Tag: murales

POLESELLA MICROFESTIVAL
26 settembre: Murales ispirati a Keith Haring e presentazione del noir di Astrid Scaffo

Un altro fine settimana di cultura a Polesella con gli eventi del Microfestival delle storie. Verso i più piccoli e le famiglie, sabato 26 settembre alle 9.30, si rivolge STREETratti di famiglia, un laboratorio gratuito nel corso del quale un muro bianco diventa un enorme foglio pronto a raccontare, attraverso forme e colori, le famiglie che fanno parte di una comunità. Guidati dalla storia dell’artista Keith Haring, come sorgente d’ispirazione di tinte accese, e armati di pennelli e acrilici, grandi e piccoli avranno a disposizione un’intera mattinata per mettersi nei panni di uno street artist, dipingersi e raccontarsi usando i colori e le fantasie che li contraddistinguono. Il muro del parco della scuola primaria di Polesella diventerà, quindi, una pagina di un libro da sfogliare con gli occhi e da leggere in ogni sua pennellata, racconterà una, dieci, venti storie, tutte diverse. Il laboratorio, curato da Laura Demetri, durerà fino a mezzogiorno.

Nel pomeriggio di sabato 26 settembre, lo spazio esterno del Non solo caffè (via XXV aprile, 75) ospiterà la presentazione del libro noir Io so chi sei (0111 Edizioni) di Astrid Scaffo, intervistata da Sofia Teresa Bisi. Astrid Scaffo, avvocato, finalista al concorso letterario L’incontro di ieri e di oggi, 2019 è al suo primo romanzo, ma coltiva da sempre la passione per la scrittura.

Sinossi del libro: Anna scompare, all’improvviso, di notte. Tutti la cercano, soprattutto sua madre che non riesce a credere e ad accettare che possa esserle successo qualcosa di terribile. Così, mentre il mondo intorno a lei perde giorno dopo giorno le speranze di rivedere la ragazza, lei continua a credere che sua figlia sia ancora viva. A uccidere la famiglia di Anna, è scoprire dalle indagini i retroscena di ciò che sembra essere stata la sua vita: alcol, droghe, stili di vita che non le appartengono e ai quali la madre non può credere. Così, inizia a domandarsi quanto sua figlia possa essersi spinta in là. Ma la verità di quella notte è molto più vicina di quanto la donna immagini.

Prenotazioni laboratorio STREETratti di famiglia: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-streetratti-di-famiglia-laboratorio-per-grandi-e-121500149217

Prenotazioni presentazione libro di Astrid Scaffo:

https://www.eventbrite.it/e/biglietti-astrid-scaffo-microfestival-delle-storie-2020-120832223433?fbclid=IwAR2wTGhFhI18B_mhuOGYMkOfOe8juD4xPMngfw2lQ3cDGBcXe2XfFhFB8xg

Il programma completo degli eventi del Microfestival di settembre e ottobre su www.microfestivaldellestorie.it

Per informazioni: microfestivaldellestorie@gmail.com, messenger: microfestival delle storie.

Consigli di Resistenza

Si possono dichiarare tante guerre. Alcune possono avere motivazioni futili, altre esiti nefasti. Sicuramente si può consigliare a chi dichiarare guerra e, nel farlo, centrare molti punti per risollevare l’animo umano: è così che un messaggio dato da un certo individuo, sia trasmesso, tramite ciò che si combatte, e diventa più che dichiarazione belligerante, un grido di speranza. Nemmeno a farlo di proposito, tale missiva arriva da un luogo che richiama a quei valori che, oggi più di ieri, ci vedono impegnati come moderni partigiani nella lotta più difficile: quella per la salvaguardia della nostra casa. La Resistenza ci consiglia, spetta a noi accettare o meno quello che ci viene indicato.

Via della Ghiara

Convivere allo stesso tempo pur essendo di tempi diversi, eppure trovare accordi cromatici e sintattici spesso riconducibili alla volontà del cervello di trovare una sintesi finale che possa far apparire omogeneo, equilibrato e con un significato ciò che si trova davanti. Volontà intellegibile o fallacia logica? Non è dato sapersi…

Stratigrafie

Come immensi scavi archeologici, le strade sovrappongono cumuli di cultura diversi, i quali si susseguono, si sostituiscono, si amalgamano, si contrastano. Lo sguardo destrutturante vi ricostruisce la successione, quello totalizzante ne apprezza il risultato. Tutti ne sono obbligati alla convivenza. Nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si fa stratigrafia nella realtà umana.

Periferie

Diceva un professore che per conoscere una città bisogna guardare le sue periferie. Io aggiungo che per conoscere bene una città bisogna vivere nelle sue periferie e, soprattutto, nei parchi. Lì la vita viene impressa, sotto forma di odierne epigrafi, ovunque da giovani che crescono, e che compongono ciò che la città sarà. La periferie è il cuore sincero, senza veli, senza trucco per turisti. La periferia non mente. La periferia racconta, basta saperla ascoltare.

I murales ecologici di Roma

Si trova a Roma il più grande murales ecologico di tutta Europa. Un palazzo decorato con un disegno dai colori sgargianti, cattura indubbiamente l’attenzione e arricchisce il quartiere Ostiense. In tal caso però, non ci si limita al semplice decoro artistico: la street art ha un grande impatto e valore dal punto di vista ambientale.
Federico Massa, in arte Iena Cruz, ha utilizzato, per realizzare la sua opera, una vernice speciale “cattura inquinamento”: le pareti diventano veri e propri depuratori dell’aria circostante, attraverso l’azione della luce, sia naturale che artificiale.
“Hunting Pollution” fa dell’airone tricolore, specie in via d’estinzione, il suo protagonista, che si innalza per tutto l’angolo dell’edificio e ci ricorda ad ogni sguardo, l’importanza di salvaguardare l’ambiente e i suoi abitanti.

Tracce d’arte sui muri della città

di Francesca Ambrosecchia

Arte o scarabocchi che rovinano l’assetto urbano?
Due visioni in netta contrapposizione, entrambe riguardanti i graffiti. Dal disegno o scritta più o meno grande e complessa, alla semplice firma dell’artista, diffusa e riconoscibile come un vero e proprio marchio distintivo.
Sono i murales ovvero i “disegni su muro” che invadono le città: palazzi abbandonati e non, muretti, vagoni dei treni, interni delle metropolitane e così via. Ma gli spazi urbani occupati da queste espressioni hanno un particolare significato o è tutto lasciato al caso?
Sicuramente il graffitismo non nasce per caso. Questo movimento si sviluppa rapidamente negli anni ’70 a New York: i giovani vogliono dare una scossa a un sistema economico e sociale sempre più veloce e complesso che sembra lasciarli indietro. Vogliono farsi riconoscere, diventare parte integrante anche della conformazione fisica della città.
Ancora oggi si sente questa esigenza di emergere e di lasciare una traccia indelebile?

La via traversa dell’aquila bianca

Davide Aquilani è quello strambo, lo chiamano Aquila per via del suo cognome.
Dicono che è suonato solo perché sorride sempre, anche quando lo maltrattano. E lo maltrattano spesso…
Davide ha trentadue anni ma sta con quelli di quindici. Gironzola nel parco di via della Traversa, vicino la circonvallazione.
Non ha un lavoro, i suoi sono morti che era piccolo e abita col nonno novantenne in una casa popolare.
Nessuno si chiede quanto durerà.
Davide non parla, non lo ha mai fatto, però disegna da Dio: si firma “Aquila Bianca”, tutti i muri da via della Traversa alla stazione sono suoi! I ragazzi del quartiere lo sanno ma non lo dicono: Davide – fenomeno – è roba loro, lui è buono e fa tutto quello che vogliono.
Un giorno qualcuno gli dice di disegnare il Boss tutto nudo a cavallo di un maiale, lui esegue, l’opera non è niente male ma fa incazzare il Boss che lo fa picchiare dai suoi. Quando lo trovano è in un lago di sangue, ha perso sei denti ma sorride lo stesso.
Dopo qualche tempo i ragazzi lo vedono tornare, oltre ai denti e al naso, gli hanno rotto pure quattro costole e un ginocchio. Davide zoppica e sorride a tutti, però nessuno ha più il coraggio di parlargli: hanno paura di fare la stessa fine.
Perciò finisce che lo allontanano. Lui non capisce perché, ma il suo sorriso lentamente si spegne.
Ora se ne sta da solo e tutti i santi giorni dipinge qualsiasi cosa sui muri dei capannoni, quelli abbandonati vicino alla stazione. Lo fa dal mattino fino a quando, verso sera, gli spaccini del Boss non lo cacciano.
Davide ha ricominciato a sorridere, i suoi disegni parlano per lui, sono bellissimi e gli tengono compagnia.
Passano poche settimane e alcune persone importanti, capitando per caso in zona, notano i murales di “Aquila Bianca” e intuiscono che sono dei capolavori. La notizia si sparge e la gente corre a visitare il luogo.
Inutile dire che tutto questo non giova agli affari del Boss: i suoi spaccini devono trovarsi un altro posto per smerciare la roba.

