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La gloriosa eco di una vittoria… giunta da mezzo millennio fa

E’ la notte tra il 21 e il 22 dicembre del 1509. Le continue scaramucce tra il Ducato di Ferrara e la Repubblica di Venezia si trovano finalmente di fronte a un culmine decisivo. Da un lato, una prestigiosa potenza culturale; dall’altro, una superpotenza marittima, che parte in vantaggio: gioca quasi in casa, nel proprio ambiente naturale. Chi avrà la meglio in questa battaglia sull’acqua?

Quattro lunghe giornate, da giovedì 20 a domenica 23 febbraio, hanno visto protagonista il Palio di Ferrara con il tradizionale Carnevale degli Este, rievocazione storica del carnevale rinascimentale che prendeva vita in una delle più importanti capitali culturali dell’epoca. La Corte di Ferrara, al tempo degli Estensi, era infatti conosciuta nel mondo come l’espressione di bellezza più alta nel campo delle arti figurative, architettoniche e letterarie. Le amate Contrade della città si sono fatte teatro di gioiosi momenti per gente di tutte le età, persone accomunate dal desiderio di rivivere le feste conviviali che avevano luogo a Ferrara nel Quattrocento e Cinquecento. Ma ogni luogo ferrarese, al chiuso e all’aperto, ha avuto modo di respirare, grazie a mille occasioni diverse, il particolare carnevale che la città da secoli propone, con la partecipazione anche di compagnie teatrali provenienti da fuori provincia e fuori regione, nonché di studiose e studiosi locali e nazionali e del Conservatorio Statale di Musica ‘G. Frescobaldi’. Il tema dell’anno è dedicato ai “fratelli trionfanti” Alfonso e Ippolito d’Este, eroi e artefici della battaglia della Polesella, celebrati in due giorni di eventi pure al Museo Archeologico Nazionale. La storica e inaspettata vittoria, raccontata dalle fonti come un’impresa portata a termine da semplici fanti e di cui nemmeno gli Ottomani erano capaci, è stata festeggiata sabato mattina con visite guidate ai soffitti affrescati di Palazzo Costabili, con l’accompagnamento del Gruppo Archeologico Ferrarese in abiti storici: proprio Antonio Costabili fu infatti protagonista del fortunato evento. La mattina successiva, invece, spazio alla poesia: sì, perché se le autorità veneziane optarono inizialmente per una poco efficace strategia del silenzio, la casata estense diede piuttosto il massimo risalto a quella che venne definita la vittoria “più memorabile di tutti i secoli”, non a caso più volte ricordata nel poema ferrarese per eccellenza, ‘L’Orlando furioso’ di Ludovico Ariosto. Largo ai più piccoli, poi, nel pomeriggio della domenica, chiamati a recarsi al palazzo dell’ambasciatore Costabili per fare festa e divertirsi costruendo una maschera rinascimentale, con l’aiuto delle volontarie e volontari del Gruppo Archeologico.

Il Carnevale è una delle feste tipiche italiane tra le più apprezzate nel mondo. In ogni territorio ci si traveste dai personaggi caratteristici della tradizione, intrinsecamente legati alle geniali innovazioni italiane della Commedia dell’arte e del teatro di figura, dando vita a un mondo alla rovescia dove tutto è permesso e nulla è impossibile. Come fermare il tempo al Rinascimento: a Ferrara, tutti gli anni, accade anche questo.

 

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Curiosi e sorprendenti.
Quando a stimolare la ricerca sono i più piccoli

C’era un tempo in cui le cattedre sovrastavano imponenti e imperiose la timida ignoranza di gente comune. Chi non aveva avuto la fortuna di studiare, o era conoscitore di altri saperi, o semplicemente era ancora in fase di scolarizzazione, ben poco avrebbe potuto comprendere entrando in un museo. Finché qualcosa cambiò.

L’attenzione odierna ai pubblici che in un modo o nell’altro incrociano la propria vicenda con quella di un museo, è cosa recente. Fino alla prima metà del secolo scorso, non esporre l’intera collezione in possesso sarebbe stato impensabile. Senza alcunché di esplicativo, oltretutto, poiché risultava scontato che la persona interessata fosse già in grado di ricostruire le situazioni esposte, basandosi sul proprio background. Pareti tappezzate di opere d’arte e vetrine stracolme di oggetti antichi hanno in seguito lasciato spazio a una nuova concezione di museo come servizio pubblico. Se è la cittadinanza tutta a contribuire alla sua stessa esistenza, è giusto che possa essere vissuto dall’intero corpo civico come luogo sociale, senza distinzioni professionali o anagrafiche. Il museo si configura così non solo come spazio deputato alla ricerca e alla conservazione, ma imprescindibilmente anche alla comunicazione. Non è la pochezza di chi vuole piegarsi al “marketing a tutti i costi”, bensì la consegna di informazioni sull’allestimento proposto e sul significato del museo. Il solo modo, questo, per permettere il raggiungimento di una reale messa in comune – comunicazione, ça va sans dire – delle conoscenze attuali in qualsiasi campo. Non rivolgersi alle scuole, momento principe dell’educazione, con una didattica mirata risulterebbe pertanto incomprensibile, certo, ma ciò non toglie che non sia una sfida ancora non del tutto tratteggiata. Senza una sistematica didattica è stato, finora, il nostro Museo Archeologico Nazionale, conosciuto e amato come Museo di Spina, che a ciò ha cercato di sopperire con l’aiuto saltuario del volontariato e di progetti di alternanza scuola-lavoro. E’ grazie a due realtà locali, però, che la mancanza sofferta inizia a trasformarsi in realtà. ‘Al Museo con l’Archeologo, gli Amici dei Musei per Spina’ è l’incontro che sabato 15 febbraio ha visto la presenza dell’associazione Amici dei Musei e Monumenti Ferraresi, la cui attività è diretta alla conoscenza e promozione del patrimonio artistico ferrarese e nazionale, e della cooperativa Le Macchine Celibi, funzionale alla gestione di servizi per gli enti pubblici e di eventi culturali, entrambe protagoniste di un cambiamento in atto. Il progetto consiste nell’offerta, da parte dell’associazione, di visite guidate a dieci classi di dieci istituti superiori ferraresi – almeno per il momento – , gestite dalla cooperativa. Un bell’esempio di interazione tra mondi vicini, che faranno apprezzare alle nuove generazioni la vita quotidiana degli oggetti nel loro contesto e le antiche storie che quei reperti possono raccontare con la loro iconografia.

E poi capita che durante un’attività laboratoriale al museo, quella intelligente bambina dagli occhi vispi e incontenibili prenda la parola e ponga la domanda che da qualche minuto le assilla la mente. Una domanda che spiazza, così innovativa da stimolare un nuovo dubbio, un nuovo percorso di ricerca. E’ il bello della comunicazione: si mette in comune per arricchirsi vicendevolmente.

 

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Apre il museo nascosto:
visita guidata nei depositi del Manfe

E’ il dicembre 2013 quando il Centro Studi Confindustria, attento alle tendenze economiche e votato all’elaborazione di proposte politiche, pubblica un discusso rapporto di previsione che avrebbe fatto molto parlare di sé, scatenando caldi dibattiti anche nell’opinione pubblica.

Secondo il documento ‘La difficile ripresa. Cultura motore dello sviluppo’, il sistema Italia nella gestione del patrimonio culturale è sostanzialmente inetto. Soprattutto a causa delle enormi ricchezze artistiche lasciate a marcire nei magazzini. Da qui è partito l’interessante intervento che Anna Maria Visser Travagli ha tenuto venerdì 7 febbraio al Palazzo Costabili, che da quasi un secolo è indissolubilmente legato alla lunga Storia della città etrusca di Spina, costituendo la prestigiosa sede del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, da cui negli anni a venire ha preso forma una rete intrecciata di altre realtà museali in tutto il territorio. Mentre il pubblico si guardava intorno meravigliato, ammirando le pareti decorate del Salone delle Carte Geografiche, la docente dell’Università di Ferrara ha sviluppato il tema della giornata, ‘L’arte nascosta: alla scoperta dei depositi dei musei’, chiarendo innanzitutto l’idea forse troppo bistrattata di deposito. La realtà è sempre più complessa di qualsiasi semplificazione facilmente digeribile, ma che diversi musei italiani versino ancora in una grave situazione di carenze nella conservazione dei propri beni corrisponde purtroppo al vero.

