-oyster-cult-secret-treaties
Blue Öyster Cultv “Dominance and Submission” (Secret Treaties – 1974)

Un’idea strisciante sul tappeto

Mi trovavo nei sotterranei e camminavo titubante. Non ero sicuro di quello che vedevo: vedevo strani individui striscianti sull’enorme tappeto rosso sottostante, non si curavano di me e strisciavano verso la pesante porta in fondo al corridoio, ma io ero più veloce e arrivai prima di loro.

Arrivai alla porta e la spinsi con grande sforzo fino ad aprirla completamente, così vidi davanti a me volare, saltare e strisciare creature bizzarre che mi ignoravano, le vedevo come in un film, ma erano tutte intorno a me e mi ignoravano come fossi invisibile!

Era un sogno? Era solo immaginazione?
E se fosse solo un’idea strampalata nella mia testa?

Eppure non era il Regno del Bianconiglio, e nemmeno il Palazzo dei Goblin, avevo già visitato quei posti. Questo era diverso, forse mi trovavo soltanto sotto il mio letto, sopra il mio tappeto, a un milione di miglia da casa…

La musica, questa musica, crea le immagini e le fa muovere tutt’intorno. Non mi resta che osservare e oscillare tra le note e le parole, nella brezza leggera e potente di Carpet Crowlers…

Carpet Crowlers (Genesis, 1974)

sting

Il lato oscuro dell’amore

Protezione e affetto da una parte, controllo, sorveglianza e possesso dall’altra; il nobile sentimento dell’amore viene a svelare, nascosto sotto gli occhi di tutti, il suo lato più oscuro.
«Mi svegliai in piena notte con quella frase in testa, mi misi al piano e in mezz’ora la scrissi. La musica in sé è generica, come se ne sentono centinaia di altre, ma il testo è interessante. Suona come una confortante canzone d’amore. Al tempo non avevo compreso quanto fosse sinistra».
Così il cantautore e leader dei Police, Sting, parla di quella che sin dal momento della pubblicazione è stata considerata una delle icone romantiche degli anni ‘80: “Every Breath You Take”. Siamo nel 1983 e Sting, noto anche per non avere un carattere facile, aveva appena rotto il suo primo matrimonio con l’attrice irlandese Frances Tomelty, pare che sia stata proprio tale esperienza ad ispirargli versi del genere:
“Every breath you take
Every move you make
Every bond you break
Every step you take
I’ll be watching you

[…]
Oh can’t you see
You belong to me
My poor heart aches
With every step you take”

Un testo da stalker in piena regola è così diventato parte di uno dei brani più richiesti e coverizzati della musica popolare moderna, tanto che sarà lo stesso autore, vent’anni dopo, a confessare in un’intervista di essere stupito di come molte persone, non accorgendosene, continuino ad usarlo per i propri matrimoni. E come non stupirsi vedendo che simili frasi, accompagnate da un quartetto d’archi e dall’arpeggio di chitarra sapientemente cucito da Andy Summers, hanno in effetti segnato la loro epoca e le successive a prescindere dal loro significato letterale, a tal punto che, ancora nei primi anni dello scorso decennio, Sting guadagnava in media circa 2000€ al giorno di diritti d’autore solo su “Every Breath You Take”, mentre la pluripremiata videoclip, dopo essere volata per anni nelle MTV di tutto il mondo, oggi su YouTube vanta oltre 306 milioni di visite. È proprio questo in fondo a distinguere una semplice canzone popolare da un capolavoro: l’arrivare dritto al cuore delle persone, a prescindere da cosa sia scritto nel testo e da come sia suonata la musica, e, sotto questo aspetto, “Every Breath You Take” è davvero una canzone d’amore.
Buon Ascolto.

UN FIUME DI MUSICA
Jimi Hendrix: quando una chitarra elettrica può cambiare il mondo

di Tiziano Albieri

Se dovessimo elencare le figure socio-politicamente e musicalmente più influenti dello scorso secolo, non sarebbe certo sorprendente concordare sul fatto che Jimi Hendrix abbia dato un contributo fondamentale non solo alla musica, ma anche alla società come oggi la conosciamo. Cavalcando l’onda di quel movimento libertario che sarebbe poi sfociato nella cultura dei figli dei fiori, si rese portabandiera dell’unica vera rivoluzione sociale del secolo passato.