Due mesi dopo un noto gallerista si aggira per via della Traversa, incontra un ragazzo del posto e gli chiede: “Scusa, conosci per caso la persona che ha disegnato i magnifici graffiti che si vedono su quei capannoni laggiù, quelli firmati Aquila Bianca?”
“Certo, sono quelli di Davide!”, fa il ragazzo.
“Sapresti dirmi dove posso incontrarlo?”, continua l’uomo.
“Certo, al cimitero… L’hanno trovato un mese fa nel canale qui vicino!”, il ragazzo fa una smorfia e se ne va. Mentre s’allontana guarda il cielo e sussurra: “Sei volato via finalmente… ora sì che sei libero Aquila!”

White Eagle (Tangerine Dream, 1982)

STORIE
Facce inquiete e inquietanti: caccia ai murales con i fuggiaschi

Facce allucinate e inquietanti ti guardano mentre passi lungo i vicoli stretti e appartati della parte antica di Ferrara. Un uomo mascherato se ne sta incollato alla cabina elettrica dietro al muro di via Capo delle Volte, nel tratto tra Porta Reno e via Boccaleone. Un altro è messo tutto di traverso sullo sportello di metallo di una cabina più piccola in un altro tratto della via acciottolata, quasi all’angolo con via Croce Bianca dove c’è il bar Korova, e lì vicino un altro volto assalito dal fuoco è disegnato sopra al simbolo di avvertimento di infiammabilità.

Un volto disegnato da Alessandro Brome in via Capo delle volte a Ferrara (foto Giorgia Mazzotti)

Sono ritratti fatti con penna e pennarelli dentro a fogli riquadrati e incollati, come immagini segnaletiche di gente ricercata. In alcuni casi gli occhi sono cerchiati con un tratto nervoso e ripetuto che rende l’espressione sconvolta.

Un volto disegnato da Alessandro Brome in via Capo delle volte a Ferrara (foto GM)
Disegno di Alessandro Brome in via Capo delle volte a Ferrara (foto GM)
Un volto disegnato da Alessandro Brome in via Capo delle volte a Ferrara (foto GM)

Girando a piedi per il centro della città mi è successo di incrociare questi sguardi. Dopo il primo e il secondo, lo stile che tratteggia volti da fuggiaschi espressionisti mi diventa familiare e finisco per guardarmi intorno alla ricerca di elementi ricorrenti, magari di altre facce simili in mezzo a quelli che fino a poco fa mi parevano solo scarabocchi indistinti, mescolati ad adesivi e scritte varie. Adesso che ci ho fatto caso, mi colpisce la velocità di un segno che con pochi tratti materializza una presenza così forte, poche righe buttate lì che danno forma a una personalità che vibra, nervosa e primitiva. La curiosità cresce e mi viene la voglia di sapere di più, capire, dare un nome all’autore e un significato più sistematico ai disegni.

L’arte disseminata sulla strada è come un segnale che marca il territorio. Uno stile riconoscibile può trasformare le opere randagie in indizi, tracce che portano verso una direzione, che però non si sa bene quale sia. In certi casi – come questo – qualcosa ti colpisce in modo particolare. La curiosità diventa una sfida: quella di riuscire a intercettare altre immagini create dalla stessa mano, intuire il messaggio che ci sta dietro, sapere chi è che le ha fatte. Inizia un dialogo, una ricerca, una specie di corteggiamento.
“Per me è così la musica indie – dice mio figlio, che ha 16 anni – la scopri per i fatti tuoi, quasi per caso, attraverso amici o canali che ti trovi da solo, e la senti come una cosa tua, qualcosa che riguarda te e pochi altri”: quelli che ci sono arrivati per vie traverse, un gruppo ristretto che dà un senso di appartenenza, una cerchia esclusiva.

Alessandro Brome su un muro dipinto in un’immagine postata su facebook un paio di settimane fa

La street art è un po’ questo. Se ne sta in un’area a parte, fuori da gallerie e mostre, palestra di creatività senza regole, tante volte fastidiosa, imbrattante, dissacrante. Colpisce, spesso disturba anche, copre, sporca; in qualche caso, attrae e si crea una specie di legame speciale tra chi dipinge e chi guarda.
Quel segno veloce e figurativo dei fuggiaschi mi resta in testa e mi sembra possa avere qualcosa in comune con quello che vedo sull’annuncio di una delle iniziative in corso alla Porta degli Angeli per “Algorithmic”, il progetto di esposizioni, musica e performance ideato da Andrea Amaducci che fino al 31 maggio 2017 fa convivere creatività diverse. Vado alla mostra, nella torretta di guardia sulle mura in fondo a corso Ercole d’Este, sperando di ritrovare quel segno lì. Non è lui, però, l’autore del volto che compariva su una locandina (opera di un ragazzo che frequenta il liceo artistico Dosso Dossi di Ferrara, che non c’entra nulla coi fuggiaschi appesi nei vicoli di Ferrara). La visita si rivela comunque fruttuosa. Chiacchierando tra le mura che ospitano i giovani artisti, scopro l’identità dell’autore di quei disegni. “Dev’essere Alessandro Brome”, mi dicono.

Appena a casa, vado a guardare sul suo profilo Fb ed eccolo: una faccia espressionista e ancora più informale è usata come immagine del suo profilo sul social network. Digito lo stesso nome su Instagram e con mia grande soddisfazione mi escono altre facce e schizzi tracciati indiscutibilmente dalla stessa mano. Un volto mostruoso fa pensare a quello dei Giardini di Bomarzo, in particolare mi ricorda la fotografia fatta nel dopoguerra da un grande reporter della Magnum, Herbert List. Là il faccione di pietra inghiottiva un pastore che aveva invaso il meraviglioso parco dei mostri con le sue pecore. Qui il dipinto sembra stia per inghiottire il suo autore, immortalato nell’atto di realizzare l’opera sui muri del magazzino dell’ex Mof, in Rampari di San Paolo a Ferrara.

Alessandro Brome nel parcheggio del magazzino ex Mof, Ferrara
Uno dei mostri del giardino di Bomarzo fotografato da Herbert List nel 1952

L’indole espressionista e sofferta del segno fa pensare a Egon Schiele (1890-1918) e il paragone – a un secolo esatto di distanza – trova particolare conferma in uno schizzo che lui ha postato proprio su Instagram: un uomo e una donna stretti uno all’altra e realizzati con un segno grondante d’inchiostro. La didascalia dice “Unione” e ricorda un sacco la tensione de “L’abbraccio” realizzato cento anni prima (1917) dall’artista austriaco.

“Unione” di Alessandro Brome su Instagram
“L’abbraccio” di Egon Schiele, olio su tela, 1917, Osterreichische Galerie di Vienna

Il nome di Brome compare tra quello dei graffitisti censiti dalla “Ferrara street map”, il progetto di schedatura degli autori di graffiti e murales attivi in terra ferrarese, realizzato dal Servizio Giovani del Comune di Ferrara col sostegno della Regione Emilia-Romagna e messo in rete. Lì si vede che è opera sua quella specie di testa di Minotauro sulla staccionata del cantiere attorno alla palazzina in ristrutturazione che dal parcheggio ex Mof di via Darsena si affaccia su corso Isonzo.

Testa di minotauro di Alessandro Brome sui pannelli dell’impalcatura davanti all’edificio del parcheggio ex Mof (sito web Ferrarastreetart)

Visto che Alessandro Brome è sui social, provo a vedere se c’è qualche informazione in più. In realtà no. Allora provo a chiederglielo con un messaggio.