Se oggi si preferisce abbandonare il concetto di ‘magazzino’, immaginato come spazio di fortuna, per abbracciare quello più moderno di ‘deposito’, è perché l’incremento di una cultura della sicurezza e della tutela ha giocato la sua parte. Ma si rischia che il cambiamento sia solo terminologico. La sfida che da più parti in Italia si sta cercando di affrontare, sulla spinta di tendenze internazionali, è quella di sollevare il velo di mistero da questi luoghi finora solo immaginati, rendendo fruibili quei tesori sottratti a una reale valorizzazione. Le soluzioni possono differire fra loro: dai depositi visibili, che consistono nell’inserimento di oggetti – prima non esposti – all’interno dell’allestimento, alle mostre di museo, che permettono di realizzare esposizioni temporanee con il materiale già posseduto; dalle rotazioni programmate, grazie alle quali i musei possono modificarsi di continuo, ai veri e propri depositi aperti, che da luoghi chiusi al pubblico diventano percorsi percorribili anche da chi non è addetto ai lavori. Esattamente come l’esperienza vissuta al termine della conferenza, sulle tracce della collezione sempre in aumento del museo ferrarese. La direttrice Paola Desantis ha accompagnato, con gioia e passione, la curiosa folla a visitare prima la nuova mostra allestita, per poi dirigersi negli stretti corridoi che portano al sottotetto dell’edificio, dove si trovano reperti della necropoli di Spina, e negli spazi riservati alle studiose e agli studiosi, fornendo anticipazioni sui progetti in corso per l’ammodernamento dell’esperienza museale.

E dopo due ore e mezza tra le pareti della costruzione rinascimentale, ecco aprirsi la porta del retro per uscire in esclusiva da una prospettiva ignorata dai più. Il palazzo illuminato nel buio della sera diventa teatro di calorosi e sentiti ringraziamenti, in attesa della prossima emozione da condividere nella casa degli Spineti.

 

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Un Simposio pieno di cibi, musiche e divertimenti. Greci ed Etruschi con il vino sapevano anche giocare

I Greci ne erano maestri tanto da non poterne fare a meno. Dopo la pratica ritualizzata del banchetto, durante il quale si mangiava insieme condividendo il cibo e socializzando anche con chi non si conosceva, era tradizione avviare il momento del simposio, culmine di piacere e trasmissione di conoscenza.

Ma in Italia le cose andavano diversamente. Gli aristocratici etruschi, a partire dal VII secolo a. C., furono toccati con profondità dalle attività simposiali in uso nelle non distanti città greche. E’ soprattutto grazie alle ceramiche attiche raffiguranti scene di simposio che gli Italici poterono apprendere le caratteristiche di questa particolare usanza orientale. Talvolta, però, quando una civiltà impianta nel proprio mondo costumi inizialmente estranei, accade che le novità siano reinterpretate e adeguate al nuovo contesto. Per questo i simposi etruschi iniziarono sin da subito a differenziarsi sempre più dagli originali greci, fino a determinare il classico cliché greco e romano dell’etrusco dedito alla mollezza dei costumi.

In Etruria, infatti, anche le donne avevano un proprio ruolo all’interno del simposio, il quale piuttosto che concentrarsi su politica e filosofia dava maggiore spazio a giochi, musica e spettacoli. Centrale era il consumo di vino, attorno al quale esisteva una vera e propria ritualità, eredità questa tipicamente greca. L’inebriante bevanda, naturalmente, veniva servita e bevuta miscelata con l’acqua, così come in Grecia, dove si riteneva che solo i barbari bevessero il vino puro. A seconda dell’anfora che lo trasportava, inoltre, era possibile riconoscerne l’origine e dunque la qualità, ma in qualunque caso fu proprio il vino a permettere l’iniziale diffusione dello stile di vita ellenico.

Il simposio etrusco, che si svolgeva all’aria aperta, costituiva l’occasione migliore per ostentare la propria ricchezza, attraverso le suppellettili utilizzate, le vesti indossate e gli ornamenti esibiti. Svolgendosi rigorosamente di sera, non poteva mancare l’illuminazione dei candelabri bronzei, simbolo anche di luce nell’eternità, in una atmosfera profumata da essenze bruciate negli incensieri. Quasi come sottofondo per le varie attività possibili, dalle recitazioni ai giochi da tavolo, era senza dubbio la musica, suonata da flauti, cetre e crotali, compagna significativa per gli Etruschi in diversi momenti della vita quotidiana. Già gli autori della classicità ci testimoniano il ricco panorama sonoro che dipingeva il mondo etrusco, forse addirittura senza eguali nei secoli. Ad avere un accompagnamento musicale erano anche le semplici azioni di tutti i giorni, come preparare i pasti o frustare la servitù. Per non parlare della caccia: gli Etruschi, avvalendosi di dolci melodie suonate da strumenti a fiato, erano in grado di catturare gli animali facendoli cadere nelle trappole. Ma alcuni vasi conservati dal Museo Archeologico Nazionale di Ferrara nel Palazzo Costabili ci raccontano un’altra storia. Spina ha fornito ai nostri archivi molti recipienti con una iconografia musicale risalenti al V e IV secolo a. C., che essendo di provenienza elladica ci mostrano vari contesti di musicalità in Grecia, lì attestata sin da prima dei Micenei.

Se in Etruria padana ci si divertiva con il ‘còttabo’ (un gioco a carattere augurale usato anche per trarre presagi) è perché anche i Greci vi giocavano durante i simposi, con un sottofondo suonato e danzato. Non era infatti necessario un grande impegno mentale: si dovevano scagliare contro un bersaglio, con il polso, le ultime gocce di vino rimaste nella coppa, e chi vinceva poteva accaparrarsi lauti premi di gola o persino piaceri sessuali.

Mito e musica furono da sempre profondamente intrecciate nella storia greca, basti considerare l’arcaica epica omerica, testimone di canti mitici rielaborati e riproposti da cantori che li interpretavano generalmente a suon di lira. L’innovazione nell’arte inventata da Orfeo proseguì poi con la lirica monodica e corale: la musica non era più appannaggio dei professionisti, ma entrò di buon grado nel sistema educativo, fino a sfociare nel celebre teatro greco. L’audace fantasia del mito greco e l’innata giovialità dell’animo italico sono concentrate e compresenti nei reperti di Spina, costretti da allora in un silenzio che non gli appartiene del tutto.

 

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Pari opportunità ante litteram

A volte sembra che i lunghi millenni abbiano avuto la capacità di far dimenticare temporaneamente antiche usanze e modi di vita, anche scontati al tempo, per poi farne oggetto di intuizioni o invenzioni solo in apparenza nuove. Le dure lotte femministe che hanno segnato in maniera indelebile i secoli scorsi potrebbero non essere altro che rivendicazioni di una condizione già vissuta in passato dalle donne, perlomeno in qualche società.

E non è necessario andare alla ricerca di chissà quale enigmatica civiltà in giro per il mondo. Proprio l’Italia, fra le varie miriadi di primati e unicità che ha sempre potuto vantare, ci regala un esempio di convivenza pacifica e di successo tra antiche donne e uomini. Una storia lontana nel tempo ma vicina nello spazio, molto vicina. I Greci consideravano il fatto degno di biasimo, poiché del tutto opposto rispetto al proprio modo di vedere la realtà.

I barbari Etruschi, dicevano, reputano le donne al pari degli uomini, tanto che è loro concesso di aver cura del corpo e di mostrare in pubblico comportamenti libertini o non decorosi. Le fonti vanno lette, tuttavia, con gli occhi delle persone di quell’epoca, intrisa in Grecia di maschilismo ed ellenocentrismo. Dalle testimonianze, dunque, ciò che risalta è la profonda differenza che Greci ed Etruschi dimostravano riguardo il gentil sesso, sottomesso dagli uni e rispettato dagli altri. Una bella storia, una bella favola d’altri tempi se non fosse che l’archeologia è riuscita, quasi senza volerlo, a trasformare in veritiero quello che poteva apparire semplicemente come il tentativo di accentuare con forza le differenze tra i civili Greci e i barbari d’Occidente.