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James Marshall Hendrix nasce a Seattle nel 1942, e nel ’66 forma a Londra la “Experience”, anche grazie al suo manager Chas Chandler convinto che nella capitale inglese potrà davvero dimostrare le sue qualità artistiche.
Perchè proprio oltreoceano e non negli Stati Uniti? La risposta può sembrare di primo acchito molto banale, ma non è affatto così. Certo, Londra già dall’inizio degli anni ’60 aveva dato alla luce i Beatles, i Cream ed i Rolling Stones, ed era stata in assoluto la terra più fertile per il Rock N’ Roll, ma la vera “marcia in più” della capitale inglese era, ed è tutt’ora, legata alla natura cosmopolita della città, alla sua apertura mentale e alla quasi totale assenza di pregiudizi verso il colore della pelle di un artista, e, più in generale di una persona. Far “scoppiare” un fenomeno come Hendrix nella sua terra natia, gli States, sarebbe stata un’impresa pressoché impossibile: immaginate come sarebbe stato accolto un artista che predicava la libertà sessuale, l’uguaglianza e la pace, dalla stessa (o quasi) massa che qualche anno prima aveva negato un posto a sedere su un autobus a Rosa Parks, che non consentiva a studenti di carnagione differente di frequentare le stesse scuole e che riteneva la musica rock un artefatto del diavolo. Provateci!
Nell’estate del 1967 prende forma il movimento hippie: San Francisco, “roccaforte” della controcultura della pace e dello spiritualismo viene letteralmente invasa da giovani in contrapposizione ai valori tradizionali della cultura americana, arrivati come in una sorta di pellegrinaggio da ogni angolo degli Stati Uniti. Il festival di Monterey ne è l’attestazione ufficiale: oltre 200.000 spettatori prendono parte ad una tre giorni di concerti unica al mondo. Assieme ad Hendrix parteciparono gli Who, i Grateful Dead, i Jefferson Airplane, Simon & Garfunkel, i Byrds; fece inoltre la sua prima comparsa Janis Joplin: tutti nomi che avrebbero fatto negli anni avrebbero fatto la storia della musica, oltre a quella del movimento hippie. Ad ogni modo, Hendrix fece non poco scalpore e si consacrò a vera e propria leggenda vivente quando, al termine di un’esibizione superlativa, decise di commettere il famoso “sacrificio” della propria Fender Stratocaster, dandola alle fiamme. Un gesto che racchiudeva in sé tutto il senso di innovazione, di sregolatezza, di genio e follia, che avrebbe accompagnato Jimi per il resto della sua, purtroppo breve, carriera. “Sbalorditivo” è minimale per descrivere l’impatto che da quel momento la musica dell’Experience avrebbe avuto non solo sui musicisti a venire, ma sulla società in generale.