Domande e risposte su Instagram

Ciao. Belle le cose che fai. Da quanto tempo dipingi?
“Dipingo da quando ho sei anni, ma su muro dal 2008. Ho iniziato a farlo con un altro mio amico, che come me dipinge ancora mischiando due stili differenti”.

Quanti anni hai?
“Ventisei”.

Quindi disegni da vent’anni ininterrottamente…?
“Si può dire di sì, ma è poco tempo che lo faccio visibilmente al pubblico. Sono sempre rimasto un po’ al di fuori di tutto”.

Lo facevi solo per te, come cosa che ti veniva da esprimere.
“Sì, esatto. All’inizio sì. Una sorta di gavetta o forse anche una sensazione di non sentirsi pronto o maturo, ecco”.

Hai fatto l’Accademia o qualcosa del genere?
“Mai fatto scuole artistiche, ma è sempre stata una passione mia. Avevo uno zio pittore in Toscana che dipingeva ad olio questi volti. E probabilmente da lì è nato tutto lì”.

Faceva volti così, tuo zio pittore?
“Sì, non proprio così, in realtà. Ma sicuramente mi ha influenzato. E’ stato lui a regalarmi tempere e pennelli da piccolino”.

Quali sono gli artisti che ami di più?
“Non ho artisti preferiti in generale, nel senso che seguo tanti artisti e stili anche diversi appunto per cercare di migliorarmi sempre di più (ci si prova) ma apprezzo tanto l’astratto quanto come il figurativo. Amo il bianco e nero uso pochi tipi di altri colori. Sto provando ad andare su questa strada”.

Hai un modo di disegnare quasi da espressionista tedesco, mi ricorda i disegni di Schiele.
“Beh grazie, lo prendo come un grosso complimento”

Nella vita oltre all’arte che fai? Lavori? Studi?
“Lavoro, faccio l’artigiano in giro per la città ma ho uno studio con altri ragazzi tra cui anche Paolo (Psiko) dove tutti i giorni ci troviamo per dipingere insieme confrontarci”.

I volti sono la cosa che hai sempre disegnato di più o sono solo la cosa che ti interessa in questo momento?
“I volti sì, li ho sempre disegnati negli anni, poi ovviamente sono cambiati. Otto anni fa ho iniziato a dipingere per strada facendo scritte per poi praticamente abbandonarle”.

Non ti interessano più?
“Sì, al momento non mi interessano senza un vero motivo. Però sento che è il figurativo la mia strada. E’ quello che voglio continuare a fare e valorizzare”.

Dove lavori di più: su carta, tela, muri?
“La carta la uso solo per bozze veloci… In questo momento sto preparando 5-6 tele da esporre un po’ qua a Ferrara e forse anche qualcosa fuori, ma senza fretta. Alterno sia muro che tela in base ai tempi a disposizione, che non sono così tanti causa lavoro. Quindi dipingo tempo permettendo. Comunque uso sia le tele sia il muro, in poche parole”.

Dipingere per te è anche un modo per mandare messaggi critici rispetto alle cose che vedi in giro, che senti intorno?
“Innanzitutto è un modo per sfogarmi, perché se non lo faccio non sto bene, mi libera in senso buono, ma è tutto. Si può dire che c’è tanto di ciò vedo intorno a me, ma soprattutto ciò che ho dentro la mia testa e che quindi devo tirare fuori in qualche maniera. Non intrigo politica o proteste, onde evitare la libertà di pensiero al di fuori di questo contesto. E’ qualcosa di “sano” e bello per me,  sperando che la apprezzi sempre di più questo mondo, la gente”.

Ultima cosa che ti volevo chiedere è sulla musica. Cosa ti piace? ascolti musica quando dipingi?
“Sì, sì, la musica è importantissima per me. Ascolto di tutto, ultimamente jazz, hip hop sperimentale, ma di tutto. Amo la musica”.

E’ ora di far parlare i muri anche a Ferrara

Città della cultura, ricca di storia e di splendidi monumenti, enigmatica e misteriosa. Città natale di grandi artisti e letterati italiani. Mostre importanti, festival internazionali di vario genere ed eventi unici la caratterizzano e la raccontano.
Eppure a Ferrara c’è ancora tanto da dire, e tante pareti vuote, angoli, volti e piazzette in cui esprimere lo spirito della città: perché non raffigurare protagonisti del passato vicino e lontano, vicende emblematiche, osservazioni acute e spiritose, idee nuove, speranze? E farlo con un linguaggio accessibile a tutti, che colpisca l’occhio e accenda la mente, che stupisca e incuriosisca il passante? In una città come questa, rinomata ormai a livello internazionale, graffiti e murales potrebbero davvero essere la ciliegina sulla torta.

Immaginate volti giganteschi alla Vhils di Ariosto, Savonarola, De Pisis, Boldini, De Chirico, Antonioni, Bassani o dei personaggi di loro invenzione…

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O alla Daviù…

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Ingrid Bergman dipinta su scale di Roma dallo Street artist Diavù

 

Bambinetti alla Banksy che con un gesto simbolico talvolta fanno sorridere, talaltra sfondano il cuore…

O le immagini tragiche ed evocative alla Pignon.

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‘Il vangelo secondo Matteo’ dello Street artist Ernest Pignon

Il centro storico è un gioiellino, eppure ci sono tanti angoli in cui si potrebbero lanciare messaggi forti e ironici insieme, come per esempio un bambino che fa la pipì sperando che nessuno lo noti, sotto uno dei volti medievali di cui la città è ricca ma che emanano un tanfo insopportabile. Oppure cestini per il pattume virtuali con la scritta “Se ne trovi uno vero, usalo”, visto che sono così rari lungo le strade.

Sempre all’interno delle Mura ci sono anche edifici che vengono riqualificati, altri eternamente in fase di restauro, altri ancora le cui sorti sono ancora tutte da decidere. Grandi pareti spente, morte, che hanno perso la propria ragion d’essere. Vengono subito alla mente l’ex caserma e i relativi muri di cinta, il Teatro Verdi e le zone limitrofe, l’area dell’ex Ospedale Sant’Anna. Perché non approfittarne e invitare street artist a dipingere quelle decine e decine di metri tristi e vuoti, affinché tornino in vita e comunichino qualcosa di bello e di significativo della città o alla città?

Chissà… si può far parlare i muri?

Tutte le immagini sono prese da Internet, clicca le immagini per ingrandirle.

 

Majja la “Ballerina” ebrea dei murales di Eduardo Kobra

Eduardo Kobra a Mosca, Ballerina
Eduardo Kobra a Mosca, Ballerina

Un muro colorato, 16 metri x 18 di allegria e di energia, nel pieno centro di Mosca. Stiamo andando a vedere l‘ennesimo balletto, al famoso teatro Stanislavky, quando, vicino, scorgiamo questa esplosione variopinta. Siamo sulla trafficata ed elegante Ulitsa Bolshaya Dmitrovka, al numero 16, a pochi passi dalla stazione della metropolitana Pushkinskaya.

Macchine lussuose incrociano le vetrine di abiti lussuosi e gioielli sfavillanti. Un’esibizione del lusso mai vista, un brulicare di uomini d’affari che, con la loro valigetta di pelle italiana, escono dagli altissimi uffici di cristallo. Signore e signorine, vestite come ad una sfilata di moda, sfilano con tanto di tacco 15 sul marciapiede spolverato dalla neve (leggera, vero, ma come faranno…). Noi siamo avvolti da cappelli, guanti e sciarpe, con stivali alla cosacca che coprono collant pesantissimi. Non c’è spazio per troppa eleganza in questo freddo. Ci permettiamo solo il colore sgargiante del cappello e delle calze, null’altro. Naso all’insù, a cercare una finestra calda illuminata, vediamo lei, la “Ballerina”, gentile e accogliente, che danza leggera e volteggia in un caleidoscopio di colori, sulle note del Lago dei Cigni di Pëtr Il’ič Čajkovskij (scopriremo dopo, infatti, che l’artista si è ispirato a questo balletto).