Spina, grazie alla documentazione recuperata dalla necropoli e dall’abitato, ha fornito a chi studia l’antichità un notevole e originale apporto, arricchito dal particolare melting pot che costituiva l’identità della città padana – Etruschi, Greci, Celti, Veneti e non solo – . Dalle tombe rinvenute sono emerse situazioni di unioni matrimoniali, con oggetti prodotti ad Atene, in grado di attestare rituali e pratiche provenienti dall’Ellade, dove le nozze rappresentavano un momento importante per le donne, così come nell’italica Etruria. Ma vi sono anche possibili segnali di un inaspettato ruolo imprenditoriale rivestito da alcune signore, che purtuttavia non rinunciavano alle tradizionali attività femminili quali la tessitura, prerogativa delle donne per eccellenza. Il commercio, la guerra e la politica erano compiti che spettavano all’uomo, mentre dentro casa a governare era nel mondo antico la donna, amante della lavorazione della lana e istruita a tal proposito sin dalla tenera età. Una lavorazione che richiedeva pazienza e dedizione, e che poteva essere mitigata da ancelle se la famiglia era altolocata. Si è però ipotizzata una suddivisione dei compiti che se confermata sarebbe sorprendente: le donne spinetiche sarebbero state per la maggior parte filatrici, e la tessitura sarebbe stata in mano a figure specializzate che usavano telai comuni.

In qualità di padrone di casa e responsabili dell’educazione della prole, le donne etrusche erano pure chiamate alla gestione dei banchetti, essendo punto di riferimento per la servitù. Al contrario delle donne greche, prendevano parte a tali situazioni anche in presenza di uomini e gente straniera, e bevevano inoltre il vino; ma la dissonanza da evidenziare è un’altra. La donna etrusca veniva in questo modo a conoscenza dei contesti politici e degli accordi che gli uomini stabilivano nei momenti conviviali. Innegabile è però quella che da sempre rappresenta per antonomasia la caratteristica principe, in special modo, dell’universo femminile. Si tratta, naturalmente, degli ornamenti dedicati al corpo, costituiti da oggetti rimovibili – è il caso dell’abbigliamento – o permanenti – come i tatuaggi – . A Spina, in particolare, sono affiorati gioielli che hanno accompagnato le donne anche nell’aldilà, ammirabili più di duemila anni dopo nella Sala degli Ori di Palazzo Costabili, sede del Museo Archeologico di Ferrara.

La presunzione della società odierna decade di fronte all’evidenza dell’antico: forse che dovremmo imparare qualcosa da chi era più arretrato tecnologicamente?

 

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Il popolo che nascose un tesoro

Già per gli antichi era un interrogativo senza risposta. Si ritenevano etnicamente estranei rispetto a ogni altra popolazione italica preromana, ma la loro origine stimolò da sempre la fantasia di scrittori e intellettuali.
Erodoto, considerato il padre della storiografia, li ritraeva come eredi di un popolo anatolico, giunto in Italia al seguito di un mitico capostipite, Tirreno. Il retore Dionigi di Alicarnasso era invece pronto a giurare sulla loro autoctonia, mentre il romano Tito Livio era convinto di una provenienza dall’Europa centrale. Dai miti di Tagete e Tarchon si può intravvedere come gli stessi Etruschi immaginassero la questione. Il dio Tagete, indigeno perché nato dalle zolle, fu colui che trasmise loro le norme aruspicali, arte che sempre identificò gli Etruschi con la capacità di interpretare i segnali del divino. Tarchon, invece, sarebbe stato il fondatore di Tarquinia e altre città coeve. Forse in origine doveva trattarsi di una figura unica, ma quando sarebbe avvenuto tutto ciò? Gli eruditi etruschi calcolavano di essere comparsi nel X secolo a. C., eppure le loro considerazioni e convinzioni su se stessi non lasciavano indifferenti gli altri popoli. Furono i Greci a inventare nuove ipotesi sul loro conto. La teoria più antica li voleva come i discendenti più numerosi dei Pelasgi, abitanti dell’Ellade che si sarebbero diffusi in varie aree del Mediterraneo. In seguito, da omofonie casuali e accostate fra loro, nacque una ulteriore ipotesi, appoggiata da Livio, che prevedeva la provenienza etrusca dalla Lidia, ma in realtà spesso le due teorie finirono per sovrapporsi nei secoli seguenti. Nessuna di queste, tuttavia, viene oggi appoggiata in maniera esclusiva da chi si occupa di etruscologia, la scienza che li studia scientificamente. Prendendo in considerazione la loro lingua, è possibile mettere in conto, piuttosto che una provenienza antica dagli italici Villanoviani o dalle genti locali dell’Età del Bronzo, una tarda migrazione da Settentrione o per mare. Inoltre, la prima arte etrusca, di epoca recente, avrebbe una chiara ispirazione orientale, forse per rapporti commerciali in fase avanzata. Che siano, dunque, venuti da Nord o per mare, risulta fuor di dubbio che dal IX secolo, in questa zona della penisola, fiorì la civiltà del Ferro, che grazie a un processo di mescolanza e acculturazione diede vita a una koinḕ etrusco-italica. Dai territori primigeni della Toscana e del Lazio settentrionale, l’Etruria tirrenica, fin dai tempi più antichi vi fu un allargamento in più direzioni: la Campania e la Pianura Padana, dove sarebbero state fondate delle mitiche dodecapoli, ovverosia insiemi di dodici città, simili a quella presente sin dalle origini in Etruria. La terra bagnata dal Po sarebbe servita, lo si intuisce, per il rifornimento di nuove aree da adibire a campi agricoli, almeno agli inizi. Da metà VI secolo a. C., poi, la presenza urbana nella nuova Etruria padana si accrebbe sempre più, e questa terra fu teatro di una riorganizzazione generale, proprio mentre il predominio sul Tirreno iniziava a sfiorire. Le vie di scambio con i mercati d’Oltralpe subirono dei potenziamenti e nuove città legate da stretti contatti sorsero indisturbate. Spina, porto cosmopolita che vorrebbe non a caso significare “nave”, fu una di queste, e i suoi resti sono oggi custoditi nel Museo Archeologico di Ferrara, presso il Palazzo Costabili. Ma non tutto è stato ancora scoperto, e chi vive nei territori dell’antica Spina lo sa bene. Mancherebbe tuttora all’appello il magico talismano che avrebbe consentito alla città spinetica di divenire così famosa e prosperosa, un amuleto che persino il mare avrebbe invidiato, portandolo a tentare di invaderla, inutilmente. Non vi fu resa, tuttavia, e finalmente il mare, tentando e ritentando, prima o poi ce la fece: il ragno d’oro, posto sulla porta d’ingresso, non riuscì stavolta a difendere la sua ragnatela, che proteggeva Spina. E l’acqua la invase. Per ripicca, però, il ragno fece sprofondare la città nella palude, sotterrando persone e ricchezze.
E chissà, perché no, sotterrando anche se stesso, in attesa che il sogno, un giorno, diventi realtà. Come l’antica città di Spina.

 

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Rinascimento sempre in divenire: la raffinata arte del restauro

Lo scorrere del tempo, è risaputo, altera la realtà. L’insondabile varietà e diversità di ogni cosa esistente, uguale solo a se stessa, non cessa mai di subire continue modifiche, anche impercettibili, che accumulandosi determinano una difformità crescente anche rispetto alla propria apparenza precedente. Tornare indietro non ci è ancora permesso, ma ridare una forma il più possibile simile a quella passata, questo sì.

