Tag: monumenti

Come rendere un’abbazia la prima d’Italia (e farla rimanere tale per otto secoli)

Chiostri, torri, biblioteche, giardini, orti… A essere svanito nel nulla non è solo l’antico prestigio del “Monasterium in Italia princeps” – come amava definirla Guido il musico – , ma anche la maggior parte dell’intero complesso che un tempo mostrava un’Abbazia di Pomposa molto diversa da quella a cui abbiamo fatto l’abitudine.

Persino ciò che è rimasto appare in una configurazione differente rispetto a quella originale, a partire dalla chiesa. Quella attuale, dedicata a Maria, era già nel IX secolo di forma tipicamente basilicale: pianta rettangolare e tre navate con abside. Lo stile ravennate-bizantino, evidente nella struttura, era dato anche dall’utilizzo di materiale architettonico proveniente da Ravenna, caduta un secolo prima sotto i Longobardi. La facciata, tuttavia, non è più visibile totalmente, poiché fu inglobata da un atrio costruito in seguito, poi a sua volta demolito per mettere in piedi l’ampliamento che vediamo oggi. Spettò infatti all’abate Guido, un ravennate, la trasformazione dell’abbazia per renderla sempre più imponente e sontuosa, a cominciare proprio dall’aggiunta del nuovo atrio, opera del geniale architetto Mazulo. Egli, ornando l’esterno del nuovo corpo con bacini ceramici, stucchi, marmi, pietre e laterizi intagliati e incisi, consegnò all’abbazia quasi una nuova facciata dal lontano gusto orientale. Accanto all’edificio sacro, non è andato perduto il grandioso campanile, la cui costruzione fu avviata grazie a delle donazioni nel 1063, dopo l’atrio quindi, come ci mostra una lapide dedicatoria posta alla sua base. Simile ai suoi colleghi romanico-lombardi, risulta molto vicino alla chiesa e sembra riproporre il complesso sistema decorativo in laterizio dell’atrio, ma con importanti innovazioni figlie dei nuovi tempi. Prima di entrare, tuttavia, per stupirci delle maestose decorazioni ad affresco e dei pavimenti a tarsia e mosaico, è bene fermarsi ancora un attimo ad ammirare l’atrio addossato alla facciata, perché per la sua fattura è riconosciuto come uno degli artefatti più interessanti dell’arte medievale padana: anche se all’epoca non era il solo nell’area ravennate, è oggi rimasto come l’unico esempio di un insieme di forme a notevole prevalenza orientale. Eppure, anch’esso allora doveva mostrarsi ben diverso. Si è scoperto che la sua superficie era probabilmente intonacata, non si sa come, e allo stesso modo vari altri suoi elementi scultorei.

L’abbazia, che senza remore si fa notare dalla campagna circostante grazie al solenne campanile, è però scrigno e custode di un patrimonio artistico che ha fatto la storia del nostro territorio, e non solo. E se già il contenitore riveste questa importanza, figuriamoci il contenuto! Basta introdursi nell’edificio per notare che quasi non esistono vuoti: l’interno è completamente affrescato, ma non tutto risale allo stesso momento, e qualcosa sarebbe stato anche ricoperto da interventi successivi. Gli affreschi furono l’ultima testimonianza della grande arte pomposiana, e i loro committenti si succedettero nel corso di secoli. Dai tradizionali intenti moraleggianti e didascalici, le raffigurazioni mostrano, a chi è in grado di interpretarle, scene tratte dall’Antico, dal Nuovo Testamento e dalla Storia della Chiesa. Le botteghe che vi lavorarono furono diverse, e il tutto sembra innegabilmente confluire verso l’abside, fulcro del ciclo pittorico, che presenta il Cristo benedicente nella mandorla mistica. Ma un tempo c’era dell’altro. Ogni monastero medievale era sede di studio e cultura, a maggior ragione Pomposa: tra le altre cose, la sua biblioteca di centinaia di volumi è oramai perduta, né si sa dove si trovasse.

La poesia di Pomposa è però solo all’inizio. E’ dal vivo che l’impossibile dialogo tra esseri umani e opere d’arte di un tempo passato diventa realtà. E forse solo i versi di Giuseppe Ravegnani, poeta dimenticato, potrebbero descrivere, a chi non lo conosce, uno dei monumenti italiani più visitati: “In mezzo alla campagna sola stai, / o casa del Signore! / Arde sui tetti il sole; / e le campane / cantan lassù come gran guglie d’oro, / le cui voci, pregando, / un po’ di cielo / donano al cuore di chi va sognando… […]” (La Chiesa dell’Amore, I, 1923).

Vite semplici, luoghi straordinari

Tra ambienti perduti e spazi riqualificati, camminare oggi nel complesso dell’Abbazia di Pomposa ci riporta indietro nel tempo fino al Medioevo. Sembra quasi di poter vedere la vita quotidiana dei frati che qui vivevano, qui pregavano, qui cantavano.

Il chiostro rappresentava per loro tutti il centro dell’intera giornata, come nei classici monasteri benedettini. Grazie a delle carte d’archivio, le studiose e gli studiosi sono in grado di ricostruire l’antica conformazione dell’abbazia, mettendola a confronto con ciò che è rimasto. Ai nostri giorni è sopravvissuto il tracciato del chiostro maggiore, attorno al quale si estendono la chiesa di Santa Maria, la sala del Capitolo, la sala delle Stilate e il Refettorio. Sono invece scomparsi altri elementi, come la Torre Rossa o dell’abate e una piccola chiesa dedicata all’arcangelo Michele. Fu l’abate più cruciale per Pomposa, San Guido, ad aver voluto e immaginato il chiostro ora perduto, in occasione dei grandi lavori che portò avanti nell’XI secolo. Questo in seguito subì modifiche che lo dotarono di nuovi materiali architettonici e grazie a tracce scolpite nella pietra è ancora possibile stimare quanto grande dovesse essere. Lungo il lato meridionale corre dunque l’antico Refettorio dei frati, al cui interno esisteva anche un refettorio piccolo, che divenne poi abitazione del parroco. A inizio Trecento la struttura fu sopraelevata, ma con il trascorrere dei secoli l’incuria determinò, tra l’altro, il crollo della sua copertura, provocando la sua trasformazione in un cortile di servizio dell’abitazione parrocchiale. Fortunatamente una parete, quella orientale, venne salvata da una tettoia, ed è per questo che a noi è giunto lo spettacolo degli affreschi sopravvissuti, aventi come tema la situazione della mensa: l’Ultima Cena, narrata dai Vangeli, avviene attorno a una tavola rotonda ed è catturata proprio nell’istante in cui il traditore Giuda ha già iniziato a mangiare, ma vede come propria controparte un’altra cena, questa volta molto più vicina ai frati, perché accaduta realmente a Pomposa. Si tratta del miracolo della mutazione dell’acqua in vino da parte di San Guido, verificatosi al cospetto dell’arcivescovo di Ravenna Gebeardo, tra la meraviglia delle persone al suo seguito e la tranquillità dei monaci, ormai abituati alle sante gesta dell’abate. Accanto al Refettorio, ecco la sala delle Stilate, cioè i pilastri addetti a sorreggere qualcosa. E’ di forma rettangolare e risale ai cambiamenti architettonici del XIII e XIV secolo, tuttavia non è mai stata chiarita la sua effettiva funzionalità. Forse un magazzino, visto il suo aspetto rustico? Ma se un magazzino avrebbe avuto poco senso collocato nel chiostro maggiore di un monastero, sembra probabile che la funzione della sala variò con il tempo. Proseguendo lungo il lato orientale, si incappa nella suggestiva sala del Capitolo, la cui bellezza è segnalata già dalla porta di ingresso. Anch’essa nacque dalle innovazioni trecentesche ed era il luogo deputato alle riunioni dei monaci, intenti qui a meditare su un capitolo alla volta della Regola di San Benedetto. L’aula custodisce preziosi affreschi attribuiti alla scuola giottesca padovana, affreschi che mostrano una qualità talmente elevata che per molto tempo si pensò fossero mano dello stesso Giotto. Il cosiddetto Maestro del Capitolo fece sua la nuova concezione dell’arte impressa nella Cappella degli Scrovegni, facendola fiorire anche a Pomposa. E dopo aver lavorato, mangiato, letto e meditato, un buon riposo era d’obbligo per i monaci: il vasto e umile dormitorio, suddiviso in piccole celle e originariamente dipinto, era situato sopra il Capitolo, e lì oggi si trova il prestigioso Museo Pomposiano. A Occidente, fa infine mostra di sé il Palazzo della Ragione, dove l’abate esercitava la giustizia civile sui territori soggetti all’abbazia. Era in origine dentro le mura di cinta e collegato alle altre strutture da un loggiato e un cortile. Del suo iniziale aspetto quasi nulla rimane.