Eduardo Kobra a Mosca mentre prepara la Ballerina
Kobra a Mosca mentre prepara la Ballerina

Nel 2013, l’eclettico artista brasiliano Eduardo Kobra (ospitato anche a Roma, nel 2014) ha lavorato qui per onorare una delle più grandi stelle del balletto russo, Majja Michajlovna Pliseckaja, che ha lasciato questo mondo il 20 maggio 2015 e che lo scorso 20 novembre avrebbe compiuto 90 anni. All’epoca, all’artista era stata lasciata carta bianca sui murti della capotale russa, nell’ambito del Festival “Migliore Città sulla Terra”. E così Eduardo aveva dipinto Majja, a pochi giorni dal suo compleanno, in un murale chiamato “Ballerina” che fosse un omaggio alla cultura di Mosca. Alfiere della neoavanguardia di Sao Paolo, Kobra è un vero genio dei murales. Combinazioni di tecniche diverse come la pittura con i pennelli, l’aerografo e gli spray, rendono le sue opere maestose e fuori da ogni schema. Strade, muri, facciate, tutto è utile al suo scopo, quello di abbellire l’ambiente urbano. E le sue opere, dai ritratti di Albert Einstein a quelli di Ayrton Senna, sono sempre magistrali e stupefacenti.

Majja Plisentskaya
Majja Plisentskaya

Ma chi era Majja? Nata a Mosca il 20 novembre 1925, era una ballerina sovietica, spesso citata come la più grande ballerina dei tempi moderni. Nata da un’illustre famiglia ebraica di artisti, studiò a Spitzbergen, la più grande delle Isole Svalbard in Norvegia, dove suo padre lavorava. Nel 1938, durante le purghe staliniane, egli fu giustiziato mentre la madre Ra Messerer, un’attrice del cinema muto, fu deportata in Kazakistan. Da quel momento, Majja fu adottata dalla zia materna, la ballerina Sulamith Messerer. Majja studiò poi sotto la guida della grande ballerina della scuola imperiale di balletto Elizaveta Gerdt. Danzò per la prima volta al Teatro Bol’šoj a soli undici anni ne La Bella Addormentata e, nel 1943, si diplomò alla scuola coreografica e si unì al Balletto dello stesso Bol’šoj, con il quale danzò fino al 1990. Iniziò e continuò sempre come ballerina solista. Affascinante sulla scena, ma non solo, per i suoi capelli rossi, le sue lunghe braccia, i suoi salti, la sua schiena flessibile, la sua tecnica, la sua leggerezza ed eleganza naturale, inizialmente l’artista non fu trattata egregiamente dalla direzione del Bol’šoj. Era una ragazza ebrea in un clima alquanto antisemitico e non le fu permesso di andare in tournée nel 1956. Solo nel 1959 il mondo poté assistere alle sue esibizioni e questo cambiò il mondo del balletto per sempre. Le parti più acclamate da lei interpretate furono ad esempio: Odette-Odile ne Il lago dei cigni (1947) e Aurora ne La Bella Addormentata (1961). Nel 1958, fu insignita del titolo di “Artista del popolo dell’Urss” (onorificenza conferita a rappresentanti delle arti, per la prima volta, nel settembre 1936) e lo stesso sposò il giovane compositore Rodion Konstantinovič Ščedrin, di sette anni più giovane, con il quale condivise l’ulteriore fama e che compose per lei le musiche di alcuni balletti. Un grande amore, quello con un uomo brillante, vivente, autore di ben 24 preludi e fughe per pianoforte.

Majja Plisentskaya con Mikhail Baryshnikov
Majja Plisentskaya con Mikhail Baryshnikov

Dopo l’uscita di scena, nel 1960, della divina Galina Ulanova, Majja fu proclamata la Prima Ballerina Assoluta del Teatro Bol’šoj. Fu anche brillante e attiva coreografa, per la versione televisiva di Anna Karenina e, dal 1983 al 1986, venne nominata direttore del Balletto dell’Opera di Roma, ritirandosi, poi, dal Bol’šoj come solista, a 65 anni. Ha scritto e pubblicato una biografia Io, Maja Pliseckaja (trovata in inglese ma non in italiano). Un vero mito vivente che ci ha lasciato. Di lei resta il ricordo e questo bell’affresco colorato sui muri di Mosca che invita ogni passante curioso a riflettere sulla bellezza e il suo potere.

Majja Plisentskaya libro
Majja Plisentskaya libro

Per saperne di più su Eduardo Kobra:

http://eduardokobra.com/

https://www.facebook.com/pages/Eduardo-Kobra/260920897253082

 

IMMAGINARIO
Arte con tutti.
La foto del giorno…

Si chiama Sofia Sita ed è una giovane street artist ferrarese. La sua aspirazione è fare arte sociale, realizzare opere che nascano dall’incontro con le persone. Ha partecipato a diversi progetti tra cui questo che vediamo nell’immagine: una serie di teli di plastica realizzati con alcune detenute del carcere di Bollate, affissi alle mura esterne del carcere stesso per tutta la durata dell’Expo [vedi il progetto].

Sta lavorando ad un nuovo progetto che prevede l’intervento di tre street artists (Sofia Sita, Bibbito e Giambattista Leoni) con l’aiuto di alcuni bambini della parrocchia di San Giuseppe Cottolengo di Bologna per la realizzazione di un’opera esterna lungo il muro del campo da calcio della parrocchia. Il muro sarà realizzato nelle giornate del 19 e 20 settembre in occasione della festa della parrocchia e ci saranno anche alcuni workshop di pittura per bambini organizzati da Bolognastreetart e LaPupa [vedi].

IL PERSONAGGIO
Sfortunato, ferito, vendicativo, ma anche ironico: Sfiggy, l’alter ego di un artista ferrarese

Da piccolo voleva fare l’ingegnere, e ci è riuscito. Prima l’Itis, poi ingegneria ed ora è responsabile delle normative elettroniche di un’importante organizzazione di industriali.
Però se lo cercate nella pausa caffè, non lo troverete a progettare circuiti, ma, sorpresa, chino sullo sketchbook che porta sempre con sé.

Perché c’è un’altra cosa che Alessio Bolognesi, classe ’78, fa molto bene fin da bambino: disegnare. All’inizio con la sua mamma che con passione lo ha accompagnato, poi da solo.

“Al lavoro scarabocchio sempre, i miei appunti sono fatti di tre righe e venti disegni. Su uno di quei fogli mi sono inventato un personaggio, io dico per caso, ma non esiste il caso: ho elaborato una cosa che avevo dentro, ed ho iniziato a disegnare un omino sfigato, spezzettato, con le cicatrici”.

E’ questa la genesi di Sfiggy, un esserino antropomorfo tutto bianco con una grande testa e due occhi neri tondi che nelle primissime tele di Bolognesi viene pugnalato alla gola, all’addome e alle braccia, ma non muore. Viene rattoppato, e da allora porta i segni di quelle evidenti cuciture che gli tengono assieme il corpo. “E’ il mio alter ego” ci racconta Alessio accogliendoci nella sua casa laboratorio, affollata di tele, libri, fumetti e giocattoli di Star Wars sparsi ovunque. “Sono un nerd, si nota?”, ammette candidamente.

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Sfiggy occhieggia un po’ ovunque dalle tele, ma non è sempre stato così.

“Nel 2008 avevo vinto un concorso d’arte a Parma e il premio era una personale in un castello. Allora dipingevo soprattutto nudi di donne stilizzati, però nell’ultima sala ho voluto inserire tre tele di Sfiggy. Sono piaciute un sacco, da allora ho iniziato a sviluppare il personaggio, che poi è fatto di quel che mi succede, dentro e fuori”.

Il mondo di Sfiggy è piuttosto dark, ma un dark che non si prende troppo sul serio. Se alle origini è più che altro lui stesso il protagonista di macabre mutilazioni su sfondi pop, poi arriva una tragicomica vendetta. In una serie che ha avuto grande successo, lo vediamo impegnato ad attentare alla vita di noti cartoons. Celebri sono i suoi vari tentativi di eliminare Hello Kitty, ma anche Pikachu, Chobin, i Looney Toons, persino la Pimpa. Non si salva nessuno. Poi c’è la serie con le sue incursioni nel mondo dell’arte contemporanea, dove è imprigionato in una tela di Mondrian o fa piangere una delle donne di Roy Lichtenstein. Dopo lo vediamo dentro a scene di famosi film, tra cui neanche a dirlo, Star Wars, ma anche i classici di Antonioni.