Restauratrici e restauratori lo sanno bene, perché lo fanno di mestiere quotidianamente. Non si tratta, come invece tale attività veniva una volta interpretata, di ricostruire a tutti i costi gli oggetti, piccoli e grandi, giunti sino a noi. E’ piuttosto la cura che con rispetto si può loro riservare, includendo interventi svolti solo se si ha la certezza documentata di come doveva essere la parte mancante, e solo se si può disporre di materiali molto affini. Con un’accortezza, però. Le manomissioni svolte devono essere ben riconoscibili, in modi vari, cosicché in futuro le azioni del nostro tempo possano essere distinte e separate dalle condizioni originarie. Una rinascita, insomma, un nuovo Rinascimento che la nostra era regala alle tracce di chi ci ha preceduto, dalla preistoria ai giorni più vicini, ma anche ai periodi più remoti. E’ il caso, questo, del restauro dei fossili. Gli ultimi anni hanno visto Ferrara come una felice fucina di riparazione dell’antico, dalle imponenti costruzioni ai delicati affreschi, ma certo tra i casi maggiormente rilevanti e in special modo esperibili da tutta la cittadinanza spiccano i restauri del giardino e delle piroghe di Palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro e sede del Museo Archeologico Nazionale. L’anno fruttuoso è stato il 2010, a partire dal quale si è potuto apprezzare il lavoro minuzioso e condotto con grande professionalità che ha restituito alla nostra città l’opportunità di rivivere questi luoghi e questi reperti come un salto indietro nel tempo. Le prime a far nuovamente mostra di sé sono state le imbarcazioni, la cui sala è stata riaperta nel mese di maggio. Al solito, il restauro si è configurato come soltanto una parte di un processo più ampio, curato dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici. Le barche sono state prima studiate e analizzate scientificamente, per identificare da un punto di vista fisico e chimico il legno utilizzato, comprenderne il deterioramento e riconoscere i prodotti usati in precedenza per conservarlo. Fatto ciò, si è potuto procedere con il restauro vero e proprio, che addirittura si è dovuto svolgere nella sala espositiva, a causa delle importanti dimensioni delle navi. E il problema è divenuto risorsa: alcune fasi dei lavori le si è potute vivere in diretta, a stretto contatto con le difficoltà che esperte ed esperti del campo affrontano ogni giorno. Esattamente come quelle riconosciute e superate da coloro che hanno rivolto le proprie capacità alla sistemazione del giardino neorinascimentale, punta di diamante dell’intero complesso museale, riaperto nel mese di giugno. Molti gli enti, le realtà e le personalità coinvolte, anche stavolta grazie alla pianificazione della Regione Emilia-Romagna. Dalla iniziale condizione in cui il giardino versava, di degrado e mancanza di valida manutenzione, bisognava tornare a far risplendere un unicum irripetibile. Ma non solo, poiché oltre a far tornare l’area nella situazione originaria di inizio Novecento, non era possibile cancellare gli eventi precedenti o successivi, fingendo che non fossero mai accaduti. Così, si è proceduto con indagini preliminari, per andare alla ricerca delle specie vegetali succedutesi nel corso dei secoli e di eventuali strutture archeologiche dimenticate dal tempo. L’intervento, poi, si è focalizzato non solo sul giardino novecentesco, ma anche su quello rinascimentale, giunto ai giorni nostri in una minima parte.

Riportare all’antico splendore, per quanto possibile e sensato, l’esito di un inevitabile degrado è interessante e affascinante da vedere. Appunto la fruizione è l’obiettivo principe di tali operazioni, sia per chi è esperto in materia sia per chi non è addetto ai lavori, operazioni che altrimenti, francamente, sarebbero prive di senso. Il Palazzo Costabili è lì ad attenderci.

 

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Fascino e mistero di giardini e labirinti: a Ferrara un percorso iniziatico pubblico

Da millenni giardini e labirinti si configurano come strettamente correlati e non sempre distinguibili. Gli uni possono esistere senza gli altri, e viceversa, ma quando si trovano a coesistere fino a fondersi e confondersi, la curiosità e la voglia di saperne di più non stentano a manifestarsi impetuose.
Partire dalle origini dei termini aiuta a comprenderne il significato più profondo e il punto di partenza della loro storia. Etimologicamente, infatti, giardino vuol dire luogo chiuso, solitamente ornato con colture erbacee o arboree, mentre del labirinto, inteso oggi come intreccio inestricabile, poco si sa. Ripercorrere le ipotesi stilate da esperte ed esperti può essere interessante: visto che la terminazione della parola labýrinthos rimandava in una antica lingua greca al concetto di luogo, si era ipotizzato che il labirinto fosse la casa di un’arma del potere, l’ascia bipenne làbrys – e cioè il Palazzo di Cnosso, la leggendaria reggia di Minosse da cui non era possibile uscire senza una guida. Da qualche tempo, però, l’opinione si è modificata, a favore di un’altra interpretazione nata dal rinvenimento, proprio a Cnosso, di una tavoletta micenea di terracotta risalente al 1400 a.c. In questa iscrizione, “labirinto” si riferirebbe a un insieme di corridoi articolati fra loro e destinati al mondo della danza, simile alla raffigurazione presente su un’altra tavoletta, oppure potrebbe voler dire semplicemente danza, arte che da sempre si pone a imitazione del movimento della natura e dei corpi celesti. Ma oltre alla terminazione, vi è anche la radice di labýrinthos da prendere in considerazione, sì perché avrebbe origini pre-indoeuropee e indicherebbe l’idea molto generale di pietra, che secondo gli antichi Greci costituiva le ossa della Madre Terra. Poteva perciò essere visto come il palazzo di una divinità degli inferi, chiamata “signora del labirinto”, il cui dominio si estendeva su un luogo denominato appunto labirinto, e costituito da grotte, dove avrebbe abitato anche il mitico Minotauro. Ma anche nel caso del mito cretese, il Palazzo di Cnosso era realmente come ci è stato raccontato? Tanto per cominciare, non è neppure chiaro se fosse davvero a Cnosso. E soprattutto, emerge un altro problema: è solo con Platone che il labirinto diventa un percorso ingarbugliato ed è l’ellenistico Callimaco a porvi l’uccisione del Minotauro. In effetti, il dedalo cretese era del tutto semplice e di forma immediata, con un tragitto obbligato che dall’ingresso conduce direttamente al centro, senza inganni. E per giunta, non era una costruzione artificiale, come piuttosto inizierà a essere percepito dall’epoca romana. Il primo a tramandare per iscritto il mito del labirinto di Cnosso fu del resto Callimaco, che lo descriveva come luogo tortuoso, ed è forse proprio a lui che dobbiamo l’inizio della concezione odierna. L’esperienza simbolica del labirinto, vero e proprio viaggio insidioso di iniziazione che dalle ombre circostanti conduce solo chi è pronto alla luce del suo centro, è a Ferrara percorribile da chiunque lo voglia. Tale simbolo visse un momento d’oro nel Rinascimento, avviato urbanisticamente proprio dalla nostra città, che si riempì di giardini di estrema perfezione, ammirati da tutte le persone illustri che poterono visitarli. L’individuo, al centro del proprio universo, era ora libero di intraprendere nei labirinti dei giardini la via che più preferiva, al di là di qualsiasi costrizione esterna. Il Palazzo Costabili, sede del Museo Archeologico Nazionale, è figlio di quel periodo storico, ma il labirinto di bosso che vanta attualmente è in realtà più tardo. Venne aggiunto dopo gli anni Cinquanta, in spazi che prima risultavano vuoti e che nell’età rinascimentale erano adibiti a prati, dove crescevano anche piante spontanee.
Dalla spontaneità del giardino primordiale, l’Eden, alle costruzioni sempre più ingarbugliate e labirintiche, il trait d’union può forse ritrovarsi, sorprendentemente, nell’essere umano, che nel cammino della propria esistenza è sempre chiamato a ricercare il senso delle cose e di se stesso, percorrendo strade tortuose indirizzate alla morte e rinascita nel giardino della Conoscenza.

 

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Il giardino immaginario divenuto reale

Per definizione, la fantasia è sempre capace di superare la realtà. Ma quando riesce anche a divenire reale, lo stupore che suscita è più forte di qualsiasi immaginazione.