Il 1152 fu però un anno diverso dagli altri. Una crisi idrogeologica causò infatti la scomparsa dell’Insula pomposiana e diede così avvio a una progressiva decadenza, interrotta soltanto dalla sete di conoscenza e dal bisogno di valorizzare propri di questo tempo.

labirinto-museo-archeologico

Si scrive Giardino degli Dèi, si legge Miniera di Racconti: alla (ri)scoperta di Ferrara

Demetra, Ade, Zefiro… Tra tutti i personaggi della mitologia greca, evocati dalle e dagli studenti del Liceo Scientifico Antonio Roiti, è stato forse Zeus, il padrone del tempo, il più velatamente presente, con la sua leggera e rinfrescante pioggia mattutina. Anche quest’anno, le Giornate Europee del Patrimonio la nostra città non se le è lasciate sfuggire. Si tratta di un appuntamento ormai fisso nel panorama del continente, che consente a milioni di persone di ammirare per la prima volta monumenti spesso non accessibili. Il tema scelto per l’edizione 2019 è ‘Un due tre… Arte! Cultura e intrattenimento’, con un obiettivo ambizioso: riflettere sul benessere che deriva dall’esperienza culturale e sui benefici che la fruizione del patrimonio può determinare. In particolare, il Museo Archeologico Nazionale di Ferrara ha arricchito la propria offerta partecipando alla rassegna regionale ‘Vivi il Verde’, che da anni mira a far vivere alle e ai cittadini emiliano-romagnoli la natura in ogni sua declinazione. Il sottotitolo, ‘Intelligenza della natura e progetto umano’, è tutto un programma: partire dall’idea classica di giardino, artificio umano, per arrivare a immaginare nuove modalità di alleanza tra la nostra specie e il resto dell’ambiente.

Come non approfittare dell’occasione per vivere in una veste nuova il giardino neorinascimentale di Palazzo Costabili, detto di Ludovico il Moro? Grazie alla guida della classe 5N e delle docenti Francesca Bianchini ed Elena Cavalieri D’Oro, le piante coltivate e gli intricati percorsi del labirinto non avranno più, d’ora in poi, così tanti segreti. Nonostante l’inclemenza meteorologica, le visitatrici e i visitatori, domenica 22 settembre, hanno con interesse seguito i piacevoli racconti legati alla moderna botanica e alle antiche leggende. L’evento, deliziato da un collaterale buffet, era parte del progetto scolastico ‘Muse Inquietanti’, portato avanti anche tra le sale del museo in qualità di alternanza scuola-lavoro, che negli ultimi tempi ha fornito il giardino di nuovi apparati fissi, dai quali è possibile apprendere molte informazioni su ciò che un occhio inesperto potrebbe non riconoscere.

Ma se si parla di questa ricchezza novecentesca, certamente il Garden Club Ferrara non può esserne del tutto estraneo. L’associazione ha infatti partecipato alle varie fasi del progetto, in virtù del forte legame che da sempre la unisce a tale luogo. La presidente Gianna Borghesani non ha avuto remore nel ricordare come proprio le volontarie e i volontari associati, a fine secolo, furono i grandi protagonisti del recupero di ciò che allora era semplicemente un accumulo di erbacce, che aveva addirittura nascosto del tutto il celebre labirinto.

Le ragazze e i ragazzi non erano tuttavia soli nell’allietare il curioso pubblico, poiché il Club Amici dell’Arte aveva, già dal giorno prima, allestito una mostra temporanea di proprie opere pittoriche, grafiche e fotografiche, all’interno della magnifica Sala del Tesoro e lungo il porticato, dando così voce al proprio scopo di promozione dell’arte e della cultura.

Eppure, è proprio il caso di dirlo, non è tutto rose e viole, come ha voluto sottolineare un’arguta lettura del labirinto fornita da una liceale. Se un tempo l’essere umano era chiamato a scegliere la strada con le proprie forze, nell’era di Internet nessun dedalo è più affrontabile con il solo aiuto del proprio ingegno.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
Facebook | Instagram | Twitter | Youtube

Roma, una meraviglia data per scontata

di Federica Mammina

Recentemente ho avuto la fortuna di poter trascorrere tre settimane a Roma, anche se purtroppo non da turista. Devo dire comunque che sono state sufficienti per trasformare questo breve soggiorno in un’esperienza. Perché per quanto possa sembrare strano, spostandosi da una parte all’altra dell’Italia si ha proprio la sensazione di entrare in mondi diversi.
Ci si dimentica troppo facilmente, vivendo sempre nella stessa città, di quanto sia vario il nostro paese, ed è veramente stupefacente constatare come cambino le persone, le usanze, i modi di dire e perfino gli atteggiamenti.
Sembrerà una banalità, ma io continuo a non capire quelle persone che preferiscono viaggiare per mezzo mondo, snobbando tutte le meraviglie che abbiamo a disposizione. A volte addirittura non capiamo come mai i turisti restino incantati e abbiano come sogno nel cassetto quello di visitare almeno una volta nella vita l’Italia. Per noi è facile, abbiamo sempre e costantemente sotto gli occhi una varietà di bellezze artistiche e paesaggistiche tale da non stupirci più.
Ecco, una volta di più, questo soggiorno nella città che forse più di tutte rappresenta l’emblema di questa nostra fortuna, mi ha ricordato quanto sia bello essere fieri di essere italiani e come, abituarsi a tutto questo, sia il modo peggiore di dimostrare di meritare questo bene ricevuto in dono.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La gaia scuola