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Sfiggy c’è sempre, ma lo stile si evolve in continuazione. Dopo essere uscito dalla tela per diventare un pupazzo realizzato a mano dallo stesso Bolognesi, Sfiggy è rientrato nei quadri guadagnando la terza dimensione. Poi c’è la serie su carta antica, quella sui bilici immobiliari simbolo di precarietà, e quella in cui i protagonisti sono altri e Sfiggy è coprotagonista. Come dire, non si è sempre al centro della scena.

“No, non mi sono ancora stancato di disegnare Sfiggy, perché sarebbe come dire che mi sono stancato di me stesso, si trasforma con me”.

Sono passati alcuni anni, neanche tanti, dal primo Sfiggy, ed ora è un marchio registrato, campeggia in decine di quadri (Bolognesi ne realizza un centinaio all’anno), e ci osserva da numerosi murales in varie città d’Italia.

“Capisci che le cose stanno cambiando quando non sei più tu a cercare gli altri, ma gli altri che cercano te”.

Ora Bolognesi è presente in almeno sei gallerie nelle principali città, ed è impegnato in svariati progetti di cui tre solo per Expo. Uno è una collaborazione con i detenuti del carcere di Bollate, che confina con i padiglioni dell’esposizione e, il giorno dell’inaugurazione, esporrà fuori dalle finestre enormi tele con disegni realizzati assieme ad alcuni artisti. Abbiamo raccontato questo bel progetto sulle pagine del nostro Settimanale. [clicca]
Un altro progetto più locale lo vede collaborare con l’azienda ferrarese di imbottigliamento di whisky Hidden Spirits per la realizzazione di etichette d’autore, ne avevamo parlato qui. [clicca]

“Ora il mio problema è il tempo, passo il giorno in ufficio, la notte a disegnare e i week end a fare pubbliche relazioni, sto iniziando a pensare di cominciare a dedicare più tempo ad una di queste cose”.

Indovinate quale. Ma è possibile vivere oggi facendo quadri?

“Le mie tele vengono vendute fino a 1500 euro. E c’è una buona richiesta”.

Guardiamo fuori dalla finestra davanti alla scrivania piena di disegni, pennelli e colori. Là dove uno vede la prima periferia di Ferrara, con le auto che passano all’imbrunire, è bello pensare che qualcun altro veda mondi da ritrarre con passione. E che di questa passione poi ci possa vivere. Fa bene al cuore, anche a quello dilaniato di Sfiggy.

(foto di Stefania Andreotti e Alessio Bolognesi)

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Oltre le sbarre, l’arte incontra i detenuti

Sofia Sita, giovane artista ferrarese di cui abbiamo già scritto qualche mese fa [vedi], continua a partecipare a progetti estremamente interessanti e innovativi. Questa volta è stata selezionata insieme ad altri sei street artist italiani – uno di loro è un altro ferrarese, Alessio Bolognesi, che abbiamo intervistato per il nostro Quotidiano [vedi] – per realizzare un murales insieme ad alcuni detenuti del carcere di Bollate. Le opere saranno realizzate su una serie di teli di plastica che verranno affissi alle mura esterne del carcere stesso per tutta la durata dell’Expo, e potranno essere visti da tutti perché il complesso dista solo un centinaio di metri dalla casa circondariale.

Il progetto nasce dalla collaborazione tra il carcere di Bollate, l’Accademia di belle arti di Brera e Fabbrica Borroni, la realizzazione prevede l’intervento dei giovani street artist coadiuvati dai detenuti del carcere stesso e dai docenti dell’Accademia, con la supervisione di Annalisa Bergo, curatrice artistica della Collezione Borroni, in un’ottica di condivisione e collaborazione tra le parti. L’inaugurazione è prevista per il prossimo 8 maggio.

Abbiamo intervistato Sofia Sita, che attualmente vive e lavora tra Italia e Scozia, e Eugenio Borroni, industriale da generazioni e grande collezionista di giovane arte italiana, per farci raccontare com’è nata l’idea, come si è sviluppata e quale l’esito, sia in termini artistici che umani.

Sofia, come avete lavorato al progetto e com’è stato l’approccio con i detenuti?

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Sofia Sita

Per questo progetto abbiamo impiegato cinque giorni, il primo incontro è stato il 13 marzo, l’ultimo il 24. Il tema era libero, lo spunto poteva essere semplicemente seguire le suggestioni dell’Expo. Prima di incontrare le detenute (a me è stato affidato il reparto femminile), mi ero preparata alcuni schizzi che partivano dall’idea della donna che nutre il pianeta, visto che l’opera sarebbe stata tutta al femminile e immaginando le detenute temporaneamente prive del contatto con i propri figli e della possibilità di averne. Fin dal primo incontro però le sei donne hanno ribaltato ogni mia convinzione e tirato fuori con forza le proprie idee, decidendo per temi più positivi e vissuti e spiegandomi che, in realtà, vedono i figli e i familiari con regolarità e che questi fanno parte della loro vita.

Dai primi incontri alla realizzazione del telo, com’è andata e cosa ti ha dato quest’esperienza?

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Sofia e una delle detenute che hanno realizzato il telo

I primi incontri sono serviti a conoscerci e a capire cosa volevamo rappresentare nel telo, discutere gli schizzi e la tematica. Deciso lo schizzo definitivo, siamo passati al disegno sul telo e successivamente al colore. Gli incontri sono stati importantissimi per definire il tema, sono venuta a conoscenza di molte cose che non avrei mai saputo stando “al di là del muro”, come ad esempio il fatto che hanno una squadra di pallavolo, le Tigri di Bollate, o che fanno molte attività ricreative come l’uncinetto o il cucito, mi sembrava importante far conoscere tutto questo anche alle persone che stanno al di fuori.

sofia-sita-detenute-expoDa qui è nata l’idea di realizzare un puzzle in cui ogni pezzo rappresenta l’identità di ognuna delle detenute, ciò che le sta più a cuore in questo momento o una delle attività che svolge durante la permanenza in carcere. Sono tutte attività, queste, che le rendono unite e che fanno anche capire l’importanza del portare a termine un lavoro, di avere costanza e buona volontà. Mi è piaciuto molto come progetto e credo sia stato istruttivo da entrambe le parti, sia per me che per le detenute, anche se non è stato tutto così semplice: alcune sono state difficili da coinvolgere, altre si imponevano e non volevano scendere a compromessi, ma alla fine sono riuscita a fare sintesi e a proporre un’idea condivisa da tutte, e ce l’abbiamo fatta.

Nel telo che avete realizzato appaiono 9 riquadri, ce li spieghi?

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Gli ultimi ritocchi

Cominciando da in alto a sinistra, abbiamo la Maternità perché la cosa che una di loro desidera di più, una volta uscita dal carcere, è avere un figlio; la seconda è Donna con inserti all’uncinetto perché la detenuta segue regolarmente il laboratorio di uncinetto; la terza figura rappresenta la Pallavolo, anche questa attività rientra tra le proposte; il quarto quadro è la Parrucchiera, per via della professione che una delle detenute esercitava; il quinto è l’Estetica, la cura dell’aspetto, perché anche se recluse amano tenersi in ordine; l’ultimo è la Lettura, perché una di loro ama molto leggere.

 

 

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Le firme
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Le rondini

Ce n’è poi un settimo sulla Cucina (nella striscia in fondo, al centro) realizzato da una detenuta che ama cucinare e che si è inserita un po’ dopo, prendendo il posto della parrucchiera che è uscita dal progetto perché faticava ad integrarsi. Infine ci sono altri due tasselli, uno con le orme dei piedi e l’altro con le rondini che rappresentano rispettivamente la voglia di libertà e la voglia di uscire migliori e spiccare il volo. Orme e rondini sono realizzate a stencil.

Quale il senso ultimo dell’opera che ne è venuta fuori?

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Il telo finito sarà esposto sulle mura esterne del carcere per tutta la durata di Expo

Il puzzle è il simbolo dell’unione e dell’incastro di sette storie di donne che, anche se momentaneamente private della libertà, hanno la propria identità, coltivano degli interessi, delle passioni, e che hanno progetti di vita per il futuro. Le linguette del puzzle cambiano colore in base allo sfondo del riquadro, a sottolineare che l’incontro tra identità diverse produce unione e integrazione. E poi ci sono le firme di tutte coloro che hanno partecipato alla realizzazione del telo: le loro, la mia e quella di Annalisa Bergo, curatrice del progetto per Fabbrica Borroni, che ha partecipato attivamente alla realizzazione dell’opera.