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Il ’68 è universalmente conosciuto come l’anno delle rivolte studentesche, della rivendicazione dei diritti dei lavoratori, del disappunto nei confronti del conflitto in Vietnam e della ribellione al sistema capitalista e consumistico statunitense, che coinvolse giovani e non, da ogni parte del globo indistintamente. La cultura hippie vide l’apice della sua portata anche grazie all’ondata di protesta che avvicinava sempre più adolescenti al movimento: la musica era la vera bandiera di questa rivoluzione.
Il sessantotto fu anche l’anno dei Giochi Olimpici di Città del Messico e credo abbiamo tutti presente le fotografie che ritraggono Tommie Smith e John Carlos in piedi sul podio con il pugno alzato ed il capo chino a sostegno del “potere nero”. Era il chiaro segnale che il mondo volesse cambiare, erano le armi pacifiche di una rivoluzione innanzitutto musicale, della quale le chitarre elettriche suonarono la colonna sonora negli anni in cui i giovani furono i veri protagonisti. Per Hendrix è l’anno di Electric Ladyland e dello sgretolamento della Experience, ma il culmine della propria notorietà lo avrebbe raggiunto l’anno successivo, in seguito all’esibizione di Woodstock.
“Three Days Of Peace And Music” recitava la locandina dell’evento che si sarebbe svolto dal 15 al 18 Agosto del 1969, senza dubbio il più grande concerto che la storia della musica ricordi: vi parteciparono molte delle band che due anni prima avevano composto la scaletta del festival di Monterey, ma questa volta i numeri del pubblico superarono ogni limite. Bethel, la piccola cittadina che ospitò il concerto venne invasa da mezzo milione di giovani; le cronache locali raccontano di autostrade intasate nei dintorni della città e di enormi disagi dovuti all’ingente numero di partecipanti, ben oltre ogni aspettativa. Lo spirito dell’evento rappresentò a pieno l’ideale della cultura hippie, della pace, dell’amore e della solidarietà, tanto da far sì che non accadessero incidenti rilevanti. Nonostante ciò, le grandi testate giornalistiche statunitensi avevano forzato i propri reporter a recensire negativamente ciò che stava accadendo al fine di far sembrare non solo l’evento, ma tutta la comunità dei figli dei fiori, una catastrofe sociale. Barnard Collier del New York Times, avrebbe raccontato che i redattori a New York lo incitavano a sottolineare i blocchi stradali, le sistemazioni improvvisate, l’uso di droghe fra i ragazzi e la presunta aggressività di alcuni di loro. Nulla fu sufficiente a smontare l’evento. L’esibizione di Hendrix fu una delle più lunghe della sua carriera, sebbene abbia suonato davanti ad un pubblico quasi dimezzato e stremato (avrebbe dovuto suonare la domenica sera, ed invece suonò la mattina del lunedì, e molti fan dovettero abbandonare il festival). L’intero concerto culminò con l’esecuzione del brano che meglio avrebbe potuto rappresentare il clima di contrarietà alla guerra del Vietnam, di opposizione al sistema socio-politico statunitense e di ribellione al costume ed alla società americana in generale: “Star-spangled Banner”, l’inno “Stars and Stripes” eseguito con la chitarra elettrica, volutamente sporcato con suono acido, spesso in feedback, effetti cacofonici ed un uso esagerato del tremolo, cosa avrebbe potuto rendere meglio l’idea? Sarebbe diventato l’icona della protesta, l’emblema della ribellione di quegli anni d’oro.
La fiamma che ardeva negli animi dei giovani hippie, dopo Woodstock sarebbe andata affievolendosi sempre di più e mai avremmo assistito ad un fenomeno tanto imponente quanto quello che aveva imperversato dalla Summer of Love ad allora.

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Il recente scioglimento della Experience e alcuni obblighi contrattuali firmati prima di arrivare a Londra costrinsero Jimi a formare una band provvisoria e registrare un album; per non “bruciare” le idee migliori, che sarebbero state pubblicate postume, vennero prese in considerazione alcune canzoni scartate da Electric Ladyland ed altre idee del batterista Buddy Miles, che assieme a Billy Cox ed il genio di Seattle componevano la Band Of Gypsys. Pare un caso (ma non tutti sostengono così) che tutti e tre i musicisti fossero di colore, e di fatto nessuna dichiarazione o intervista a riguardo è mai stata rilasciata. Ad ogni modo, l’album omonimo non venne apprezzato a sufficienza dalla critica, che era stata abituata a dischi del calibro di “Are You Experienced?”, “Bold as Love” ed “Electric Ladyland”.
Jimi Hendrix si sarebbe spento in circostanze misteriose il 18 Settembre del 1970 nella sua camera d’albergo a Londra, in presenza della sua compagna dell’epoca: Monika Danneman. Se ne andava così il più grande rocker che il mondo intero avesse mai avuto la fortuna di ospitare, nonché una figura di esempio per le generazioni a venire. Un’icona dello scorso secolo in grado di influenzare e coinvolgere i giovani del tempo con le sue idee rivoluzionarie di libertà, pace, uguaglianza, ma soprattutto, di umanità. Gli stessi giovani che oggi sono diventati adulti, e si spera possano tramandare a loro volta ciò che Jimi avrebbe voluto.

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