Ebbene anche quest’anno è arrivato il primo giorno di scuola. Tutti ad augurare un buon anno scolastico alle nuove generazioni.
Dopo un’estate rovente con i figli da sistemare perché le scuole sono chiuse, finalmente ce li siamo tolti d’intorno, riconsegnati nelle mani dei loro sorveglianti, rinchiusi per nove mesi nelle scatole che abbiamo predisposto giusto per loro: le aule, le classi, le scuole sparse nei tanti angoli della città a non interferire con la vita degli adulti che hanno ben altro da fare.
La scuola è sempre questa qui, uguale da secoli. Per i nostri “tesori” non abbiamo saputo inventarci di meglio che metterli a crescere in scatola.
Qualcuno ci ha provato a rompere le scatole a liberare l’infanzia e l’adolescenza, ma è sempre stato considerato strano, singolare, un descolarizzatore da isolare, se mai anche da celebrare, ma sempre con la sicurezza gattopardesca di cambiare per non cambiare nulla.
Già usare lo smartphone a scuola, una protesi della vita delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, fa discutere e ad alcuni pare pure scandaloso, figuriamoci liberarci delle scatole dove con cura li abbiamo ordinati come in un archivio per età anagrafiche.
Eppure il sapere che dovremmo trasmettergli dalla cattedra ai banchi non sta mica nelle scuole, sta decisamente fuori dagli edifici scolastici, sparso per i tanti luoghi della città dai musei alle biblioteche, dagli archivi ai teatri, nelle architetture e nei monumenti, nella vita e nelle esperienze delle persone che potrebbero condividere le tante cose che sanno.
Ma anche quel sapere l’abbiamo catturato, pressato e confezionato nelle nozioni, nei libri di testo, nelle LIM e nei tablet. Tutto per istruirli ed educarli con dosi di sapere artefatto, precotto e predigerito. Impresa difficile dentro quelle scatole portare bambini e adolescenti a scoprire l’avventura del sapere, il piacere del sapere fino ad amarlo e desiderarlo quasi come un oggetto erotico per dirla con Massimo Recalcati.
Viviamo nella società della conoscenza e, strano a dirsi, ai nostri ragazzi la conoscenza gliela forniamo fuori della società, il più lontano possibile dai suoi rumori e interferenze.
Educare, formare, istruire tra gli adulti, anziché separati e lontani da loro, pare qualcosa che sa di addestramento proprio delle società primitive non di una scuola invenzione degli stati moderni.
E allora classi chiuse, perimetri delineati in modo ferreo, zaini, compiti, un’altra vita dalla vita che sta fuori nella società della conoscenza, nella società dell’istruzione continua dalla nascita alla tomba, tutto un altro mondo dal mondo di tutti i giorni.
La gaia scuola un ossimoro sacrilego.
Sarebbe bello se anche nella nostra città amministratori, insegnanti, genitori, dirigenti scolastici celebrassero l’inizio del nuovo anno scolastico trovando il tempo di leggere un libretto, poco più di un centinaio di pagine, “La gaia educazione”. L’ha scritto Paolo Mottana, professore di filosofia dell’educazione all’università di Milano Bicocca, e tra i fondatori del progetto “Tutta un’altra scuola”.
Un’utopia? No, un’eutopia, spiega Mottana. La scuola come luogo buono e giusto, una sorta di tana, di base dove ci si rifugia a organizzare le proprie avventure, le incursioni in città, fuori nella società della conoscenza a scoprire cosa offre o come poter interagire lungo la strada che porta a conquistare il sapere. Per Mottana si tratta di invadere il territorio di esperienze, partendo dalla scuola-tana dove ci si trova la mattina per decidere dove andare, quali esperienze compiere, quali progetti mettere in cantiere. Non per fare cose astratte, ma per fare qualcosa di coinvolgente e partecipativo.
Far cadere le mura dove abbiamo rinchiuso bambini, ragazzi e insegnanti per fare educazione diffusa, educazione che invada delle loro voci, energie e intelligenze la città, che rompa il silenzio assordante degli adulti.
Significa fare del territorio il centro del progetto educativo, il luogo della crescita, delle avventure che attendono chi si incammina lungo la strada della conoscenza.
La scuola diffusa oltre le aule, diffusa non dalla navigazione con i computer, ma tramite la navigazione per le strade e i luoghi della città.
È uscito un altro libretto che Paolo Mottana ha scritto con Giuseppe Campagnoli, architetto, già dirigente scolastico ed esperto dell’Unesco nel campo dell’educazione e della creatività.
La città educante”, Manifesto dell’educazione diffusa, come oltrepassare la scuola. Una alternativa radicale all’istituzione scolastica attuale, per rimettere i nostri giovani, piccoli e grandi in circolazione nella società, ma è necessario che scuola e città imparino a dialogare e si alleino per assumere il ruolo educativo in maniera invasiva.
Ma questo richiede anche che la città sia ripensata e questo è compito e responsabilità dei suoi amministratori, sia ripensata come città dell’apprendimento, dove luoghi e strutture urbanistiche siano progettati per essere gli ambienti di apprendimento dei suoi giovani, per essere luoghi di incontro anche con i saperi, esperienze di conoscenza di prima mano capaci di nutrire il desiderio e la passione del sapere. Luoghi pensati per narrare il sapere, nel senso etimologico di ‘gnarus’, vale a dire di rendere esperti, la narrazione come modo per mettere ordine al disordine delle esperienze.
Ragazze e ragazzi, bambine e bambine costituirebbero una nuova linfa da troppo tempo emarginata, mortificata, imprigionata nelle classi, nelle aule, nei banchi.
Non più insegnanti trasmettitori di discipline ma compagni di viaggio, registi, guide, professionisti capaci di agevolare i percorsi di interconnessione dei saperi, di formare all’autonomia e all’autorganizzazione.
Pensare i luoghi della città come luoghi di apprendimento non occasionale, come parte integrante del progetto educativo, come i luoghi di un’idea di scuola aperta, di scuola totale, di scuola globale, dove gli edifici scolastici sono progettati per essere i punti di partenza e di ritorno.
Il sapere è movimento, è ricerca continua, non può amare la staticità delle aule e dei banchi, come del resto i nostri giovani, a queste condizioni, difficilmente possono innamorarsi del sapere e della fatica di studiare.

Il castello addormentato

di Francesca Ambrosecchia

Sono da sempre, o per lo meno da quando ricordo appassionata di castelli e residenze nobiliari e delle storie nate entro le loro mura. In città d’arte e cultura come Ferrara tutto ciò si trova in abbondanza ma è impossibile non pensare al Castello di San Michele, fortezza della nostra città, ancora oggi punto di riferimento, simbolo della casata estense e della nostra storia.

Siamo a fine ‘300 quando Niccolò II d’Este sente la necessità di far erigere la fortezza a seguito di una rivolta: l’efficacia difensiva dell’edificio doveva ritrovarsi nella sua imponenza ma sicuramente anche il fossato, che ancora oggi lo circonda, ne è emblema.

Il Palio ci permette di rivivere ogni anno un po’ dell’atmosfera di quell’epoca ma la cosa che preferisco è fermarmi ad osservare alcuni suoi particolari la sera, quando è notte e pare deserto. La maggior parte delle finestre del castello sono chiuse, le cancellate che portano al cortile interno pure ma c’è qualcosa di affascinante in quel momento. In quel frangente, al buio, tutto è addormentato e il Castello sembra non essere più nell’epoca moderna, sembra non essere più quel luogo di cultura e storia aperto alla visita del pubblico; quando qualcosa è nascosto allo sguardo lo si può immaginare.