A Eugenio Borroni, fondatore di Fabbrica Borroni (collezione che raccoglie oltre 500 opere della giovane arte italiana), abbiamo chiesto come è nata la collaborazione con il carcere di Bollate.

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Eugenio Borroni

La collaborazione con il Carcere di Bollate è nata dall’interesse personale per la nostra Collezione da parte di alcune persone della dirigenza. Da lì l’invito a visitare il carcere e, poco dopo, la visita di 15 detenuti in Fabbrica Borroni. Da allora le collaborazioni si sono intensificate, nel 2014 abbiamo anche ospitato una cinquantina di grafiche di un detenuto in semilibertà con buone valenze artistiche (la mostra ha ottenuto un buon successo, all’inaugurazione erano presenti 200 persone tra stampa e pubblico).

Il carcere di Bollate eccelle per realizzare opportunità di lavoro per i detenuti, e centrale è l’impegno per offrire loro attività di tipo rieducativo, sviluppato anche grazie all’apporto di associazioni del privato sociale e del volontariato…
Esatto, il Carcere di Bollate ha un carattere fortemente riformativo, tantissime le attività ricreativo/culturali proposte ai detenuti, dal maneggio al calcio, dal teatro alla musica, dal giornalismo (Carte Bollate è una testata registrata) alla radio; in particolare, per quanto riguarda la sezione culturale, volontari e volontarie sono seguiti dal prof. di Pittura Renato Galbusera dell’Accademia di Brera. E’ stata questa forte valenza artistica che ci ha attratto e coinvolto come partner insieme all’Accademia di Brera e ad altri soggetti del settore.

Torniamo al progetto dei murales per Expo, come nasce?
Il progetto dei murales per Expo è nato nell’ambito della serie di “Percorsi artisti e mostre” ideati dal Carcere per mostrare le capacità artistiche generate durante i progetti trattamentali [vedi] e noi siamo stati coinvolti dalla vice direttrice dr.ssa Buccoliero negli incontri preliminari di riflessione e ideazione dei percorsi, insieme al prof. Galbusera. L’idea principale è stata sfruttare un evento internazionale come Expo per mostrare alcune delle attività riabilitative che i detenuti praticano e coinvolgerli in una situazione complessa che sta sorgendo a pochi metri da loro. Il progetto ArteBollate, questo il suo nome, si inserisce infatti in una serie di eventi a 360° che da maggio a ottobre permetterà al pubblico di visitare il carcere, partecipando a mostre, mercatini, visite didattiche, sfilate e concerti. Concretamente, i detenuti hanno dipinto dei murales da esporre sulle mura esterne del carcere che è prospicente il complesso fieristico; ma siccome non si poteva dipingere direttamente sui muri della casa circondariale, abbiamo pensato di realizzare le opere su teli di plastica. La seconda idea è stata convocare alcuni giovani street artist (esperti di murales e arte pubblica) a titolo gratuito, per sviscerare i temi e realizzare le opere insieme ai detenuti. La fase operativa di ricerca dei giovani street artist e di accompagnamento durante il percorso, è stata poi seguita dalla nostra curatrice Annalisa Bergo; i materiali (acrilici, teli e pennelli) sono stati forniti dall’Accademia di Brera e da Fabbrica Borroni.
I giovani artisti hanno poi fatto il resto, sviluppando il progetto in modo eccellente sia dal punto di vista artistico che umano, c’è stato infatti un importante scambio tra gli artisti e i detenuti, che è poi il grande valore aggiunto del progetto.

Due parole su Sofia Sita, da parte di un collezionista appassionato e di un esperto ricercatore di giovani talenti?
Sofia collabora con noi da qualche anno e ci ha subito colpito per la determinazione e le intuizioni intelligenti e originali. E’ una bravissima ragazza, convinta e dignitosa, noi facciamo molto conto su questa giovane artista, lo dimostra il fatto che abbiamo già acquisito 5 sue opere facenti parte della serie “Gli ultimi saranno i primi” che ha avuto una menzione speciale al concorso di idee “Up_nea’14: lo stato dell’arte ai tempi della crisi” a ottobre scorso [vedi]. Sofia farà molta strada.

Fotografie di Annalisa Bergo.

Per saperne d più su Fabbrica Borroni [vedi].
Per saperne di più sul Carcere di Bollate [vedi].

Mosca-Kiev, messaggi di vita aggrappati ai muri

Il giovane street artist Timofeï Radya, originario di Ekaterinburg, ha realizzato, durante il mese di marzo, un progetto di scrittura sui muri tra Mosca e Kiev, battezzato “Orientir”. Si tratta di uno scambio di corrispondenze fittizie fra le due città, scritte su alcuni muri fatiscenti delle due capitali. Due immaginari scrittori, anime perse e dubbiose (ma certe di alcuni sani principi), si domandano come uscire dalla grave crisi in atto, che attanaglia e strangola di due Paesi… Perché con le parole impresse sulle pietre magari si riesce a trasmettere un messaggio a chi, passando di lì, non guarda e passa, ma si ferma per un attimo. A pensare. Parole profonde, che lasciano il segno. Un segno.

Di seguito il contenuto del messaggio sulla Trubnaya ulitsa, rivolto a Mosca (nella foto in evidenza)

Sulla fronte
Come pensiamo di salvarci, K [Kiev]? La guerra seduce, è sempre stata alla moda. E’ possibile che la guerra unisca le persone? Sì, ma giusto per un istante, prima di una morte imminente. E’ un onore o un disonore, una simile fine? La verità o un oblio? Assomiglia di più alla liberta o alla morte? Con il tempo, la sporca guerra dei morti diventerà una bella storia dei viventi. Penso che questa sia la più grande truffa.

Nel viso
Un Paese assomiglia al cristallo, a volte nasconde qualche cosa, altre volte, nulla.
La schiavitù dona la vita al vuoto. Fai attenzione alla tua preziosa Patria, per non essere svuotato. Il governo si comporta duramente e tu ti ritrovi fra il martello e l’incudine. Volteggia al suono dei colpi, danza, utilizza questo circolo vizioso, agisci con precauzione ma coraggiosamente e non avrai punti deboli. Meno liberta vi è all’esterno, più essa è forte all’interno. Questa liberta è inattaccabile, la sua fonte è ben nascosta, è impossibile prenderla. La si può solamente vendere più cara, ma non è per questo che abbiamo cominciato, vero? Non per diventare prostitute di lusso, vero?

Negli occhi
Siamo tutti seduti intorno a un tavolo. Uno dei piatti è avvelenato, è una trappola. Ognuno lo sa ma continua a mangiare senza attenzione. Il pane è avvelenato, contiene la più antica delle pesti. Questo tipo di banchetto ha sempre servito gli interessi dei ricchi. Abbandoniamo la tavola. Sii prudente, non lasciarti affascinare dalle parole contaminate e fragili. E quando la nebbia fredda invaderà le strade e avvolgerà le nostre teste, non dimenticare che l’antidoto è nascosto dentro di noi. Noi ci salveremo, K., se resteremo noi stessi.

Questo, invece, il messaggio a Kiev…

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Il murales con scritto il messaggio a Kiev

Come pensiamo di salvarci, M. (Mosca)? Gli accordi non sono più validi. Grandioso vivere più a lungo degli esseri umani. Non c’è nessuna guerra, odio e paura, abbiamo scelto giochi di altri tipi. Boati di cannoni anticarro, occhiali in frantumi, ma i loro colpi non sono nulla rispetto al tuo eterno battito del cuore.
L’immagine del passato trascende attraverso la parte destra. L’immagine del futuro trascende attraverso la parte sinistra. A ogni urto, il cuore spinge in avanti il tempo; non ci sono tempi futuri o passati, sono le immagini dissolte nel sangue. C’è solo il presente, bloccato nel torace. Non ci sono altre storie che noi. Non ti confonderò con nessuno.
Le strade sono le librerie che mantengono la vita all’interno delle case. Le città vivono abbastanza a lungo per servire la vita. Coloro che somministrano la morte, non vivono a lungo. Il sonno della ragione genera mostri. Ho visto interi paesi dire di andare a dormire, tutti in una volta.
Le strade sono le parole che hai mormorato, le piazze sono i segni del tuo silenzio. Mi hai lasciato le città. Sto cercando sopra la mia spalla. Mi hai lasciato migliaia di città, fondendo il tutto in uno. Non ho intenzione di lasciarti andare a dormire.
Ogni incrocio segna un bacio. Prendi il tuo vestito, decomprimi i ponti e gli argini. Lascia le luci della città scivolare lentamente verso il basso e rompersi in mille pezzi. Lasciaci confondere con il buio. La metropolitana è spenta, gli aeroporti sono chiusi, non c’è bisogno di guardare fuori dalla finestra. Siamo solo noi. Niente acqua, nessuna medicina e, grazie a dio, non fai domande all’entrata …. Tu, la catastrofe.
Ci salveremo, M., non andremo mai a dormire.