Passeggiare per le strade di Ferrara vuol dire attraversare incroci ciottolati, incontrare volte di pietra e ammirare edifici dalle facciate singolari. Se però fossimo in grado di spiccare il volo, i nostri occhi vedrebbero qualcosa di totalmente diverso. Una città immersa in un verde nascosto, che senza timore si estende negli interni delle costruzioni, invisibili da terra. Sì, ma non tutto, fortunatamente, si nega alla nostra vista. L’unico giardino formale, ovvero con predominanza di forme geometriche, compiuto e ancora oggi superstite a Ferrara si trova nel Palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro, ed è aperto al pubblico. Al suo interno, lungo la Via della Ghiara – l’attuale Via XX Settembre – fu realizzato in età rinascimentale un giardino di rappresentanza, che si sviluppava a Est del palazzo, insieme con una stalla e delle fabbriche. Le intricate vicende successive dello splendido edificio estense annoverano modifiche dei terreni, con vendite e novità nelle destinazioni d’uso, le quali non sono riuscite a tramandarci altro che una minima frazione di ciò che doveva essere l’antico giardino. Ma negli anni Trenta del Novecento un nuovo giardino prese forma sul versante meridionale, in pieno stile neorinascimentale e con una estensione minore rispetto all’originale. Fu una sorta di esperimento, ben riuscito, e il laboratorio fu un’area del Palazzone dove in parte si estendevano i vecchi orti. Il terreno, prima dell’opera, si presentava in massima parte senza alberi, con ambienti erbosi molto aperti ma anche segni tangibili di attività umane, come vegetali coltivati o che hanno un legame con ambienti antropici. Numerose erano le graminacee, piante diffuse in tutto il mondo, sia spontanee sia frutto di agricoltura. Già nel Quattrocento la zona del successivo giardino si configurava in tal modo: gli orti erano di medie dimensioni e si alternavano con aree adibite a prati o terreni incolti soggetti a calpestio. Si pensa vi fosse un importante impianto idraulico nelle vicinanze; il paesaggio era infatti alquanto diverso rispetto a oggi, più umido per l’acqua che lambiva Ferrara. Molti cereali, inoltre, erano presenti, o perché coltivati, o perché trasportati nel palazzo. Dal Cinquecento, le coltivazioni dovettero ridursi in maniera consistente, e in contemporanea dovettero subire un incremento gli impianti idraulici attivi, testimoni di una cura maggiore nei confronti dell’area circostante il palazzo. L’incuria dei secoli successivi ha invece cancellato diverse tracce del passato splendore, ma dai documenti e dalle analisi effettuate sappiamo che tra le piante coltivate figuravano la rapa, la bieta, la senape, la cicoria, la lattuga e la menta. Crescevano piante da frutto quali la vite, il noce, il ciliegio e forse arbusti come l’erica. Tra gli alberi, ecco la quercia, il carpino, il nocciolo, il frassino e l’olmo, ma anche il pino e l’abete. Fino agli inizi del secolo scorso l’area fu adibita a orto, anche se tra Sette e Ottocento si verificò la demolizione di un muro di cinta che tagliava trasversalmente il giardino con un ingresso allo spazio esterno, coltivato a orto e frutteto. Completamente immaginaria fu la ricostruzione che un disegnatore tecnico effettuò negli anni Trenta: quella giunta sino a noi è un’invenzione grafica che ambiva a riproporre un modello ideale di giardino rinascimentale ferrarese. Da allora, vari altri interventi, come il famoso labirinto, si sono succeduti, non sempre affini all’originaria identità neorinascimentale del giardino, per giungere infine alla ricostruzione attenta che nel 2010 ha presentato alla cittadinanza un giardino restaurato e pronto a essere vissuto. Grazie a tutto questo, è ancora possibile apprezzare sia il disegno formale del giardino novecentesco sia le aggiunte considerate ormai non più alienabili. E’ il caso del labirinto e della galleria di rose, elementi divenuti tipici del giardino.

Nonostante sia il risultato di un’invenzione fantasiosa, la pregevolezza del giardino attuale non stona con il contesto in cui si trova, ma anzi è segno di un efficace dialogo tra antico e moderno.

 

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Tesori fantastici, ecco dove trovarli

Quando una città è immersa nella Storia e nell’arte di un lontano passato, risulta difficile riuscire a comunicare con adeguatezza ogni singolo tesoro. Sono talmente tanti i suoi beni, che concentrarsi su ognuno di loro potrebbe apparire impossibile o quantomeno utopistico. E’ il caso di Ferrara.

Inserito nel silenzioso e ameno contesto dell’antica via della Ghiara, così chiamata per la ghiaia depositata da un ramo del Po che scorreva nella zona, lontano dai consueti e scontati flussi turistici, è il Palazzo Costabili, impropriamente detto di Ludovico il Moro, del quale, senza paura di esagerare, si può dire che da solo valga un’intera visita nella città degli Estensi. Tale primato lo deve non già alle preziose testimonianze raccolte nel Museo Archeologico Nazionale, ma proprio di per sé, per la maestosa qualità di ogni minimo particolare apprezzabile anche al giorno d’oggi, senza filtri. Entrando, come non farsi stupire dal cortile d’onore completato solo a metà? Due lati soltanto sono stati portati a termine e mostrano una candida decorazione scultorea in pietra bianca. L’autore, non bisogna dimenticarlo, sarebbe stato Gabriele Frisoni, perché se tuttora possiamo godere di testimonianze fuori dal tempo lo dobbiamo a donne e uomini che con impegno hanno dedicato il proprio lavoro alla cultura della bellezza. Sempre Frisoni avrebbe anche realizzato lo scalone di accesso al piano nobile, finemente addobbato. Rimanendo ancora nel cortile, vietato non alzare lo sguardo: unicamente in questo modo si può notare il gioco di tende che con creatività ci fa vedere come apparivano in origine le finestre, alternativamente aperte e cieche. Ma nonostante il Palazzone sia rimasto incompiuto, non mancano decorazioni interne, talvolta autentici capolavori. E’ necessario partire dal piano terra per poterle ammirare, nelle tre sale affrescate con tutta probabilità da Benvenuto Tisi, detto il Garofalo dal nome della città di origine paterna, e dalla sua scuola. Nel lato di sinistra, troviamo la Sala delle storie di Giuseppe e la Sala delle Sibille e dei Profeti, forse istoriate più dagli allievi che dal maestro. E’ sufficiente però accostarsi al portico meridionale per accedere a una terza sala affrescata, l’Aula costabiliana o Sala del Tesoro, di certo la più celebre dell’intero edificio, abbellita questa volta dal Garofalo in persona, quando non aveva ancora trent’anni. La sala ha una forma rettangolare e sulle pareti, vicino al soffitto, viene raccontato il mito dei due Amori, Eros e Anteros. Anche all’epoca erano soprattutto le immagini a raccontare una storia. In alto, invece, una prospettiva che ha dell’incredibile: pur rifacendosi al Mantegna della Camera degli Sposi, il Garofalo avrebbe raggiunto un livello considerabile addirittura superiore. Le scene della vita di corte, viste da una balconata che corre per tutti i lati, sono dipinte senza mai effettuare alcun errore. Era la perfezione del cruciale e originalissimo Rinascimento ferrarese. Naturalmente la particolarità di questo piccolo luogo fu sempre evidente, già dal momento della sua realizzazione, che doveva vederla come sala da musica, o archivio di libri e oggetti importanti. In seguito si configurò per vari utilizzi, non sempre decorosi, anche mentre il mondo intellettuale dimostrava interesse per l’innegabile valenza artistica. Grazie al necessario consolidamento strutturale e restauro totale, la sala è oggi viva in tutto il suo splendore. Non solo, in quanto gli anni più vicini a noi ci hanno consegnato dell’altro. Sul cortile d’onore, infatti, si affaccia dal piano nobile il Salone delle Carte Geografiche, dipinto nel 1935 per volontà di Salvatore Aurigemma, primo direttore, che desiderava riprodurre antiche carte geografiche per una miglior comprensione della vicenda spinetica. A corredo del lavoro, i versi dell’ode ‘Alla città di Ferrara’, di Giosue Carducci, e un passo di Plinio il Vecchio, sulle mitiche origini di Spina.

Ferrara, la prima città moderna d’Europa, è unica perché rimasta sostanzialmente intatta nel corso dei secoli. E’ pertanto fisiologico che sovrabbondi di tesori da far conoscere, ma proprio la sua unicità le permette di non aver bisogno di particolari trovate o genialate. Per comunicare ogni singola meraviglia, basta iniziare a farlo, ricordandosi che talvolta il meglio è nemico del bene.

 

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Il rifugio incompiuto di Ludovico il Moro: Palazzo Costabili, capolavoro del Rinascimento

Ludovico Maria Sforza, detto il Moro per ragioni mai chiarite, lo voleva a tutti i costi. Divenne duca di Milano nel 1494 e lo sarebbe rimasto per cinque anni, ma la situazione era tutto fuorché stabile. Proprio quell’anno, Carlo VIII di Francia aveva avviato la sua calata in Italia e la preoccupazione era molta, tanto da indurre Ludovico ad affidare parecchio denaro ad Antonio Costabili, suo nobile ambasciatore, commissionandogli la costruzione di un rifugio nell’alleata Ferrara per avere un esilio sicuro, proprio nella città natale della moglie Beatrice e di Alfonso d’Este, marito della nipote Anna.