Il palazzo impacchettato…

di Francesca Ambrosecchia

Ecco il Palazzo Massari e l’impalcatura che lo circonda.
Situato in Corso Porta Mare a Ferrara è uno dei tanti palazzi storici e monumentali danneggiati dal terremoto che ha colpito la città nel maggio 2012. Il Palazzo e la Palazzina Cavalieri di Malta che lo affianca sono stati costruiti in epoche diverse ma vengono considerati un blocco unitario, come in questo progetto.
Uno dei tanti interventi che il Comune di Ferrara ha elaborato in questi anni nel settore delle opere pubbliche e della mobilità per restaurare e migliorare i beni monumentali della nostra città.
I due palazzi fanno parte del Polo Museale di Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, insieme al Palazzo dei Diamanti, al Palazzo Prosperi Sacrati e al Palazzo Bevilacqua. Il complesso in questione, subito dopo il sisma è stato svuotato di tutte le opere d’arte al suo interno poiché dichiarato inagibile. Il progetto, i cui lavori sono attualmente in corso e la cui fine è prevista per marzo 2018, prevede un generale miglioramento sismico dello stabile a livello architettonico, non trattandosi solo di un mero restauro. Gli elementi decorativi saranno restaurati con l’utilizzo di cotto, pietra e stucchi, con la scelta di utilizzare le colorazioni originali.

Fior fior di monumenti

Incorniciati e avvolti di fiori, i monumenti di Ferrara sembrano ricevere i dovuti onori; e altrettanti l’ideatore che della città estense è il sommo costruttore.

In foto: il glicine di un giardino ferrarese incornicia la facciata della chiesa di San Cristoforo, in via della Certosa

La chiesa di San Cristoforo alla Certosa, eretta a partire dal 1498, è una delle opere più originali del Rinascimento ferrarese, sia per l’assetto architettonico e sia per l’impostazione planimetrica, dove la lunghezza della navata è esattamente uguale alla profondità del transetto sommata a quella dell’abside. La grandiosità delle proporzioni, che si sposa con la plasticità dell’architettura modulata dalla luce, ha suggerito l’attribuzione del progetto al grande Biagio Rossetti.

La chiesa di San Francesco, fondata dai Francescani fin dagli anni in cui il santo fondatore era in vita, viene ricostruita nel 1494 da Biagio Rossetti su incarico del Duca Ercole I d’Este.

Clicca le immagini per ingrandirle.

 

San Cristoforo alla Certosa
Chiesa di San Francesco
fiori-san-francesco
Chiesa di San Francesco

 

Se a Ferrara ci fosse un Castello Estense tutto da arrampicare

Si trova a Parigi e i bambini, sia i piccoli del posto sia i turisti, ne vanno matti: è una Tour Eiffel fatta di corde, sulla quale ci si può arrampicare fino in cima ed avere la sensazione di essere su quella vera, perché la forma è esattamente la stessa e il gioco delle associazioni agisce anche sulle emozioni.
Strutture gioco che riprendono i monumenti principali delle città ce ne sono altri, a Leeds per esempio, ed è un bellissimo modo per stimolare nei bambini la curiosità sulla storia della città.

Struttura gioco da parco che riproduce il Castello di Leeds, Inghilterra. Clicca le immagini per ingrandirle.

castello-gioco-leeds
castello-gioco-leeds
castello-gioco-leeds
castello-gioco-leeds

Sarebbe magnifico se a Ferrara, al Parco Massari o al Parco Bassani per esempio, ci fosse un Castello Estense tutto da scalare e scoprire, perché ogni angolo racconta mille storie meravigliose sulla casata estense e i bambini potrebbero fantasticare imparando: “Adesso mi arrampico su questa torre, entro nel castello e vado a salvare Parisina!”, potrebbe dire un valente piccolo cavaliere; oppure, “Vorrei dare una sbirciatina ai camerini per vedere come passa le giornate il duca Ercole I d’Este”, se è un bambino molto curioso… e così via.

Nella foto di copertina, la Tour Eiffel gioco che si trova nel parco del Palais du Luxemburg a Parigi.

Anche Ferrara “S’illumina di meno”: luci spente, bike sharing gratuito e mappa pedonale

Sarà dedicata in particolare al tema della mobilità sostenibile la dodicesima edizione di “M’illumino di meno”, in programma per venerdì 19 febbraio. Anche quest’anno il Comune di Ferrara aderirà alla storica campagna di sensibilizzazione sui consumi energetici ideata da Caterpillar, programma di Radio2.

A Ferrara, oltre allo spegnimento di alcuni monumenti cittadini, sarà garantita la gratuità del servizio di bike sharing di Ferrara Tua e saranno organizzate iniziative legate al risparmio energetico e alla mobilità sostenibile, come la presentazione del progetto “Metrominuto Ferrara”, vero e proprio stimolo a percorrere la nostra città a piedi o in bicicletta: ben presto infatti sarà messa a disposizione di ferraresi e turisti una mappa pedonale con le informazioni sulle distanze tra i luoghi più importanti della città e i tempi di percorrenza a piedi.

L’amministrazione invita inoltre tutti, cittadini e turisti, a preferire gli spostamenti a piedi, oltre che ad osservare il “silenzio energetico” riducendo al minimo l’uso di luci ed elettrodomestici nella giornata del 19 febbraio.

Il Comune ha coinvolto anche numerose scuole di Ferrara che si impegneranno in varie azioni di sensibilizzazione rivolte ai ragazzi e alle famiglie.

Altre informazioni sulle iniziative del Comune di Ferrara
Spegnimento simbolico delle luci dalle 17,30 alle 19 in:
– Piazza Acquedotto illuminazione artistica monumentale (ad eccezione delle luci funzionali all’ingresso della struttura)
– Illuminazione artistica di Corso Martiri e Piazza Trento Trieste, che comprende l’illuminazione della facciata e della fiancata del Duomo, l’illuminazione del Campanile e l’illuminazione della Torre della Vittoria;
– Illuminazione artistica delle Mura (ad eccezione di via Bacchelli)..

Incontro “Creare comunità resilienti”: alle ore 19.00 presso la saletta Condominio “Il Quartiere” – Via Pietro Lana, 1 Ferrara Dietro supermercato Conad in Via Foro Boario

Dal comunicato a cura di Centro Idea del Comune di Ferrara

L’asfalto in centro, un insulto alla bellezza

No, l’asfalto in centro storico proprio no, è un delitto! Eppure anche a Ferrara, in alcune strade della città antica, ancora sopravvive. Il paradosso è che ci siamo talmente abituati a vederlo e calcarlo da non farci più caso. Ma c’è: in corso Porta Reno, nella parallela via Gobetti, in via Amendola (la strada che collega San Romano a Porta Reno dietro la galleria Matteotti). C’è persino in largo Castello, accanto al monumento più insigne della città: nella strada che costeggia il suo fronte est, fra viale Cavour e la piazzetta, il manto è asfaltato. Ri-vedere per credere… Una vera caduta di stile.

Non è accettabile. In particolare non lo è accanto al castello. E non ci si venga a dire che è un problema di transito automobilistico. Prima di tutto perché in quell’area di auto non ne passano tante (sempre troppe, comunque) e in generale non ne dovrebbero passare proprio, perché è area di rispetto. E comunque perché dinanzi al castello, nel lato nord (quello che lo separa dalla Camera di commercio) ci sono sempre stati i sampietrini senza che ciò crei particolari problemi, nonostante il flusso sia qui particolarmente intenso. Lo stesso vale per il fronte opposto, quello est, su cui transitano anche i bus: quindi non si cerchino improbabili alibi.
Il fatto vero è che anche alle brutture ci si abitua, al punto che finiscono per passare inosservate. Impercettibili per chi le vede tutti i giorni e quindi non le osserva più con attenzione; ma stridenti e sgradevoli per occhi vergini, come quelli dei turisti, per esempio. Provvedere è un dovere, titubare ancora è una colpa.