Fotografie dal sito t-radya.com

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Moda, pittura, poesia, canzoni: ecco l’eclettica Sonia Mariotti

Sonia Mariotti si definisce un’artista dalle mille sfaccettature, che si esprime in molteplici realtà artistiche: dalla qualifica di stilista di moda alla pittura, passando per la scrittura di testi, poesie e canzoni. La sua prima esperienza, in uno studio di registrazione, risale al 1994 con l’incisione del brano “Take my heart”, di cui ha firmato il testo. Il suo più recente cd s’intitola “Murales”, un lavoro che lei definisce un puzzle della sua vita. L’album contiene nove canzoni, con due ospiti d’eccezione quali Zeno Sala (U2 Zen Garden, Tribute Band) nel brano “Regalami chi sei” e Danilo Amerio in “Giocami”.

In questi giorni ha inciso “Pure pain”, il nuovo singolo con relativo video [vedi], si tratta della cover in inglese del suo brano “Libera”, realizzata con uno sguardo verso il mercato estero.

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“Pure pain”, il nuovo singolo di Sonia Mariotti

Iniziamo parlando di “Pure pain”, il tuo nuovo singolo…
“Pure pain” è la rivisitazione di “Libera”, uno dei singoli più belli del mio percorso discografico, che mi ha dato grandi emozioni. Per quanto riguarda il testo, abbiamo scelto di parlare delle guerre e delle atrocità, che sempre più spesso i media ci raccontano quotidianamente.
Nonostante tutte le notizie, mi sembra che non abbiamo la percezione globale di tutto quello che accade attorno a noi ma, da semplici e impotenti spettatori, non possiamo fare altro che assistere alle mostruosità che l’essere umano infligge attraverso il potere. Io l’ho sintetizzata così: “Ci vuole il passo felpato per camminare sulla testa degli angeli”. Il brano si avvale di nomi importanti del panorama musicale italiano, l’arrangiamento, in puro stile “morriconiano”, è di Tato Grieco, il basso di Paolo Costa, le chitarre di Stefano Tedeschi e Gigi Cifarelli, il coordinamento delle batterie di Gabriele Paganoni. Naturalmente non mancano i miei autori del cuore: Sergio Vinci e Dino Vollaro e il produttore Alberto Boi. Ho interpretato il brano come meglio potevo, cercando di dare il mio contributo, basandomi sull’emotività che provocano in me questi tragici avvenimenti.

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Frame del video

Il nuovo video ha raccolto molti consensi sulla tua pagina Facebook…
Il video è stato per me la parte più bella di tutto il lavoro, ci abbiamo messo un’intera estate ma credo sia riuscito molto bene, grazie al “piccolo grande genio” Marco Del Torchio, che è anche un mio carissimo amico. Abbiamo cercato di ricreare dei paesaggi mistici e degradati, distrutti ma pieni di storia, cercando i territori selvaggi più adatti, con l’aiuto del local manager Ivano Badii.Trattando un tema come la guerra, abbiamo preferito utilizzare il bianco e nero, in modo da non avere precisi riferimenti temporali. Sono molto soddisfatta di questo progetto, così come lo è il mio team di lavoro; per quanto riguarda Facebook, spero che i consensi aumentino sempre di più.

Pure pain è pensato per il mercato estero?
Con “Pure pain” ho raggiunto un bellissimo traguardo, una grande soddisfazione dopo vent’anni di lavoro e di gavetta nel mondo della musica, infatti, sotto il severo esame di Vevo, che è il canale Internet di proprietà di Sony music entertainment, Universal music group e Abu Dhabi media company, sono stata scelta come unica rappresentante italiana indipendente. Questo risultato è stato raggiunto grazie al mio curriculum e alla mia storia musicale: tre album, il nuovo singolo e due brani inseriti in compilation. “Pure pain” strizza l’occhio anche al mercato estero, inoltre, ne abbiamo realizzato una versione “Electropop”, ideata e remixata dai bravissimi Special Q.

Singolo e video, in questa Italia ferma al palo, rappresentano la tua volontà di non arrenderti?
No! Non ci si deve arrendere. Io non mi arrendo, ferma non ci so stare. Con questo progetto ci dirigiamo verso il mercato estero, ci si prova almeno. Qui le cose sono complicate, non c’è molto spazio. Anche se credo sempre che la qualità si possa apprezzare dappertutto.

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Sonia Mariotti durante l’incisione del nuovo singolo

Nel tuo album “Murales” hai cantato con Danilo Amerio, com’è nata la vostra collaborazione?
Da ragazzina avevo acquistato un vinile di Danilo, “Buttami Via”, mi piaceva molto. Poi mi sono ritrovata con un suo brano inedito, durante il mio percorso musicale in Accademia, con il maestro Dario Lagostina. Lo cantavo sempre, era la mia valvola di sfogo quando volevo urlare qualcosa a qualcuno, il brano era “Giocami”. Quando intrapresi il percorso discografico, ne parlai con il mio editore, quel brano era mio da sempre. Lui, collaborando con Danilo, è riuscito a farmelo ottenere. Così ci mettemmo in contatto e nacque il duetto. Danilo Amerio è un grande maestro, professionista, autore e interprete. Umanamente è splendido.

I testi delle tue canzoni hanno “un’anima”, quanto sono importanti le parole per te?
I testi sono fondamentali in una canzone. Io arrivo dalla vecchia scuola, quella cantautorale. Devo dire delle cose vere, che mi rappresentano. Mi devo raccontare sempre. Posso trasgredire sulla melodia, magari meno impegnata, ma devo compensare con un testo importante.

IMMAGINARIO
Doc compie 29 anni.
La foto di oggi

25 ottobre 1985: è il giorno da cui comincia la storia di “Ritorno al futuro” (Back to the future). Il film – uscito proprio 29 anni fa – ha per protagonisti Michael J.Fox nei panni dello studente Marty e Christopher Lloyd in quelli dello stravagante inventore Emmett “Doc” Brown”. Proprio a Doc, a Ferrara, è dedicato un muro dipinto dal gruppo di street artist di Articiok, animatori di Area giovani del Comune. Il murales con Doc è opera di Mambo con tag di Psiko. Si trova tra l’ingresso del sottomura di via Rampari di San Paolo e il parcheggio ex Mof (l’ex mercato ortofrutticolo).

OGGI – IMMAGINARIO STREET ART

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Il murales con Doc di “Ritorno al futuro” a Ferrara all’ingresso del sottomura dei Rampari di San Paolo (dipinto dagli street artist Mambo e Psiko)

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

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LA STORIA
Murales di Blu fra Bologna e Comacchio

Il bello dell’arte di strada, dei murales, è che ti colpiscono così: all’improvviso. Giri l’angolo e – inaspettati – ci sono loro. Scritte, colori, segni, là dove pensavi solo cemento e asfalto. Te li trovi sotto un cavalcavia mentre, tutto preso dal traffico, fatichi a girarti e a soffermarti; oppure si rivelano appiccicati lì, su un muretto di un condominio che stavi solo aggirando; sei in un quartiere popolare o periferico qualsiasi e su una parete – tacchete – ecco che ti folgorano, mentre andavi avanti a testa bassa. Allora ti fermi, osservi, rifletti. Questo, in effetti, fa la street art. Ti sorprende e – di sorpresa – ti fa pensare. Questo fa Blu, l’artista ormai famoso in tutto il mondo, che mantiene segreta la vera identità, ma che ormai fa parlare di sè festival internazionali e siti specializzati o meno, inclusa la libera enciclopedia online Wikipedia.