Fin qui la leggenda, tramandata dallo storico seicentesco Marcantonio Guarini. I conti, però, non tornano. Carte alla mano, sappiamo che il progettista del Palazzo Costabili, detto appunto di Ludovico il Moro, iniziò la costruzione attorno al 1500 ed è improbabile che il duca di Milano, spodestato l’anno prima e fatto prigioniero in Francia, potesse commissionare l’edificio. Ma chi era tale progettista? Anche in questo caso la risposta non è scontata, perché per decenni si è creduto qualcosa di diverso rispetto a oggi. Fino agli anni Venti del Novecento si riteneva, a ragione, che l’autore del complesso fosse stato Biagio Rossetti, l’architetto ducale degli Este e il nume tutelare dell’architettura rinascimentale ferrarese. Da quel momento, tuttavia, a causa dell’elevata qualità dell’opera, l’attribuzione slittò verso Donato Bramante, anch’egli importante artista del Rinascimento, che avrebbe ricevuto una commissione da parte – ancora una volta – del duca di Milano. Trattandosi di un’opera incompiuta, si procedette con un generale e radicale restauro delle rovine del palazzo, naturalmente usando uno stile bramantesco. Documenti ritrovati e studiati in seguito, però, dimostravano di non essere d’accordo, in quanto aggiudicavano, senza alcun dubbio, l’opera al suo legittimo ideatore, Biagio Rossetti, a cui si deve il progetto iniziale. Caratteristica costante delle sue costruzioni è quella delle due finestre accostate, che difatti il Palazzone mostra di avere. Dai dati appresi attraverso ricerche d’archivio, è emerso che il duca Ercole I d’Este si impegnò a concedere un prestito a partire dal 1496 in favore di Antonio Costabili, per l’avvio dei lavori. Restituita l’opera al legittimo autore, la cronistoria del palazzo risulta più chiara. Costabili, nobile ambasciatore estense a Milano durante il ducato di Ludovico il Moro, assegnò a Biagio Rossetti la definizione del progetto di un edificio fra i più prestigiosi, lontano dai nuovi quartieri cittadini, per quando avrebbe fatto ritorno a Ferrara. I lavori vennero dunque avviati nel 1500, ma già tre anni dopo l’architetto fu costretto ad abbandonare il tutto, poiché chiamato per un altro incarico di spessore. Da quel momento la costruzione fu presa in mano da altre persone, ma il palazzo non fu mai completato. Nonostante ciò, all’opera vi furono eccellenti maestranze dell’epoca, dagli scalpellini ai pittori di corte. Ebbe inizio così una serie di passaggi tra le famiglie aristocratiche ferraresi, dalla fine del Sedicesimo secolo, quando i Costabili si estinsero, fino al 1920, anno in cui fu acquistato dallo Stato italiano. Il palazzo, che poteva vantare un bellissimo cortile d’onore mai finito, uno scalone monumentale in marmo con fantasie mai decifrate e affreschi ritenuti veri capolavori del Rinascimento, era ormai in una condizione di grave degrado, determinato anche da modifiche apportate nel corso dei secoli. Nel 1929, a seguito dei primi ritrovamenti nel comacchiese, l’allora Ministero dell’Educazione Nazionale decise di farne un museo e, dopo un restauro, nel 1935 avvenne l’inaugurazione del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, ancora oggi lì ubicato.

Con la consapevolezza moderna, non era però pensabile lasciare i vecchi interventi restaurativi, poco rigorosi da un punto di vista filologico. Così, negli anni Novanta si è proceduto con operazioni in grado di riportare alla situazione iniziale l’intero complesso. E del meraviglioso cortile d’onore, lo storico Burckhardt ebbe a dire: “vale per dieci palazzi, sebbene incompiuto e cadente”.

 

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Il museo Archeologico è il migliore, parola di turista

Il primo museo da visitare a Ferrara, secondo la classifica stilata in tempo reale da turiste e turisti che ogni giorno vengono nella città estense? E’ il museo Archeologico Nazionale, che sorprendentemente si trova al primo posto su TripAdvisor considerando solo i musei, e addirittura al secondo se guardiamo a tutte le attrazioni – in cima, in questo caso, non si trova un particolare monumento, ma l’intero centro storico ferrarese! – . Un segnale notevole, frutto di un lavoro costante e rivolto al futuro.

Dalla sua prima inaugurazione nel 1935, di acqua ne è passata sotto i ponti. Era nato in prima istanza per la conservazione dei reperti rinvenuti nelle campagne di scavo appena concluse, nel rinascimentale Palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro. Sin da subito, il cinquecentesco fascino della costruzione, unica nel suo genere per l’architettura e gli affreschi, ben si sposava con gli innumerevoli ritrovamenti dell’antica città di Spina, che finalmente tornava a vivere dopo millenni di oblio. Nel 1970 lo avrebbe atteso un nuovo allestimento, fino alla chiusura negli anni Ottanta per una ristrutturazione del Palazzone, come il popolo soleva chiamarlo. Dal 1997, infine, ha riaperto i battenti, e da allora gli attuali spazi espositivi sono ancora più vasti, con una circoscritta rotazione dei materiali visibili, data la strabiliante mole di oggetti conservati negli archivi. L’integrale fruizione del museo, infatti, è di nuovo possibile dal 2011, quando la realtà digitale dei nuovi media non ha trovato difficoltà nell’incontrare il mondo tangibile di una realtà museale, aumentandone le potenzialità per venire incontro ai diversi possibili pubblici. Alcuni oggetti, per esempio, sono stati scannerizzati in 3D e i loro modelli sono apprezzabili navigando sul sito del museo, insieme con informazioni utili a chi volesse approfondire. Su Google Arts & Culture, inoltre, è possibile procedere con una vera e propria visita, virtuale, all’interno del palazzo, con la tecnologia di Google Street View. Insomma, come avere un ingresso gratuito al museo! Dal piano terra, ricco di testimonianze dell’abitato etrusco, salendo l’imponente e monumentale scalone si arriva direttamente al piano nobile, dove a essere ospitati sono gli antichi resti della necropoli. Ma la proposta espositiva in vigore da otto anni ha aperto, al pianterreno, nuovi spazi sempre più adeguati a far vivere emozioni ed esperienze a chi per la prima volta cammina su quei pavimenti. Innovazione non vuol dire, però, solo tecnologia. Il cambiamento sta nel riuscire a vedere con occhi nuovi ciò che già ci circonda, parafrasando Proust. Ecco perché anche inaugurare una zona relax e concedere a chiunque di poter toccare con mano alcuni reperti, rigorosamente autentici, vuol dire stare al passo con i tempi. La multisensorialità, nel percorso museale, può essere esperita anche in veri e propri laboratori didattici, grazie ai quali, in speciali occasioni, l’innegabile stupore che provoca la storia di Spina può essere ben sperimentato in prima persona da giovani e studenti. E se la curiosità stimolata dal museo sarà troppo incontenibile, il museo stesso vi verrà incontro, aprendo le porte della cospicua biblioteca. Una collezione libraria che negli anni Settanta constava di 1278 volumi, raccolti sin dagli anni Trenta, ma che con il passare dei decenni ha visto incrementare tale numero, fino ad arrivare ai più di novemila volumi attuali. Gioielli da sfogliare che proprio da quest’anno sono finalmente accessibili a chiunque ne abbia il desiderio.

Per trascorrere un’intera giornata con piacere, stuzzicarsi con nuovi stimoli o entrare nella macchina del tempo alla scoperta di un mondo antico, il Museo Archeologico si configura come una soluzione ottimale. Può essere una valida alternativa ai soliti luoghi per tutta la famiglia, grazie ai vari servizi offerti, così come può essere sempre stimolante per le studiose e gli studiosi del settore, grazie al suo essere costantemente in divenire. Mostre, concerti, rievocazioni storiche, convegni, conferenze: il Palazzo Costabili non è una mera vetrina di manufatti sottratti alla custodia della terra, ma è un museo vivo e in cammino che attende di accogliere chi ancora non lo ha incontrato.

 

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LE NOSTRE RADICI Spina, la sfinge dell’Adriatico

Tre secoli di storia, prima dell’era cristiana, hanno visto fiorire nella nostra Italia un ricco emporio commerciale in grado di connettere sistematicamente i vicini Etruschi e i famosi Greci, senza soluzione di continuità. Una storia talmente importante da relegarne le origini alla mitologia.