E a proposito di largo Castello, va segnalato anche il minuscolo parcheggio a pettine, sul lato dei giardinetti (sempre tristi e poco curati, con l’erba spesso incolta come ora), che deturpa la fruizione del monumento. È un parcheggio che ospita una ventina di auto. È inaccettabile che per il comodo di venti automobilisti si pregiudichi il godimento di un patrimonio monumentale storico di pregio internazionale. Quel parcheggio va eliminato e il manto va rifatto: ciottoli, sampietrini, porfido… Qualsiasi cosa, ma l’asfalto no. Mai più.

La strada asfaltata davanti al castello
Asfalto ammalorato dinanzi all’ingresso est del castello
Il lato est del castello con la strada asfaltata
Lato est all’intersezione fra ciottoli e asfalto
Piazzetta castello (lato sud) con i ciottoli
Lato est del castello con i sampietrini
Parcheggio sul lato est del castello
Il prato incolto di fronte al castello (lato est)
L’asfalto in corso Porta Reno accanto alla torre dell’orologio
Asfalto sotto la volta della torre dell’orologio in corso Porta Reno
Asfalto in corso Porta Reno in prossimità di corso Martiri e del duomo
Asfalto in corso Porta Reno alla confluenza con via Volte
Asfalto in via Amendola fra via San Romano e corso Porta Reno
Asfalto in via Amendola
Asfalto in via Gobetti
Asfalto in via Gobetti

 

 

 

IL FATTO
Caschi Blu della cultura a difesa dei beni artistici

“Una forza internazionale per difendere monumenti e siti archeologici nelle zone di conflitto”. E’ la proposta avanzata dal ministro Franceschini in risposta alla barbarie. Che la distruzione dei beni culturali sia un crimine contro l’umanità era stato sostenuto già a fine febbraio dal Wall Street Journal, a commento del video di 5 minuti postato dall’Isis sulla distruzione delle sculture dell’antica Mesopotamia al Museo di Mosul, in Iraq, “colpevoli” di promuovere l’idolatria. Le denunce pubbliche erano subito arrivate da personalità del calibro di Thomas Campbell, direttore del “Metropolitan Museum of Art” di New York e di Irina Bokova, direttore generale dell’Unesco. Se alcuni esperti avevano indicato che si trattava di copie, era evidente che, comunque, alcuni originali erano coinvolti.

beni-culturali-caschi-blu
2009, distruzione delle statue di Buddha (Afghanistan)

L’evento aveva scatenato riflessioni, discussioni, richieste di modifiche di normative ormai obsolete e non adatte a un mondo così diverso e cambiato nel rispetto dei suoi beni culturali (e non solo). Alcuni anni fa, migliaia di libri rari e di manoscritti avevano fatto la stessa fine in Mali (in particolare a Timbuktu), nel 2001, in Afghanistan, un amaro e triste destino era toccato a due imponenti statue di Buddha, tombe e chiese erano state saccheggiate o distrutte in altri luoghi affascinanti del mondo, molti oggetti di valore erano finiti sul mercato nero. Un vero disastro.

In quelle occasioni come in Iraq, tutti gli sforzi fatti nel tentativo di proteggere importanti opere d’arte erano falliti, la comunità internazionale aveva assistito, inerme, a un terribile spettacolo di distruzione. Così, il Wall Street Journal aveva invocato la necessità di alzare la voce, tutti insieme. L’applicazione della Convenzione delle nazioni unite dell’Aia (1954), che proibisce l’utilizzo dei monumenti e dei siti a fini militari, non è sufficiente. Una convenzione di tale tipo è sicuramente irrilevante (e impotente) di fronte ad atti come quelli avvenuti in Iraq ed ha un’applicazione ristretta. Bisogna, dunque, essere pronti a dichiarare che la distruzione del patrimonio culturale sia da considerarsi un crimine contro l’umanità, con punizioni adeguate a livello della Corte penale internazionale dell’Aia. Sono necessarie, però, alcune modifiche. Il problema è, infatti, che la distruzione intenzionale di edifici religiosi, di strutture aventi fini educativi o di sviluppo delle arti, o di monumenti storici e ospedali è prevista come crimine dallo Statuto della Corte penale internazionale (art.8.2 IX) solo se commessa, intenzionalmente, nell’ambito di una guerra vera e propria e sempre che non si tratti di obiettivi militari. Purtroppo, oggi, siamo di fronte a conflitti che non rientrano più nella nozione di guerra elaborata dal diritto internazionale. Quasi mai il conflitto investe Stati “ufficialmente” nemici con eserciti tradizionali; quasi sempre la guerra si rivolge contro le popolazioni civili, terrorizzandole, costringendole ad abbandonare le proprie case, le proprie tradizioni, la stessa cultura su cui si fonda la loro esistenza. Il patrimonio culturale non è costituito solo da begli oggetti, pronti per turisti e musei, ma è l’insieme del passato di un popolo, la sua memoria, il suo futuro, un modo per comprenderci l’un l’altro. Distruggerlo significa attaccare la storia, l’identità e la civilizzazione.

Manoscritti di Timbuktu (Mali)
Manoscritti di Timbuktu (Mali)

La distruzione del patrimonio culturale è da considerarsi un crimine di guerra e contro l’umanità. E in tale direzione si è mosso, il Parlamento europeo, lo scorso 12 marzo, con l’approvazione relazione annuale sui diritti umani che include un emendamento dell’eurodeputata del Pd Silvia Costa, per perseguire le forme di distruzione del patrimonio culturale e artistico iracheno e siriano come crimini di guerra e contro l’umanità. L’emendamento pone l’accento sul fatto che “anche sulla base delle Convenzioni Unesco, la diversità culturale e il patrimonio culturale costituiscono un patrimonio universale alla cui protezione e valorizzazione l’intera comunità internazionale ha il dovere di cooperare”, e “ritiene quindi che siano da perseguire fermamente come crimini di guerra e crimini contro l’umanità le forme di distruzione del patrimonio culturale e artistico perpetrate intenzionalmente, come sta avvenendo in Iraq e in Siria”. Non si deve togliere a nessuno il diritto di avere una memoria, che passa anche attraverso reperti e monumenti. L’onorevole Costa, in un’intervista, ha dichiarato di aver voluto richiedere “che nell’ambito dell’universalità dei diritti umani e anche sulla base delle due convenzioni dell’Unesco, la comunità internazionale debba cooperare e verificare quali azioni mettere in campo per proteggere il patrimonio artistico e culturale e chiedere attraverso un voto unanime che queste distruzioni siano perseguite come crimini di guerra e crimini contro l’umanità”. “Nell’ambito dello Statuto della Corte penale internazionale dell’Aia”, continua l’eurodeputata, “sicuramente per crimine di guerra s’intende “dirigere intenzionalmente attacchi contro edifici dedicati al culto, all’educazione, all’arte alla scienza a scopi umanitari, monumenti storici”. Noi già oggi possiamo dichiarare che questo è un crimine di guerra (ma con il limite cui si è accennato, aggiungerei). Secondo la nuova concezione aggiornata dei diritti umani, la cultura fa parte dei diritti umani fondamentali, sia l’accesso alla cultura, sia la libertà di espressione attraverso la cultura. Ci sono due convenzioni dell’Unesco: quella del 1972 sull’identificazione, la protezione e la conservazione del patrimonio mondiale culturale, rafforzata nel 2003 dalla convenzione Unesco sul patrimonio europeo, e quella del 2005, sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali e linguistiche.
Non a caso pochi giorni fa, la direttrice generale dell’Unesco ha ribadito che ormai si può considerare la distruzione del patrimonio culturale protetto dall’Unesco (patrimonio comune) come un crimine commesso ai danni dell’umanità intera. In questo senso si giustifica la dicitura di crimine contro l’umanità, perché il patrimonio fa parte di un popolo, della sua storia, del suo futuro. Concretamente, distruggendo reperti del VII secolo al museo di Mosul, si è tolto all’umanità il diritto di avere una memoria”. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu, lo scorso febbraio, ha approvato una risoluzione per bloccare la distruzione dei beni archeologici in Siria e in Iraq, ma non ha inserito nel mandato dei caschi blu la protezione dei Beni culturali dalla guerra.