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Opera di Blu e Ericailcane a Bologna su un edificio di via Zanardi

Chi va in treno da Ferrara a Bologna, Blu deve averlo visto tante volte: è l’autore di quei murales con elefante e altre figure un po’ stravolte e furtive su un edificio fatiscente in via Zanardi, che ora – ahimè –  rischia di essere demolito. Era suo anche un grande graffito sul ponte di via Stalingrado, con la volta d’ingresso per le macchine trasformata in una gigantesca bocca che inghiottiva il traffico. Adesso quel pezzetto di città è stato rifatto, plasmato in un avveniristico complesso edilizio. Ma dentro, sotto al cavalcavia che ora sostiene edifici e uffici dell’Unipol, c’è ancora un colossale uomo sdraiato che si intravede nell’eterna oscurità del tunnel.

Altre opere di Blu sonoa Berlino, Lisbona, Londra, persino in Perù. Denunciano l’avidità del denaro che avvolge le bare lasciate dalle guerre, raccontano la mostruosità del consumismo che ci trasforma in contenitori di cibo e oggetti, ribaltano il ruolo di uomo consumatore di animali in feticcio consumato, ipotizzano la rivalsa delle biciclette sulle automobili.

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Murales di Blu in via Spina a Comacchio (foto di SERGIO FORTINI e SILVIA MAZZANTI)

Dove magari, invece, non ce lo si aspetta proprio è fuori da Ferrara. Vai verso il mare e svolti a Comacchio, piccola e fotografatissima capitale del Delta del Po. Certo, bisogna uscire dai soliti itinerari turistici. Lo hanno fatto due ferraresi, che quei luoghi se li sono andati a cercare e li hanno immortalati per il concorso indetto da Acer, l’azienda per le case popolari. Loro, Sergio Fortini e Silvia Mazzanti, Blu l’hanno scovato così. In via Spina. Grazie a queste foto, poi esposte in palazzo Municipale durante il festival Internazionale a Ferrara, ora possiamo ricordare che, a Comacchio, Blu ha realizzato alcune delle sue prime opere importanti. Gli anni erano quelli del 2005, 2006 e 2007. E a Comacchio, in settembre, veniva organizzato lo Spinafestival. Un festival dedicato proprio all’arte di strada, ai graffiti, ma anche a video, fotografie, installazioni.

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Murales di Lucy McLauchlan in via Spina a Comacchio (foto di SERGIO FORTINI e SILVIA MAZZANTI)

Ecco Blu è lì, splendido e incontaminato nel corpo umano sezionato a mostrare corpi e altri corpi come una matrioska anatomica, nella mano che si impadronisce di un pezzo di muro insieme alle piume trasformate in volti sul petto dell’uccello di un’altra artista come Lucy Mclauchlan. Bello. E bella anche l’idea di Acer di fare un concorso fotografico su luoghi così poco fotografati, di solito fuori dagli schemi artistici, lontani dai circuiti patinati, pittoreschi, turistici. E, lì, eccola, l’arte di strada. Vive qui; e qui è, per sorprenderci.

Psiko-SkaFest

Ferrara museo a cielo aperto con i muri di Psiko, Don Bro, Mambo e gli altri writer

Dietro i murales batte un cuore, anzi, tanti cuori votati all’arte. Disegni, scritte e colori che aprono squarci di fantasia su molti muri di Ferrara sono realizzati da un gruppo di ragazzi della città che anno dopo anno sono stati affiancati da writer e artisti affermati, provenienti da tutt’Italia.
A raccontarlo è Psiko, nome d’arte di Paolo Garola, che a Ferrara da diversi anni collabora con il Comune, Area giovani, per portare avanti un’idea: quella che dipingere in strada non è un crimine, ma può anzi diventare un’occasione di esprimersi cercando nello stesso tempo di dare un tocco di bellezza in più alla città. Gli angoli più anonimi e le pareti grigie, secondo lui, possono diventare quasi un’istigazione allo sfregio. E allora murales, graffito, lettering o disegno che sia e che ci va sopra – quando è bello – diventa una forma di piacere per gli occhi e, nello stesso tempo, qualcosa che spinge a non imbrattare.
Psiko è nato e cresciuto a Torino, ma dopo i vent’anni arriva a Ferrara, dove ha i nonni materni. “Fin da bambino – racconta – mi piaceva disegnare. Per me è un bisogno, più ancora che una passione”. Così la sua esperienza di writer nel capoluogo piemontese se la porta tutta qui, conosce i referenti di Area giovani che gestiscono attività e spazi del Comune e insieme a loro parte il progetto “Graffi a Fe”. E’ il 2007 e l’iniziativa coinvolge i ragazzi che hanno questa voglia di disegnare e scrivere sui muri, mette a loro disposizione vernici, ma soprattutto pareti pubbliche fuori dal centro storico, dove fare arte senza sfregiare monumenti o palazzi privati.
Adesso Psiko ha 32 anni e fare arte è diventato un po’ un mestiere. Insieme ad altri ragazzi del gruppo di Area giovani ha fondato l’associazione culturale Articiok, parola in dialetto ferrarese (= carciofo) e che richiama il concetto di arte con un suono scoppiettante. Psiko è il presidente di Articiok, il vicepresidente è Elvis ‘Mambo’ Pregnolato, classe 1973, e segretario è Don Bro, coetaneo di Psiko. “L’associazione – spiega il presidente – in realtà non ha scopo di lucro e ci serve per partecipare a iniziative collettive, concorrere a progetti o bandi in modo da coprire almeno le spese vive, mentre portiamo in giro l’attività che amiamo”.
Ognuno di loro, poi, la vita se la guadagna cercando di farci stare dentro il proprio talento artistico. Mambo, ad esempio, dipinge scenografie per un’azienda di Modena che allestisce parchi di divertimento; Don Bro fa tatuaggi con una tecnica molto particolare e curata; Psiko dipinge opere su commissione, fa scenografie e quando ha un po’ di tempo mette a frutto l’altra sua passione, che è quella della cucina.
Oltre a questo gruppetto storico, Articiok mette insieme altri nomi di writer ferraresi: il più giovane è Mendez, studente 19 enne del Dosso Dossi; poi ci sono Esc, 23enne di Portomaggiore appena uscito dall’Accademia di belle arti di Bologna; Andrea Amaducci, che è vicepresidente dell’associazione culturale non profit Grisù di Ferrara.
Graffiti, disegni sui muri e firme personalizzate (lettering) per Psiko sono il collante di generazioni, stili e persone diverse che diventano parte di un progetto ambizioso: fare della città un museo a cielo aperto. Ecco allora che si può girare per Ferrara, rimanendo ai margini della zona monumentale e storica, per scoprire una piccola antologia di arte contemporanea. C’è Cristiano ‘SirTwo’ Luparia, classe 1972 di Milano, specializzato in lettere tridimensionali che ha lasciato una sua opera su un edificio del parco dell’Itis Carpeggiani; i Tdk che a Milano fanno writing dagli anni ’80 e che hanno contribuito al murales con i pugili del Palapalestre di Ferrara insieme a Mambo; il ferrarese Don Bro che sul Palapalestre firma la gigantografia dell’arbitro e all’Itis Carpeggiani il volto di Cavour; Psiko pittore dei bambini affacciati sule pareti della scuola elementare Don Milani; Made Ead, classe 1972 di Padova, autore del ritratto di Garibaldi sull’edificio visibile sul retro dell’Itis Carpeggiani; sempre all’Itis ci sono Psiko per il lettering sotto a Mazzini, Erik per quello sotto a Cavour e Mendez sotto a Garibaldi; Esc che sul Palapalestre ha fatto i podisti e Macs il giocatore di basket; Andrea Amaducci che firma la striscia con l’incontro tra una ragazza e un ragazzo sul retro del Palapalestre; Mambo il personaggio di Doc tra il sottomura e il parcheggio ex Mof in Rampari di San Paolo; sempre vicino all’ex Mof i bambini dark sul retro sono dell’Incubatore, Calinda l’artefice del personaggio con il volto che si disfa e un diamante tra le mani, mentre è di Esc il totem con il rubinetto aperto.
Il museo a cielo aperto non si ferma qui. Spray e creatività sono pronti a ripartire in primavera per dare colore e forme ai muri della palestra del liceo Ariosto, via Arianuova 19, mentre a marzo ci sarà una collettiva al teatro Concordia di Portomaggiore con arte, musica, proiezioni. Perché quello che conta è l’unione delle diverse forme di creatività, tanti talenti da tirare fuori e mettere in piazza.

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