Potrebbero essere stati i Pelasgi, i fantastici popoli preellenici e antenati degli Etruschi, a colonizzare la Pianura Padana e dare le fondamenta alla città di Spina. Sarebbero venuti in Italia dalla Tessaglia sotto il re Nanas e, giunti presso la bocca del Po chiamata Spinete, alcuni avrebbero continuato il viaggio verso il centro della penisola per fondare le prime città etrusche, gli altri li avrebbero invece attesi rimanendo a guardia delle navi, dando vita a un nucleo abitativo denominato Spina. Ma secondo altri scrittori, l’onore sarebbe toccato all’eroe Diomede, combattente di Argo, che avrebbe diffuso la civiltà greca nel mare Adriatico dopo la guerra di Troia, sostando di porto in porto e fornendo insegnamenti agli abitanti locali, senza disdegnare la fondazione di città ex novo. E anche se i miti legati a Spina non si fermano qua, le vicende storiche ricostruite con la certezza dei fatti non sono certo meno affascinanti. Grazie all’archeologia, riusciamo a collocare la sua data di nascita nel VI secolo a. C., proprio mentre gli Etruschi stavano colonizzando la pianura per il controllo dei commerci via mare. Una città etrusca, dunque, ma che nel corso della sua esistenza avrebbe visto la compresenza anche di altre popolazioni. L’Etruria si era così ingrandita, fino a congiungere i due mari più vasti d’Italia, il Tirreno e l’Adriatico. E nel secolo successivo, il grande boom: fu questo il momento di maggior sviluppo soprattutto economico e commerciale. Oggi si ritiene che il tutto si basasse sul baratto, poiché mai sono emerse tracce di coniazione monetale. Dalle pregiate ceramiche figurate provenienti dall’Attica – una raccolta, quella del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, che tutto il mondo ci invidia – all’olio e al vino, dagli unguenti e profumi al marmo, fino ai tessuti, cibi e oggetti lussuosi; ogni tipo di prodotti passava da qui, in cambio di quanto più prezioso la nostra terra aveva da offrire: i suoi frutti. Proprio Atene, la città greca di cui abbiamo più notizie in assoluto, era molto legata a Spina, alla ricerca di tutti quei beni la cui mancanza le impediva di essere autosufficiente. Nel mondo ellenico giungevano carni salate – il sale era l’oro bianco dell’antichità – , legname, ambra, materiali, animali ed esseri umani. O quasi, perché gli schiavi non godevano ancora di tale considerazione. E a dimostrare l’estrema centralità del ruolo dell’antica città etrusca, una testimonianza a Delfi, nel santuario panellenico di Apollo, dove soltanto alle realtà più illustri, quasi sempre greche, era concessa la dedica di un Tesoro, ovvero un tempietto votivo che contribuiva alla magnificenza del culto apollineo. Spina era sorprendentemente tra queste, anche se ancora l’identificazione con i resti attuali non è sicura. Un rischio comune, tuttavia, è quello di bloccarsi all’apparenza di resti archeologici immobili e non riuscire a immaginare come vive le culture che li hanno prodotti. Ma la vivacità di Spina è evidente anche oggi: una città multietnica e un centro commerciale che torna a vivere nei vari manufatti di diversa provenienza e con differente destinazione. Una caratteristica, questa, ben visibile pure nel senso del sacro che le donne e gli uomini del luogo mostravano di avere, giunto sino a noi insieme ai corpi incinerati o inumati. Emblematica la pratica dell’obolo per Caronte, frammento di bronzo fuso posto nella mano destra, destinato al mitico traghettatore dei defunti verso il mondo dell’oltretomba.

Il IV secolo fu un periodo difficile per la Grecia e l’Italia, ma Spina resistette con forza e determinazione qualche decennio, dopodiché alla sua esistenza pose fine lo spostamento dei traffici commerciali, dovuto anche allo slittamento della linea di costa, in un momento di convivenza con un’altra popolazione, i Celti. Si chiuse in tal modo un capitolo enigmatico della Storia, che stiamo solo ora riaprendo. Ma la Sfinge, si sa, è custode gelosa.

 

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Si scrive Giardino degli Dèi, si legge Miniera di Racconti: alla (ri)scoperta di Ferrara

Demetra, Ade, Zefiro… Tra tutti i personaggi della mitologia greca, evocati dalle e dagli studenti del Liceo Scientifico Antonio Roiti, è stato forse Zeus, il padrone del tempo, il più velatamente presente, con la sua leggera e rinfrescante pioggia mattutina. Anche quest’anno, le Giornate Europee del Patrimonio la nostra città non se le è lasciate sfuggire. Si tratta di un appuntamento ormai fisso nel panorama del continente, che consente a milioni di persone di ammirare per la prima volta monumenti spesso non accessibili. Il tema scelto per l’edizione 2019 è ‘Un due tre… Arte! Cultura e intrattenimento’, con un obiettivo ambizioso: riflettere sul benessere che deriva dall’esperienza culturale e sui benefici che la fruizione del patrimonio può determinare. In particolare, il Museo Archeologico Nazionale di Ferrara ha arricchito la propria offerta partecipando alla rassegna regionale ‘Vivi il Verde’, che da anni mira a far vivere alle e ai cittadini emiliano-romagnoli la natura in ogni sua declinazione. Il sottotitolo, ‘Intelligenza della natura e progetto umano’, è tutto un programma: partire dall’idea classica di giardino, artificio umano, per arrivare a immaginare nuove modalità di alleanza tra la nostra specie e il resto dell’ambiente.

Come non approfittare dell’occasione per vivere in una veste nuova il giardino neorinascimentale di Palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro? Grazie alla guida della classe 5N e delle docenti Francesca Bianchini ed Elena Cavalieri D’Oro, le piante coltivate e gli intricati percorsi del labirinto non avranno più, d’ora in poi, così tanti segreti. Nonostante l’inclemenza meteorologica, le visitatrici e i visitatori, domenica 22 settembre, hanno con interesse seguito i piacevoli racconti legati alla moderna botanica e alle antiche leggende. L’evento, deliziato da un collaterale buffet, era parte del progetto scolastico ‘Muse Inquietanti’, portato avanti anche tra le sale del museo in qualità di alternanza scuola-lavoro, che negli ultimi tempi ha fornito il giardino di nuovi apparati fissi, dai quali è possibile apprendere molte informazioni su ciò che un occhio inesperto potrebbe non riconoscere.

Ma se si parla di questa ricchezza novecentesca, certamente il Garden Club Ferrara non può esserne del tutto estraneo. L’associazione ha infatti partecipato alle varie fasi del progetto, in virtù del forte legame che da sempre la unisce a tale luogo. La presidente Gianna Borghesani non ha avuto remore nel ricordare come proprio le volontarie e i volontari associati, a fine secolo, furono i grandi protagonisti del recupero di ciò che allora era semplicemente un accumulo di erbacce, che aveva addirittura nascosto del tutto il celebre labirinto.

Le ragazze e i ragazzi non erano tuttavia soli nell’allietare il curioso pubblico, poiché il Club Amici dell’Arte aveva, già dal giorno prima, allestito una mostra temporanea di proprie opere pittoriche, grafiche e fotografiche, all’interno della magnifica Sala del Tesoro e lungo il porticato, dando così voce al proprio scopo di promozione dell’arte e della cultura.

Eppure, è proprio il caso di dirlo, non è tutto rose e viole, come ha voluto sottolineare un’arguta lettura del labirinto fornita da una liceale. Se un tempo l’essere umano era chiamato a scegliere la strada con le proprie forze, nell’era di Internet nessun dedalo è più affrontabile con il solo aiuto del proprio ingegno.

 

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L’APPUNTAMENTO
Ferrara-New York sulle note di un pianoforte

Termina oggi il programma di Ferrara International Piano Festival, dedicato a uno degli esponenti del tardo romanticismo, il compositore russo Alexander Skriabin, di cui ricorre il centenario della morte.

logo Ferrara Piano Festival
Il logo di Ferrara Piano Festival

Ferrara Piano Festival è l’associazione fondata a New York dal pianista ferrarese Simone Ferraresi con lo scopo di organizzare annualmente il festival e rendere così Ferrara più conosciuta all’estero. Il festival, infatti, organizza masterclass con pianisti di fama mondiale per giovani talenti provenienti da Italia, Polonia, Francia, Malesia, Cina, Stati Uniti e Olanda. In contemporanea offre alla città e al pubblico ferrarese e non solo una serie di appuntamenti imperdibili per tutti gli appassionati di musica classica.

Ecco il programma di oggi:

ore 17.30 presso il Ridotto del teatro Comunale: “Alexander Skriabin, cento anni dopo”, a cura di Luigi Verdi e Roberto Becheri con interventi di Dario Favretti e Simone Ferraresi (ingresso libero).

ore 21.00 presso Palazzo Costabili, sede del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, Firenze Piano Duo.

In occasione del concerto di chiusura dell’International Piano Festival 2015 il Museo Acheologico Nazionale di Ferrara organizza alle ore 19.30 una visita alle raccolta museali, a cura delle archeologhe Griggio e Timossi del Progetto MiBACT “1000 giovani per la cultura”.