beni-culturali-caschi-blu
Caschi blu, forze di protezione dell’Onu

E il 20 marzo, il Ministro Franceschini ha proposto, in un’intervista a “The Guardian”, l’istituzione di caschi blu per salvare il patrimonio culturale. Si tratterebbe di una sorta di “caschi blu della cultura”, una forza internazionale di risposta rapida per difendere monumenti e siti archeologici nelle zone di conflitto. Perché se in passato i grandi monumenti erano colpiti accidentalmente nelle guerre, durante i bombardamenti, oggi sono colpiti perché simboli di cultura e di una religione. Lodevole proposta ma che ha provocato anche molte reazioni contrarie o, per lo meno, alcune forti critiche.

In un contesto geopolitico di conflittualità come quello attuale, in cui la stessa comunità internazionale non si è dimostrata in grado di intervenire con risolutezza contro gli eccidi di esseri umani, proporre la creazione di missioni di peacekeeping dedicate alla tutela del patrimonio culturale ad alcuni può risuonare strano. Le missioni di peacekeeping, poi, hanno dei costi e la cultura non è certo in cima alle preoccupazioni della classe politica italiana e mondiale. Il direttore generale dell’Unesco ha, comunque, ringraziato Franceschini, per “l’importante e coraggiosa proposta di istituire una forza delle Nazioni unite dedicata alla tutela dei siti del patrimonio culturale dell’umanità per rispondere ai gravi attacchi del terrorismo”. Entrambi hanno concordato l’urgenza di avviare ulteriori passi in direzione della proposta, coinvolgendo l’Unione europea. E anche la Germania la sostiene “con convinzione”, l’ha riferito il Ministro della cultura tedesca, Monika Gruetters, durante l’incontro con Franceschini, a Berlino, il 24 marzo. L’Italia presenterà, in sede Unesco, una risoluzione per la salvaguardia del patrimonio culturale nelle aree di conflitto. Vedremo se si tratta solo di parole o se da esse si passerà ai fatti.

Trasloco annunciato, finisce l’assedio del mercato ai monumenti della città

Tanto tremò che cade. Dopo mille scossoni il mercato del venerdì sembra davvero destinato a traslocare dal centro storico. La mercanzia sventolata sul listone, davanti alla cattedrale, al palazzo municipale e al castello troverà ribalta in altri luoghi. Quali ancora non è certo. Si ipotizza corso Porta Reno, qualcuno immagina l’area attualmente destinata a parcheggio dell’ex Mof, altri l’acquedotto. Ferraraitalia – che è stata in prima linea in questa battaglia per il decoro – ha prospettato in alternativa l’ipotesi di viale Cavour e corso Giovecca fra le poste e via Palestro anche allo scopo di sperimentare il venerdì l’interruzione del traffico automobilistico in quel tratto, secondo un vecchio progetto recentemente rilanciato dal deputato pd Alessandro Bratti. L’idea sottesa è l’ampliamento della ztl con la ricongiunzione fra area medievale e addizione erculea.

castello-mercato
In attesa dell’Art-bonus… torna il mercato in piazza (foto di Aldo Gessi)

Comunque sia, la buona notizia è che il mercato lascerà la zona monumentale di maggior pregio. Lo vuole il sindaco che già da qualche mese ha rotto gli induci, lo gradisce il vescovo, lo chiede la soprintendenza. Lo impone il buon senso in considerazione dell’inestetismo creato da banchi degli ambulanti e dai loro furgoni che oltretutto, causa sversamenti d’olio, stanno creando qualche problema anche al listone mirabilmente appena rinnovato. L’associazione di categoria se n’è fatta una ragione e sta trattando la resa, negoziando su una collocazione non sgradita.
L’incognita è sui tempi. Le licenze scadono nel 2017 ma i problemi relativi al decoro pongono il sindaco nella condizione di forzare la mano. Difficile che si vada a uno scontro. Più probabile un’intesa basata sul buon senso. Era ora.

IMMAGINARIO
Monumento alla neve.
La foto di oggi…

Neve che viene e che subito va. Ma com’è bella. A immortalarla ci ha pensato Franco Colla nel suo blog “FeDetails”, dedicato a bellezze cittadine, magari meno note. Come questo pezzo del Monumento ai Bersaglieri del Po dello scultore Fiorenzo Bacci in piazza XXIV Maggio, accanto all’Acquedotto. Un uomo anziano legge al giovane, probabilmente suo nipote, la storia dei bersaglieri mentre il ragazzino indica il resto del monumento. Con la neve che ci sposta in un tempo più vicino al passato. (Giorgia Mazzotti)

OGGI – IMMAGINARIO ARTE

neve-ferrara-acquedotto-piazza-XXIV-maggio-franco-colla-fedetails
Neve a Ferrara sul monumento ai bersaglieri del Po in piazza XXIV Maggio (foto di Franco Colla su FeDetails)

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

[clic sulla foto per ingrandirla]

 

Se questa è una piazza

Liberatela. Piazza Savonarola è assediata dalle auto. Prigioniera innanzitutto dei taxi: a volte, come questa mattina, più che per il fabbisogno di Ferrara sembrano calibrati per quello della stazione di Roma! Fra vetture pubbliche, auto di servizio, autorizzati (non si sa a che titolo) e avventori vari capita di contare una ventina di veicoli, in uno spazio di 40 metri per 40 all’ombra del monumento più prezioso.
Dovrebbe essere il salottino buono della città questo, incastonato fra i gioielli degli estensi. Invece il povero Savonarola dall’alto della sua statua ci biasima sdegnato, dovendo respirare ancora fumi: non quelli esalati dalle fascine del rogo, ma quelli delle marmitte delle vetture che insensatamente gli ronzano attorno. Un’ingiusta condanna per lui e per noi.
Siamo seri: qualcuno pensa davvero che davanti al castello serva la compresenza di otto-dieci taxi? Magari! Vorrebbe dire che la città s’è svegliata dal torpore. Invece gli autisti stanno lì a fare filò: e grazie! è più piacevole farlo lì fra i monumenti che altrove… Ma mica si devono spedire in periferia. Basterebbe traslocarli in corso Porta Reno o nei pressi dei giardini di viale Cavour, nel raggio di un centinaio di metri le alternative ci sono. Qual è il problema?