Per maggiori info www.ferrarapiano.org oppure cicca qui

Immagini di Ferrara Piano Festival. [Clicca sulle foto per ingrandirle]

Ferrara Piano Festival edizione 2014
Un concerto dell’edizione 2014 a Palazzo Costabili
Ferrara Piano Festival edizione 2014
Un concerto dell’edizione 2014 al Ridotto del Teatro Comunale di Ferrara

LA SEGNALAZIONE
Invisibile in mostra. Profumi tra storia e chimica

Mostrare l’invisibile: profumi, essenze, sensazioni. E’ quello che vuole fare “Stazioni olfattive”. Ma cos’è che si va a vedere, sentire, annusare? Lo spiega il sottotitolo dell’esposizione, a Ferrara nel palazzo Turchi di Bagno, proprio di fronte a palazzo dei Diamanti, sede della facoltà universitaria di Biologia. L’esposizione è descritta con un elenco che sembra la formula di un alchimista, fatta di “benzoino, cannella, zibetto e ambracane”. In mostra – oltre a resina, spezie e frutti – ci sono bei vasi da farmacia decorati con la tecnica del graffito estense: sono gli albarelli, ovvero i recipienti usati per contenere spezie e preparazioni erboristiche e medicinali. Altri scaffali mostrano antiche scatole per cosmetici, cipria e sapone; poi bottiglie; e pannelli con la storia del profumo.

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I vasi delle “stazioni olfattive” (foto Giorgia Mazzotti)
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Contenitori per essenze in mostra (foto Giorgia Mazzotti)
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Scatole per cosmetici d’epoca (foto Giorgia Mazzotti)
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Il famoso “naso” Pierre Bourdon alla mostra

Nei musei, di solito, ti dicono di non toccare. Qui, invece, devi farlo. Sollevi i coperchi dei vasi in ceramica, ti avvicini, odori. E da quei recipienti, come per incanto, si materializzano boschi di cedro e sandalo, mazzi di rose e gelsomini, vaniglia d’Oriente e benzoino. “Sono le varie famiglie olfattive“, spiega Chiara Beatrice Vicentini, docente di Storia del farmaco al dipartimento di Unife. Ecco allora le famiglie degli agrumati; dei floreali; delle fougère, che in francese indica le felci, e che mette insieme tutti quegli odori freschi e amarognoli, tipici delle profumazioni maschili (lavanda, bergamotto, cumarina). Vai avanti e trovi il gruppo di Chypre, con gli effluvi cipriati; dopo ci sono i legnosi; l’Oriente degli ambrati e, infine, i Cuirs che riproducono l’odore di cuoio, tabacco, muschio.

Via dalla sala, si può uscire in giardino con ancora nel naso le essenze emanate da quei recipienti e, negli occhi, le immagini di ampolle e alambicchi che raccontano la storia del profumo. All’aperto, la mostra riprende negli spazi verdi dell’Orto botanico dell’Università, quello in cui normalmente si entra da corso Porta Mare 2. Lì c’è da seguire un itinerario di vasi, sentieri, aiuole e alberi: sono le tappe delle grandi “famiglie olfattive” vegetali. Si costeggiano alberi, arbusti, frutti e fiori da cui i profumi nascono. Si parte dai vasi di agrumi, si attraversa la distesa delle erbe odorose e si arriva fino a gelsomino, rosa, geranio. In mezzo ci sono i tunnel di rampicanti, la vasca delle ninfee pattugliata dalle tartarughe e le serre con le piante grasse. Perché, tra i meriti di questa iniziativa, va messo anche quello di rendere eccezionalmente accessibile l’Orto botanico sia in orario pomeridiano che nei giorni festivi.

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Percorso all’Orto botanico legato alla mostra (foto Unife)
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Arancio amaro che apre il percorso tra le essenze del giardino (foto Giorgia Mazzotti)
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Il gelsomino tra le essenze dell’Orto botanico universitario (foto Giorgia Mazzotti)
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Laboratorio del profumo da Venezia a Ferrara

Come i sentori aromatici delle preziose bottigliette, “Stazioni olfattive” è una manifestazione avvolgente che si diffonde come una scia negli antichi palazzi e musei cittadini.

Chi ha voglia, e magari scarpe comode, può approfondire l’argomento con una visita al Museo archeologico nazionale, in via XX Settembre 122. Qui sono stati tirati fuori gli antichi balsamari, contenitori in alabastro e pasta di vetro, con dentro unguenti ed essenze profumate per il viso e il corpo delle signore dell’antica civiltà etrusca di Spina. E se ci si allunga fino alla Biblioteca Ariostea, in via Scienze 17, nella sezione dei manoscritti e degli incunaboli si possono sbirciare dal vero i volumi riprodotti in un grande schermo della mostra, che scorre le pagine di preparati medicamentosi e abbellenti, ricette e testi che portano all’origine storica della ricerca cosmetica.

La mostra, allestita per celebrare i 35 anni del master in Scienze e tecnologie cosmetiche (Cosmast) dell’Università di Ferrara, è a cura di Sistema museale d’ateneo e Museo del profumo e del costume di Palazzo Mocenigo di Venezia in collaborazione con Farmacia Navarra, Orto botanico e Collezione di scienze fisiche, Fondazione musei civici di Venezia, Museo archeologico nazionale di Ferrara, Musei civici di arte antica di Ferrara, Biblioteca comunale Ariostea, Accademia italiana di storia della farmacia, Master MuSeC e Cosmast.

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Taglio del nastro con Mirna Bonazza, Angelo Beccarelli, Chiara Beatrice Vicentini, Caterina Cornelio, Francesco Bernardi
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Chiara Beatrice Vicentini, Caterina Cornelio, Francesco Bernardi, Stefano Manfredini, Ursula Thun Hohenstein alla mostra
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L’esposizione a Palazzo Turchi di Bagno (foto Unife)
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Ampolle e fragranze in mostra (foto Unife)

“Stazioni olfattive” è visitabile da lunedì a domenica ore 10-18, venerdì solo 10-17, a Palazzo Turchi Di Bagno, corso Ercole I d’Este 32, Ferrara. Fino a domenica 19 luglio 2015. L’ingresso è libero.

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IMMAGINARIO
Storia sotto i piedi.
La foto di oggi…

Un mondo sotto i nostri piedi. A Pilastri, frazione di Bondeno, un villaggio preistorico emerge ora nell’area dove verrà costruita la scuola elementare post terremoto. Dalla terra escono resti di palafitte, vasi in terracotta, armi e ciondoli d’ambra. Per raccontare questa antica civilltà delle Terramare –  gli emiliani di tremila anni fa – una mostra che da oggi raddoppia. Immagini e testi illustrano anche cosa vuol dire essere archeologo: ricognizioni, mani nella terra, analisi, disegni di ricostruzione. Inaugurazione della mostra, ampliata, oggi alle 18.30, Museo archeologico di Ferrara, via XX Settembre 122. Fino al 12 gennaio, ingresso a pagamento.

OGGI – IMMAGINARIO RACCONTI

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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Archeologia a Pilastri (foto di GIULIO PIOLA)
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Il mestiere dell’archeologo nelle foto di GIULIO PIOLA
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Ricostruire la preistoria (foto di GIULIO PIOLA)
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Studi di reperti per “Archeologia a Pilastri” (foto di GIULIO PIOLA)
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Scene di scavo (foto di GIULIO PIOLAa)
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Pezzi di storia (foto di GIULIO PIOLA)

IMMAGINARIO
Nonni terramaricoli.
La foto di oggi…

Ciotole di terracotta, gioielli in ambra, sculture di cavalli o altri animali. Sono pezzi di vita di un villaggio dei nostri antenati della civiltà delle Terramare, che vivevano nella pianura padana oltre tremila anni fa. A riportarli alla luce lo scavo nella zona di Pilastri, vicino a Bondeno di Ferrara. I risultati nella mostra di foto e reperti “Archeologia a Pilastri ieri e oggi. Con le mani nella terra”. Al Museo archeologico nazionale, a Ferrara, via XX Settembre 122. Ingresso a pagamento ore 9,30-16,30, venerdì e sabato apertura prolungata fino alle 18,30.

OGGI – IMMAGINARIO STORICO

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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“Archeologia a Pilastri” (foto di Giulio Pola)
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“Archeologia a Pilastri” (foto di Giulio Pola)
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“Archeologia a Pilastri” (foto di Giulio Pola)

 

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IMMAGINARIO
La foto
di oggi

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città e i suoi abitanti.

Il labirinto del museo archeologico di Ferrara (foto Roberto Fontanelli) – clicca sull’immagine per ingrandirla

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Il labirinto del muse archeologico di Ferrara (foto di Roberto Fontanelli)
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