Strapaesana

Alla faccia dell’Internazionale! vien da dire pensando a Totò. In concomitanza con l’inaugurazione del festival che la proietta in una dimensione cosmopolita, Ferrara non ha resistito alla tentazione di esibire anche la propria anima strapaesana, con la sua silhouette più ‘smandrappata’. Così, gli ospiti e il pubblico (che in gran parte è anche turista) anziché godere lo spettacolo di monumenti e bellezze architettoniche, questa mattina ha potuto ammirare magliette e reggiseni del mercato.
Ma possibile non si potesse – almeno per un venerdì – evitare lo scempio del centro storico con i banchetti degli ambulanti, che oltre all’immagine borgatara, creano un oggettivo intralcio al transito delle migliaia di persone che rapidamente tentano di spostarsi da un luogo all’altro?
Non bastasse, in piazza Castello – come d’altronde capita tristemente ogni giorno – si può ‘ammirare’ il disordinato parcheggio di mezzi addetti al carico-scarico e di altri veicoli tranquillamente in sosta (una quarantina), alla faccia dei divieti e delle limitazioni dell’area monumentale pedonalizzata.
Insomma, se nelle peggiori tradizioni, quando non si riesce a rigovernar casa prima dell’arrivo di ospiti di riguardo, si butta la polvere sotto al tappeto, a Ferrara non siamo riusciti a celarci neppure dietro al velo della più trita ipocrisia borghese. Non si sarebbe risolto il problema – un problema che prima o poi dovrà essere affrontato seriamente – ma quantomeno ci avrebbe risparmiato una figuretta da provincialotti.
Nei casi migliori si dice buona la prima, nel nostro proprio non si può.

strapaesana-ferrara

La Natura che ci meritiamo

La vicenda dell’orsa e del raccoglitore di funghi è una di quelle storie che mi fanno arrabbiare a prescindere. Vogliamo la Natura con la N maiuscola, ma non abbiamo il coraggio e l’umiltà per viverla. Portiamo i nostri bambini nelle fattorie didattiche per vedere gli animaletti, ma se i nostri adorati pargoli si sporcano le scarpine di cacca facciamo una tragedia, se poi si beccano un morso o si piantano una spina in un ditino, facciamo causa all’azienda. L’educazione alla Natura e all’Ambiente dovrebbe essere qualcosa di quotidiano che parte dal rispetto e dalla conoscenza del nostro ambiente di vita. La parola ecologia indica fondamentalmente la scienza che studia gli equilibri. Ragionare in termini ecologici significa fare un sforzo per cercare di vivere rispettando l’ambiente che ci circonda, che non è un jungla inesplorata, ma un contesto antropizzato da secoli di storia, che ne hanno alterato completamente l’assetto originario, quindi, per fare un esempio, mettere delle fioriere in piazza Duomo non è ecologico, ma solo stupido e costoso, le piazze sono fatte di pietra e architetture , non hanno bisogno di fiorellini e piantine asfittiche per diventare più belle e più “ecologiche”. Le piazze devono respirare, accogliere, insegnare convivenza e civiltà, chiuderle con paletti e fioriere trascurate, è un modo per tradire la loro storia, non capire il loro equilibrio. Le città sono organismi complessi e non mi stancherò mai di ripeterlo, ci sono tantissimi posti fuori dalle piazze per piantare alberi. Se perdiamo di vista chi siamo e qual è il nostro ambiente, diventa facile illudersi di trovare la Natura ogni tanto tanto, magari andando per boschi, a rompere le scatole a plantigradi con uno sviluppato senso materno.
Viviamo tutti situazioni prive di buon senso, troppo facilmente ci lamentiamo del troppo sole o della troppa pioggia come se fosse possibile una Natura a comando con un pulsante per regolare sole, vento, neve e pioggia in funzione delle ferie. Cercare un equilibrio non è facile per nessuno, ma provo un’ammirazione enorme per chi ci riesce in modo onesto e senza fare proclami. Ammiro in modo particolare le persone che scelgono di vivere in un ambiente dove la Natura ha ancora il sopravvento e non per fare una vacanza o per fare dello spettacolo, ma come scelta di vita e lavoro, la loro è una fatica senza scorciatoie. A volte succede che la tua strada incroci una di queste persone eccezionali e la vita ti fa un regalo. Raccontare come ho conosciuto il signor Ruggero non è importante, quello che conta è la vita di quest’uomo, che da trentacinque anni porta ogni anno le sue pecore dalle Alpi del Lusia alla pianura friulana, fin quasi al mare, seguendo le strade della transumanza. La sua esperienza è raccontata in un libro magnifico curato da Valentina Musmeci, intitolato Un anno col baio. Il baio è il termine generico che indica il pastore. Ruggero è il baio: un armadio di uomo, scarpe pesanti, occhi vispi che brillano in mezzo a capelli e barba grigia, una voce sorprendentemente gentile in un fisico da troll che ti conquista all’istante con la sua ironia. Scoprire per caso il suo lavoro di pastore e avere in mano il libro che lo racconta, è stato sorprendente. Man mano che leggo le pagine e guardo le splendide fotografie, mi accorgo di un mondo parallelo, un mondo che sta davanti ai miei occhi eppure è nascosto. Tanti si alzano prima dell’alba per andare al lavoro, ma un conto è farlo passando dal letto all’automobile, un altro è scrollarsi l’umidità dal sacco a pelo e andare a piedi, prima che il sole sorga, per poter attraversare le strade senza dare troppo fastidio a chi sta in automobile. In questo gesto c’è una grande lezione. Ruggero non è un nostalgico, sa benissimo che se non ci fossero gli extracomunitari a mangiare carne di pecora avrebbe già chiuso bottega, lui non porta le bestie a spasso per fare della retorica del “bel tempo che fu”, fa il suo mestiere, un mestiere scelto per passione e in totale libertà, un lavoro con gli uomini, pecore, asini e cani, rispettati dal primo all’ultimo. Il baio cerca l’equilibrio, senza far troppi danni, con il suo mondo che è fatto soprattutto di animali, pioggia, sole, vento, gelo, merda, vita e morte, ma anche di vite altrui, automobili, orti, campi coltivati, strade asfaltate. Senza rispetto non c’è storia, non c’è equilibrio, non c’è conoscenza, non c’è la vera meraviglia, quella che si merita chi accetta la Natura per quello che è: dura e pura. Grazie Ruggero, e grazie a Valentina Musmeci per averlo raccontato.

Valentina Musmeci, Un anno col baio. Dalle Dolomiti all’Adriatico con un pastore errante e duemila pecore, Ediciclo editore, Portogruaro (VE), 2014

La spiaggia e l’offesa alla bellezza

RACCONTI LIDESCHI (PRIMO) ovvero I DIARI VENTURI

E il sole ritorna dopo le nuvole e la spiaggia riaccoglie i dannati della terra con le loro false mercanzie di un lusso datato e volgare che piace tanto alla casalinga di Voghiera, pronta a storcere il naso di fronte all’amica mentre il nero le si avvicina per venderle improbabili prodotti, tenuto al guinzaglio della necessità di sopravvivenza da mafie ben collocate tra Nord e Sud. Non posso chiudere gli occhi o ascoltare in cuffia la mia amatissima Marta (naturalmente Argerich). Il giornale che ho davanti racconta di barriere mobili che il solerte Comune di Ferrara intende innalzare sul sagrato della cattedrale per difendere dalle deiezioni, non animali ma umane, quei monumenti e quella storia e del viaggio che i Bronzi di Riace dovrebbero intraprendere per la necessità economica di rendere appetibile l’Expo milanese. All’offesa della bellezza, al mercimonio del pensiero, alla volgarità degli iloti (ah Giacomino, come avevi ragione nel disprezzare quel genere di umanità!) nulla può essere difesa se non la consapevolezza della piccolezza della stirpe umana. E il laico pensiero sulla necessità e democraticità della ragione si spezza contro la barbarie del branco o sulla volontà di rendere cosa e cosa mercificata la bellezza. La stolidità dell’espressione di Maroni, il ghigno di Sgarbi che propongono come soluzione “b” al rifiuto del viaggio dei Bronzi di porsi loro nudi per sei mesi, eccita al riso solo gli stolti o i mentecatti. Che vergogna e che tristezza. Un giovane prete don Zanella, risponde lui, non certo laico, che le barriere servono a poco ma che bisogna cambiare la mentalità del branco. Ve l’immaginate i gradini del Duomo di Firenze o di San Marco a Venezia, dove le orde dei turisti consumano bevute e pasti lasciando l’immondizia del loro scervellato aggirarsi tra i monumenti per consumarli, se fossero recintati? Ma va là! Basterebbe munirsi di sorveglianza umana e prevenire il degrado con multe e sanzioni, mettere contenitori, cambiare mentalità. Delle opere di cui la Lombardia è piena, perché strappare dalla loro sede naturale i capolavori di Riace? Ma ancora una volta, mentre mi accingo a lasciarmi incantare dalla giovane Marta che esegue il concerto di Chopin, il bambinetto dell’ombrellone accanto studiosamente con la paletta leva la sabbia dalla passerella e mi guarda con un sorriso che invita all’approvazione. Cadono le difese e un “bravo!” mi esce con voce tenera e convinta.
Qualcuna d’altronde ha stupendamente descritto la ragione e il sentimento.

Il decoro nelle città d’arte: questione di civiltà,
le catenelle non c’entrano

Tra Ferrara e Firenze il 27 agosto 2014, ripensando a questo giorno del 1950 quando lo scrittore a cui ho dedicato sudate carte si tolse la vita: Cesare Pavese.

Sotto un cielo degno del Rosso Fiorentino, attraverso lentamente Firenze fendendo folle più composte di quelle che abitualmente l’invadono: quasi intimorite della bellezza che si sprigiona dai suoi monumenti, dalle sue strade, dalle sue case e palazzi. Una fisarmonica si lamenta di fronte all’Accademia e un ragazzo dai piedi deformati porge un bicchiere di plastica per un obolo. Molti lasciano cadere una moneta, altri lo evitano. Una bella e giovine poliziotta municipale osserva apparentemente distratta se tra la folla non s’inserisca qualche borsaiolo. I gradini del Duomo spariscono sotto folle di giovani e anziani che addentano panini, bevono birra e lasciano un tappeto di cartacce mentre selfie a ripetizione, tra urletti di soddisfazione e ostensioni a braccio rigido degli improvvisati testimoni, indifferentemente fotografano il campanile di Giotto e le cartacce, Brunelleschi e folle non propriamente odorose. Ma niente catenelle. Nelle vetrine dei posti di ristoro in verità non molto allettanti, tra massicci cumuli di gelati dal dubbio colorito, campeggiano discreti cartelli “No toilet” in un improbabile inglese mentre a pochi passi di distanza la “toilet” pubblica di Piazza Duomo registra file gigantesche di fruitori seconde solo a quelle che si formano per la salita sulla Cupola. Intensi odori umani e occhi meravigliati nel lento pellegrinaggio verso Palazzo Vecchio e la quasi insuperabile strozzatura di Ponte Vecchio, ma l’occhio non vede catene o sbarramenti che impediscano di avvicinarsi a monumenti così preziosi. Forse ai tempi di Giovanni Boccaccio era la regola questo misto di umanità e fritture. Le chiese intese nel senso antico di “ecclesia” e di comunità raccoglievano fedeli in preghiera e corteggiamenti serrati. Pure i cani scorrazzavano liberamente. Persino Dante, come racconta nella Vita Nuova, si permette di usare una donna dello schermo per attrarre lo sguardo di Beatrice e al diniego del saluto pianti, lacrime, svenimenti fino alla decisione suprema “quando apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta infino tanto che io potesse più degnamente trattare di lei”. E nasce la Commedia. Così tra gli incontri dei giovani che si riuniscono a Santa Maria Novella e decidono di recarsi in campagna a raccontarsi storie, si registra la storia di Andreuccio da Perugia che caca tra i muri del chiassetto precipitando per la rottura di un asse nel maleodorante fondo. Andreuccio “richiedendo il naturale uso di dover disporre il superfluo peso del ventre” si reca nel luogo indicato e precipita senza farsi male “quantunque alquanto cadesse dall’alto; ma tutto della bruttura, della quale il luogo era pieno, s’imbrattò”. E Dante ancora immerge nel liquame prostitute, mezzani e seduttori tra i quali non fa una bella figura il signore di Ferrara Alberto d’Este.

Per quanto non frequenti la Piazza il mercoledì non credo che la situazione sia peggiore né che occorrano catenelle per tener lontane le intemperanze dei festeggianti. I cani non entrano più in chiesa, gli amori nascono nelle discoteche e non certo nei luoghi sacri, eppure ancora qualche Andreuccio da Perugia contemporaneo non capisce la differenza tra il rispetto del luogo e il soddisfacimento dei propri comodi. Serviranno catene e baluardi? Ne sono poco convinto. Cosi, se è “incivile” il comportamento di chi bolla la mendicità come discriminazione (e ben lo ha rilevato il Sindaco) altrettanto “incivile” è il comportamento di chi pensa di comportarsi secondo il proprio estro o per seguire l’ideologia del branco. Allora a che servirebbero catene e catenelle a chi non capisce lo spirito che dovrebbe informare il raduno dei giovani? Ai miei tempi, lontani, la meglio gioventù si radunava al “Moka”, il caffè ora scomparso in piazza Trento Trieste. Non si disdegnavano belle bevute, ma a soddisfare le urgenze della vescica soccorreva un magnifico bagno pubblico all’angolo di via Contrari dove disciplinatamente ci si recava. Ma di catenelle nemmeno l’ombra. E provare con wc chimici e sorveglianza? Con cestini e multe?
Chissà che non si riuscisse a imporre il rispetto per la Bellezza e la Storia senza incatenarle…

Via i mercanti dai templi

Il nostro buon Dario Franceschini ne ha sparata una grossa: via i mercanti dai templi. Ossia basta con lo scempio degli ambulanti parcheggiati con le loro mercanzie dinanzi al patrimonio artistico del nostro Belpaese. Tradotto in salsa ferrarese: via il mercato dal listone e da corso Martiri, via le bancarelle di souvenir e quelle di ciarpame vario. Il decreto ‘ArtBonus’ appena passato all’esame della Camera si propone di “garantire il decoro attorno ai monumenti”. Il ministro ferrarese ai Beni Culturali sottolinea il carattere di “urgenza” di questa norma e spiega che “con un semplice procedimento amministrativo sindaci e sovrintendenze potranno revocare le autorizzazioni ad ambulanti, camion, bar e bancarelle vicine ai monumenti”.

mercato-ferrara
Il mercato del venerdì, nel pieno centro storico di Ferrara [clicca per ingrandire]

La prima domanda da farsi è se questo eccellente decreto sarà tradotto in legge o resterà solo un ottimo proposito. In caso positivo vedremo se i sindaci (il nostro rinnovato sindaco Tagliani) e le spesso inutilmente solerti sovrintendenze prenderanno carta e penna per fare immediatamente ciò che è buono e giusto.
C’è inoltre da augurarsi un’applicazione estensiva del provvedimento e del principio in esso contenuto: via tutto ciò che deturpa e scempia i monumenti, per liberare la bellezza. E quindi: via i taxi dal castello, via le auto – tutte le auto, anche quelle delle forze dell’ordine, dei politici, dei soliti noti – dal centro storico. Obiettivo: pedonalizzare integralmente l’area monumentale di Ferrara per renderla degno patrimonio Unesco. Vorrai mica far torto al patrio Dario…

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013